La campana di Riace

(pubblicato su Internazionale il 2 ottobre 2019)

In un paese come l’Italia in cui un partito al governo può restituire cinquanta milioni di maltolto alle casse pubbliche in ottanta comode rate, in una regione come la Calabria che non smette di essere massacrata da pratiche amministrative criminali di ogni genere, accade che il sindaco di un piccolo paese diventato in mezzo mondo simbolo dell’accoglienza ai migranti venga arrestato per aver aiutato una nigeriana senza permesso di soggiorno a sposarsi con un residente in modo da non essere rispedita a casa, e per aver agevolato due cooperative nell’assegnazione della raccolta dei rifiuti in modo da impiegare i migranti in questo lavoro utile a tutta la comunità. Dopodiché accade anche, prevedibilmente, che il ministro degli interni, che al momento del proprio insediamento a quel sindaco aveva esplicitamente dichiarato guerra, gongoli con un tweet contro “i buonisti che vorrebbero riempire l’Italia di immigrati”; e un po’ – solo un po’ – meno prevedibilmente che il suo sottosegretario rivendichi sul “blog delle stelle” di avere azzerato il 5 agosto scorso i finanziamenti a favore di quel sindaco, iscrivendolo d’ufficio al “business dell’immigrazione” e al “sistema criminale” che secondo lui ne beneficia: a definitiva smentita di quanti vogliono ancora sperare in una tensione fra le politiche sovraniste e razziste della Lega e quelle sovraniste e populiste dei 5 Stelle. Accade infine – ma a questo siamo abituati – che si formi d’incanto, sui social e in tv, un partito di fan dello stato di diritto e delle procure, che dello stato di diritto e delle procure se ne infischiano quando a violare la legge in modo ben più eclatante è lo stesso ministro degli interni di cui sopra, vedasi il caso della nave Diciotti e non solo.

Mimmo Lucano non è solo. Per tutta l’estate, a finanziamenti tagliati e con l’inchiesta della procura di Locri già in corso da mesi, a Riace si sono avvicendati, con l’intera galassia italiana dell’accoglienza, sindaci (Ada Colau e Luigi De Magistris in primis), intellettuali e artisti (Saviano e molti altri), il presidente (Pd) della giunta regionale, e una interminabile processione di singoli e gruppi venuti da tutta la regione, da tutt’Italia e da mezza Europa per esprimere solidarietà a Lucano e resistenza a un governo nel frattempo solertemente impegnato a chiudere i porti. Abbiamo fatto dibattiti e feste in piazza, raccolto fondi, discusso della situazione. Sapevamo perfettamente che se l’inchiesta era in cerca di illegalità le avrebbe trovate: Lucano non ha mai negato, e rivendica nelle intercettazioni incriminate, di aver inventato degli espedienti per aggirare le maglie strette di una legislazione (Bossi-Fini e non solo) fatta apposta non per agevolare ma per impedire l’accoglienza. E rivendica di averlo fatto perché – come dargli torto? – la giustizia non sempre coincide con la legalità, e in questi casi bisogna stare dalla parte della giustizia. Si chiama disobbedienza civile, ed è veramente sorprendente sentir dire, in queste ore, che essa si attaglierebbe ai privati cittadini ma giammai a un pubblico ufficiale quale è un sindaco.

Quanto al piano della legalità, e fatta salva la presunzione di innocenza dalla quale evidentemente ministri e sottosegretari prescindono allegramente, l’inchiesta farà il suo corso, e peraltro si annuncia controversa: per una procura che rivendica le sue accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e agita le prove in suo possesso, c’è un Gip che invece riscontra superficialità e malcostume nella gestione dei fondi Sprar ma non convalida le ipotesi di reato della procura. Staremo a vedere. Ma non con le mani in mano: la posta in gioco è più alta di quella giudiziaria. Perché se è vero che l’inchiesta contro Mimmo Lucano è partita sotto il governo Gentiloni, è altrettanto vero che adesso rischia di chiudere il cerchio della strategia sovranista e razzista del governo gialloverde, in entrambe le sue componenti. Cominciata – di nuovo sotto il governo Gentiloni, ma ad opera dei 5Stelle allora all’opposizione – con la criminalizzazione delle Ong nel Mediterraneo e proseguita con l’accanimento giurato, dal ministro degli interni in persona, contro l’esperimento Riace.

Questa strategia domanda e comanda disobbedienza civile. Non riguarda “gli altri”, i migranti e le migranti. Riguarda noi. Non solo i nostri valori, ma le nostre vite. Quando si apre una falla, l’acqua dilaga ovunque. Sta già dilagando: sulle case occupate dai senza tetto, sui centri sociali, sui centri delle donne, sul libero associazionismo che tiene ancora in vita un paese cadaverico. E’ il lato oscuro, disciplinante, razzista e autoritario, del “governo del popolo” e dei suoi proclami sull’abolizione della povertà. La campana suona a Riace, ma suona per tutti.

 

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Sinistra senza bussola

(Pubblicato su Huffington Post l’1 luglio 2018)

L’intervista di Nicola Zingaretti sul Corsera riapre con alcuni passaggi promettenti un dibattito nel Pd cominciato tanto male da far rimpiangere il lungo e disperante silenzio post-elettorale. Per Veltroni sta succedendo qualcosa che la sinistra non vuole vedere: forse lui ha gli occhiali giusti, ma non li tira fuori. Per Prodi ci vuole un pensiero nuovo: quanto ad articolarlo, ci pensi qualche altro. Calenda invece ce l’ha e siccome il medium è il messaggio lo affida al Foglio: il Pd va sciolto in un fronte repubblicano contro il populismo, basato – come il populismo – sul “diritto alla paura”. Non va meglio, fin qui, dalle parti di LeU: si va dall’appello al coraggio di Grasso all’invito a ricominciare a parlare di capitalismo (ma intanto nessuno comincia) all’inseguimento “da sinistra” del sovranismo (senza stato-nazione niente diritti). Questa non è un’analisi della sconfitta, è il balbettio di una sinistra che ha perso non solo il suo popolo ma anche le coordinate dell’epoca e il linguaggio per abitarla.

Alessandro De Angelis ha giustamente fatto presente pochi giorni fa che si dovrebbe ripartire quantomeno dal monito gramsciano a cogliere il nucleo di verità contenuto nelle tesi dell’avversario, per strapparglielo declinandolo diversamente. Purtroppo però il succitato dibattito tende a confondere quel nucleo con un suo effetto – la paura – e con la ricetta che la destra propone per placarla – il sovranismo – , e senza neanche declinarli tanto diversamente. Ma il nucleo vero sta altrove, e pochi sono disposti a farci i conti anche se l’avversario lo mette sul tavolo senza tanti complimenti.

Prendiamo l’intervista a Alexander Dugin pubblicata di recente dall’Huffington Post. Che Dugin sia o meno “il Rasputin di Putin”, come il titolo recitava, quello che va predicando è indicativo dello spirito del tempo che aleggia nella rete internazionale di nazional-populismi cui Salvini si iscrive esplicitamente con l’obiettivo di far crollare “il muro di Bruxelles”. In buona sostanza, l’ideologo russo della “Quarta Teoria Politica” sostiene tre cose. La prima: il Novecento è finito e per uscirne davvero bisogna seppellire le sue tre principali ideologie e relative prassi storiche, comunismo, fascismo, liberalismo. All’uopo, il nostro contrappone alla sintesi “fra marxismo culturale di sinistra e dottrine economiche liberiste di destra” , a suo giudizio egemone nell’ultimo trentennio, la sintesi “fra teoria economico-sociale di sinistra e valori tradizionalisti di destra”.

La seconda: dopo il crollo dell’Urss e la fine della guerra fredda, la Russia ha continuato a essere oggetto di indebite pressioni e ostracismi da parte dell’Occidente ed è ora che ritrovi la sua “degna collocazione” nel mondo, puntando su una “unione euroasiatica” fondata sulla sovranità dei popoli (non è chiaro se identificati su base nazionale, regionale o etnica). La terza: i populismi che proliferano negli Usa (Trump), in Europa (Alternative fuer Deutschland, Marine Le Pen e secondo Dugin anche Melanchon) e soprattutto nel “laboratorio d’avanguardia” italiano, sono già la realizzazione della QTP: né di destra né di sinistra, esprimono la reazione del popolo contro le élite liberali, una reazione che mescola richieste di giustizia sociale e valori conservatori e alla quale è vano contrapporre bandiere sia antifasciste (da sinistra) sia anticomuniste (da destra).

E’ chiaro che a questo discorso si possono fare molte pulci (sulle sue radici ben piantate nell’evoluzione della Nuova Destra dagli anni 80 in poi, altro che né di destra né di sinistra; sulla riduzione caricaturale non del liberalismo, come sostiene Dugin, ma del neo-liberalismo, che è tutt’altra storia, a “sintesi del marxismo culturale e del liberismo economico”; sulla concezione arcaica e identitaria del popolo). Noi però non stiamo qui a fare le pulci al filosofo, bensì ma a valutare gli effetti dell’ideologo. Il quale condensa una vulgata che sta diventando di senso comune anche qui in Italia, e purtroppo non solo a destra.

L’idea, ad esempio, che il – necessario – rilancio dei diritti sociali sia compatibile con valori conservatori e pulsioni suprematiste e razziste (tradotto: che Salvini stia effettivamente difendendo le ragioni popolari, e che in nome di questo si possa chiudere un occhio sulla sua xenofobia securitaria e fascistoide) è tutt’altro che assente nell’elettorato che da sinistra vira a destra, nonché in alcuni intellettuali di ascendenza comunista. L’idea che dal dominio incontrastato del mercato nella globalizzazione non si esca senza un ripristino della sovranità nazionale (e che dunque prima gli italiani, e quanto ai migranti si vedrà) è un’idea che circola non solo a destra ma anche a sinistra, in risposta al mito di una sovranazionalità europea rivelatasi subalterna alla moneta e allo spread. E si potrebbe continuare.

Non c’è modo di ritrovare una bussola né alcuna discriminante di campo senza affrontare il cuore del problema. Che è un’interpretazione di quello che è avvenuto nel mondo, sul piano geopolitico, economico e ideologico, dall’89 in poi, alternativa alla versione che ne danno i vari Dugin, Bannon, Fusaro, Salvini e altri esemplari in circolazione. Il che significa, per la sinistra che fu di governo, riconoscere il famoso nucleo di verità delle tesi dell’avversario: ammettere cioè che la fede cieca in una supposta spontaneità progressista della globalizzazione, la dismissione di qualunque critica del capitalismo e l’interiorizzazione della razionalità neoliberale sono state, per la sinistra post-89, catastrofiche. Dove per globalizzazione non si intende solo l’unificazione dei mercati e la moltiplicazione delle disuguaglianze, ma anche un nuovo assetto multipolare del mondo in cui Russia, Cina e altre potenze presentano ora il conto all’Occidente in declino. E per neoliberalismo non si intende l’intreccio caricaturale di liberismo economico e politically correct che Dugin rimprovera, come tutti i media di destra, alla sinistra “radical chic”, bensì una forma di razionalità che ha piegato alla logica del mercato e della concorrenza anche l’intero edificio democratico, dalle istituzioni, nazionali ed europee, al cittadino, divenuto uno strano soggetto bifronte che da un lato rivendica le “sue” libertà e i “suoi” diritti, dall’altro invoca politiche securitarie per tutelarli contro gli invasori, o i capri espiatori, esterni. Sì che è vano invocare l’ortodossia liberaldemocratica o i fronti repubblicani contro il populismo sorvolando sulle sfigurazioni della democrazia neoliberale e della sua base antropologica che al populismo hanno aperto la strada.

La febbre populista non è un antidoto al neoliberalismo, come i suoi ideologi e i suoi leader ci vogliono far credere: ne è la diretta conseguenza, che ne configura un’uscita da destra basata sul binomio diritti sociali (per pochi)-valori tradizionali (per tutti), sulla protesi neo-sovranista di stati in declino, su popoli costruiti su base nazionalista e razziale. Spetta alla sinistra delineare un’altra uscita, sulla base di un’altra interpretazione, autocritica, dell’egemonia neoliberale, e di un’altra terapia politica.

Le disuguaglianze non si combattono agitando i diritti dei “nostri” forgotten a spese degli altri dannati della terra, ma unendo le lotte degli sfruttati nella prospettiva internazionalista propria della tradizione marxista. Le paure non si vincono riconoscendo il diritto di esserne preda, ma smontandone la radice quasi sempre fantasmatica e ammettendo che un tasso di rischio è inevitabile nelle società aperte, ed eliminabile solo in quelle autoritarie. Il declino dello stato-nazione non si corregge con maschere neo-sovraniste e neo-nazionaliste, ma con politiche e istituzioni dell’interdipendenza, europea e globale. Il popolo non si mobilita simulandone una compattezza basata in realtà sul rancore di tutti contro tutti, ma riconoscendone le fratture di classe, di genere e di razza e allineandole in postazioni antagoniste non all’establishment, ma a quello che un tempo avremmo chiamato sistema.

Difficile, se non impossibile, che il Pd, o ciò che ne rimarrà al netto di ulteriori esodi macroniani, riesca ad assumere un ordine del discorso di questo tipo, che pure non è assente dalla proposta delineata da Zingaretti. Ma la sinistra italiana è più larga del Pd e non è destinata a seguirne le sorti. E se ci riesce una ventisettenne del South Bronx non si vede perché non provarci anche qui.

 

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L’Europa davanti al laboratorio italiano

(Pubblicato su Ara il 14 giugno 2018)

L’ombra di Soumaila Sacko, il bracciante maliano del campo calabrese di San Ferdinando fucilato per strada pochi giorni fa per sospetto furto di una lamiera, e quella delle navi di migranti che vagano nel Mediterraneo senza poter attraccare nei porti chiusi dal ministro dell’Interno, incombono sul nuovo governo italiano mostrando le falle del suo populismo e della sua rappresentazione del popolo. “Se populismo è l’attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente, se antisistema significa introdurre un nuovo sistema che rimuova vecchi privilegi, ebbene, le forze che compongono questo governo meritano queste definizioni”, ha detto al suo esordio in parlamento il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, rivendicando la natura del sodalizio fra Lega e Movimento 5 Stelle. Si sa che l’Italia è da sempre un laboratorio politico d’avanguardia, capace di inventare, nel bene e nel male, formule politiche inedite e destinate a contagiare le altre democrazie occidentali. Sarà così anche stavolta? Se il populismo è ascolto del popolo, com’è fatto il popolo italiano che questo governo vuole rappresentare? L’ultima alchimia del laboratorio italiano romperà l’equilibrio precario della Ue o si dissolverà nell’impatto con le ferree regole di Bruxelles?

Figlio legittimo del terremoto elettorale del 4 marzo, il “contratto di governo” siglato dalla Lega e dal M5S nasce dalla pretesa paradossale di unire, sotto la bandiera del rilancio della sovranità nazionale, un “popolo” contrassegnato precisamente dalla tara più antica e strutturale della nazione italiana, lo scarto fra il Nord e il Sud del Paese. La divaricazione fra l’elettorato settentrionale leghista e l’elettorato meridionale dei 5 Stelle si riflette nella contraddizione stridente di un programma di governo che promette contemporaneamente la flat tax agli imprenditori del Nord e il reddito garantito ai forgotten del Sud, due misure di politica economica incompatibili fra loro e con i vincoli europei. Ma questa divaricazione economica e sociale trova la sua ricomposizione politica nelle altre parole d’ordine del programma: barriere contro i migranti, sgombero dei campi Rom, via libera alla legittima difesa armata contro i ladri, uso di spie contro i corrotti, più carcere e meno pene alternative al carcere, salda difesa della famiglia tradizionale (“le famiglie gay non esistono”, parola del nuovo ministro competente). Una mirabile sintesi dell’ideologia di destra della Lega, mal compensata dall’accento “né di destra né di sinistra” dei 5 Stelle sul ripristino dei diritti sociali mortificati da trent’anni di politiche neoliberali bipartisan.

Quello che dal “contratto di governo” traspare è dunque una visione del “popolo” tutta basata sul rapporto fra deprivati e profittatori, vittime e colpevoli, indigeni proprietari (di ricchezza e di diritti) e stranieri espropriatori, e fra paura e sicurezza, rancore e risarcimento, come se il legame sociale non conoscesse altro registro sentimentale che questo. Per capire come questo immaginario semplificatorio e cupo abbia sfondato in un paese che pure ha conosciuto ben altre stagioni di felicità pubblica occorre fare qualche passo indietro. Il governo populista di Salvini e Di Maio infatti non arriva per caso: corona un lungo trentennio che ha visto susseguirsi sulla scena italiana il populismo etnico e securitario della Lega, il populismo telecratico e “sensoriale” di Berlusconi, il populismo digitale del Movimento Cinque Stelle, il populismo di governo di Matteo Renzi. Esperimenti diversi l’uno dall’altro, ma accomunati dall’appello diretto alle virtù di un “popolo” immaginario contro i vizi delle élite, dalla denigrazione delle istituzioni rappresentative e dei sindacati, dall’appannamento della distinzione fra destra e sinistra, dall’oscillazione fra illegalità e giustizialismo, da retoriche demagogiche e prive di riscontro nelle politiche reali. A fare la differenza fra il primo ciclo populista che si apre all’inizio degli anni 90 (quello della Lega Nord e di Berlusconi), e il secondo che si apre dopo il 2011 (quello del M5S e della Lega trasformata in forza nazionale e nazionalista da Salvini ) sono la crisi economica, la politica dell’austerity imposta dall’Unione europea per fronteggiarla, e il quadro geopolitico. Il nemico del popolo diventa l’establishment di Bruxelles, e gli alleati virtuali diventano Trump, Putin, il blocco di Visegrád, i partiti di Farage e di Marine Le Pen. Il tutto mentre il centrosinistra italiano, erede immeritevole di quella che fino agli anni 80 era stata la più forte sinistra dell’Occidente, si riduceva di anno in anno a mero esecutore “moderato” delle politiche neoliberali.

Con ogni probabilità sarà dunque il rapporto con l’Unione europea a decidere il destino del nuovo governo italiano. Il quale infatti sta già giocando su questo tavolo la sua partita più azzardata: dichiarando guerra a Bruxelles sui migranti e tentando di accreditarsi al G7 come alleato privilegiato di Trump e come “ponte” con la Russia di Putin. Un azzardo tutto politico, perché i populisti italiani sanno bene che sul piano economico la Ue e la Bce li tengono al guinzaglio manovrando lo spread secondo il tasso di adeguamento del nuovo governo alla disciplina del debito.

L’esito della partita dipenderà in larga misura dalla risposta politica dell’Europa, largamente responsabile, con le sue ottuse rigidità neoliberali, della fortuna dei populismi in Italia e altrove. Se questa ottusità perdurerà, il laboratorio italiano diventerà il laboratorio del disfacimento europeo. Se l’Europa capirà finalmente che il neoliberalismo non è il suo destino, ma un orientamento politico ed economico che può e deve essere abbandonato, il populismo del nuovo governo italiano mostrerà presto, come quelli precedenti, le sue contraddizioni e le sue false promesse. Ma perché l’Europa cambi rotta ci vorrebbe una sinistra europea in grado di fargliela cambiare, e per ora la sinistra italiana non pare affatto in grado di contribuire a questo compito storico.

Il fantasmi di Soumaila Sacko e quello dei migranti che vagano e muoiono nel Mediterraneo ci ricordano intanto che il popolo è lacerato da contraddizioni di classe e di razza che il populismo non vede, che nel mondo globalizzato siamo tutti interdipendenti e vulnerabili, e che la sovranità nazionale è solo un ingannevole mito di ritorno per chi ha paura del presente e del futuro.

 

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88 giorni

(Pubblicato su Internazionale.it l’1 giugno 2018)

Alla fine ci abbiamo messo la metà del tempo della Germania, e senza elezioni a ripetizione come in Spagna. Il governo concepito nelle urne il 4 marzo ha avuto una gestazione lunga 88 giorni e a dir poco rocambolesca, ma alla fine assomiglia al voto da cui nasce e di questo deve prendere positivamente atto anche chi di quel voto non è contento affatto. La gestazione rocambolesca ha rischiato di mandare in default l’istituzione più alta della repubblica, nonché l’unica a essere fin qui sopravvissuta alla crisi di legittimazione di tutte le istituzioni repubblicane, ma alla fine e in qualche modo Sergio Mattarella ha vinto: governo politico (anche se infarcito di tecnici nei ruoli più importanti, a cominciare dal presidente del consiglio), composto dai vincitori delle elezioni (anche se uniti non da una solida alleanza ma da un sospettoso, e sospetto, contratto), senza presenze troppo inquietanti per l’Unione europea e i famigerati mercati (il caso Savona si chiude con un compromesso di facciata, ma accettabile per tutti).

L’antica sapienza democristiana della prima repubblica ha avuto la meglio sulle intemperanze dei due capopopolo che si vorrebbero levatori della terza? Sì e no. Sull’operato di Mattarella, sulla sua gestione del fattore-tempo, sulla sua tolleranza per gli strappi alle forme e alle procedure, sulle sue rigidità (il discutibile veto su Savona) e le sue condiscendenze (l’ancor più discutibile incarico a Conte) si discuterà ancora a lungo. Ma è lecito pensare che nel piegare Di Maio e Salvini alla disciplina della formazione del governo il cinismo dei mercati e di chi li muove, Bce compresa, abbia pesato almeno quanto la suddetta sapienza e pazienza del capo dello stato. Tre giorni di impennata dello spread devono aver convinto Di Maio e Salvini che altri due mesi passati a gridare all’impeachment e ad arringare le piazze avrebbero avuto sui loro elettorati la forza devastante di un’atomica.

E qui finisce il brindisi per il lieto evento, perché né la laboriosità del parto né le fattezze della creatura promettono alcunché di buono per il futuro. Del presidente del consiglio non sappiamo che cosa pensi dell’Italia, dell’Europa e del mondo. Luigi Di Maio può intestarsi la mossa finale che ha vinto le resistenze di Salvini, ma solo dopo aver ingoiato a sua volta tutte le condizioni del suo alleato, che non solo si insedia al Viminale con intenzioni fieramente razziste ma incassa ministeri chiave per l’egemonia sul senso comune quali l’istruzione (Bussetti) e la famiglia (Fontana, militante pro-vita ed eteronormativo sfegatato. A proposito, il tanto apprezzato Giorgetti, sottosegretario in pectore alla presidenza del consiglio, fu a suo tempo il principale estensore della legge 40 contro la procreazione assistita). Sulla giustizia (Bonafede, M5s) il “contratto di governo” si segnala per essere il più forcaiolo della storia della repubblica. Sulla politica industriale, e in generale sull’idea di sviluppo del paese, il più omissivo. Sui rapporti con la Ue, come s’è visto nell’ultima tumultuosa settimana, il più opaco. Sulla politica estera il più pericolosamente ambiguo. E siccome il mondo ci mette sempre lo zampino, per ironia della storia la prima gatta da pelare del governo del “prima gli italiani” sarà la guerra dei dazi contro l’Europa dell’alfiere di America first: contraddizioni in seno al sovranismo.

Restano sul campo i morti, i feriti e gli effetti collaterali di questi 88 giorni. Gli sconfitti del 4 marzo, ovvero il centrosinistra a trazione renziana e il centrodestra a trazione berlusconiana, ne escono entrambi ma diversamente triturati. Il centrodestra perde la maschera del preteso moderatismo berlusconiano, si radicalizza sotto la guida di Salvini (nonché di Meloni) ma mantiene e rafforza la sua pretesa egemonica sulla società e sullo scacchiere politico. Il centrosinistra e la sinistra, al contrario, si ritrovano ben avviati sul viale della marginalità, per giunta silenziosa e priva di guizzi reattivi. Che se la siano cercata e meritata non è di nessuna consolazione, la situazione attuale essendo la dimostrazione che senza sinistra in questo paese vacilla l’intera impalcatura democratica.

Gli effetti collaterali non sono meno rilevanti. L’odiosa formula del “contratto di governo” segnala un processo preoccupante di privatizzazione della politica che si cristallizza nel linguaggio (para)giuridico. La scomposta spericolatezza dei principali protagonisti di questa lunga crisi nel rapporto con il Quirinale accentua una crisi di autorità della politica e delle istituzioni che sembra ormai priva di anticorpi nei leader delle nuove generazioni, e che il sempre più frequente ricorso alle “competenze” e ai “tecnici” copre malamente. Infine ma non ultimo, il rapporto fra politica e comunicazione ha subìto un’ulteriore torsione: mai la formazione di un governo era stata così spettacolarizzata, con un assedio così pervasivo della scena e del retroscena e un accavallarsi così rapido dei fatti e delle reazioni, in tv e in rete: una saturazione dell’informazione e della comunicazione che fa tabula rasa dei tempi e dei riti residui della decisione e della riflessività politica.

Ma che accelera inevitabilmente, e positivamente, anche tutte le contraddizioni in campo. L’opposizione – politica e giornalistica – all’establishment, ora che è al potere, dovrà trovare nuove, e si spera più pacate e razionali, strategie narrative di autolegittimazione. Il populismo di governo dovrà fare i conti con i limiti che il populismo d’opposizione ignora. La questione europea, fin qui inchiodata fra l’ottusità della governance comunitaria da un lato e le falene regressive del sovranismo dall’altro, dovrà dispiegarsi, da qui alle elezioni del 2019, in tutta la sua gigantesca portata. Se Bruxelles, Francoforte e Berlino dovessero finalmente realizzare che la gabbia soffocante dei parametri, della moneta e delle direttive calate dall’alto rischia di partorire solo mostriciattoli, il laboratorio italiano anche stavolta non avrà funzionato invano.

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“Loro” e noi

(Pubblicato su Internazionale.it il 24 aprile 2018)

Loro, l’atteso – ma sgradito a Cannes – film di Paolo Sorrentino su Silvio Berlusconi e il suo sistema di potere, arriva nelle sale in uno dei tanti momenti topici che continuano a scandire l’interminabile vicenda politica del leader di Forza Italia: pochi giorni dopo la sentenza di Palermo che torna a stigmatizzarlo come interlocutore della trattativa stato-mafia nei primi anni novanta, e poche ore dopo il voto regionale del Molise che lo vede di nuovo vincitore, sia pur relativo, e gela almeno momentaneamente i tentativi del suo alleato leghista di detronizzarlo definitivamente dalla leadership del centrodestra. Un momento topico che rinnova il “mistero” del berlusconismo, della sua egemonia più che ventennale, della sua permanenza spettrale – e tuttavia non priva di capacità di manovra politica – in una stagione come quella attuale che parrebbe orientata a fare tabula rasa della cosiddetta seconda repubblica e dei suoi protagonisti.

Loro non aiuta a sciogliere questo mistero, da cui pure il regista sostiene, nelle note di regia che accompagnano l’uscita del film, di essere stato mosso: l’insistenza sui due tasti più battuti dell’antiberlusconismo – l’a-moralità dello stile di vita dell’uomo e l’illegalità acclarata del politico – non scioglie il nodo del perché Berlusconi abbia accumulato tanto consenso non malgrado, ma grazie a questi tratti, in una società che se n’è fatta largamente plasmare. L’equivoco, del resto, sta nel titolo, quel “loro” che allude – di nuovo! – a qualcosa, o qualcuno, di diverso e distante da un sottinteso “noi”, come se Berlusconi fosse un alieno precipitato sul nostro paese non si sa da dove né perché.

“Loro”, questo Sorrentino lo sa e lo rende benissimo, sono prima che un’etica un’estetica, che dalle televisioni Mediaset si allunga senza soluzione di continuità al corpo sociale. Trait-d’union fra le une e l’altro, e anche questa non è una novità, il corpo femminile, nudo, disponibile, prostituito, comprato e venduto, talvolta perfino ispezionato perché il sadismo fascista in Italia non dorme mai. Corpo-merce, ma soprattutto corpo-valuta (copyright Walter Siti): moneta di scambio tra uomini, piccoli imprenditori e piccoli politici in cerca di ascesa, che ne aumenta il valore sociale. Con una scelta felice, il film fa centro, più che sulla maschera di Berlusconi (Toni Servillo), su quella di Sergio Morra (Riccardo Scamarcio, bravissimo), al secolo Gianpaolo Tarantini, il procuratore di escort numero uno della corte del premier, che gliele portava in cambio di appalti. Un sistema di scambio drogato, metaforicamente e alla lettera, dove la polvere bianca è il carburante del sesso e del potere e senza polvere bianca entrambi si sgonfiano.

“Lui” invece, anche questo Sorrentino lo sa, è prima di tutto un oggetto d’investimento fantasmatico, una proiezione dell’arrivismo sociale, un oggetto del desiderio per chi non ha desideri, un dio (“loro” lo chiamano così) per i senza dio. Annunciato dalla sua icona – un tatuaggio sul fondoschiena di una delle ragazze di Tarantini – compare solo un’ora dopo, prima seminascosto sotto due asciugamani bianchi come l’accappatoio di Weinstein, poi nei suoi paramenti sardi, compreso un improbabile abito da odalisca perfetto per il narcisismo femminilizzato del personaggio. La maschera di Servillo funziona solo a metà: compendia efficacemente, in un dialogo con il nipote, la filosofia berlusconiana dell’a-legalità e dell’equivalenza tra vero e falso, ma restituisce un’immagine dell’uomo – “Mi interessava il racconto dell’uomo più che del politico”, scrive il regista – fin troppo misera per essere credibile: un marito inadempiente alle prese con un matrimonio traballante, un miliardario che si è fatto da solo (“Abbiamo già tutto”, gli dice Veronica quando lui le offre in dono la ventunesima villa, e lui le risponde “tutto non è mai abbastanza”) ma dopo aver assaggiato il potere politico piagnucola perché si annoia di stare all’opposizione e intanto butta l’occhio sulla barca carica di ragazze di Tarantini.

Sorrentino limita infatti l’arco temporale del film agli anni precedenti al ritorno di Berlusconi al governo nel 2008, con una forzatura rispetto al calendario degli eventi reali che si svolgono invece prima e dopo (tra il 2006 e il 2010, prima stagione degli “scandali sessuali” che si svolgono tra la Puglia di Tarantini e la residenza sarda di Berlusconi, cui seguirà una seconda stagione, quella del bunga-bunga di Arcore, di cui questo Loro 1, cui seguirà il 10 maggio Loro 2, non parla). La forzatura è legittima, se si sta alle intenzioni dichiarate del regista, che presenta il film come “un racconto di finzione, in costume, che narra di fatti verosimili o inventati”. Senonché i conti non tornano, e non solo perché, a onta delle cautele del regista, i riferimenti ai fatti sono in realtà molto realistici (del resto, la realtà berlusconiana avendo tutti i tratti di una fiction, sarebbe pressoché impossibile estrarne una fiction non realistica).

Ma soprattutto perché Loro taglia dal racconto dei fatti il momento e il modo della loro scoperta. Il momento, che risale al 2009, quando Berlusconi è di nuovo premier, l’uomo è inseparabile dal politico, le sue residenze private sono tutt’uno con le sue residenze ufficiali – ed è questo insostenibile connubio a rendere quei fatti politicamente significativi e non più trattabili come un semplice repertorio di antropologia decadente. Il modo, che si deve alle denunce femminili di quei fatti, il che rende l’universo femminile che ne è coinvolto non più rappresentabile come Sorrentino lo rappresenta. Nei fatti, non c’è una Veronica (Elena Sofia Ricci nel film) assediata e disorientata dall’appannamento della sua bellezza e del suo matrimonio; c’è una first lady che molla d’un colpo, pubblicamente e senza appello, il marito, il premier e la sua corte di ruffiani. E non ci sono solo “troie” (sic) identificate nel ruolo; ci sono, proprio all’interno del clan Tarantini, escort che dal ruolo si staccano e raccontano per filo e per segno all’opinione pubblica quello che avveniva nelle feste e nelle stanze del premier. Senza queste voci femminili, quei fatti sarebbero probabilmente rimasti segreti e impenetrabili anche alla telecamera di Sorrentino, e non c’è nessuna ragione artistica che legittimi la scelta di eliminarle: la loro cancellazione cancella anche il senso politico di quei fatti e l’impatto esplosivo della loro scoperta.

Si sa che c’è attesa e, dalle parti di Berlusconi, preoccupazione per l’impatto che il film di Sorrentino potrà avere sulla inesausta rincorsa dell’ex premier alla propria rilegittimazione politica. Ma salvo sorprese in Loro 2, l’impatto sarà impercettibile. Chi cerca una conferma del carattere ripugnante dell’etica e dell’estetica berlusconiana la troverà, corredata di pecore straniate, bisonti a piede libero, topi raccapriccianti e altre fantasiose creature che spuntano di tanto in tanto sulla scena. Chi in quell’etica e in quell’estetica si è più o meno consapevolmente identificato continuerà a essere captato dal godimento perverso di cui grondano. Su come e perché quell’etica e quell’estetica siano infine tramontate pur proiettando dietro di sé l’ombra lunga dei tramonti, abbiamo visto nel reality berlusconiano indizi più attendibili che nel film “tutto documentato, tutto arbitrario” di Sorrentino.

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C’è vita a sinistra oltre il destino neoliberale?

(Pubblicato su ItalianiEuropei marzo 2018)

1. Ho capito che le cose sarebbero potute andare come poi sono andate su un treno per la Sicilia, i primi di febbraio. Davanti a me chiacchieravano una donna pugliese trapiantata in Veneto e un uomo napoletano, entrambi, a occhio, attorno ai 40 anni. L’una spiegava perché avrebbe votato Lega: motivazioni d’antan, contro il Sud immobile e assistito (“lo dico da meridionale”), e motivazioni salviniane, “prima gli italiani poi i migranti”. L’altro spiegava perché avrebbe votato M5S: perché a Sud va tutto a rotoli, ed è ora di mandare tutti a casa. Non erano sorprendenti questi discorsi, in sé non nuovi, bensì la pacata complicità con cui si prendevano a braccetto, invece di fare scintille come spesso accade fra meridionali e settentrionali. Ho avuto in quel momento la sensazione precisa che il 4 marzo lo scontento del Nord e quello del Sud avrebbero potuto sommarsi senza contraddirsi, come in una sorta di blocco storico al servizio non della rivoluzione di gramsciana memoria ma più modestamente di un perentorio “basta così”.

La cartina dello stivale giallo-blu, o meglio giallo-verde, uscita dalle urne ha poi confermato quella sensazione. Ci sarebbero sotto quei colori, secondo la maggior parte delle interpretazioni, il solito Nord delle partite Iva che abbocca alla promessa della flat tax, e il solito Sud assistenzialista che abbocca alla promessa del reddito di cittadinanza. Non nego che questi due miraggi abbiano avuto un’incidenza sul voto, ma suggerirei un’analisi meno gravata dalle visioni stereotipate del Nord e soprattutto del Sud che da decenni imperano nel discorso pubblico. Quell’istantanea giallo-verde fotografa oggi un paese che non è più tenuto insieme dalla logica funzionale fra sviluppo e sottosviluppo, come nella prima Repubblica, né dilaniato dalla contraddizione fra dinamismo e dipendenza o fra impresa e spesa pubblica come nella seconda. Fotografa piuttosto un paese che all’uscita da una crisi devastante si ritrova spaccato in due, con due standard intollerabilmente diseguali di cittadinanza (aspettative di vita, sanità, mobilità, lavoro, reddito, uso e abuso del territorio), dove il Nord affida benessere e ripresa più alle barriere protezioniste, securitarie e xenofobiche della Lega che all’ormai scaduta retorica del godimento berlusconiana, mentre il Sud licenzia d’un colpo le classi dirigenti locali e nazionali, di destra e di sinistra, che considera responsabili del suo declino, e che sulla gestione corrotta e corruttiva della spesa pubblica prosperano da sempre: più che un’ennesima richiesta di assistenzialismo, a me pare un impellente bisogno di uscirne.

Ora può ben darsi che il voto del Nord torni a esprimere un’istanza neoliberista di deregolamentazione e quello del Sud una richiesta di intervento pubblico nell’economia, e che questa contraddizione basti a scongiurare la formazione di un governo Lega- 5 Stelle. Ma la politica non coincide con l’economia per quanto ne sia influenzata, né si esaurisce nella formazione di un governo. Politicamente, i colori della cartina dell’Italia sono due ma il messaggio è uno, ed esprime qualcosa di più di una rivolta anti-establishment estemporanea: segnala per un verso il fallimento del progetto unitario (è impressionante la coincidenza fra i confini del Sud “giallo” di oggi e quelli del Regno delle due Sicilie), e per un altro abbozza un approdo inquietante e pieno di incognite della transizione italiana cominciata all’inizio degli anni 90. Se di un approdo populista si tratta, esso si innesta, come peraltro sempre fanno i populismi, su caratteri e problemi nazionali antichi e irrisolti. Ma sul populismo, o sui populismi, bisogna cercare di intendersi, al di là delle ripetute cautele sull’uso e l’abuso di un termine troppo vago (ma in realtà non privo, in letteratura, di una sua consistenza).

2. Luigi Di Maio ha festeggiato i risultati annunciando la nascita della terza Repubblica, “quella finalmente dei cittadini”. Con la misura dello storico che è inevitabilmente diversa dall’occasionalismo del politico, Ernesto Galli della Loggia ha visto piuttosto nel 4 marzo la vera fine della prima Repubblica, poiché il voto lascia sul campo solo due forze del tutto estranee alle culture politiche che l’avevano occupato fino al ’92, e tritura ciò che ci quelle culture politiche restava nel centrosinistra. E’ una considerazione da tenere presente, per almeno due ragioni. Primo, perché ci consente indirettamente di vedere come la progressiva demolizione della sinistra sia stato il filo nascosto della lunga transizione italiana. Secondo, perché ci aiuta a inquadrare in una prospettiva di lungo periodo l’esito populista di oggi: che non è l’onda corta del 2013, bensì l’onda lunga del ’92.

A quanti vedono nel voto la vittoria dei populismi contro la stabilità del sistema converrà ricordare che in realtà a vincere sono stati i due populismi “dal basso”, quello della Lega e quello dei 5 Stelle, contro i due “populismi dall’alto”, di Berlusconi e di Renzi, che nel corso del tempo la stabilità del sistema l’hanno ripetutamente attaccata più che garantita. Ed eccoci in piena specificità del laboratorio italiano. Pur dentro un’onda che ormai attraversa la gran parte delle democrazie contemporanee, l’Italia è l’unico paese ad avere sperimentato, fra la fine degli anni 80 e oggi, una sequenza di ben quattro populismi – quello etnico della Lega, quello telecratico di Berlusconi, quello digitale del M5S, quello istituzionale, com’è stato definito, di Renzi -, l’uno diverso dall’altro, ma tutti accomunati da alcuni tratti precisi e ritornanti: l’appello diretto, “disintermediato” e basato su significanti vuoti al (proprio) popolo, la retorica anti-establishment (impugnata da fuori e da dentro l’establishment stesso), la leadership personalizzata, l’uso intensivo dei media nella costruzione del consenso, la composizione interclassista dell’elettorato.

Non mi interessa qui ripercorrere le singole vicende di questi quattro populismi, né analizzare le loro differenze e le loro contiguità, e nemmeno soffermarmi sulle loro ultime mutazioni pre-elettorali (il passaggio della Lega dalla dimensione padana a quella nazionale; il ritorno simulacrale di Berlusconi nella veste rassicurante del guardiano della stabilità; l’apertura cautelativa verso i vertici di Bruxelles del M5S; il renzismo dei “cento punti” in luogo di quello rottamatorio). Mi interessa piuttosto rimettere a fuoco questa sequenza nel suo insieme, perché essa mostra con grande chiarezza il riconfigurarsi, lungo la seconda Repubblica, dell’intero campo politico come un “campo populista”, caratterizzato dalla fine delle identità sociali e politiche tradizionali, dalla crisi della rappresentanza, da processi di de-costituzionalizzazione, dalla delegittimazione della politica, dalla mediatizzazione della sfera pubblica, dall’affermarsi della contrapposizione alto/basso come unico asse del conflitto. Detto in altri termini, la crisi della prima Repubblica coincide con un’erosione inesorabile della democrazia liberale rappresentativa, che apre la strada alla “soluzione” populista nelle sue varie espressioni, dal basso e dall’alto, d’opposizione e di governo. Il che spiega tra l’altro perché durante la seconda Repubblica Berlusconi, che di populismo resta l’insuperato maestro, abbia sempre giocato all’attacco, e la sinistra invece abbia sempre giocato un ruolo di contenimento difensivo della crisi della democrazia rappresentativa.

Ma spiega soprattutto perché, se il 4 marzo segna la vera fine della prima Repubblica, a siglarla sono due formazioni, e due giovani leader, interamente figli della seconda. Due populismi, dunque, di nuovo diversi fra loro nei contenuti, nell’orientamento e nell’insediamento, ma riconducibili alla stessa epoca e alla stessa koiné. E’ rilevante però che a prevalere siano stati i due populismi “dal basso” su quelli “dall’alto”. Non perché diano per ciò stesso garanzia di democraticità, tutt’altro: non ne dà né il comunitarismo etnico della Lega, prossimo alle piattaforme dell’estrema destra europea, né la formula mista di penetrazione territoriale e connessione digitale a conduzione aziendale dei 5 Stelle. Tuttavia dal loro successo traspare un bisogno dell’elettorato di sperimentare vie d’uscita dalla crisi della democrazia rappresentativa più partecipate di quanto non consentissero le varianti populiste verticali e iper-personalizzate di Berlusconi e Renzi.

3. C’è un compiacimento diffuso nel definire “storica” qualunque sconfitta della sinistra, ed è la ragione per cui di solito evito di usare questo aggettivo. Che però stavolta è purtroppo l’aggettivo giusto. E dunque anche qui lo sguardo deve necessariamente allungarsi dal breve periodo all’indietro. Nel breve periodo, fatti e misfatti parlano con una certa evidenza. L’inizio della fine è l’insediamento dall’alto del governo Monti nel 2011, senza il rito elettorale che avrebbe consentito una sepoltura simbolica del berlusconismo a vantaggio del centrosinistra. La “non vittoria” della coalizione guidata da Bersani nel 2013 ne è stata conseguenza diretta, per i prezzi troppo alti pagati alla religione dell’austerity; colpevole inoltre, già allora, la mancata intuizione e comprensione dell’exploit dei 5 Stelle, e la mancata registrazione della fine del centrosinistra in un sistema diventato tripolare. La resistibile ascesa di Matteo Renzi ha poi impresso un’accelerazione vorticosa alla crisi – congenita – d’identità e di proposta strategica del PD: con la rottamazione brutale di ciò che nel PD restava della tradizione di sinistra, con l’interiorizzazione dell’agenda (jobs act, buona scuola, controriforma costituzionale) e delle forme (partito personale, sovraesposizione televisiva) del berlusconismo, con l’arroganza e la spericolatezza di Renzi e del suo giglio magico, con l’oscillazione su temi e valori dirimenti come l’Europa e l’immigrazione, con operazioni spregiudicate e autolesioniste come il varo a colpi di fiducia di una legge elettorale che ha finito col favorire gli avversari. L’emorragia di voti a sinistra era certa, e probabilmente messa nel conto dallo stesso Renzi nella prospettiva di un recupero al centro, che invece non c’è stato.

Più interessante è chiedersi perché questa emorragia non sia andata a vantaggio di Liberi e Uguali, malgrado l’indubbio merito di alcuni dei suoi promotori, penso soprattutto a Massimo D’Alema, nello smuovere con il no al referendum prima e con la separazione dal Pd poi una situazione ingessata. Le ragioni, anche in questo caso, sono tutt’altro che oscure: un messaggio troppo moderato, uno sguardo troppo rivolto al PD e al suo elettorato “disperso nel bosco”, una prospettiva incentrata non, come a tante/i di noi era parso all’inizio, sulla costruzione di una nuova sinistra ma sulla riproposizione senza autocritica del vecchio centrosinistra, priva di qualunque presa su un elettorato che si stava radicalizzando verso destra e verso sinistra. E ancora, un nome controverso (quanto ha pesato sull’elettorato femminile quel doppio maschile-universale riproposto contro due secoli di critica femminista, nonché l’assenza di qualsivoglia richiamo ai movimenti femministi oggi in campo, dal #metoo a Non una di meno?), liste asserragliate sul ceto politico, leader scoordinati. E vorrei aggiungere, pressoché nessun riferimento al quadro internazionale in subbuglio, in una competizione elettorale il cui esito rischia di allineare l’Italia più al blocco di Visegràd e agli Usa di Trump che a Bruxelles.

Tutto questo però, unito all’altro flop di Potere al Popolo, non basta a sciogliere il problema di fondo: come mai, dopo quasi trent’anni dall’89, il paese che ebbe la sinistra più forte dell’Occidente è l’unico in cui al declino inesorabile della sinistra moderata di governo – socialdemocratica e blairiana – non fa riscontro la nascita o la crescita di una sinistra più radicale, com’è variamente avvenuto in Grecia con Syriza, in Spagna con Podemos, in Francia con Mélenchon, in Gran Bretagna con Corbyn, negli Usa con Sanders? Come mai in Italia sembra essere sparita non l’offerta ma la domanda di sinistra?

Si possono dare, credo, due risposte. La prima è che in Italia questa domanda sia stata assorbita dal M5S. Decisivo sarebbe però capire se questo sia avvenuto e stia avvenendo malgrado o grazie alla ambiguità post-ideologica del M5S: nel primo caso si tratterebbe di attrezzarsi al recupero di una migrazione elettorale transitoria, nel secondo si tratterebbe di prendere in considerazione l’ipotesi che la parabola storica della sinistra possa essere davvero in via di esaurimento.

La seconda risposta ci riporta al tempo lungo, e all’urgenza di riconsiderare la vicenda della sinistra italiana, moderata e radicale, in epoca neoliberale. Non si tratta, sia chiaro, di esercitarsi in un ennesimo rimestamento nelle svolte e negli arroccamenti, nelle alleanze e nelle scissioni, nei pregi e nei difetti di questo o quel leader. Si tratta di interrogarsi con serietà su quarant’anni di egemonia neoliberale e sulle possibilità che la sinistra ha di sopravviverle. Attenzione: non parlo solo del neoliberismo economico, con la destrutturazione del lavoro e del welfare che ne consegue (i famosi tre tasti, lavoro sanità scuola, su cui la campagna elettorale di LeU ha battuto). Parlo del neoliberalismo come razionalità politica, che ha riconfigurato l’intera piramide sociale, dalla base antropologica alle istituzioni, piegandola al codice del mercato e della concorrenza. Parlo dei processi di spoliticizzazione e di demolizione della democrazia rappresentativa cui ho già accennato poco fa; dell’etica della competizione che distrugge la possibilità stessa dell’aggregazione collettiva; della disciplina del debito che ci inchioda perennemente al senso di colpa e alla paura del futuro; della trascrizione della libertà politica in libertà di mercato che ha cambiato la scala di valori non solo fuori ma anche dentro il popolo di sinistra.

Occorre decidere, teoricamente e praticamente, se il neoliberalismo sia un destino naturale o una forma di governo delle vite cui le vite possono ribellarsi. E’ la domanda radicale e ruvida che circola nelle reti intellettuali e militanti nazionali e internazionali. Sarebbe ora che trovasse ascolto e risposta anche in ciò che resta delle comunità e delle leadership politiche della sinistra ufficiale, anche se difficilmente può essere posta, e sciolta, nei talk show televisivi.

 

 

 

 

 

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Cambio di stagione

(Pubblicato su Internazionale.it il 25 marzo 2018)

Habemus papas, uno alla camera una al senato, Roberto Fico, uomo, 44 anni, napoletano, ala movimentista del Movimento 5 stelle, già presidente della commissione di vigilanza sulla Rai il primo, Maria Elisabetta Alberti Casellati, donna, 71 anni, berlusconiana doc, già membro del Consiglio superiore della magistratura la seconda. La fumata bianca è arrivata alla fin fine ben prima del previsto, se si considera che i giornali usciti poche ore prima della proclamazione davano per saltati tutti i patti fra centrodestra e Cinque stelle e all’interno del centrodestra: sì che gli autori della ricucitura notturna, Salvini e Meloni in testa, possono rivendicare di aver lavorato bene per riempire in tempi ragionevolissimi almeno le caselle della seconda e della terza carica dello stato – anche se del governo non c’è certezza alcuna. I riti del resto, si sa, hanno il potere di lenire momentaneamente anche le ferite più sanguinanti: quando scatta l’applauso della proclamazione, prima alla camera poi al senato, tutte le tattiche, gli strappi, i candidati “sacrificati”, i traditori e i tradimenti, i forni doppi e tripli degli ultimi concitati giorni sembrano svanire nel nulla, anche se ovviamente restano lì e sulla formazione del governo rispunteranno fuori.

Per una volta, il risultato istituzionale rispecchia fedelmente il risultato elettorale: la ferrea legge dei numeri si è imposta su qualunque ipotesi di manovra fantasiosa – compresa quella, fantasiosissima, di lasciare il M5s senza niente in mano –, premiando i vincitori del 4 marzo, cioè la coalizione di centrodestra e i Cinque stelle, e penalizzando il grande perdente, cioè il Pd, rimasto fuori partita, peraltro, anche e soprattutto per scelta propria. Però in questo fedele rispecchiamento c’è già un evidente scatto rispetto al 4 marzo: la ferrea legge dei numeri si è imposta anche all’interno del centrodestra, consegnando Berlusconi a una posizione subordinata a Salvini. Malgrado l’abilità dell’ex premier nell’aprire la partita e nell’incassare comunque per Forza Italia la seconda carica dello stato, la regia del passaggio decisivo è stata indubitabilmente del leader leghista, il quale farà indubitabilmente di tutto per tenersela durante le trattative per il governo.

Il passaggio è simbolico oltre che politico: la partita, come al solito tutta maschile, sulla presidenza delle camere è stata anche una perfetta messa in scena del dispositivo edipico che da che mondo è mondo regola la trasmissione del potere tra uomini. Due giovani maschi alleati quanto basta per uccidere simbolicamente un padre, e pronti a rifarsi la guerra all’occorrenza: così Matteo Salvini, anni 45, in combutta con Di Maio, 32, ha inferto il colpo forse definitivo alla leadership di Berlusconi, 81, sul centrodestra. E gli va perfino dato atto di avere consumato il rito del parricidio con maggiore lealtà e coraggio di quanto abbiano fatto, o tentato di fare, altri prima di lui: sfidando il suo (ex) capo sul campo della caccia al voto prima e della trattativa parlamentare poi, non dichiarandolo fuori uso per decreto rottamatorio.

Il murales del bacio fra Di Maio e Salvini, che resterà l’immagine-simbolo di queste giornate malgrado la sua repentina cancellazione, condensa efficacemente questo rito maschile, classicamente accompagnato, va da sé, dall’uso strumentale di una donna – Anna Maria Bernini, la candidata “sacrificata” dal centrodestra al recupero dell’onore perduto da Berlusconi nella trattativa con Salvini e Di Maio – e dalla cooptazione altrettanto strumentale di un’altra donna, la neopresidente del senato, fidatissima “spalla” di Berlusconi ai tempi delle leggi ad personam e non solo. Alberti Casellati dedica la sua incoronazione alle donne e noi le facciamo gli auguri, ma senza dimenticare né le sue affermazioni su Ruby “nipote di Mubarak” né le sue posizioni favorevoli alla riapertura delle case chiuse e alla revisione della 194, e contrarie alle unioni civili. Ombre non tanto piccole sulla portata storica del primo insediamento di una donna nello scranno della seconda carica dello stato.

Non meno impressionante del resto è quello del primo grillino sullo scranno della terza. Riavvolgendo il nastro degli ultimi quindici anni, e soprattutto degli ultimi cinque, appare davvero sorprendente la breve marcia del M5s dentro le istituzioni, dall’apriscatole agitato nel 2013 al discorso presidenziale di Fico di oggi. Che guarda a sinistra almeno quanto Di Maio tratta a destra. Il richiamo autobiografico alle lotte per i beni comuni, la sottolineatura della ricorrenza dell’anniversario delle Fosse Ardeatine, il rilancio del ruolo del parlamento contro il potere esorbitante dell’esecutivo, l’insistenza sulla qualità della legislazione e sugli istituti di democrazia diretta valgono più dell’impegno di bandiera ad abbattere i vitalizi, e suonano come un buon inizio del viaggio.

Si vedranno presto le prossime tappe. Eletti i due presidenti, Gentiloni ha rassegnato le dimissioni. Mattarella aprirà le consultazioni per il governo subito dopo Pasqua. Non c’è niente di certo, e nulla di impossibile. L’asse fra centrodestra e Cinque stelle potrebbe consolidarsi, ma costringerebbe Di Maio in un ruolo secondo. Salvini potrebbe autonomizzarsi del tutto da Berlusconi, ma in un ruolo secondo ci finirebbe lui. In entrambi i casi, il bacio fra i due si trasformerebbe presto in un guanto di sfida, magari per elezioni ravvicinate. Ma il plot potrebbe essere tutt’altro, e prevedere nuovi scomposizioni e ricomposizioni del quadro: dentro il Pd, dentro Forza Italia, dentro la stessa Lega. Per ora, il gioco a tre del sistema tripolare si sta rivelando più interessante e imprevedibile di quello a due del bipolarismo che fu. La seconda repubblica sembra un ricordo lontano, e quanto al partito della nazione che avrebbe dovuto essere il perno della terza, l’ironia della storia ha voluto che fosse re Giorgio a seppellirlo nel suo discorso da presidente provvisorio del senato, menando fendenti contro Renzi e ammettendo la portata storica del risultato elettorale e della protesta anti-establishment che esprime. Chissà come sarebbero andate le cose, se ci avesse consentito di votare nel 2011.

Ma adesso è proprio un’altra stagione.

 

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