Pubblicato il 16 settembre 2025 su Facebook
Non so dire esattamente che effetto mi provoca guardare da una parte le immagini del genocidio in diretta che arrivano da Gaza City e ascoltare dall’altra parte il frastuono delirante seguito all’esecuzione di Charlie Kirk. Ci sono dissonanze cognitive insopportabili, anche per una come me che crede che la storia sia fatta largamente di contingenza, caso e caos imprevedibili e irriducibili a coerenza e a ragione. Ho passato l’estate parlando con svariate amiche di come l’incombenza della guerra e del lutto ci abbia portato a moderare toni e desideri, fossero pure i desideri più innocenti, come mettersi un bel vestito addosso o farsi un bagno spensierato. Eppure sembra che, al contrario, guerra, violenza e lutti siano l’humus ideale per fare alzare all’internazionale nera, di qua e di là dall’Atlantico, i toni della menzogna programmatica e del delirio fuori controllo.
La menzogna numero uno è quella che occulta la violenza e l’odio sistematici di cui si alimenta una destra etnocratica, razzista, suprematista, classista, sessista, omofobica e transfobica, guerrafondaia attribuendoli invece a una fantasmatica “sinistra” che ha la sola colpa (non piccola) di non rispondere per le rime barbare. La menzogna numero due è sbraitare da ogni microfono disponibile (e spesso complice) che sono tornati gli anni di piombo, il terrorismo, le Br e quant’altro. Dagli anni Settanta in poi sulla violenza politica credo di averne letto e viste di tutti i colori. Ma quello che si legge e si sente oggi supera tutti i precedenti, per ignoranza, malafede e strumentalità.
L’Italia degli anni Settanta non c’entra niente né con l’Italia né con gli Stati uniti di oggi. Allora in Italia c’era compromesso nel sistema politico e contestazione sociale, talvolta violenta e talvolta armata, contro questo compromesso da sinistra, stragismo efferato da destra. Oggi la polarizzazione, spesso fittizia e funzionale solo a scopi elettorali, è tutta interna al sistema politico, con ben poca – troppo poca – contestazione sociale. Quanto agli Stati uniti, un paese che non ha certo bisogno di ispirarsi a noi nella pratica delle esecuzioni, quello che sta accadendo lì non parla tanto di violenza politica, quanto di una sindrome sociale fatta di disorientamento cognitivo e ideologico, solitudine e alienazione individuale, dipendenza tecnologica dalle bolle identitarie in rete. Una sindrome che è precipitata nel trumpismo ed è aggravata dal trumpismo, ma affonda le sue radici nella scoperta della vulnerabilità e del declino americani.
Trump e i suoi, negli Usa e qui, continuano a dire che l’assassino Kirk, di famiglia rep-MAGA, si era “radicalizzato a sinistra in rete”. Ma di sinistra non c’è traccia nelle tracce che il ventiduenne Tyler Robinson ha seminato. Colpisce piuttosto, nella retorica di Trump e dei suoi come pure in quella di alcune community on line di indecifrabile colore politico, il ricorso alla terminologia jihadista del “martirio” traslata in salsa suprematista bianca. La prova più triste del fallimento e dell’approdo della strategia militare e culturale dello “scontro di civiltà” che ha tenuto banco negli Usa e in tutto l’Occidente dall’11 settembre in poi.