I tasti di Zelensky e quelli di Draghi

Pubblicato il 22 marzo 2022 su centrostudiriformastato.it

Molto più prudente di quanto si potesse immaginare, molto più tirato in volto di quanto si mostrasse all’inizio dell’invasione, probabilmente avvertito dal colloquio telefonico con papa Francesco da lui stesso citato non per caso all’inizio del suo discorso, Volodymyr Zelensky si è presentato al Parlamento italiano con un profilo diverso da quello esibito nei giorni scorsi davanti a quelli di Londra, Washington, Berlino, Gerusalemme. Se lì aveva chiesto a gran voce la no fly zone, qui non l’ha fatto, forse finalmente persuaso dell’irricevibilità di una richiesta che per quanto comprensibile sarebbe foriera di conseguenze catastrofiche per la specie umana. Se lì aveva sollecitato il paragone fra la guerra di oggi e il crollo del Muro di Berlino e l’identificazione della causa ucraina con quella delle vittime dell’11 settembre e della Shoah, qui non ha approfittato, come tutti ci saremmo aspettati, dell’identificazione opinabile fra la resistenza ucraina e la resistenza partigiana italiana avallata dal mainstream politico e mediatico nostrano.

Si direbbe che qualcuno l’abbia avvertito del tasto particolarmente sensibile e controverso che avrebbe toccato se l’avesse fatto; o forse che il presidente ucraino abbia preferito spingere piuttosto su quello, assai meno rischioso e più produttivo a fini diplomatici, della prossimità fra Roma e il Vaticano. Come che sia andata, Zelensky ha mantenuto il suo discorso sul piano che nessuno può negargli della condanna dell’invasione e del sostegno umanitario, limitandosi a un paragone fra Mariupol di oggi e Genova della Seconda guerra mondiale per rendere l’entità del disastro ed evitando i toni spericolati di chiamata alle armi della Ue e della Nato che aveva avuto in precedenza. Di questo suo passaggio al Parlamento italiano c’è dunque da essere ben lieti, tanto più se dovesse significare, come probabilmente significa, una maggiore disponibilità al negoziato in vista del prossimo round.

Meno prudente, e come sempre meno empatico, il Presidente del consiglio italiano, che ha ribadito l’impegno a sostenere con l’invio di “aiuti anche militari”, cioè di armi, la resistenza ucraina, attribuendole l’onore e l’onere di presidiare “la nostra pace, la nostra libertà, la nostra sicurezza”, nonché “quell’ordine multilaterale basato sulle regole e sui diritti faticosamente costruito dal dopoguerra in poi”. Un onore e un onere sul quale ci sarebbe molto da discutere, a partire dal fatto che lo sfregio del suddetto ordine data da ben prima della sua violazione sciagurata da parte di Putin in Ucraina. Ma si sa che di questo Draghi invece non vuol discutere, allineato com’è alla narrativa occidentalista del dissesto del mondo globale.

Restano tuttavia da rimarcare due punti sensibili, uno conscio l’altro inconscio, del discorso di Zelensky. Il primo sta nel suo passaggio iniziale, “il nostro popolo è diventato il nostro esercito”, che contiene in sé tutte le ragioni della controversia sulla resistenza ucraina: perché al di là della solidarietà e dell’ammirazione sentite e dovute, un popolo che si trasforma in un esercito non è una buona premessa per le sorti di una giovane democrazia. E checché ne pensi il mainstream nostrano, resta tutto da pensare il confine che distingue la resistenza contro l’invasore esterno di un popolo in sintonia con il proprio esercito e il proprio governo, quale sembra essere quella ucraina, e la resistenza di un popolo diviso fra lealtà e rivolta verso un regime dittatoriale interno prima che verso l’invasore esterno, quale fu quella italiana; ed è il confine che distingue una mobilitazione nazionalista da una mobilitazione partigiana, con le conseguenze che ne derivano per la costruzione del pluralismo democratico.

L’altro punto, inconscio, sta nel paragone fra Mariupol e Genova, ispirato dalla memoria dei bombardamenti da terra e dal mare subiti dal capoluogo ligure durante la Seconda guerra mondiale. Nella nostra memoria però Genova non è solo questo. È anche la città del G8 del 2001, teatro della prova generale di quella gestione bellica e securitaria dell’ordine globale che sarebbe prevalsa di lì a poco, dopo l’11 settembre. Da allora, per “l’ordine multilaterale basato sulle regole e sui diritti” invocato da Draghi è cominciata una lunga sequenza di strappi e lacerazioni, tutt’altro che priva di conseguenze per la catastrofe cui assistiamo oggi.

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