Il virus sovrano

(Pubblicato sul quotidiano catalano ara.cat il 12/03/2020)

Dove vivo io, fra Roma e l’estremo sud d’Italia, l’epidemia da coronavirus esplosa nelle regioni del nord ci ha finora risparmiati. Ma è solo questione di tempo: il tentativo di ‘sigillare’ le zone più colpite non è bastato ad arrestare il contagio,  i primi casi si registrano ormai dappertutto e il rischio per il sud è aumentato con la fuga di massa da Milano degli studenti fuori sede, che hanno deciso di tornare a casa piuttosto che restare ‘imprigionati’ nella città più rischiosa. Il nord è martoriato da ricoveri e decessi, che da qualche giorno, secondo le più fosche previsioni, crescono esponenzialmente. Ma se il contagio arriva con la stessa densità nelle regioni del sud, dove il sistema sanitario è inadeguato ad affrontarlo, la catastrofe sarà incontenibile.

Tutto quello che il governo, i virologi e i medici ci stanno chiedendo di fare – stare a casa, lavorare a distanza via computer, riunirci via skype, niente cinema, teatri, musei, niente calcio e niente palestra, niente aperitivi e niente movida, niente parrucchiere, niente strette di mano, baci e abbracci – mira a evitare questa catastrofe. In molti ci adeguiamo, ingoiando le violazioni della Costituzione che i decreti emergenziali del governo sfiorano.  Troppi ancora, per lo più giovani non disposti a sacrificarsi per un virus che è fatale soprattutto per gli anziani,  non vogliono capire, negano l’evidenza, diffidano delle autorità politiche e scientifiche, trasgrediscono. Si deve soprattutto a loro se da lunedì le misure di limitazione della socialità e della libertà di movimento e di riunione sono state estese dal Lombardo-Veneto a tutta la penisola. E’ la prima volta in una democrazia occidentale, titola il New York Times tra lo stupore e l’ammirazione, mentre Trump ha finalmente smesso di sostenere che il coronavirus non è né sostanza né accidente e dunque non esiste, come la peste per Don Ferrante  ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni.

Qualunque emergenza, si sa, ha l’effetto immediato di portare allo scoperto, come il rovescio di una trama, i problemi che la normalità nasconde sotto il tappeto. Non ci voleva il coronavirus per sapere che l’Italia è un paese diviso in due,  con livelli di reddito, di produttività, di servizi pubblici insopportabilmente disuguali fra nord e sud. Non ci voleva il coronavirus per sapere che il sistema sanitario nazionale, orgoglio italiano in tutto il mondo, è stato devastato dalla governance  neoliberale: 37 miliardi di Euro tagliati in dieci anni, e la gestione della sanità regionalizzata sulla base di una logica concorrenziale che ha premiato solo le regioni più ricche. Non ci voleva il coronavirus per sapere che l’economia di un ex paese industriale che si affida ormai prevalentemente al turismo soccombe allo stormire di una foglia nel mondo globale. Non ci voleva il coronavirus per sapere che una popolazione che invecchia per il bassissimo tasso di natalità diventa più esposta e più fragile. Non ci voleva il coronavirus per sapere che il processo della decisione politica è ingolfato da una distribuzione farraginosa delle competenze fra stato, regioni e comuni dovuta a una dissennata riforma costituzionale del 2001.  Non ci voleva il coronavirus per sapere che la precarizzazione selvaggia del lavoro ha prodotto un esercito di lavoratrici e lavoratori privi di diritti e garanzie, che saranno i più colpiti dall’imperativo pur necessario di “stare a casa”. Non ci voleva il coronavirus per sapere che le carceri sono sovraffollate e che sarebbero scoppiate alla prima emergenza, come difatti è successo. Non ci voleva il coronavirus infine per sapere che la regola aurea della governance europea, il pareggio di bilancio, era anch’essa una prigione sul punto di scoppiare. Si sapeva e si faceva finta di non vedere, giocando a poker sull’interesse generale, perché come ci hanno predicato per quarant’anni al neoliberalismo “non c’è alternativa”. Adesso che contiamo le vittime di questo andazzo non possiamo fare più finta di non vedere: l’    emergenza ci domanda e ci comanda di cambiare la normalità.  Su come cambierà, se con un salto di civiltà o con un rammendo del sistema, si gioca tutta la partita aperta dal coronavirus. 

L’effetto-rivelazione del virus non finisce qui. La Lombardia e il Veneto, le regioni più colpite dal contagio, sono la patria del neoliberismo gaudente di Berlusconi mutatosi col tempo – tutti i virus mutano, anche i virus politici  – nel sovranismo xenofobo di Salvini. Sono insomma due regioni dove il primato dell’economia regna incontrastato e protetto dalla polizza securitaria: la sicurezza è al servizio del reddito, dell’efficienza e del consumo, e infatti lo slogan salviniano “prima gli Italiani” esprime fondamentalmente l’esigenza di difendere dall’”invasione” dei migranti i privilegi degli italiani del nord. Senonché proprio queste regioni più segnate dalla pandemia securitaria si trovano ora ad affrontare una pandemia biologica che capovolge le parti in commedia: gli italiani sono “i primi” a essere colpiti dal coronavirus e a essere respinti dai confini altrui come ospiti indesiderati. La prospettiva securitaria si rovescia.

E si sgancia, almeno in parte, dalla dittatura dell’economia. Dopo le oscillazioni fra “chiudiamo tutto” e “salviamo il Pil”, l’urgenza sanitaria ha infine prevalso su tutto il resto. Si torna a una declinazione più classica del binomio sicurezza-libertà, cioè al rapporto fra sicurezza collettiva e libertà individuali: in nome della tutela della salute, scritta in Costituzione fra i diritti fondamentali,  si limitano temporaneamente – sia pure con una formula che non fa leva sui divieti ma sull’invito alla corresponsabilità – altri diritti fondamentali come la libertà di movimento e di riunione e il diritto allo studio. Il tema diventa: può una democrazia reggere questa contraddizione? O attraverso l’emergenza sanitaria sta passando una torsione illiberale, se non autoritaria, della democrazia?

Subito dopo le prime misure restrittive prese dal governo, il filosofo Giorgio Agamben ha rilanciato, sul presupposto che siamo in presenza di una “epidemia inventata”, le sue note tesi sugli effetti liberticidi dell’esercizio di una sovranità che trasforma ogni emergenza in stato d’eccezione e fa dell’eccezione la regola: ma ricevendo, stavolta, più prese di distanza che consensi (anche in primo luogo da due filosofi a lui non certo ostili, Jean Luc Nancy e Roberto Esposito). Perché se sovrano, secondo la formula di Carl Schmitt, è chi decide sullo stato d’eccezione, stavolta sovrano è il virus, non lo Stato o il governo, i quali si barcamenano come possono nello stato d’eccezione innescato da un microrganismo che perfino nel nome contende allo Stato e al governo la corona della sovranità. Nel mondo globale l’eccezione – biologica, tecnologica, economica – è sistemica ed endemica, e non è nelle mani della volontà politica ma di eventi imponderabili di natura bio-politica. Il che rende poco utile ragionare di quello che sta succedendo nei termini del paradigma tradizionale della sovranità. Gli stessi rischi di una deriva autoritaria della gestione dell’emergenza sono connessi alla trasformazione degli strumenti  del controllo sociale e della produzione del consenso: due su tutti, l’uso dell’intelligenza artificiale e dei big data sperimentato nella lotta al coronavirus a Wuhan, tanto più pericoloso quanto più aumenta in mezzo mondo una certa fascinazione per il “modello cinese”; e il regime di vero e proprio totalitarismo mediatico a cui siamo sottoposti in Italia da settimane, con interi palinsesti dedicati all’epidemia 24 ore su 24 e neanche un minuto dedicato al compianto delle vittime.

A maggior ragione la circostanza del coronavirus destituisce l’ideologia politica che va sotto il nome di sovranismo, e che altro non è che un tentativo fuori tempo massimo di ripristinare la sovranità perduta dello Stato e dell’io erigendo muri, tracciando confini, chiudendo porti, ristabilendo il primato dell’uomo bianco occidentale sull’altro-diverso e sull’altra-donna.  I virus non rispettano i confini, non si fanno fermare dai muri né dai porti chiusi, non si piegano alla volontà di potenza dello Stato  sovrano né alla volontà di sapere dell’io sovrano. Sfondano il confine fra la specie umana e quella animale, si ribellano al dominio devastante dell’uomo sulla natura, si diffondono per contagio e senza fornire carta d’identità. Ci ricordano che siamo tutti vulnerabili e fragili e tutti legati l’uno/a all’altro/a, perché per ciascuno l’altro è insieme pericolo e salvezza.  Si sottraggono alla retorica della guerra, in questi giorni abusata, arretrando forse soltanto di fronte alla produzione di anticorpi che ci consentano di negoziare con loro una convivenza non belligerante.

Mai come oggi, il bene individuale coincide con il bene comune, e il bene comune è globale com’è globale la minaccia. Nella crisi c’è sempre il buio della catastrofe e la luce del cambiamento. Dipende da noi, e nel buio qualche luce si intravede. Sta nella bellezza delle città svuotate, nell’aria illimpidita dalla rarefazione del traffico, nelle reti spontanee di solidarietà e di cura che si attivano ogni giorno, nelle relazioni che riscoprono l’intervallo fecondo di una sopportabile distanza, nel tempo sottratto alla frenesia del fare. Forse il virus è venuto a dirci solo questo, che era arrivato il momento di fermarci.

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