Segnali

Pubblicato su Internazionale il 7/6/2016

Stanca, impoverita, disincantata, la società italiana si è svegliata domenica mattina un po’ meno pigra del solito e ha dato al sistema politico due segnali inaggirabili. Il primo: la narrativa renziana dell’ottimismo forzato, del riformismo forzoso e del leaderismo rafforzato non convince e non vince. Il secondo: il bipolarismo italiano, già morto alle elezioni politiche del 2013, adesso è anche sepolto. Il Movimento 5 stelle, l’alieno venuto tre anni fa a fare da terzo incomodo fra un centrodestra e un centrosinistra già pericolanti dopo il tramonto di Berlusconi, si è installato stabilmente nell’immaginario politico nazionale e a fermarlo non sono bastati gli scongiuri del novello partito della nazione, né nella versione piatto unico né in quella con contorno di Verdini. L’infinita transizione italiana non si ferma neanche stavolta, alla vigilia di un referendum costituzionale che vorrebbe, com’è già stato invano tentato in passato, irreggimentarla in un nuovo apparato di regole: siamo e restiamo – ed è un bene – in un inquieto movimento.

Matteo Renzi ha provato con ogni mezzo a derubricare in anticipo il responso delle amministrative, e ci ha riprovato anche lunedì, a responso emesso. Il quale responso, sostiene il premier, non ha alcun significato generale, è locale e perfino casuale, perché ormai “si vota facendo zapping”. Ma si sbaglia. Non è locale ma generale il salasso di voti del Pd, non è locale ma generale il consolidamento e la crescita dei cinquestelle, non è locale ma generale la divisione del fu centrodestra e la riduzione ai minimi termini della fu Forza Italia. L’eccezione Milano, dove due candidati speculari e centristi, sostenuti da due coalizioni compatte, ripristinano lo schema bipolare (tuttavia anche lì “disturbato” da un M5s che passa dal 3,5 a un 10,3 per cento decisivo per il ballottaggio), non fa che confermare la regola, che va in tutt’altra e poco prevedibile direzione.

Detta in sostanza, e cercando di dare un minimo di sfondo storico alla cronaca, la favola è questa. Tramontato, ormai cinque anni orsono, l’astro ventennale di Berlusconi, perno del bipolarismo della cosiddetta seconda repubblica, l’astro nascente di Matteo Renzi non è riuscito, in due anni, a sostituirne il ruolo facendo del Pd il perno ordinatore dell’agognata terza repubblica, quella che dovrebbe nascere dalla riforma costituzionale. Ci s’è messo di mezzo il terzo incomodo del Movimento 5 stelle, ma non si tratta solo di questo, bensì anche, e in primo luogo, di un fallimento del progetto originario del Pd, e poi del Pd renziano. La supposta “necessità storica” del partito a vocazione maggioritaria, la sua supposta centralità come architrave del sistema, il suo supposto destino di espressione e sintesi della “Nazione”, infine la sua supposta funzione di bastione della tenuta del sistema contro l’attacco dei “barbari” pentastellati, tutte queste formule di legittimazione del partito di stato e di governo s’infrangono contro la sua ormai evidente emorragia di voti, d’insediamento territoriale (a Roma il Pd si rivela, absit iniuria verbis, un partito pariolino), d’identità e appartenenza – della quale peraltro non beneficia la sinistra radicale (malamente) organizzata.

Matteo Renzi ha provato in questi due anni a mettere se stesso al posto di tutto questo. La sua persona, la sua energia, la sua parlantina, la sua furia rottamatrice, la sua deriva accentratrice, la sua passione per il potere, fino agli eccessi debordanti della campagna anticipata sul referendum costituzionale. Non basta, con ogni evidenza: da nessuna parte del pianeta, nemmeno negli Stati Uniti assunti sempre a modello a proposito e a sproposito, la personalizzazione della politica pretende di fare a meno del sostegno di una struttura, di un cervello collettivo, di un lavoro di radicamento territoriale. Alla prima occasione infatti gli elettori, infastiditi dal troppo che storpia nell’ego renziano, hanno detto no grazie, consegnando alla preistoria l’estemporanea infatuazione che gli aveva regalato quel famigerato 40 per cento alle elezioni europee del 2014, fin qui usato e abusato come incontrovertibile fonte di legittimazione del suo governo. Così come hanno detto no grazie alla stucchevole retorica, questa sì bipolare, di un’Italia spaccata fra innovatori e conservatori, allodole e gufi, rampanti e rottamati, comunicatori e parrucconi e via dicendo.

Naturalmente la partita è ancora aperta, anzi com’è noto quella dei ballottaggi è un’altra partita. Nelle prossime due settimane il tripolarismo non mancherà di stupirci con vari effetti speciali, scambi di voti, accordi sottobanco, ulteriori rotture interne alle sigle in campo e quant’altro. Sorprese, anche eclatanti, non sono affatto da escludere e nessun vincitore del primo turno, Raggi compresa, può dormire tranquillo. Difficilmente però i segnali di cui sopra verranno smentiti, nella valenza generale che Renzi occulta.

Nel frattempo, sarebbe saggio tenere presenti tre piccole norme di comportamento. Primo, smettere di liquidare il Movimento 5 stelle con le formule sbrigative – dilettanti, antisistema, barbari all’assalto – con cui è stato liquidato sinora, senza che peraltro nessuno si prendesse la briga d’inventarsi una qualche strategia di conquista o d’interlocuzione nei suoi confronti. Il Movimento 5 stelle somiglia e non somiglia alle formazioni che in tutti i paesi occidentali stanno rompendo lo schema di gioco bipolare, politico e ideologico, e non è la causa ma il portato della riduzione che il discorso politico ha subìto in Italia nel ventennio passato e della perdita di significato delle identità politiche tradizionali. Secondo, smetterla di rappresentare le città italiane come fortini in preda al panico da invasione dei migranti: la destra xenofoba di Salvini non sfonda da nessuna parte e resta confinata al nord, malgrado le sia stato concesso di occupare stabilmente telegiornali e talk show in omaggio alle regole, vere o presunte, dell’audience. Infine, a proposito di audience: il voto premia due giovani donne, Virginia Raggi e Chiara Appendino, che hanno una retorica minimalista, tutt’altro che urlata, e un’immagine discreta, tutt’altro che esibita. Maghe e maghi del look e della comunicazione politica ci facciano un pensierino.

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Dov’è finita l’autonomia della politica

Pubblicato su Huffington Post il 19/5/2016

Nell’epoca cosiddetta post-ideologica due nuove rappresentazioni del conflitto socio-politico si stanno imponendo a tutto campo. La prima sostituisce alle contraddizioni novecentesche di classe, di sesso, di identità la frattura alto-basso, elite-popolo, 1%-99%, che mobilita partiti e movimenti (di destra e di sinistra) anti-establishment. La seconda risponde mettendo i suddetti partiti e movimenti nel mucchio del “populismo anti-politico”, e evocando all’establishment il monopolio della politica.

Gli effetti nefasti di questa risposta -la rappresentazione di una cittadella politica assediata dai barbari e pertanto da presidiare con qualunque genere di alleanza contro gli invasori- si sono già visti alle elezioni politiche del 2013, quando l’appello all’accordo fra i riformismi di centrodestra e di centrosinistra contro i populismi a nulla valse a fermare l’avanzata largamente superiore alle aspettative del Movimento 5 stelle. Ma si sa che in politica la coazione a ripetere è più forte di qualunque prova dei fatti, e dunque ci risiamo: mai come in questo momento l’alternativa politica/antipolitica viene evocata a proposito e a sproposito a tutela di ciò che resta di un sistema politico minacciato da una non meglio specificata onda populista.

Sul Corriere della Sera di martedì scorso Angelo Panebianco tenta di dare a quest’alternativa un fondamento attendibile. Scrive, con ragione, che a essere in pericolo oggi non è tanto, genericamente, la politica, quanto la sua autonomia, ovvero la forma specifica che la politica si è data in età moderna distinguendosi da altre sfere dell’agire associato, in particolare dalla sfera giuridica e dalla sfera morale. Che sono precisamente le due sfere su cui i populismi di oggi cercano di schiacciarla. Ci sarebbe infatti, secondo Panebianco, un populismo moralista, che tenta di ricondurre la politica ai criteri più beceri della morale corrente (“i politici sono tutti ladri”), e un populismo giuridico, che tenta di ricondurla (e sottoporla) al linguaggio del diritto (e al potere giudiziario). L’uno e l’altro togliendole quell’autonomia che è condizione della sua esistenza, nonché del principio liberale della divisione dei poteri.

Fin qui ci si potrebbe anche stare; non fosse che il ragionamento di Panebianco pecca di due sorprendenti omissioni. La prima: la perdita di autonomia della politica, in Italia e in tutto l’Occidente, non si deve in primo luogo all’attacco del populismo moralista e di quello giuridico, bensì alla spontanea resa della politica alle ragioni dell’economia. È stato il neoliberalismo, ben prima di Beppe Grillo o di Antonio Di Pietro, a smantellare -programmaticamente e strategicamente- l’autonomia della politica, per ridurla a esecutivo dell’impresa, del mercato e della finanza, senza incontrare resistenze significative. Seconda omissione: la riduzione della politica al linguaggio della morale e della legge è sì una deriva negativa, ma siamo sicuri che a innescarla sia stato l’attacco populista e non la perdita di pregnanza e di senso del linguaggio della politica? Nasce prima il populismo moralista o la corruzione, la hybris del sistema giudiziario o la violazione sistematica del principio di legalità (anch’esso, Panebianco converrà, alla base della separazione dei poteri)?

La vera divisione non passa, oggi e non da oggi, fra cultori dell’autonomia della politica e fan dei movimenti populisti. Passa fra chi chiama autonomia quella che è diventata mera autoreferenzialità, e chi pensa che quell’autonomia la politica, purtroppo, l’ha persa da sola. Ovvero fra chi pensa che la politica sia vittima dell’attacco populista, e chi pensa che sia vittima di se stessa. L’antipolitica e il populismo sono effetti, non causa, della crisi, anzi del suicidio, di ciò che un tempo chiamavamo politica.

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Voti che contano

Pubblicato su Internazionale il 16/4/2016

Ci sono stati referendum per cui non ho votato. Ce n’è stato uno, quello per l’abolizione della quota proporzionale del Mattarellum, per cui ho fatto, nel mio piccolo, una campagna attiva per il non voto, ovvero per il non raggiungimento del quorum (che non fu raggiunto, sul filo): quel referendum si proponeva di completare la torsione maggioritaria del sistema elettorale, e far saltare il quorum significava mettere un alt alla religione del maggioritario che a mio avviso è stata responsabile di quasi tutti i guai della cosiddetta seconda repubblica. Questo tanto per dire che astenersi a un referendum, o a una qualsiasi consultazione elettorale, è ovviamente legittimo, ci mancherebbe, come pure è legittimo fare campagna per l’astensione.

Ma è legittimo farlo per me, che sono una cittadina qualsiasi e di parte, e per tutti i soggetti politici di parte: partiti, sindacati, associazioni. Che sia legittimo per un presidente del consiglio, o per un presidente emerito della repubblica, è invece a dir poco opinabile. Tanto più se il presidente del consiglio in questione è lo stesso che, contemporaneamente, fa un’attiva campagna per trasformare in un plebiscito il referendum confermativo della sua riforma costituzionale. E tanto più se il presidente emerito della repubblica in questione è lo stesso che un giorno sì e l’altro pure, per i nove lunghi anni del suo doppio mandato, ha predicato a proposito e a sproposito contro la disaffezione verso la politica, definendola per giunta, molto approssimativamente, antipolitica. In entrambi questi casi l’appello all’astensione sarà pure non illegittimo, ma è, sia detto a chiare lettere, non solo inopportuno ma anche scandaloso, provenendo da due autorità che in primo luogo non dovrebbero essere di parte, e in secondo luogo dovrebbero militare per l’estensione, non l’estinzione, della partecipazione democratica alla cosa pubblica.

Vero è che come sempre negli scandali c’è un nocciolo di senso. Nella fattispecie, abbiamo a che fare con un presidente del consiglio che non solo si spende per l’astensione in questa circostanza, ma che, salvo la chiamata alle urne per il referendum confermativo della riforma costituzionale, ha fatto dell’astensione la propria rendita di posizione. L’Italicum, ovvero la legge elettorale che dovremmo ingurgitare di qui a poco, è fatto apposta per conquistare una maggioranza abnorme in parlamento con un numero risibile di voti e di votanti. Non solo. Già tutta la narrazione della grande vittoria di Renzi alle ultime elezioni europee, che l’avrebbe secondo lui legittimato a governare senza passare per le elezioni politiche, è abilmente basata sull’occultazione dell’elevato tasso di astensionismo che caratterizzò quella consultazione: il famigerato 40 per cento allora conquistato dal Pd, vale la pena ricordarlo, fu un 40 per cento del 58 per cento dei votanti. Cioè un modesto 23 per cento del corpo elettorale.

Quanto al presidente emerito della repubblica, lui le elezioni e l’esercizio del voto ha già ampiamente dimostrato di non gradirli granché. Nel 2011, dimessosi Berlusconi, riuscì nella mirabile impresa di insediare Monti senza farci passare per il rito elettorale, un rito mai come in quel caso necessario per archiviare il ventennio del Cavaliere. Ma pochi mesi prima c’erano stati il referendum sull’acqua e le amministrative vinte da sinistra, e anche quella era pericolosa antipolitica, non per difetto ma per eccesso di partecipazione democratica: meglio un sano stato d’eccezione. La mirabile impresa si ripeté, sempre il presidente emerito officiante, nel passaggio da Letta a Renzi, ma ormai c’eravamo abituati.

Morale della favola. Votare è un diritto-dovere, ci insegnavano a scuola quando ancora esisteva una scuola pubblica orgogliosa di essere tale. Quel diritto-dovere lo si può e lo si deve esercitare, quando le condizioni della democrazia lo consentono. Si può decidere di non esercitarlo, quando le condizioni della democrazia sono tali da farci decidere che l’esodo è più significativo della partecipazione. Ma quando sono due massime autorità dello stato a dirci che quel diritto-dovere non conta un fico secco, allora è il momento di difenderlo con le unghie e con i denti. Io domenica vado a votare (sì). E pure di buon mattino.

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Effetto Casaleggio

Pubblicato su Internazionale il 13/4/2016

È sempre il lutto la cartina di tornasole della politica: perché la politica non lo prevede, non lo elabora, non sopporta la sospensione – del giudizio, delle certezze, del conflitto – che il lutto domanda né il vuoto che spalanca. Tantomeno quando si tratta di lutti inattesi come nel caso della morte di Gianroberto Casaleggio, così precoce malgrado la lunga e nota malattia che l’ha preceduta. Morte precoce, effetto straniante: come se la scomparsa di un alieno privasse il circuito politico di un punching ball e di un alibi, costringendolo a guardarsi nel riflesso di una mancanza.

La lunga sequenza di rispettosi tributi all’innovatività, alla visionarietà, all’originalità di Casaleggio in morte, pari alle invettive contro la spericolatezza, la follia, l’autoritarismo che gli erano stati attribuiti in vita, per una volta non suona ipocrita: sembra piuttosto il segno di uno spiazzamento. Come se la scomparsa del leader dei 5 stelle rinnovasse lo spiazzamento del sistema politico di fronte alla clamorosa affermazione dei 5 stelle alle elezioni politiche del 2013. Allora, gli alieni comparivano, scompaginando gli equilibri bipolaristi ormai usurati e mandando in soffitta una seconda repubblica mai nata. Oggi, l’alieno leader scompare, togliendo a quel che resta di un sistema politico tradizionale il suo principale puntello, cioè la guerriglia avvelenata e supponente contro la minacciosa avanzata dei barbari antisistema. La morte, come diceva Totò, è una livella: ci rende tutti uguali; umanizza anche i barbari. Però, se i 5 stelle, colpiti a morte, non sono più barbari ma umani, come esorcizzarne adesso la presenza, e come contrastarne l’avanzata?

Resta lo scongiuro, che infatti ha rapidamente rimediato allo spiazzamento. Orfani del leader, i 5 stelle non ce la faranno; alla prova dell’età adulta, si divideranno attorno all’eredità; esecutori di un testamento, dovranno dimostrarsene all’altezza. Gli esami, per i 5 stelle, non finiscono mai. Eppure si sa, o si dovrebbe sapere, che nessuno può dire a un figlio come elaborare la perdita del padre, né come assumerne l’eredità. Sta a loro, e solo a loro, trovare il modo per passare la prova. E starebbe ai loro avversari cominciare a trattarli come un fenomeno politico e non più come un intruso fantascientifico.

Nel frattempo non ha torto Beppe Grillo quando dice che di Casaleggio si capirà in futuro qualcosa di più di quanto, complice la sua riservatezza, si sia capito in passato. La morte gli toglie l’aura del guru inafferrabile e gli restituisce il profilo di un interprete acuto e ambivalente di un’epoca confusa. Non regge la scotomizzazione, in voga in molti commenti, tra l’elogio all’innovatore della comunicazione politica e la critica al regista del movimento politico. Nell’epoca in cui la comunicazione è politica e viceversa, le due cose sono inseparabili e Casaleggio non è stato il primo ad averlo capito, ma è stato il primo a portare lo sfondamento del linguaggio tradizionale della politica alle sue estreme conseguenze, oltre i media novecenteschi, nella rete. L’ambivalenza del processo politico innescato è la stessa del mezzo di cui si avvale: l’orizzontalità della rete non è sinonimo di democrazia, l’equivalenza dell‘“uno vale uno” non è sinonimo di uguaglianza, il progresso tecnologico non è sinonimo di maturità o di efficacia politica, gli algoritmi non generano automaticamente soggettività e la visionarietà scientifica non è traducibile immediatamente in utopia politica. Casaleggio non ha risolto questi problemi, li ha squadernati, contribuendo a rendere improcrastinabile una crisi della politica di cui altri sanno forse approfittare meglio, ma non più limpidamente di lui. Non è solo per i 5 stelle che gli esami non finiscono mai.

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La restituzione di Riace

Pubblicato su Internazionale il 4/4/2016

Ci vogliono occhi lontani, preferibilmente d’oltreoceano, per cogliere il senso globale di cose che accadono in un Mezzogiorno d’Italia tanto ingabbiato negli stereotipi della marginalità e della criminalità da essere illeggibile per i connazionali. Accade così che Mimmo Lucano, sindaco di Riace e protagonista di una delle più riuscite esperienze di accoglienza dei migranti dell’ultimo ventennio, si ritrovi, unico italiano, nella lista dei cinquanta personaggi più influenti del mondo stilata dalla rivista americana Fortune. Com’era accaduto già qualche anno fa che fosse il tedesco Wim Wenders a dire che la vera rivoluzione di fine secolo lui non l’aveva vista nel crollo del muro nella sua Berlino ma in quel piccolo paese della Locride dove aveva girato il suo poeticissimo corto intitolato Il volo. Com’è accaduto più di recente che sia stato il newyorchese Jonas Carpignano, “regista-rivelazione” dell’anno secondo la giuria dei Gotham awards, a cogliere nel suo Mediterranea tutti i cambiamenti innescati dall’immigrazione africana nella piana calabrese di Rosarno.

Al riconoscimento tributato a Lucano da Fortune i mezzi d’informazione italiani di destra hanno reagito con gran dispetto, attribuendolo a un vezzo politically correct della rivista statunitense. Altri invece hanno dato a Lucano la ribalta della prima pagina o di un invito in tv. Ma tutta insieme l’informazione italiana dovrebbe interrogarsi sul perché un laboratorio come quello di Riace è stato ignorato per anni, o è arrivato agli onori della cronaca con grande ritardo, sporadicamente e come se si trattasse di una curiosa bizzarria piuttosto che di un esperimento amministrativo da seguire nel tempo e da portare a esempio di come la famigerata accoglienza sia possibile e praticabile con vantaggio per la comunità ospitante e senza innescare guerre tra poveri né isterie xenofobe né speculazioni truffaldine. Ma si sa che le guerre tra poveri, le isterie xenofobe e le speculazioni delle cooperative rosse fanno audience, mentre i casi di buona politica dell’immigrazione ne fanno molta meno; e se poi vengono dalla Locride, come conciliarli con la narrativa criminale in cui la Locride è confinata?

All’esperimento di Riace va restituito, intanto, il contesto d’origine, perché nulla nasce dal nulla. A metà anni novanta, nel 1997 per l’esattezza, fu sulla costa jonica calabrese che arrivarono le prime navi di esuli e richiedenti asilo. Tra maggio e dicembre sbarcarono a Soverato, Badolato, Monasterace, di nuovo a Soverato a centinaia – più di 800 su una grande nave che pareva presa da un negozio di giocattoli vintage e si chiamava Ararat, due giorni dopo Natale. Erano per lo più curdi, in fuga dall’Iraq di Saddam Hussein e dalla Turchia, ma anche dalle guerre di fazione tra i curdi stessi; ti mostravano le foto che documentavano la loro persecuzione, ti chiedevano un cellulare per telefonare in Svezia o in Germania perché l’agognata Western Europe, per loro, era quella, il sud d’Italia era solo una tappa del viaggio. Invece vi trovarono un’insospettabile accoglienza, coordinata dal comune di Soverato, all’epoca governato da una coalizione di giovani ed entusiasti ulivisti antelitteram guidati da Gianni Calabretta, un sindaco che fu precursore di tutto: si allestirono scuole e ospedali, ci si impadronì dei meandri burocratici attraverso i quali, allora come ancora oggi, passano i permessi di soggiorno e le richieste d’asilo. Si aprirono le prime case a Badolato, che all’epoca era un borgo medievale abbandonato tanto che al sindaco era venuto in mente di metterlo provocatoriamente in vendita, e che da allora, grazie anche alla curiosità suscitata dalla prima comunità curda che vi si stabilì, è stato riscoperto e ripopolato da un turismo intelligente e non solo stagionale.

Tuttavia non fu solo questione di buone amministrazioni. A legare nell’impresa i comuni della costa, solitamente tutt’altro che inclini alla cooperazione, fu piuttosto un sentimento diffuso e tangibile, l’opposto di quelli che si respirano oggi nell’Italia dei Salvini e nell’Europa dei fili spinati: la percezione che il mare stava restituendo quello che alla costa jonica aveva tolto con decenni di emigrazione oltreoceano. Non un’invasione ma una restituzione, non un assedio ma un segno benevolo della ciclicità della storia, questo volevano dire quelle navi che arrivavano da non si sa dove.

L’esperimento di Riace nasce l’anno dopo in questa scia, e la consolida con l’idea tanto visionaria quanto tenace di Mimmo Lucano che quella restituzione poteva diventare, per Riace, un principio non solo di ripopolamento e di rinascita, ma di riorganizzazione economica. Sembrava, all’inizio, la follia fantasiosa e fragile di un sindaco arrivato alla politica attraverso i movimenti degli anni settanta e perciò stesso sospetto di utopismo e inconcludenza: nessuno avrebbe scommesso che il borgo semideserto si potesse davvero rianimare, che le botteghe artigiane della tessitura della ginestra o della lavorazione della ceramica potessero davvero riaprire, che a Riace si potessero davvero organizzare asili e scuole multilingue per far crescere i figli dei migranti. Invece tutto questo non solo si è davvero realizzato, ma di anno in anno si è consolidato e si è ampliato, coinvolgendo nel tempo anche i comuni limitrofi di Caulonia e di Stignano e la diocesi di Locri. L’albergo diffuso, cioè l’assegnazione ai migranti delle case abbandonate, è arrivato a disporre di 150 posti letto, dopo i laboratori artigianali è cominciata la scuola invernale e quella estiva in un antico palazzotto ristrutturato e pieno di colori, dopo la scuola la raccolta differenziata dei rifiuti – all’inizio i migranti la facevano con gli asini, per inerpicarsi nei vicoli del borgo –, dopo la raccolta differenziata le piccole imprese di agricoltura biologica e con queste il rifacimento di tutto l’impianto di illuminazione del paese, che adesso, di sera, sembra proprio un presepe adagiato sulla collina. Al fondo di tutto, tre idee semplici semplici di Lucano: primo, i migranti non sono una maledizione ma una risorsa; secondo, alla valorizzazione della costa jonica non servono gli ecomostri in riva al mare ma il recupero dei vecchi borghi in collina; terzo, i 35 euro al giorno che lo stato elargisce per l’ospitalità di ogni migrante – un costo comunque dimezzato rispetto a quello che comporterebbe la sua permanenza in un centro d’accoglienza – non va usato in modo assistenziale e parassitario, ma va investito per creare un posto di lavoro.

A distanza di ormai quasi vent’anni, i risultati si vedono: su un totale di duemila abitanti, a Riace vivono oggi stabilmente e lavorano 400 rifugiati, e attorno a loro sono nati e cresciuti anche i posti di lavoro della struttura comunale che se ne occupa. I rifugiati vengono dal Sudan, dall’Eritrea, dall’Afghanistan, dall’Etiopia, dalla Palestina; sono donne, uomini, bambini, hanno imparato l’italiano e un mestiere, guadagnano quanto basta per vivere più che dignitosamente, praticano le loro religioni che siano cattolici, islamici o ortodossi. Ma soprattutto sono usciti dall’anonimato delle statistiche sull’“invasione” dei migranti e hanno ciascuno e ciascuna un volto, un nome, una storia da raccontare: storie tutte uguali – la fuga da una situazione invivibile, l’attraversamento del deserto libico o della Turchia, il viaggio rischioso per mare pagato a caro prezzo, qualche volta la triste sosta in un centro d’accoglienza italiano – e ciascuna diversa – la guerra in Sudan, la fuga da Kabul e dall’arruolamento forzato con i taliban, la disumanizzazione nei territori occupati palestinesi. Nel corso del tempo i bambini sono diventati adulti, e faceva un gran bell’effetto, l’estate scorsa, vederli assistere e intervenire alla presentazione di un libro del collettivo di scrittura Lou Palanca, che s’intitola Ti ho vista che ridevi e racconta la storia di un’altra emigrazione: quella di una ragazza “permale” di Riace, militante nel movimento di occupazione delle terre degli anni cinquanta del secolo scorso e perciò spedita a ingrossare le file delle “calabrotte”, le giovani del sud date in sposa ai contadini delle Langhe abbandonati dalle loro donne che andavano a lavorare in fabbrica a Torino. Il libro si chiude con il movimento inverso di un’altra ragazza che negli anni novanta arriva a Riace dall’Africa con il primo sbarco delle migrazioni globali di fine novecento: un’altra restituzione. I cicli della migrazione e della modernizzazione, in fondo, assomigliano alle onde del mare: sempre uguali e sempre diversi.

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Qualcosa è cambiato

Pubblicato su Internazionale il 1/4/2016

“Con noi le cose cambiano. Noi siamo diversi dal passato. La ministra Federica Guidi non ha fatto nessun illecito, ha fatto solo una telefonata inopportuna ma si è dimessa, a differenza della ministra Cancellieri sotto il governo Monti: segno che in Italia qualcosa è cambiato”. Matteo Renzi dixit, dagli Stati Uniti dove oggi si è occupato di Libia ma fino a ieri sproloquiava, guarda un po’, di politica energetica. Altro che abilità comunicativa: sono parole che lasciano allibiti.

Una telefonata inopportuna: starebbe qui il nocciolo delle dimissioni della ministra dello sviluppo economico? E se sta qui, perché allora accettarle in fretta e furia, prima dei tg delle 20 di giovedì perché tanto quello che conta è sempre e solo l’audience? Informare il proprio compagno – imprenditore, titolare della società di manutenzione di impianti petroliferi Its, coinvolto nel progetto Tempa Rossa per conto della Total – che grazie a uno dei soliti blitz parlamentari del governo l’affare che gli garantirà carriera e subappalti sta per realizzarsi significa solo fare una telefonata inopportuna? O significa fare a lui e alla sua lobby di riferimento – l’Eni guarda caso, la stessa che sta dettando la politica italiana nei confronti dell’Egitto di Al Sisi – un gran favore, abusando del proprio ruolo di potere? Non c’è “nessun illecito” in quella telefonata e in quell’abuso? Nell’esercizio del potere è tutto lecito se non è penalmente sanzionato, anche quello che va eclatantemente sotto le rubriche del familismo, del clientelismo e del conflitto d’interessi? Spiace per Matteo Renzi ma da questo punto di vista in Italia non è cambiato proprio niente: la politica non riesce a darsi né un limite né un’etica, se non quando incappa, e meno male che ci incappa, nelle indagini della magistratura.
Qualcosa è cambiato, invece, grazie alla tinteggiatura rosa del governo. Le ministre sono schiave delle lobby quanto i ministri, pari e patta, però leggere di un signore che scodinzola con i suoi capi esibendo le news che gli arrivano da una fidanzata più potente di lui è una bella soddisfazione. I pm lo chiamano “traffico di influenze illecite”, perché la legge Severino punisce con un paio d’anni di galera chi ricava o promette denaro e altri vantaggi sfruttando le proprie relazioni con un pubblico ufficiale o un incaricato di servizio pubblico, ma ammettiamolo: meglio così di quando le mazzette e i subappalti erano solo gli uomini di casa a procurarli. Ringraziamo la ministra Guidi per questo significativo riscatto del secondo sesso.

E passiamo alla sostanza politica che c’è sotto quella “telefonata inopportuna”, e su cui non è possibile glissare. Renzi infatti non glissa, anzi rivendica: quell’emendamento che sbloccava l’affare Tempa Rossa “era sacrosanto”. Portava sviluppo e posti di lavoro. Sono gli stessi argomenti che il premier sbandiera a sostegno delle trivelle, e qui di nuovo qualcosa in Italia è cambiato, ma in peggio, perché da decenni non si sentiva, nel campo che si vorrebbe di centrosinistra, una scotomizzazione così netta delle ragioni dell’impresa e dell’occupazione da una parte e dell’ambiente dall’altra. Renzi rinfaccia un giorno sì e l’altro pure a Bersani di non aver vinto le elezioni, ma farebbe bene a ricordarsi che lui e il Partito democratico stanno comunque governando sulla base della mezza vittoria del centrosinistra del 2013, e che quella mezza vittoria fu ottenuta sulla base di un programma che in materia di politica dell’energia e dell’ambiente diceva il contrario esatto di quello che lui sta facendo oggi.

Infine ma non ultimo. L’emendamento salva-Eni, salva-Total e salva-fidanzato della ministra era stato bocciato il 17 ottobre 2014 nel dibattito parlamentare sul decreto sblocca-Italia, per essere riproposto il 17 dicembre, Maria Elena Boschi consenziente, all’interno di un maxi-emendamento del governo alla legge di stabilità. Un percorso che è un mirabile concentrato dell’arte di governo di Renzi e dei suoi, Boschi in primis, un’arte fatta di voti di fiducia, maxi decreti, maxi emendamenti e canguri, che ha ridotto il parlamento a nulla più che un ufficio notarile dei voleri del Capo. Ed è solo l’antipasto del menù che ci aspetta qualora la riforma costituzionale Boschi-Renzi diventasse realtà. Non si tratta di aprire gli occhi solo sul referendum anti-trivelle. Si tratta di spalancarli anche sul referendum costituzionale. Se questo fosse l’effetto, perfino le dimissioni di una ministra incapace di distinguere l’interesse pubblico da quello del suo compagno non sarebbero state vane.

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Le lancette del tempo tra Cuba e Bruxelles

Pubblicato su Internazionale il 23/3/2016

La simultaneità di spazi e tempi diversi è la caratteristica più travolgente del mondo globale, e siamo ormai abituati tutti a praticarla navigando in rete tra eventi, storie, continenti, lingue, fusi orari diversi. Ma raramente è capitato che questa sincronicità dell’asincronico, come la chiama qualcuno, si sia mostrata com’è avvenuto con la simultaneità dell’attentato di Bruxelles e del viaggio di Obama a Cuba. Né basta a renderla l’appello all’unità del mondo intero contro “il flagello del terrorismo” che Obama ha premesso al suo discorso ai cubani, volgendo dai Caraibi lo sguardo all’Europa. Sotto quelle due immagini simultanee del presidente statunitense sul palco del Gran teatro dell’Avana e dell’aeroporto martoriato di Bruxelles c’è una contrazione del tempo e una stratificazione della storia che racconta in un attimo più di mezzo secolo.

Obama è a Cuba per seppellire l’ultimo residuo della guerra fredda. L’ha detto il giorno prima nell’incontro con Raúl Castro, lo ripete al popolo della “piccola isola che è stata capace di scuotere il mondo”: è una storia finita, quella cominciata nell’anno della sua nascita, adesso è arrivato il momento di aprirsi al futuro e alla riconciliazione. Tocca tutte le corde giuste per parlare alla testa e al cuore dei cubani, a partire dall’origine comune a tutti gli americani in un mondo colonizzato dall’Europa. Li rassicura che saranno loro e solo loro a decidere il futuro di Cuba, ripete che l’apertura di cui li si fa portatori non cancella una storia di differenze: chiama così, “differenze” da mettere in reciproco ascolto, l’abisso che nel novecento ha separato l’isola della rivoluzione del Che e di Fidel dalla grande potenza capitalista e imperialista. Riconosce che quanto a sanità, istruzione, diritti sociali è lui ad avere qualcosa da imparare da Cuba, ma ribadisce il punto su democrazia e diritti civili: la democrazia non cancella disuguaglianze, ingiustizie, razzismo, ma consente di continuare a lottare per migliorare le cose, e nel dissenso, che le dittature non consentono, c’è il sale della lotta. Gli applausi confortano le sue parole; sulle facce il sorriso è più largo della diffidenza. Un altro muro, l’ultimo, cade, senza sangue, senza statue decapitate, non con l’umiliazione ma con il riconoscimento del nemico che fu. Sí, se puede.

Cambio di scena, Bruxelles: sangue, dolore e lacrime, come a Parigi lo scorso novembre, come chissà dove il mese prossimo. Quando Obama comincia a parlare all’Avana, il flusso delle notizie dalla capitale dell’Unione europea arriva già da sette ore, insieme al flusso dei commenti, anch’esso uguale a quattro mesi fa e prevedibilmente al mese prossimo. Colpa dell’intelligence, colpa dell’islam, colpa dei migranti, colpa delle operazioni scellerate fatte o programmate dall’Europa in Medio Oriente e in Nordafrica, colpa dell’inerzia dei governi e dell’inesistenza della Ue: l’Europa si disfa in questo stillicidio quotidiano delle colpe, vere o presunte, che alimenta l’impotenza. Qui i muri non cadono, si alzano, sui confini esterni e su quelli interni, e impediscono l’immaginazione, prima che la progettazione, di qualunque via d’uscita.

Il mondo è uno, e la storia segue spesso fili che la ragione non prevede. L’Europa di oggi sconta le responsabilità, pesantissime, dell’America di George W. Bush nella risposta all’11 settembre, con le conseguenze che Obama ha ereditato e da cui non è riuscito a emanciparsi del tutto. E l’11 settembre era stato a sua volta il primo annuncio che dopo la fine della guerra fredda un’altra guerra, asimmetrica e senza dispositivi di deterrenza possibili, avrebbe di nuovo diviso il mondo unificato dalla caduta del muro di Berlino. Quindici anni dopo l’Europa vive in proprio la ferita che allora squarciò Manhattan. Ma mentre sull’altra sponda dell’Atlantico quella ferita ha prodotto i suoi anticorpi, non ultimo un presidente afroamericano capace di guardare il mondo postcoloniale da una diversa prospettiva, in Europa il tempo sembra essere passato invano, o scorrere sospingendola all’indietro.

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Foto di confine

Pubblicato su Internazionale il 14/3/2016

Un bambino di nome Alan è morto sulla spiaggia di Bodrum lo scorso agosto. Una bambina di nome Bayan è nata pochi giorni fa nel campo profughi di Idomeni. Le rispettive fotografie sono già passate alla storia come simboli quintessenziali della condizione straziante in cui versano i migranti e della condizione penosa in cui versa la cosiddetta Unione europea, che sulle politiche per i migranti non cessa di disunirsi.

Della prima foto, lo ricorderete, si disse e si scrisse tutto e il contrario di tutto: che squarciava un brandello di realtà e che era abuso di minore, che scuoteva le coscienze e che era sciacallaggio mediatico, che forniva alibi alle nostre colpe e che poteva indurci a riscattarle, che alimentava la catena mediatica del voyeurismo e che la spezzava. Aveva ragione chi l’aveva scattata e chi l’aveva divulgata: quella foto aveva la forza dell’unicità e del perturbante, e fu capace di spostare la percezione dei migranti, da una massa indistinta e aliena alla singolarità delle vite innocenti spezzate; rimbalzò sulle decisioni politiche di Angela Merkel, mosse file di cittadini austriaci ad accogliere i profughi alla frontiera.

Della secondo foto, nessuno ha messo in dubbio la legittimità: è una nascita, non una morte; apre la speranza, non stende la cappa del lutto; celebra la vita, pur nelle condizioni di degrado estremo di un campo pieno di fango e di fame. Ma questa seconda foto non riscatta la prima: la raddoppia. L’una e l’altra, insieme, ci obbligano a pensare un impensato, il cambiamento della condizione umana che si sta verificando ai confini fra l’umanità che è legittimata a esistere e quella che non lo è.

Che cosa succede a una civiltà quando i due eventi decisivi della condizione umana, la nascita e la morte, accadono nella cornice di una condizione destinata da quella stessa civiltà a essere meno che umana, sub-umana, dis-umana? Quali corde profonde di empatia toccano, o dovrebbero toccare, quelle foto? Quali amputazioni provocano, se quelle corde non arrivano a toccarle? Quali confini mostrano, e quali spezzano? Il corpo del piccolo Alan fu riportato dal padre nella sua terra d’origine per essere seppellito e compianto. La neonata di Idomeni a quale terra appartiene? Dov’è nata, in quale terra potrà tornare se e quando avrà desiderio di ritrovare la sua origine? Quale ius soli o quale ius sanguinis ne regolerà l’attribuzione sociale? Sulla sua carta d’identità ci sarà scritto che è nata a Idomeni, con la numerazione della tenda al posto della via e del numero civico?

Sui confini europei si combatte, oggi, una guerra di sfondamento che ha i caratteri di una mutazione della specie: non ne usciremo come eravamo, ne usciremo – se ne usciremo – inevitabilmente cambiati, alterati, letteralmente, da popolazioni che ci ostiniamo a considerare altre da noi e a volere allontanare, o appunto confinare, recintare, mettere al bando nei campi. Ma se il bando, gesto istitutivo dello stato d’eccezione, colpisce gli adulti, nulla può sulla nascita. Si nasce anche in un campo, si viene al mondo violando qualunque bando. Questa nascita dunque si fa beffa dei confini, e ne mostra non la potenza ma la porosità: l’umano spunta, imprevisto, proprio laddove lo si vorrebbe tener fuori. La vita si prende la rivincita sul suo controllo biopolitico, e l’esistenza si mostra nella sua eccedenza rispetto alla cittadinanza.

Etienne Balibar ha scritto qualche tempo fa che i migranti sono il motore dell’allargamento reale dell’Europa, quello che si produce da sé senza aspettare di essere sancito dai trattati, e la base impellente dell’allargamento necessario della cittadinanza europea. La foto della piccola nata in un campo di confine sta lì a ricordarcelo, come la foto del piccolo Alan sta lì a ricordarci quale perdita di umanità comporta restringerla con i muri, i fili spinati e le forze dell’ordine. Le foto di altri bambini, militanti precoci di una guerra che li trascina in prima linea, ce li mostrano tutti con un cartello in mano: “open the border”, c’è scritto sopra.

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Dell’Egitto. E di noi

Pubblicato su Internazionale il 10/2/2016

Ossa rotte, forse una trentina. Unghie strappate, ai piedi e alle mani. Bruciature di sigarette sparse sulla pelle. Orecchie mozzate. Un colpo finale alla noce del collo. Quanti giorni e quanto sadismo ci vogliono per ridurre così il corpo e l’anima di un essere umano? Nove, secondo alcune ricostruzioni, cinque secondo altre. È il tempo che Giulio Regeni ha impiegato per morire. Quanti giorni e quanto cinismo ci vogliono perché il caso Regeni sia soppiantato dal cattivo andamento delle borse e dalle primarie di Milano nelle aperture dei giornali e dei telegiornali? Ne bastano quattro. È il tempo che Giulio Regeni sta impiegando per morire una seconda volta, come una fra le tante casualties della guerra globale in corso archiviate senza nemmeno la consolazione di una verità plausibile.

Poche ore sono bastate invece a noi per farci un’idea di quella verità, e per realizzare altresì che non coinciderà mai con la versione ufficiale dei fatti, quella che risulterà dalla somma algebrica e real-politicamente accettabile tra la volontà di sapere del governo italiano e la volontà di mentire di quello egiziano. Giulio Regeni è stato torturato, seviziato e ucciso dagli apparati di un regime efferato: poco importa se dalla polizia, dai servizi o da forze speciali. I depistaggi tentati di giorno in giorno da quel regime e dai suoi apparati – si è trattato di un incidente; si è trattato di un crimine di terzi ignoti; cercate tra gli amici con cui andava per feste di compleanno – non fanno che confermarne l’efferatezza. E gli eventuali cedimenti del governo italiano di fronte alla ragion di stato, ovvero alle ragioni economiche che fanno di Al Sisi un interlocutore da trattare coi guanti gialli, non farebbero che renderlo complice, va detto senza mezzi termini, di quella efferatezza.

Adesso non bastano tutte le lacrime che abbiamo per piangere su quel corpo straziato. E del resto esso ci domanda di non velarli di pianto ma di tenerli bene aperti, con tutta la rabbia e l’odio che i genitori di Giulio allontanano da sé, ma noi abbiamo invece il dovere morale di non spegnere, su almeno tre abissi che questa orribile vicenda spalanca.

Primo, l’abisso dell’ignoranza. Siamo nel pieno di una guerra globale di cui non conosciamo nemmeno le pedine a noi più prossime. Scopriamo che cos’è il regime di Al Sisi solo in seguito a questo massacro, avendone ignorato tutti gli altri finora e avendo finora consentito al governo italiano di trattarlo senza contestazione alcuna come un alleato necessario e prezioso. Nella più completa insipienza della complessità dello scenario mediorientale, ci accontentiamo della logica secondo la quale “il nemico del mio nemico è mio amico”, una logica che in quella come in altre parti del mondo non ha mai prodotto nulla di buono, senza neanche chiederci se i nostri presunti amici siano, al fondo, assai simili ai nostri nemici. Ci si può fidare del terrorismo di stato di Al Sisi per combattere lo stato terrorista dell’Is? Si può continuare a pensare che le dittature possano fare da argine al fondamentalismo? Se in Italia esistesse un’opposizione, sarebbero buone domande da porre con una certa fermezza al governo.

Secondo, e correlato, abisso: il cinismo dell’informazione, che dell’ignoranza di cui sopra è largamente responsabile. Ma non solo di quella. Mi chiedevo prima quanto tempo ci ha messo il caso Regeni a “scendere” dalle aperture ai tagli bassi di prima pagina. Ma vale anche la domanda contraria, quanto tempo ci abbia messo a “salire” dalla notizia di dieci righe all’apertura: nove, lunghissimi giorni, i giorni della “sparizione” di Giulio. Nove giorni senza quella pressione dell’opinione pubblica che forse, com’è stato giustamente scritto, avrebbe potuto contribuire non poco a salvargli la vita. Senza dire di quelli che sui giornali insinuano che “il ragazzo se l’è cercata”, o di quelli preoccupati, perfino in questa circostanza, di preservare il governo dagli “antitaliani” che osano avanzare una critica o una domanda. È pensabile almeno una mossa di riscatto? Un segno di lutto, un’insistenza sul fatto, fino a quando la verità, evidente anche ai ciechi, non sarà anche ufficialmente assodata e riconosciuta, con tutte le conseguenze politiche ed economiche del caso?

Terzo abisso, il precipizio dell’umano. La disumanizzazione, si sa, è il costo di qualunque guerra, il prezzo della violenza illimitata che ogni guerra scatena. Ma questo non ci esime dall’analizzare le modalità specifiche in cui si produce in questa guerra, che sempre più assume i caratteri di una guerra civile globale. Dove tutte le vittime sono vittime civili casuali, e lo status di casualties si estende fino a diventare regolarità. E dunque non è affatto un caso che a rimetterci la vita siano giovani studiosi e attivisti come Giulio Regeni o, fatte le dovute differenze, Valeria Solesin. Ha ragione chi in queste ore giudica insopportabile la retorica dei “giovani italiani all’estero” da cui è avvolta la loro morte. Non solo perché sono precisamente i giovani lavoratori della conoscenza a cui l’Italia del precariato intellettuale perenne non dà alcuna prospettiva di lavoro e di vita. Ma anche perché sono giovani globali, che lavorano sulle e nelle contraddizioni del mondo globale e perciò stesso sono i più esposti alle loro esplosioni. Sono, in altri termini, gli anticorpi dell’ignoranza e del cinismo in cui nella provincia italiana restiamo pigramente avvolti, e immeritatamente autoassolti dalle tragedie di un presente che ci assedia senza svegliarci. Dobbiamo loro qualcosa di più di un lutto momentaneo: quantomeno, che questo lutto resti aperto fino a un sia pur parziale, sia pur vano risarcimento.

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Speculum, the Other Man. Eight points on the spectres of Cologne

Pubblicato su Internazionale il 3/2/2016

Ida Dominijanni, Alessandra Bocchetti, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini

A black hand reaches under Angela Merkel’s legs, sheathed in white stockings, and gropes at her genitals; the upper part of her body is still covered in one of her famous colourful jackets, but now – this picture tries to tell us – the Empress has no clothes, having been exposed by the black man’s intrusive molestation. Such was the cartoon published in the Süddeutsche Zeitung,commenting on the events in Cologne. Faced with the sexism of the ‘black men’ molesting ‘white women’ on New Year’s Eve, ‘white men’ responded with the same sexism, directed against their own Chancellor.

Certainly this response is an obscene one – and yet its extremism is also very telling. Maybe Michel Houellebecq was right with his similarly misogynist Submission? Scratch the surface of European males’ hatred toward the Islamic invader, and you will find envy. Envy of the submission of women that the invaders – unlike the invaded – can still enjoy. This envy is the exact mirror-image of the invaders’ envy of the female sexual freedom available to the invaded – an envy that can easily be detected in the ‘desire for the West’ that drove the attackers in Cologne that night to copy – in their own, violent way – the heady, boozy enjoyment that drives so many wild in this and countless other European cities on New Year’s Eve.

Since 9/11, when we saw the Hollywood spectacle of the two planes penetrating the Twin Towers and violating Manhattan (and here too, note the rape metaphor) we should have understood once and for all that if these acts of violence and terror are interpreted in the West as if they came from another planet, they are imbued with traces, techniques, customs and usages that do come from our own world. This is not just the return of the tribe, such as some said we could see coming back into force in Cologne. The ‘superiority’ of the West dies hard, and if it no longer orders the real world, it does still lay down the law in the global imaginary. The ‘others’ see themselves in its mirror, even when they commit violence against it.

The facts

As we know, spectres are truly at home in the game of mirrors. Perhaps it is for this reason that they took on form and substance on the square in Cologne quicker than the real facts did. One month on, there is still rather a lot of fog over the facts themselves. We know the fundamentals of what happened that night, but we do not know some of the major details, and probably never will do. A crowd of young men, perhaps 500 or 1,000, ‘of Arab and North African appearance’, massing drunk inside the station, headed in gangs to the Cathedral square, robbing, harassing and seriously assaulting a hundred-odd mostly German white women, who were either alone or with male or female friends or in groups, while the police remained wholly passive, standing watching without realising what was happening, and in any case being unable to stop it.

Reconstructions of these events based on the women’s testimony and the police’s own reports describe the thieving and molestation these women suffered in some detail; some of the victims report having feared for their lives. Yet there are still a lot of holes. Who were these men, where did they come from, how did they arrive, and why were they allowed to amass in the station? If they were all ‘of Arab and North-African appearance’, how come the 31 men arrested for assault and robbery also included an American and three Germans? Were they, too, North-African ex-pats in the USA and Germany, or does their presence suggest that we have to go beyond identifying these men based on their skin colour? 19 of the 31 arrested men were asylum-seekers, and of these just one is suspected of molesting someone; moreover, according to one witness referred to in the New York Times, that night a female American tourist was saved by a defence-line formed by Syrian asylum-seekers; some days later, several hundred Syrian refugees themselves demonstrated against violence, racism and sexism. Do these numbers justify the fingers now being pointed against Merkel’s refugees policy?

There’s more. Although the police were on alert against the threat of attacks, they proved wholly impotent in containing and dispersing the mass of attackers, and maintained a four-day silence over what had happened, as did the German public broadcaster. Does this impotence and this silence owe to a pro-migrant, ‘politically-correct’ prudery, as some have proclaimed in both Germany and Italy – or rather, to the little consideration for sexual violence in a country in which one women in three has suffered such violence (from men who are 70% German, and not Arabs) and in which a blind eye is turned to such groping on New Year’s Eve, much as it is during Oktoberfest?

Last but not least, similar violence took place that same night in other German cities as well as in Sweden, Finland and Austria, which might legitimately lead us to suspect that this was a concerted provocation. At some point this suspicion became a certainty, sprawling across the front pages of the German and Italian newspapers, before being forgotten the following day. Is it possible that the powerful means of German and European intelligence were unable to check this suspicion either way, however crucial this was to evaluating what had really happened? Again: were the attacks minimised in an attempt to placate Merkel’s integration policy, as right-wing opinion has it? Or because, as we might legitimately suggest, they were considered bagatelles pour dames?

Spectres

We will never have the answer to these questions, for the very simple reason that that night in Cologne had the effect it necessarily must have had, regardless of any detailed reconstruction of the facts. And the effect was a rapid, powerful mobilisation of the European imaginary – as well as the Islamic one – regarding sex and race. When these two factors are interlinked, such as they always appear on the global stage today, they can produce explosive cocktails.

On the Islamic side, we are hopeful that little importance must be attributed to the beliefs of one Cologne imam who claimed that the women in Cologne that night had been asking to be molested, covered as they were in more perfume than clothes. Nonetheless, his ‘extreme’ statements have a lot to say about the Islamic regime of sayable, allowing a purported spiritual leader to institutionalise female segregation (and anyway, should we be so shocked? How many times have we heard ‘she was asking for it’ still being used to justify sexual violence, even in Italy?).

Demonstration ”Woman walk” on Roncalli square at Cologne cathedral, aftermath of sexual attacks on women at New Year’s Eve, Germany, January 17, 2016. – Karsten Schoene, Laif/Contrasto Demonstration ”Woman walk” on Roncalli square at Cologne cathedral, aftermath of sexual attacks on women at New Year’s Eve, Germany, January 17, 2016. (Karsten Schoene, Laif/Contrasto)
As for the Western side, the old colonial spectre of the black hand violating the black women –as well put on display in the Süddeutsche Zeitung cartoon – has come back again, updated to match the concerns of a Europe obsessed with porous borders, uncontrollable migration, falling birth-rates, the terrorist threat, economic decline, neoliberal impotence and political disarray. In this context, bringing this colonial spectre into the modern day means recruiting it to the ‘clash of civilisations’ that is now supposedly underway. The black man becomes the Muslim who debases women – his own women, and others’, too – and who through his attack on white women attacks all Western society. And this is a Western society that supposedly loves women, emancipates and liberates them, protecting them with rights, with ‘its’ men defending them, ready to take to the field to stand up for ‘their’ women.

What follows from this is the enrolment of women in the defence of Western civilisation – and, related to this, pointing the finger against those women who desert its cause. Namely, those women who do not sign up to defend it; those women who have some doubts over Western civilisation and its love for women; those women who see violence against women in the West, too, and not only in the Middle East; those women who raise concerns over defending ‘their’ men; those who, faced with Muslim women, do not erect the rights they have won or the mountain of clothes they bought in the latest sales as a defensive rampart, but instead try to build the bridge of a common commitment to female freedom.

That is to say, in substance, us feminists, signed up (as a matter of course) to the enemy front of ‘politically correct’ hypocrisy over Islamic fanaticism. Though ironically enough, our accusers had soon to deal with the Italian government’s decision of covering up statues in the Rome city hall as a homage to Iranian president Rouhani visiting the Italian capital last week end.

Witches

‘Where are the feminists?’ When the news from Cologne was still coming in drip by drip, the witch-hunt began. Once the number one guilty party was found – the black man – the media beating the drum (both male and female) set out looking for the number two guilty party – the white feminist. Her crime? Staying silent, hiding away, not condemning, colluding with the migrants and the Left that defends (does it?) the migrants, giving ‘her’ men grief for any little nonsense as if it was barbaric, yet closing her eyes to the vile acts of the ‘true’ barbarians.

Meanwhile in Cologne, the feminists were already in the streets, protesting against both sexism and racism. And everywhere in Europe and beyond they were at work countering the narrative of the talk shows and the mainstream press: understanding a new situation and interpreting it in non-hysterical terms, two things that mass media hysteria cannot contemplate. And they spoke everywhere they could, meaning, outside of the official channels of information that ignored them in order to accuse them of staying silent – being nowhere to be seen, not existing, and having lost. They did speak: and everywhere they said – East and West, North and South – what they have been saying ever since 9/11 – that they will not allow themselves to be enrolled in any clash of civilisations, for the good reason that the civilisations in question are both characterised by patriarchy, both riven by the contradiction between the sexes, and both positively marked by the sex-conflict that women have engaged. The plank in the other person’s eye does not exempt us from looking at the speck in our own. And pride in our conquests as Western women does not exempt us from recognising non-Western women’s battles for freedom.

Monopolies

There is no Islamic monopoly on violence and the subordination of women. And nor is there any Western or democratic monopoly on women’s freedoms.

For all of us, the attacks that night in Cologne evoke very familiar situations. The excited and complicit glares from single men, such as we still find in the bars of our Southern regions. The packs of young men who molest female students, and sometimes rape them, in our schools. The sense of insecurity and vulnerability that especially accompanies us walking through the streets at night, like a second skin. The reports of rapes, violence and, femicides that fill the news pages of our dailies. The male misunderstandings of women’s sexual availability that fill up the advice columns of our weekly magazines. We could go on, but there’s no need: unfortunately, men’s violence against women is one of the few examples of universal behaviour still known to the world. And it does not go away, but even tends to increase in the countries where female emancipation is most established. Male hubris does not bow to constitutionally guaranteed rights, gender parity, citizenship, or women’s working activity and political leadership; on the contrary, these things seem to feed it, perhaps because they instill fear.

This means that there is no automatic relationship – no cause-effect relation – between Western civilisation and women’s freedom. As Freud and Hobbes remind us, Western civilisation and modern states emerged from a pact between violent men, who freed themselves from paternal authority and then shared out its inheritance, excluding women from public life and subjugating them in private life. Over the course of modernity, Western civilisation did not gift freedom to women: it was women who had to conquer it with their own struggles, also and including against Western civilisation.

Contemporary democracies have trouble recognising these conquests, instead translating them into – and often betraying them with – the language of parity and rights. But there is an ongoing tension between women’s freedom and Western social orders: for women’s freedom is reliant, in the first place, on women themselves, on their struggles and their autonomy. It is less possible than ever before to identify women’s freedom with the freedom of the market or with a generic ‘Western lifestyle’, such as an incessant neoliberal ideology in the columns of the main Italian papers seeks to pound into us. Dressing up, or going to the cinema or a club, as you please, are certainly pleasurable things, and we wouldn’t want to give them up; but they can also imply conditions of dependency on the market, on money, on imposed ‘canons’, and the gaze of others who have little to do with the existential freedom and the politics that we have won through feminism. The West is not the Eden of women’s liberty: and it is only by taking this critical position with regard to ‘our own’ civilisation that we can protrude into other worlds, or the impact that other worlds have on our own.

Differences

When we say, or write, these things, some friends of ours reproach us for using patriarchy as a universal, undifferentiated category, ending up lumping together every situation without seeing that the patriarchy is interlinked with different systems of domination; without seeing that it is crystallised in different degrees of women’s oppression of women and male abuse, which in turn demands different strategies for struggle. Yet that is not the case. We are well aware – sadly aware – that today political-religious radicalisation is worsening the lives of women in Islamic countries, giving fresh ideological legitimacy to male domination.

Demonstration at Cologne cathedral, aftermath of sexual attacks on women at New Year’s Eve, Germany, January 17, 2016. – Karsten Schoene, Laif/Contrasto Demonstration at Cologne cathedral, aftermath of sexual attacks on women at New Year’s Eve, Germany, January 17, 2016. (Karsten Schoene, Laif/Contrasto)
We are well aware that for ISIS and Boko Haram, violence against women has become a ruthless advertisement; that the male frustration at the failed revolution was offloaded on the women of Tahrir Square; and that in countries like the Taliban’s Afghanistan women are subjected anew to a segregation that almost seemed to have been left behind. And we know we are not equal to this and the other effects of today’s global disorder, because wars cut off at the root the practice of relations with the other woman that is fundamental to a women’s politics. However much we cry out with indignation and express our solidarity, we have no substitute for this.

We are likewise well aware that migration does not resolve, but multiplies the problem of relations among the sexes. Today we are burdened with having to demonstrate that we put the defence of women’s freedom above do-gooder positions on accepting migrants. We throw this same question back against those who raise it to attack us. Certainly it wasn’t us who spoke for years about migrants and refugees in the neuter, as if the condition of being a migrant or refugee somehow cancelled out sexual difference. It does not cancel it out, and we didn’t need the events in Cologne to realise that accepting migrants and so-called integration are no dinner party. We didn’t need the events in Cologne to realise that the norms and customs of foreign communities almost always come to blows with our own, and that the difficulties of integration often further ossify them, making the segregation of women within these communities yet harder – to realise that women are always, in peace as in war, the stakes of a social exchange that cultural conflict renders harsh and sometimes even unbearable.

Nor did we need the events in Cologne to realise – for shame – that a policy for accepting migrants that does not take account of sexual difference is a bad policy. Where men-only ghettoes are created, whether Islamic or otherwise, there is always an increased danger of them forming gangs. Where the trafficking of women is organised and tolerated, prostitution and its exploitation are guaranteed. Yet we should also reflect on the fact that the problem of a violent threat to social coexistence comes from the male section of the migrants. It is men, more than women, who react aggressively to the impact of the clash with the receiver country. And it is women more than men – think of the thousands of badanti [care providers in the home] who live and work in Italy, or the women who work in the reception centres or in cultural mediation, or teaching languages to migrants – who take care of life and the relations between different worlds, continuing the female civilising work that male violence hides and undoes.

This, at least, is a piece of good news: and it is not the only one, so long as when we look at what is happening we consider women as active subjects, and not passive objects, of the changes now underway.

A dark choir

It took one night’s attacks in Cologne and the other cities involved to sweep us all along – both Western and North-African women – pigeon-holing us as the designated victims, endangered and losing out from the supposed ‘clash of civilisations’. Yet turning women into ‘victims’ is one of the strategies most frequently used to domesticate them: it serves to hide and depress feminine subjectivity and the social, political and artistic practices in which it is expressed.

Everywhere, today, in a context marked by unprecedented changes, fault-lines, and wars, women are fighting for their own freedom; everywhere they are opening up fronts of conflict with the other sex; everywhere they are breaking out of the schemas imposed upon them; everywhere they are transgressing the normative injunctions governing their existence; everywhere they are establishing relations with women of different backgrounds and cultures. This word ‘everywhere’ applies to the Western societies for the whole last century; and we will note as much to those in the media who take us for dead and defeated whenever they can. But it also goes for today, in the first place, for the Muslim world.

We know as much from the expert yet unlistened-to analysts, who explain to us the differences, the articulations, and the combinations of religious and state law in that world, and the connected differences in women’s condition, their subjectivity, and their revolts. We know as much from the migrants whom we encounter in our everyday activity; from the stories that we hear in the anti-violence centres, to whom the most unfortunate turn in order to find the strength to rebel again a father, a husband or a brother; from the testimonies of war-survivors and the protagonists of revolts. We know as much from women writers, from women artists’ works, from women directors’ films, from women philosophers’ thinking, and from women theologists’ readings of the Quran. And we also know that Muslim women’s path to freedom does not always or necessarily pass by way of their Westernisation – that is, through a secularist emancipation, legally backed up by the syntax of rights and the rhetoric of parity, an emancipation that rebels against the Eastern injunction to veil the women’s body as much as obeys the Western opposed injunction to uncover it.

For this reason, we clearly disassociate ourselves from the dark choir that has accompanied the Cologne events in the Italian and European media. When women’s voices are listened to and not silenced, they recount a far more articulated reality than any supposed generalised regression to the tribal patriarchy of brown, bearded men arriving from the Middle East, whose threatening shadow now extends over European women. This diagnosis has to be turned on its head. There is a generalised crisis of the patriarchy, everywhere – East and West, North and South – losing credit among women. Pace the fantasies à la Houellebecq, the submission of women is no longer guaranteed under the banner of Islam, or that of Christianity or any other religion. And women’s freedom does not only advance through the magnificent, progressive strides of secular democracies.

Globally, the law of the father – which has been a guarantee of symbolic support to political and state orders across modernity – is losing control. This disorder opens up many opportunities for nostalgic, reactionary acts of male violence, but just as many opportunities for constructing practices of women’s freedom and webs of relations among women. These latter practices transgress women’s belonging to this or that civilisation and their respective fetishes, and invent unprecedented forms of politics based on exchange – the conflict and mediation among different experiences, histories, roots and horizons.

Veiled mouths

Listening to the other – her experience, her story, her needs, her desires, her traumas, her resources – is a necessary condition for repairing the pattern of civilisation, and in a direction opposite to that of the clash of civilisations. In this, the racket of the Italian media machine, wholly programmed not to listen but to shout, is no help to us – rather, it is an obstacle.

Demonstration at Cologne central station, aftermath of sexual attacks on women at New Year’s Eve, Germany, January 9, 2016. – Karsten Schoene, Laif/Contrasto Demonstration at Cologne central station, aftermath of sexual attacks on women at New Year’s Eve, Germany, January 9, 2016. (Karsten Schoene, Laif/Contrasto)
We have already said that the witch-hunt against feminists that broke out after the Cologne events – accusing the witch of a guilty silence (without having asked what she thought), of connivance with politically correct, pro-migrant hypocrisy, and of using double standards for foreign men and the men back at home. But this problem did not begin with Cologne: this same schema repeats itself, with unbearable monotony, off the back of any event that brings the relations among the sexes into question. The impulse thus released is always the same: the attempt to reduce feminism and feminists to nothing, decreeing that they have lost and distorting or diminishing their positions.

The fundamental futility that characterises a good part of Italian journalism – and not only recently – is even blunter and cruder when feminism is in question. As if this were legitimate when speaking of women; as if these news had no precedents; as if women’s voices counted for nothing; as if feminists’ political and cultural positions had no right to the distinction, analysis and discussion that are reserved to male chatter. And, above all, as if they did not exist autonomously, but only as subaltern appendages to the Left and Right, or in any case, to parties and conflicts that have already been determined somewhere else.

Thus a misogynist imaginary – among both men and women – takes the place of the analysis of reality. And delegitimising feminism itself becomes a far-from secondary stakes of any ‘culture’ war: which is accompanied, it goes without saying, by the promise that ‘our’ men will now take care of defending us from what we ourselves are not up to resisting.

This praxis, so prevalent in the mainstream media, is no less violent than the male hands creeping under the women’s clothes that night in Cologne. And it tells us – again tells us – that whenever the female body is under attack, the real target is women’s voices. For that is the real threat, the target that has to be struck against – here, in the West of freedom of expression, and not over there, in the Middle East of veiled mouths. We have written this text in order to show that this voice is still speaking, and will not let itself be silenced.

(Translation by David Broder)

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