Lo scongiuro della scissione

Pubblicato su Huffington Post il 19/2/2017

L’infinita soap-opera del Pd non ha dalla sua dei buoni sceneggiatori: né fra i protagonisti, né fra gli osservatori. A una classe politica che oscilla fra il non dare il meglio e il dare il peggio di sé fa riscontro un coro di cronisti e commentatori che oscillano a loro volta fra la foga di descriverla come un covo di vipere velenose e l’ansia di scongiurare una scissione che sarebbe al meglio incomprensibile, al peggio devastante. Il bilancio della parabola del Pd – dieci anni non ancora compiuti e vissuti molto pericolosamente – pencola infine fra quello di un partito mai nato, di una miscela mal riuscita e di un progetto mai decollato, a quello di un bene prezioso e irrinunciabile, dell’unico superstite del riformismo europeo, dell’ultima barriera della civiltà contro l’invasione dei barbari pentastellati o trumpisti.

Tutto questo non aiuta a capire se c’è, e qual è, la posta della partita che si sta giocando – malamente – nel Pd, ma anche fuori dal Pd: sono aperti altri cantieri, in primis quello del congresso di fondazione di Sinistra Italiana, e intanto non smobilitano le reti dei comitati nati a sostegno del No al referendum costituzionale. Si può continuare a guardare tutto questo come una commedia recitata da attori di second’ordine, con le batterie cariche di personalismi, ambizioni, rivincite e rancori incrociati. Oppure si può fare uno sforzo di generosità – ce ne vuole parecchia, lo so – e alzare, quantomeno, l’asticella delle aspettative e delle richieste, sperando che serva ad alzare anche quella delle risposte.

Lascerei perdere, intanto, gli scongiuri. Il fantasma delle scissioni perseguita la sinistra, e l’invocazione dell’unità la alimenta, da quando è nata. Già questa storica altalena dovrebbe dire qualcosa di un problema evidentemente malposto. Non sempre la convivenza forzata è sinonimo di unità, e non sempre le divisioni sono foriere di sciagura. Non sempre l’unità è garanzia di un’identità riconoscibile, e non sempre le differenze condannano alla frammentazione. Un’articolazione non settaria delle differenze è ciò che da sempre manca alla sinistra e alla forma-partito disciplinata e disciplinare da cui la sinistra, fra mille trasmutazioni che della forma-partito hanno buttato il bambino tenendosi l’acqua sporca, non è mai riuscita a emanciparsi davvero.

Ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo lontano. Stiamo all’oggi: è possibile guardare a quello che sta capitando non come un a un destino di disgregazione, ma come a un’occasione di ricomposizione? E’ possibile pensare che sia questa, e non la solita “resa dei conti” fra narcisi (uomini) in guerra fra loro la posta in gioco della situazione? E’ possibile guardare all’eventualità che il Pd si spezzi definitivamente come a un elemento di maggior chiarezza, e non maggior cupezza, del quadro?

Tutto dipende, naturalmente, dal giudizio che dell’avventura targata Pd si dà. Lo scongiuro della scissione muove evidentemente da un giudizio positivo, o meglio dalla convinzione che, ben realizzato o no, il progetto del Pd fosse, dieci anni fa, la risposta giusta al problema. Varrebbe la pena ricordare che dieci anni fa “il problema” era assai diverso da quello di oggi: in Italia c’era un bipolarismo che pareva definitivo; la crisi mondiale del debito si annunciava – non vista, al Lingotto – ma non aveva ancora messo in crisi il pensiero unico neoliberale; l’opera di sistematico smantellamento delle tradizioni politiche europee novecentesche, e segnatamente di archiviazione del bagaglio concettuale della sinistra, era al suo apice; l’America era ancora, per quelli che si volevano emancipare dal complesso di colpa per essere stati comunisti a loro insaputa, un mito progressista, e l’aggettivo “democratico” un passepartout per risolvere qualunque dilemma del presente e del futuro. Si innamorò di quel progetto chi voleva una sinistra light, liberata da qualunque istanza di critica anticapitalistica, completamente risolta nell’interiorizzazione del paradigma liberaldemocratico come unico orizzonte possibile.

Era un innamoramento malriposto. Ma non solo per la perenne incompiutezza che avrebbe da allora in poi caratterizzato “l’amalgama mal riuscito”, bensì per i suoi difetti genetici. Un difetto di identità, perché dalla somma di due tradizioni indebolite non nasceva una cultura politica riconoscibile. Un difetto di struttura e di radicamento, perché il partito dei gazebo e delle primarie portava in sé l’embrione del partito personale del leader. Un difetto di progetto, perché la bandiera dei diritti, separata dalla critica dei poteri, si sarebbe rivelata ben presto una strada aperta al loro smantellamento più che al loro allargamento. Un difetto perfino nel nome, perché già allora era chiaro – non c’era ancora Trump, ma Berlusconi sì – che l’aggettivo “democratico”, in un Occidente in cui la democrazia si sfigurava partorendo mostri, non era la soluzione ma il problema. Un difetto, infine, di presunzione, in quell’ostinata idea, tutt’ora perdurante, che il Pd fosse “il partito della nazione” (il termine risale ad allora) che rappresentava e incorporava i destini dell’Italia. Il difetto stava dunque nel progetto, non nella sua cattiva realizzazione. Il seguito della vicenda l’ha solo aggravato, fino all’esito, estremo ma coerente, della scalata di Matteo Renzi, con la iper-personalizzazione della leadership e la rottamazione di ogni residua cultura politica che l’hanno caratterizzata.

Ma nel frattempo, soprattutto, si è rovesciato il mondo, ed è collassato il sistema politico italiano. Le sorti della globalizzazione non sono più magnifiche e progressive. La crisi del capitalismo finanziario ha smontato da sola le ricette neoliberali, con o senza lo zuccherino delle “terze vie” blairiane. La destra ha cambiato natura e da liberista si è fatta protezionista. I nazionalismi risorgono sotto la bandiera illusoria del sovranismo. E i popoli spremuti dalla crisi e, in Europa, dall’austerity si danno voce come possono e con chi trovano, sui una sponda e sull’altra dell’Atlantico: e tanto peggio per chi ha aspettato Trump per accorgersene, liquidando quattro anni fa il M5S a fenomeno effimero e transeunte e pensando di riportare il tripolarismo in un bipolarismo forzato a colpi di leggi elettorali incostituzionali e di riforme costituzionali sonoramente bocciate.

In un mondo così, torna non il bisogno, ma la necessità di una sinistra. Detta o non detta, dichiarata o sussurrata, esplicita o implicita, la posta in gioco della scissione del Pd, e più in generale dei lavori in corso in questo così denso fine settimana, è questa. Lo sanno benissimo i sacerdoti dello scongiuro, che non tralasciano talk show per mostrarsi esterrefatti e scandalizzati del riapparire dello spettro che il Pd avrebbe dovuto seppellire per sempre. La domanda vera è quanto ne siano consapevoli invece i protagonisti dello scontro. I quali stavolta, dentro e fuori dal Pd, sono pregati di fare sul serio. Il compito è urgente ma tutt’altro che facile, e tutt’altro che light. Lo dico con le parole di Carlo Galli (www.ragionipolitiche. wordpress.com) : una sinistra di governo (e di “protezione” non securitaria della società ) che tenga conto che la globalizzazione non è passata invano dovrà essere nei fatti rivoluzionaria, tanto è il peso delle macerie da spostare e delle nuove istituzioni da ricostruire”. Vietato bluffare, accontentarsi di un pur necessario cambio ai posti di comando, riproporre ricette usurate con l’aggiunta di un 3 o 4.0, diluire nel moderatismo la radicalità necessaria. Gli esami non finiscono mai, ma qualche volta sono ultimativi.

 

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Voi, il popolo

Pubblicato su Internazionale il 21/1/2017

Com’è brutta l’America che spunta dal discorso d’insediamento del suo quarantacinquesimo presidente. Triste, chiusa quasi si sentisse sotto assedio, sola quasi non avesse amici ma solo nemici che le rubano soldi e posti di lavoro, povera quasi fosse ancora nel pieno della crisi che nel 2008 chiudeva a grappolo le saracinesche dei negozi di Downtown a New York e riempiva le strade di Los Angeles di ex manager diventati homeless, paranoica quasi fosse davvero in mano a bande di drogati e criminali, arrugginita quasi che le fabbriche della Rust belt l’avessero inghiottita. “Questo carnaio adesso finisce”, sintetizza e annuncia Trump, e pare di assistere a un sogno: è la sua immagine dell’America che, proiettata sullo schermo dell’Inauguration day, si spaccia per realtà. E purtroppo, da oggi, diventa realtà.

Com’è sgraziato il commiato del nuovo presidente dalla coppia presidenziale che lascia la Casa Bianca: sì, sono stati “straordinari” nel passaggio delle consegne, grazie Barack, grazie Michelle, ma di chi sarà mai la colpa di quell’indecente carnaio se non loro? Trump non lo dice, ma lo sottintende, è il suo ultimo spruzzo di veleno contro il presidente nero e abusivo che finalmente toglie il disturbo. Tutto il resto, invece, non è sottinteso. Nessun distinguo, nessun se e nessun ma: Washington è marcia, l’élite che l’ha occupata finora ha goduto a spese del popolo, da oggi tutto cambia perché in verità questo non è un normale passaggio di consegne da un’amministrazione a un’altra ma una rivoluzione, il passaggio del potere dall’establishment al popolo. A “voi”, che siete il popolo. Quale sottile slittamento, dal “we the people” della costituzione, e dallo “yes we can” di Obama, a questo “voi, il popolo”. È il grande imbroglio del populismo di governo: chi l’ha detto che l’Italia non è più un laboratorio politico d’avanguardia? Lo è ancora, purtroppo; esporta poche merci, ma parecchie trovate politiche.

Com’è composto Obama, tirato eppure sereno, mentre arriva con al fianco Biden, “la mia prima decisione e la migliore”, e poi mentre saluta e ringrazia per l’ultima volta con a fianco Michelle, e com’è accigliato Trump mentre promette l’isolamento dell’America dal mondo. Com’è altera Michelle, com’è solare il ricordo del suo vestito color oro di otto anni fa al confronto del rosso cupo di oggi, e come sembra fuori tempo la bellezza celestiale di Melania al confronto del suo black style che aveva rivoluzionato le copertine dei femminili: un salto estetico che dice il salto d’epoca, all’indietro.

Com’è strana la scena di Washington divisa in due, la parata da una parte e i black bloc dall’altra, che manda all’aria il rito della tranquilla democrazia dell’alternanza e mostra un paese lacerato e incredulo, con una parte che in quel rito non trova riconoscimento e promette rifiuto e resistenza, fuck Trump e il suo minuetto melenso davanti a Hillary che s’è presentata di nuovo di bianco vestita, perché il bianco è il colore delle suffragette e la marcia delle donne mostrerà al presidente qual è il limite che non può oltrepassare.

Com’è fragile l’America first che Trump ci prospetta, l’America che si immagina great again come se davvero fosse diventata piccola, l’America che molla gli alleati perché sono cattivi pagatori, l’America che proteggerà i suoi prodotti dalla valuta altrui e i suoi confini dalle “disfatte” altrui, l’America che smette di sognare e si dà “due semplici regole, compra americano, assumi americano”, l’America che “si farà guidare solo dall’orgoglio nazionale” e che finalmente chiama il nemico col nome che Obama non ha mai voluto concedere, “terrorismo islamico radicale”, l’America che “non dovrà temere nulla” perché basterà a se stessa. Dio benedica l’America, e che stavolta la benedica davvero.

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Pubblicato su Internazionale il 19/1/2017

Dal Kitchen Theater di Ithaca, piccola città universitaria a nord di New York dove ho vissuto due anni fa, mi arriva una farewell song per Obama; comincia con un implorante “Obama, non potresti restare un po’ di più?” e finisce con un desolato “di che cosa verrà dopo di te non ho idea”. Le mie amiche che vivono negli Stati Uniti mi scrivono su Facebook che prepararsi al cambio della guardia del 20 gennaio è come fare un lutto, e che non sono ancora pronte. Un altro mio amico, attivista del Partito democratico, si consola ipotizzando che il prossimo presidente democratico nominerà Obama alla corte suprema, ma ci vorranno almeno quattro anni, e nel frattempo?

Nel frattempo, come direbbe Woody Allen, anch’io non mi sento tanto bene. Mi riesce difficile, per cominciare, tenere insieme questi sentimenti semplici, il dispiacere sincero di persone che a Obama non hanno risparmiato critiche ma che oggi sanno quanto lo rimpiangeranno, con certi giudizi politici freddi e affilati che circolano sui mezzi d’informazione italiani, un tripudio di dichiarazioni di fallimento che al presidente uscente concedono al massimo qualche risultato nella politica economica, per il resto che disastro: voleva unire l’America ma la lascia più divisa di prima, voleva ridare speranza alla classe media ma la classe media ha votato per Trump, ha preso il Nobel per la pace ma ha continuato a fare la guerra con i droni, ha ucciso Bin Laden ma col ritiro dall’Iraq ha aperto la strada al gruppo Stato islamico, ha sbagliato tutto in Siria consolidando le mire di Putin e riversando sull’Europa orde di rifugiati. I “realisti” che nel 2008 accusavano gli “entusiasti” di ingenuità e infatuazione per il primo presidente nero si prendono la rivincita: la doppia presidenza di Obama è stata un abbaglio “meramente simbolico”, ma i nudi fatti dicono che ha perso su tutta la linea, l’elezione di Trump è la verità di questo fallimento, e – va da sé – ne esce rafforzato il teorema per cui in politica conta solo il cinismo .

Di “meramente” simbolico in verità non c’è niente, come fa notare Ta-Nehisi Coates su The Atlantic (e su Internazionale nel numero del 20 gennaio); e la stampa americana, meno ossessionata dalla smania di distillare la dimensione politica-politica da quella del vissuto, dell’immaginario e della cultura di massa, sembra saperlo più della nostra. Non che manchino, anche negli Stati Uniti, i bilanci negativi del doppio mandato di Obama, non solo nel campo repubblican-trumpiano ma anche in quello della sinistra radicale: sul numero speciale confezionato da The Nation, per esempio, all’affettuosa elegia di Katha Pollit per la famiglia afroamericana alla Casa Bianca fa da contraltare il pezzo di Eric Foner, autorevole storico ed editorialista del settimanale, che esprime la delusione di quella sinistra radicale che nel 2008 aveva riposto su Obama molte speranze per poi prenderne le distanze a causa delle sue promesse mancate.

Ma colpisce, per esempio, l’articolo di Michael Eric Dyson con cui la New York Times Sunday Review del 15 gennaio apre il suo dossier, anch’esso plurale nei giudizi, sugli anni di Obama. Dyson nomina a chiare lettere il fantasma che ha accompagnato la presidenza di Obama nella comunità afroamericana, cioè la paura del destino di morte che prima di lui aveva ineluttabilmente colpito ogni leadership nera. “L’America nera ha trattenuto il fiato ogni secondo della presidenza Obama”, e dunque altro che irrilevanza del simbolico: “Quali che siano le critiche che gli si possono muovere, nessuno può negare l’importanza della sua stessa presenza nello studio ovale”, e della sua stessa sopravvivenza. Che tuttavia da quel destino non lo ha salvato del tutto: Dyson interpreta come una ”messa a morte simbolica” di Obama il fatto che a succedergli sia giusto “il più sguaiato portavoce” della macchina dell’odio razzista scatenata senza tregua contro di lui, fino alla messa in dubbio del suo luogo di nascita. La posta simbolica, dunque, è stata e resta altissima: “L’ascesa di Obama non è stata solo il completamento della traiettoria dell’eccezionalismo americano. È stata la vittoria della vita di un nero, cresciuta in una comunità in cui la morte è la norma”.

L’argomentazione, durissima, di Dyson ci porta al cuore del catalogo di questioni che compongono il bilancio della presidenza Obama: la questione della razza e la resa dei conti sul “colore” che si è consumata con l’elezione di Trump. Occorre, qui come su tutto il resto, una mossa preliminare: sganciare la valutazione del doppio mandato del primo presidente afroamericano dalla visione lineare e progressista della storia che è sempre in agguato nei giudizi politici. L’idea che l’ingresso di un nero alla Casa Bianca significasse di per sé la fine della questione razziale era un’idea ingenua (parente di quella per cui il patriarcato si sconfigge mandando più donne in parlamento), e non è mai appartenuta al fronte degli “entusiasti” del 2008. Era evidente fin da allora, al contrario, che quell’ingresso, se da un lato agiva da potenziamento simbolico della comunità nera, dall’altro non solo non garantiva di per sé la fine di ogni discriminazione, ma avrebbe potuto scatenare una reazione bianca feroce, come difatti è stato: il simbolico non ha mai una sola faccia, e il mutamento storico non è mai lineare. Ma il backlash bianco di oggi non annulla l’effetto dirompente dell’ascesa di Obama allora. Viceversa, lo conferma, configurandosi come reazione a un evento che una parte consistente dell’elettorato bianco non aveva mai digerito, e come scongiuro del fantasma che lo assilla: il divenire minoranza dei bianchi in un’America ineluttabilmente sempre più multicolor.

Bisognerebbe infatti interrogarsi sui nuovi termini che la questione della razza ha assunto in questi otto anni, sia sul piano strutturale sia in virtù della stessa narrativa obamiana. Al mutamento della mappa demografica degli Stati uniti, dove la linea black si somma sempre più con quella brown degli immigrati ispanici, Obama ha risposto rideclinando la questione delle differenze razziali in termini anti-identitari. Pur collocandosi esplicitamente nel solco della tradizione di lotta per i diritti civili degli afroamericani (basta riascoltare “La marcia non è ancora finita”, il discorso pronunciato a Selma il 7 marzo 2015, a cinquant’anni dalla marcia di Martin Luther King e a poche ore dall’uccisione di un giovane nero da parte della polizia di Madison), Obama ha costantemente mirato a spostarne l’asse dal riconoscimento identitario all’inclusione a pieno titolo dei neri, come di tutti gli altri non bianchi, nell’eccezionalismo americano, nell’american dream del continuo allargamento della frontiera della libertà, dei diritti, della democrazia. Per quanto questo spostamento sia stato criticato dall’ala più radicale della stessa comunità nera, è innegabile che esso ha aperto la possibilità di una politica delle differenze che non si rovesci, e non si blocchi, in fissazione identitaria, e di cui Obama stesso – figlio di un’americana e di un kenyota, non-bianco ma non-del tutto-nero, educato negli Stati Uniti ma segnato dalle radici africane, come racconta in quel libro magnifico che è I sogni di mio padre – è stato perfino fisicamente il miglior testimonial possibile. Paradossale è piuttosto – e fa parte del mondo capovolto in cui ci sospinge l’elezione di Trump – che la bandiera dell’identità sia oggi impugnata dal neosuprematismo bianco, in un rovesciamento delle parti tra minority e majority nation che non annuncia niente di buono.

Cruciale sulla questione della razza, questa rotazione post-identitaria non è meno importante nella valutazione della controversa politica estera di Obama, attaccata da sinistra perché troppo continuista nell’uso della guerra a dispetto delle iniziali promesse pacifiste, da destra perché viceversa troppo morbida, riluttante, perfino complice del declino della potenza americana e della sua funzione ordinatrice del mondo. Ma anche qui, la sola contabilità geopolitica del “disordine” mondiale attuale, che Trump promette di cavalcare con conseguenze imprevedibili, non rende conto né delle ragioni né degli effetti di lungo periodo della visione obamiana. Obama ereditava nel 2008 dall’amministrazione Bush e dai suoi think-tank neoconservatori non solo la scia violenta delle guerre in Afghanistan e in Iraq scatenate in reazione all’11 settembre, ma anche la retorica identitaria dello scontro di civiltà e dell’esportazione forzosa della democrazia che le supportava: una guerra culturale non meno carica di effetti globali di quelle militari, che pretendeva di chiudere il secolo americano gonfiando la hybris della nazione uscita trionfalmente dalla guerra fredda ma già destinata a un relativo declino dalle potenze emergenti nello scenario globale.

Rispetto a questo quadro, la discontinuità di Obama è stata radicale. Non la negazione ma l’assunzione del tema del declino americano; non l’evocazione della hybris a stelle e strisce ma la prospettiva di un multilateralismo capace di contenerla; non lo scontro di civiltà identitario contro il mondo islamico ma il tentativo del riconoscimento reciproco e del dialogo delineato nel famoso discorso del Cairo; non l’esportazione armata della democrazia americana ma l’investimento sui suoi valori inclusivi senza pretese egemoniche sulle culture altrui; non l’enfatizzazione della minaccia terroristica ma la ridefinizione dei mezzi per contrastarla; non il ricorso automatico alla reazione muscolare di Washington alle crisi come quella siriana ma la ricerca – talvolta, come in Siria, mancata – di vie negoziali; non la chiusura preventiva ma la collaborazione con le potenze emergenti come la Cina.

Si possono, è vero, enumerare uno per uno i fallimenti parziali o totali di questa visione del mondo (sulla quale, va anche detto, Obama non ha trovato in nessuna parte del mondo, l’Europa in primis, il supporto di interlocutori all’altezza). Si può, e si deve, sottolineare il paradosso per cui anche all’estero, come all’interno, questa visione anti-identitaria di un mondo multiculturale ma interdipendente ha dovuto scontrarsi con il rinascere ovunque di piccole patrie, nazionalismi fanatici, tribù postnazionali. Ma non si può negare che questa fosse la strada da intraprendere per tentare di imprimere alla globalizzazione una direzione politica – e cosmopolitica –, sottraendola al dominio assoluto del mercato e della forza militare. Un tentativo non meno cruciale di quello, che a Obama chiunque riconosce, di contenere in politica interna gli effetti più disgreganti del capitalismo globale (con Obama il termine “disuguaglianze” entra per la prima volta nel lessico politico americano) riabilitando l’intervento pubblico in economia.

C’è chi sostiene, in Italia Giulio Tremonti, che con l’ingresso di Trump alla Casa Bianca finisce la globalizzazione. È una profezia azzardata, tanto più nella relativa imprevedibilità delle mosse del nuovo presidente. Più facile è dire quello che finisce con l’uscita di Obama: non la globalizzazione, ma una certa visione politica di un suo possibile governo, basato sull’abbattimento delle barriere identitarie – razziali, etniche, culturali, sessuali – e sulla consapevolezza della reciproca interdipendenza, all’interno e all’esterno dei confini nazionali. Il mondo globale resta in mano da un lato ai fondamentalisti del mercato senza frontiere, dall’altro ai piccoli e grandi neosovranisti pronti a erigere nuovi muri e tracciare nuovi confini. Si vedrà presto se, quanto e dove l’eredità di Barack Obama si rivelerà un lascito “meramente simbolico” o un patrimonio necessario per i destini della politica mondiale.

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Hic manebimus optime

Pubblicato su Huffington Post il 13/12/2016

Riepiloghiamo. Otto giorni fa diciannove milioni e mezzo di elettori, poco meno del 60% di un’altissima percentuale di votanti, boccia una cattiva riforma costituzionale e, con essa, il governo di Matteo Renzi , il quale prima si era indebitamente arrogato il potere di scriverla e di imporla al parlamento con metodi impropri, e poi ne aveva fatto lo strumento di un giudizio popolare ultimativo su se stesso, ripetendo per mesi “se vinco vinco tutto, se perdo mollo tutto”.

Perde, annuncia le dimissioni in tv – altro metodo improprio –, poi traccheggia, infine molla solo metà, il governo, e solo dopo aver ottenuto un successore di suo gradimento. Tiene l’altra metà, il partito, senza pronunciare una sola parola non dico di autocritica, parola del secolo scorso, ma di analisi, e puntando a farne il trampolino, epurato dall’opposizione interna, per una supersonica rivincita. Il tutto invocando elezioni subito con la stessa, identica retorica del suo diretto avversario a 5 stelle.

Intanto, mentre si levano da ogni parte alti lai sul ritorno dei “rituali estenuanti” da prima Repubblica “voluti dal No” (ma quei rituali sono rimasti sempre gli stessi, anche nella seconda), il Quirinale gestisce e risolve la crisi di governo più lampo che si sia mai vista. Cinque giorni fra consultazioni e incarico et voilà, il governo Gentiloni è fatto.

Cambiato il capo, che annuncia chiaro chiaro di voler continuare l’opera del capo precedente (ma almeno ci farà prendere fiato con un po’ di stile in più), il corpo è lo stesso, rifatto con la chirurgia plastica. La riforma bocciata dai suddetti 19 milioni e passa sta lì come l’ombra di Banco, nelle sembianze della madre (Boschi) e della madrina (Finocchiaro) della riforma medesima, entrambe premiate per il brillante lavoro svolto, la prima con la carica di sentinella del nuovo premier a palazzo Chigi, la seconda col ministero che fu della prima e che non perde né il vizio né il nome: ci sono solidarietà che alla lunga rendono. Un’altra riforma, bocciata non dagli elettori ma dalla consulta, è premiata anch’essa: Madia resta dov’era. Una terza, bocciata dalla valanga di giovani che al referendum hanno votato no a tutto, idem: Poletti, il mago dei vaucher, resta dov’era anche lui. Idem anche per la ministra dei creativi, Lorenzin, irrinunciabile per la sua riuscitissima campagna di comunicazione sul fertility Day.

Altro che instabilità: più stabili di così si muore. Dev’essere stato per questo che un po’ di movimento l’hanno fatto fare ad Angelino Alfano, anche lui premiato con gli Esteri per la statura dimostrata sul caso Shalabayeva, e a Marco Minniti, promosso agli Interni ma solo per togliergli l’unica cosa che funzionava, cioè i servizi, perché li voleva Lotti e per suo tramite Renzi, e non certo perché adorano le spy stories. Chissà che sfregio per Lotti accontentarsi del ministero allo sport, uno schermo pop per poter continuare a maneggiare nell’ombra editoria e nomine. Delle altre permanenze, annunciate, non merita parlare. Della sostituzione di Giannini con Valeria Fedeli nemmeno. Meno ancora del ritorno di un ministero intitolato al Mezzogiorno, come se bastasse la parola per parare quel no meridionale al referendum più sonoro della sguaiataggine da pescivendolo di De Luca.

Non c’è nessun ritorno alla (cosiddetta) prima Repubblica. Ai tempi, la stabilissima Dc (a proposito, sarebbe ora di finirla con la favola della storica instabilità del sistema Italia) aveva qualche pudore o qualche velo in più nell’uso gattopardesco del potere. Qui invece il messaggio, senza pudore e senza veli, è uno solo: come dicono a Roma, “m’arimbalza”. Il no ha stravinto? Ecco scodellato il governo del sì. Senza una piega, un forse non si può fare, un pensiamoci un attimo, un bisognerebbe dare un segnale di ascolto a quelli che non ce l’hanno mandata a dire. Niente di niente: hic manebimus optime, la più fragorosa, perfino comica smentita della favoletta renziana sui rottamatori anti-casta che non s’incollano alle poltrone.

Se non suonasse, invece, tragica la frattura che così si istituzionalizza con il paese reale. Quello che ha detto di no. E che bisognerebbe piantarla di trattare, come continuano a fare giornali e tv orfani di Renzi, come un paese di incoscienti (“ma che cosa vuole quell’accozzaglia di no?”), di disperati accecati dalla povertà (il no “sociale”, che c’è ma non è né cieco né disperato e merita qualcosa di più di un’occhiata condiscendente, l’altra faccia dell’ossequio ai manager e ai banchieri testimonial del sì), di Peter Pan annebbiati dalla precarietà (il no dei giovani, che da fluviale diventerà oceanico di fronte a tanto paternalismo ignaro e stupefatto). In quei diciannove milioni di no c’erano certamente tante cose, ma altrettanto certamente una su tutte: un voto per la qualità della democrazia, e contro l’uso arrogante, “esclusivo ed escludente” per dirla con Prodi, del potere. Se gli si risponde riscaldando la stessa minestra di prima, condita con una dose più massiccia di gigli magici, poi non si dica che saranno stati quei no a regalare il paese ai 5 stelle. Ci sta già lavorando egregiamente il governo del sì.

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L’imprevisto

Pubblicato su Internazionale il 5/12/2016

L’imprevisto è il sale della politica: quello che all’improvviso la costringe a fare il salto da ciò che c’è a ciò che può essere, ridandole per ciò stesso vita e senso. Diciotto e passa punti di scarto fra il no e il sì alla riforma governativa della Costituzione non se li aspettava nessuno, né fra chi aveva scelto il sì né fra chi aveva scelto il no. Che questa sorpresa sia la molla per un salto di immaginazione politica è l’augurio del day after che dobbiamo farci tutti, rispondendo con la fiducia nella democrazia a chi insiste tristemente a vederci un salto nel buio.

Bisogna andare con la memoria molto indietro nel tempo, forse ai referendum sul divorzio e l’aborto, per trovare dei precedenti a un no di tale chiarezza e tale potenziale forza propulsiva. Inutile e nevrotico, invece, leggerlo con in mano il pallottoliere delle sigle di partito, delle minoranze di partito, dei transfughi di partito, dei “fronti” coerenti o incoerenti. E’ un no di popolo che ha respinto lo stravolgimento della costituzione, la retorica da cui è stato accompagnato, il metodo con cui è stato tentato, e non ultimo il coro dell’establishment economico e mediatico che l’ha sostenuto. Soprattutto, è un no che respinge con la pratica della partecipazione una riforma tutta tarata sulla fine della partecipazione. E con il peso di una eclatante maggioranza il tentativo di riscrivere il patto fondamentale in base alle convenienze di una minoranza di governo.

Inutile anche infierire sugli errori, madornali, di Matteo Renzi: la sua arroganza, il suo gusto incosciente per le scommesse, la sua spregiudicatezza nell’elargizione delle mance, la sua bandierina della rottamazione e il suo arroccamento fra i ragazzi del muretto della Leopolda, il suo uso fuor di misura (e controproducente) dei media. Quando si gioca così, a vincere o a perdere tutto, prima o poi si perde tutto: è la regola del gioco d’azzardo, che troppi, anche a sinistra, hanno scambiato per coraggioso decisionismo prendendo lucciole per lanterne.

Meglio interrogarsi sugli errori dei renziani di complemento, ben piazzati nei giornali, nei telegiornali e nei talk show, che per mesi hanno rilanciato lo storytelling del governo preconizzando l’apocalisse in caso di vittoria del no, agitando lo spettro della Brexit a ogni stormir di fronda di un’opposizione sociale prima che politica, regalando l’arco del no al populismo di destra e cancellandone la componente, forte e decisiva, di sinistra. Sarebbe bastato portare le telecamere una sola volta in uno dei mille dibattiti sul territorio che hanno animato la vera campagna referendaria per capire che quest’ultima stava funzionando come un romanzo di formazione politica per migliaia di giovani, che giovani e meno giovani considerano la Carta del ‘48 un argine minimo contro la devastazione neoliberale e non un cane morto, che attorno alla critica della riforma si stava ritrovando a sinistra il filo di una cultura politica persa per strada. Ma le telecamere vanno solo per palazzi, politici e finanziari, e il risultato è stata la fantomatica “rimonta del sì” inventata per tutta l’ultima settimana: un altro boomerang.

Dodici ore dopo la chiacchiera mediatica è già tutta concentrata sulla composizione del nuovo governo, quando è lapalissiano che questo è il problema secondario, quello primario essendo la quadratura da trovare fra il bisogno di elezioni politiche e la necessità di indirle con una legge elettorale adeguata a rappresentare i cambiamenti intervenuti nella società e nel sistema politico dopo la fine del ventennio bipolare berlusconiano. Anche un cieco vede che il voto di ieri chiude il quinquennio nefasto iniziato nel novembre 2011, quando si mise il tappo del governo tecnico sulla fine di Berlusconi sacrificando il rito democratico del suffragio sull’altare dello spread. Errore fatale, che tuttora paghiamo. La storia non si fa con i se, ma se allora quell’errore non fosse stato fatto ci saremmo evitati la stagione penitenziale e depressiva dell’austerity, l’exploit conseguente dei 5 Stelle, l’implosione del Pd bersaniano, un governo insediatosi al grido di “Enrico stai sereno” e benedetto dall’alto come “governo costituente”. C’è un solo sconfitto più di Matteo Renzi dal voto di ieri, e si chiama Giorgio Napolitano.

 

 

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Il doppio set della campagna referendaria

Premessa. Voto no con convinzione a una riforma della Costituzione che considero sbagliata, il cui cuore sta a mio avviso in un rafforzamento dell’esecutivo e del premier a spese del parlamento e della rappresentanza, in un accentramento neo-statalista a spese delle istituzioni territoriali, in una lesione del diritto di voto dei cittadini, e il cui senso sta nel ribadimento del mantra neoliberale della governabilità, della stabilità e della riduzione della democrazia che ci bombarda – altro che innovazione! – da più di trent’anni. Ma non è sulle ragioni del mio no, già esposte abbondantemente altrove, che voglio tornare qui, bensì sulle due diverse campagne referendarie che ho visto in queste settimane. Più che diverse, anzi, irriducibili, se non incompatibili.

Prima scena, gli incontri organizzati da varie associazioni, centri sociali, sedi di politica dal basso – Il Centro studi per la riforma dello Stato, la rete “Decide Roma”, il Teatro Rossi occupato di Pisa – nonché da alcune università e da alcuni circoli di Sinistra italiana, all’estremo nord e all’estremo sud della Penisola. Incontri contenuti, nei numeri – una media di ottanta persone – e nei tempi – mai più di un’ora e mezza, introduzioni di quindici-venti minuti, il minimo necessario per analizzare la riforma, darne il senso, inquadrarla nel suo tempo politico e storico, e soprattutto calarla nei contesti di vita; o per discuterne attraverso gli svariati libri, saggi, pamphlet che le sono stati dedicati. Molto desiderio di informarsi e capire, ascolto sempre attentissimo; soprattutto, un’immediata capacità di valutare l’impatto della riforma sulle vite, sui diritti di ciascuno/a, sulla tutela dell’ambiente e della salute, sulle pratiche di partecipazione e di autogoverno.

Ancora, la sensazione che la Costituzione ha sempre giocato dalla parte dei più deboli, per quanto i più forti abbiano sempre fatto di tutto per svuotarla e non attuarla; e dunque una diffidenza guardinga per l’euforia del cambiamento che accompagna i vari endorsement dei potenti per il sì. Infine, ma non ultima, la consapevolezza precisa, fra i più giovani, che la marcatura della riforma costituzionale è una marcatura neoliberale, perché la de-costituzionalizzazione delle nostre democrazie è il progetto politico del neoliberalismo, e perché c’è un filo che tiene insieme questa riforma, il jobs act e il pareggio di bilancio – tutte riforme, per così dire, al contrario di quelle che andrebbero fatte.

Insomma, la famosa discussione “di merito” che sui media è stata tanto invocata quanto mancata, è stata fatta invece con passione nella società civile. Questo è stato il primo imprevisto della campagna referendaria: pensato e programmato come un plebiscito che doveva filare liscio come l’olio “perché tanto alla gente della Costituzione non importa nulla”, in realtà il referendum ha risvegliato la passione politica e quel tanto di patriottismo costituzionale che si pensava, erroneamente, spento. Non solo. Ha ridato voce e profilo a una sinistra che pareva ormai risucchiata nel nulla, fra il centrismo del Pd renziano e il trasversalismo postideologico del Movimento 5 Stelle. E questo è stato il secondo imprevisto: larga parte del No alla riforma, nella campagna che si è svolta nel paese reale, è un no di sinistra.

Seconda scena, la televisione. Che pare conti ovunque sempre meno a fronte della Rete e dei social network, ma in Italia continua ad essere onnipresente, ridondante e sguaiata come e più che nel ventennio del Cavaliere. Infatti il bombardamento televisivo, da metà settembre in poi, è stato debordante, bulimico, inaggirabile. E come sempre, subalterno ai peggiori tic della politica e incapace di offrire un’elaborazione pertinente e originale del tema in questione. Tralascio lo scandalo dell’onnipresenza del Presidente del Consiglio su tutte le reti pubbliche e private, in tutti i format e a tutte le ore, un fatto senza precedenti (nemmeno berlusconiani) e di per sé sintomatico della stato in cui versano in Italia regole e democrazia. Ma anche al netto di questo fatto, il trattamento mediatico del quesito referendario merita qualche considerazione.

Fatte salve poche eccezioni, circoscritte alle interviste approfondite ad alcuni dei protagonisti dello scontro, di fronte alla difficoltà di confrontarsi con una materia politico-giuridica invece che con la solita chiacchiera da Transatlantico telegiornali e talkshow hanno trovato una soluzione facile facile, delegando – e relegando – il merito tecnico della riforma agli astrusi “duelli” fra il sì e il no sottoposti a tempi rigidissimi, e sdoganando contemporaneamente, senza il cronometro in mano, il peggio dello scontro (cosiddetto) politico. Si è cercato così di illustrare e divulgare un testo di per sé confuso e farraginoso chiedendo a giuristi e politici di illustrarne i singoli punti – senato, titolo V, legge elettorale e poteri del governo – in un paio di minuti ciascuno, senza mai la possibilità di un confronto disteso sull’architettura e il senso complessivi della riforma e del no alla riforma. Mentre in contemporanea continuava ad andare in onda una rappresentazione del conflitto politico con il referendum in un ruolo meramente strumentale alla tenuta o alla caduta di Renzi, alle alleanze possibili per il dopo, ai rancori e alle vendette interne al Pd, alla lotta per la leadership nel centrodestra eccetera: alla faccia della posta in gioco costituzionale, che dovrebbe stare sopra, non sotto, quella dell’agenda politica contingente.

Non basta. Complice l’esito sorprendente delle elezioni americane, a sua volta accostato con un automatismo a mio avviso eccessivo a quello del referendum sulla Brexit, il frame narrativo che ha finito col condizionare tutto il dibattito mediatico è stato quello dello scontro a fuoco fra establishment e rivolta populista: riadattato però, per non nuocere a Renzi e all’intero fronte del sì che di establishment è fatto, a quello fra stabilità e rivolta populista, con relativo – e decisivo – corredo di immagini perbene associate al sì (i sorrisi stampati e rassicuranti delle testimonial renziane) e di immagini permale associate al no (le urla e gli sberleffi di Grillo). Peccato che De Luca abbia rotto lo schema con le sue imprecazioni e fritture di pesce: che però gli sono state generosamente condonate, “perché si sa che lui è fatto così” e un po’ di political uncorrectness anche in Italia non guasta.

Il primo effetto di questo frame narrativo, accompagnato dal conformismo filogovernativo in base al quale la riforma è sempre stata presentata come il polo positivo e propositivo e il no come quello meramente negativo e distruttivo, è stato l’occultamento sistematico della componente e delle ragioni di sinistra del no, che col cosiddetto populismo non hanno niente a che vedere. Non mi riferisco qui solo alla sinistra organizzata in sigle, componenti e comitati, ma anche alla sinistra sociale, che nessuno o quasi si è dato la pena di interrogare: sì che sappiamo tutti come votano attori, cantanti e scrittori, e nessuno come votano i centri sociali, le associazioni del terzo settore, i forgotten delle rust belt di casa nostra. Poi non lamentiamoci delle sorprese.

Il secondo effetto è più imprevedibile, perché fare del composito arco del no un’accozzaglia populista, e fare del populismo lo spettro buono per mobilitare tutte le paure di una società precarizzata, va certo a vantaggio di chi ha in mano lo scettro del governo e lo stendardo (strappato) della stabilità; ma si sa che di questi tempi fra il bisogno rassicurante di stabilità e l’odio per l’establishment il confine è molto poroso. Per il governo potrebbe essere un grande boomerang. Per chi insabbia sotto l’etichetta populista le trasformazioni complicate della società e del sistema politico anche.

Personalmente non credo ai “comunque vada” del giorno prima del voto. Politicamente non c’è un comunque vada: andrà in un modo o in un altro. Comunque vada, però, un establishment da demolire c’è ed è quello televisivo.

 

 

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Il sì che chiude, il no che apre

Pubblicato su Internazionale il 29/11/2016

Meno cinque al fatidico 4 dicembre, e stando a quel che passano governo e mezzi d’informazione non è chiaro su che cosa stiamo per andare a votare. Sul governo? Sullo spettro a 5 stelle che incombe? Sullo spread? Sui diktat dei mercati? Sui desiderata della Bce, di Angela Merkel, di Marchionne, del Financial Times, dell’Economist? Sull’eterogeneità dell’“accozzaglia” per il no e sulla rassicurante omogeneità della coalizione Renzi-Verdini per il sì? Sul precipizio oscurantista e il “rigor mortis” – giuro che l’ho letto – in cui ci butterebbe il no e sul sol dell’avvenire che risorgerebbe con il sì? Sul tripudio che ci prende ascoltando le istruzioni per il voto di Vincenzo De Luca, che il governo premia invece di scomunicarlo e che i talk titillano perché lui è fatto così e un po’ di political uncorrectness stile Trump anche in Italia non guasta?

Mai un voto, a mia memoria, è stato sottoposto a pressioni così esagitate, improprie e depistanti: più che una campagna referendaria sembra una nobile gara a chi ci tratta meglio da stupidi. Contro questo depistaggio sistematico e rumoroso non resta, in quest’ultima settimana, che tenere bassi i toni e dritta la barra. Intanto: si vota su una proposta di revisione – o meglio, di riscrittura: 47 articoli su 139 – della Costituzione, che a onta di chi la sta bistrattando come l’ultima delle leggi ordinarie resta il patto fondamentale che ci unisce, o dovrebbe. La posta in gioco è abbastanza alta per esprimersi su questo, e solo su questo. Sì o no?

Io dico no, per ragioni di merito e di metodo, e per una terza ragione, di valutazione storica. Comincio dalle ragioni di merito. Primo, con la riforma il bicameralismo non finisce ma resta, non più paritario ma in compenso molto confuso. Il senato non sparisce ma non sarà più elettivo. Non diventa affatto un senato delle autonomie, espressione dei governi regionali e con competenze sul bilancio, ma una camera di serie b, composta da consiglieri regionali e sindaci scelti su base partitocratica, i quali tuttavia, pur privi di legittimazione elettorale, avranno competenze su materie cruciali come i rapporti con l’Unione europea e le leggi costituzionali e potranno richiamare le leggi approvate dalla camera per modificarle. Secondo, la riforma del titolo V, invece di correggere quella malfatta nel 2001 dal centrosinistra, la rovescia nel suo contrario: da troppo regionalismo si passa a troppo centralismo, con la clausola di supremazia dell’interesse nazionale che tronca in partenza qualunque opposizione dei comuni e delle regioni a trivelle, inceneritori, grandi opere, centrali a carbone e quant’altro: se il governo li considera “di interesse nazionale” e ce li pianta sotto casa ce li teniamo.

Terzo, combinata con l’Italicum (che è la legge elettorale vigente, e non è affatto detto che cambierà se vince il sì, nonostante le promesse di Renzi in questo senso, prese per buone da una parte della minoranza Pd) la riforma istituisce di fatto (ma senza dichiararlo, come almeno faceva la proposta di riforma Berlusconi del 2005) il premierato assoluto: maggioranza dell’unica camera titolare del voto di fiducia al partito che vince le elezioni, in caso di forte astensione anche con un misero 25 per cento del corpo elettorale; ulteriore incremento del potere legislativo del governo e del capo del governo. E non bastasse, elezione del presidente della repubblica in mano al partito di maggioranza a partire dalla settima votazione, in caso di assenza di una parte dell’opposizione. Detto in sintesi, il cuore della riforma sta in un rafforzamento dell’esecutivo e del premier a spese del parlamento e della rappresentanza, in un accentramento neostatalista a spese delle istituzioni territoriali, in una lesione del diritto di voto dei cittadini: il contrario di quello che una buona riforma dovrebbe fare.

Passo alle ragioni di metodo, per me perfino più decisive di quelle di merito. Questa riforma è nata male e cresciuta peggio. È nata da un’indebita avocazione a sé, da parte del governo, di un potere costituente che non è del governo, ed è stata approvata – a base di minacce di elezioni anticipate, sedute notturne, canguri e dimissionamento dei dissidenti – da una maggioranza parlamentare risicata e figlia, a sua volta, di una legge elettorale dichiarata illegittima dalla corte costituzionale. Dopodiché è stata brandita dal presidente del consiglio come una personale arma di autolegittimazione e di sfida degli “avversari” – “parrucconi”, gufi, “accozzaglie” e quant’altro – sulla base dell’unica benzina che muove la macchina renziana, cioè della parola d’ordine della rottamazione, applicata anche alla carta del 1948. Una riforma profondamente e programmaticamente divisiva del patto fondamentale che dovrebbe unire: è questa la contraddizione stridente che minaccia il cuore stesso del costituzionalismo, e ricorda il sovversivismo delle classi dirigenti di gramsciana memoria. A quanti e quante votano sì tappandosi il naso, per paura delle eventuali conseguenze destabilizzanti di una vittoria del no, vorrei sommessamente chiedere di non sottovalutare la ferita difficilmente cicatrizzabile che potrebbe invece conseguire da una vittoria del sì, ovvero dall’approvazione di una costituzione non di tutti ma di parte.

Non è l’unica contraddizione che accompagna questo referendum: ce n’è un’altra, più promettente. Presentata come una svolta radicale, e corredata dal lessico che da mesi ci bombarda incontrastato da tutti i media – innovazione vs conservazione; decisione vs consociazione; velocità vs paralisi; semplificazione vs complessità – la riforma Renzi-Boschi in realtà non innova ma conserva, e non apre ma chiude un ciclo. Sigilla – o ambisce a sigillare – il quarantennio dell’attacco neoliberale alle democrazie costituzionali novecentesche, racchiuso tra il rapporto della Trilateral per la “riduzione della complessità” democratica e l’attacco della JP Morgan contro le costituzioni antifasciste dei paesi dell’Europa meridionale. La storia del revisionismo costituzionale italiano, dalla “grande riforma” vagheggiata da Craxi a quella bocciata di Berlusconi a molte delle stesse ipotesi del centrosinistra, è accompagnata dalla stessa musica: più decisione e meno rappresentanza, più governabilità e meno diritti, più stabilità e meno conflitto. E malgrado le grandi riforme della costituzione siano state fin qui respinte, questi cambiamenti sono già entrati ampiamente, e purtroppo, nella nostra costituzione materiale (nonché in quella formale, come nel caso del pareggio di bilancio).

Renzi ha ragione, dal suo punto di vista, a dire che finalmente può riuscire a lui quello che ad altri non è riuscito: costituzionalizzare il depotenziamento già avvenuto della nostra democrazia. Per questo il sì chiude un ciclo, mentre è solo il no, con tutti i suoi imprevisti, che può aprirne uno nuovo. Basta partecipare a uno solo degli incontri sul referendum che pullulano ovunque in questi giorni per capire quanto questo sentimento sia vivo nella generazione più giovane, che della costituzione parla al di fuori della narrazione ripetitiva degli ultimi decenni.

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