Gli spettri di Strasburgo

(Pubblicato su Internazionale il 24/9/2019)

L’Unione europea ha fatto una montagna di guai con la politica dell’austerity. Ora sappiamo che può farne di ulteriori, e persino peggiori, con la politica della memoria. La quale memoria è cosa di cui i parlamenti, i governi, gli stati e i superstati farebbero bene a non occuparsi, essendo essa un luogo proprio della soggettività, il luogo in cui gli individui, i gruppi, i popoli elaborano il proprio rapporto con la storia. Sede dunque di produzione simbolica e di conflitti simbolici, non di sistemazioni e prescrizioni istituzionali come invece pensa il parlamento di Strasburgo.

Il quale ci ha messo quattordici anni ad approvare (con 535 voti favorevoli, 66 contrari e 52 astensioni) una “risoluzione sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”, che già quando venne proposta nel lontano 2005 dal conservatore svedese Goran Lindblam il Guardian , giornale non propriamente sovversivo, commentò con il seguente titolo: “Il comunismo è morto, ma non abbastanza. Dietro una battaglia sulla storia il tentativo di provare che non c’è alternativa al nuovo capitalismo globale”. Nel frattempo il comunismo non è resuscitato ma la Ue a sua volta non sta tanto bene, e prova a tamponare la sua crisi di legittimazione riaprendo la caccia al solito fantasma che evidentemente continua ad aggirarsi per l’Europa, e gemellandolo d’ufficio al fantasma del nazifascismo. Che però, a differenza del primo, si è reincarnato in una vasta gamma di esperimenti autoritari sparsi per il continente: e già da qui è chiaro che qualcosa non torna.

Preceduto da 16 “visto” e 13 “considerando”, quasi una barricata di paletti burocratici a protezione dell’enormità della sparata, la risoluzione è un impasto di riscrittura del passato e di comandamenti per il futuro, dove la prima è funzionale ai secondi come sempre accade nell’uso pubblico della storia. Due i cardini della vicenda europea novecentesca su cui ruota l’intero asse del testo: la seconda guerra mondiale vista come “conseguenza immediata del patto Molotov-Ribbentrop e dei suoi protocolli segreti”, e l’equiparazione senza se e senza ma dei “regimi nazisti e comunisti”, sotto la comune categoria del totalitarismo e sotto la comune colpa di avere commesso “omicidi di massa, genocidi e deportazioni”. Da qui la centralità nella storia europea delle vittime dei due totalitarismi, e da qui la necessità, secondo il parlamento di Strasburgo , di una “cultura della memoria condivisa” contro i crimini fascisti e stalinisti, allo scopo di “promuovere la resilienza alle moderne minacce alla democrazia” provenienti oggi soprattutto da movimenti, formazioni e governi razzisti e xenofobi quando non dichiaratamente neofascisti o, chissà mai domani, neocomunisti. Seguono, a completamento, l’istituzione di due giornate di commemorazione delle vittime e degli oppositori dei regimi totalitari, l’invocazione di processi e risarcimenti perché una dose di giustizialismo non guasta mai, la condanna della diffusione di ideologie naziste, fasciste, staliniste, razziste, antisemite e omofobiche, “l’inquietudine” per l’uso pubblico dei relativi simboli nonché per la permanenza in alcuni stati europei di monumenti commemorativi dei passati regimi – tipo quello ai caduti dell’Armata rossa vicino alla porta di Brandeburgo a Berlino: che ci fa ancora lì?

Votata quasi all’unanimità anche dai partiti della famiglia socialista europea e passata sotto silenzio nei media mainstream, la risoluzione ha scatenato una sollevazione sui social network, cui seguirà forse qualche contestazione a Strasburgo e Bruxelles da parte delle sinistre radicali. Nel mirino c’è soprattutto la disinvolta, ma tutt’altro che innocente o inconsapevole, riscrittura della storia che il parlamento europeo controfirma, legittimando una corrente revisionista che scava da almeno tre o quattro decenni nella coscienza europea e ne violenta, essa sì, la memoria.

Inaccettabile è infatti un’interpretazione decontestualizzata del pur scelleratissimo patto Molotov- Ribbentrop, che tace le pesanti reticenze delle democrazie inglese e francese di fronte alla politica espansionistica di Hitler e le loro responsabilità nel fallimento di una possibile intesa antitedesca con l’Urss. Inaccettabile, ancorché divenuta ormai di uso corrente, è l’equiparazione fra nazismo e comunismo – nonché quella sottostante fra comunismo e stalinismo –, che all’ombra di un uso estensivo e approssimativo della categoria del totalitarismo tace le differenze sistemiche, ideologiche, programmatiche, sociali, politiche fra i due regimi. Inaccettabile è infine che all’esito di queste due operazioni l’Urss risulti corresponsabile dello scoppio della seconda guerra mondiale mentre ne viene cancellato il ruolo decisivo nella sua fine e nella sconfitta del nazismo, così come viene cancellato il ruolo dei partiti comunisti occidentali nella resistenza al fascismo. Svarioni da matita blu, sui quali è superfluo insistere se non per chiedersi perché e a quale fine il parlamento europeo ne faccia l’ossatura di una risoluzione ufficiale.

Come il diavolo, la risposta si annida nei dettagli, e nella fattispecie nei “considerando” iniziali, dove meglio risaltano i destinatari, l’obiettivo polemico e il senso politico del testo. Fra i destinatari, la Polonia che più di tutti subì le conseguenze del patto Molotov-Ribbentrop, i paesi baltici che trent’anni fa, nell’estate dell’89, di quel patto celebrarono il cinquantenario commemorandone le vittime con una catena umana da Vilnius a Tallin, e più in generale i paesi dell’Europa centrale e orientale che, “alla luce della loro adesione alla Ue e alla Nato, sono tornati in seno alla famiglia europea di paesi democratici liberi e hanno dato prova di successo nelle riforme e nello sviluppo socioeconomico”. L’obiettivo polemico invece è uno solo, la Russia di Putin, rea di “continuare a insabbiare i crimini del regime comunista, e ad esaltare il regime totalitario sovietico”, all’interno “della guerra di informazione condotta contro l’Europa democratica allo scopo di dividerla”.

E’ chiaro a questo punto a che cosa servano le forzature della storia e le prescrizioni della memoria. Si tratta, quindici anni dopo l’allargamento della Ue a Est, di ribadire e raddoppiare gli errori di una costruzione europea già contrassegnata ab origine dalla dannazione dell’esperimento sovietico, dalla glorificazione del binomio fra democrazia (neo)liberale e capitalismo come unico orizzonte politico possibile e pensabile, e dal “ritorno in famiglia” dei paesi dell’Europa centro-orientale condizionato all’accettazione di questi presupposti.

Questi errori erano già patenti quindici anni fa, quando la risoluzione in questione venne concepita mentre l’allargamento a Est era in corso. Ma tanto più è perverso ripeterli e raddoppiarli ora che il tempo ha dimostrato quanto essi abbiano pesato nel portare l’Unione nella crisi politica ed economica in cui versa. All’origine delle attuali minacce alla democrazia che tanto sembrano preoccupare il parlamento di Strasburgo e che provengono in primo luogo dai paesi “accolti” nella Ue non ci sono infatti i residui del totalitarismo sovietico ma le premesse sbagliate e le promesse mancate della democrazia neoliberale, che hanno aperto la strada alle sue contorsioni illiberali di oggi, ivi compresi i rigurgiti neofascisti, xenofobici e razzisti di fronte ai quali Strasburgo invoca “resilienza”.

Del tutto illusorio dunque è cercare di frenare queste contorsioni e il fantasma neofascista che esse riportano a galla agitando il fantasma di un comunismo di pari o superiore pericolosità. Viceversa, proprio l’equiparazione fra i due totalitarismi, che la risoluzione di Strasburgo adotta dal revisionismo storico che a sua volta ha accompagnato la costruzione europea, è una causa non secondaria della attuale deriva infelice dell’idea e della prassi democratica. Se si cancella la differenza fra i due totalitarismi, se si dimentica il contributo decisivo dell’Unione sovietica e dei partiti comunisti alla sconfitta del nazismo e del fascismo, non si capisce neanche la differenza fra la qualità delle democrazie del dopoguerra e le democrazie senza qualità del dopo -’89. Non dall’equivalenza ma dalla asimmetria fra i due totalitarismi dipende la piegatura, socialdemocratica o neoliberale quando non illiberale, che la democrazia ha preso e può prendere in Europa e in tutto l’occidente .

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Il fattore D. Ascesa e rovina dei leader con i muscoli

Pubblicato su Internazionale.it il 19/9/2019

Mentre vago frastornata fra talk show e giornali che da ventiquattro ore alternano il finto stupore per la giravolta annunciata di Matteo Renzi al rimestio nei perché e percome del testacoda agostano di Matteo Salvini, mi capita tra le mani un articolo di Andrea Barchiesi su Prima comunicazione intitolato “Il lato oscuro del gradimento”, piccolo raggio di luce nel coro di contorno alle magnifiche sorti della leadership “narcinista” (ovvero narcisista e cinica, copyright Massimo Recalcati) data da tutti al giorno d’oggi per trionfante e invincibile.

L’autore spiega dove casca l’asino dei sondaggi e delle previsioni basati sulla misurazione del gradimento dei leader: casca, banalmente, sul rovescio del gradimento, ovvero sul vento contrario che talvolta si mette a spirare ostacolando il vento in poppa dei leader suddetti. Elementare, eppure nessuno sembra farci più caso: c’è il consenso ma c’è anche il dissenso; e il dissenso conta e fa il suo lavoro nella delegittimazione dei capi osannati, anche se i sondaggi non lo registrano e non lo monitorano.

È quello che è capitato anche a Salvini: “È avanzato sospinto da venti forti, ascesa trionfale”, ma a un cero punto, mentre l’onda positiva continuava a salire, “si è sviluppata un’onda di contrasto” e di resistenza, prima sui social network, poi nelle piazze (“compaiono Zorro e striscioni”). E quando l’onda negativa monta, “oltre un certo livello si arriva al collasso di autorevolezza”. E con l’autorevolezza collassano ovviamente i leader.

La crescita del dissenso
Tiro un respiro di sollievo, perché da settimane mi chiedo come mai, nelle più varie risposte che vengono date all’ossessivo quesito sul perché Salvini abbia aperto la crisi di governo all’apice dei suoi indici di gradimento, manchi la risposta più ovvia, che non spiega tutto ma qualcosa forse sì: perché vedeva e sentiva che il vento stava cambiando, o quantomeno che stava montando un vento contrario al vento in poppa di cui aveva goduto fino a quel momento. E probabilmente questa percezione non è stata senza effetti nell’accelerazione delle sue decisioni.

A chiunque sia capitato, come alla sottoscritta, di stare in piazza a contestare il ministro dell’interno, o di sostenere la resistenza delle ong ai suoi decreti fascistoidi, o di appendere uno striscione a un balcone sfidando le forze dell’ordine schierate per farlo sparire, era chiaro fin dalla primavera scorsa che il dissenso verso Salvini andava crescendo almeno quanto il consenso, mostrando la vulnerabilità del capopopolo e appannandone l’immagine di invincibilità costruita dai media mainstream.

Due fotografie dall’album dei mesi scorsi per rendere l’idea. La prima, 29 giugno, Lampedusa: Carola Rackete scende dalla Sea Watch 3 sul molo dell’isola, dove ha deciso di sbarcare nella notte forzando i divieti del ministro dell’interno italiano ma obbedendo alla legge del mare e all’obbligo di portare in salvo i naufraghi. È agli arresti e il ministro le dà della sbruffoncella, della crucca comunista viziata, della criminale mentre sul molo alcuni razzisti le augurano uno stupro etnico di gruppo. Eppure in quel momento è chiaro che la calma determinazione della comandante sta stravincendo sull’isteria muscolare del capitano, e ancor più chiaro lo diventerà quando la gip di Agrigento darà ragione a Rackete mettendo nero su bianco che salvare i profughi non è un capriccio ma un dovere. Salvini risponderà gonfiando ulteriormente i muscoli, giurando vendetta alla magistratura e inasprendo le pene per le ong nel decreto sicurezza bis. Le armi del potere sono dalla sua parte, il consenso xenofobo alla sua politica cresce, eppure ad occhi attenti è evidente che la sua immagine è lesionata: l’azione di Rackete l’ha reso vulnerabile.

Seconda foto, 11 agosto, lungomare di Soverato: reduce dai fasti del Papeete Beach, Salvini sbarca sulle coste calabresi per un tour di conquista del sud, ma viene accolto da una manifestazione di protesta che sommerge letteralmente il suo comizio; la stessa scena si ripete l’indomani a Catania e altrove. Il momento è cruciale: il ministro si è appena sfilato governo e invoca nelle piazze pieni poteri, ma la crisi non è ancora parlamentarizzata e il gioco sembra tutto nelle sue mani. Eppure, a chi partecipa a quella manifestazione e lo vede pronunciare come una cantilena un discorso che nessuno può ascoltare appare già un pallone alquanto sgonfiato.

Domanda: perché non solo i sondaggi, come scrive l’articolo da cui sono partita, ma neanche i mezzi di informazione mainstream né la politica istituzionale sono in grado di monitorare, registrare e tenere nella debita considerazione questi segnali di incrinatura del consenso plastificato dei leader? E perché quando i leader collassano, le crisi esplodono e i governi cambiano di quei segnali non resta traccia alcuna nella narrazione mainstream dei fatti?

Si può rispondere in vari modi, e l’uno non esclude l’altro. Si può evidenziare, come fa Barchiesi, che non disponiamo ancora di tecnologie in grado di cogliere “il lato oscuro del gradimento”, ovvero il dissenso che cova sotto il consenso illuminato – e coccolato – dalle luci della ribalta. Si può, e si deve, aggiungere che non è tanto questione di tecnologia ma di politica, e che la politica – di sinistra, nella fattispecie – ha perso i sensori per cogliere quello che si muove nella società spesso con più intelligenza e rapidità di quello che (non) si muove sulla scena istituzionale. Si può sommessamente suggerire infine una terza risposta, che nulla toglie ma qualcosa aggiunge a quelle precedenti.

Facciamo un passo indietro, in un’era politica precedente. Giusto dieci anni prima che Carola Rackete – e con lei altre come lei: la comandante della Juvena Pia Klemp, la portavoce di Mediterranea Alessandra Sciurba, l’ideatrice della “balconite” anti-Salvini Jasmine Cristallo e migliaia di attiviste impegnate in analoghe pratiche di resistenza – comparisse sulla scena, era capitato che altre donne, Veronica Lario in testa, squarciassero il velo sul regime sessuale che sottostava al regime politico di Silvio Berlusconi. Anche in quel caso, Berlusconi era all’apice del suo consenso, anche in quel caso la presa di parola di quelle donne, e il movimento di donne che ne conseguì, lo rese improvvisamente vulnerabile, anche se ci vollero mesi prima che su questa vulnerabilità si inserissero le dinamiche economico-politiche necessarie per farlo cadere. E anche in quel caso, di quella decisiva azione di demolizione femminile dell’immagine invincibile del leader non è rimasta traccia nel racconto mainstream della fine di Berlusconi.

La storia si ripete diversa ma uguale anche oggi. Non racconta, sia chiaro, di un eroismo o di una superiorità morale “di genere”. Racconta della rotta di collisione perfino preterintenzionale in cui entrano le leadership muscolari e narcisiste maschili con la capacità sovente femminile di fare politica a partire da sé, di esporsi al rischio di dire la propria verità, di mettere a nudo il re di turno senza complessi. L’incapacità della politica ufficiale di monitorare il fattore D come dissenso ha forse una certa parentela con la sua incapacità di vedere il fattore D come donna. Sarebbe il caso di guardarlo, ascoltarlo e prenderlo sul serio laddove si manifesta, invece di ingabbiarlo, con la complicità delle stesse donne arruolate nella politica ufficiale, in improbabili conteggi di quote e nelle promesse paritarie che lasciano sempre il tempo che trovano.

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Fortuna e sfortuna del Conte 2

Pubblicato su Internazionale il 5/9/2019

La si può vedere in due modi, opposti. Primo modo. Il governo Conte 2 è il risultato di una operazione di grande abilità politica, che mette fuori gioco Matteo Salvini e i suoi deliri sovranisti, restituisce alla democrazia parlamentare le sue prerogative, mette finalmente al mondo quell’alleanza “naturale” fra Pd e M5S strangolata nel 2013 dall’intemperanza grillina e nel 2018 dai popcorn renziani, riunifica il popolo del centrosinistra transfugo nella protesta pentastellata o disperso nell’astensione, restituisce al Pd il suo ruolo di perno del sistema politico e di “partito della Nazione”, sempre pronto a rispondere agli appelli alla sua responsabilità tanto più se provengono da Bruxelles, nonché ad accollarsi l’onere di costituzionalizzare forze “anomale” e riottose. Nel medio periodo, ne verrà il guadagno di un riordino del sistema politico, affidato come al solito a un’ennesima legge elettorale (ma qui le strade già si dividono, come al solito, fra fautori del proporzionale e del maggioritario, e relative visioni del suddetto riordino). In sintesi, per dirlo con una battuta, un colpo di fortuna machiavellicamente gestito.

Secondo modo. Il governo Conte 2 è il risultato di un’operazione di ceto politico, mossa più dalla paura delle elezioni e dall’istinto di autoconservazione che dall’urgenza di fare fronte all’emergenza democratica, manovrata da Renzi e da Grillo e capitalizzata dall’abile neo-centrismo di Conte a tutto discapito del Pd, ridotto a portatore d’acqua di un governo trasformista in cui le richieste di discontinuità di Zingaretti sono state subissate dalle rivendicazioni di continuità di Di Maio. Salvini è fuori gioco ma temporaneamente, perché anche dall’opposizione può fare molti danni e perché la svolta a destra che egli incarna si sconfigge nella società e nelle urne, non nelle operazioni di palazzo. Nel medio periodo, il sistema politico resterà instabile e schiavo delle divisioni (e ritorsioni) interne al Pd e al M5S, e a farne le spese sarà il progetto di rigenerazione del Pd e della sinistra abbozzato da Zingaretti e soffocato sul nascere. Come in altri passaggi della storia politica repubblicana, il Pd-ex Pci-Pds-Ds pagherà con un dissanguamento, se non con l’estinzione, un’ideologia della responsabilità che copre la sua vocazione ormai esclusivamente governista. Sfortuna, altro che fortuna, della sinistra.

Che questi due modi di vedere la nascita del secondo governo Conte siano entrambi presenti nell’opinione di sinistra, e spesso secondo linee di demarcazione non scontate, la dice lunga sul carattere nebuloso, poco o niente ragionato ed esplicitato, dell’operazione in questione. A conclusione della quale si può e si deve certo brindare alla cacciata dal Viminale di Matteo Salvini, un capopolo che sul suo ruolo istituzionale abusava senza vergogna e senza contenimento alcuno a fini neanche tanto velatamente eversivi. Ma non si può non rimarcare che l’intera conduzione della crisi non sia stata affatto all’altezza della posta in gioco. E poiché in politica il metodo è sostanza, quella conduzione inficia inevitabilmente il risultato.

Si era detto da più parti, all’inizio della crisi di governo, che solo una posizione netta del Pd e della sinistra sui danni apportati dall’esperimento giallo-verde alla democrazia costituzionale e allo stato di diritto avrebbe potuto fornire una barra sia nel caso di elezioni sia nel caso di un cambio di maggioranza e di governo. Significava esigere un’autocritica di Conte e del M5S sulla piena complicità fornita a Salvini in materia di immigrazione e sicurezza, e più in generale sulla convergenza fra leghisti e pentastellati nell’attacco alla divisione dei poteri e alla democrazia rappresentativa. Offrendo in cambio un’autocritica altrettanto necessaria del Pd sulle politiche sociali espresse dai governi precedenti, e largamente responsabili degli exploit populisti e sovranisti del 2013 e del 2018.

Senonché la questione democratica non è stata neanche messa a tema nel corso della crisi, le richieste di discontinuità avanzate da Zingaretti sono state sistematicamente scansate dalle rivendicazioni di continuità con l’operato del governo giallo-verde di Conte e Di Maio (che si riflettono nelle postazioni mantenute nel nuovo governo dai pentastellati più fedeli al neo-ministro degli Esteri), il ritiro dei decreti sicurezza si è ridotto nel programma alla loro blanda correzione richiesta da Mattarella, e anche sulle politiche sociali l’inversione di rotta appare alquanto vaga, in un programma che fin nel linguaggio porta il segno dell’egemonia post-ideologica grillina su quello che dovrebbe essere il punto di vista di parte della sinistra.

E’ vero che la composizione del governo, pur risultando dal gioco correntizio delle promozioni e dei veti, sembra alla fine migliore di quello che ci si poteva aspettare, soprattutto nelle postazioni cruciali dei rapporti con l’Europa, dell’Economia, del Mezzogiorno e delle Autonomie regionali. Ma è vero altresì, e d’altra parte, che nel suo complesso il Conte 2 sembra destinato a riprodurre la conflittualità interna del Conte 1, con il Pd che rischia di ritrovarsi nella posizione del guardiano dell’establishment europeo e i 5 Stelle in quella dei difensori delle proprie bandierine.

Il che non sembra preludere tanto a un riordino, quanto piuttosto a un’ulteriore destrutturazione del quadro politico. Della quale verosimilmente non sarà la sinistra ad avvantaggiarsi, ma un centro già alquanto affollato fra le ambizioni di Conte, le scissioni annunciate di Renzi e Calenda, le contorsioni di quello che resta di Forza Italia. Senza contare i rischi di un ritorno di fiamma fra Di Maio e Salvini, l’unica coppia che abbia continuato a dare segni di un desiderio non spento mentre si officiava il matrimonio d’interesse giallo-rosso.

Vogliamo credere intanto che i giuramenti dei ministri sulla Costituzione siano stati oggi più affidabili di quelli del governo precedente. E nell’attesa degli sviluppi, festeggiamo due ottime notizie: l’indagine a carico di Salvini per aver diffamato Carola Rackete , e la revoca a Mimmo Lucano del divieto di dimora a Riace. Entrambe ascrivibili ai meriti non della politica istituzionale, ma di un’inedita alleanza fra l’opposizione sociale e lo stato di diritto.

 

 

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Il rischio boomerang dei governi responsabili

Pubblicato su Huffington Post il 28/8/2019

Matteo Salvini, Luigi Di Maio, Matteo Renzi sono tre politici fatti della stessa pasta e appartenenti alla stessa epoca. Figli del ventennio berlusconiano, ne hanno esasperato, ciascuno a suo modo, i tratti decisivi: leadership personale, politica mediatizzata, stile populista, disprezzo o quantomeno disinvoltura nei confronti della democrazia costituzionale disegnata dalla Carta del ’48. Figli del neoliberalismo e del capitalismo finanziario, giocano in politica come in borsa: spregiudicati come i broker, non seguono princìpi né perseguono strategie, ma inseguono le quotazioni delle chance presenti sul mercato politico (del resto, anche gli elettori votano ormai così, in base alle quotazioni dei leader nel borsino del media).

Sì che il primo, Matteo Salvini, può mandare all’aria un Governo chiedendo a gran voce le elezioni a Ferragosto e una settimana dopo ingranare la retromarcia sperando di restare dov’era e com’era. Il secondo, Luigi Di Maio, può prendere botte da orbi dal primo per quattordici mesi, ma lasciargli la porta aperta come un amante deluso. Il terzo, Matteo Renzi, per quattordici mesi può imbottirsi di pop corn pur di scongiurare un dialogo con il secondo e poi buttarsi a pesce in un’alleanza con il medesimo senza un se, un ma, una condizione o un condizionale. Tutti e tre del resto sono figli di un’epoca smemorata, ed evidentemente non hanno memoria nemmeno di se stessi oltre che di quello che è successo prima che venissero al mondo.

Pierluigi Castagnetti invece appartiene a un’epoca e a una politica diverse, e di come sono andate le cose in Italia quarant’anni fa dovrebbe avere memoria eccome. Sì che potrebbe essere più cauto nell’uso di paragoni storici ad usumdell’accordo di Governo giallorosso, tanto più se, come si vocifera, in quello che dice, anzi twitta, risuonano echi quirinalizi. Di fronte al bivio Conte 2 sì-Conte 2 no, Castagnetti ha premuto su Zingaretti per il sì, invitandolo a regolarsi come nel ’76 Berlinguer, il quale voleva fare il Governo di solidarietà nazionale con Moro, ma accettò suo malgrado di farlo con Andreotti pur di farlo. L’accordo Pd-M5S come il compromesso storico, Zingaretti come Berlinguer, Conte (o Di Maio) come Andreotti, Moro come lo spettro che non si reincarna ma sempre aleggia? Le due congiunture sono davvero paragonabili, e soprattutto: come andò a finire quell’esperimento del ’76, e chi ne trasse vantaggio?

Il cosiddetto Governo di solidarietà nazionale, un monocolore Dc guidato da Andreotti e sostenuto dalla “non sfiducia”, ovvero dall’astensione, del Pci, vide la luce il 30 luglio del 1976, dopo una campagna elettorale dominata dal terrore del “sorpasso” della Dc da parte del Pci (che alle amministrative del ’75 aveva conseguito il risultato senza precedenti del 33,4% ramazzando il voto di tutta la sinistra, storica e nuova). Il sorpasso infine non c’era stato (Pci 34%, Dc 38%), ma l’inedita bipolarizzazione del sistema politico (il Psi era sceso al minimo storico del 9,6%) persuase Berlinguer che era venuto il momento di stringere sulla sua strategia del “compromesso storico” fra la componente cattolica e quella comunista della storia repubblicana, e Moro sul suo disegno di una “terza fase” dell’egemonia democristiana, che avrebbe dovuto spuntare l’opposizione comunista integrandola nell’area di governo e aprendo la strada alla democrazia dell’alternanza.

Poco o nulla di quelle visioni strategiche di Moro e Berlinguer precipitò tuttavia in quell’esperimento di governo, mosso e legittimato soprattutto da un’esigenza d’ordine del sistema politico contro il “disordine” sociale e contro il terrorismo montante. Mentre negli Usa Steve Jobs fondava la Apple, l’Unione sovietica lanciava nello spazio la Soyuz 2, in Portogallo nasceva la nuova Costituzione dalla Rivoluzione dei garofani, in Libano infuriava la guerra civile, in Argentina si contavano i desaparecidos, in Germania la leader della Raf Ulrike Meinhof si impiccava nel carcere di Stoccarda, in Cina moriva Mao Tse Tung, nell’Italia del ’76 il “lungo Sessantotto” presentava il suo conto ad un sistema politico sordo alle esigenze impellenti di libertà di nuovi soggetti e di rappresentanza di nuove domande. A chi oggi di quella congiuntura riporta solo la scia di sangue terrorista, rossa e nera (giusto nel ’76, l’omicidio brigatista del procuratore Francesco Coco e quello del giudice Vittorio Occorsio firmato da Ordine Nuovo) bisogna ricordare dati di contesto come il voto congiunto della Dc e dell’Msi su una legge che dichiarava l’aborto un reato penalmente perseguibile, la ristrutturazione industriale spietata che si apprestava ad abbattere le conquiste operaie e a spaccare il mondo del lavoro fra garantiti e precari, nonché l’arretratezza delle due visioni strategiche di cui sopra, oggi tanto rimpiante, a fronte di una società trasformata dalla modernizzazione e scossa dal conflitto.

Che infatti dal Governo di solidarietà nazionale non fu ridotto ma esasperato, ed esplose nel movimento del Settantasette aprendo nella sinistra una frattura sociale, culturale e politica mai rimarginata e di cui ancora oggi si vedono i segni. Quanto al Governo, già messa in crisi nel gennaio del ’78 dall’ultimatum del Pci (fine dell’astensione, o governo o opposizione) la solidarietà nazionale toccò l’apice durante il sequestro Moro con la dissennata linea della fermezza, e con l’assassinio di Moro finì. Aprendo la strada non all’alternanza ma alla lunga stagione del pentapartito, con la rinnovata esclusione di un Pci costretto sulla linea difensiva della diversità e della questione morale. Per riparlare di alternanza e di Governo bisognerà aspettare l’89, Tangentopoli, la fine della Dc e del Psi, l’ascesa di Berlusconi, il bipolarismo della seconda Repubblica.

I governi d’emergenza non portano bene a chi si accolla l’onere “responsabile” di allestirli. Rispetto al ’76, immense sono oltretutto le differenze fra i soggetti in campo: allora si fronteggiavano due partiti a forte radicamento sociale, ideologicamente strutturati e relativamente compatti al loro interno. Oggi ciascuna forza politica è liquida, post-ideologica, precaria nel rapporto con l’elettorato e divisa al suo interno (il Pd fra Zingaretti e Renzi, i 5S fra Di Maio, Di Battista, Fico, Grillo, Casaleggio), il che accresce le possibilità dell’effetto boomerang di un’alleanza improvvisata.

Meno remoto sarebbe il paragone con il 2011, quando l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dimessosi Berlusconi e sotto l’emergenza della crisi finanziaria, diede vita a un diverso esperimento di solidarietà nazionale con il governo Monti, sbarrando il ritorno alle urne e impedendo così l’elaborazione nel rito elettorale della fine del ventennio berlusconiano. Anche l’appoggio esterno al Governo dei tecnici non portò nulla di buono al Pd: lungi dal contenere il populismo incipiente di M5S lo alimentò, e lungi dall’avvantaggiare il Pd sfociò nella sua “mezza vittoria” del 2013, per l’allora segretario Bersani una piena sconfitta seguita dalla scalata renziana del partito. Una catastrofe che doveva essere ben presente a Zingaretti quando, solo due settimane fa, perorava le elezioni come unico esito plausibile della crisi aperta da Salvini.

E’ vero che nel frattempo sono maturate molte buone ragioni per non andare alle urne e tentare di dar vita a un Governo giallorosso, prima fra tutte la necessità di imbrigliare i deliri di onnipotenza di Salvini nelle forme e nelle procedure parlamentari, sotto un’emergenza stavolta non economica ma politica in cui è in gioco la democrazia costituzionale oltre che il rischio di consegnare il paese e il Quirinale alla destra sovranista.

Ma per come si sta configurando, non è affatto certo che il gioco valga la  candela e sia all’altezza della posta. Fra l’arroganza malriposta di Di Maio, le rivendicazioni dell’operato gialloverde dello stesso Conte opposte alle sacrosante richieste di discontinuità avanzate da Zingaretti, la somma delle  opacità dei tre giocatori in campo di cui parlavamo all’inizio, l’effetto boomerang dell’operazione è tutt’altro che escluso. Con il rischio che, come nel ’76 ma con un segno ideologico rovesciato, sia il sociale a presentare in forme imprevedibili il suo conto alle infinite contorsioni della crisi della politica.

 

 

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Le macerie sotto la crisi

Pubblicato il 19 agosto 2019 su Internazionale

Il governo del cambiamento gialloverde, quello che doveva durare cinque anni, abolire i poveri, eliminare dalla faccia della terra i migranti, vendicare il passato della prima e della seconda repubblica rivendute all’opinione pubblica come mere fabbriche di nefandezze, restituire al popolo la sovranità rapinata dall’Europa, funzionare da faro per il disfacimento dell’Europa medesima, si è infranto su se stesso dopo appena quattordici mesi di vita stentata, spericolata, rissosa. E un cumulo di macerie resterà anche nella malaugurata ipotesi di un farsesco rammendo in zona Cesarini dello strappo voluto dal ministro dell’interno, una settimana fa in pieno delirio di onnipotenza e adesso pronto all’ennesimo testacoda tattico.

Come evolverà e dove andrà a parare la prima crisi di governo ferragostana della storia della Repubblica dipenderà in larga misura dalla direzione che le imprimerà domani il presidente del consiglio. Inutile dunque esercitarsi nel gioco della palla di vetro, che in questi giorni dà per fatto tutto e il contrario di tutto, compresa un’alleanza fra 5 Stelle e Pd alquanto ardua da costruire. Inutile anche sfogliare l’album delle foto trash che hanno scandito le tappe del governo sovran-populista, dall’euforia sguaiata sul balcone di palazzo Chigi per lo zero virgola di spesa in più strappato a Bruxelles al karaoke del ministro degli interni in mutande con cubiste in tanga brasiliano al Papeete Beach. Meglio concentrarsi su quello da cui le convulsioni della cronaca ci distraggono, ovvero l’inventario delle macerie suddette e dei relativi danni. Dal quale inventario dipende qualunque ipotesi credibile di uscita in avanti dalla crisi, e senza il quale qualunque ipotesi di uscita in avanti non è credibile.

Checché ne dica la quasi totalità degli esponenti dell’opposizione di sinistra, il governo gialloverde non è da archiviare per quello che non ha fatto – politiche sociali, lotta alle disuguaglianze, riduzione del debito, investimento su sviluppo, crescita, infrastrutture, istruzione, ricerca e via dicendo –, bensì per quello che ha fatto. E al primo posto di quello che ha fatto non ci sono i due provvedimenti-bandiera dei 5 Stelle e della Lega (reddito di cittadinanza e quota 100), bensì la demolizione sistematica dello Stato di diritto e delle basi della democrazia costituzionale, accompagnata da un altrettanto sistematico imbarbarimento dello spirito pubblico, del senso comune e della sensibilità collettiva, cioè della trama del legame sociale.

Che le procedure della crisi si snocciolino mentre al largo di Lampedusa si consuma l’ennesima tragedia dell’immigrazione, e che quest’ultima sia teatro, insieme, del sadismo di regime e dello scontro fra i poteri del Viminale, della magistratura e della presidenza del consiglio, dice già quasi tutto della situazione in cui ci troviamo. Ma per quanto sia quella prescelta da Salvini per praticare ed esibire le sue violazioni sistematiche dell’ordinamento giuridico in nome di un presunto mandato popolare, la questione dell’immigrazione non è l’unica a mostrare la trasformazione dello stato di diritto in stato di polizia e della democrazia costituzionale in governo di un capopopolo “con pieni poteri”. Non a caso il decreto sicurezza bis tiene insieme le norme contro le Ong e quelle contro il diritto di manifestare, unendo in un’unica concezione dell’ordine pubblico il bando degli stranieri e il disciplinamento degli indigeni non allineati. Non a caso allo scontro esplicito con tutti i gradi della magistratura nelle vicende Diciotti, Sea Watch, Mediterranea, Open Arms Salvini ha affiancato di recente lo scontro altrettanto esplicito con il parlamento, rifiutandosi di riferire e perfino di presentarsi in aula sul Russia-gate prima e chiamando i parlamentari a “muovere il culo” e tornare a Roma dopo il suo annuncio della crisi di governo. E non a caso tutto il discorso di Salvini è uno sfregio continuo ai valori della prima parte della Costituzione, quelli che tutti dichiarano di voler salvaguardare salvo lasciarli affondare da quotidiani sfondamenti razzisti e sessisti e dall’evocazione strategica del rancore e dell’aggressività camuffata da “legittima difesa”.

Sono elementi più che sufficienti per prendere più che sul serio, dopo mesi di dibattiti astratti sul tasso di fascismo presente nel salvinismo, il progetto istituzionale dell’inquilino del Viminale, che con ogni evidenza è quello di allineare la democrazia italiana alle “democrazie illiberali” in voga in Russia e nel blocco di Visegrad, com’era chiaro fin dal 4 marzo 2018 a chiunque avesse visto le implicazioni internazionali delle ultime elezioni politiche. E com’è diventato ancor più chiaro con il Russia-gate, non un caso di ordinaria corruzione ma un segnale politico di prima grandezza dell’orientamento leghista in fatto di collocazione geopolitica e geo-ideologica dell’Italia.

Nulla di questo progetto tuttavia, è bene ricordarlo per calmierare la faciloneria con cui si guarda alla possibilità di sostituire l’alleanza giallo-verde con una giallo-rossa, avrebbe avuto le gambe per camminare senza l’appoggio e la complicità dei 5 Stelle. Non si tratta solo dell’approvazione concorde di singoli provvedimenti, decreti sicurezza in testa, o del comune sentire fra i due alleati in fatto di sicurezza, immigrazione e ordine pubblico. Si tratta di una più sostanziale convergenza su quella che Vladimir Putin definisce l’obsolescenza della democrazia liberale, annunciando al mondo l’ora del suo capovolgimento in una democrazia illiberale. Che passa, a Ovest come a Est, per la distruzione di ciò che resta della rappresentanza, la demolizione della divisione dei poteri in nome dell’investitura populista di un capo, la riduzione del ruolo del parlamento, il silenziamento dell’opposizione, l’uso di regime dei media vecchi e nuovi, l’insediamento al posto dell’odiata casta un “popolo sovrano” fatto di followers, deprivato di qualunque potere di partecipazione e di intervento ma munito di like e di hate speechs e unificato dall’identificazione nell’icona trash di leader che tutto promettono e poco o nulla mantengono.

La soluzione autoritaria alla Salvini e la soluzione digitale alla Casaleggio della crisi della democrazia rappresentativa si tengono e si rafforzano a vicenda, ed è questo il cemento che ha reso possibile il primo esperimento di governo sovran-populista dell’Europa occidentale. Il laboratorio italiano non finisce mai di stupire: come avevano capito per tempo Steve Bannon e Alexander Dugin, trent’anni dopo l’89 l’Italia torna ad essere, come all’epoca della guerra fredda, una terra di frontiera, dove si sperimentano insieme, frullandone gli ingredienti, la ricetta post-sovietica delle democrature dell’Est e i cascami dell’illusione libertaria della democrazia digitale californiana.

Ma se questo è il lascito di quattordici mesi di esperimento sovran-populista – per larghissimi tratti preparato, non dimentichiamolo, dal ventennio berlusconiano – questo deve essere anche il terreno di costruzione di una alternativa credibile, sia che passi per il ritorno alle urne sia che passi per un patto di legislatura fra 5 Stelle e centro-sinistra. Dal punto di vista dei contenuti, il meno frequentato dal discorso politico e mediatico, l’aut aut fra elezioni e governo è meno secco di quanto sembri: nell’un caso e nell’altro, in campagna elettorale o nella contrattazione con i 5 stelle, si tratta per la sinistra di mettere al centro del discorso la ricostruzione dello stato di diritto e di una democrazia inclusiva e vitale. Una mossa tutt’altro che scontata, per una sinistra da anni profondamente divisa sulle soluzioni di ingegneria istituzionale avanzate nei vari tentativi per fortuna naufragati di riforma della Carta del ’48. E infatti la sinistra tuttora manca il punto, oscillando fra l’allarme per un rischio-fascismo prossimo venturo che sottovaluta – e magari avalla, come in materia di sicurezza – le deformazioni già avvenute dell’edificio democratico, e la tentazione di infilare scorciatoie come quella renziana di un accordo con i 5 stelle basato precisamente sulla riduzione della rappresentanza e del ruolo del parlamento, o altre basate sull’ennesima riforma della legge elettorale.

L’esperimento di governo gialloverde non è stato un incidente di percorso. E’ nato da una degenerazione lunga e profonda della democrazia rappresentativa e dalla trasformazione del popolo politicamente motivato della tradizione moderna nella folla di individui deprivati e in cerca di capi messa al mondo dal neoliberalismo. Populismo e sovranismo sono due risposte illusorie e reazionarie a questa doppia e connessa crisi. Che quell’esperimento sia fallito è un’ottima notizia. Che si possa voltare pagina anche. Che per voltarla sia sufficiente un cambio di maggioranza e un nuovo contratto di governo, tutto concentrato sulla legge finanziaria come suggerisce Romano Prodi o tutto affidato alle trame di Matteo Renzi, invece è un’illusione. Per aprire una stagione politica nuova bisogna riscrivere da capo quelle due parole impegnative, popolo e democrazia. Se non si è in grado di farlo dal governo, tanto vale provare a riscriverle nel vivo di una campagna elettorale.

 

 

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La democrazia in Europa, trent’anni dopo il crollo del muro di Berlino

Pubblicato il 9 luglio 2019 su Internazionale 

Presto o tardi la storia presenta sempre il suo conto, spesso si tratta di un conto salato e talvolta non privo di una qualche ironia. Dev’essere infatti per l’ironia della storia se le elezioni europee del 26 maggio, le prime ad avere per posta in gioco la stessa sopravvivenza dell’Unione europea, sono capitate giusto nel trentennale di quel fatidico crollo del muro di Berlino che dell’Europa decise la riunificazione. E dev’essere per uno sberleffo della storia se la proclamazione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, potente spinta propulsiva per i populismi e i sovranismi europei, è capitata giusto lo stesso giorno del crollo del muro, il 9 novembre, quasi a smentirne, ventisette anni dopo, speranze, illusioni e false prospettive (“Che giorno! Che giorno! La non-democrazia liberale è finita, e io mi sento libero dalla correttezza politica”, così Viktor Orbán commentò il risultato delle presidenziali americane). Ma nella storia come nei sogni, ce l’ha insegnato Freud, le coincidenze dei numeri non sono mai casuali: ci mettono sulla strada di tracce perdute o rimosse, consentendoci di ricostruire in modo più attendibile la genealogia di un presente smemorato.

Nel presente c’è un’Unione europea che il 26 maggio scorso ha tirato un respiro di sollievo respingendo la minaccia sovranpopulista, ma che resta lacerata da faglie profonde – territoriali, economiche, sociali, politiche, culturali – rispetto alle quali il dover essere unitario rischia di diventare sempre meno seduttivo ed efficace. Da dove nascono queste faglie, e come si riparano? Priva com’è diventata di spessore storico, la politica non dà risposte, o le sbaglia. Di fronte alla faglia economica fra nord e sud spalancatasi con la crisi del 2008 la Ue ha risposto con la politica dell’austerità e la disciplina del debito, e con la favola delle formiche e delle cicale, aggravandola. Di fronte alla faglia politica fra est e ovest, disegnata dagli esperimenti di “democrazia illiberale” in Ungheria e in Polonia, dalle transizioni democratiche incompiute in Serbia e in Ucraina, dai regimi neoautoritari in Bielorussia e in Azerbaigian, la Ue ha glissato contando sulla solidità del modello liberaldemocratico occidentale contro lo spettro sovranista, con l’unico risultato, anche in questo caso, di aggravare la faglia e di riprodurla all’interno dei paesi occidentali, prima di tutto nel sempre solerte laboratorio italiano. Di fronte infine alla terza faglia, la crisi migratoria che destabilizza in modo permanente i già labili confini del continente, l’Unione continua a non rispondere nulla, avallando politiche sempre più securitarie e lasciando che mille recinzioni fioriscano, in plateale contraddizione con l’immagine dello “spazio senza confini” e della “società aperta” che avrebbe dovuto caratterizzare l’Europa.

Tanto basta, o dovrebbe, per concludere che la riproposizione ostinata del ricettario neoliberale ha prodotto e riproduce la crisi economica, politica e demografica del vecchio continente: e che dunque bisogna decisamente cambiare strada, riavvolgendo all’indietro il nastro della costruzione europea e riconoscendone errori, illusioni, fraintendimenti, paradossi. Il trentennale del 1989 sarebbe l’occasione giusta per farlo, a patto di uscire finalmente dalle narrative unilineari e trionfali degli eventi di quell’anno che hanno costituito finora il nocciolo duro dell’ideologia europeista mainstream. Senza il muro. Le due Europe dopo il crollo del comunismo, una compatta raccolta di saggi del politologo Jacques Rupnik pubblicata con tempismo da Donzelli, ci mette sulla pista giusta per questa riconsiderazione dell’ultimo trentennio. Praghese, consigliere di Vàclav Havel negli anni novanta, componente della commissione internazionale per i Balcani e di quella per il Kosovo, docente in varie università europee e americane, Rupnik incrocia lo sguardo sulle vicende dell’Europa dell’est, del centro e dell’ovest dopo le “rivoluzioni di velluto” del 1989 e l’allargamento a est dell’Unione europea del 2004-2007, ricostruendo un puzzle politico, sociale e culturale del continente più completo e più complesso di quello a cui siamo abituati. Ma il movente del libro è politico, e si racchiude in due domande sull’oggi.

Due domande sull’oggi
La prima: l’ascesa di movimenti e governi populisti, sovranisti e antieuropei, dichiaratamente illiberali o evidentemente neoautoritari, segnala un problema dell’Europa centrorientale, riconducibile magari all’eredità del regime sovietico, o annuncia piuttosto una tendenza transeuropea e transatlantica delle postdemocrazie contemporanee, tanto più se mettiamo nel conto il governo gialloverde italiano, la Brexit e la presidenza Trump negli Stati Uniti? Si tratta insomma di un ritorno dell’oriente o di una deriva dell’occidente? La seconda: assistiamo, oggi e non da oggi, al rovesciamento di tutte le promesse e le premesse dell’ottantanove nel loro contrario: dall’abbattimento del muro alla costruzione delle barriere contro i migranti, dal trionfo alla crisi della democrazia liberale, dalla riunificazione dell’Europa alle nuove divisioni che la solcano, dal trionfo dell’economia di mercato alla catastrofe finanziaria del 2008, dalla società aperta ai ripiegamenti identitari, dal progetto sovranazionale europeo ai nazionalismi, dai movimenti del dissenso in nome dei diritti umani alle leggi contro le ong, dal mito della governance globale agli arroccamenti sovranisti. Come interpretare questo rovesciamento? Si è trattato di promesse tradite o di premesse sbagliate, o di tutt’e due?

Entrambe queste domande rinviano ai processi innescati dalla “rivoluzione” dell’ottantanove, tuttora controversa nelle definizioni che ne vengono date: implosione del sistema sovietico secondo alcuni; pratica di disobbedienza civile non violenta secondo altri; rivoluzione “recuperante”, priva di idee-forza nuove e tesa solo all’imitazione dell’occidente, secondo Habermas; ma senz’altro, per Rupnik, rivoluzione democratica antitotalitaria, l’ultima a rendere l’Europa scenario di un evento mondiale, con ripercussioni in altri contesti – le primavere arabe di vent’anni dopo – e con effetti decisivi sull’assetto geopolitico del pianeta.

Di quell’anno convulso, sorprendente e indimenticabile si può rivedere, nelle pagine del libro, tutto il film: gli eventi (Lipsia, Dresda, Varsavia, Praga, Budapest, Berlino, Bucarest); i precedenti (Solidarność 1980, Praga 1968, Budapest 1956, senza dimenticare gli scioperi operai del 1976 a Radom e Ursus e del 1970 sulla costa baltica); la temporalità accelerata e l’effetto domino (“Polonia dieci anni, Ungheria dieci mesi, Ddr dieci settimane, Cecoslovacchia dieci giorni, Romania dieci ore, Albania dieci minuti…”). E ovviamente i protagonisti – Havel, Wałęsa, Gorbačëv –, i comprimari – Kohl, Reagan, Thatcher, e sopra tutti Giovanni Paolo II – e le rispettive strategie. La ricostruzione non indulge alla retorica della spettacolarizzazione né a quella dell’imprevedibilità dell’evento: restituisce piuttosto un 1989-processo, incubato nella lunga e profonda crisi del sistema sovietico e consapevolmente accelerato dal riformismo di Gorbačëv, che alla fine non riesce però a contenerne gli effetti dirompenti sull’esistenza stessa dell’Unione Sovietica. Inizialmente pilotata da Gorbačëv ma anche da Reagan, la fine della guerra fredda coinciderà con la fine del socialismo reale, con la ratifica della sua irriformabilità, con il trionfo del modello occidentale, nonché con la vittoria della soluzione autoritaria di Deng Xiaoping alla crisi del comunismo su quella riformista del leader sovietico.

Qui però non mi interessa tanto sostare sul film, che le celebrazioni del trentennale ci faranno rivedere più e più volte, quanto sul seguito cui, come in ogni buon film, la fine dà inizio. Che cosa comincia in Europa, finito il 1989? L’Europa centrale fu solo protagonista o anche e soprattutto posta in gioco, fra le potenze che posero fine alla guerra fredda, della rivoluzione del 1989? Se quella rivoluzione reinventò il mito del popolo sovrano che prende in mano il proprio destino, che ne è di quel popolo e di quella sovranità nei populismi sovranisti di oggi? Se la spinta a quella rivoluzione venne da una generazione di giovani e di intellettuali radicale, aperta, ironica, “non contro il regime ma già oltre”, che ne è stato di quella generazione e del dissenso cui diede voce? Infine, se gli oggetti del desiderio di quella rivoluzione erano la democrazia e il “ritorno all’Europa”, che ne è oggi della democrazia in Europa, e dell’Europa?

Premesse ambigue, promesse tradite
Il percorso biografico e politico di Orbán, cresciuto nell’ultima generazione del dissenso liberale ungherese per approdare nel 2016 alla formulazione della “democrazia illiberale”, o quello di Jarosław Kaczyński, formatosi dentro Solidarność ed ex consigliere di Wałęsa, forniscono già ampi indizi per rispondere. Ma Rupnik articola la sua analisi su una dimensione più vasta, all’incrocio, come anticipavo sopra, fra ambiguità delle premesse delle rivoluzioni dell’Europa dell’est e tradimento delle promesse dell’Europa dell’ovest.

Alle ambiguità e all’ingenuità delle premesse del dissenso vanno ascritte l’infatuazione acritica per il modello liberaldemocratico occidentale e l’adesione altrettanto acritica al “Washington consensus” neoliberista; l’enfasi sui diritti umani, efficacemente branditi contro il totalitarismo sovietico ma in seguito usati come fonte di legittimazione delle “guerre umanitarie” degli anni novanta e dell’intervento americano in Iraq e in Afghanistan, circostanze nelle quali i paesi dell’Europa centrale sono stati infatti più vicini agli Stati Uniti che alla Ue; una concezione della sovranità popolare intrecciata con il patriottismo nazionalista contro l’Urss, e dunque esposta ab origine alla curvatura populista-sovranista di oggi. Dall’altro lato ci sono le promesse tradite dell’occidente: l’offerta di una democrazia sempre più povera, ridotta a rito elettorale, erosa dalla crisi della rappresentanza, dalla corruzione, dalla tirannia dell’immediatezza dei mercati e dei mezzi di informazione; il mito di una forma postnazionale dell’Ue – peraltro mai tradotto in architettura istituzionale – privo di attrattiva sul sentimento nazionalista dell’Europa centrale; un allargamento dell’Unione ai paesi dell’est molto più simile a un’annessione che al “ritorno all’Europa” da loro vagheggiato dopo il “sequestro” sovietico, e drogato dalla comune adesione, a ovest e a est, alla religione del mercato.

Oggi l’Europa è unificata, oltre che da una moneta controversa, solo dalla crisi democratica
All’esito di queste due parabole c’è stata una costruzione europea carica di malintesi, e ulteriormente compromessa dalla crisi economica e dalla crisi migratoria, quest’ultima percepita dai paesi dell’est come uno schiaffo del multiculturalismo occidentale e postcoloniale alla loro illusione di contribuire alla rifondazione dell’identità continentale con la riscoperta delle proprie identità nazionali. Il processo di unificazione dell’Europa, che guardava ai paesi di Visegrád come esempi di transizione democratica e parve coronato nel 2014 dall’elezione del primo ministro polacco Donald Tusk a presidente del Consiglio europeo, si è così risolto in un generatore di nuove fratture. Oggi l’Europa è unificata, oltre che da una moneta controversa, solo dalla crisi democratica: nella quale però, questo è il punto, le “democrature” dei paesi di Visegrád non appaiono tanto il residuo di un mondo che fu quanto l’avanguardia di un mondo che viene.

Gli ingredienti della “democrazia illiberale” di Orbán – rifiuto dello stato di diritto in nome di una concezione assoluta della sovranità popolare; controllo dei media e della magistratura; politiche identitarie e nazionalistiche; guerre culturali a difesa dei valori tradizionali (dio, patria e famiglia) contro il “nuovo totalitarismo” dei diritti, si diffondono a macchia d’olio in tutti i populismi europei, come sappiamo bene e non da oggi dal laboratorio italiano, e non solo in quelli europei, come sappiamo dagli Stati Uniti di Trump. E si insinuano anche laddove i populismi non si aggrumano e non governano, nelle prassi di postdemocrazie sempre più svuotate e de-costituzionalizzate, e nel senso comune di società sempre più attratte da uomini forti e soluzioni semplici.

Trent’anni dopo il crollo del muro, questa la conclusione di Rupnik, il ciclo aperto dal 1989 si è compiuto storicamente e va chiuso politicamente con una decisione di discontinuità. Il trionfo dell’occidente decretato alla fine della guerra fredda ha coinciso in realtà con l’inizio del suo declino a fronte dell’emergere della potenza cinese. Il “nuovo ordine mondiale” che gli Stati Uniti hanno cercato di imporre esportando la democrazia con le armi ha generato guerre, fondamentalismi, terrorismo internazionale e migrazioni di massa. La democrazia, rappresentata trent’anni fa come il destino politico spontaneo o forzoso di tutto il pianeta, si ritrova oggi in una crisi di forma, sostanza e legittimazione senza precedenti, in primo luogo nei paesi che ne hanno più lunga esperienza. La religione del mercato si è infranta su una crisi economico-finanziaria senza precedenti. La globalizzazione ha strappato immense masse alla povertà in alcune parti del mondo ma al prezzo di disuguaglianze insostenibili in altre, marginalizzando il ruolo dell’Europa rispetto a quello degli Stati Uniti e della Cina. E l’Europa da laboratorio di un esperimento di unificazione postnazionale è diventata preda di spinte disgregatrici nazionaliste interne, nonché delle mire distruttive esterne degli Stati Uniti di Trump e della Russia di Putin.

C’è un modo per uscirne? Non vanno sottovalutati i fattori che tutt’ora assicurano la tenuta dell’Unione, non ultime le divisioni interne al gruppo di Visegrád, nonché il fatto che paradossalmente proprio l’opinione pubblica di quei paesi vede nell’Europa l’unico anticorpo alla deriva autoritaria, “l’ultima trama protettiva contro i propri demoni”. Per quanto malata, la democrazia ha ancora le sue carte da giocare contro i rigurgiti di totalitarismo, a est e a ovest. Ma a condizione, secondo Rupnik, di “ricongiungere democrazia e liberalismo, il che implica distinguere fra liberalismo politico e liberismo economico”.

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C’è qui l’intuizione e insieme il limite dell’analisi dell’autore, che giustamente attribuisce alla “confusione, e di fatto collusione, fra liberalismo e liberismo” i guasti sociali e politici e gli equivoci culturali del ciclo post 1989, ma si illude – come molti liberaldemocratici – che questa confusione possa essere dissipata e che questa collusione possa essere interrotta sbarazzandosi del liberismo economico e ripristinando la norma e la normalità liberaldemocratica. Il neoliberalismo che domina il mondo da quarant’anni e che ha deciso la piegatura e le sorti del 1989 è qualcosa di più di una sovrapposizione o di una confusione fra liberismo economico e liberalismo politico: è una forma di razionalità che piega al codice economico del mercato e della concorrenza l’intero edificio della convivenza, dalla base antropologica al vertice istituzionale.

La democrazia liberale e i suoi soggetti tradizionali – l’individuo razionale, il dèmos forgiato dalla partecipazione e da valori condivisi, i partiti come sede di pratica regolata del conflitto, i poteri divisi come garanzia dello stato di diritto – ne escono modificati non contingentemente ma strutturalmente. Le nuove destre populiste e sovraniste l’hanno capito perfettamente, con la loro critica dell’individualismo, la loro “reinvenzione” del popolo sovrano, il loro esplicito disprezzo per lo stato di diritto: e viaggiano infatti spediti sulla strada della democrazia illiberale, come ha confermato Vladimir Putin in un’intervista al Financial Times di pochi giorni fa. È dal campo della sinistra che manca una proposta all’altezza dei tempi. Se il neoliberalismo è stata l’ultima ideologia egemonica del novecento, per uscire dalla sua crisi ci vuole un’invenzione controegemonica di pari potenza, che ancora non si vede all’orizzonte.

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Punto a capo. In Europa e in Italia

Pubblicato il 28/5/2019 su Internazionale

Sono state elezioni europee, e andrebbero valutate con criteri europei. Il criterio che va per la maggiore è che l’europeismo ha retto contro l’onda d’urto sovranista, grazie anche al balzo in avanti dei Verdi (soprattutto in Germania e in Francia) e dei liberaldemocratici, che compensa le perdite del Ppe e del Pse, ovvero dell’asse che per quindici anni ha tenuto le redini dell’Unione. Laddove la galassia sovranista avanza, ma non tanto da prefigurare un’alternativa possibile, malgrado il trionfo di Matteo Salvini in Italia, di Marine Le Pen in Francia e di Nigel Farange in Gran Bretagna.

 

Tutto vero, eppure tutt’altro che rassicurante: il bicchiere mezzo pieno si può ribaltare facilmente in un bicchiere mezzo vuoto. Se è vero che i sovranisti, oltre a non avere sfondato, sono divisi al loro interno, dall’altra parte non è chiaro che cosa unisca gli europeisti sul piano progettuale e programmatico. Eppure la costruzione europea oggi non può essere soltanto difesa dalle spinte disgregatrici: perché continui, va ripensata e rilanciata su nuove basi, con precisi segnali di discontinuità rispetto alla governance a trazione tedesca che l’ha caratterizzata nell’ultimo quindicennio. Significa rigettare le sue basi ordoliberali, rinnegare la politica e l’etica dell’austerità, mettere la lotta contro le disuguaglianze al primo posto dell’agenda, affrontare il problema delle migrazioni nel suo spessore epocale ineludibile. E ancora: riavvolgere il nastro di una costruzione dell’Unione basata sulla rimozione degli effetti della fine dell’Urss, e di una annessione strumentale e illusoria dei paesi dell’Est. E mettersi di fronte al gigantesco dato storico-politico di una crisi profonda, radicale, della democrazia europea.

 

Che è precisamente il dato che emerge da queste elezioni. I sovranisti non sfondano a livello continentale, ma dove sfondano, o avevano già sfondato, a livello nazionale, la democrazia subisce forti torsioni illiberali: vale in Ungheria, in Polonia, nella repubblica ceca, in Italia. In Francia il sorpasso di Marine Le Pen è la ciliegina sulla torta di una crisi di governabilità già rivelata sintomaticamente dal movimento dei Gilet jaunes. In Gran Bretagna la Brexit ha innescato un processo accelerato di devastazione di un modello politico e istituzionale che pareva granitico. E dappertutto, Germania compresa, il declino dei partiti tradizionali – e segnatamente della sinistra, moderata e radicale, fatta salva la Spagna – non potrà non comportare altre scosse telluriche, come la storia italiana degli ultimi venticinque anni dimostra paradigmaticamente.

 

La speranza è che queste scosse inneschino un processo di invenzione politica che nella Ue degli ultimi quindici anni è mancato: che sotto la pressione di una contingenza instabile l’Europa torni a essere quel laboratorio politico che non è riuscita a essere sotto la religione della stabilità, monetaria e istituzionale. Perché questo accada è necessario che la riforma della governance economica si saldi con la reinvenzione della democrazia: diversamente, il pallino delle rivendicazioni popolari contro le disuguaglianze e l’insicurezza resterà inevitabilmente in mano ai sovranisti, che le saldano a soluzioni illiberali quando non autoritarie, e comunque tradizionaliste quando non reazionarie. Infatti, e per venire all’Italia, faceva un certo effetto nella notte dei risultati vedere Matteo Salvini perorare i diritti dei cittadini agitando il crocifisso e invocando il cuore di Maria. Immagine nitida della saldatura fra questione sociale e valori tradizionali che è il nocciolo del progetto sovranista.

 

Questo progetto ha evidentemente conquistato l’Italia, allo stato attuale delle cifre. Che ci consegnano un paese collocato a destra come mai prima nella storia repubblicana. Non è solo il risultato roboante della Lega, che raddoppia i voti in termini percentuali rispetto a un anno fa, ne guadagna tre milioni in termini assoluti, completa la trasformazione in partito nazionale espandendosi anche al Sud ed espugnando i luoghi simbolici di Lampedusa, Riace e Rosarno. E’ la crescita di Fratelli d’Italia, incomprensibile se non in una tendenza generale di spostamento a destra. E’ il tracollo dei 5 Stelle, che dimezzano i voti del 2018 in percentuale e ne perdono 6 milioni in assoluto, pagando un prezzo salato al loro pur goffo e tardivo tentativo di ricollocarsi verso sinistra. Ed è il risultato di un Pd legittimamente confortato da un’inversione di tendenza in termini percentuali, che tuttavia non comporta un guadagno di voti assoluti. E’, infine, l’assenza in Italia della variabile Verde, che altrove ha incanalato il voto giovanile, nonché l’ennesima, e stavolta rovinosa, débacle della sinistra radicale, che non capitalizza la pur significativa mobilitazione anti-Salvini delle ultime settimane.

 

Per quanto in parte smentito dal voto amministrativo, e per quanto relativizzato da un’astensione del 44%, il quadro è fosco, e più dal punto di vista sociale che dal punto di vista politico. Sul piano politico, non è affatto detto che si stabilizzi: per stabilizzarlo Salvini dovrebbe risolversi a resuscitare il centrodestra Berlusconi compreso, mentre continua a giurare lealtà ai 5S i quali però non potranno reggere a lungo la sua prevedibile pretesa di prendere il comando e dettare l’agenda, salvo disfarsi del tutto. L’instabilità è garantita, e il gioco può riaprirsi anche per il Pd o un ricostituendo centrosinistra.

La domanda vera però, già adombrata su queste colonne da Michael Brown, è un’altra, e riguarda la sequenza di “bolle” elettorali che contrassegna la democrazia italiana da alcuni anni in qua, con il primo exploit dei 5S nelle politiche del 2013 e il secondo in quelle del 2018 inframmezzati da quello di Renzi nelle europee del 2014 e seguiti da questo di Salvini. Volatilità del voto e deperibilità della leadership non bastano a spiegare questi picchi, né convince del tutto la tesi della tendenza degli italiani ad affidarsi all’uomo della provvidenza. Più che un affidarsi, c’è qui qualcosa che somiglia a uno sfidare la sorte puntando sul massimo rischio: una sorta di compulsività del giocatore che tenta il tutto per tutto, e tanto più alza la posta quanto più alta è la promessa del leader di turno di fare tabula rasa del passato e del presente. La psicoanalisi lo definirebbe un comportamento perverso, basato su un godimento mortifero. Non riusciremo a sconfiggerlo se non sostituendolo con un desiderio vitale.

 

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