Le guerriere del Midterm

“Non è l’anno della donna, è l’anno delle donne”, titola il sito della Cnn. “Non chiamatelo l’anno della donna, chiamatelo l’alba di una nuova era politica”, scrive Jill Filipovic su Harper’s Bazar. “Se il 2018 passerà alla storia come l’anno delle donne non sarà solo per il record di candidate, ma anche e soprattutto per l’ondata di attivismo che è esplosa tra le donne”, scrive Kate Zernike sul New York Times. Non ci stanno, loro e tante come loro, a incastonare e incastrare la mobilitazione femminile degli ultimi due anni nel numero di seggi rosa che alla fine uscirà dalle urne delle elezioni di metà mandato, né nel numero di record femminili che verranno stabiliti. Le elezioni durano un giorno, le legislature quattro anni, ma la scommessa della politica delle donne è più alta e più lunga. E il record più importante, l’aver messo in moto un’onda inarrestabile di soggettività politica femminile nel paese più potente del mondo governato da un presidente suprematista e misogino, è già stato incassato.

Certo, i numeri aiutano e confortano: su un totale di 964 candidati, le donne sono 272, e tra queste le candidate di colore sono cresciute del 75 per cento rispetto al 2012 e le bianche del 36. E anche i record sono significativi: Alexandria Ocasio-Cortez, la barista di 28 anni di origini portoricane che ha vinto le primarie democratiche del Bronx, può diventare la deputata più giovane della storia americana; Ilhan Omar, 36 anni, e Rashida Tlaib, 42, che le hanno vinte in Minnesota e in Michigan, le prime musulmane (e Omar la prima rifugiata); Stacey Abrams, 44, scrittrice e avvocata, la prima governatrice afroamericana, dopo 82 governatori bianchi, in uno stato di tradizione segregazionista come la Georgia; Deb Haaland in New Mexico e Sharice Davids in Kansas le prime deputate native americane e Paulette Jordan nell’Idaho la prima governatrice anche lei nativa; Gina Ortiz Jones la prima deputata veterana di guerra e dichiaratamente omosessuale, Lupe Valdez la prima governatrice ispanica e lesbica (entrambe in Texas), Christine Hallquist la prima governatrice transgender (del Vermont). E si potrebbe continuare a volontà considerando anche i seggi in palio al livello locale, ottima scuola di formazione della futura classe dirigente femminile.

Che vengano conquistati o no, questi primati rendono efficacemente la novità principale di cui le donne sono portatrici nel campo democratico: un’impennata del numero di candidate delle cosiddette minoranze coloured e lgbqt. Attenzione però, non si tratta della tradizionale identity politics che allinea e coalizza le suddette minoranze per quote di rappresentanza, ma precisamente del suo superamento nella pratica della “intersezionalità” rivendicata a lungo dal femminismo americano e diffusasi a macchia d’olio nelle mobilitazioni femminili più recenti.

“Intersezionali”, ovvero risultanti dall’intersezione tra diversi tratti identitari, sono gli stessi profili delle candidate: ciascuna si presenta e si rappresenta come una singolarità meticcia, che mescola ed elabora in modo originale le impronte di genere, di classe e di razza da cui la sua storia è marcata, e intreccia di conseguenza femminismo, lotta sociale e lotta al razzismo, con la consueta capacità delle donne di costruire reti di relazioni a partire da sé. Sottoscritta con un’intenzionalità comune alla Women’s march contro Trump del gennaio 2017, questa pratica ha finito col diventare un grimaldello per rinnovare la strategia, i metodi e la stessa constituency del Partito democratico: per allargare la platea dei votanti, avvicinare gli astensionisti, rimotivare le minoranze deluse, conquistare i giovani, spostare a sinistra, e spesso su contenuti socialisti, l’asse di un discorso politico da troppo tempo centrista. Per farsi un’idea di questa dirompenza basta fare la conta dei candidati democratici moderati sconfitti sul campo alle primarie, e leggere il racconto della campagna di Ocasio-Cortez contro Joe Crowley o di quella di Stacey Abrams e del suo staff multirazziale all’insegna dello slogan “You build what you intend to see”.

L’efficacia dell’intersezionalità non può comunque far passare in secondo piano la centralità che la presa di coscienza e di parola femminile è tornata ad avere nella società americana sotto il doppio colpo della elezione di Trump, revenant dell’uomo bianco suprematista, e della sconfitta di Hillary Clinton, insegna consunta di un femminismo neoliberale troppo concentrato sull’obiettivo della rottura del “soffitto di cristallo”. Ci voleva una doppia riscossa e c’è stata. Per molte è cominciata semplicemente come racconta Caroline Stover, leader del gruppo Resist Trump Tuesdays di Atlanta, in un lungo reportage del Washington Post: “ Sentivo che il modo in cui Trump degradava le donne e altri gruppi mi riguardava in quanto americana. Avevo bisogno di alzare la voce e dire ‘Questo non è il mio presidente, non è la mia America”. O come ricorda Jasmine Clark, ex sostenitrice di Bernie Sanders e ora candidata a sua volta: “Sono una donna, una nera, una scienziata, e quando Trump è stato eletto ho sentito che tutte e tre queste parti della mia identità erano sotto attacco, e ho deciso che dovevo fare qualcosa”.

Dal 9 novembre di due anni fa a oggi la mobilitazione femminista non si è mai arrestata e si è radicalizzata, nei contenuti e nelle pratiche. E se è vero che sarebbe un errore misurare i suoi effetti dal numero di elette nei palazzi di Washington, è altrettanto vero che la fioritura di candidature femminili non ci sarebbe stata senza i precedenti delle già ricordate Women’s march e del #MeToo. Quest’ultimo ha rimesso al centro del discorso pubblico la parola femminile e la sua credibilità, ha incrinato visibilmente il consenso delle donne bianche nei confronti di un presidente accusato anch’egli più volte di molestie, e lo ha eroso anche all’interno dell’elettorato femminile repubblicano. Non senza contraccolpi tuttavia, come dimostrano gli effetti divisivi del caso Kavanaugh, che se per l’opinione pubblica illuminata, femminile e maschile, ha squarciato il velo del revanchismo dell’uomo bianco disposto a tutto pur di mantenere il suo potere traballante, per l’opinione pubblica trumpiana, maschile e femminile, dimostra invece la forza dello stato di diritto e del garantismo contro la sete di giustizia “fai da te” delle vittime di violenza: una argomentazione che torna a motivare, oggi, la fedeltà di alcune candidate repubblicane al presidente.

Un uso della legalità e del garantismo a difesa dei potenti che ben conosciamo in Italia, dove il #MeToo è stato non a caso costantemente denigrato, a differenza che negli Stati Uniti, dalla quasi totalità dei media mainstream di ogni colore politico, fino al numero tuttora in edicola della rivista Micromega, dedicato ai “limiti” del #MeToo senza che se ne ricordi in precedenza uno dedicato alle sue ragioni e ai suoi meriti. O fino a una recente pagina della Lettura del Corriere della Sera sul suo presunto marchio irreparabilmente “hollywoodiano”, come dire che gli uomini italiani possono stare tranquilli perché da noi non attecchirà mai.

Intanto, nel cuore dell’impero, nessuno ha paura di dire che l’esito del Midterm è in gran parte in mano alle donne, candidate e soprattutto elettrici, visto che fra gli elettori registrati gli uomini sono per il 50 per cento favorevoli ai repubblicani e per il 44 per cento ai democratici, le donne favorevoli ai democratici per il 58 per cento e ai repubblicani per il 34. Se le americane oggi andranno in massa a votare, insieme con i millennial che sono scesi in piazza contro le armi, e se infliggeranno a Trump la prima battuta d’arresto dopo la sua resistibile ascesa, qualcosa sarà dovuto alle coraggiose guerriere anche dagli uomini italiani ed europei che attendono dal Midterm un segnale di interruzione della deriva sovranista globale.

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Quando è il momento di dire basta

Pubblicato su Internazionale il 22 ottobre 2019

“Credevamo che ci avrebbe salvati la costituzione, ma non è stato così. Le elezioni, ma non è stato così. La Corte suprema, ma non è stato così. Se e quando, forse in un futuro assai prossimo, la democrazia americana avrà finito di distruggersi, allora ci volteremo indietro chiedendoci in quale punto avremmo dovuto dire basta, e non l’abbiamo fatto”. Fahrenheit 11/9, il racconto epico-etico di Michael Moore sulla resistibile ascesa di Donald Trump, si chiude con questo monito che ci inchioda tutti e ciascuno, uno per uno e una per una, alle nostre responsabilità. Quando avrebbero dovuto dire “basta così”, negli Stati uniti? Quando, all’indomani dell’11 settembre, fu emanato il Patriot Act? Quando partirono le truppe per l’Iraq, in nome dell’esportazione di una democrazia che intanto si ammalava in casa? Quando Bill Clinton inaugurò la stagione del compromesso continuo dei Democratici con le banche, la finanza e il neoliberismo? E qui in Italia, quando avremmo dovuto dirlo? Quando ci dissero che bastava cambiare sistema elettorale per fare la rivoluzione e seppellire la prima repubblica? Quando di quella rivoluzione si avvantaggiò un imprenditore del mattone e della tv, così simile a Trump? Quando Radio Padania, erano i primi anni novanta, cominciò a sdoganare le viscere razziste del nord operoso contro il sud parassita? Quando l’Alto Colle ci impedì di seppellire con un rito elettorale il ventennio berlusconiano, e un governo di tecnici ci assoggettò alla disciplina del debito? O ancora poco fa, quando un ministro degli interni ha tenuto in ostaggio su una nave 170 persone per fare il bullo con l’Unione europea? O quando un sindaco, che invece quelle persone le accoglieva, è stato esiliato dal suo comune? Quand’è che infine la misura è colma, e si riesce a dire basta?

Michael Moore non ha fatto un bel film, ha fatto un film necessario, mosso dall’urgenza di dire una cosa inaggirabile prima che sia troppo tardi: la democrazia è un giocattolo molto delicato, e il suo funzionamento è solo nelle nostre mani. Ci vogliono secoli a costruirla (“Gli Usa sono una democrazia solo dal 1970”, quando i neri ottennero il diritto di voto), ma bastano pochi anni per distruggerla: negli Usa ne sono bastati quindici, l’arco di tempo racchiuso come in una cabala tra il 9/11 del 2001, data dell’attacco alle torri gemelle cui era dedicato il precedente Fahrenheit di Moore, e l’11/9 del 2016, data dell’elezione di Trump alla Casa Bianca. E quando la rovina comincia, diventano vane le forme che essa si era data per istituirsi e stabilizzarsi: elezioni, corti, costituzioni, diritti acquisiti possono rivelarsi più fragili dei tarli che le erodono e le svuotano da dentro. È già accaduto negli anni trenta, dice nel film uno storico che non teme il paragone tra il fascismo dal volto trucido di ieri e quello “democratico”, come lo chiama Alain Badiou, di oggi, che ha il volto pop dei Trump, dei Salvini, degli Orbán, dei Bolsonaro. E al quale hanno aperto la strada tarli ormai ben noti, che si chiamano disuguaglianza, smantellamento della struttura industriale e del welfare, de-alfabetizzazione di massa, confusione fra vero e falso mediaticamente indotta, attacchi allo stato di diritto, omologazione fra destra e sinistra. Siamo ancora in tempo a dire basta, di là e di qua dall’Atlantico? E come si fa, a dire basta?

Spietato con il Partito democratico americano, Fahrenheit 11/9 diventa tenerissimo quando inquadra le donne “guerriere” come Alexandria Ocasio-Cortez che sono la speranza del mid-term, gli insegnanti che hanno stupito il mondo con il loro sciopero imprevisto, i giovani in rivolta contro le armi. Si ride per non piangere sulle immagini di apertura del film, con Hillary Clinton, il suo staff e l’intero mainstream mediatico che alla vigilia delle ultime presidenziali brindavano tronfi a una vittoria sicura che non ci sarebbe mai stata; o su quelle della “sfilata della vergogna” di Trump e famiglia più stupefatti di noi per aver vinto la Casa Bianca come il premio di una riffa truccata. Si piange senza scampo alla fine, quando la camera stringe sul silenzio di Emma Gonzales alla marcia di Washington del 24 marzo scorso; o quando il racconto indugia sul caso di Flint, la città avvelenata dall’acqua piena di piombo, dove Obama finge di bere un sorso per sedare la popolazione invece di agire contro il governatore responsabile del disastro. Fra il 9/11 e l’11/9 c’è anche questo, infatti, la delusione per “il presidente più amato”, una ferita che brucia, nel regista, più di tutte le altre.

E che forse è quella che lo trattiene oggi, come lui dice, dallo sperare in un cambiamento del vento, nell’America di Trump come in Italia, dove “tutto è cominciato con Berlusconi, che Trump ha imitato, ma ora Salvini fa concorrenza a Trump”. Il suo film, invece, una speranza la apre. Vista da qui, da un’Europa che assiste ammutolita al proprio disfacimento, la società americana sembra più reattiva, più capace di lotte di resistenza civile in grado di prescindere dall’agonia dei partiti storici, più aperta al cambiamento generazionale non proclamato a suon di rottamazione ma praticato nei fatti, più fiduciosa nella rivoluzione femminile che qui si scontra contro il muro della misoginia, più vaccinata contro la xenofobia che qui dilaga e impera. Forse è solo un effetto ottico. O forse qui non abbiamo ancora trovato la cabala giusta per mettere due date a confronto, origine ed effetto l’una dell’altra, e noi a confronto con noi stessi, come in uno specchio.

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La campana di Riace

(pubblicato su Internazionale il 2 ottobre 2019)

In un paese come l’Italia in cui un partito al governo può restituire cinquanta milioni di maltolto alle casse pubbliche in ottanta comode rate, in una regione come la Calabria che non smette di essere massacrata da pratiche amministrative criminali di ogni genere, accade che il sindaco di un piccolo paese diventato in mezzo mondo simbolo dell’accoglienza ai migranti venga arrestato per aver aiutato una nigeriana senza permesso di soggiorno a sposarsi con un residente in modo da non essere rispedita a casa, e per aver agevolato due cooperative nell’assegnazione della raccolta dei rifiuti in modo da impiegare i migranti in questo lavoro utile a tutta la comunità. Dopodiché accade anche, prevedibilmente, che il ministro degli interni, che al momento del proprio insediamento a quel sindaco aveva esplicitamente dichiarato guerra, gongoli con un tweet contro “i buonisti che vorrebbero riempire l’Italia di immigrati”; e un po’ – solo un po’ – meno prevedibilmente che il suo sottosegretario rivendichi sul “blog delle stelle” di avere azzerato il 5 agosto scorso i finanziamenti a favore di quel sindaco, iscrivendolo d’ufficio al “business dell’immigrazione” e al “sistema criminale” che secondo lui ne beneficia: a definitiva smentita di quanti vogliono ancora sperare in una tensione fra le politiche sovraniste e razziste della Lega e quelle sovraniste e populiste dei 5 Stelle. Accade infine – ma a questo siamo abituati – che si formi d’incanto, sui social e in tv, un partito di fan dello stato di diritto e delle procure, che dello stato di diritto e delle procure se ne infischiano quando a violare la legge in modo ben più eclatante è lo stesso ministro degli interni di cui sopra, vedasi il caso della nave Diciotti e non solo.

Mimmo Lucano non è solo. Per tutta l’estate, a finanziamenti tagliati e con l’inchiesta della procura di Locri già in corso da mesi, a Riace si sono avvicendati, con l’intera galassia italiana dell’accoglienza, sindaci (Ada Colau e Luigi De Magistris in primis), intellettuali e artisti (Saviano e molti altri), il presidente (Pd) della giunta regionale, e una interminabile processione di singoli e gruppi venuti da tutta la regione, da tutt’Italia e da mezza Europa per esprimere solidarietà a Lucano e resistenza a un governo nel frattempo solertemente impegnato a chiudere i porti. Abbiamo fatto dibattiti e feste in piazza, raccolto fondi, discusso della situazione. Sapevamo perfettamente che se l’inchiesta era in cerca di illegalità le avrebbe trovate: Lucano non ha mai negato, e rivendica nelle intercettazioni incriminate, di aver inventato degli espedienti per aggirare le maglie strette di una legislazione (Bossi-Fini e non solo) fatta apposta non per agevolare ma per impedire l’accoglienza. E rivendica di averlo fatto perché – come dargli torto? – la giustizia non sempre coincide con la legalità, e in questi casi bisogna stare dalla parte della giustizia. Si chiama disobbedienza civile, ed è veramente sorprendente sentir dire, in queste ore, che essa si attaglierebbe ai privati cittadini ma giammai a un pubblico ufficiale quale è un sindaco.

Quanto al piano della legalità, e fatta salva la presunzione di innocenza dalla quale evidentemente ministri e sottosegretari prescindono allegramente, l’inchiesta farà il suo corso, e peraltro si annuncia controversa: per una procura che rivendica le sue accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e agita le prove in suo possesso, c’è un Gip che invece riscontra superficialità e malcostume nella gestione dei fondi Sprar ma non convalida le ipotesi di reato della procura. Staremo a vedere. Ma non con le mani in mano: la posta in gioco è più alta di quella giudiziaria. Perché se è vero che l’inchiesta contro Mimmo Lucano è partita sotto il governo Gentiloni, è altrettanto vero che adesso rischia di chiudere il cerchio della strategia sovranista e razzista del governo gialloverde, in entrambe le sue componenti. Cominciata – di nuovo sotto il governo Gentiloni, ma ad opera dei 5Stelle allora all’opposizione – con la criminalizzazione delle Ong nel Mediterraneo e proseguita con l’accanimento giurato, dal ministro degli interni in persona, contro l’esperimento Riace.

Questa strategia domanda e comanda disobbedienza civile. Non riguarda “gli altri”, i migranti e le migranti. Riguarda noi. Non solo i nostri valori, ma le nostre vite. Quando si apre una falla, l’acqua dilaga ovunque. Sta già dilagando: sulle case occupate dai senza tetto, sui centri sociali, sui centri delle donne, sul libero associazionismo che tiene ancora in vita un paese cadaverico. E’ il lato oscuro, disciplinante, razzista e autoritario, del “governo del popolo” e dei suoi proclami sull’abolizione della povertà. La campana suona a Riace, ma suona per tutti.

 

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Sinistra senza bussola

(Pubblicato su Huffington Post l’1 luglio 2018)

L’intervista di Nicola Zingaretti sul Corsera riapre con alcuni passaggi promettenti un dibattito nel Pd cominciato tanto male da far rimpiangere il lungo e disperante silenzio post-elettorale. Per Veltroni sta succedendo qualcosa che la sinistra non vuole vedere: forse lui ha gli occhiali giusti, ma non li tira fuori. Per Prodi ci vuole un pensiero nuovo: quanto ad articolarlo, ci pensi qualche altro. Calenda invece ce l’ha e siccome il medium è il messaggio lo affida al Foglio: il Pd va sciolto in un fronte repubblicano contro il populismo, basato – come il populismo – sul “diritto alla paura”. Non va meglio, fin qui, dalle parti di LeU: si va dall’appello al coraggio di Grasso all’invito a ricominciare a parlare di capitalismo (ma intanto nessuno comincia) all’inseguimento “da sinistra” del sovranismo (senza stato-nazione niente diritti). Questa non è un’analisi della sconfitta, è il balbettio di una sinistra che ha perso non solo il suo popolo ma anche le coordinate dell’epoca e il linguaggio per abitarla.

Alessandro De Angelis ha giustamente fatto presente pochi giorni fa che si dovrebbe ripartire quantomeno dal monito gramsciano a cogliere il nucleo di verità contenuto nelle tesi dell’avversario, per strapparglielo declinandolo diversamente. Purtroppo però il succitato dibattito tende a confondere quel nucleo con un suo effetto – la paura – e con la ricetta che la destra propone per placarla – il sovranismo – , e senza neanche declinarli tanto diversamente. Ma il nucleo vero sta altrove, e pochi sono disposti a farci i conti anche se l’avversario lo mette sul tavolo senza tanti complimenti.

Prendiamo l’intervista a Alexander Dugin pubblicata di recente dall’Huffington Post. Che Dugin sia o meno “il Rasputin di Putin”, come il titolo recitava, quello che va predicando è indicativo dello spirito del tempo che aleggia nella rete internazionale di nazional-populismi cui Salvini si iscrive esplicitamente con l’obiettivo di far crollare “il muro di Bruxelles”. In buona sostanza, l’ideologo russo della “Quarta Teoria Politica” sostiene tre cose. La prima: il Novecento è finito e per uscirne davvero bisogna seppellire le sue tre principali ideologie e relative prassi storiche, comunismo, fascismo, liberalismo. All’uopo, il nostro contrappone alla sintesi “fra marxismo culturale di sinistra e dottrine economiche liberiste di destra” , a suo giudizio egemone nell’ultimo trentennio, la sintesi “fra teoria economico-sociale di sinistra e valori tradizionalisti di destra”.

La seconda: dopo il crollo dell’Urss e la fine della guerra fredda, la Russia ha continuato a essere oggetto di indebite pressioni e ostracismi da parte dell’Occidente ed è ora che ritrovi la sua “degna collocazione” nel mondo, puntando su una “unione euroasiatica” fondata sulla sovranità dei popoli (non è chiaro se identificati su base nazionale, regionale o etnica). La terza: i populismi che proliferano negli Usa (Trump), in Europa (Alternative fuer Deutschland, Marine Le Pen e secondo Dugin anche Melanchon) e soprattutto nel “laboratorio d’avanguardia” italiano, sono già la realizzazione della QTP: né di destra né di sinistra, esprimono la reazione del popolo contro le élite liberali, una reazione che mescola richieste di giustizia sociale e valori conservatori e alla quale è vano contrapporre bandiere sia antifasciste (da sinistra) sia anticomuniste (da destra).

E’ chiaro che a questo discorso si possono fare molte pulci (sulle sue radici ben piantate nell’evoluzione della Nuova Destra dagli anni 80 in poi, altro che né di destra né di sinistra; sulla riduzione caricaturale non del liberalismo, come sostiene Dugin, ma del neo-liberalismo, che è tutt’altra storia, a “sintesi del marxismo culturale e del liberismo economico”; sulla concezione arcaica e identitaria del popolo). Noi però non stiamo qui a fare le pulci al filosofo, bensì ma a valutare gli effetti dell’ideologo. Il quale condensa una vulgata che sta diventando di senso comune anche qui in Italia, e purtroppo non solo a destra.

L’idea, ad esempio, che il – necessario – rilancio dei diritti sociali sia compatibile con valori conservatori e pulsioni suprematiste e razziste (tradotto: che Salvini stia effettivamente difendendo le ragioni popolari, e che in nome di questo si possa chiudere un occhio sulla sua xenofobia securitaria e fascistoide) è tutt’altro che assente nell’elettorato che da sinistra vira a destra, nonché in alcuni intellettuali di ascendenza comunista. L’idea che dal dominio incontrastato del mercato nella globalizzazione non si esca senza un ripristino della sovranità nazionale (e che dunque prima gli italiani, e quanto ai migranti si vedrà) è un’idea che circola non solo a destra ma anche a sinistra, in risposta al mito di una sovranazionalità europea rivelatasi subalterna alla moneta e allo spread. E si potrebbe continuare.

Non c’è modo di ritrovare una bussola né alcuna discriminante di campo senza affrontare il cuore del problema. Che è un’interpretazione di quello che è avvenuto nel mondo, sul piano geopolitico, economico e ideologico, dall’89 in poi, alternativa alla versione che ne danno i vari Dugin, Bannon, Fusaro, Salvini e altri esemplari in circolazione. Il che significa, per la sinistra che fu di governo, riconoscere il famoso nucleo di verità delle tesi dell’avversario: ammettere cioè che la fede cieca in una supposta spontaneità progressista della globalizzazione, la dismissione di qualunque critica del capitalismo e l’interiorizzazione della razionalità neoliberale sono state, per la sinistra post-89, catastrofiche. Dove per globalizzazione non si intende solo l’unificazione dei mercati e la moltiplicazione delle disuguaglianze, ma anche un nuovo assetto multipolare del mondo in cui Russia, Cina e altre potenze presentano ora il conto all’Occidente in declino. E per neoliberalismo non si intende l’intreccio caricaturale di liberismo economico e politically correct che Dugin rimprovera, come tutti i media di destra, alla sinistra “radical chic”, bensì una forma di razionalità che ha piegato alla logica del mercato e della concorrenza anche l’intero edificio democratico, dalle istituzioni, nazionali ed europee, al cittadino, divenuto uno strano soggetto bifronte che da un lato rivendica le “sue” libertà e i “suoi” diritti, dall’altro invoca politiche securitarie per tutelarli contro gli invasori, o i capri espiatori, esterni. Sì che è vano invocare l’ortodossia liberaldemocratica o i fronti repubblicani contro il populismo sorvolando sulle sfigurazioni della democrazia neoliberale e della sua base antropologica che al populismo hanno aperto la strada.

La febbre populista non è un antidoto al neoliberalismo, come i suoi ideologi e i suoi leader ci vogliono far credere: ne è la diretta conseguenza, che ne configura un’uscita da destra basata sul binomio diritti sociali (per pochi)-valori tradizionali (per tutti), sulla protesi neo-sovranista di stati in declino, su popoli costruiti su base nazionalista e razziale. Spetta alla sinistra delineare un’altra uscita, sulla base di un’altra interpretazione, autocritica, dell’egemonia neoliberale, e di un’altra terapia politica.

Le disuguaglianze non si combattono agitando i diritti dei “nostri” forgotten a spese degli altri dannati della terra, ma unendo le lotte degli sfruttati nella prospettiva internazionalista propria della tradizione marxista. Le paure non si vincono riconoscendo il diritto di esserne preda, ma smontandone la radice quasi sempre fantasmatica e ammettendo che un tasso di rischio è inevitabile nelle società aperte, ed eliminabile solo in quelle autoritarie. Il declino dello stato-nazione non si corregge con maschere neo-sovraniste e neo-nazionaliste, ma con politiche e istituzioni dell’interdipendenza, europea e globale. Il popolo non si mobilita simulandone una compattezza basata in realtà sul rancore di tutti contro tutti, ma riconoscendone le fratture di classe, di genere e di razza e allineandole in postazioni antagoniste non all’establishment, ma a quello che un tempo avremmo chiamato sistema.

Difficile, se non impossibile, che il Pd, o ciò che ne rimarrà al netto di ulteriori esodi macroniani, riesca ad assumere un ordine del discorso di questo tipo, che pure non è assente dalla proposta delineata da Zingaretti. Ma la sinistra italiana è più larga del Pd e non è destinata a seguirne le sorti. E se ci riesce una ventisettenne del South Bronx non si vede perché non provarci anche qui.

 

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L’Europa davanti al laboratorio italiano

(Pubblicato su Ara il 14 giugno 2018)

L’ombra di Soumaila Sacko, il bracciante maliano del campo calabrese di San Ferdinando fucilato per strada pochi giorni fa per sospetto furto di una lamiera, e quella delle navi di migranti che vagano nel Mediterraneo senza poter attraccare nei porti chiusi dal ministro dell’Interno, incombono sul nuovo governo italiano mostrando le falle del suo populismo e della sua rappresentazione del popolo. “Se populismo è l’attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente, se antisistema significa introdurre un nuovo sistema che rimuova vecchi privilegi, ebbene, le forze che compongono questo governo meritano queste definizioni”, ha detto al suo esordio in parlamento il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, rivendicando la natura del sodalizio fra Lega e Movimento 5 Stelle. Si sa che l’Italia è da sempre un laboratorio politico d’avanguardia, capace di inventare, nel bene e nel male, formule politiche inedite e destinate a contagiare le altre democrazie occidentali. Sarà così anche stavolta? Se il populismo è ascolto del popolo, com’è fatto il popolo italiano che questo governo vuole rappresentare? L’ultima alchimia del laboratorio italiano romperà l’equilibrio precario della Ue o si dissolverà nell’impatto con le ferree regole di Bruxelles?

Figlio legittimo del terremoto elettorale del 4 marzo, il “contratto di governo” siglato dalla Lega e dal M5S nasce dalla pretesa paradossale di unire, sotto la bandiera del rilancio della sovranità nazionale, un “popolo” contrassegnato precisamente dalla tara più antica e strutturale della nazione italiana, lo scarto fra il Nord e il Sud del Paese. La divaricazione fra l’elettorato settentrionale leghista e l’elettorato meridionale dei 5 Stelle si riflette nella contraddizione stridente di un programma di governo che promette contemporaneamente la flat tax agli imprenditori del Nord e il reddito garantito ai forgotten del Sud, due misure di politica economica incompatibili fra loro e con i vincoli europei. Ma questa divaricazione economica e sociale trova la sua ricomposizione politica nelle altre parole d’ordine del programma: barriere contro i migranti, sgombero dei campi Rom, via libera alla legittima difesa armata contro i ladri, uso di spie contro i corrotti, più carcere e meno pene alternative al carcere, salda difesa della famiglia tradizionale (“le famiglie gay non esistono”, parola del nuovo ministro competente). Una mirabile sintesi dell’ideologia di destra della Lega, mal compensata dall’accento “né di destra né di sinistra” dei 5 Stelle sul ripristino dei diritti sociali mortificati da trent’anni di politiche neoliberali bipartisan.

Quello che dal “contratto di governo” traspare è dunque una visione del “popolo” tutta basata sul rapporto fra deprivati e profittatori, vittime e colpevoli, indigeni proprietari (di ricchezza e di diritti) e stranieri espropriatori, e fra paura e sicurezza, rancore e risarcimento, come se il legame sociale non conoscesse altro registro sentimentale che questo. Per capire come questo immaginario semplificatorio e cupo abbia sfondato in un paese che pure ha conosciuto ben altre stagioni di felicità pubblica occorre fare qualche passo indietro. Il governo populista di Salvini e Di Maio infatti non arriva per caso: corona un lungo trentennio che ha visto susseguirsi sulla scena italiana il populismo etnico e securitario della Lega, il populismo telecratico e “sensoriale” di Berlusconi, il populismo digitale del Movimento Cinque Stelle, il populismo di governo di Matteo Renzi. Esperimenti diversi l’uno dall’altro, ma accomunati dall’appello diretto alle virtù di un “popolo” immaginario contro i vizi delle élite, dalla denigrazione delle istituzioni rappresentative e dei sindacati, dall’appannamento della distinzione fra destra e sinistra, dall’oscillazione fra illegalità e giustizialismo, da retoriche demagogiche e prive di riscontro nelle politiche reali. A fare la differenza fra il primo ciclo populista che si apre all’inizio degli anni 90 (quello della Lega Nord e di Berlusconi), e il secondo che si apre dopo il 2011 (quello del M5S e della Lega trasformata in forza nazionale e nazionalista da Salvini ) sono la crisi economica, la politica dell’austerity imposta dall’Unione europea per fronteggiarla, e il quadro geopolitico. Il nemico del popolo diventa l’establishment di Bruxelles, e gli alleati virtuali diventano Trump, Putin, il blocco di Visegrád, i partiti di Farage e di Marine Le Pen. Il tutto mentre il centrosinistra italiano, erede immeritevole di quella che fino agli anni 80 era stata la più forte sinistra dell’Occidente, si riduceva di anno in anno a mero esecutore “moderato” delle politiche neoliberali.

Con ogni probabilità sarà dunque il rapporto con l’Unione europea a decidere il destino del nuovo governo italiano. Il quale infatti sta già giocando su questo tavolo la sua partita più azzardata: dichiarando guerra a Bruxelles sui migranti e tentando di accreditarsi al G7 come alleato privilegiato di Trump e come “ponte” con la Russia di Putin. Un azzardo tutto politico, perché i populisti italiani sanno bene che sul piano economico la Ue e la Bce li tengono al guinzaglio manovrando lo spread secondo il tasso di adeguamento del nuovo governo alla disciplina del debito.

L’esito della partita dipenderà in larga misura dalla risposta politica dell’Europa, largamente responsabile, con le sue ottuse rigidità neoliberali, della fortuna dei populismi in Italia e altrove. Se questa ottusità perdurerà, il laboratorio italiano diventerà il laboratorio del disfacimento europeo. Se l’Europa capirà finalmente che il neoliberalismo non è il suo destino, ma un orientamento politico ed economico che può e deve essere abbandonato, il populismo del nuovo governo italiano mostrerà presto, come quelli precedenti, le sue contraddizioni e le sue false promesse. Ma perché l’Europa cambi rotta ci vorrebbe una sinistra europea in grado di fargliela cambiare, e per ora la sinistra italiana non pare affatto in grado di contribuire a questo compito storico.

Il fantasmi di Soumaila Sacko e quello dei migranti che vagano e muoiono nel Mediterraneo ci ricordano intanto che il popolo è lacerato da contraddizioni di classe e di razza che il populismo non vede, che nel mondo globalizzato siamo tutti interdipendenti e vulnerabili, e che la sovranità nazionale è solo un ingannevole mito di ritorno per chi ha paura del presente e del futuro.

 

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88 giorni

(Pubblicato su Internazionale.it l’1 giugno 2018)

Alla fine ci abbiamo messo la metà del tempo della Germania, e senza elezioni a ripetizione come in Spagna. Il governo concepito nelle urne il 4 marzo ha avuto una gestazione lunga 88 giorni e a dir poco rocambolesca, ma alla fine assomiglia al voto da cui nasce e di questo deve prendere positivamente atto anche chi di quel voto non è contento affatto. La gestazione rocambolesca ha rischiato di mandare in default l’istituzione più alta della repubblica, nonché l’unica a essere fin qui sopravvissuta alla crisi di legittimazione di tutte le istituzioni repubblicane, ma alla fine e in qualche modo Sergio Mattarella ha vinto: governo politico (anche se infarcito di tecnici nei ruoli più importanti, a cominciare dal presidente del consiglio), composto dai vincitori delle elezioni (anche se uniti non da una solida alleanza ma da un sospettoso, e sospetto, contratto), senza presenze troppo inquietanti per l’Unione europea e i famigerati mercati (il caso Savona si chiude con un compromesso di facciata, ma accettabile per tutti).

L’antica sapienza democristiana della prima repubblica ha avuto la meglio sulle intemperanze dei due capopopolo che si vorrebbero levatori della terza? Sì e no. Sull’operato di Mattarella, sulla sua gestione del fattore-tempo, sulla sua tolleranza per gli strappi alle forme e alle procedure, sulle sue rigidità (il discutibile veto su Savona) e le sue condiscendenze (l’ancor più discutibile incarico a Conte) si discuterà ancora a lungo. Ma è lecito pensare che nel piegare Di Maio e Salvini alla disciplina della formazione del governo il cinismo dei mercati e di chi li muove, Bce compresa, abbia pesato almeno quanto la suddetta sapienza e pazienza del capo dello stato. Tre giorni di impennata dello spread devono aver convinto Di Maio e Salvini che altri due mesi passati a gridare all’impeachment e ad arringare le piazze avrebbero avuto sui loro elettorati la forza devastante di un’atomica.

E qui finisce il brindisi per il lieto evento, perché né la laboriosità del parto né le fattezze della creatura promettono alcunché di buono per il futuro. Del presidente del consiglio non sappiamo che cosa pensi dell’Italia, dell’Europa e del mondo. Luigi Di Maio può intestarsi la mossa finale che ha vinto le resistenze di Salvini, ma solo dopo aver ingoiato a sua volta tutte le condizioni del suo alleato, che non solo si insedia al Viminale con intenzioni fieramente razziste ma incassa ministeri chiave per l’egemonia sul senso comune quali l’istruzione (Bussetti) e la famiglia (Fontana, militante pro-vita ed eteronormativo sfegatato. A proposito, il tanto apprezzato Giorgetti, sottosegretario in pectore alla presidenza del consiglio, fu a suo tempo il principale estensore della legge 40 contro la procreazione assistita). Sulla giustizia (Bonafede, M5s) il “contratto di governo” si segnala per essere il più forcaiolo della storia della repubblica. Sulla politica industriale, e in generale sull’idea di sviluppo del paese, il più omissivo. Sui rapporti con la Ue, come s’è visto nell’ultima tumultuosa settimana, il più opaco. Sulla politica estera il più pericolosamente ambiguo. E siccome il mondo ci mette sempre lo zampino, per ironia della storia la prima gatta da pelare del governo del “prima gli italiani” sarà la guerra dei dazi contro l’Europa dell’alfiere di America first: contraddizioni in seno al sovranismo.

Restano sul campo i morti, i feriti e gli effetti collaterali di questi 88 giorni. Gli sconfitti del 4 marzo, ovvero il centrosinistra a trazione renziana e il centrodestra a trazione berlusconiana, ne escono entrambi ma diversamente triturati. Il centrodestra perde la maschera del preteso moderatismo berlusconiano, si radicalizza sotto la guida di Salvini (nonché di Meloni) ma mantiene e rafforza la sua pretesa egemonica sulla società e sullo scacchiere politico. Il centrosinistra e la sinistra, al contrario, si ritrovano ben avviati sul viale della marginalità, per giunta silenziosa e priva di guizzi reattivi. Che se la siano cercata e meritata non è di nessuna consolazione, la situazione attuale essendo la dimostrazione che senza sinistra in questo paese vacilla l’intera impalcatura democratica.

Gli effetti collaterali non sono meno rilevanti. L’odiosa formula del “contratto di governo” segnala un processo preoccupante di privatizzazione della politica che si cristallizza nel linguaggio (para)giuridico. La scomposta spericolatezza dei principali protagonisti di questa lunga crisi nel rapporto con il Quirinale accentua una crisi di autorità della politica e delle istituzioni che sembra ormai priva di anticorpi nei leader delle nuove generazioni, e che il sempre più frequente ricorso alle “competenze” e ai “tecnici” copre malamente. Infine ma non ultimo, il rapporto fra politica e comunicazione ha subìto un’ulteriore torsione: mai la formazione di un governo era stata così spettacolarizzata, con un assedio così pervasivo della scena e del retroscena e un accavallarsi così rapido dei fatti e delle reazioni, in tv e in rete: una saturazione dell’informazione e della comunicazione che fa tabula rasa dei tempi e dei riti residui della decisione e della riflessività politica.

Ma che accelera inevitabilmente, e positivamente, anche tutte le contraddizioni in campo. L’opposizione – politica e giornalistica – all’establishment, ora che è al potere, dovrà trovare nuove, e si spera più pacate e razionali, strategie narrative di autolegittimazione. Il populismo di governo dovrà fare i conti con i limiti che il populismo d’opposizione ignora. La questione europea, fin qui inchiodata fra l’ottusità della governance comunitaria da un lato e le falene regressive del sovranismo dall’altro, dovrà dispiegarsi, da qui alle elezioni del 2019, in tutta la sua gigantesca portata. Se Bruxelles, Francoforte e Berlino dovessero finalmente realizzare che la gabbia soffocante dei parametri, della moneta e delle direttive calate dall’alto rischia di partorire solo mostriciattoli, il laboratorio italiano anche stavolta non avrà funzionato invano.

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“Loro” e noi

(Pubblicato su Internazionale.it il 24 aprile 2018)

Loro, l’atteso – ma sgradito a Cannes – film di Paolo Sorrentino su Silvio Berlusconi e il suo sistema di potere, arriva nelle sale in uno dei tanti momenti topici che continuano a scandire l’interminabile vicenda politica del leader di Forza Italia: pochi giorni dopo la sentenza di Palermo che torna a stigmatizzarlo come interlocutore della trattativa stato-mafia nei primi anni novanta, e poche ore dopo il voto regionale del Molise che lo vede di nuovo vincitore, sia pur relativo, e gela almeno momentaneamente i tentativi del suo alleato leghista di detronizzarlo definitivamente dalla leadership del centrodestra. Un momento topico che rinnova il “mistero” del berlusconismo, della sua egemonia più che ventennale, della sua permanenza spettrale – e tuttavia non priva di capacità di manovra politica – in una stagione come quella attuale che parrebbe orientata a fare tabula rasa della cosiddetta seconda repubblica e dei suoi protagonisti.

Loro non aiuta a sciogliere questo mistero, da cui pure il regista sostiene, nelle note di regia che accompagnano l’uscita del film, di essere stato mosso: l’insistenza sui due tasti più battuti dell’antiberlusconismo – l’a-moralità dello stile di vita dell’uomo e l’illegalità acclarata del politico – non scioglie il nodo del perché Berlusconi abbia accumulato tanto consenso non malgrado, ma grazie a questi tratti, in una società che se n’è fatta largamente plasmare. L’equivoco, del resto, sta nel titolo, quel “loro” che allude – di nuovo! – a qualcosa, o qualcuno, di diverso e distante da un sottinteso “noi”, come se Berlusconi fosse un alieno precipitato sul nostro paese non si sa da dove né perché.

“Loro”, questo Sorrentino lo sa e lo rende benissimo, sono prima che un’etica un’estetica, che dalle televisioni Mediaset si allunga senza soluzione di continuità al corpo sociale. Trait-d’union fra le une e l’altro, e anche questa non è una novità, il corpo femminile, nudo, disponibile, prostituito, comprato e venduto, talvolta perfino ispezionato perché il sadismo fascista in Italia non dorme mai. Corpo-merce, ma soprattutto corpo-valuta (copyright Walter Siti): moneta di scambio tra uomini, piccoli imprenditori e piccoli politici in cerca di ascesa, che ne aumenta il valore sociale. Con una scelta felice, il film fa centro, più che sulla maschera di Berlusconi (Toni Servillo), su quella di Sergio Morra (Riccardo Scamarcio, bravissimo), al secolo Gianpaolo Tarantini, il procuratore di escort numero uno della corte del premier, che gliele portava in cambio di appalti. Un sistema di scambio drogato, metaforicamente e alla lettera, dove la polvere bianca è il carburante del sesso e del potere e senza polvere bianca entrambi si sgonfiano.

“Lui” invece, anche questo Sorrentino lo sa, è prima di tutto un oggetto d’investimento fantasmatico, una proiezione dell’arrivismo sociale, un oggetto del desiderio per chi non ha desideri, un dio (“loro” lo chiamano così) per i senza dio. Annunciato dalla sua icona – un tatuaggio sul fondoschiena di una delle ragazze di Tarantini – compare solo un’ora dopo, prima seminascosto sotto due asciugamani bianchi come l’accappatoio di Weinstein, poi nei suoi paramenti sardi, compreso un improbabile abito da odalisca perfetto per il narcisismo femminilizzato del personaggio. La maschera di Servillo funziona solo a metà: compendia efficacemente, in un dialogo con il nipote, la filosofia berlusconiana dell’a-legalità e dell’equivalenza tra vero e falso, ma restituisce un’immagine dell’uomo – “Mi interessava il racconto dell’uomo più che del politico”, scrive il regista – fin troppo misera per essere credibile: un marito inadempiente alle prese con un matrimonio traballante, un miliardario che si è fatto da solo (“Abbiamo già tutto”, gli dice Veronica quando lui le offre in dono la ventunesima villa, e lui le risponde “tutto non è mai abbastanza”) ma dopo aver assaggiato il potere politico piagnucola perché si annoia di stare all’opposizione e intanto butta l’occhio sulla barca carica di ragazze di Tarantini.

Sorrentino limita infatti l’arco temporale del film agli anni precedenti al ritorno di Berlusconi al governo nel 2008, con una forzatura rispetto al calendario degli eventi reali che si svolgono invece prima e dopo (tra il 2006 e il 2010, prima stagione degli “scandali sessuali” che si svolgono tra la Puglia di Tarantini e la residenza sarda di Berlusconi, cui seguirà una seconda stagione, quella del bunga-bunga di Arcore, di cui questo Loro 1, cui seguirà il 10 maggio Loro 2, non parla). La forzatura è legittima, se si sta alle intenzioni dichiarate del regista, che presenta il film come “un racconto di finzione, in costume, che narra di fatti verosimili o inventati”. Senonché i conti non tornano, e non solo perché, a onta delle cautele del regista, i riferimenti ai fatti sono in realtà molto realistici (del resto, la realtà berlusconiana avendo tutti i tratti di una fiction, sarebbe pressoché impossibile estrarne una fiction non realistica).

Ma soprattutto perché Loro taglia dal racconto dei fatti il momento e il modo della loro scoperta. Il momento, che risale al 2009, quando Berlusconi è di nuovo premier, l’uomo è inseparabile dal politico, le sue residenze private sono tutt’uno con le sue residenze ufficiali – ed è questo insostenibile connubio a rendere quei fatti politicamente significativi e non più trattabili come un semplice repertorio di antropologia decadente. Il modo, che si deve alle denunce femminili di quei fatti, il che rende l’universo femminile che ne è coinvolto non più rappresentabile come Sorrentino lo rappresenta. Nei fatti, non c’è una Veronica (Elena Sofia Ricci nel film) assediata e disorientata dall’appannamento della sua bellezza e del suo matrimonio; c’è una first lady che molla d’un colpo, pubblicamente e senza appello, il marito, il premier e la sua corte di ruffiani. E non ci sono solo “troie” (sic) identificate nel ruolo; ci sono, proprio all’interno del clan Tarantini, escort che dal ruolo si staccano e raccontano per filo e per segno all’opinione pubblica quello che avveniva nelle feste e nelle stanze del premier. Senza queste voci femminili, quei fatti sarebbero probabilmente rimasti segreti e impenetrabili anche alla telecamera di Sorrentino, e non c’è nessuna ragione artistica che legittimi la scelta di eliminarle: la loro cancellazione cancella anche il senso politico di quei fatti e l’impatto esplosivo della loro scoperta.

Si sa che c’è attesa e, dalle parti di Berlusconi, preoccupazione per l’impatto che il film di Sorrentino potrà avere sulla inesausta rincorsa dell’ex premier alla propria rilegittimazione politica. Ma salvo sorprese in Loro 2, l’impatto sarà impercettibile. Chi cerca una conferma del carattere ripugnante dell’etica e dell’estetica berlusconiana la troverà, corredata di pecore straniate, bisonti a piede libero, topi raccapriccianti e altre fantasiose creature che spuntano di tanto in tanto sulla scena. Chi in quell’etica e in quell’estetica si è più o meno consapevolmente identificato continuerà a essere captato dal godimento perverso di cui grondano. Su come e perché quell’etica e quell’estetica siano infine tramontate pur proiettando dietro di sé l’ombra lunga dei tramonti, abbiamo visto nel reality berlusconiano indizi più attendibili che nel film “tutto documentato, tutto arbitrario” di Sorrentino.

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