I cocci

Pubblicato su centrostudiriformastato.it il 21 luglio 2022

Aggregatasi attorno alla distribuzione dei fondi del Pnrr e alla smania di “ritorno alla normalità” pre-pandemica, l’unità nazionale non ha retto, e non poteva reggere, al cambio di stagione che vede sovrapporsi e convergere sei diverse emergenze – guerra, inflazione, crisi climatica, crisi energetica, carestia, pandemia – in un concentrato catastrofico inimmaginabile solo sei mesi orsono. Non ha retto e non poteva reggere l’unità nazionale, non ha retto, anzi è definitivamente imploso, un sistema politico già sgretolato e privo di credibilità, e non ha retto nemmeno l’uomo, il tecnocrate, la riserva della Repubblica, che era stato chiamato a supplirne inadeguatezze e inefficienze.

È questa la verità profonda e sostanziale, ma che nessuno osa nominare e ammettere, di una crisi altrimenti inspiegabile. Cominciata con un pettegolezzo poco dignitoso per i suoi stessi protagonisti, il Comico e il Tecnocrate. Proseguita con una scissione calcolata – e probabilmente teleguidata – a tavolino per garantire la tenuta del governo, e rivelatasi una miccia per il suo affossamento. Imputata tutta al gesto di sottrazione dei 5S – un non-voto, non una sfiducia – che alla fine della storia appare il gesto meno opaco di tutti, ancorché dilettantesco. E finita con uno schiaffo del centrodestra, l’unico che dalle elezioni anticipate ha tutto da guadagnare (ma poi chissà), perché alla fine in politica gli interessi e i numeri contano più degli inchini e delle genuflessioni.

Più che quella dei singoli attori, incomprensibile rimane la conduzione della crisi da parte del protagonista del plot, che sembra aver fatto di tutto non per tutelare ma per terminare il suo governo. Prima l’inserimento non necessario, nel voto di fiducia sul “decreto aiuti”, di un provvedimento indigeribile (il famigerato inceneritore) per i 5S. Poi le dimissioni, né dovute né necessarie né opportune, malgrado la fiducia delle due Camere. Poi l’impianto del discorso di ieri al Senato, con tre errori marchiani: un programma più da inizio che da fine legislatura, puntigliosamente volto a inasprire invece che a smussare le tensioni con i 5S e la Lega; l’accento populista della contrapposizione fra “gli Italiani” mobilitatisi per il premier e il parlamento e i partiti meno meritevoli della sua considerazione; la rivendicazione senza se e senza ma, aggressiva e ultimativa, della posizione assunta sulla guerra. Draghi voleva andarsene e dimostrare, a Mattarella in primis, che non poteva fare altro che andarsene? O puntava maldestramente su una ulteriore scomposizione del sistema politico che mettesse fuori gioco “i populisti”, ovvero sullo sgretolamento definitivo dei 5S e sull’emarginazione della Lega nel centrodestra che invece si è compattato?

Ora tutti, salvo Giorgia Meloni, dicono che nessuno voleva le elezioni anticipate. Ma non è vero, perché invece le volevano tutti, perché tutti – e forse lo stesso Draghi – sono terrorizzati dall’autunno che ci aspetta con il concentrato di emergenze di cui sopra, nessuno – e forse lo stesso Draghi – sa come gestire un tasso di inflazione che mette in mora i fondamentali delle (rovinose) politiche economiche degli ultimi decenni, e tanto vale mandare a schiantarsi su questo disastro annunciato Meloni, che guarda caso è l’unica donna della situazione – ammesso, s’intende, che i suoi due virilissimi alleati glielo consentano.

Restano, come sempre, i cocci da raccogliere, e quelli dell’esperimento Draghi, anzi Mattarella-Draghi, sono cocci pesanti. Com’era o avrebbe dovuto essere evidente fin da subito, la soluzione tecnocratica non ha lavorato per una ricomposizione ma per una ulteriore scomposizione del sistema politico. Non ha sgombrato il campo da populismo e sovranismo, perché se il 5S si sono sgretolati – alimentando l’astensione – FdI e Lega continuano a prosperare. Ha invece ulteriormente indebolito il campo del centrosinistra, con un Pd identificato senza resti con Draghi e quindi oggi sconfitto con lui, l’alleanza con i 5S saltata e il “campo largo” ristretto al rapporto con i vari Renzi e Calenda ringalluzziti. Il tutto nella camicia di forza di un bipolarismo imposto dalla legge elettorale ma ormai privo di qualunque sostanza.

Soprattutto, sono la rappresentanza e le istituzioni a uscirne ulteriormente provate: con le performance grottesche come quella di ieri al Senato, senza dimenticare quella di pochi mesi fa per l’elezione del capo dello Stato, ma anche con novità inquietanti come le “manifestazioni spontanee” a sostegno del premier, orchestrate nell’ultima settimana da poteri forti e deboli, e da corporazioni di varia natura (oltre ogni immaginazione la lettera al premier dei neuroscienziati). La stessa Presidenza della Repubblica, cui la soluzione Draghi si deve interamente, ne esce evidentemente diminuita. In compenso le novità non mancano. Dopo la democrazia dell’applauso sperimentata nel ventennio berlusconiano, nel bagno purificatore dell’astensionismo di massa e all’ombra dei poteri internazionali garanti del tecnocrate è nata la democrazia della supplica. Suppliche a Mattarella perché restasse, suppliche a Draghi perché non ci abbandonasse.

Sono tutti argomenti, purtroppo, a favore della propaganda antioccidentale di Putin, e a sfavore delle democrazie armate di valori tanto predicati quanto traditi. Ci aspettano tempi pesanti.

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