Primarie Calabria, c’è Speranza

Il 2014 è stato un anno buono per la Calabria. Mente la politica regionale continuava a dare il peggio di sé, prima con il presidente Scopelliti condannato a sei anni per abuso d’ufficio poi con il rinvio ostinato delle elezioni che ne sarebbero dovute conseguire automaticamente, fatti di diversa natura hanno smontato lo stereotipo di una società civile immobile, rassegnata e connivente. Prima la vicenda di Calabria Ora, il quotidiano che ha meritoriamente fatto saltare l’incauta – a dir poco – nomina a sottosegretario nel governo Renzi di Antonio Gentile, il notabile del Ncd che pretendeva il silenzio del quotidiano su un’inchiesta giudiziaria riguardante suo figlio. Poi la vittoria del comitato di cittadini che ha ottenuto dal Tar quella data delle elezioni – il 23 novembre – che il consiglio regionale continuava a rinviare di settimana in settimana e di mese in mese. Infine ma non ultimo il successo di Anime nere, il film di Francesco Munzi che in un colpo solo ha mostrato le potenzialità del set calabrese e dimostrato che in Calabria si può combattere la ‘ndrangheta nel cuore della ‘ndragheta con l’appoggio, e non nell’indifferenza, della cittadinanza, e che l’immagine della Calabria si valorizza affrontando le sue contraddizioni e non nascondendole dietro improbabili spot turistici come ha fatto per anni il governo regionale uscente.

Chi conosce la Calabria non si è stupito di questi fatti, perché sa che quella regione è abitata da una società viva e plurale, penalizzata da una cattiva rappresentanza (politica) e di un’altrettanto cattiva rappresentazione (mediatica). E tuttavia non ha potuto non stupirsi, ancora una volta, della sordità e dell’immobilismo dimostrati dalla politica di fronte a questi fatti. Per dirne una sola, piccola ma emblematica: Anime nere è uscito pochi giorni dopo la nomina a presidente della Film Commission regionale – che peraltro spicca per la sua assenza dalla produzione del film di Munzi come di quelli di Michelangelo Frammartino, Alice Rohrwacher e altri registi che hanno girato o stanno girando in Calabria – di un preteso manager che ha pubblicamente e candidamente dichiarato di non aver quasi mai varcato la soglia di una sala cinematografica in vita sua. Una soltanto, e nemmeno la più nefasta visto quello che è accaduto in settori cruciali come la sanità, delle nomine fatte a pioggia da una giunta scaduta che ha interpretato così un disbrigo degli affari urgenti durato più di sei mesi.

Ora che finalmente si vota, le notizie non sono più rassicuranti, anzi. Sull’Huffington di ieri Alessandro  De Angelis ha svelato ”l’operazione responsabili” che, per la regia di Denis Verdini, dovrebbe rafforzare l’asse nazionale Renzi-Berlusconi attraverso l’appoggio della parte anti-alfaniana del Ncd (Gentile, ancora lui!) al candidato renziano, il ”giovane” Gianluca Callipo, alle primarie del centrosinistra di domenica, nella prospettiva di un governo di larghissime intese della regione. Mentre l’altro candidato del Pd, il meno giovane Mario Oliviero proveniente dalla nomenclatura Pci-Pds-Ds-Pd, ha ottenuto per parte sua l’appoggio di un altro pezzo da novanta del centrodestra locale.

Al netto della frammentazione del centrodestra calabrese, a rischio di implosione dopo la disastrosa era Scopelliti (cominciata, vale la pena di ricordarlo di questi tempi, all’insegna del giovanilismo, anche qui c’è poco da stupirsi. Invece di essere mandate in soffitta con il giovane governatore condannato, negli ultimi mesi le tentazioni consociative del Pd sono cresciute. Per chi avesse le antenne allertate, la stessa nomina a sottosegretario di un tipo come Gentile nel governo Renzi ne era stata una spia chiarissima. Un’altra ancor più chiara è venuta in seguito dai tentennamenti, le lentezze e i pasticci del Pd regionale e nazionale sulla scelta del candidato e sulla decisione di fare o non fare le primarie di coalizione. Altri segnali arrivano in queste ore, dai pronunciamenti di altri esponenti e sindaci calabresi di centrodestra a favore dell’uno o dell’altro candidato del Pd. Come se già le primarie configurassero il destino che si prospetta per la Calabria: fare da laboratorio per la trasformazione del patto del Nazareno in asse stabile, stabilissimo, di governo ”post-ideologico”.

Un anticorpo nelle primarie calabresi però c’è, viene da Sel e si chiama Gianni Speranza: e mai come in questo caso nel nome c’è la cosa. Vero è che la candidatura dell’ottimo sindaco di Lamezia Terme è stata a sua volta indebolita dalle vicende recenti di Sel, che proprio in Calabria ha sperimentato i primi esodi verso l’astro renziano, e vero è pure che l’arcipelago della sinistra antirenziana, raccoltasi alle europee nella lista Tsipras, è tutt’altro che stabile. Ma per esperienza amministrativa e qualità politica – nonché umana, che di questi tempi non guasta – il ”terzo incomodo” delle primarie di domenica può raccogliere i consensi necessari a imporre uno spostamento della prospettiva del governo regionale dalla conservazione al cambiamento e dalla consociazione al taglio con il passato. Se c’è ancora la speranza – è il caso di dirlo – di un centrosinistra alternativo e non uguale al centrodestra, è su di lui che bisogna puntare.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Papi assolto. Ma il re resta nudo

Mi ero sbagliata per difetto, nel mio blog dell’altro ieri Perché va abbassata quella condanna, prevedendo la derubricazione della condanna per concussione di Berlusconi al processo d’appello sul Ruby-gate: Berlusconi non ha avuto una pena inferiore, è stato assolto. Sia dall’accusa di concussione per la telefonata fatta alla questura di Milano quella notte del maggio 2010 con lo scopo di ”liberare” Ruby affidandola a Nicole Minetti, sia dall’accusa di aver fatto sesso con Ruby medesima quando non era ancora maggiorenne. Quanto al primo fatto, la telefonata, per la corte d’appello non sussiste. Quanto al secondo, la presunta prostituzione minorile, non costituisce reato. In attesa delle motivazioni, si può prendere per buona la spiegazione della sentenza avanzata dall’avvocato Coppi, difensore di Berlusconi: se anche l’ex premier avesse fatto sesso con Ruby, l’ha fatto senza sapere che era minorenne. Amen.

Il caso è chiuso? Nient’affatto: giuridicamente forse sì – forse, perché bisognerà pur verificare le ragioni, o i cavilli, di un’oscillazione così forte fra primo e secondo grado di giudizio. Ma politicamente si riapre. E non solo per la ragione che oggi i pochi non renziani rimasti in Italia paventano, anzi paventiamo: che questa assoluzione dia una grossa mano a rilegittimare Berlusconi come ”padre costituente”, partner indispensabile e affidabile della riforma costituzionale. Il caso si riapre perché il giudizio penale non esaurisce il giudizio politico, morale e culturale, sul ”regime del godimento” in cui Silvio Berlusconi ha sequestrato l’Italia e l’immaginario degli italiani per vent’anni – e di cui il caso Ruby è peraltro un tassello importante ma non l’unico. Berlusconi può ben essere stato assolto, per mancanza di prove certe – e pur in presenza di una montagna di indizi – dai due reati penali che la procura di Milano gli aveva contestato, perché lo Stato di diritto è lo Stato di diritto e prevede, fra l’altro, che le sentenze si basino su dei requisiti formali che evidentemente, e a mio modesto avviso non senza ragioni, i giudici di secondo grado non hanno riscontrato in quella di primo grado. Ma Berlusconi resta politicamente colpevole per il sistema di scambio fra sesso, denaro e potere che ha messo in piedi e in cui ha coinvolto donne e uomini, minorenni e maggiorenni, ad Arcore, a palazzo Grazioli, a Villa Certosa e ovunque. Resta colpevole per la concezione di una libertà assoluta, esentata non solo dai vincoli della legge ma dalla responsabilità della relazione con l’altra/o, che ha praticato e predicato. Resta colpevole di avere incarnato un’idea della sessualità ridotta a prestazione, del piacere ridotto a imperativo trasgressivo del potere, del corpo (femminile, ma non solo) ridotto a merce o meglio a valuta. Resta colpevole di avere scatenato nell’immaginario collettivo una controffensiva alla stagione del Sessantotto e del femminismo basata sulla finzione di un ritorno regressivo – e impossibile – ai ruoli sessuali degli anni Cinquanta, per giunta nel contesto odierno di un neoliberismo selvaggio che rende possibile alle sue girls, e non solo a loro, scambiare per libertà sessuale l’essere buone imprenditrici del proprio corpo. Resta colpevole di avere occultato un’impotenza, politica e affettiva, sotto il trucco di un’immortale potenza, affettiva e politica.

Tutto questo, abbiamo detto nel femminismo fin dall’inizio della vicenda, è materia politica di prima grandezza. Il fronte antiberlusconiano, salvo lodevoli eccezioni, non l’ha mai capito. L’ha trattata come materia ingombrante e imbarazzante di cui era meglio tacere, confinandola, non diversamente dal fronte berlusconiano, nella sfera privata, finché con la scoperta della famigerata telefonata alla questura di Milano non è diventata materia penale. A quel punto, e solo a quel punto, ne ha riconosciuto la rilevanza, e la convenienza, a fini politici, delegando as usually il giudizio politico al giudizio penale, e facendo leva sul giudizio penale per sconfiggere Berlusconi come politicamente non era riuscito a fare. L’imbarazzo rimane tale e quale nelle reazioni balbettanti di oggi: dove il punto non è – di nuovo – il merito della vicenda, ma la rilegittimazione per via giudiziaria di un Berlusconi leader ”costituente” che un anno fa era stato per via giudiziaria delegittimato. Ci sono errori che si pagano, o prima o dopo.

Ma Papi non è, non è stato e non sarà mai, un padre costituente. E’ stato e resta l’incarnazione della fine dell’autorità patriarcale, e delle sue controfigure politiche. Sotto quel trucco non c’era niente e le donne, per prime donne molto prossime all’ex premier come Veronica Lario e Patrizia D’Addario, l’hanno capito e denunciato da ben prima che esplodesse il Ruby-gate. Il re era e resta nudo, con o senza il beneplacito del giudizio penale. Glossa a margine: qualunque Telemaco punti a farne ”il giusto erede” o il compare designato ne erediterà anche quel trucco, e rimarrà nudo di conseguenza.

 

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Mi ero sbagliata per difetto, nel mio blog di ieri (https://idadominijanni.com/2014/07/17/appello-ruby-perche-va-abbassata-quella-condanna/), prevedendo la derubricazione della condanna per concussione di Berlusconi al processo d’appello sul Ruby-gate: Berlusconi non ha avuto una pena inferiore, è stato assolto. Sia dall’accusa di concussione per la telefonata fatta alla questura di Milano quella notte del maggio 2010 con lo scopo di ”liberare” Ruby affidandola a Nicole Minetti, sia dall’accusa di aver fatto sesso con Ruby medesima quando non era ancora maggiorenne. Quanto al primo fatto, la telefonata, per la corte d’appello non sussiste. Quanto al secondo, la presunta prostituzione minorile, non costituisce reato. In attesa delle motivazioni, si può prendere per buona la spiegazione della sentenza avanzata dall’avvocato Coppi, difensore di Berlusconi: se anche l’ex premier avesse fatto sesso con Ruby, l’ha fatto senza sapere che era minorenne. Amen.

Il caso è chiuso? Nient’affatto: giuridicamente forse sì – forse, perché bisognerà pur verificare le ragioni, o i cavilli, di un’oscillazione così forte fra primo e secondo grado di giudizio. Ma politicamente si riapre. E non solo per la ragione che oggi i pochi non renziani rimasti in Italia paventano, anzi paventiamo: che questa assoluzione dia una grossa mano a rilegittimare Berlusconi come ”padre costituente”, partner indispensabile e affidabile della riforma costituzionale. Il caso si riapre perché il giudizio penale non esaurisce il giudizio politico, morale e culturale, sul ”regime del godimento” in cui Silvio Berlusconi ha sequestrato l’Italia e l’immaginario degli italiani per vent’anni – e di cui il caso Ruby è peraltro un tassello importante ma non l’unico. Berlusconi può ben essere stato assolto, per mancanza di prove certe – e pur in presenza di una montagna di indizi – dai due reati penali che la procura di Milano gli aveva contestato, perché lo Stato di diritto è lo Stato di diritto e prevede, fra l’altro, che le sentenze si basino su dei requisiti formali che evidentemente, e a mio modesto avviso non senza ragioni, i giudici di secondo grado non hanno riscontrato in quella di primo grado. Ma Berlusconi resta politicamente colpevole per il sistema di scambio fra sesso, denaro e potere che ha messo in piedi e in cui ha coinvolto donne e uomini, minorenni e maggiorenni, ad Arcore, a palazzo Grazioli, a Villa Certosa e ovunque. Resta colpevole per la concezione di una libertà assoluta, esentata non solo dai vincoli della legge ma dalla responsabilità della relazione con l’altra/o, che ha praticato e predicato. Resta colpevole di avere incarnato un’idea della sessualità ridotta a prestazione, del piacere ridotto a imperativo trasgressivo del potere, del corpo (femminile, ma non solo) ridotto a merce o meglio a valuta. Resta colpevole di avere scatenato nell’immaginario collettivo una controffensiva alla stagione del Sessantotto e del femminismo basata sulla finzione di un ritorno regressivo – e impossibile – ai ruoli sessuali degli anni Cinquanta, per giunta nel contesto odierno di un neoliberismo selvaggio che rende possibile alle sue girls, e non solo a loro, scambiare per libertà sessuale l’essere buone imprenditrici del proprio corpo. Resta colpevole di avere occultato un’impotenza, politica e affettiva, sotto il trucco di un’immortale potenza, affettiva e politica.

Tutto questo, abbiamo detto nel femminismo fin dall’inizio della vicenda, è materia politica di prima grandezza. Il fronte antiberlusconiano, salvo lodevoli eccezioni, non l’ha mai capito. L’ha trattata come materia ingombrante e imbarazzante di cui era meglio tacere, confinandola, non diversamente dal fronte berlusconiano, nella sfera privata, finché con la scoperta della famigerata telefonata alla questura di Milano non è diventata materia penale. A quel punto, e solo a quel punto, ne ha riconosciuto la rilevanza, e la convenienza, a fini politici, delegando as usually il giudizio politico al giudizio penale, e facendo leva sul giudizio penale per sconfiggere Berlusconi come politicamente non era riuscito a fare. L’imbarazzo rimane tale e quale nelle reazioni balbettanti di oggi: dove il punto non è – di nuovo – il merito della vicenda, ma la rilegittimazione per via giudiziaria di un Berlusconi leader ”costituente” che un anno fa era stato per via giudiziaria delegittimato. Ci sono errori che si pagano, o prima o dopo.

Ma Papi non è, non è stato e non sarà mai, un padre costituente. E’ stato e resta l’incarnazione della fine dell’autorità patriarcale, e delle sue controfigure politiche. Sotto quel trucco non c’era niente e le donne, per prime donne molto prossime all’ex premier come Veronica Lario e Patrizia D’Addario, l’hanno capito e denunciato da ben prima che esplodesse il Ruby-gate. Il re era e resta nudo, con o senza il beneplacito del giudizio penale. Glossa a margine: qualunque Telemaco punti a farne ”il giusto erede” o il compare designato ne erediterà anche quel trucco, e rimarrà nudo di conseguenza.

 

Link | Pubblicato il di | Lascia un commento

Appello Ruby, perché va abbassata quella condanna

 

E’ abbastanza evidente – lo scrive con dovizia di argomenti Alessandro De Angelis su Huffington Post – che la tenuta del ”patto del Nazareno”, garante delle sciagurate riforme del bicameralismo e della legge elettorale, è legata mani e piedi alla sentenza del processo d’appello sul Ruby-gate: il patto tiene se la pena inflitta a Berlusconi in primo grado (7 anni più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici) si addolcisce, salta se viene confermata. Non solo perché in questo secondo caso possono saltare anche i nervi dell’ex premier, ma anche perché una sua condanna definitiva sancirebbe il ”liberi tutti” nel suo partito, rafforzando l’ala che il patto del Nazareno non lo vuole onorare. Chi – come la sottoscritta – considera quel patto prelusivo a una ulteriore torsione plebiscitaria della democrazia italiana, deve per questo augurarsi che la Corte d’appello di Milano confermi la sentenza del Tribunale di primo grado?

E’ uno di quei casi in cui si misura il tasso reale, ovvero non strumentale, del garantismo tanto strombazzato a destra e a manca. Che come sempre deve avvalersi di una lettura accorta delle carte processuali. Lettura in questo caso lunga, ma non ardua, perché la sentenza (oltre 300 pagine) emessa un anno fa da Giulia Turri, Carmen D’Elia e Orsola De Cristofaro riordina e ripercorre tutte le fasi del processo seguendo l’impostazione della procura, esplicitata a suo tempo dalle memorabili requisitorie di Ilda Boccassini e Antonio Sangermano. E’ un documento che vale la pena leggere e mediatare, fra l’altro, per la cornice sociologica del teatrino di Arcore che ne viene fuori. Ma qui non è questo il punto, bensì quest’altro: i due reati attribuiti a Berlusconi – concussione per costrizione per la telefonata fatta alla questura di Milano la notte del 27 maggio 2010 con lo scopo di fare affidare la ”nipote di Mubarak” a Nicole Minetti invece che a una comunità; prostituzione minorile per aver fatto sesso con Ruby prima del suo diciottesimo compleanno – sono stati sufficientemente provati o no?

Vale ricordare intanto che la procura di anni di detenzione ne aveva chiesti 6 e non 7, contestando a Berlusconi la concussione per induzione e non per costrizione. La differenza fra le due fattispecie, ”spacchettate” dalla stessa legge Severino cui Berlusconi deve la sua decadenza da senatore, è non poco confusa e controversa. Ma com’è facile intuire, la seconda è più grave della prima e denota un abuso di potere cui il concusso – in questo caso i funzionari della Questura di Milano – non può sottrarsi. Decidendo per la costrizione, la Corte di primo grado ha in pratica attribuito alla telefonata di Berlusconi un valore ultimativo, ricattatorio e, per così dire, irresistibile. Senonché leggendo la ricostruzione che la stessa sentenza fa della famosa notte in procura – una sorta di sceneggiatura alla Ridolini – sorge il dubbio fondato che il comportamento inginocchiato dei funzionari, che la Corte di primo grado riconduce alla pressione ”costrittiva” di Berlusconi, sia dovuto viceversa a un asservimento spontaneo ai desiderata del premier. Tanto vero è questo che il Procuratore generale, nella sua requisitoria al processo d’appello di qualche giorno fa e a differenza di Boccassini e Sangermano, ha sentito giustamente il dovere di sanzionare quel comportamento prono e negligente. E tuttavia ha chiesto la conferma della condanna di primo grado, cadendo in una evidente contraddizione: se i funzionari della questura hanno agito in modo servile e senza ribellarsi alla pressione di Berlusconi, pur sapendo perfettamente che Ruby era marocchina e non egiziana e che secondo le regole doveva essere affidata a una comunità, dove sta la ”costrizione” di Berlusconi? E’ la tesi della difesa, che a me pare ragionevole. Ed è il primo punto debole della condanna di primo grado, che infatti, a mio modesto parere, dovrebbe essere e sarà derubricata a concussione per induzione nella sentenza d’appello.

Il secondo punto riguarda l’uso dei tracciati telefonici e delle intercettazioni. La difesa di Berlusconi ha sostenuto in appello che erano inutilizzabili, sulla base di argomenti tecnici che io non sono in grado di valutare, ma che alludono a una domanda che non ho mai smesso di farmi leggendo le carte del processo: è giusto un tale uso di intercettazioni per un reato di natura sessuale, che ha a che fare così profondamente con la vita intima – a qualsivoglia scala di valori sia ispirata – delle persone? Fatto sta che il processo si regge larghissimamente sulle intercettazioni. Non ci sono prove dibattimentali né del primo, né del secondo reato (grazie al fatto che i testi sono stati corrotti da Berlusconi, sostiene – non senza indizi pesanti – l’accusa). Per il secondo c’è in compenso una mole impressionante di indizi, tutti – tutti – ricavati da tracciati telefonici e intercettazioni. Indizi inanellati dall’accusa in una concatenazione logico-deduttiva (peraltro rivendicata da Boccassini e Sangermano) che, va detto con franchezza, non ha nulla del processo accusatorio, e tutto del teorema inquisitorio. Siccome Ruby si prostituiva abitualmente, e siccome girava con una quantità di soldi verosimilmente provenienti dalle tasche di Berlusconi, ergo si prostituiva anche con Berlusconi. Siccome le ”cene eleganti” erano in realtà i luoghi di esercizio di un ”sistema prostitutivo organizzato” (su questo però le testimonianze ci sono eccome), e siccome Ruby partecipò ad alcune cene, ergo Ruby dopocena ha fatto sesso con Berlusconi. Che lei neghi non conta nulla: teste inattendibile ed esperta nella simulazione. Il che è vero, ma sia detto per inciso: come mai è sempre alla parola femminile che si richiede un supplemento di credibilità?

Intendiamoci: la lettura della sentenza di primo grado, delle testimonianze portate in aula da alcune ragazze che hanno frequentato Arcore e se ne sono ritratte esterrefatte o nauseate, la descrizione dello stile di vita della Milano da bere che ne viene fuori bastano e avanzano per emettere un giudizio umano e politico più che severo su Silvio Berlusconi e il suo ”regime del godimento”. La verità storica, però, non sempre coincide con la verità processuale: quest’ultima non si accontenta di convinzioni, ha bisogno di forme. Sulla base di argomenti formali, la condanna di Berlusconi potrebbe e dovrebbe essere derubricata: certamente per il primo reato, più difficilmente per il secondo.

In questo caso, far saltare il patto del Nazareno sarà compito, arduo, di un’opposizione politica per ora esilissima. Una esilità cui nessuna sentenza giudiziaria può supplire.

 

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

L’Europa ferita e il partito-Stato italiano

 

L’Europa esce dalle urne ferita e trasformata. Ferita, perché per quanto non abbiano sfondato le forze antieuropee hanno avuto risultati tutt’altro che trascurabili e in Francia, Gran Bretagna e Ungheria esplosivi. Trasformata, perché l’equilibrio fra stati (l’asse franco-tedesco) e fra partiti (le due grandi famiglie dei socialisti e dei popolari europei) non c’è più. Per quanto Angela Merkel, la custode dell’Europa neoliberale, austera e avara, incassi l’ennesima conferma della sua politica in casa, la soluzione di una grande coalizione che prosegua a livello continentale le dissennate politiche degli ultimi anni che hanno portato molte popolazioni europee alla disperazione è tutt’altro che scontata. Altre maggioranze sono possibili, e in ogni caso le forze portatrici della continuità non potranno non fare i conti non più con gli umori, ma con i numeri che esprimono una rivolta diffusa contro l’Unione che abbiamo sperimentato finora e una forte e allarmante istanza dal basso di ritorno alla sovranità popolare, la bandiera non a caso più fortemente agitata nell’immediatezza dei risultati da Marina Le Pen.

Il vento della trasformazione non spira però solo da destra, o dalle formazioni trasversali cosiddette populiste. Spira da sinistra, anzi nella sinistra, perché i risultati penalizzano ciò che resta della tradizione socialista novecentesca e fanno spazio a due sinistre nuove e diverse se non opposte fra loro, emblematicamente raffigurate dal partito di Renzi in Italia e da Syriza in Grecia, che rappresentano due uscite diverse dalla crisi, due visioni diverse della società, due ipotesi opposte di ricostruzione della sinistra post-novecentesca. Il trionfo di Renzi, che ne fa in primo luogo il leader più forte del fronte ”progressista” in Europa e lo carica di un potere e di una responsabilità insperati nel semestre europeo, va valutato in questo quadro di trasformazione della sinistra continentale.

La domanda cruciale, e qui dal contesto europeo scivoliamo in quello italiano, è se questo trionfo si debba a un sinistra che si risveglia dopo il ventennio berlusconiano o a una sinistra che in tanto finalmente sfonda in quanto ne incorpora gli elementi portanti. Non solo, va sottolineato, l’abilità comunicativa dell’attuale premier, mutuata dal precedente. Bensì molti e cruciali contenuti, dalla torsione populistico-plebiscitaria della democrazia al disegno di riforma costituzionale, dalla concezione del lavoro, dell’autoimprenditorialità e della flessibilità a quella della rottamazione del settore pubblico, secondo la versione lievemente corretta delle politiche neoliberali del ventennio passato sostenuta dal segretario del Pd. E’ la continuità nella discontinuità che l’elettorato italiano – un elettorato evidentemente molto trasversale – ha premiato, sostituendo nel suo immaginario la narrativa dell’ex sindaco di Firenze a quella ormai usurata dell’ex cavaliere di Arcore.

Il trionfo di Renzi tuttavia è di tale entità da mettere in difficoltà i suoi più accesi sostenitori, e non solo perché il risultato fa piazza pulita del ”duello” con Grillo montato dai media e smontato dalle urne. Ma perché il problema vero è quello della configurazione che il sistema politico prenderà. L’avvento di Renzi, e l’accordo del Nazareno fra Renzi e Berlusconi, era stato salutato dai più come garanzia di ricostituzione di un bipolarismo di cui Berlusconi era stato creatore e garante , e di cui col declino di Berlusconi avrebbe dovuto diventare perno e garante il ”conquistatore” del Pd. Una prospettiva tranquillizzante, di sostanziale continuità con la cosiddetta seconda Repubblica, assunta come premessa dai due stessi contraenti del patto del Nazareno sulle riforme e sulla legge elettorale. Non era tuttavi imprevedibile – mi ero permessa di segnalarlo in un seminario Crs sulle riforme, http://www.libera.tv/audios/183/convegno-crs–riforme-costituzionali-e-qualita-della-democrazia.html , prima che la sondaggistica preelettorale, sbagliando clamorosamente, inchiodasse la gara sul match Renzi-Grillo – che si stesse delineando tutt’altro scenario, con un Pd pigliatutto saldamente piazzato al centro del sistema politico, a vocazione più totalitaria (uso questo termine depurandolo dai suoi connotati tragici novecenteschi) che maggioritaria, un partito-Stato senza nessuna alternanza bipolarista e nessuna necessità coalizionale all’orizzonte. Si parla adesso, per questo, di nuova Dc, ma è bene sapere che il Pd non è la Dc, è un animale nuovo figlio della seconda repubblica e non della prima, della società forgiata dal berlusconismo e non di quella plasmata dal dopoguerra. L’effetto di ritorno segnala al contempo quanto sia stata fragile la costruzione della seconda repubblica sul piano istituzionale, e quanto sia stata forte sul piano della trasformazione antropologica, sociale e delle identità politiche. Sono i miracoli delle rivoluzioni passive, che restano la caratteristica più singolare di questo singolare paese.

 

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , | 2 commenti

Fantasmi in libertà. Risposta a Angela Azzaro

Il mio articolo di qualche giorno fa (”Il corpo è mio e non è mio”, qui sotto) ha aperto, o riaperto, alcune controversie in materia di femminismo, neoliberalismo e dintorni su alcune bacheche Fb (segnalo in particolare quella di Cristina Morini). Angela Azzaro mi ha risposto qui http://abbattoimuri.wordpress.com/2014/05/16/il-corpo-e-mio-o-non-e-mio-risposta-a-ida-dominijanni/), la ringrazio e qui di seguito aggiungo qualcosa. 

 

Cara Angela, molto ci unisce, qualcosa ci divide, non da adesso, nella comune posizione contro un certo moralismo e una certa normatività che da anni infettano la sfera pubblica italiana non senza conseguenze per la galassia femminista. Che cosa, esattamente, ci differenzia? Credo che si tratti dell’idea di libertà, e della concezione, connessa, della norma e della normatività.

Parto dalla norma. Avevo letto e apprezzato, pur non condividendolo del tutto sul ”caso Bacchiddu”, l’articolo di Elettra che tu citi (http://www.sinistraecologialiberta.it/notizie/la-mossa-di-paola/), e ovviamente sono d’accordo con la sua definizione del femminismo moralista come ”componente della cultura mainstreaming dominante a sinistra” che dimentica il nucleo di fondo della rivoluzione femminista, ”il nostro essere responsabili di noi stesse e delle nostre scelte, fuori da modelli etici e graduatorie valoriali da altri decise”. Il punto però è: dove lo collochiamo e lo vediamo, questo ”femminismo moralista”? Io lo vedo in quel femminismo che ha fatto della ”dignità” femminile lo strumento di selezione di un nuovo ceto politico e giornalistico femminile che presidia, con ampio dispendio di mezzi che vanno dal governo ai media, politiche di inclusione conformistica e neutralizzante delle donne. Punto. Non vedo in giro altre pretese normative, io. Tu invece sì: vedi «convinzioni dogmatiche e normative di che cosa sia la libertà o l’essere donne perbene o semplicemente ”donne”», e ci aggiungi il rischio della naturalizzazione della differenza. Vorrei capire meglio: dove sono, nel femminismo, queste convinzioni dogmatiche, chi le impone, chi ne fa le spese? Se non vengono specificate, queste pretese normative assumono inevitabilmente un profilo fantasmatico, che a me ricorda il solito fantasma dell’onnipotenza materna. Quello che per esempio circola in altri interventi di questi giorni che leggo sulla tua bacheca fb, e che mescolano nella polemica ”antimoralista” capra e cavoli, pur di fare a pugni con le femministe con un paio d’anni in più, fantasmatizzate come una falange di bacchettone liberticide. E poi si meravigliano, ti meravigli anche tu, se Marina Terragni risponde come ha risposto (https://twitter.com/marinaterragni/status/466868509579177984).

La vera domanda però non riguarda la normatività femminista, bensì la normatività neoliberale, di sistema come si sarebbe detto un tempo, sulle donne. Qui sta il difficile, perché il neoliberalismo non governa reprimendo bensì usando le libertà: non vuole le donne oppresse né represse, le vuole libere, liberissime. Nessuno oggi impedisce a una donna di fare tutti i gesti di libertà che vuole, anzi più questi gesti fanno scandalo meglio è, più la sparano grossa più sono bocconi prelibati da lanciare sul mercato, più esagerano più rispondono al principio prestazione-godimento. Questo non impedisce, ma a mio avviso complica molto il nostro esercizio della libertà, ivi comprese le pratiche ironiche parodiche e di risignificazione a cui tu ti riferisci e sulle quali ovviamente concordo, ma che diversamente da te io non credo possano essere pratiche solo individuali. Era questo che avevo in mente quando parlavo di sospensione del giudizio sul gesto di Paola Bacchiddu, di cui ovviamente coglievo l’intenzione ironica e trasgressiva ma anche la fragilità dell’esposizione individuale. Questo per dire (anche a Paola, che come ti ha scritto in un post pensa che la libertà stia a cuore solo a lei!) che la libertà, oggi (ma non da oggi), è la cosa meno autoevidente che ci sia: invece che fare taglio, rischia di fare complicità con i succitati ”valori etici altrove decisi”. Ma su questo (e sulla posizione di Chirico, che questa complicità la rivendica) ho già detto e non torno. Aggiungo solo che la logica del vittimismo non c’entra niente: c’entra l’analisi, politica, del mondo in cui viviamo, dei suoi apparati egemonici e delle sue trappole, e l’esigenza di affilare di conseguenza le nostre pratiche. Il mio richiamo a problematizzare lo slogan ”il corpo e mio e lo gestisco io” si riferiva a questo.

Manco invece la risposta sulla questione della differenza: per esaurimento e per stanchezza, compresa la stanchezza di confrontare per l’ennesima volta pensiero della differenza italo-francese e gender theory americana, che concordano e divaricano lungo linee a mio avviso diverse da quelle della loro ricezione corrente. Se in trent’anni non siamo riuscite a far capire che con differenza sessuale non s’intende un’identità di genere ma una frattura interna al soggetto, non s’intende un significato dato ma un significante aperto (a proposito di pratiche di risignificazione), non ci riuscirò certo neanche stavolta: di nuovo, abbiamo a che fare evidentemente con un fantasma. Solo una battuta: posta come la poni tu, e come l’ho sentita di nuovo porre in più d’un intervento sul mio pezzo, è la domanda, non la risposta, ad essere essenzialista e ”naturalizzante”. Sembra la domanda sull’esistenza di Dio o sul dogma della fede. Ma la differenza sessuale non è un dogma: è un’esperienza del desiderio, e una scommessa sul desiderio. Erotico, politico, intellettuale. Infatti io penso che alla fine è di questo, e solo di questo, che dovremmo riparlare. Sono certa che saresti l’ultima a sottrarti. Ciao, i.

 

 

 

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , | 15 commenti

Il corpo è mio e non è mio

In ”Vite precarie”, un libro di ormai dieci anni fa, Judith Butler infranse il principio femminista della assoluta e intangibile sovranità individuale sul proprio corpo – ”il corpo è mio e lo gestisco io” – scrivendo che ”il corpo è mio e non è mio”, perché se è vero che ognuna ne è titolare e può deciderne, è altrettanto vero che ogni corpo è inserito in una rete di relazioni e di significati dai quali nessuna, nel deciderne, può prescindere. Affermazione tanto più rilevante in una pensatrice in cui, a torto o a ragione, si è voluto vedere il vessillo della possibilità individuale di scegliere liberamente perfino l’appartenenza a un sesso o a un altro. Ma si sa che a Butler è toccato lo strano destino di essere sbandierata finché sembrava una paladina dell’onnipotenza individuale e di esserlo molto meno da quando si è capito che non lo è affatto: cose che capitano ai pensieri complessi in tempi di alternative semplici semplici. Tipo quella fra ”femminismo moralista” e ”femminismo libertario” in cui la semplicità dilagante, la chiamo così per essere gentile, ha deciso di gettarci.

Le parole di Butler mi sono tornate in mente di fronte al derby femminil-femminista che si è scatenato di recente a seguito della ormai famosa foto con cui Paola Bacchiddu, addetta alla comunicazione della Lista Tsipras, ha pensato di squarciare il colpevole silenzio dei media sulla lista suddetta scraventando su Facebook e sul mercato mediatico elettorale una foto di se stessa in bikini banco lato B. L’operazione, peraltro perfettamente riuscita perché i media hanno abboccato alla trovata di Bocchiddu dandole perciò stesso ragione, a me non era piaciuta in primo luogo perché mi pareva una contraddizione in termini: quella foto pretende di fare pubblicità a una lista che si caratterizza per la sua opposizione netta al discorso neo-liberale con un manifesto ambulante dell’uso neoliberale del corpo femminile, controfirmato e fatto proprio da una donna sul proprio corpo. Ma proprio perché era un uso in prima persona avevo sospeso il giudizio: non perché pensi, come spiegherò meglio fra poco, che ognuna col proprio corpo ci fa quello che vuole, ma perché confidavo che Bacchiddu stesse tentando – per stare ancora al lessico di Butler – una risignificazione ironica, un capovolgimento parodico, dell’uso massmediatico corrente del corpo femminile. E che volesse altresì dare una scossa al moralismo da cui le candidature, femminili e maschili, della lista Tsipras sono tutt’altro che esenti, e non solo in materia di uso del corpo femminile. Aggiungo che tuttavia questo doppio supposto tentativo di Bacchiddu mi pareva incauto, perché destinato a essere fagocitato dal tritacarne mediatico che l’avrebbe a sua volta risignificato in modo prevedibilmente non favorevole né a lei né alla lista Tsipras (che, lo dico per inciso, mi sta a cuore e mi accingo a votare con convinzione).

Senonché mi sbagliavo. Un’altra foto di Paola Bacchiddu, anzi un selfie con in mano il libro di Annalisa Chirico ”Siamo tutti puttane” e a fianco l’autrice, mi informa che non c’era proprio nessuna risignificazione ironica né parodica: c’è invece la salda convinzione che col proprio corpo una ci fa quello che vuole, convinzione peraltro ribadita in questi giorni da un buon numero di mie amiche, armate della (prima) foto di Bacchiddu contro ”il femminismo moralista”. Ora intendiamoci: col femminismo moralista, quello targato ”Se non ora quando” che durante il Berlusconi-gate impugnò la dignità delle donne contro le escort, le ragazze-immagine e le Olgettine ”indegne”, la sottoscritta non ha mai mancato di polemizzare. Né all’epoca, perché la divisione fra ”degne” e ”indegne” era non solo bacchettona ma depistante per l’analisi della condizione e della soggettività femminile in tempi di post-patriarcato, di mercato del lavoro post-fordista e di biopolitica neoliberale. Né oggi, perché considero l’attuale cooptazione paritaria e neutralizzante delle donne (degne) nella rappresentanza ”paritaria” à la Renzi figlia di quel femminismo perbenista. Il che però non mi basta affatto a iscrivermi al partito del ”tutti felicemente puttane” facendomi scudo di una crociata antimoralista.

Nel generoso battage televisivo sul suo libro, non si può dire che Chirico non sia stata esplicita: si tratta, l’ha detto papale papale, di rivendicare non solo il diritto di fare del proprio corpo ciò che si vuole, ma anche l’ambizione di farsi strada, di sgomitare, di imporsi nel mercato del sesso, del lavoro e della politica con ogni mezzo, primo fra tutti per l’appunto l’uso del proprio corpo e delle connesse risorse della bellezza, della seduttività eccetera. Bisogna esserle grate di questa chiarezza, che associa il mito femminista dell’assoluta proprietà del corpo alla precettistica neoliberale dell’autoimprenditorialità e dell’autosfruttamento del proprio capitale umano, corporeo e sessuale. Siamo infatti precisamente a questo punto, come il Berlusconi-gate aveva già dimostrato: al rischio della completa sussunzione della libertà femminile nella libertà di mercato. E’ questo che vogliamo? E se sì, è lecito usare a questo fine l’antica bandiera femminista dell’autodeterminazione? ”Il corpo è mio e lo gestisco io”, slogan inventato quarant’anni fa per esprimere la volontà di riappropriarsi del corpo femminile sequestrato dal patriarcato, può servire oggi a legittimarne spensieratamente la prostituzione nel post-patriarcato? Il radicale cambiamento del contesto in cui viviamo rispetto a quarant’anni fa non cambia anche il significato delle enunciazioni di allora, o non ci obbliga a precisarle? L’idea della sovranità assoluta sul nostro corpo, tipica della baldanza del primo femminismo, non dovrebbe cedere il passo a una concezione più matura del soggetto non-sovrano, come ci invita a fare Butler? L’allegra esibizione del nostro corpo in gonne a fiori nelle manifestazioni separatiste di mezzo secolo fa può trasferirsi oggi nella continua esibizione di selfie allineata al narcisismo mediatico maschile e femminile dilagante? L’uso mediatico del proprio corpo da parte di una donna può far conto su una padronanza su di esso ignara della guerra dei segni e dei significati in cui inevitabilmente si infila? E dove sta, in tutto questo, la differenza femminile? Da nessuna parte, evidentemente: tutti – neutro maschile: la lingua non mente mai – puttane, e così sia.

Qui mi dispiace, ma il moralismo non c’entra proprio niente, o se c’entra c’entra in posizione marginale e residuale. C’entra invece l’adesione piena, non so quanto inconsapevole e quanto opportunista, all’etica neoliberale del mercato e della competizione. C’è del godimento femminile in questa adesione, e se sì, potrebbe cortesemente porsi in ascolto di quante non ne godono affatto? Proporrei, se vogliamo confrontarci, di discutere di questo e di non confondere le acque parlando d’altro.

 

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , | 20 commenti