Tecnocrazia

Pubblicato su L’Essenziale il 20 dicembre 2021

Il 16 dicembre scorso il settimanale britannico The Economist ha proclamato l’Italia paese dell’anno per via del suo tasso di vaccinazione anti-Covid, fra i più alti d’Europa, e della sua ripresa economica, più veloce di quella tedesca o francese. Sembra un premio speciale della critica al governo Draghi, insediato poco meno di un anno fa precisamente con questi due obiettivi: il merito, per l’Economist, è di un premier “competente e rispettato a livello internazionale”, e di una maggioranza che “ha sepolto le divergenze a sostegno di un programma di profonde riforme” conforme alle direttive dell’Unione europea.  E bene farebbe Draghi, aggiunge il settimanale in consonanza con un editoriale del Financial Times di pochi giorni prima,  a restare dov’è per proseguire il suo lavoro, senza vagheggiare un trasferimento al Quirinale che prevedibilmente lascerebbe il governo in mani “meno competenti”. 

Ora poniamo che sia solo per un caso un caso che il riconoscimento dell’Economist (primo azionista il gruppo Exor della famiglia Agnelli) sia arrivato lo stesso giorno dello sciopero generale proclamato dalla Cgil e dalla Uil contro la manovra finanziaria varata dal governo. E tralasciamo alcune facili obiezioni sullo stato effettivo del paese, tipo la stagnazione del livello dei salari o il tasso di astensionismo registrato alle recenti elezioni amministrative. Il fatto è che il premio speciale dell’Economist è e solo la ciliegina sulla torta del consenso generalizzato, per non dire dell’inchino, che i media mainstream hanno tributato al governo Draghi fin dal suo insediamento, come una cambiale in bianco firmata per il solo fatto che si trattava di un governo della competenza e della decisione, per sua natura contrapposto all’insipienza e all’inconcludenza della politica. Segnale evidente di un salto di gradimento per una soluzione tecnocratica della crisi della democrazia italiana. 

L’enfasi sulla competenza è il perno della tipologia di governo che va sotto il nome di tecnocrazia. Che, avverte il Dizionario delle scienze sociali Treccani, è un concetto polemico: nasce in contrapposizione a quello di democrazia, della quale non configura dunque uno sviluppo bensì un’alternativa, basata sull’idea che nelle società industriali e postindustriali la funzione di governo non debba fare capo alla sovranità popolare ma ai detentori del sapere tecnico-scientifico, legittimati a esercitarla per l’appunto dalla loro competenza e aiutati a impadronirsene dall’abdicazione della classe politica di fronte alla gestione di gravi emergenze.

L’ipotesi tecnocratica si afferma dunque per un verso in relazione con l’avvento e lo sviluppo della prima e soprattutto della seconda rivoluzione industriale, per l’altro verso come reazione all’inefficienza dei politici di professione e come tentativo di pianificazione dello sviluppo e di razionalizzazione apolitica delle istituzioni democratiche. Ma è il capitalismo neoliberale di fine Novecento a fornirle l’ambiente ideale per un rilancio in grande stile, quando la rivoluzione informatica potenzia il ruolo della scienza, della tecnica e della competenza nella società della conoscenza, le funzioni di management definiscono le nuove élite globali,  e contemporaneamente la subordinazione della vita individuale e collettiva agli imperativi economici del mercato e dell’impresa innesca un processo di spoliticizzazione della sfera pubblica, accompagnato dagli attacchi sistematici che da diverse sponde ideologiche vengono sferrati alla politica in quanto tale e alle istituzioni rappresentative. Si aggiunge a questo quadro, in Europa, la costruzione stentata dell’Unione, tutta all’insegna della rigida osservanza dei vincoli del mercato e della sperimentazione di una governance burocratica che prescinde dalla partecipazione e dal consenso del demos.

È in questo contesto che la tentazione tecnocratica prende quota anche in Italia, al crocevia fra il crollo della credibilità del sistema politico innescato da Tangentopoli, il rafforzamento del vincolo europeo e le emergenze economiche. Sì che fra il 1993 e il 2021 il laboratorio politico italiano inanella quattro cosiddetti governi tecnici che sono piuttosto e a pieno titolo – nota Claudio De Fiores in un recente saggio su costituzionalismo.it – governi tecnocratici, nei quali la tecnica e la competenza non indicano uno specialismo al servizio della politica ma diventano valore in sé, assurgono a ideologia e rispondono a un’istanza di legittimazione del primato dell’economia  e di neutralizzazione del conflitto sociale, politico e culturale.    

Riletta a ritroso, la sequenza è eloquente per la costanza degli scopi e dei mezzi che la caratterizzano. I governi Ciampi (aprile 1993-gennaio 1994), Dini (gennaio 1995-gennaio 1996), Monti (novembre 2011- dicembre 2012), Draghi (febbraio 2021) nascono tutti su iniziativa diretta del presidente della repubblica per far fronte a emergenze rispetto alle quali il sistema politico appare inadeguato, operano tutti sotto la pressione e gli occhi vigili dell’Unione europea e in conformità con le sue direttive economiche, hanno tutti mano libera nell’imporre riforme neoliberiste (dalle liberalizzazioni agli interventi sul mercato del lavoro e sul sistema pensionistico), sono tutti sostenuti da “larghe intese” che deprimono il pluralismo politico e il ruolo dell’opposizione. E non ultimo, godono tutti di un consenso mediatico altrettanto largo, che deprime il pluralismo dell’informazione e il ruolo della critica. Non sono dunque deviazioni parentetiche dalla normalità democratica: ne costituiscono piuttosto una sequenza coerente di destabilizzazione e minaccia. 

Non priva tuttavia di contraddizioni esplosive e implosive. La prima delle quali attiene al rapporto fra tecnocrazia e populismo, due soluzioni apparentemente opposte alla crisi della democrazia rappresentativa che però convergono nell’attaccarla e si alimentano a vicenda, se è vero che al governo Ciampi ha fatto seguito l’exploit populista di Berlusconi e della Lega di Bossi così come al governo Monti ha fatto seguito quello del Movimento 5 stelle e della Lega di Salvini. Ma che succede se, com’è accaduto con il governo Draghi, un esecutivo tecnocratico viene sostenuto anche da quelle stesse formazioni populiste che della lotta alla tecnocrazia avevano fatto una loro bandiera? È possibile che le due soluzioni tornino quanto prima a divergere, e che una nuova ondata populista covi sotto l’apparente quieto vivere dell’unità nazionale. Oppure che la soluzione tecnocratica riesca a tagliare le ali al populismo, ma al prezzo troppo salato di un astensionismo fuori controllo, sintomo parlante di una disaffezione democratica priva di qualsiasi forma di rappresentazione e di rappresentanza. 

La seconda contraddizione è interna all’ideologia della competenza. Perché uno degli effetti della pandemia, tutt’altro che secondario, è l’irruzione imprevista sulla scena pubblica del sapere medico-scientifico, il quale ha le sue ragioni che la ragione economica non conosce. Certo, Mario Draghi sta lì precisamente per portarle a coincidenza, col mandato di salvarci contemporaneamente dal covid e dal collasso economico. Senonché nulla, ma proprio nulla, garantisce che questa coincidenza sia davvero possibile o possa durare a lungo. Disgraziatamente, per ora sembra esserne consapevole solo il Sars-Cov19, che continua, mutando, a lanciare la sua sfida mortifera a un sistema economico disposto a tutto pur di sopravvivere. 

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