Quando il troppo storpia

Pubblicato su centrostudiriformastato.it il 2 ottobre 2021

Non c’è affatto bisogno di aspettare le motivazioni della sentenza contro Mimmo Lucano per denunciarne l’intenzione persecutoria. Le motivazioni le leggeremo, per il gusto di verificare se tanto rigore legalitario – o tanto “settarismo giudiziario”, come l’ha definito Luigi Ferrajoli – il tribunale di Locri lo applichi tale e quale e con pari acribia a chi per davvero, su quel territorio in specie, di illegalità vive e prospera. Ma per l’intenzione persecutoria basta la tempistica, un intervento a gamba tesa a 72 ore dalle elezioni regionali in cui Lucano è un candidato di punta della coalizione civica guidata da Luigi De Magistris nonché il simbolo vivente di “un’altra Calabria possibile”, come recita il nome della sua lista. È strano come tanti garantisti à la carte, che per decenni hanno ululato contro la “giustizia a orologeria” rea di colpire al momento giusto questo o quel potente di turno, oggi non alzino neanche un sopracciglio contro questa evidente, e nient’affatto obbligata, ingerenza del tribunale di Locri nella dinamica elettorale. A chi dovrebbe giovare tanto zelo, se non agli spiriti animali della destra targata Spirlì, felici che la mannaia della giustizia si sia finalmente abbattuta sul modello Riace? O forse ha di nuovo ragione Lucano: si trattava di placare l’invidia che lo assediava per la sua popolarità, per le classifiche di Fortune, per il film di Wenders e per la fiction (mai trasmessa) della Rai. Era troppo, per un territorio abituato più a identificarsi nella comune disgrazia che a gioire per un progetto riuscito.

Ma è troppo anche questa sentenza, e si sa che il troppo storpia. Sì che non è da escludere che l’intervento a gamba tesa finisca con l’avere sulla dinamica elettorale un effetto-boomerang. La solidarietà che a Mimmo Lucano sta arrivando da ogni dove potrebbe dare i suoi frutti anche in termini elettorali. Non solo. Che la legalità formale non coincida con la giustizia ma possa perfino ostacolarla i calabresi lo sanno benissimo dalla loro storia, come sanno benissimo che è sospetta quella legalità che si esercita sui più deboli e chiude un occhio sui più forti: sono, peraltro, due tasti su cui De Magistris, che in Calabria prima di essere candidato è stato magistrato, ha insistito frequentemente nella sua campagna elettorale. E alla fine è un bene, in una regione costantemente rappresentata come una sorta di far west dove si gioca solo a guardie e ladri, che le contraddizioni in seno alla giustizia emergano così eclatantemente (nonché quelle in seno alla magistratura: caso vuole che proprio in questi giorni si tenga a Reggio Calabria un convegno nazionale di Magistratura democratica sull’accoglienza dei migranti significativamente intitolato “Un mare di vergogna“, che va nella direzione opposta a quella della sentenza del tribunale di Locri).

Il colpo di scena giudiziario della vigilia potrebbe mettere, dunque, qualche puntino sospensivo sul voto di domenica. Che prevalga il tandem Occhiuto (Forza Italia, candidato alla presidenza) e Spirlì (Lega, suo promesso vice) sembrerebbe scontato, in una competizione – a turno unico, dove vince chi prende un voto in più degli altri – in cui il centrodestra ha fatto di tutto per compattarsi sulla voglia di vincere e gli altri hanno fatto di tutto per dividersi grazie alla voglia di perdere del Pd, regista impareggiabile della gestione rovinosa di una partita politica che avrebbe potuto avere tutt’altro andamento. Ma di scontato, si sa, in politica non c’è quasi niente.

Riavvolgiamo rapidamente il nastro dei fatti. La Calabria torna alle urne dopo soli venti mesi dalle regionali del gennaio 2020, quando Jole Santelli, candidata berlusconiana del centrodestra, vinse con il 55% del 44% dell’elettorato. L’astensione fu la risposta dell’elettorato di centrosinistra a un’offerta politica insensata e inconsistente: mollato il governatore uscente, Mario Oliverio, senza alcuna motivazione esplicita e con quella implicita del suo coinvolgimento in alcune inchieste giudiziarie (dalle quali Oliverio è stato nel frattempo scagionato), il Pd si era affidato alla candidatura “civica” dell’imprenditore antimafia Pippo Callipo, con trascorsi politici trasversali e senza capacità di mobilitazione e trascinamento. Dopo la morte prematura di Santelli, intervenuta nell’ottobre successivo, c’erano tutte le condizioni perché il centrosinistra facesse tesoro della precedente batosta e si ristrutturasse attorno a una candidatura unitaria e credibile. La Regione era rimasta nelle mani di un personaggio improbabile come Spirlì, leghista di scuola Mediaset prescelto da Santelli e noto ai più per la sua imitazione firmata Crozza. La pandemia aveva portato agli onori della cronaca la situazione drammatica della sanità regionale commissariata da più di dieci anni, e l’aveva ulteriormente esacerbata con la vicenda tragicomica della sequenza di nomine declinate o impallinate seguita al dimissionamento per incompetenza dell’allora commissario Cotticelli e finita con il conferimento dell’incarico a un poliziotto come l’attuale commissario Guido Longo, ennesima dimostrazione che ai problemi della Calabria si pensa solo in termini criminali e repressivi. I calabresi erano stufi di sentirsi trattare, sulla salute come su tutti gli altri diritti fondamentali, come cittadini di serie B, l’elettorato progressista era saturo di umiliazioni, e la sinistra diffusa, che da gran tempo non si riconosce più in quella ufficiale ma opera attivamente sul territorio nell’associazionismo e nell’imprenditoria sociale, domandava a gran voce uno scatto politico unitario.

Si deve al Pd, e solo al Pd, se quella domanda non è stata raccolta. Ufficialmente protrattisi fino allo scorso giugno, i giochi in realtà si sono chiusi fra dicembre e gennaio, quando il Pd ha rifiutato di convergere su una candidatura di coalizione (fra i nomi possibili all’epoca quello di Anna Falcone, diventata nel frattempo una colonna portante della coalizione di De Magistris) per arroccarsi sulla conditio sine qua non, perdente in partenza, di un candidato di partito (all’epoca Nicola Irto, poi costretto a ritirarsi dalle faide interne al suo stesso partito). La determinazione con cui a febbraio è sceso in campo De Magistris ha rotto lo schema di gioco di un bipolarismo consociativo, in cui al “principale partito del centrosinistra”, che in Calabria è ridotto a percentuali preoccupanti ma non per questo abbassa la cresta, interessa più mantenere qualche postazione minore che puntare effettivamente al governo della Regione. Del resto, mentre De Magistris cominciava molto per tempo a battere la Calabria in lungo e in largo, il Pd aveva sempre qualcosa di più urgente a cui pensare che non la riconquista dell’unica regione in palio in queste amministrative: prima la crisi di governo, poi lo stato dell’alleanza con i 5 Stelle, poi il cambio della guardia fra Zingaretti e Letta. Riaperto da Conte dopo il suo insediamento alla guida dei 5S, per il centrosinistra il capitolo Calabria era di fatto già chiuso e dato per perso.

Il resto è cronaca di un casting elettorale privo di sostanza politica e approdato infine a metà luglio – dopo la designazione e il ritiro per problemi giudiziari familiari di un’imprenditrice, Maria Antonietta Ventura, individuata da Conte e Boccia ma ignota ai più – alla candidatura di Amalia Bruni, neurologa di valore nota per le sue ricerche sull’Alzheimer e direttrice del centro di neurogenetica di Lamezia Terme: un sigillo di garanzia – ma privo di esperienza politica – sul problema della sanità, salvo che sentire Conte, Letta e Zingaretti invocare a suo sostegno la fine del commissariamento della sanità regionale fa ridere o piangere, vedete voi, dati i trascorsi del governo Conte 2 nella summenzionata vicenda dei commissari spediti uno dopo l’altro in Calabria solo un anno fa senza che nessuno ne mettesse in forse la funzione. E la storia non finisce qui, perché la prova d’insipienza politica e di feudalizzazione interna del Pd è stata tale da indurre l’ex governatore Mario Oliviero a candidarsi a sua volta a presidente da indipendente, fuori e contro il suo partito: non per ripicca ma per riaprire una prospettiva politica a sinistra, dice lui, e come dargli torto? Il Pd che c’è di prospettive ne ha una sola: perdere e far perdere tutto ciò che a sinistra avrebbe possibilità di vincere, o quantomeno di vivere.

Che lo si voglia o no, quella della coalizione civica di De Magistris è la carta più interessante e promettente di questa partita, non a caso sostenuta anche da un fronte di intellettuali da tempo in stato di latenza. Le sei liste che la compongono non hanno i pacchetti di voti garantiti delle sette che sostengono rispettivamente Occhiuto e Bruni ma raccolgono il meglio dell’attivismo di una sinistra sociale non più disposta a restare ai margini, che insieme con il sindaco di Napoli ha fatto una campagna elettorale capillare sul territorio, dai borghi più negletti alle realtà più innovative, puntando sugli incontri ravvicinati, sul risveglio della partecipazione politica e sulla ri-motivazione al voto. Gravano su De Magistris antichi sospetti di populismo e di giustizialismo, ma la sua battaglia contro il consociativismo fra il centrodestra e il centrosinistra squalificati che si sono fin qui alternati alla guida della Regione è sacrosanta, mentre i toni del giovane magistrato d’assalto di venti anni fa sono oggi temperati dall’esperienza istituzionale napoletana ed europea. Una base di competenza necessaria per guidare una regione che sulla partita del Pnrr si gioca, come Anna Falcone non si stanca di ripetere, l’inserimento nei o l’emarginazione definitiva dai circuiti nazionali e continentali della decisione e della spesa. E che soprattutto, se verrà riaffidata alla destra peggiore che si sia mai vista, avrà bisogno della funzione di controllo di un’opposizione degna. La gara per il secondo posto, stavolta, è decisiva quanto quella per il primo.

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