Fortuna e sfortuna del Conte 2

Pubblicato su Internazionale il 5/9/2019

La si può vedere in due modi, opposti. Primo modo. Il governo Conte 2 è il risultato di una operazione di grande abilità politica, che mette fuori gioco Matteo Salvini e i suoi deliri sovranisti, restituisce alla democrazia parlamentare le sue prerogative, mette finalmente al mondo quell’alleanza “naturale” fra Pd e M5S strangolata nel 2013 dall’intemperanza grillina e nel 2018 dai popcorn renziani, riunifica il popolo del centrosinistra transfugo nella protesta pentastellata o disperso nell’astensione, restituisce al Pd il suo ruolo di perno del sistema politico e di “partito della Nazione”, sempre pronto a rispondere agli appelli alla sua responsabilità tanto più se provengono da Bruxelles, nonché ad accollarsi l’onere di costituzionalizzare forze “anomale” e riottose. Nel medio periodo, ne verrà il guadagno di un riordino del sistema politico, affidato come al solito a un’ennesima legge elettorale (ma qui le strade già si dividono, come al solito, fra fautori del proporzionale e del maggioritario, e relative visioni del suddetto riordino). In sintesi, per dirlo con una battuta, un colpo di fortuna machiavellicamente gestito.

Secondo modo. Il governo Conte 2 è il risultato di un’operazione di ceto politico, mossa più dalla paura delle elezioni e dall’istinto di autoconservazione che dall’urgenza di fare fronte all’emergenza democratica, manovrata da Renzi e da Grillo e capitalizzata dall’abile neo-centrismo di Conte a tutto discapito del Pd, ridotto a portatore d’acqua di un governo trasformista in cui le richieste di discontinuità di Zingaretti sono state subissate dalle rivendicazioni di continuità di Di Maio. Salvini è fuori gioco ma temporaneamente, perché anche dall’opposizione può fare molti danni e perché la svolta a destra che egli incarna si sconfigge nella società e nelle urne, non nelle operazioni di palazzo. Nel medio periodo, il sistema politico resterà instabile e schiavo delle divisioni (e ritorsioni) interne al Pd e al M5S, e a farne le spese sarà il progetto di rigenerazione del Pd e della sinistra abbozzato da Zingaretti e soffocato sul nascere. Come in altri passaggi della storia politica repubblicana, il Pd-ex Pci-Pds-Ds pagherà con un dissanguamento, se non con l’estinzione, un’ideologia della responsabilità che copre la sua vocazione ormai esclusivamente governista. Sfortuna, altro che fortuna, della sinistra.

Che questi due modi di vedere la nascita del secondo governo Conte siano entrambi presenti nell’opinione di sinistra, e spesso secondo linee di demarcazione non scontate, la dice lunga sul carattere nebuloso, poco o niente ragionato ed esplicitato, dell’operazione in questione. A conclusione della quale si può e si deve certo brindare alla cacciata dal Viminale di Matteo Salvini, un capopolo che sul suo ruolo istituzionale abusava senza vergogna e senza contenimento alcuno a fini neanche tanto velatamente eversivi. Ma non si può non rimarcare che l’intera conduzione della crisi non sia stata affatto all’altezza della posta in gioco. E poiché in politica il metodo è sostanza, quella conduzione inficia inevitabilmente il risultato.

Si era detto da più parti, all’inizio della crisi di governo, che solo una posizione netta del Pd e della sinistra sui danni apportati dall’esperimento giallo-verde alla democrazia costituzionale e allo stato di diritto avrebbe potuto fornire una barra sia nel caso di elezioni sia nel caso di un cambio di maggioranza e di governo. Significava esigere un’autocritica di Conte e del M5S sulla piena complicità fornita a Salvini in materia di immigrazione e sicurezza, e più in generale sulla convergenza fra leghisti e pentastellati nell’attacco alla divisione dei poteri e alla democrazia rappresentativa. Offrendo in cambio un’autocritica altrettanto necessaria del Pd sulle politiche sociali espresse dai governi precedenti, e largamente responsabili degli exploit populisti e sovranisti del 2013 e del 2018.

Senonché la questione democratica non è stata neanche messa a tema nel corso della crisi, le richieste di discontinuità avanzate da Zingaretti sono state sistematicamente scansate dalle rivendicazioni di continuità con l’operato del governo giallo-verde di Conte e Di Maio (che si riflettono nelle postazioni mantenute nel nuovo governo dai pentastellati più fedeli al neo-ministro degli Esteri), il ritiro dei decreti sicurezza si è ridotto nel programma alla loro blanda correzione richiesta da Mattarella, e anche sulle politiche sociali l’inversione di rotta appare alquanto vaga, in un programma che fin nel linguaggio porta il segno dell’egemonia post-ideologica grillina su quello che dovrebbe essere il punto di vista di parte della sinistra.

E’ vero che la composizione del governo, pur risultando dal gioco correntizio delle promozioni e dei veti, sembra alla fine migliore di quello che ci si poteva aspettare, soprattutto nelle postazioni cruciali dei rapporti con l’Europa, dell’Economia, del Mezzogiorno e delle Autonomie regionali. Ma è vero altresì, e d’altra parte, che nel suo complesso il Conte 2 sembra destinato a riprodurre la conflittualità interna del Conte 1, con il Pd che rischia di ritrovarsi nella posizione del guardiano dell’establishment europeo e i 5 Stelle in quella dei difensori delle proprie bandierine.

Il che non sembra preludere tanto a un riordino, quanto piuttosto a un’ulteriore destrutturazione del quadro politico. Della quale verosimilmente non sarà la sinistra ad avvantaggiarsi, ma un centro già alquanto affollato fra le ambizioni di Conte, le scissioni annunciate di Renzi e Calenda, le contorsioni di quello che resta di Forza Italia. Senza contare i rischi di un ritorno di fiamma fra Di Maio e Salvini, l’unica coppia che abbia continuato a dare segni di un desiderio non spento mentre si officiava il matrimonio d’interesse giallo-rosso.

Vogliamo credere intanto che i giuramenti dei ministri sulla Costituzione siano stati oggi più affidabili di quelli del governo precedente. E nell’attesa degli sviluppi, festeggiamo due ottime notizie: l’indagine a carico di Salvini per aver diffamato Carola Rackete , e la revoca a Mimmo Lucano del divieto di dimora a Riace. Entrambe ascrivibili ai meriti non della politica istituzionale, ma di un’inedita alleanza fra l’opposizione sociale e lo stato di diritto.

 

 

Annunci
Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Il rischio boomerang dei governi responsabili

Pubblicato su Huffington Post il 28/8/2019

Matteo Salvini, Luigi Di Maio, Matteo Renzi sono tre politici fatti della stessa pasta e appartenenti alla stessa epoca. Figli del ventennio berlusconiano, ne hanno esasperato, ciascuno a suo modo, i tratti decisivi: leadership personale, politica mediatizzata, stile populista, disprezzo o quantomeno disinvoltura nei confronti della democrazia costituzionale disegnata dalla Carta del ’48. Figli del neoliberalismo e del capitalismo finanziario, giocano in politica come in borsa: spregiudicati come i broker, non seguono princìpi né perseguono strategie, ma inseguono le quotazioni delle chance presenti sul mercato politico (del resto, anche gli elettori votano ormai così, in base alle quotazioni dei leader nel borsino del media).

Sì che il primo, Matteo Salvini, può mandare all’aria un Governo chiedendo a gran voce le elezioni a Ferragosto e una settimana dopo ingranare la retromarcia sperando di restare dov’era e com’era. Il secondo, Luigi Di Maio, può prendere botte da orbi dal primo per quattordici mesi, ma lasciargli la porta aperta come un amante deluso. Il terzo, Matteo Renzi, per quattordici mesi può imbottirsi di pop corn pur di scongiurare un dialogo con il secondo e poi buttarsi a pesce in un’alleanza con il medesimo senza un se, un ma, una condizione o un condizionale. Tutti e tre del resto sono figli di un’epoca smemorata, ed evidentemente non hanno memoria nemmeno di se stessi oltre che di quello che è successo prima che venissero al mondo.

Pierluigi Castagnetti invece appartiene a un’epoca e a una politica diverse, e di come sono andate le cose in Italia quarant’anni fa dovrebbe avere memoria eccome. Sì che potrebbe essere più cauto nell’uso di paragoni storici ad usumdell’accordo di Governo giallorosso, tanto più se, come si vocifera, in quello che dice, anzi twitta, risuonano echi quirinalizi. Di fronte al bivio Conte 2 sì-Conte 2 no, Castagnetti ha premuto su Zingaretti per il sì, invitandolo a regolarsi come nel ’76 Berlinguer, il quale voleva fare il Governo di solidarietà nazionale con Moro, ma accettò suo malgrado di farlo con Andreotti pur di farlo. L’accordo Pd-M5S come il compromesso storico, Zingaretti come Berlinguer, Conte (o Di Maio) come Andreotti, Moro come lo spettro che non si reincarna ma sempre aleggia? Le due congiunture sono davvero paragonabili, e soprattutto: come andò a finire quell’esperimento del ’76, e chi ne trasse vantaggio?

Il cosiddetto Governo di solidarietà nazionale, un monocolore Dc guidato da Andreotti e sostenuto dalla “non sfiducia”, ovvero dall’astensione, del Pci, vide la luce il 30 luglio del 1976, dopo una campagna elettorale dominata dal terrore del “sorpasso” della Dc da parte del Pci (che alle amministrative del ’75 aveva conseguito il risultato senza precedenti del 33,4% ramazzando il voto di tutta la sinistra, storica e nuova). Il sorpasso infine non c’era stato (Pci 34%, Dc 38%), ma l’inedita bipolarizzazione del sistema politico (il Psi era sceso al minimo storico del 9,6%) persuase Berlinguer che era venuto il momento di stringere sulla sua strategia del “compromesso storico” fra la componente cattolica e quella comunista della storia repubblicana, e Moro sul suo disegno di una “terza fase” dell’egemonia democristiana, che avrebbe dovuto spuntare l’opposizione comunista integrandola nell’area di governo e aprendo la strada alla democrazia dell’alternanza.

Poco o nulla di quelle visioni strategiche di Moro e Berlinguer precipitò tuttavia in quell’esperimento di governo, mosso e legittimato soprattutto da un’esigenza d’ordine del sistema politico contro il “disordine” sociale e contro il terrorismo montante. Mentre negli Usa Steve Jobs fondava la Apple, l’Unione sovietica lanciava nello spazio la Soyuz 2, in Portogallo nasceva la nuova Costituzione dalla Rivoluzione dei garofani, in Libano infuriava la guerra civile, in Argentina si contavano i desaparecidos, in Germania la leader della Raf Ulrike Meinhof si impiccava nel carcere di Stoccarda, in Cina moriva Mao Tse Tung, nell’Italia del ’76 il “lungo Sessantotto” presentava il suo conto ad un sistema politico sordo alle esigenze impellenti di libertà di nuovi soggetti e di rappresentanza di nuove domande. A chi oggi di quella congiuntura riporta solo la scia di sangue terrorista, rossa e nera (giusto nel ’76, l’omicidio brigatista del procuratore Francesco Coco e quello del giudice Vittorio Occorsio firmato da Ordine Nuovo) bisogna ricordare dati di contesto come il voto congiunto della Dc e dell’Msi su una legge che dichiarava l’aborto un reato penalmente perseguibile, la ristrutturazione industriale spietata che si apprestava ad abbattere le conquiste operaie e a spaccare il mondo del lavoro fra garantiti e precari, nonché l’arretratezza delle due visioni strategiche di cui sopra, oggi tanto rimpiante, a fronte di una società trasformata dalla modernizzazione e scossa dal conflitto.

Che infatti dal Governo di solidarietà nazionale non fu ridotto ma esasperato, ed esplose nel movimento del Settantasette aprendo nella sinistra una frattura sociale, culturale e politica mai rimarginata e di cui ancora oggi si vedono i segni. Quanto al Governo, già messa in crisi nel gennaio del ’78 dall’ultimatum del Pci (fine dell’astensione, o governo o opposizione) la solidarietà nazionale toccò l’apice durante il sequestro Moro con la dissennata linea della fermezza, e con l’assassinio di Moro finì. Aprendo la strada non all’alternanza ma alla lunga stagione del pentapartito, con la rinnovata esclusione di un Pci costretto sulla linea difensiva della diversità e della questione morale. Per riparlare di alternanza e di Governo bisognerà aspettare l’89, Tangentopoli, la fine della Dc e del Psi, l’ascesa di Berlusconi, il bipolarismo della seconda Repubblica.

I governi d’emergenza non portano bene a chi si accolla l’onere “responsabile” di allestirli. Rispetto al ’76, immense sono oltretutto le differenze fra i soggetti in campo: allora si fronteggiavano due partiti a forte radicamento sociale, ideologicamente strutturati e relativamente compatti al loro interno. Oggi ciascuna forza politica è liquida, post-ideologica, precaria nel rapporto con l’elettorato e divisa al suo interno (il Pd fra Zingaretti e Renzi, i 5S fra Di Maio, Di Battista, Fico, Grillo, Casaleggio), il che accresce le possibilità dell’effetto boomerang di un’alleanza improvvisata.

Meno remoto sarebbe il paragone con il 2011, quando l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dimessosi Berlusconi e sotto l’emergenza della crisi finanziaria, diede vita a un diverso esperimento di solidarietà nazionale con il governo Monti, sbarrando il ritorno alle urne e impedendo così l’elaborazione nel rito elettorale della fine del ventennio berlusconiano. Anche l’appoggio esterno al Governo dei tecnici non portò nulla di buono al Pd: lungi dal contenere il populismo incipiente di M5S lo alimentò, e lungi dall’avvantaggiare il Pd sfociò nella sua “mezza vittoria” del 2013, per l’allora segretario Bersani una piena sconfitta seguita dalla scalata renziana del partito. Una catastrofe che doveva essere ben presente a Zingaretti quando, solo due settimane fa, perorava le elezioni come unico esito plausibile della crisi aperta da Salvini.

E’ vero che nel frattempo sono maturate molte buone ragioni per non andare alle urne e tentare di dar vita a un Governo giallorosso, prima fra tutte la necessità di imbrigliare i deliri di onnipotenza di Salvini nelle forme e nelle procedure parlamentari, sotto un’emergenza stavolta non economica ma politica in cui è in gioco la democrazia costituzionale oltre che il rischio di consegnare il paese e il Quirinale alla destra sovranista.

Ma per come si sta configurando, non è affatto certo che il gioco valga la  candela e sia all’altezza della posta. Fra l’arroganza malriposta di Di Maio, le rivendicazioni dell’operato gialloverde dello stesso Conte opposte alle sacrosante richieste di discontinuità avanzate da Zingaretti, la somma delle  opacità dei tre giocatori in campo di cui parlavamo all’inizio, l’effetto boomerang dell’operazione è tutt’altro che escluso. Con il rischio che, come nel ’76 ma con un segno ideologico rovesciato, sia il sociale a presentare in forme imprevedibili il suo conto alle infinite contorsioni della crisi della politica.

Matteo Salvini, Luigi Di Maio, Matteo Renzi sono tre politici fatti della stessa pasta e appartenenti alla stessa epoca. Figli del ventennio berlusconiano, ne hanno esasperato, ciascuno a suo modo, i tratti decisivi: leadership personale, politica mediatizzata, stile populista, disprezzo o quantomeno disinvoltura nei confronti della democrazia costituzionale disegnata dalla Carta del ’48. Figli del neoliberalismo e del capitalismo finanziario, giocano in politica come in borsa: spregiudicati come i broker, non seguono princìpi né perseguono strategie, ma inseguono le quotazioni delle chance presenti sul mercato politico (del resto, anche gli elettori votano ormai così, in base alle quotazioni dei leader nel borsino del media).

Sì che il primo, Matteo Salvini, può mandare all’aria un Governo chiedendo a gran voce le elezioni a Ferragosto e una settimana dopo ingranare la retromarcia sperando di restare dov’era e com’era. Il secondo, Luigi Di Maio, può prendere botte da orbi dal primo per quattordici mesi, ma lasciargli la porta aperta come un amante deluso. Il terzo, Matteo Renzi, per quattordici mesi può imbottirsi di pop corn pur di scongiurare un dialogo con il secondo e poi buttarsi a pesce in un’alleanza con il medesimo senza un se, un ma, una condizione o un condizionale. Tutti e tre del resto sono figli di un’epoca smemorata, ed evidentemente non hanno memoria nemmeno di se stessi oltre che di quello che è successo prima che venissero al mondo.

Pierluigi Castagnetti invece appartiene a un’epoca e a una politica diverse, e di come sono andate le cose in Italia quarant’anni fa dovrebbe avere memoria eccome. Sì che potrebbe essere più cauto nell’uso di paragoni storici ad usumdell’accordo di Governo giallorosso, tanto più se, come si vocifera, in quello che dice, anzi twitta, risuonano echi quirinalizi. Di fronte al bivio Conte 2 sì-Conte 2 no, Castagnetti ha premuto su Zingaretti per il sì, invitandolo a regolarsi come nel ’76 Berlinguer, il quale voleva fare il Governo di solidarietà nazionale con Moro, ma accettò suo malgrado di farlo con Andreotti pur di farlo. L’accordo Pd-M5S come il compromesso storico, Zingaretti come Berlinguer, Conte (o Di Maio) come Andreotti, Moro come lo spettro che non si reincarna ma sempre aleggia? Le due congiunture sono davvero paragonabili, e soprattutto: come andò a finire quell’esperimento del ’76, e chi ne trasse vantaggio?

Il cosiddetto Governo di solidarietà nazionale, un monocolore Dc guidato da Andreotti e sostenuto dalla “non sfiducia”, ovvero dall’astensione, del Pci, vide la luce il 30 luglio del 1976, dopo una campagna elettorale dominata dal terrore del “sorpasso” della Dc da parte del Pci (che alle amministrative del ’75 aveva conseguito il risultato senza precedenti del 33,4% ramazzando il voto di tutta la sinistra, storica e nuova). Il sorpasso infine non c’era stato (Pci 34%, Dc 38%), ma l’inedita bipolarizzazione del sistema politico (il Psi era sceso al minimo storico del 9,6%) persuase Berlinguer che era venuto il momento di stringere sulla sua strategia del “compromesso storico” fra la componente cattolica e quella comunista della storia repubblicana, e Moro sul suo disegno di una “terza fase” dell’egemonia democristiana, che avrebbe dovuto spuntare l’opposizione comunista integrandola nell’area di governo e aprendo la strada alla democrazia dell’alternanza.

Poco o nulla di quelle visioni strategiche di Moro e Berlinguer precipitò tuttavia in quell’esperimento di governo, mosso e legittimato soprattutto da un’esigenza d’ordine del sistema politico contro il “disordine” sociale e contro il terrorismo montante. Mentre negli Usa Steve Jobs fondava la Apple, l’Unione sovietica lanciava nello spazio la Soyuz 2, in Portogallo nasceva la nuova Costituzione dalla Rivoluzione dei garofani, in Libano infuriava la guerra civile, in Argentina si contavano i desaparecidos, in Germania la leader della Raf Ulrike Meinhof si impiccava nel carcere di Stoccarda, in Cina moriva Mao Tse Tung, nell’Italia del ’76 il “lungo Sessantotto” presentava il suo conto ad un sistema politico sordo alle esigenze impellenti di libertà di nuovi soggetti e di rappresentanza di nuove domande. A chi oggi di quella congiuntura riporta solo la scia di sangue terrorista, rossa e nera (giusto nel ’76, l’omicidio brigatista del procuratore Francesco Coco e quello del giudice Vittorio Occorsio firmato da Ordine Nuovo) bisogna ricordare dati di contesto come il voto congiunto della Dc e dell’Msi su una legge che dichiarava l’aborto un reato penalmente perseguibile, la ristrutturazione industriale spietata che si apprestava ad abbattere le conquiste operaie e a spaccare il mondo del lavoro fra garantiti e precari, nonché l’arretratezza delle due visioni strategiche di cui sopra, oggi tanto rimpiante, a fronte di una società trasformata dalla modernizzazione e scossa dal conflitto.

Che infatti dal Governo di solidarietà nazionale non fu ridotto ma esasperato, ed esplose nel movimento del Settantasette aprendo nella sinistra una frattura sociale, culturale e politica mai rimarginata e di cui ancora oggi si vedono i segni. Quanto al Governo, già messa in crisi nel gennaio del ’78 dall’ultimatum del Pci (fine dell’astensione, o governo o opposizione) la solidarietà nazionale toccò l’apice durante il sequestro Moro con la dissennata linea della fermezza, e con l’assassinio di Moro finì. Aprendo la strada non all’alternanza ma alla lunga stagione del pentapartito, con la rinnovata esclusione di un Pci costretto sulla linea difensiva della diversità e della questione morale. Per riparlare di alternanza e di Governo bisognerà aspettare l’89, Tangentopoli, la fine della Dc e del Psi, l’ascesa di Berlusconi, il bipolarismo della seconda Repubblica.

I governi d’emergenza non portano bene a chi si accolla l’onere “responsabile” di allestirli. Rispetto al ’76, immense sono oltretutto le differenze fra i soggetti in campo: allora si fronteggiavano due partiti a forte radicamento sociale, ideologicamente strutturati e relativamente compatti al loro interno. Oggi ciascuna forza politica è liquida, post-ideologica, precaria nel rapporto con l’elettorato e divisa al suo interno (il Pd fra Zingaretti e Renzi, i 5S fra Di Maio, Di Battista, Fico, Grillo, Casaleggio), il che accresce le possibilità dell’effetto boomerang di un’alleanza improvvisata.

Meno remoto sarebbe il paragone con il 2011, quando l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dimessosi Berlusconi e sotto l’emergenza della crisi finanziaria, diede vita a un diverso esperimento di solidarietà nazionale con il governo Monti, sbarrando il ritorno alle urne e impedendo così l’elaborazione nel rito elettorale della fine del ventennio berlusconiano. Anche l’appoggio esterno al Governo dei tecnici non portò nulla di buono al Pd: lungi dal contenere il populismo incipiente di M5S lo alimentò, e lungi dall’avvantaggiare il Pd sfociò nella sua “mezza vittoria” del 2013, per l’allora segretario Bersani una piena sconfitta seguita dalla scalata renziana del partito. Una catastrofe che doveva essere ben presente a Zingaretti quando, solo due settimane fa, perorava le elezioni come unico esito plausibile della crisi aperta da Salvini.

E’ vero che nel frattempo sono maturate molte buone ragioni per non andare alle urne e tentare di dar vita a un Governo giallorosso, prima fra tutte la necessità di imbrigliare i deliri di onnipotenza di Salvini nelle forme e nelle procedure parlamentari, sotto un’emergenza stavolta non economica ma politica in cui è in gioco la democrazia costituzionale oltre che il rischio di consegnare il paese e il Quirinale alla destra sovranista.

Ma per come si sta configurando, non è affatto certo che il gioco valga la  candela e sia all’altezza della posta. Fra l’arroganza malriposta di Di Maio, le rivendicazioni dell’operato gialloverde dello stesso Conte opposte alle sacrosante richieste di discontinuità avanzate da Zingaretti, la somma delle  opacità dei tre giocatori in campo di cui parlavamo all’inizio, l’effetto boomerang dell’operazione è tutt’altro che escluso. Con il rischio che, come nel ’76 ma con un segno ideologico rovesciato, sia il sociale a presentare in forme imprevedibili il suo conto alle infinite contorsioni della crisi della politica.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Le macerie sotto la crisi

Pubblicato il 19 agosto 2019 su Internazionale

Il governo del cambiamento gialloverde, quello che doveva durare cinque anni, abolire i poveri, eliminare dalla faccia della terra i migranti, vendicare il passato della prima e della seconda repubblica rivendute all’opinione pubblica come mere fabbriche di nefandezze, restituire al popolo la sovranità rapinata dall’Europa, funzionare da faro per il disfacimento dell’Europa medesima, si è infranto su se stesso dopo appena quattordici mesi di vita stentata, spericolata, rissosa. E un cumulo di macerie resterà anche nella malaugurata ipotesi di un farsesco rammendo in zona Cesarini dello strappo voluto dal ministro dell’interno, una settimana fa in pieno delirio di onnipotenza e adesso pronto all’ennesimo testacoda tattico.

Come evolverà e dove andrà a parare la prima crisi di governo ferragostana della storia della Repubblica dipenderà in larga misura dalla direzione che le imprimerà domani il presidente del consiglio. Inutile dunque esercitarsi nel gioco della palla di vetro, che in questi giorni dà per fatto tutto e il contrario di tutto, compresa un’alleanza fra 5 Stelle e Pd alquanto ardua da costruire. Inutile anche sfogliare l’album delle foto trash che hanno scandito le tappe del governo sovran-populista, dall’euforia sguaiata sul balcone di palazzo Chigi per lo zero virgola di spesa in più strappato a Bruxelles al karaoke del ministro degli interni in mutande con cubiste in tanga brasiliano al Papeete Beach. Meglio concentrarsi su quello da cui le convulsioni della cronaca ci distraggono, ovvero l’inventario delle macerie suddette e dei relativi danni. Dal quale inventario dipende qualunque ipotesi credibile di uscita in avanti dalla crisi, e senza il quale qualunque ipotesi di uscita in avanti non è credibile.

Checché ne dica la quasi totalità degli esponenti dell’opposizione di sinistra, il governo gialloverde non è da archiviare per quello che non ha fatto – politiche sociali, lotta alle disuguaglianze, riduzione del debito, investimento su sviluppo, crescita, infrastrutture, istruzione, ricerca e via dicendo –, bensì per quello che ha fatto. E al primo posto di quello che ha fatto non ci sono i due provvedimenti-bandiera dei 5 Stelle e della Lega (reddito di cittadinanza e quota 100), bensì la demolizione sistematica dello Stato di diritto e delle basi della democrazia costituzionale, accompagnata da un altrettanto sistematico imbarbarimento dello spirito pubblico, del senso comune e della sensibilità collettiva, cioè della trama del legame sociale.

Che le procedure della crisi si snocciolino mentre al largo di Lampedusa si consuma l’ennesima tragedia dell’immigrazione, e che quest’ultima sia teatro, insieme, del sadismo di regime e dello scontro fra i poteri del Viminale, della magistratura e della presidenza del consiglio, dice già quasi tutto della situazione in cui ci troviamo. Ma per quanto sia quella prescelta da Salvini per praticare ed esibire le sue violazioni sistematiche dell’ordinamento giuridico in nome di un presunto mandato popolare, la questione dell’immigrazione non è l’unica a mostrare la trasformazione dello stato di diritto in stato di polizia e della democrazia costituzionale in governo di un capopopolo “con pieni poteri”. Non a caso il decreto sicurezza bis tiene insieme le norme contro le Ong e quelle contro il diritto di manifestare, unendo in un’unica concezione dell’ordine pubblico il bando degli stranieri e il disciplinamento degli indigeni non allineati. Non a caso allo scontro esplicito con tutti i gradi della magistratura nelle vicende Diciotti, Sea Watch, Mediterranea, Open Arms Salvini ha affiancato di recente lo scontro altrettanto esplicito con il parlamento, rifiutandosi di riferire e perfino di presentarsi in aula sul Russia-gate prima e chiamando i parlamentari a “muovere il culo” e tornare a Roma dopo il suo annuncio della crisi di governo. E non a caso tutto il discorso di Salvini è uno sfregio continuo ai valori della prima parte della Costituzione, quelli che tutti dichiarano di voler salvaguardare salvo lasciarli affondare da quotidiani sfondamenti razzisti e sessisti e dall’evocazione strategica del rancore e dell’aggressività camuffata da “legittima difesa”.

Sono elementi più che sufficienti per prendere più che sul serio, dopo mesi di dibattiti astratti sul tasso di fascismo presente nel salvinismo, il progetto istituzionale dell’inquilino del Viminale, che con ogni evidenza è quello di allineare la democrazia italiana alle “democrazie illiberali” in voga in Russia e nel blocco di Visegrad, com’era chiaro fin dal 4 marzo 2018 a chiunque avesse visto le implicazioni internazionali delle ultime elezioni politiche. E com’è diventato ancor più chiaro con il Russia-gate, non un caso di ordinaria corruzione ma un segnale politico di prima grandezza dell’orientamento leghista in fatto di collocazione geopolitica e geo-ideologica dell’Italia.

Nulla di questo progetto tuttavia, è bene ricordarlo per calmierare la faciloneria con cui si guarda alla possibilità di sostituire l’alleanza giallo-verde con una giallo-rossa, avrebbe avuto le gambe per camminare senza l’appoggio e la complicità dei 5 Stelle. Non si tratta solo dell’approvazione concorde di singoli provvedimenti, decreti sicurezza in testa, o del comune sentire fra i due alleati in fatto di sicurezza, immigrazione e ordine pubblico. Si tratta di una più sostanziale convergenza su quella che Vladimir Putin definisce l’obsolescenza della democrazia liberale, annunciando al mondo l’ora del suo capovolgimento in una democrazia illiberale. Che passa, a Ovest come a Est, per la distruzione di ciò che resta della rappresentanza, la demolizione della divisione dei poteri in nome dell’investitura populista di un capo, la riduzione del ruolo del parlamento, il silenziamento dell’opposizione, l’uso di regime dei media vecchi e nuovi, l’insediamento al posto dell’odiata casta un “popolo sovrano” fatto di followers, deprivato di qualunque potere di partecipazione e di intervento ma munito di like e di hate speechs e unificato dall’identificazione nell’icona trash di leader che tutto promettono e poco o nulla mantengono.

La soluzione autoritaria alla Salvini e la soluzione digitale alla Casaleggio della crisi della democrazia rappresentativa si tengono e si rafforzano a vicenda, ed è questo il cemento che ha reso possibile il primo esperimento di governo sovran-populista dell’Europa occidentale. Il laboratorio italiano non finisce mai di stupire: come avevano capito per tempo Steve Bannon e Alexander Dugin, trent’anni dopo l’89 l’Italia torna ad essere, come all’epoca della guerra fredda, una terra di frontiera, dove si sperimentano insieme, frullandone gli ingredienti, la ricetta post-sovietica delle democrature dell’Est e i cascami dell’illusione libertaria della democrazia digitale californiana.

Ma se questo è il lascito di quattordici mesi di esperimento sovran-populista – per larghissimi tratti preparato, non dimentichiamolo, dal ventennio berlusconiano – questo deve essere anche il terreno di costruzione di una alternativa credibile, sia che passi per il ritorno alle urne sia che passi per un patto di legislatura fra 5 Stelle e centro-sinistra. Dal punto di vista dei contenuti, il meno frequentato dal discorso politico e mediatico, l’aut aut fra elezioni e governo è meno secco di quanto sembri: nell’un caso e nell’altro, in campagna elettorale o nella contrattazione con i 5 stelle, si tratta per la sinistra di mettere al centro del discorso la ricostruzione dello stato di diritto e di una democrazia inclusiva e vitale. Una mossa tutt’altro che scontata, per una sinistra da anni profondamente divisa sulle soluzioni di ingegneria istituzionale avanzate nei vari tentativi per fortuna naufragati di riforma della Carta del ’48. E infatti la sinistra tuttora manca il punto, oscillando fra l’allarme per un rischio-fascismo prossimo venturo che sottovaluta – e magari avalla, come in materia di sicurezza – le deformazioni già avvenute dell’edificio democratico, e la tentazione di infilare scorciatoie come quella renziana di un accordo con i 5 stelle basato precisamente sulla riduzione della rappresentanza e del ruolo del parlamento, o altre basate sull’ennesima riforma della legge elettorale.

L’esperimento di governo gialloverde non è stato un incidente di percorso. E’ nato da una degenerazione lunga e profonda della democrazia rappresentativa e dalla trasformazione del popolo politicamente motivato della tradizione moderna nella folla di individui deprivati e in cerca di capi messa al mondo dal neoliberalismo. Populismo e sovranismo sono due risposte illusorie e reazionarie a questa doppia e connessa crisi. Che quell’esperimento sia fallito è un’ottima notizia. Che si possa voltare pagina anche. Che per voltarla sia sufficiente un cambio di maggioranza e un nuovo contratto di governo, tutto concentrato sulla legge finanziaria come suggerisce Romano Prodi o tutto affidato alle trame di Matteo Renzi, invece è un’illusione. Per aprire una stagione politica nuova bisogna riscrivere da capo quelle due parole impegnative, popolo e democrazia. Se non si è in grado di farlo dal governo, tanto vale provare a riscriverle nel vivo di una campagna elettorale.

 

 

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

La democrazia in Europa, trent’anni dopo il crollo del muro di Berlino

Pubblicato il 9 luglio 2019 su Internazionale 

Presto o tardi la storia presenta sempre il suo conto, spesso si tratta di un conto salato e talvolta non privo di una qualche ironia. Dev’essere infatti per l’ironia della storia se le elezioni europee del 26 maggio, le prime ad avere per posta in gioco la stessa sopravvivenza dell’Unione europea, sono capitate giusto nel trentennale di quel fatidico crollo del muro di Berlino che dell’Europa decise la riunificazione. E dev’essere per uno sberleffo della storia se la proclamazione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, potente spinta propulsiva per i populismi e i sovranismi europei, è capitata giusto lo stesso giorno del crollo del muro, il 9 novembre, quasi a smentirne, ventisette anni dopo, speranze, illusioni e false prospettive (“Che giorno! Che giorno! La non-democrazia liberale è finita, e io mi sento libero dalla correttezza politica”, così Viktor Orbán commentò il risultato delle presidenziali americane). Ma nella storia come nei sogni, ce l’ha insegnato Freud, le coincidenze dei numeri non sono mai casuali: ci mettono sulla strada di tracce perdute o rimosse, consentendoci di ricostruire in modo più attendibile la genealogia di un presente smemorato.

Nel presente c’è un’Unione europea che il 26 maggio scorso ha tirato un respiro di sollievo respingendo la minaccia sovranpopulista, ma che resta lacerata da faglie profonde – territoriali, economiche, sociali, politiche, culturali – rispetto alle quali il dover essere unitario rischia di diventare sempre meno seduttivo ed efficace. Da dove nascono queste faglie, e come si riparano? Priva com’è diventata di spessore storico, la politica non dà risposte, o le sbaglia. Di fronte alla faglia economica fra nord e sud spalancatasi con la crisi del 2008 la Ue ha risposto con la politica dell’austerità e la disciplina del debito, e con la favola delle formiche e delle cicale, aggravandola. Di fronte alla faglia politica fra est e ovest, disegnata dagli esperimenti di “democrazia illiberale” in Ungheria e in Polonia, dalle transizioni democratiche incompiute in Serbia e in Ucraina, dai regimi neoautoritari in Bielorussia e in Azerbaigian, la Ue ha glissato contando sulla solidità del modello liberaldemocratico occidentale contro lo spettro sovranista, con l’unico risultato, anche in questo caso, di aggravare la faglia e di riprodurla all’interno dei paesi occidentali, prima di tutto nel sempre solerte laboratorio italiano. Di fronte infine alla terza faglia, la crisi migratoria che destabilizza in modo permanente i già labili confini del continente, l’Unione continua a non rispondere nulla, avallando politiche sempre più securitarie e lasciando che mille recinzioni fioriscano, in plateale contraddizione con l’immagine dello “spazio senza confini” e della “società aperta” che avrebbe dovuto caratterizzare l’Europa.

Tanto basta, o dovrebbe, per concludere che la riproposizione ostinata del ricettario neoliberale ha prodotto e riproduce la crisi economica, politica e demografica del vecchio continente: e che dunque bisogna decisamente cambiare strada, riavvolgendo all’indietro il nastro della costruzione europea e riconoscendone errori, illusioni, fraintendimenti, paradossi. Il trentennale del 1989 sarebbe l’occasione giusta per farlo, a patto di uscire finalmente dalle narrative unilineari e trionfali degli eventi di quell’anno che hanno costituito finora il nocciolo duro dell’ideologia europeista mainstream. Senza il muro. Le due Europe dopo il crollo del comunismo, una compatta raccolta di saggi del politologo Jacques Rupnik pubblicata con tempismo da Donzelli, ci mette sulla pista giusta per questa riconsiderazione dell’ultimo trentennio. Praghese, consigliere di Vàclav Havel negli anni novanta, componente della commissione internazionale per i Balcani e di quella per il Kosovo, docente in varie università europee e americane, Rupnik incrocia lo sguardo sulle vicende dell’Europa dell’est, del centro e dell’ovest dopo le “rivoluzioni di velluto” del 1989 e l’allargamento a est dell’Unione europea del 2004-2007, ricostruendo un puzzle politico, sociale e culturale del continente più completo e più complesso di quello a cui siamo abituati. Ma il movente del libro è politico, e si racchiude in due domande sull’oggi.

Due domande sull’oggi
La prima: l’ascesa di movimenti e governi populisti, sovranisti e antieuropei, dichiaratamente illiberali o evidentemente neoautoritari, segnala un problema dell’Europa centrorientale, riconducibile magari all’eredità del regime sovietico, o annuncia piuttosto una tendenza transeuropea e transatlantica delle postdemocrazie contemporanee, tanto più se mettiamo nel conto il governo gialloverde italiano, la Brexit e la presidenza Trump negli Stati Uniti? Si tratta insomma di un ritorno dell’oriente o di una deriva dell’occidente? La seconda: assistiamo, oggi e non da oggi, al rovesciamento di tutte le promesse e le premesse dell’ottantanove nel loro contrario: dall’abbattimento del muro alla costruzione delle barriere contro i migranti, dal trionfo alla crisi della democrazia liberale, dalla riunificazione dell’Europa alle nuove divisioni che la solcano, dal trionfo dell’economia di mercato alla catastrofe finanziaria del 2008, dalla società aperta ai ripiegamenti identitari, dal progetto sovranazionale europeo ai nazionalismi, dai movimenti del dissenso in nome dei diritti umani alle leggi contro le ong, dal mito della governance globale agli arroccamenti sovranisti. Come interpretare questo rovesciamento? Si è trattato di promesse tradite o di premesse sbagliate, o di tutt’e due?

Entrambe queste domande rinviano ai processi innescati dalla “rivoluzione” dell’ottantanove, tuttora controversa nelle definizioni che ne vengono date: implosione del sistema sovietico secondo alcuni; pratica di disobbedienza civile non violenta secondo altri; rivoluzione “recuperante”, priva di idee-forza nuove e tesa solo all’imitazione dell’occidente, secondo Habermas; ma senz’altro, per Rupnik, rivoluzione democratica antitotalitaria, l’ultima a rendere l’Europa scenario di un evento mondiale, con ripercussioni in altri contesti – le primavere arabe di vent’anni dopo – e con effetti decisivi sull’assetto geopolitico del pianeta.

Di quell’anno convulso, sorprendente e indimenticabile si può rivedere, nelle pagine del libro, tutto il film: gli eventi (Lipsia, Dresda, Varsavia, Praga, Budapest, Berlino, Bucarest); i precedenti (Solidarność 1980, Praga 1968, Budapest 1956, senza dimenticare gli scioperi operai del 1976 a Radom e Ursus e del 1970 sulla costa baltica); la temporalità accelerata e l’effetto domino (“Polonia dieci anni, Ungheria dieci mesi, Ddr dieci settimane, Cecoslovacchia dieci giorni, Romania dieci ore, Albania dieci minuti…”). E ovviamente i protagonisti – Havel, Wałęsa, Gorbačëv –, i comprimari – Kohl, Reagan, Thatcher, e sopra tutti Giovanni Paolo II – e le rispettive strategie. La ricostruzione non indulge alla retorica della spettacolarizzazione né a quella dell’imprevedibilità dell’evento: restituisce piuttosto un 1989-processo, incubato nella lunga e profonda crisi del sistema sovietico e consapevolmente accelerato dal riformismo di Gorbačëv, che alla fine non riesce però a contenerne gli effetti dirompenti sull’esistenza stessa dell’Unione Sovietica. Inizialmente pilotata da Gorbačëv ma anche da Reagan, la fine della guerra fredda coinciderà con la fine del socialismo reale, con la ratifica della sua irriformabilità, con il trionfo del modello occidentale, nonché con la vittoria della soluzione autoritaria di Deng Xiaoping alla crisi del comunismo su quella riformista del leader sovietico.

Qui però non mi interessa tanto sostare sul film, che le celebrazioni del trentennale ci faranno rivedere più e più volte, quanto sul seguito cui, come in ogni buon film, la fine dà inizio. Che cosa comincia in Europa, finito il 1989? L’Europa centrale fu solo protagonista o anche e soprattutto posta in gioco, fra le potenze che posero fine alla guerra fredda, della rivoluzione del 1989? Se quella rivoluzione reinventò il mito del popolo sovrano che prende in mano il proprio destino, che ne è di quel popolo e di quella sovranità nei populismi sovranisti di oggi? Se la spinta a quella rivoluzione venne da una generazione di giovani e di intellettuali radicale, aperta, ironica, “non contro il regime ma già oltre”, che ne è stato di quella generazione e del dissenso cui diede voce? Infine, se gli oggetti del desiderio di quella rivoluzione erano la democrazia e il “ritorno all’Europa”, che ne è oggi della democrazia in Europa, e dell’Europa?

Premesse ambigue, promesse tradite
Il percorso biografico e politico di Orbán, cresciuto nell’ultima generazione del dissenso liberale ungherese per approdare nel 2016 alla formulazione della “democrazia illiberale”, o quello di Jarosław Kaczyński, formatosi dentro Solidarność ed ex consigliere di Wałęsa, forniscono già ampi indizi per rispondere. Ma Rupnik articola la sua analisi su una dimensione più vasta, all’incrocio, come anticipavo sopra, fra ambiguità delle premesse delle rivoluzioni dell’Europa dell’est e tradimento delle promesse dell’Europa dell’ovest.

Alle ambiguità e all’ingenuità delle premesse del dissenso vanno ascritte l’infatuazione acritica per il modello liberaldemocratico occidentale e l’adesione altrettanto acritica al “Washington consensus” neoliberista; l’enfasi sui diritti umani, efficacemente branditi contro il totalitarismo sovietico ma in seguito usati come fonte di legittimazione delle “guerre umanitarie” degli anni novanta e dell’intervento americano in Iraq e in Afghanistan, circostanze nelle quali i paesi dell’Europa centrale sono stati infatti più vicini agli Stati Uniti che alla Ue; una concezione della sovranità popolare intrecciata con il patriottismo nazionalista contro l’Urss, e dunque esposta ab origine alla curvatura populista-sovranista di oggi. Dall’altro lato ci sono le promesse tradite dell’occidente: l’offerta di una democrazia sempre più povera, ridotta a rito elettorale, erosa dalla crisi della rappresentanza, dalla corruzione, dalla tirannia dell’immediatezza dei mercati e dei mezzi di informazione; il mito di una forma postnazionale dell’Ue – peraltro mai tradotto in architettura istituzionale – privo di attrattiva sul sentimento nazionalista dell’Europa centrale; un allargamento dell’Unione ai paesi dell’est molto più simile a un’annessione che al “ritorno all’Europa” da loro vagheggiato dopo il “sequestro” sovietico, e drogato dalla comune adesione, a ovest e a est, alla religione del mercato.

Oggi l’Europa è unificata, oltre che da una moneta controversa, solo dalla crisi democratica
All’esito di queste due parabole c’è stata una costruzione europea carica di malintesi, e ulteriormente compromessa dalla crisi economica e dalla crisi migratoria, quest’ultima percepita dai paesi dell’est come uno schiaffo del multiculturalismo occidentale e postcoloniale alla loro illusione di contribuire alla rifondazione dell’identità continentale con la riscoperta delle proprie identità nazionali. Il processo di unificazione dell’Europa, che guardava ai paesi di Visegrád come esempi di transizione democratica e parve coronato nel 2014 dall’elezione del primo ministro polacco Donald Tusk a presidente del Consiglio europeo, si è così risolto in un generatore di nuove fratture. Oggi l’Europa è unificata, oltre che da una moneta controversa, solo dalla crisi democratica: nella quale però, questo è il punto, le “democrature” dei paesi di Visegrád non appaiono tanto il residuo di un mondo che fu quanto l’avanguardia di un mondo che viene.

Gli ingredienti della “democrazia illiberale” di Orbán – rifiuto dello stato di diritto in nome di una concezione assoluta della sovranità popolare; controllo dei media e della magistratura; politiche identitarie e nazionalistiche; guerre culturali a difesa dei valori tradizionali (dio, patria e famiglia) contro il “nuovo totalitarismo” dei diritti, si diffondono a macchia d’olio in tutti i populismi europei, come sappiamo bene e non da oggi dal laboratorio italiano, e non solo in quelli europei, come sappiamo dagli Stati Uniti di Trump. E si insinuano anche laddove i populismi non si aggrumano e non governano, nelle prassi di postdemocrazie sempre più svuotate e de-costituzionalizzate, e nel senso comune di società sempre più attratte da uomini forti e soluzioni semplici.

Trent’anni dopo il crollo del muro, questa la conclusione di Rupnik, il ciclo aperto dal 1989 si è compiuto storicamente e va chiuso politicamente con una decisione di discontinuità. Il trionfo dell’occidente decretato alla fine della guerra fredda ha coinciso in realtà con l’inizio del suo declino a fronte dell’emergere della potenza cinese. Il “nuovo ordine mondiale” che gli Stati Uniti hanno cercato di imporre esportando la democrazia con le armi ha generato guerre, fondamentalismi, terrorismo internazionale e migrazioni di massa. La democrazia, rappresentata trent’anni fa come il destino politico spontaneo o forzoso di tutto il pianeta, si ritrova oggi in una crisi di forma, sostanza e legittimazione senza precedenti, in primo luogo nei paesi che ne hanno più lunga esperienza. La religione del mercato si è infranta su una crisi economico-finanziaria senza precedenti. La globalizzazione ha strappato immense masse alla povertà in alcune parti del mondo ma al prezzo di disuguaglianze insostenibili in altre, marginalizzando il ruolo dell’Europa rispetto a quello degli Stati Uniti e della Cina. E l’Europa da laboratorio di un esperimento di unificazione postnazionale è diventata preda di spinte disgregatrici nazionaliste interne, nonché delle mire distruttive esterne degli Stati Uniti di Trump e della Russia di Putin.

C’è un modo per uscirne? Non vanno sottovalutati i fattori che tutt’ora assicurano la tenuta dell’Unione, non ultime le divisioni interne al gruppo di Visegrád, nonché il fatto che paradossalmente proprio l’opinione pubblica di quei paesi vede nell’Europa l’unico anticorpo alla deriva autoritaria, “l’ultima trama protettiva contro i propri demoni”. Per quanto malata, la democrazia ha ancora le sue carte da giocare contro i rigurgiti di totalitarismo, a est e a ovest. Ma a condizione, secondo Rupnik, di “ricongiungere democrazia e liberalismo, il che implica distinguere fra liberalismo politico e liberismo economico”.

PUBBLICITÀ

C’è qui l’intuizione e insieme il limite dell’analisi dell’autore, che giustamente attribuisce alla “confusione, e di fatto collusione, fra liberalismo e liberismo” i guasti sociali e politici e gli equivoci culturali del ciclo post 1989, ma si illude – come molti liberaldemocratici – che questa confusione possa essere dissipata e che questa collusione possa essere interrotta sbarazzandosi del liberismo economico e ripristinando la norma e la normalità liberaldemocratica. Il neoliberalismo che domina il mondo da quarant’anni e che ha deciso la piegatura e le sorti del 1989 è qualcosa di più di una sovrapposizione o di una confusione fra liberismo economico e liberalismo politico: è una forma di razionalità che piega al codice economico del mercato e della concorrenza l’intero edificio della convivenza, dalla base antropologica al vertice istituzionale.

La democrazia liberale e i suoi soggetti tradizionali – l’individuo razionale, il dèmos forgiato dalla partecipazione e da valori condivisi, i partiti come sede di pratica regolata del conflitto, i poteri divisi come garanzia dello stato di diritto – ne escono modificati non contingentemente ma strutturalmente. Le nuove destre populiste e sovraniste l’hanno capito perfettamente, con la loro critica dell’individualismo, la loro “reinvenzione” del popolo sovrano, il loro esplicito disprezzo per lo stato di diritto: e viaggiano infatti spediti sulla strada della democrazia illiberale, come ha confermato Vladimir Putin in un’intervista al Financial Times di pochi giorni fa. È dal campo della sinistra che manca una proposta all’altezza dei tempi. Se il neoliberalismo è stata l’ultima ideologia egemonica del novecento, per uscire dalla sua crisi ci vuole un’invenzione controegemonica di pari potenza, che ancora non si vede all’orizzonte.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Punto a capo. In Europa e in Italia

Pubblicato il 28/5/2019 su Internazionale

Sono state elezioni europee, e andrebbero valutate con criteri europei. Il criterio che va per la maggiore è che l’europeismo ha retto contro l’onda d’urto sovranista, grazie anche al balzo in avanti dei Verdi (soprattutto in Germania e in Francia) e dei liberaldemocratici, che compensa le perdite del Ppe e del Pse, ovvero dell’asse che per quindici anni ha tenuto le redini dell’Unione. Laddove la galassia sovranista avanza, ma non tanto da prefigurare un’alternativa possibile, malgrado il trionfo di Matteo Salvini in Italia, di Marine Le Pen in Francia e di Nigel Farange in Gran Bretagna.

 

Tutto vero, eppure tutt’altro che rassicurante: il bicchiere mezzo pieno si può ribaltare facilmente in un bicchiere mezzo vuoto. Se è vero che i sovranisti, oltre a non avere sfondato, sono divisi al loro interno, dall’altra parte non è chiaro che cosa unisca gli europeisti sul piano progettuale e programmatico. Eppure la costruzione europea oggi non può essere soltanto difesa dalle spinte disgregatrici: perché continui, va ripensata e rilanciata su nuove basi, con precisi segnali di discontinuità rispetto alla governance a trazione tedesca che l’ha caratterizzata nell’ultimo quindicennio. Significa rigettare le sue basi ordoliberali, rinnegare la politica e l’etica dell’austerità, mettere la lotta contro le disuguaglianze al primo posto dell’agenda, affrontare il problema delle migrazioni nel suo spessore epocale ineludibile. E ancora: riavvolgere il nastro di una costruzione dell’Unione basata sulla rimozione degli effetti della fine dell’Urss, e di una annessione strumentale e illusoria dei paesi dell’Est. E mettersi di fronte al gigantesco dato storico-politico di una crisi profonda, radicale, della democrazia europea.

 

Che è precisamente il dato che emerge da queste elezioni. I sovranisti non sfondano a livello continentale, ma dove sfondano, o avevano già sfondato, a livello nazionale, la democrazia subisce forti torsioni illiberali: vale in Ungheria, in Polonia, nella repubblica ceca, in Italia. In Francia il sorpasso di Marine Le Pen è la ciliegina sulla torta di una crisi di governabilità già rivelata sintomaticamente dal movimento dei Gilet jaunes. In Gran Bretagna la Brexit ha innescato un processo accelerato di devastazione di un modello politico e istituzionale che pareva granitico. E dappertutto, Germania compresa, il declino dei partiti tradizionali – e segnatamente della sinistra, moderata e radicale, fatta salva la Spagna – non potrà non comportare altre scosse telluriche, come la storia italiana degli ultimi venticinque anni dimostra paradigmaticamente.

 

La speranza è che queste scosse inneschino un processo di invenzione politica che nella Ue degli ultimi quindici anni è mancato: che sotto la pressione di una contingenza instabile l’Europa torni a essere quel laboratorio politico che non è riuscita a essere sotto la religione della stabilità, monetaria e istituzionale. Perché questo accada è necessario che la riforma della governance economica si saldi con la reinvenzione della democrazia: diversamente, il pallino delle rivendicazioni popolari contro le disuguaglianze e l’insicurezza resterà inevitabilmente in mano ai sovranisti, che le saldano a soluzioni illiberali quando non autoritarie, e comunque tradizionaliste quando non reazionarie. Infatti, e per venire all’Italia, faceva un certo effetto nella notte dei risultati vedere Matteo Salvini perorare i diritti dei cittadini agitando il crocifisso e invocando il cuore di Maria. Immagine nitida della saldatura fra questione sociale e valori tradizionali che è il nocciolo del progetto sovranista.

 

Questo progetto ha evidentemente conquistato l’Italia, allo stato attuale delle cifre. Che ci consegnano un paese collocato a destra come mai prima nella storia repubblicana. Non è solo il risultato roboante della Lega, che raddoppia i voti in termini percentuali rispetto a un anno fa, ne guadagna tre milioni in termini assoluti, completa la trasformazione in partito nazionale espandendosi anche al Sud ed espugnando i luoghi simbolici di Lampedusa, Riace e Rosarno. E’ la crescita di Fratelli d’Italia, incomprensibile se non in una tendenza generale di spostamento a destra. E’ il tracollo dei 5 Stelle, che dimezzano i voti del 2018 in percentuale e ne perdono 6 milioni in assoluto, pagando un prezzo salato al loro pur goffo e tardivo tentativo di ricollocarsi verso sinistra. Ed è il risultato di un Pd legittimamente confortato da un’inversione di tendenza in termini percentuali, che tuttavia non comporta un guadagno di voti assoluti. E’, infine, l’assenza in Italia della variabile Verde, che altrove ha incanalato il voto giovanile, nonché l’ennesima, e stavolta rovinosa, débacle della sinistra radicale, che non capitalizza la pur significativa mobilitazione anti-Salvini delle ultime settimane.

 

Per quanto in parte smentito dal voto amministrativo, e per quanto relativizzato da un’astensione del 44%, il quadro è fosco, e più dal punto di vista sociale che dal punto di vista politico. Sul piano politico, non è affatto detto che si stabilizzi: per stabilizzarlo Salvini dovrebbe risolversi a resuscitare il centrodestra Berlusconi compreso, mentre continua a giurare lealtà ai 5S i quali però non potranno reggere a lungo la sua prevedibile pretesa di prendere il comando e dettare l’agenda, salvo disfarsi del tutto. L’instabilità è garantita, e il gioco può riaprirsi anche per il Pd o un ricostituendo centrosinistra.

La domanda vera però, già adombrata su queste colonne da Michael Brown, è un’altra, e riguarda la sequenza di “bolle” elettorali che contrassegna la democrazia italiana da alcuni anni in qua, con il primo exploit dei 5S nelle politiche del 2013 e il secondo in quelle del 2018 inframmezzati da quello di Renzi nelle europee del 2014 e seguiti da questo di Salvini. Volatilità del voto e deperibilità della leadership non bastano a spiegare questi picchi, né convince del tutto la tesi della tendenza degli italiani ad affidarsi all’uomo della provvidenza. Più che un affidarsi, c’è qui qualcosa che somiglia a uno sfidare la sorte puntando sul massimo rischio: una sorta di compulsività del giocatore che tenta il tutto per tutto, e tanto più alza la posta quanto più alta è la promessa del leader di turno di fare tabula rasa del passato e del presente. La psicoanalisi lo definirebbe un comportamento perverso, basato su un godimento mortifero. Non riusciremo a sconfiggerlo se non sostituendolo con un desiderio vitale.

 

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

La bolla sovranista è bucata ma il progetto europeo è latitante

Pubblicato il 21/5/2019 su Internazionale

C’è ancora un giudice ad Agrigento, e c’è ancora uno Stato di diritto che limita il potere di chi si considera unto dal popolo. In un clima assai cambiato – nel governo e nel paese – dai tempi della Diciotti, la vicenda della Sea Watch impedisce al capo della Lega di lucrare voti sulla carne viva di 47 migranti e alza lo scontro fra il ministro degli interni, i suoi alleati, la magistratura e, virtualmente, altri poteri dello Stato. Solo due giorni dopo la manifestazione che a Milano avrebbe dovuto consacrarlo come l’uomo di punta del sovranismo europeo, Matteo Salvini si ritrova nell’angolo. Se questa repentina inversione della sua resistibile ascesa, che già sembra accomunare il suo destino a quello di altri leader mediaticamente gonfiati, si rifletterà del tutto o in parte nel voto di domenica non è dato ovviamente saperlo. Ma il voto non è l’unico termometro della politica: ci sono segnali che non si esprimono in numeri ma contano lo stesso.

E’ il caso delle pratiche di resistenza, opposizione e contestazione alle bravate del ministro col mitra che si sono moltiplicate nelle ultime due settimane a tutte le latitudini dello Stivale, da Sud a Nord, dai margini al centro. Esse dicono con chiarezza che la narrativa populista-sovranista che ha sorretto la conquista del governo da parte dell’alleanza giallo-verde ha perso la sua capacità di incantamento: si è bucata, come una bolla. Questa narrativa (peraltro non del tutto univoca, perché populismo e sovranismo non sono la stessa cosa anche se nell’Italia dell’ultimo anno si sono tenuti per mano) si basava su alcuni assunti, tanto semplici quanto falsi. Primo, che esista un popolo unitario e compatto nelle sue frustrazioni, nei suoi bisogni di riscatto, nei suoi desideri di rivalsa, e che sia esaustivamente rappresentato da chi parla in suo nome. Secondo, che questo popolo sia animato da un sacro furore contro le cosiddette élite, politiche e culturali, garanti del cosiddetto establishment. Terzo, che a definire l’identità del popolo sia una rivendicazione di sovranità sul suo territorio e sui suoi confini contro l’invasione dello straniero, e che questa rivendicazione lo unifichi dall’estremo nord all’estremo sud del paese su base nazionalista. Infine, e non ultimo, che i presunti rappresentanti del popolo abbiano conquistato il monopolio di una infallibile comunicazione politica, attraverso un uso imbattibile dei social media.

Sono bastate due settimane di mobilitazione auto-organizzata perché ciascuno di questi assunti andasse in frantumi. Riavvolgiamo il nastro dei luoghi e dei fatti: a Casal Bruciato il “popolo delle periferie” che si voleva compattamente sollevato contro una famiglia rom si è rivelato in larghissima parte solidale con quella famiglia e ostile a chi voleva cacciarla. A Catanzaro, dove è partita la “balconite” che ha poi contagiato tutta l’Italia, il “popolo del Sud” ha dimostrato che non ci sarà nessuna annessione trionfale del Mezzogiorno al sovranismo nazional-secessionista della Lega. Alla Sapienza di Roma, e grazie alla mobilitazione degli studenti perfettamente orchestrata, l’incontro fra Mimmo Lucano e l’intera istituzione universitaria ha dimostrato che il rapporto fra “popolo” ed “élite” può assumere la forma di una salda alleanza politica e valoriale contro la barbarie di ritorno, e non quella della rivolta degli umori “di pancia” contro l’ipocrisia “politically correct” che ci è stata contrabbandata per mesi. E un messaggio analogo viene dalla mobilitazione in corso contro l’inaudita e inaccettabile sospensione dall’insegnamento di Rosa Maria Dell’Aria.

Infine la piazza di sabato scorso a Milano. Dove, contro-cortei e contro-balconi a parte, Salvini ha fatto tutto da solo, ribaltando l’annunciata apoteosi europea del sovranismo made in Italy nello show down di tutte le sue contraddizioni: fra l’antico secessionismo e il novello nazionalismo della Lega; fra il suo costitutivo antieuropeismo e i suoi recenti propositi di cambiare l’Europa “da dentro”; fra l’appello al cuore di Maria e l’attacco a Papa Francesco potenziato dagli elogi per Ratzinger e Woytjla; fra l’immagine dei partiti fratelli uniti nella lotta contro “i burocrati di Bruxelles” e il triste crollo del modello austriaco. Quello che resta del sovranismo è un catalogo del tradizionalismo più reazionario, che un giorno riscopre l’armamentario fascista e il giorno dopo rispolvera quello teo-con, con il cinismo post-ideologico come unico criterio e con la fobia per la “sostituzione etnica” come unica stella polare.

A poco più di un anno dall’insediamento del governo giallo-verde in Italia c’è dunque da registrare non soltanto i suoi fallimenti programmatici, legislativi e amministrativi, ma anche il collasso della sua narrativa e della sua retorica (nonché dei mezzi dispiegati per diffonderle, visto il potere di contrasto e di contagio dimostrato dalle pratiche suddette). Si è aperto lo spazio per proporre una narrativa altra, che risponda in termini alternativi alla sintomatologia sociale fin qui blandita dal discorso populista-sovranista. La scadenza elettorale europea sarebbe stata la contingenza ideale per farlo, uscendo dalla sceneggiatura del battibecco quotidiano fra Di Maio e Salvini e prendendo di petto i torti e le ragioni della polemica antieuropeista, che di quel discorso è il nucleo originario.

Senonché, a una settimana dal voto, di contenuti europei della campagna elettorale non s’è vista neanche l’ombra. Peggio: rassicurato dai sondaggi, che danno i sovranisti in aumento ma non tanto da ribaltare l’equilibrio politico vigente, il fronte anti-sovranista si sente autorizzato a eludere il tema. Come se la pattuglia delle formazioni di estrema destra che entrerà nel parlamento di Strasburgo, sia pure con tutte le sue contraddizioni e divisioni interne, non fosse comunque un potenziale fattore di paralisi politica e di disgregazione della Ue. Come se l’asse fra popolari, socialisti, liberali e verdi – secondo le previsioni l’unico a poter comporre una maggioranza – non fosse a sua volta diviso fra visioni e programmi differenti. E come se la continuazione dello statu quo fosse una ricetta praticabile per abbassare la febbre antieuropea, per giunta con l’asse Germania-Francia terremotato dall’incertezza sul dopo-Merkel e dall’indebolimento di Macron, e in un contesto globale radicalmente cambiato, dove potenze concorrenti come la Cina, la Russia e gli Usa condividono l’interesse alla disgregazione dell’Europa .

Il populismo è figlio diretto di quel neoliberismo che è stato e purtroppo rimane la religione indiscussa della costruzione europea, e della distruzione sistematica che esso ha innescato sull’intelaiatura delle democrazie costituzionali. Il sovranismo è la risposta reazionaria all’incompiutezza della UE, al suo deficit di legittimità democratica, alla sua incapacità di dare soluzioni efficaci a problemi epocali come quelli delle disuguaglianze, delle migrazioni, della precarizzazione sociale. Quello che resta della sinistra istituzionale in Italia e nel continente non può continuare a eludere il tema non di un generico cambiamento ma di una radicale rifondazione del progetto europeo, puntando solo su una strategia di riduzione del danno. Contro populismi e sovranismi lo stato di diritto e le pratiche di lotta stanno facendo la loro parte, ma la politica deve urgentemente mettersi a fare la sua.

 

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Lo stupro etnico di Viterbo

(Pubblicato su Internazionale.it il 30/4/2019)

Non c’è nessuna contraddizione tra Francesco Chiricozzi che postava su Facebook un manifesto fascista a difesa delle donne e Francesco Chiricozzi che stupra e massacra, filmando sadicamente il tutto, una donna a Viterbo. In quel manifesto, preso dagli archivi del ventennio, la scritta imperativa, “difendila!”, si staglia sull’immagine di un uomo nero che violenta una donna bianca. Commento di Chiricozzi: “La prossima Pamela, la prossima Desirée potrebbe essere tua figlia, tua moglie o tua sorella”. Tua, tua, tua: difendila perché è una tua proprietà, ed è la riproduttrice della tua razza, della tua cultura, della tua identità, del tuo sangue. (Altro post: “Chi è a favore dello Ius soli odia la propria razza, odia la propria cultura, odia la propria identità. Essere a favore di questa legge suicida equivale a pisciare sulla tomba di tutti quegli eroi che con il proprio sangue hanno tracciato e difeso i confini della nostra nazione”). Allo stesso titolo del diritto di proprietà, quella stessa donna che va difesa dall’uomo nero può essere stuprata dall’uomo bianco, il quale la possiede per diritto naturale. Il senso della proprietà muove entrambi i gesti: quello della difesa (dall’altro uomo) e quello dello stupro. Chiricozzi, non c’è che dire, è un uomo coerente.

Sappiamo bene che questo senso del possesso muove gli stupri – nonché i femminicidi, di cui gli stupri sono solo una gradazione di poco inferiore, perché stuprare una donna è poco meno che ucciderla – a qualunque latitudine e sotto qualunque connotazione etnica e culturale. Uno stupro è uno stupro, abbiamo detto ogni volta che, da destra, si legava una violenza sessuale al colore della pelle o alla cultura dell’uomo che l’aveva commessa. Lo diciamo anche oggi, e dunque evitiamo con convinzione di rendere pan per focaccia legando lo stupro di Viterbo al colore politico degli uomini di CasaPound che l’hanno commesso (fornendone le prove con il video, il che rende superflue in questo caso le cautele dovute alla presunzione di innocenza). Il che non ci esime dal sottolineare due cose.

La prima: endemica tra i maschi di tutto il pianeta, l’ossessione del possesso della “propria” donna, unitamente alla visione della donna come sentinella della “propria” stirpe, è organica all’ideologia sovranista delle “nuove” destre montanti. Le si era già viste all’opera nei giorni del congresso sulla famiglia di Verona, e sottostanno a qualunque velleità di ripristino della sovranità, che è sempre e in primo luogo una velleità di ripristino della sovranità perduta degli uomini sulle donne. I sovranisti, del resto, non ne fanno mistero: attaccano il femminismo e la libertà femminile frontalmente ed esplicitamente, imputandoli di avere destabilizzato un ordine “naturale”, cioè “naturalmente” fondato sulla supremazia maschile, delle relazioni tra i sessi, ordine che dalla famiglia si estenderebbe alla società e allo stato così come dalla famiglia allo stato si estenderebbe oggi il disordine. Da qui a pensare che le donne sia legittimo punirle, ad esempio con lo stupro, il passo è breve, brevissimo. Come è brevissimo il passo successivo, pensare di ridurre il danno punendo gli stupratori con la castrazione chimica, come se la violenza sessuale fosse un problema di esuberanza ormonale.

Seconda sottolineatura. Si è parlato spesso e a buon diritto, negli scenari di guerra di fine e inizio secolo, di stupri etnici. E qualcuna ha fatto osservare che in un certo senso tutti gli stupri sono etnici: sempre si tratta appunto, nello stupro e tanto più nello stupro di gruppo, di affermare la proprietà su una donna di uno o più uomini della stessa stirpe, contro il fantasma dell’intrusione di un altro uomo di un’altra stirpe. Questo è precisamente il caso in cui ci troviamo in un’Italia ormai tribalizzata, dove la tribù sovranista pretende di avere la meglio sulle altre tribù indigene e su quelle straniere. Non sempre la guerra civile assume le sembianze classiche e visibili di un conflitto armato (che peraltro non è estraneo, ormai s’è capito, alle fantasie dei fautori della legittima difesa, dei travestimenti con la divisa e delle esibizioni con il mitra in mano). La guerra a neanche tanto bassa intensità che si combatte nel nostro paese sul corpo delle donne è la spia di una guerra civile sottovalutata. Fu Simone Weil a dirci, in Non ricominciamo la guerra di Troia, che la donna è sempre posta in gioco delle guerre tra uomini. A Troia in quel posto c’era Elena. Al posto di Elena oggi rischiamo di esserci tutte, e c’è poco, pochissimo da sdrammatizzare.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento