L’Europa disfatta

(Pubblicato su centrostudiriformastato.it il 20 febbraio 2025)

Com’era largamente prevedibile, Donald Trump ha preso in mano il dossier della guerra d’Ucraina per gestirlo a modo suo, cioè con pugno autocratico e imperiale, rivolgendosi unicamente all’altro autocrate imperiale della situazione, Vladimir Putin, e schiacciando sotto il tacco l’Ucraina, cioè la vittima dell’aggressione russa fin qui “protetta” – o usata – dagli Stati uniti ma oggi chiamata a saldare i debiti col protettore firmando un contratto capestro e destituendo il suo presidente Volodymyr Zelensky, per tre anni esibito dal protettore e dai suoi alleati nei summit internazionali e nei festival del cinema come il simbolo immacolato della democrazia sotto attacco ma oggi scaricato da Trump come “comico mediocre” e “dittatore non eletto” colpevole di aver voluto lui la guerra. E con l’Ucraina e Zelensky finisce nel cestino della storia l’Europa, fin qui partner fedelissimo degli Stati Uniti nella difesa del paese aggredito e nella crociata della democrazia contro l’autocrazia. Ci fosse in giro un briciolo, solo un briciolo, di onestà intellettuale, il fronte atlantista di centrodestra e di centrosinistra che ha deciso e gestito per tre anni, negli USA e in Europa, la risposta occidentale all’aggressione russa dovrebbe quanto meno ammettere una sonora e triplice sconfitta: sul piano ideologico, sul piano geopolitico globale, sul piano dei rapporti fra le due sponde dell’Atlantico.

Sul piano ideologico, perché a Trump, campione in casa propria della demolizione della democrazia liberale, di fare la guerra in nome della democrazia importa meno di zero: per lui le guerre si fanno e si chiudono sulla base di convenienze e contrattazioni economiche, non di crociate ideali o morali. Sul piano geopolitico globale, perché se è vero che la mossa di Putin del 2022 non mirava tanto o soltanto alla conquista dell’Ucraina quanto alla riconquista di un ruolo nella ridefinizione dell’ordine mondiale, Trump – diversamente da Biden e dai suoi alleati europei, arroccati a difesa dell’assetto unipolare nato dalla fine della Guerra fredda – accetta la sfida di Putin, ritenendo di avere lui stesso qualcosa da guadagnarci, che si tratti dell’accesso alle terre rare in Ucraina o in Groenlandia, di una riesumazione delle sfere d’influenza o di un rilancio del primato americano sulla base neo-tecnologica fornita dalla Silicon Valley. Sul piano delle relazioni transatlantiche, perché il sodalizio fra USA ed Europa, apparentemente rafforzato sotto la presidenza di Biden ma in realtà programmaticamente indebolito dalla conduzione americana della guerra d’Ucraina, è stato fatto a pezzi in quattro e quattr’otto da Trump e dal suo vice, come un ferro vecchio novecentesco ormai desueto e inutilizzabile nello scenario del terzo millennio.

Detto in altri termini, e sempre giocando con il numero tre. Delle tre guerre che fin dall’inizio si sono combattute sul suolo ucraino, la prima, quella territoriale fra Russia e Ucraina, ha tuttora un esito incerto, appeso al negoziato appena aperto, ma di certo vede – per tacere delle vittime che gridano vendetta da ambo le parti – una Ucraina sconfitta militarmente e devastata sul piano economico e demografico, con Zelensky destinato a essere sacrificato, e una Russia contenuta nelle sue mire espansioniste ma con Putin saldamente in sella, a onta delle scommesse occidentali della prima ora sul crollo del suo regime. La seconda, ovvero la guerra per procura fra la Russia e gli Stati Uniti che nel disegno americano puntava all’implosione della Russia e all’indebolimento dell’Europa (e segnatamente della Germania), approda con una sorprendente giravolta all’intesa fra Putin e Trump. ma lascia sul campo un’Europa sconfitta, isolata e indebolita, con costi economici enormi da smaltire, un sistema di sicurezza da reinventare, un baricentro spostato verso Est e – soprattutto – un asse politico spostato nettamente a destra. La terza, ovvero la guerra per la ridefinizione dell’ordine mondiale, vede un successo quantomeno momentaneo della Russia, che riconquista un posto nel club dei grandi e torna a essere riconosciuta dagli Stati Uniti come interlocutore, almeno fino a quando questo inedito sodalizio farà comodo a Trump per scongiurare quello fra la Russia e la Cina e a Putin per demolire quello fra gli Stati Uniti e l’Europa.

Nell’incertezza dei tempi che si aprono ci sono dunque due dati incontrovertibili con cui fare i conti. Il primo è la marginalizzazione geopolitica e la crisi economica e politica dell’Europa. Il secondo è la patente sconfitta del paradigma della guerra condotta in nome della democrazia contro l’autocrazia, che si risolve nella vittoria sulla democrazia non di uno ma di due autocrati, uno, Putin, esterno al fronte democratico occidentale, l’altro, Trump, partorito dal suo interno. Sono due dati strettamente connessi, eppure sono in pochi quelli che sembrano in grado di metterli insieme e di trarne qualche conseguenza autocritica.

Più facile è oggi, per il fronte democratico-progressista europeo sotto schiaffo, denunciare l’accelerazione verso il peggio innescata dall’avvento della presidenza Trump e lamentare l’ingerenza indebita di J. D. Vance nella politica europea. Ma Trump, Vance e Musk non sono tre alieni piovuti dal cielo: sono il frutto perverso ma non inspiegabile di una deriva di crisi inesorabile che ha eroso in profondità i fondamentali della democrazia statunitense, non per caso nello stesso arco di tempo in cui essa, troppo sicura del proprio primato, si è armata e ha chiamato i propri alleati ad armarsi contro tutti i regimi politici e le forme di vita non conformi al modello occidentale.

Né l’accelerazione trumpiana può far dimenticare che è stato l’allineamento supino agli USA di Biden a condannare la UE al suicidio politico: con l’adesione incondizionata alla narrativa americana della guerra d’Ucraina in stridente contrasto con gli interessi europei; con l’identificazione incondizionata con Kiev assunta a paradigma della democrazia; con la condivisione di un paradigma semplificato di interpretazione del mondo – democrazia vs autocrazia – dimentico della complessità del Novecento europeo; con la sostituzione del linguaggio della politica con quello delle armi. E di conseguenza, con la rinuncia a quel ruolo di mediazione politica del conflitto che oggi i leader europei reclamano fuori tempo massimo elemosinando un posto al tavolo delle trattative di pace. Il tutto – a proposito di democrazia – mentre qualunque voce critica veniva messa al bando, e la bandiera della contrarietà alla guerra veniva regalata a formazioni di estrema destra come la Lega in Italia e AfD in Germania.

Di fronte a questa debacle, che a sua volta porta al pettine molti nodi irrisolti della costruzione europea, e di fronte al radicale cambio di paradigma delle relazioni internazionali innescato dal ciclone-Trump, è disperante la povertà della reazione della classe dirigente europea in preda al panico per la perdita della garanzia dell’ombrello militare americano. Una reazione tutta incentrata al peggio sull’ossessione per la sicurezza e sull’urgenza del riarmo, come nel vertice parigino improvvisato da Macron, al meglio su un improbabile recupero di competitività e sull’invocazione di un ancor più improbabile stato unitario europeo, come nell’ultimo discorso di Mario Draghi.

Ma prima o poi bisognerà pur ricominciare a parlare di politica, su questa e sull’altra sponda dell’Atlantico. Nel cambio di paradigma azionato da Trump non c’è solo la svolta di 180 gradi rispetto al sistema di alleanze novecentesco degli Stati Uniti. C’è anche l’archiviazione dell’agenda neocon che ha dominato la politica estera statunitense dal 2001 in poi, con la sua giaculatoria dello scontro di civiltà fra la democrazia occidentale e, a turno, il terrorismo internazionale, i fondamentalismi, le dittature, le autocrazie. Un’agenda dalla quale le presidenze democratiche non sono riuscite a emanciparsi, e che ha fornito il quadro di riferimento per l’intervento degli Stati Uniti sulla scena ucraina fin dai fatti del 2014. Inquieta che questa agenda venga archiviata da Trump e non da sinistra come sarebbe stato auspicabile, ma si può sperare che la sua archiviazione liberi qualche energia sia nella sinistra minoritaria statunitense che non l’ha mai condivisa. sia fra i Dem che l’hanno dissennatamente fatta propria.

Quanto all’Europa, la debacle del fronte bellicista e l’avvento del nuovo asse autocratico romperanno inevitabilmente l’unità soffocante del mainstream politico e mediatico che ha tenuto banco negli ultimi tre anni, e porterà inevitabilmente allo scoperto i conflitti fin qui oscurati dallo zelo per la guerra. Due su tutti: quello fra le nuove destre radicali e il campo che dovrebbe contrastarle, un conflitto che comincia già a dividere chi salta e chi non salta sul carro di Trump. E quello, ben più radicato nella storia di lungo periodo, fra Europa occidentale ed Europa centro-orientale, una faglia che la guerra d’Ucraina ha ricomposto solo in superficie ma che dalla guerra esce in realtà approfondita, e che sottostà allo spostamento a destra degli equilibri politici dell’intera Unione. Chi ha davvero a cuore le sorti della democrazia europea non può che scommettere sulla agibilità pacifica e sulla potenziale generatività di queste contraddizioni, scongiurando la possibilità che soprattutto la faglia Est-Ovest inneschi una nuova deriva di guerra, questa volta fra europei secondo il codice genetico del Vecchio continente. Sul campo sacrificale dell’Ucraina restano pur sempre troppi soldi e troppe armi fuori controllo.

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Franco Piperno, una biografia del Novecento

(Pubblicato il 17 gennaio 2025 su centrostudiriformastato.it)

Ero andata a trovare Franco Piperno nella sua casa di Cosenza i primi di ottobre, con la mia amica Isa. C’erano con lui Marta, la sua compagna, e Enzo e Walter, i suoi fratelli; Elisabetta e altri amici stretti si alternavano a fargli visita. Stava male già allora, resisteva poco seduto, mangiava di malavoglia e parlava a fatica. Ma era felice di vedermi e di chiedermi notizie degli amici comuni, uno per uno: “Che fanno?”, sperando di sentirmi rispondere che qualcosa di politicamente sensato siamo ancora in grado di inventarcelo. Mentre lui riposava siamo rimasti lì a lungo a chiacchierare di tutto, compreso l’impatto del lavoro di cura nelle nostre vite, non previsto dalla nostra giovanile baldanza e così carico di spine ma anche di doni. È stata una gran bella giornata e sebbene immalinconite per Franco, Isa e io siamo tornate a casa felici di quel bagno di amicizia, intesa e complicità che si ricrea all’istante nelle famiglie elettive e allargate nate nei pressi del Sessantotto e seguenti. E nel nostro caso anche prima, perché il carisma di Franco aleggiava sulla sinistra extraparlamentare di Catanzaro già quando io ero bambina, Enzo mi portava a raccogliere funghi in Sila già prima di diventare un leader di Lotta Continua, Walter è stato un mio amico adorato negli anni del liceo, Marta, in anni più recenti, una fantastica compagna di scorribande newyorkesi. Nel corso del tempo ci siamo persi e ritrovati decine di volte, ogni volta come se ci fossimo visti la sera prima.

Lo racconto non solo perché il ricordo di quell’ultimo incontro allevia il dispiacere della perdita, ma soprattutto perché quando si parla degli anni Settanta nel linguaggio riduttivo dei media l’eredità affettiva di quella stagione non entra mai nel conto. E invece è il suo frutto migliore. Fra le altre cose, Franco è stato un grande e incessante costruttore di relazioni e di comunità. Le costruiva a modo suo, per irruzioni e sparizioni, inattese vicinanze e distratte lontananze, ma una volta che entravi nella sua orbita affettiva non ne uscivi più. Era parte della sua idea di politica: la comunità dei compagni e degli amici prima di tutto il resto. E non solo quella dei compagni storici. Una volta sono capitata per lavoro a Montreal, e non c’era nessuno fra quelli e quelle che ho incontrato che non avesse avuto a che fare con lui negli anni del suo esilio. Tornato in Italia, ha ricominciato con gli studenti dell’Unical, con i ragazzi di Radio Ciroma, con i militanti delle prime lotte a fianco dei Rom e dei migranti, e dopo i fatti di Genova 2001 con gli amici di Esc a Roma e di Uninomade in giro per l’Italia. Non la smetteva mai e gli riusciva sempre, perché maneggiava molto bene l’arma della seduzione, che si trattasse di donne, uomini, dei lupi che ha allevato a lungo con amore, delle folle convocate a decifrare sotto la sua guida il cielo stellato nelle notti d’estate.

Andrea Colombo ha scritto sul manifesto del 15 gennaio un pezzo intitolato La rivoluzione alla luce del sole che fa giustizia dei tentativi (di destra e di sinistra, vedi l’identico titolo in morte del “cattivo maestro” sul Giornale e su la Repubblica) di riportare la vita del leader di Potere operaio alla narrativa mainstream degli anni Settanta come anni di piombo tuttora carichi di misteri e di verità nascoste. Ma, scrive Andrea, “la sua idea di rivoluzione non aveva nulla di misterioso, segreto, cospiratorio. Era esplicita, ostentata, gridata alla luce del sole, come quando, in tempi nei quali i rapporti di forza rendevano normale dire quel che oggi nessuno oserebbe sussurrare, parlò apertamente di insurrezione necessaria e imminente”. Esplicito e privo di reticenza è sempre stato anche il racconto ex post degli anni Settanta – fondazione e scioglimento di Potere operaio, rapporti e non rapporti fra Potere operaio, Autonomia e BR, uso della violenza e della lotta armata, caso Moro, processo 7 aprile – che Piperno ha fornito più volte e in più sedi, pubbliche e ufficiali. Mi era capitato pochi mesi di fa di ritrovare per caso e di condividere su Facebook un suo faccia a faccia con Giovanni Minoli per “Mixer” del 1983: consiglio a chi nei Settanta non c’era di guardarlo per farsi un’idea di un’altra Italia, di un’altra stoffa di militanti, di un altro giornalismo rispetto a quello che oggi ci passa il convento. E a chi in questi giorni continua a reclamare sui social presunte verità nascoste di Piperno sul sequestro Moro e sul suo tentativo di sondare, su richiesta del PSI craxiano, la possibilità di una trattativa con le BR, consiglio di leggere il testo della sua audizione del 18 maggio 2000 alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo. La verità è che in Italia più passa il tempo più la narrativa mainstream della nebbia che ancora avvolgerebbe gli anni Settanta serve non per scoprire ciò che non si sa, ma per non fare i conti con ciò che si sa.

All’epoca, peraltro, io non vivevo a Roma, non simpatizzavo né per Potere operaio né per Autonomia e da femminista contestavo vibratamente l’uso politico della violenza come risvolto dell’ordine patriarcale e di una virilità malintesa. Delle vicende degli anni Settanta ho discusso con Franco in anni più recenti, quando lui, influenzato dall’esperienza del comunitarismo nordamericano e calato nell’esperienza dell’amministrazione di Cosenza di Giacomo Mancini e di Eva Catizone, parlava più di autogoverno, autogestione, municipalismo e genius loci che di strategie insurrezionali e rivoluzionarie. Di quelle conversazioni è impossibile restituire la densità, che faceva tutt’uno con la densità del personaggio e con la sua ineguagliabile eloquenza. Colpivano però l’ampiezza della prospettiva unita all’analisi minuta e dettagliata dei fatti, l’intreccio fra vissuto personale e storia e fra razionalità e sensorialità, le cicatrici di ferite mai rimarginate come il rogo di Primavalle (che nel 1973 lo risolse a sciogliere Potere operaio, non perché l’organizzazione fosse coinvolta in quei fatti ma proprio perché non essendolo non era riuscita a evitarli) e ovviamente il processo 7 aprile e relativo carcere preventivo (una cinquantina di capi d’imputazione tutti caduti per assoluzione, salvo quello, giuridicamente controverso, di partecipazione ad associazione sovversiva).

Come in altri casi, anche nel caso di Piperno l’etichetta di “cattivo maestro” tanto abusata nel dibattito pubblico italiano serve in realtà a rinchiudere nella condanna morale e nel minoritarismo politico percorsi politici e intellettuali che andrebbero restituiti alla loro emblematicità del “lungo Sessantotto” italiano e del Novecento non solo italiano. Aldilà della leadership di Potere operaio, Franco Piperno è stato un politico di spessore, contrassegnato da un intreccio di visionarietà e realismo che forse, per restare nel campo dell’operaismo in cui si era formato dopo la precoce e traumatica espulsione dal Pci per “deviazionismo” nel 1967, lo avvicinava malgrado le apparenze più a Mario Tronti che a Toni Negri. Ed è stato un intellettuale di spessore, contrassegnato da un intreccio di cultura scientifica e umanistica che lo rendeva capace di continui spiazzamenti dal conformismo, anche e soprattutto di sinistra. Quando parlava di fisica entrava in un’altra dimensione, inaccessibile ai più, ma era proprio, o anche, la “fisica della materia” a preservarlo dalle derive dogmatiche del materialismo marxista.

Mentre vedevano la luce tre libri (Elogio dello spirito pubblico meridionale, Roma 1997; Lo spettacolo cosmico, Roma 2007; Sessantotto. L’anno che ritorna, Milano 2008), è rimasto a lungo nel cassetto come una sorta di atto mancato un libro sul tempo, perorazione fisico-filosofica a favore del “qui e ora” contro il gradualismo e della ciclicità ritornante contro la linea retta del progressismo. Ciclico, si sa, è anche il moto rotatorio della rivoluzione. E ciclica è stata anche la dimensione della vita di Franco, dove le stesse cose ritornavano sempre. A un certo punto però anche il tempo ciclico si interrompe. Colpisce, o forse va preso come un segno di kairós, che il suo si sia interrotto proprio mentre la combriccola nera che ci governa sta facendo di tutto per ribaltare il Sessantotto e gli anni Settanta nel loro contrario e trascinarci tutti e tutte dalla parte sbagliata della storia.

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USA atto terzo

(Pubblicato su Internazionale.it il 5 novembre 2025)

Ha scritto Rebecca Solnit, sul Guardian di pochi giorni fa, che le presidenziali statunitensi si giocano anche sulla capacità delle donne sposate di difendere la propria autonomia di giudizio dalle scelte politiche dei loro mariti: ovvero di votare per Kamala Harris senza paura di “tradire” i mariti propensi a votare per Trump. Commento di Solnit: non sempre le famiglie sono microcosmi democratici; spesso sono microcosmi dittatoriali, con lui che pretende di decidere per lei pure il colore del voto. A me invece viene inevitabilmente in mente la protagonista di C’è ancora domani, il fortunato film di Paola Cortellesi, che il 10 marzo 1946 va a votare di nascosto e contro suo marito, e in quel gesto trova insieme la sua emancipazione politica e la sua liberazione personale. 

Segmenti

Siamo tornati all’Italia degli anni quaranta del novecento, negli Stati Uniti degli anni venti del duemila? Io credo e voglio credere di no: di questi tempi il patriarcato gioca duro perché è ferito, non perché è florido. Ma la preoccupazione di Solnit è un indicatore preciso dei dettagli su cui si esercita, oggi come sempre, ma forse più che mai, l’arte dei sondaggi e si giocherà la conta dei voti nel testa a testa per la Casa Bianca più ravvicinato e dall’esito più imprevedibile che la recente storia statunitense ricordi. Nessuno, alla vigilia del voto, si azzarda a scommettere su Trump o su Harris, e tutti vanno alla ricerca dei dettagli decisivi: il voto delle donne (bianche e non), il voto degli operai declassati della rust belt, il voto delle comunità afro, ispaniche, arabe, israeliane, amish… tessere che non bastano più a comporre il complicato mosaico della società americana, perché ciascuna è a sua volta divisa e fratturata al suo interno. 

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Uomini contro donne

Tanto per continuare sull’esempio delle gender politics: Kamala Harris – che, non dimentichiamolo, incarna nella propria persona il mito della donna nera figlia di immigrati che “ce l’ha fatta” nonostante le discriminazioni di razza e di genere – scommette sul voto delle donne, bianche e non, unite nella difesa della libertà delle scelte riproduttive femminili attaccate da Trump. È una scommessa potenzialmente vincente, più di quanto non lo fosse otto anni fa quella “troppo bianca” e troppo neoliberal di Hillary Clinton, e tuttavia lo stesso elettorato femminile compatto nella difesa dell’aborto non è altrettanto compatto – come in Italia, del resto – su temi sensibili come la gestazione per altri o le rivendicazioni della galassia lgbt+. Soprattutto, il segmento elettorale da tenere d’occhio rischia di non essere più tanto quello femminile quanto quello maschile: uomini bianchi in crisi d’identità – per lo più, ahinoi, sotto i trent’anni – sedotti dal machismo suprematista di Trump, uomini neri e ispanici tentati a loro volta dal miraggio di un ritorno ai ruoli tradizionali nelle loro comunità. Ed è così per tutte le altre tessere del mosaico: la lente identitaria non basta più a decifrarlo. 

Movimenti

Quattro anni fa, nel movimento nato dall’assassinio di George Floyd, si era affermato infatti il criterio dell’intersezionalità: non si trattava più di sommare gli apporti elettorali di comunità identitarie diverse ma di cercare i punti di intersezione tra le linee di discriminazione di genere, razza e classe, e di costruire una coralità politica sulla base di una critica comune al razzismo, al sessismo e al classismo sistemici del capitalismo statunitense. Quel movimento oggi non c’è più, ma l’ispirazione intersezionale è rimasta viva nel movimento a favore della Palestina che ha infiammato le università americane l’anno scorso, rafforzando la critica del sistema con la prospettiva anticoloniale e pacifista. Senonché, mentre nel 2020 quel movimento dal basso ha avuto il suo ruolo nel portare alla vittoria la coalizione sociale pro-Biden, oggi di un analogo circolo virtuoso tra contestazione e rappresentanza non c’è traccia. 

Kamala Harris non ha risposto alle domande di un cambio di rotta rispetto a Biden sulla questione mediorientale, e rischia su questo di pagare pegno sia nell’elettorato arabo sia in quello giovanile. Nemmeno si sente una vaga eco di critica di sistema nella sua proposta della opportunity economy rivolta alla classe media, che per quanto largamente preferibile alla miscela trumpiana di populismo e turbocapitalismo resta saldamente ancorata a un credo compiutamente neoliberale. Ma senza questi due scarti rispetto al passato della politica dem, che cosa resta del “nuovo capitolo del futuro” basato sulla speranza e sulla gioia che Harris aveva promesso al suo elettorato alla convention di Chicago? Che cosa resta di quell’accorato invito lanciato allora da Michelle Obama a “uscire dalla luttuosità” dell’epoca trumpiana? 

Metà del popolo statunitense in quella luttuosità fatta di messaggi aggressivi, di minacce di guerra civile, di contestazioni preventive dell’esito del voto, di machismo sopra le righe, di fantasmi di migranti che mangiano gatti e rubano posti di lavoro, di falsità inventate contro ogni evidenza, sembra proprio volerci rimanere. Dimenticando o condonando non solo l’assalto a Capitol Hill, ma anche tutti i guasti del primo mandato presidenziale di Trump: la sua retorica violentemente divisiva, le sue promesse di reindustrializzazione del Midwest rimpiazzate con politiche prone agli interessi di Wall street, la sua piena occupazione fatta di precari ed essentials malpagati, le sue milizie speciali mobilitate contro gli immigrati nelle città più accoglienti, la sua accelerazione del declino e dell’isolamento degli Stati Uniti coperta dallo slogan “Make America great again”, la sua pessima gestione negazionista della pandemia. E il sequel, come ha detto Barack Obama alla convention di Chicago, “sappiamo che sarebbe peggiore”. 

Misteri

È questo alla fine il grande mistero che queste presidenziali ripropongono agli Stati Uniti e all’occidente democratico: di che pasta sia fatto il legame che unisce una parte del popolo, talvolta maggioritaria, a leader populisti che lo seducono godendo della demolizione della democrazia, della distruzione del confine tra vero e falso, di una ostentazione di potenza maschile che nasconde un fantasma persecutorio di impotenza. Trump non è né il primo né l’unico di questi leader populisti, e in Italia ne sappiamo qualcosa da prima che lui spuntasse all’orizzonte. Ma certo inquieta, in una società come quella statunitense tradizionalmente portata al mutamento veloce, il ripresentarsi per la terza volta – 2016, 2020, 2024 – della stessa piattaforma devastatrice dall’alto premiata da un consenso diffuso dal basso. 

Che cosa significa dunque questa ripetizione della confrontation tra la tenuta della democrazia americana e la sua programmatica distruzione trumpiana, e che cosa differenzia questa terza puntata della serie dalle due precedenti? Il testa a testa fra Trump e Harris ci dice, in primo luogo, che la strategia di normalizzazione tentata da Biden quattro anni fa, volta a ripristinare il funzionamento fisiologico della macchina democratica statunitense dopo “l’anomalia” trumpiana, non è riuscita, o almeno non del tutto. Pessimo leader in politica estera, Biden è stato un buon presidente in politica interna, come dimostra l’impressionante tasso di crescita – sette punti in più di produttività – della pur declinante prima potenza mondiale, un dato che rimane positivo malgrado l’inflazione e l’aumento del costo della vita. Eppure stavolta neanche il buon andamento dell’economia riesce a placare le insoddisfazioni, i rancori e gli umori distruttivi e autodistruttivi filotrumpiani dell’America profonda. A dimostrazione del fatto che dagli assalti populisti la democrazia non si salva, né negli Stati Uniti né altrove, tornando “normale”: o fa un salto di qualità, non solo ripristinando la sua regolarità formale ma autoriformandosi in senso più egualitario e inclusivo, o si impantana in una deriva inarrestabile verso il peggio di prima. Questo salto di qualità non c’è stato ed è il primo atto mancato della strategia democratica di contenimento del trumpismo. 

Plutocrati

Il secondo, e connesso, atto mancato è l’allarme insufficiente nei confronti non tanto del revenant di Donald Trump, quanto dell’avvento del suo compare Elon Musk. Perché nel loro tandem non c’è solo la precipitazione della tendenza plutocratica del sistema statunitense, né “solo” l’occupazione privata della sfera pubblica, con relativa gestione algoritmica e totalitaria della propaganda politica. C’è il germe di un’alleanza organica tra post-democrazia autoritaria e futurismo digitale che è in grado davvero di cambiare radicalmente, e imprevedibilmente, le sorti del pianeta. 

Un pianeta, come ben sappiamo, già terremotato da due guerre che hanno messo a nudo senza sconti il declino dell’egemonia americana. Aver lasciato a Trump il vessillo della promessa di pace, continuando a impugnare quello della guerra infinita contro gli autocrati da una parte e quello del sostegno ai massacri di Netanyahu dall’altra, è il terzo – imperdonabile – errore dei democratici statunitensi, come del resto di ciò che resta delle sinistre europee. Sarà pur vero che gli elettori americani sono tradizionalmente poco sensibili alla politica estera del loro paese, ma intanto quella promessa di Trump rischia di pagare, malgrado sia tanto vaga su come siglare la pace in Ucraina tanto precisa su come siglarla in Medio Oriente, a spese dei palestinesi e al prezzo dell’inasprimento del conflitto con l’Iran. 

Se vince Trump, anzi il tandem Trump-Musk, si aprono scenari imprevedibili e tutt’altro che pacificati, sia all’interno sia all’esterno degli Stati Uniti. Se vince Harris, ci sarà da combattere dall’interno del fronte democratico, come auspica Bernie Sanders, perché la prospettiva della pace si faccia strada contro i bollori bellicisti. Nell’un caso e nell’altro l’Europa sarà costretta a ripensare sé stessa: nel primo caso ricontrattando – si spera – il proprio ruolo all’interno di un atlantismo che sotto la presidenza Biden l’ha indebolita economicamente e politicamente, nel secondo fronteggiando una connessione transatlantica delle destre radicali e delle democrazie illiberali che rischia di demolirla. ◆

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Se torna l’obamismo

(Pubblicato su centrostudiriformastato.it il 26 agosto 2024)

Non sono stata a Chicago durante la convention democratica, che ho seguito in notturna dall’Italia. C’ero stata però a maggio, sedici anni dopo la mia prima volta lì che risale ai primi di ottobre del 2008, quando si cominciava a realizzare che Barack Obama avrebbe davvero vinto la corsa per la Casa bianca. Chicago era una città in festa, avvolta da una nuvola di jazz, popolata da neri, uomini e donne, che trasmettevano felicità nel portamento e nel sorriso; un mese dopo, la sera del 6 novembre, si sarebbe riversata nel Grant Park per festeggiare il primo Presidente afroamericano degli Stati Uniti e l’ingresso della prima famiglia nera alla Casa bianca. Chicago aveva fatto la storia. Sedici anni dopo, pur nel suo immutato splendore architettonico, mi è sembrata trasformata: svuotata, immalinconita, senza musica e con i neri arretrati dal centro al ghetto e ai quartieri periferici. Le mie amiche che vivono lì mi hanno dato alcune risposte a questa impressione superficiale: la pandemia e lo smart working per lo svuotamento del centro, la loneliness tecnologica per la malinconia solipsistica che è un problema di tutta l’America, e quanto ai neri il riflusso del movimento Black Lives Matter e, in aggiunta, l’appannarsi del feeling con Barack e Michelle Obama, rei fra l’altro di avere scelto come sede della loro fondazione il lungofiume borghese invece del ghetto che avevano abitato da giovani attivisti. Per me, obamiana della prima ora, una doccia fredda, ulteriormente raggelata dalle cassandre che intanto in Italia decretavano che “il brand Obama” era definitivamente caduto in disgrazia.

Si sbagliavano: alla convention democratica i titoli del “brand” sono risaliti e il feeling con la città è rinato. Gli “Obamas” sono tornati a casa, la casa li ha accolti a braccia aperte sommergendoli di ovazioni e, raccontano le cronache, Chicago è di nuovo una città in festa. Com’è possibile una tale resurrezione? O viceversa, com’era stato possibile consegnarli agli archivi con tanta disinvoltura? Si può rispondere che i due hanno rispolverato per l’occasione il loro carisma, che la loro abilità comunicativa ha sfondato in un evento mediatico costruito alla perfezione, che il discorso di Michelle è stato fra i più memorabili della storia politica moderna e che il suo look da black warrior veicolava al meglio il suo messaggio. Oppure si può prendere la questione più seriamente, chiedersi che cosa significhi questa impronta degli Obama sulla convention, se e come la nomination di Kamala Harris abbia a che fare con la loro eredità obamiana e che fine avesse fatto questa eredità durante le presidenze di Trump e di Biden – magari assumendo che le correnti politiche hanno un andamento diverso e più complicato dei brand di alta moda o dei titoli di borsa.

Si pone alcune di queste domande Ezra Klein, fondatore di Vox e oggi titolare di un autorevole podcast sul NYT, nonché fra i primi ad avere osato scrivere che Biden avrebbe dovuto ritirarsi e pertanto indiziato di avere influenzato tutto l’andamento delle ultime vicende in casa dem. La sua tesi è che il vero passaggio del testimone che si è consumato a Chicago non è quello fra Biden e Harris, bensì quello fra Obama, anzi gli Obama, e Harris. A un primo livello, c’è una chiara investitura diretta in quello “Yes, she can” che l’ex presidente regala alla candidata, e una evidente analogia nel fatto che entrambi fanno di sé stessi i testimonial viventi dell’America plurale, multiculturale e inclusiva che evocano. A un secondo livello c’è l’indicazione politica precisa che Obama ha indirizzato al team Harris-Walz in un passaggio cruciale del suo intervento, quando si è smarcato dalla polarizzazione esasperata fra “i blu” e “i rossi” per rilanciare un modo di fare politica basato su ciò che unisce più che su ciò che divide, e sull’ascolto più che sulla condanna di chi la pensa diversamente (il cosiddetto “centrismo” di Obama, che non nasce però dai pallottolieri parlamentari ma dalla sua conoscenza delle comunità di base e della loro distanza dal linguaggio della politica istituzionale).

Da Michelle a Kamala

C’è però anche un terzo, più nascosto e più interessante livello del passaggio del testimone. Klein osserva che il riferimento e il ringraziamento a Biden, ben presente in apertura dell’intervento di Barack Obama (“Joe e io veniamo da due diversi background, ma siamo diventati fratelli…”), era invece assente dall’intervento di Michelle, tutto incentrato sull’urgenza di uscire dalla cupezza e dalla luttuosità dell’era trumpiana per ritrovare “il potere magico e contagioso della speranza”: come se la ex first lady pensasse che dal 2016 a oggi l’egemonia del discorso trumpiano non fosse mai stata scalfita, nemmeno dalla presidenza di Biden. Il quale in effetti, osserva Klein pur senza volerlo diminuire, non è stato un prosecutore del messaggio di cambiamento di Obama, bensì una figura della stabilizzazione e della normalizzazione: la figura giusta nel 2020 per frenare la slavina eversiva di Trump e per rassicurare un paese devastato dalla pandemia e dalla crisi economica, ma non oggi che i tempi sono maturi per riprendere il sentiero interrotto del progetto obamiano.

Quel progetto, va ricordato, sfonda nel 2008 ma risale a quattro anni prima, quando Obama, allora giovanissimo senatore dell’Illinois, aprì la convention democratica per le prime presidenziali successive all’11 settembre, dalle quali per una manciata di voti uscì rieletto George W. Bush e sconfitto John Kerry. Anche allora, nel pieno dello “scontro di civiltà” con l’Islam, c’era una destra che puntava a monopolizzare e blindare le concezioni della nazione, della patria e della libertà – non per caso le stesse parole che oggi tornano al centro dello scontro – ancorandole a valori tradizionalisti, etnocentrici e neoliberali. Obama fece irruzione sulla scena con la sua contro-narrazione della storia americana, basata su un pluralismo meticcio e inclusivo e ancorata ai valori dell’uguaglianza, della libertà e del diritto alla realizzazione di sé scritti nella Dichiarazione d’indipendenza. Contro il neoconservatorismo di Bush jr allora e contro il sovranismo di Trump oggi il messaggio è lo stesso: l’America vera – “the best of America” – è quella costruita di generazione in generazione da coloro che quei valori li rinnovano, non da coloro che li tradiscono.

Rimettere a fuoco l’obamismo, si badi, non significa solo estrarne un catalogo di contenuti e tonalità emotive contrapposti a quelli del trumpismo: speranza e gioia contro rancore e cupezza, cambiamento contro arroccamento, apertura contro chiusura, cura degli altri contro egoismo sociale, libertà relazionale contro libertà di farsi gli affari propri, benessere della middle class contro interessi dei miliardari eccetera. Significa anche riaprire l’interpretazione della vicenda politica americana dell’ultimo quarto di secolo, smentendo le tesi dei “realisti” di destra e di sinistra che nell’obamismo hanno sempre voluto vedere un’esperienza labile e parentetica, e restituendogli invece lo spessore e il radicamento di un’esperienza di cambiamento che è realmente avvenuta – tanto realmente da avere suscitato una reazione feroce come quella trumpiana – , che può ancora tornare e che non è necessariamente destinata a essere neutralizzata da una “normalizzazione”, repubblicana o democratica che sia.

Il colore nero

Niente però torna mai identico a sé stesso. E oggi la differenza dal passato, oltre alla neocandidata ed ex procuratrice che ovviamente ci metterà del suo, la fa l’asse femminile del passaggio del testimone: come scrive Ezra Klein, più da Michelle che da Barack a Kamala, perché Michelle e Kamala condividono e rivendicano la stessa provenienza da una genealogia femminile nera che conosce bene il lato oscuro, razzista e misogino, del sogno americano, e sa quanto sia duro combatterlo. Resocontata dai nostri media – sempre generici quando si parla di genere – come l’ennesima tappa della lunga marcia femminile verso i vertici del potere politico, la convention di Chicago ha messo in scena in realtà, assieme al potere magico e contagioso della speranza, quello altrettanto magico e contagioso del tramonto del patriarcato, dal quale spunta come una scia luminosa un corteo di donne nere a sostegno l’una dell’altra, che convocano a loro volta a sostegno di tutte un corteo di madri, nonne e suocere, testimoni inconfutabili che la vera tessitura della nazione, nella buona e nella cattiva sorte, in pace e in lotta con il sistema, l’hanno fatta loro, con il loro lavoro produttivo e riproduttivo spesso invisibile e misconosciuto, con le loro lotte e con la loro fede incrollabile che la storia, prima o poi, si sarebbe messa a girare dalla loro parte. Restano sullo sfondo i padri, i buoni padri della Dichiarazione d’indipendenza evocati da Barack Obama e i cattivi padri che continuano ad abbandonare le mogli, a molestare le donne, ad abusare i bambini, a essere ossessionati come The Donald dalle dimensioni della folla e di qualcos’altro.

Il futuro dunque è donna ed è nero, di un nero non luttuoso ma solare che brilla sulla pelle di Kamala, Michelle, Oprah Winfrey, Alexandria Ocasio-Cortez. Ed è questa linea del colore la novità rispetto alle tappe precedenti dell’avvicinamento femminile alla Casa bianca, come la candidatura sfortunata di Hillary Clinton nel 2016 o il precedente confronto fra lei e Sarah Palin nelle primarie del 2008, entrambi dominati dalla retorica neoliberale della “prima donna a rompere il tetto di cristallo”. Stavolta il nero gioca e vince, non solo sul suprematismo maschile ma anche, e benché in alleanza e sorellanza, sul privilegio della donna bianca. In una convention che rimette al centro della narrativa dem la ricchezza plurale del “we, the people” contro l’appello identitario del leader al popolo, questo black power femminile non è un elemento accessorio del quadro: ne è piuttosto la sintesi, intersezionale ed egemonica, ed è perché rappresenta questa sintesi, non perché “è una donna” al pari di quelle che occupano solitariamente i bianchissimi vertici politici europei, che Kamala Harris ce la può fare.

Due macigni

Basterà? Nel paese che la politica-spettacolo l’ha inventata e la sa fare davvero, una convention che solo otto settimane prima, all’indomani del flop televisivo di Biden, si annunciava come una cerimonia malinconica, solo cinque settimane prima, all’indomani dell’attentato a Trump, si temeva come un rito perdente, solo quattro settimane prima, all’indomani della rinuncia di Biden, si paventava come un’incognita fuori controllo, è diventata invece un capolavoro politico e mediatico dal quale la nuova candidata esce come una star, il partito democratico esce compattato e ringiovanito, i sondaggi elettorali escono sovvertiti, i social network inondati, le parole d’ordine cambiate, la narrativa della “più straordinaria democrazia del mondo” rilanciata. Una buona performance, lo sappiamo, ha sempre un effetto performativo: non è mai pura finzione e agisce sempre sulla realtà. Non c’è dubbio dunque che l’ottima performance di Chicago avrà i suoi effetti, sulla mobilitazione del partito e probabilmente anche sul voto, anche se la strada resta in salita e l’esito finale imprevedibile.

Ma per quanto perfetta, una performance non annulla la realtà, né la esaurisce né la sostituisce. E sotto l’entusiastica apertura del “nuovo capitolo del futuro” restano come macigni due giganteschi dati di continuità col passato. Il primo è il presupposto neoliberale della politica economica che il pur enfatizzato spostamento a favore della middle class e di una “economia delle opportunità” non arriva comunque a mettere in discussione, un presupposto dal quale né il clintonismo (in versione Bill e Hillary) né l’obamismo, sia pure con diverse gradazioni, si sono mai discostati, e al quale si deve per gran parte l’adesione di popolo alle false promesse sovraniste e protezioniste di Trump.

Il secondo, più stupefacente e allarmante, è la visione del ruolo egemonico degli Stati Uniti nel mondo, come se dal ritiro dall’Afghanistan o dall’impotenza in Medio Oriente o dallo stallo in Ucraina non fossero arrivate sufficienti smentite; e di conseguenza la visione delle due guerre in corso in Europa e a Gaza. Sulle quali a Chicago è valsa perlopiù la stessa regola del silenzio e dell’omissione già sperimentata su questa sponda dell’Atlantico durante le elezioni del parlamento di Strasburgo: tutti, salvo AOC e Bernie Sanders, hanno accuratamente evitato anche solo di sfiorare il tema, ignorando le proteste della piazza – peraltro meno numerose del previsto. È vero che sul Medio Oriente Harris promette un significativo passo avanti rispetto a Biden, affermando contemporaneamente il diritto alla sicurezza di Israele (cui giura comunque eterno sostegno, e dunque armi) e il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi. Ma è anche vero che sull’Ucraina si attesta sulla linea di una “enduring struggle” – la chiama così, e chi ha qualche memoria del dopo 11 settembre sa che quell’aggettivo, enduring, non porta bene – fra la democrazia e tutte le autocrazie del mondo che spalleggiano l’autocrate interno, cioè Trump. Persistendo così nella doppia contraddizione che da un quarto di secolo erode l’egemonia americana nel mondo: l’idea che la democrazia si espanda e si difenda con le armi, e l’idea che l’appello alla pluralità valga all’interno ma non serva per ricostruire una qualche forma di coesistenza pacifica fra culture e regimi politici diversi su scala globale. L’Obama del discorso del Cairo del 2009, purtroppo, non è tornato.

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Coreografia del Trump redento

(Pubblicato su Centrostudiriformastato.it il 20 luglio 2024)

Quando il re vacilla Dio lo soccorre. È un’antichissima regola della politica occidentale, non smentita ma anzi riconfermata dal lungo processo della secolarizzazione moderna. Si chiama supplemento teologico, e in tutte le democrazie occidentali ha ripreso piede via via che la sovranità statual-nazionale ha perso vigore sotto i colpi della globalizzazione e di flussi e agenti sovranazionali. Per fare un esempio, negli Stati Uniti – dove peraltro la benedizione di Dio viene tradizionalmente invocata alla fine di qualunque discorso politico ufficiale – ne fece largo uso George W. Bush dopo l’11 settembre, dando statuto di missione divina alle guerre americane che dovevano servire a contrastare il fondamentalismo religioso islamico.

A Donald Trump, secolarissimo tycoon che tutto deve al dio denaro con la d minuscola ma molto anche a una fetta di solido e fanatico consenso evangelico, quel supplemento finora mancava. Adesso ce l’ha, servito sul piatto d’argento dall’attentato di Butler. Come dubitarne? Se un candidato presidente sfugge per pochi millimetri a un colpo mortale, è un segno evidente della volontà di Dio di incoronarlo. Un altro unto dal Signore, in Italia conosciamo l’articolo.

Salvato e benedetto da Dio, Trump può così accettare “con fede e devozione” la nomination di una convention bulgara che adotta al volo il nuovo distintivo dell’orecchio fasciato. Risorto da una morte scampata e redento dal suo passato di peccatore, l’ex presidente è pronto per una nuova narrativa, di sé stesso e del suo paese. Gli USA non sono più “il carnaio” di otto anni fa ma un paese diviso da guarire, e lui ne sarà il guaritore. Lui non si presenta più come il capo divisivo di una parte ma come “il presidente di tutti”, salvo gli immigrati per i quali promette una squisitamente neonazista “deportazione di massa”. Le guerre in corso sono creature dei Dem, che “hanno ereditato un pianeta in pace e l’hanno trasformato in un pianeta in guerra”, ma ci penserà lui a farle cessare appoggiandosi in Europa a Orbán, “uomo molto potente e duro”, e sostenendo a oltranza Netanyahu in Medio Oriente. L’impero non è in declino bensì “all’apice di una nuova età dell’oro”, nella quale “andremo avanti e insieme vinceremo, vinceremo, vinceremo” (ricorda qualcuno?). Con l’aiuto del neo-delfino J.D. Vance, che (come Bill Clinton, ma questo Trump non lo dice) “ha conosciuto sua moglie a Yale”: anche il supplemento Ivy League al tycoon mancava, e anche questo ora ce l’ha.

Il passato golpista di Trump è cancellato, e il New York Times pubblica sotto il titolo “Il Trump che non dovresti dimenticare” una sintesi per immagini del suo primo mandato, augurandosi che funzioni “come avvertimento”. Ma com’è stata possibile questa cancellazione, nel volgere di pochissimi giorni? Conviene riavvolgere il nastro, e ripercorrere il modo in cui l’attentato di Butler è stato documentato, coreografato e interpretato: quando si dice il potere delle immagini, o di una immagine.

Tre scatti

Sono tre, non uno, gli scatti che immortalano l’attentato; lo ha notato subito, con la sua consueta acutezza, Paolo Giordano sul Corriere della Sera. Il primo, di Doug Mills, cattura il proiettile di Thomas Matthew Crooks in volo, grazie all’incredibile qualità tecnologica di uno scatto di un ottomillesimo di secondo. Il secondo, di Anna Moneymaker, coglie Trump caduto dopo il colpo, atterrito e fragile; è la fotografia della vulnerabilità del potere. Il terzo, quello ormai stranoto di Evan Vucci, immortala Trump rialzato, il viso insanguinato a favore di camera, il pugno alzato divincolato dalla stretta della scorta, la bocca che incita il suo popolo a “combattere, combattere, combattere”, la bandiera a stelle e strisce che sventola alle sue spalle sullo sfondo del cielo blu; è la fotografia del potere che non molla e raddoppia. Perché la terza, non la seconda, sia diventata l’immagine-simbolo dell’evento è tutt’altro che una domanda banale, e dice già molto del fatto, del contesto e degli spettatori.

La risposta rimbalza da giorni sempre uguale da un medium all’altro e da un commento all’altro: è in quella immagine che Trump mostra la sua stoffa di capo e di combattente, trasformando nel giro di pochi secondi lo scacco dell’attentato nell’annuncio di una vittoria ormai certa, tanto più certa in quanto la sua ostentazione di forza contrasta implacabilmente con le recenti immagini di un Joe Biden invecchiato, claudicante e disorientato. Ma siamo sicuri? E se pure ne siamo sicuri, come mai tanto entusiasmo bipartisan per quell’immagine di rivalsa e per quell’urlo di guerra?

Il significato di una fotografia, si sa, è il risultato di un doppio sguardo: lo sguardo di chi la scatta e lo sguardo di chi la riceve. Non so se è per puro caso che sia stata una donna, Moneymaker, a cogliere nel Trump caduto la vulnerabilità del leader, e un uomo, Vucci, a immortalare nel Trump rialzato la rivincita rabbiosa ed eroica del capo. Ma so per certo che il senso delle due foto cambia a seconda che a guardarle sia un occhio sedotto o un occhio distante dal virilismo duro e puro che lo scatto di Vucci immortala e santifica. Su una come me, per dire, quello scatto non esercita alcuna seduzione né fascinazione: piuttosto quell’orgoglio ferito, quell’ostensione del sangue, quel pugno alzato che promette e comanda di combattere mi allarmano e mi spaventano. Perché sintetizzano e rilanciano la (ri)costruzione di una virilità superomista e muscolare che oggi rispunta da ogni dove, in un mondo che riscopre la guerra e il riarmo come uniche bussole e nel quale troppe donne si lasciano cooptare senza marcare alcuna differenza dalle misure maschili. C’è in quella foto di Vucci un dettaglio trascurato ma non irrilevante, quello della poliziotta in primo piano che non riesce a contenere l’esuberanza reattiva del candidato ferito: immagine anch’essa iconica di una parità di genere che per le donne è omologante e perdente, quando si risolve in mero adeguamento – o peggio, arruolamento – alle regole maschili.

Il vulnus rimosso

Ancora. Una foto parla, anche questo si sa, per quello che mostra, ma anche per quello che non mostra; per quello che lo scatto include, ma anche per quello che esclude. Nella foto di Vucci il corpo ferito, redento e sacralizzato di Trump si staglia sullo sfondo di un cielo azzurro che cancella l’evento e il contesto: non c’è il colpo, non c’è il palco né la folla, non ci sono la sorpresa, la paura, la confusione, le urla, non ci sono le due vittime, non c’è il dramma né del prim’attore né degli spettatori. Tutto è trasceso nell’icona della reazione coraggiosa e risoluta del capo: il significato della foto, diffusa in tutto il mondo in tempo reale, satura il significato dell’evento, “without a moment to think”, senza un attimo per pensare, come ha scritto in un’ottima analisi Philip Kennicott sul Washington Post.

Impensato, e rimosso, resta così quello che invece lo scatto di Moneymaker coglie e mette a fuoco: il vulnusinferto al corpo del Capo, e per suo tramite al corpo politico impegnato nel rito elettorale. E per estensione dunque la vulnerabilità della democrazia stessa, che non serve consegnare a un leader “maschio e duro”, come Trump definisce Orbán parlando anche di sé, perché sia salva: al contrario, è così che la si condanna a una maggiore vulnerabilità, derivante da un di più di violenza legittimata dall’alto. Almeno a far data da quella eclatante scoperta della propria vulnerabilità che furono gli attentati dell’11 settembre, la democrazia americana ripete questa nevrotica alternanza fra la percezione della propria vulnerabilità e la sua saturazione con l’invito a “combattere, combattere, combattere”: ora all’esterno dei suoi confini, con lo “scontro di civiltà” contro fondamentalisti, tiranni e autocrati, ora all’interno, con la creazione voluta ed esacerbata di fronti contrapposti.

La nebbia della post-verità

Quest’ultima è stata precisamente il nucleo della strategia retorica e politica di Donald Trump, prima da presidente in carica e poi da ex presidente pronto a tutto pur di riconquistare lo scettro perduto. Un intero apparato politico e mediatico sovranazionale, particolarmente solerte in Italia, si è mobilitato nei giorni scorsi per attribuire la responsabilità dell’attentato di Butler alla “criminalizzazione” di Trump nella retorica dei Democratici, alla polarizzazione politica, ai giornali progressisti, ai movimenti di contestazione della sinistra americana, capitalizzando così immediatamente l’effetto-Vucci di sublimazione del personaggio politico reale nella vittima sacrificale e nel simbolo del coraggio insanguinato e protetto da Dio e dalla bandiera. Ma bisogna essere ciechi per non vedere che se – se – responsabilità indiretta di quel colpo c’è, essa va ricercata in primo luogo nel contesto retorico e politico creato, autorizzato e legittimato precisamente da Trump. Non solo con l’indimenticabile assalto a Capitol Hill, che resta l’attacco più violento mai sferrato contro le istituzioni di una democrazia dal suo interno. Ma già prima, e poi ancora dopo, con i commenti acquiescenti sul raduno neonazista di Charlottenville, con le sparate sul sangue puro degli americani e impuro degli immigrati, sui Democratici traditori e su Biden usurpatore, sull’antiamericanismo woke, per tacere delle sue battute sull’aggressione subita dal marito di Nancy Pelosi o dei variegati ingredienti che compongono la miscela caotica e esplosiva della post-verità di era trumpiana.

Nella quale anche i fatti più incontrovertibili restano avvolti da una nebbia inquietante. Alla fine, delle tre foto che abbiamo menzionato la più misteriosa rimane quella apparentemente più evidente, lo scatto di Mills della traiettoria del proiettile di Crooks. Del quale mai sapremo perché sia stato sparato e perché non sia stato impedito. Non lo si potrebbe dire meglio che con le parole di Bruno Cartosio su il manifesto del 18 luglio: “Tre sono i fatti incontestabili: Crooks non ha mirato all’orecchio destro di Trump, Trump è stato colpito nella parte del corpo meno debilitante in assoluto, polizia e servizi segreti hanno ucciso l’attentatore, ma solo dopo non avere protetto il bersaglio dell’attentato. Troppe imperfezioni perché sia una cospirazione, perché non si tratti di realtà vera”. Vera, ma non per questo – ed è la tragedia della politica oggi – attendibile.

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Il passo brevissimo dal post-fascismo al maccartismo

(Pubblicato su Centroriformastato.it il 6 luglio 2024)

In un paese come l’Italia, che nella classifica mondiale sulla libertà di stampa si era meritato quest’anno il posto n. 46 su 180, l’inchiesta di Fanpage su Gioventù nazionale è molto più che un’ottima notizia. È un esempio di come potrebbe e dovrebbe funzionare la sfera pubblica in una democrazia mediatizzata, se l’informazione fosse più libera e più indipendente dalla politica e se il sistema politico fosse meno autoreferenziale di quanto solitamente non siano.

Lanciato e rilanciato per giorni e senza tregua in televisione da la 7, il viaggio “sotto copertura” di Fanpage nell’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia non ha solo illuminato una fetta della realtà che altrimenti sarebbe rimasta segretata, ha anche innescato un circolo virtuoso con le istituzioni: l’inchiesta è stata acquisita dalla Commissione del Senato contro l’Intolleranza, il razzismo e l’antisemitismo, e ha fatto irruzione sui tavoli della concertazione europea seminando più di un dubbio sull’affidabilità di Giorgia Meloni. L’opinione pubblica italiana ed europea ha dovuto prendere atto che il partito che governa l’Italia coltiva al suo interno una generazione di giovani quadri che praticano e rivendicano saluti fascisti e nazisti, esaltazioni del Duce e del Führer, dichiarazioni programmatiche razziste (“se mi stupra un nigeriano abortisco, ma solo se si tratta di un nigeriano”) e insulti antisemiti come quelli indirizzati perfino a una senatrice ebrea di FdI. Uno spaccato inquietante e desolante della cesura di memoria novecentesca che taglia politicamente e generazionalmente l’Italia di oggi, e che non risparmia la Germania, la Francia, i paesi dell’Europa centro-orientale. Uno tsunami culturale e politico inaggirabile, quali che siano in tutto il continente i responsi elettorali che escono dalle urne e le formule politiche inventate per arginare l’onda montante delle destre.

Inaggirabile alla fine anche per Meloni, che dopo una decina di giorni di silenzio assordante sul merito e di attacchi contundenti al metodo dell’inchiesta ha dovuto prendere formalmente le distanze dai suoi giovani militanti con una lettera rivolta ai dirigenti del suo partito. Nella quale, dopo un immancabile incipit auto-commiseratorio (“sono arrabbiata e rattristata….”), afferma che “non c’è spazio in FdI per posizioni razziste o antisemite, per i nostalgici dei totalitarismi del ‘900, per manifestazioni di stupido folklore”, dice che lei ha altro da fare che perdere tempo con chi “recita un copione macchiettistico”, ripete che FdI i conti con il passato li ha fatti da quel dì e in particolare nel 2019, aderendo “con totale convinzione” alla risoluzione del Parlamento di Strasburgo sulla memoria europea, quella che condannava pari e patta “tutte le dittature del ‘900”. E aggiunge che FdI non è più solo il partito della destra storica italiana bensì “il partito di tutti i patrioti italiani, a prescindere dalla loro provenienza politica”. Alla fin fine, dunque, per lei non c’è notizia: a parte i recitatori del “copione macchiettistico” che le ha rovinato l’immagine mentre lei trattava con i grandi della Terra al G7, Gioventù nazionale è “un movimento forte, sano, colorato, curioso e aperto”, e quanto alla collocazione di FdI rispetto al passato e al futuro “non c’è trucco e non c’è inganno”.

Non ci sarebbe notizia neanche per noi, che non da oggi sosteniamo che la risoluzione del 2019 con cui il Parlamento europeo equiparava nazismo e comunismo avrebbe spalancato le porte alla rilegittimazione della peggiore destra europea come forza che chiudeva col passato proiettandosi verso un glorioso futuro. Se non fosse che invece, ancora una volta, il trucco e l’inganno ci sono eccome, e non stanno solo nel pertinace rifiuto di Meloni di pronunciare la parola antifascismo, come molti le rimproverano illudendosi che possa mai farlo, né solo nella negazione ostinata dei fili che intercorrono tuttora fra il “copione macchiettistico” che va in scena negli scantinati di Gioventù nazionale e la cultura politica del “partito dei patrioti”.

Il trucco sta intanto nella consueta pratica del capovolgimento della frittata che la ditta Meloni & co. ha usato ancora una volta per ribaltare le proprie responsabilità in colpe altrui, attaccando di piatto il giornalismo d’inchiesta sotto copertura come “metodo da regime” e confondendo artatamente lo spionaggio di Stato e di governo contro l’opposizione politica con il doveroso controllo dell’informazione su chi governa e sta al potere. Una di quelle confusioni programmatiche che sono diventate la regola nella retorica della ditta, e che puntano deliberatamente a spingere l’opinione pubblica nella nebulosa passivizzante della dissonanza cognitiva – né più né meno di quanto ha fatto per quattro anni la retorica di Trump con l’opinione pubblica statunitense.

Si avvale del medesimo trucco l’argomento principe del tentato contrattacco scatenato da Meloni e dai suoi dopo l’inchiesta di Fanpage, argomento secondo il quale l’antisemitismo dei giovani “patrioti” sarebbe macchiettistico, mentre l’antisemitismo vero, quello da prendere e combattere sul serio, starebbe tutto a sinistra, da Melenchon e Corbyn (e Fratoianni, secondo il presidente della comunità ebraica milanese) ai centri sociali italiani ai movimenti pro-Palestina in tutto l’Occidente. E qui dal trucco passiamo all’inganno.

Meloni ha taciuto sulla prima parte dell’inchiesta di Fanpage, quella in cui si trattava di neofascismo, neonazismo e razzismo, e ha parlato solo dopo l’uscita della seconda parte, quella in cui si trattava di antisemitismo. La tempistica è tutt’altro che casuale: con ogni evidenza, tacere anche sulla seconda parte avrebbe comportato il rischio di un disallineamento dall’atlantismo fanaticamente filo-israeliano cui la politica estera di Meloni è saldamente ancorata. E che sta facendo della lotta all’antisemitismo il proprio mantra, il che sarebbe sacrosanto, spacciando però per antisemitismo – anche in questo caso artatamente – qualunque contestazione del Governo israeliano e qualunque manifestazione di solidarietà con il popolo palestinese, il che invece è politicamente criminale oltre che criminalizzante nei confronti delle sinistre radicali e dei movimenti.

Attenzione, perché la materia è delicata e va trattata con molta cura. Il contrasto dell’antisemitismo è stato un pilastro della religione antifascista dell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale. È vero che l’antisemitismo, ingrediente costitutivo del nazifascismo, è un virus che può presentarsi e si è presentato anche al di là del campo della destra. Ma capovolgerlo in una prerogativa della sinistra, assolvendone invece una destra che guarderebbe al futuro libera dal proprio passato, è una bestemmia inaccettabile, com’è inaccettabile fare della lotta a un antisemitismo inventato l’arma finale di un occidentalismo militarizzato e senza argomenti. Dopo la Seconda guerra mondiale ci vollero pochi anni perché negli Stati Uniti l’antifascismo volgesse in maccartismo. Oggi possono volerci pochi istanti perché il maccartismo diventi l’approdo del post-fascismo truccato da a-fascismo.

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Europee, luci nel vento

(Pubblicato il 12 giugno

I conti elettorali veri, insegnavano una volta i maestri di politica e di giornalismo, vanno fatti sui voti assoluti, non sulle percentuali. Tanto più se le percentuali sono falsate dalla discesa libera del numero dei votanti. Esempio: FdI vanta da due anni un 26,5% ottenuto alle politiche del 2022, ma tenendo conto dell’astensione quel valore è pari al 17% dell’intero corpo elettorale. Lo stesso vale adesso per le europee: le percentuali di tutti i partiti andrebbero ricalcolate, e scenderebbero di conseguenza, sulla base di quell’implacabile 50% di astenuti che continua a segnalare l’agonia della democrazia rappresentativa senza che nessuno se ne preoccupi granché.

A maggior ragione i conti cambierebbero se si avesse la pazienza di aspettare i valori assoluti invece di fare la gara a chi azzecca per primo le percentuali nelle maratone televisive. Perché poi, con i valori assoluti, arrivano le sorprese. Infatti, sorpresa! Guardando i valori assoluti si scopre che Giorgia Meloni detta Giorgia, nel frattempo proclamata urbi et orbi titolare di un salto dal 26,5 al 29% che proverebbe un aumento dei consensi rispetto al 2022, in realtà rispetto al 2022 di consensi ne ha persi seicentomila: FdI passa infatti dai 7 milioni e 300.000 voti delle politiche ai 6 milioni e 704.000 delle europee. Idem per Forza Italia e Lega, che perdono 400.000 voti ciascuno. Aumentano invece di 250.000 voti il PD, e di 500.000 AVS, mentre il M5S ne perde ben 2 milioni e 300.000. Non solo. Nel suo insieme, la coalizione di centrodestra mantiene ma non aumenta il suo bacino di voti, come del resto è avvenuto anche nel 2022 e avviene dal 1994 in poi, mentre la somma dei partiti d’opposizione sarebbe teoricamente superiore a quella della maggioranza di governo. Ma com’è noto il centrodestra si avvale da sempre di un vantaggio coalizionale su un centrosinistra perennemente diviso.

Questi dati non smentiscono, sia chiaro, l’egemonia politica e culturale che la destra può rivendicare oggi rispetto alla sinistra, ma ridimensionano l’entità numerica dell’“onda nera” che attraversa l’Italia. Così come andrebbe correttamente dimensionata – cosa tutt’altro che semplice data la disparità dei sistemi politici nazionali che convergono nelle elezioni europee – quella che attraversa l’intero continente.

Sul piano storico e simbolico l’avanzata delle destre più o meno radicali, soprattutto in Francia, Germania e Austria – ma la destra cresce anche in Bulgaria, Lussemburgo, Belgio e guadagna poco o nulla in Spagna, mentre l’Europa del Nord va in controtendenza e premia socialisti e Verdi – è un dato disperante che riporta le lancette della storia a un secolo fa, con la differenza che un secolo fa a contrastare il fascismo e il nazismo c’erano un socialismo e una socialdemocrazia forti della Rivoluzione russa del 1917, mentre oggi a contrastare sovranismi, nazionalismi, razzismi, tradizionalismi e autoritarismi di varie gradazioni ci sono sinistre pallide e riplasmate dal neoliberalismo e dall’abiura della propria tradizione. Se a questo si aggiungono gli effetti devastanti dell’onda nera sull’asse franco-tedesco fin qui pilastro dell’Unione, che si sommano ai molteplici effetti disgreganti dell’Unione stessa indotti dalla guerra d’Ucraina, è evidente che la costruzione europea rischia un balzo all’indietro più che una battuta d’arresto, tanto più se i venti di guerra continueranno a spirare trasversalmente da destra e da sinistra.

L’allarme va dunque tenuto alto più di quanto lo farebbero suonare i dati elettorali nudi e crudi. Sul piano numerico, infatti, i danni dell’onda nera sembrano più contenuti. I due raggruppamenti di destra, Conservatori e riformisti (Meloni) e Identità e democrazia (Le Pen e Lega), guadagnano rispettivamente 4 e 9 seggi, ma l’attuale maggioranza tiene con i Popolari che guadagnano 10 seggi e malgrado i Socialisti e democratici ne perdano 4 e i liberali di Renew ne perdano ben 23. Formalmente dunque Ursula von der Leyen ha i numeri per puntare a un secondo mandato all’insegna di una continuità “pro-Europa, pro-Ucraina e pro-Stato di diritto”, come lei la definisce. Ma in realtà si sa che i giochi sono già aperti per un allargamento o ai Verdi o alla destra di Conservatori e riformisti, cui i Socialisti hanno però opposto un “giammai”. È un quadro perfetto per i giochi di Giorgia Meloni ma aperto anche a quelli di Marine Le Pen, giacché sulla carta è possibile anche una maggioranza di centrodestra (Popolari, Liberali, Conservatori, Identità e democrazia), ancorché più risicata di quella attuale. Ma se anche la maggioranza attuale fosse confermata, è evidente che l’onda nera la condizionerebbe dall’esterno e sui contenuti (immigrazione, questione sociale, politiche di bilancio) molto più di quanto non sia già accaduto negli ultimi anni, tanto più che agli equilibri del Parlamento di Strasburgo vanno aggiunti quelli del Consiglio europeo, già ben presidiato da destra da Meloni e Orbàn ma destinato a spostarsi ancor più a destra se Le Pen (da oggi ufficialmente sostenuta dai gollisti) vincerà le elezioni francesi indette repentinamente da Macron o se Scholz dovesse cedere lo scettro a un popolare.

Mai come oggi tuttavia il quadro elettorale non basta a fare luce sul quadro politico reale. Non solo per i tassi di astensionismo sempre più elevati in tutto il continente. Ma soprattutto perché resta forte l’impressione che le urne abbiano dato sì entità e contorno ai venti di destra, ma non abbiano né dissipato né profilato con maggior precisione i venti di guerra. Rimossa o evitata dalla campagna elettorale, la guerra – d’Ucraina soprattutto – resta rimossa ed evitata nei commenti post-elettorali. Nicola Fratoianni fa bene a sottolineare che l’asse guerrafondaio di Scholz e Macron è stato pesantemente penalizzato dal voto. Ma che dire del consenso riconfermato a Donald Tusk, quello che poche settimane fa ci ha informato che siamo in una fase prebellica da un paese come la Polonia, che nell’Europa di oggi (e per volontà degli USA) conta più della Germania? E come interpretare il crollo dei Verdi a livello continentale e segnatamente in Germania: come un no alla transizione ecologica, o come uno schiaffo alla loro posizione ultra bellicista?

Tutto lascia presumere che malgrado i mal di pancia filo-putiniani della destra più radicale l’allineamento atlantista sull’escalation ucraina resterà quello che è almeno fino alle presidenziali statunitensi, e che l’Europa continuerà a restare senza voce sul massacro di Gaza e sulla sempre possibile estensione del conflitto mediorientale. Curiosamente, e malgrado Giorgia Meloni, per una volta potrebbe essere proprio l’Italia a fare una qualche differenza. La lista di Santoro com’era prevedibile non ha raggiunto il quorum, ma abbiamo eletto candidati pacifisti nel PD, in AVS e nel M5S, che si spera facciano sentire la loro voce a Strasburgo. AVS è la forza politica più premiata dal voto, non solo per la sacrosanta difesa dello Stato di diritto rappresentata dalla candidatura di Ilaria Salis, ma anche per il no all’invio delle armi in Ucraina, per il no all’Europa-fortezza rappresentato dalla candidatura di Mimmo Lucano, per un programma orientato al rilancio del welfare e dei diritti sociali e civili. Sarebbe l’abc di un rilancio della sinistra, se anche Elly Schlein, più sicura della propria leadership, cominciasse a osare di più di quanto non abbia saputo o potuto fare finora, disallineandosi dal mainstream atlantista. E se il M5S decidesse finalmente che cosa vuol fare da grande. Il laboratorio politico italiano non dorme mai, come ben sappiamo. Dopo decenni di sperimentazioni a destra, chissà che non si rimetta a girare a sinistra.

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Urne di guerra, due volte surreali

(Pubblicato il 31 maggio 2024 su centrostudiriformastato.it)

Scivolare nel prevedibile è il certificato di morte della politica, che dal prevedibile dovrebbe essere l’arte di scartare. Di giorno in giorno e di mese in mese un’Europa senza politica è scivolata verso il redde rationem prevedibilissimo fin dall’inizio della guerra d’Ucraina: che la dissennata strategia di una proxy war condotta tramite fornitura di armi di difesa all’Ucraina (ma, vilmente, senza l’impiego dei boots on the ground) si sarebbe prima o poi trasformata inevitabilmente in una guerra di offesa alla Russia, o quantomeno in una deterrenza minacciosa e non priva di conseguenze. In primo luogo, perché il confine fra difesa e offesa è sempre molto labile, indecidibile a tavolino e comunque scivoloso. In secondo luogo, perché la logica delle armi è una logica che di per sé sfugge ai vincoli di scopo: una volta che ci sono, le armi vanno usate, per difesa o per offesa non importa (e già questa logica sarebbe un motivo sufficiente per bloccarne per decreto mondiale la produzione e il commercio). In terzo luogo, perché la maschera idealista e bugiarda del sostegno all’Ucraina come frontiera di difesa della democrazia occidentale dal dispotismo orientale poggiava sulla scommessa implicita e illusoria dell’affossamento della Russia tramite sanzioni, dell’implosione del regime di Putin, e magari della deflagrazione dell’intera Federazione russa in una miriade di nazionalismi ingovernabili.

In due anni e mezzo di guerra nessuno di questi tre wishful thinking campati per aria si è realizzato. Tocca leggere sulla stampa statunitense, non certo su quella italiana che agita lo spettro dei cosacchi a Tallin e a Varsavia, per quali vie Putin è riuscito non solo a dribblare le sanzioni ma anche a rilanciare l’economia interna e gli investimenti all’estero, a risarcire la classe media traendone ulteriore consenso, a liberarsi di pezzi di apparato ostili, a dosare l’impiego di forze armate sul fronte ucraino in modo da gestire una guerra di logoramento più che di conquista (chi si ricorda più dei 60 km di carri armati che dovevano marciare su Kiev nel lontano febbraio del 2022?). E tocca spiluccare sempre sulla stampa estera le notizie sulle condizioni reali in cui versa l’Ucraina, fra la tragica perdita di un’intera generazione maschile, le fughe dall’ultima e spaventosa legge sulla coscrizione, la caduta del consenso a Zelensky, la rabbia per le promesse non mantenute dall’Occidente e segnatamente dagli Stati Uniti, rei di aver ritardato così a lungo l’ultimo invio di armi boicottato dal Congresso. Domanda: chi era più preoccupato per le sorti del popolo ucraino, chi lo ha armato dai salotti televisivi o noi pacifisti tacciati di filoputinismo che fin dall’inizio abbiamo chiesto invano trattative e negoziato?

Ora che siamo al dunque, cioè all’autorizzazione a usare le armi della NATO contro le basi russe e alla conseguente (ma già vista) esibizione russa di muscolarità nucleare, tre cose sono chiare. La prima è che la tanto sbandierata unità europea sulla questione ucraina ha i giorni contati, come dimostra la già evidente spaccatura fra la Francia, la Polonia, la Germania e i Paesi baltici da un lato, e i paesi riluttanti, Italia in testa, dall’altro. La seconda è che questa disarticolazione dell’Unione europea, con relativo spostamento a destra del suo asse politico e culturale, era precisamente lo scopo non dichiarato di questa guerra, nonché l’unico a essere stato raggiunto. La terza è il carattere surreale della campagna per le elezioni europee che volge al termine dopo un inglorioso svolgimento.

Nella quale campagna di tutto si è parlato e si parla fuori che dell’unica cosa di cui si sarebbe dovuto e si dovrebbe parlare, cioè la guerra e le relative posizioni delle forze politiche in campo. Oppure se ne parla come di una realtà parallela e ininfluente sull’unico gioco che invece conterebbe e che sarebbe il destino di Ursula von der Leyen, a sua volta legato a quello di Giorgia Meloni e di Marine Le Pen: il trio femminile che – noi femministe dobbiamo dirlo con realismo e amarezza – non ha fatto e non fa nessuna differenza dai principi e dai metodi della politica maschile, anzi li rafforza e li legittima ulteriormente.

È due volte surreale, dentro questo quadro, che mentre ci si esercita a indovinare i punti e le virgole della prevedibile avanzata delle destre nel voto dell’8 e 9 giugno, e a valutare quali effetti tale avanzata avrà sul governo dell’Unione, nessuno ammetta, anche e tanto più nel fronte progressista, che la crescita culturale e politica delle destre europee è un frutto diretto della guerra d’Ucraina. È vero infatti che il vento sovranista spirava sul Vecchio continente già prima della guerra, ma è altrettanto vero che la guerra d’Ucraina gli ha dato forme, fini e cornici narrative che prima non aveva: aumentando il peso specifico dei Paesi dell’Est e dei Baltici, facendo naufragare il progetto di un’Europa-ponte fra Occidente e Oriente e alimentando la costruzione di un’Europa-fortezza (armata), portando a compimento il cambiamento sostanziale della costituzione ideale dell’Unione – già autorizzato dal parlamento di Strasburgo con la famosa risoluzione del 2019 – da antifascista a antitotalitaria. Mentre di converso la guerra agiva come cartina di tornasole della fine delle sinistre europee, rimaste prigioniere di quella narrativa neoliberale dell’89-91 e del trentennio successivo che ha impedito loro qualunque scostamento significativo dalla narrativa mainstream del conflitto russo-ucraino.

Niente più del sempre solerte laboratorio politico italiano è emblematico di questa situazione. È stato l’allineamento sulla guerra d’Ucraina a consentire a Giorgia Meloni di legittimarsi sul piano internazionale facendo le sue giravolte dal sovranismo di partenza al “cambiamento dell’Europa dall’interno”, passando per quello stesso atlantismo di ferro a guida statunitense che di fatto, con la guerra, l’Europa la stava smontando. Ed è stato l’allineamento immediato e irriflesso sulla guerra d’Ucraina del Pd di Enrico Letta a impedire al Pd, malgrado i successivi scostamenti di Schlein, di cogliere l’ultima occasione che la storia gli forniva per riflettere autocriticamente sul proprio dna.

Certo, si può e si deve scommettere sulle contraddizioni che la deriva verso l’escalation del conflitto non mancherà di aprire sia a destra, per le note divergenze fra l’atlantismo di Meloni e il filoputinismo di Salvini, sia a sinistra, grazie anche alle “incaute” candidature immesse da Schlein come una spina nel fianco del suo establishment interno. Si può e si deve contare sulla coerenza di AVS, che pure in passaggi parlamentari difficili ha tenuto ferma la barra del no all’invio delle armi, pur se non va taciuta né sottovalutata la posizione interventista dei Verdi europei nel loro complesso. Si può e si deve dare credito alle posizioni antibelliciste espresse dal M5S. Si può e si deve, infine ma non ultimo, appoggiare il tentativo della lista “Pace, terra e dignità” di imporre la centralità del tema della guerra a un sistema politico che nel suo insieme avrebbe voluto nasconderlo come la polvere sotto il tappeto – tentativo che forse avrebbe potuto utilmente puntare più su uno sfondamento mediatico che sulla perigliosa partecipazione alla conta elettorale.

Sono le condizioni minime per andare a votare e per convincere quanti più elettori possibile ad andare a votare. Quello che non si può e non si deve fare, invece, è sperare che una sinistra si possa davvero ricostruire, in prospettiva, continuando a eludere tutti i problemi geostrategici, politici, economici, esistenziali che la guerra d’Ucraina ha rovesciato su un mondo capovolto.

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Gabriella Bonacchi, segni e semi di una biografia

(Pubblicato il 14 marzo 2024 su centrostudiriformastato.it)

“Scrivere la vita di una donna” di Carolyn Heilbrun è stato un libro importante per il femminismo. Uscì nel 1988 (in Italia, per La Tartaruga, nel 1991) e parlava della necessità di scrivere biografie femminili veritiere, capaci cioè di restituire quell’esperienza vissuta che sfugge ai canoni e agli stereotipi cui le donne e le loro opere vengono assegnate, perché è proprio in questo scarto fra il canone e la verità dell’esperienza che risiede l’originalità e la creatività delle donne. Heilbrun lo scrisse a partire da sé, riflettendo sulla misoginia imperante nel mondo accademico che l’aveva costretta negli anni Sessanta a adottare uno pseudonimo, Amanda Cross, per firmare i gialli per l’appunto poco canonici che l’avrebbero resa famosa ma non si attagliavano al suo profilo ufficiale di cattedratica della Columbia University. E partendo da sé, Heilbrun indicava la pista giusta per scrivere la biografia di tutte quelle intellettuali femministe novecentesche che come lei hanno tradito i canoni disciplinari e accademici per una ricerca orientata dalla verità dell’esperienza femminile.

Quel libro mi è tornato alla mente pochi giorni fa, mentre ascoltavo l’intensa commemorazione di Gabriella Bonacchi che a un mese dalla sua scomparsa si è tenuta nella Fondazione Basso di Roma, dove Gabriella ha lavorato dai primi anni Settanta fino all’estate scorsa. E dove ha tessuto quella trama esistenziale che solo le donne sanno tessere, facendo continuamente la spola fra esperienza, sapere e politica e miscelandoli in un campo di eccedenze: eccedenza dai ruoli prescritti, dalle aspettative incombenti, dai confini disciplinari, dalle tappe curriculari. Anche nel lavoro intellettuale la differenza sessuale è sempre all’opera: gli uomini si specializzano, si identificano in un ruolo sociale, lavorano ciascuno per sé, accumulano meriti e titoli, scrivono libri compatti e costruiscono carriere coerenti, laddove noi donne vaghiamo fra saperi diversi in preda a curiosità incomprimibili, nutriamo imprese collettive, dissipiamo risorse e disperdiamo competenze, costruiamo contesti e relazioni; e proprio perciò seminiamo in modi e luoghi imprevedibili, lasciando tracce di noi alla decifrazione e al desiderio di genealogia di altre.

Di questa differenza Gabriella è stata una portatrice emblematica e consapevole, fiera ed estrema. Filosofa di formazione (all’università di Firenze, negli anni a cavallo del Sessantotto) diventò storica per scelta, senza mai rinunciare però al suo profilo precedente. Instradata verso l’accademia – grazie anche al suo lungo soggiorno di studi post-universitari in Germania, insieme con il suo compagno di vita e di lavoro Giacomo Marramao – non esitò a lanciarsi, grazie all’incontro fortuito e fortunato con Lelio Basso nel 1973, nell’avventura della costruzione della Fondazione; ma mantenendo con l’accademia un rapporto di signoria, che le ha consentito di tenere in piedi nel corso del tempo una rete imponente di contatti fra studiosi e studiose di mezzo mondo. Cofondatrice di Memoria, rivista pionieristica di storia delle donne che ha segnato la cultura del femminismo italiano degli anni ‘80, si è inoltrata in seguito con altrettanta passione in altri territori, dalla storia del diritto (Legge e peccato. Anime, corpi, giustizia alla corte dei papi, Laterza 1995) alla questione della cittadinanza (con Angela Groppi) ai problemi di bioetica (con Stefano Rodotà), sempre spinta da un intuito infallibile sulle frontiere emergenti del pensiero contemporaneo.

Si accavallano perciò ricordi di Gabriella diversi per stagioni e generazioni. Dalle sue collaboratrici di più antica data come Mariuccia Salvati e Angelina Arru, che la ricordano come giovanissima studiosa di Rosa Luxemburg, della crisi del 1929 e della socialdemocrazia tedesca e come organizzatrice delle memorabili “settimane marxiste” della Fondazione Basso, alle sue eredi prescelte come Chiara Giorgi, che sottolinea il “raffinato intreccio” di sguardi sul passato e sul presente e l’eleganza curiosa e multilingue con cui Gabriella costruiva i suoi “pensatoi”, o come Catia Papa che la ringrazia “per avermi autorizzata a parlare liberandomi dall’ansia della legittimazione accademica”.

Ma resta forse Memoria l’impresa che meglio restituisce la personalità di Gabriella. Quando la rivista nacque (1981, su iniziativa, con Gabriella, di Marina D’Amelia, Michela De Giorgio, Angela Groppi, Maria Luisa Boccia, Paola Di Cori, Yasmine Ergas, Margherita Pelaja, Simonetta Piccone Stella), la storia delle donne non esisteva come campo disciplinare riconosciuto. Non c’erano le fonti, sostenevano gli storici paludati, per ricostruire la storia di una parte dell’umanità esclusa dalla storia. Si trattava appunto di trovarle, cercandole in quella zona di confine e sovrapposizione fra privato e pubblico, personale e politico, singolare e collettivo, oralità e scrittura, generi e mentalità che la storiografia maschile non frequenta: “Ragione e sentimenti” titolava emblematicamente il primo numero della rivista, e altrettanto emblematicamente titolava Destino e carattere un bel saggio che Gabriella scrisse con Michela De Giorgio sul quarto numero dedicato alle politiche delle donne.

Ed è precisamente lì, all’incrocio fra destino e carattere, che ricordano Gabriella le amiche che condivisero con lei l’esperienza di Memoria, come riproducendo sulla sua storia singolare il metodo praticato sulla storia delle donne. Sì che insieme con il “destino e carattere di una combattente” (Michela De Giorgio), con l’“indomita progettualità di una esponente della nostra generazione” (Marina D’Amelia), con la capacità di indagare l’impatto dei grandi fatti storici sulle vite singolari (come Gabriella fece nel gruppo “Balena” ragionando sulla guerra in Kosovo, racconta Maria Luisa Boccia), vengono fuori altri e non meno significativi tratti della sua personalità: il suo anticonformismo eccentrico, il suo lato istrionico (“sembrava camminare sempre su un palcoscenico”), il piacere della conversazione con cui “monitorava le amicizie” (Gabriella Pinnarò), i suoi toni “mai moderati, sempre o sopra o sotto le righe”, la passione per l’arte e per il cinema (Maria Rosaria Ferrarese). E per la moda, perché per Gabriella tutto era segno e faceva segno, a cominciare dai vestiti che indossava, o dal repentino taglio di capelli con cui annunciò al mondo che era entrata con leggerezza adolescenziale nell’età matura (Benedetta Bini). È di tutti questi segni che è fatta la vita di una donna, ed è attraverso tutti questi segni che la si può riscrivere.

A rischio, naturalmente, di essere smentite. “Fosse stata presente, Gabriella non avrebbe resistito alla tentazione di intervenire per dire la sua”, sorride Giacomo Marramao – la sua metà, e mai espressione fu più appropriata che nel loro caso –, dopo aver ricordato che cos’era per Gabriella l’amore, “l’energia dell’incontro fra singolarità irriducibili”. Franco Ippolito, attuale presidente della Fondazione, conclude constatando quanti semi Gabriella sia riuscita a piantare, “nei libri e nelle relazioni, nella ricerca e nelle risate”. È consolante innaffiare tutti quei semi nella comunità delle amiche e degli amici, per quanto consolante possa essere testimoniare la vita di un’altra quando, come nel caso di chi scrive, si piange la perdita di una testimone della propria.

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Il campo di battaglia del patriarcato vacillante

(Pubblicato su internazionale.it il 23 novembre 2023)

Ci sono due buone notizie nello shock di massa provocato dall’efferato femminicidio n. 106 di Giulia Cecchettin (già diventato il penultimo: l’ultimo, il n. 107, è quello di Rita Talamelli, 66 anni, Fano, strangolata dal marito di settant’anni che poi ha provato a suicidarsi senza riuscirci). La prima buona notizia è la reazione di Elena, la sorella di Giulia, seguita da quella del corpo studentesco di Padova e di tutta Italia. Con la lucidità che solo il dolore riesce talvolta a dare, Elena ha lanciato quattro messaggi lapidari: che il suo non è un lutto privato ma pubblico e politico, che l’assassino della sorella non è un mostro ma un ragazzo mostruosamente normale (“il vostro bravo ragazzo”), che gli uomini tutti devono mettersi una mano sulla coscienza perché questi ragazzi normali li produce una società di uomini che non rispettano e non sanno amare le donne, che l’unico modo per onorare la morte di Giulia non è piangere in silenzio ma parlare e “bruciare tutto”.

Le/gli studenti l’hanno capita al volo, ribaltando il minuto di silenzio programmato dall’alto in memoria di Giulia in un minuto di rumore autogestito dal basso e corredato dallo slogan “vento corri con me”. Basta con i minuti di silenzio, basta con le fiaccolate sommesse, basta pure con le scarpette rosse e le giornate di stato contro la violenza di genere. Ribellarsi è giusto, bruciare tutto, quantomeno metaforicamente, è sacrosanto. Finalmente.

La questione è maschile
La seconda buona notizia è che stavolta un po’ di uomini hanno finalmente provato a dire, o quantomeno a balbettare, qualcosa di sé. Lo ripetiamo da anni scontrandoci contro un muro di silenzio lesionato solo da poche eccezioni: la violenza contro le donne è una questione maschile; devono risolverla i carnefici, non le vittime. Stavolta il muro s’è rotto, fra scrittori, artisti, attori, uomini di sport, intellettuali, attivisti di sinistra. Contiamo di riscontrarne presto i risultati nelle loro opere e nelle loro pratiche, personali e politiche.

Passiamo alle notizie cattive. Che come sempre vengono dalla televisione, dai giornali mainstream e dalla scena istituzionale, il solito circolo mediatico-politico sempre uguale a se stesso dove anche le tragedie si volgono immancabilmente in farsa. Qui la parola maschile perde ogni barlume di autocoscienza e ritrova il piglio fastidioso e molesto del mansplaining: uomini che pretendono di spiegarci tutto anche di cose di cui non sanno nulla. Esempio, il patriarcato, su cui fior di opinionisti hanno preso a sproloquiare a vanvera. Abituati come sono a fare da trent’anni i ventriloqui della narrativa occidentale dello scontro di civiltà, si erano convinti che il patriarcato è un arcaismo da paesi islamici o da autocrazie orientali, e che noi democratici occidentali ce lo siamo lasciato alle spalle da quel dì.

Senonché nei paesi occidentali le donne continuano a essere massacrate, e in paesi più moderni e paritari del nostro tipo la Svezia ancor più che nel nostro. Il che significa evidentemente che certe strutture patriarcali resistono, o non si dissolvono d’incanto, anche nelle democrazie occidentali più avanzate; ma i nostri mansplainer preferiscono dedurne che i femminicidi non c’entrano niente col patriarcato. Altri, da destra, la fanno più breve: i femminicidi non hanno niente a che fare con il contesto sociale, culturale e politico né tantomeno con ventilate responsabilità o complicità dell’umanità maschile, sono gesti inconsulti ed episodici di criminali da sbattere in galera buttando la chiave, punto e basta. Quanto al patriarcato, è morto e sepolto dal giorno in cui c’è una donna a capo del governo, per giunta, come lei stessa ama sottolineare, nata e cresciuta in una famiglia di donne: e poco importa se guida un partito da lei battezzato Fratelli d’Italia, se si fa chiamare “il presidente”, se ha un piglio fallico da fare invidia ai suoi compagni di ventura e se governa in nome della patriarcalissima triade “dio, patria e famiglia”.

Fra struttura e storia
Tocca ribadire qualche nozione di base, e provare a ragionare. Il patriarcato è una struttura socio-simbolica (cioè un ordine sociale sorretto dall’ordine simbolico e viceversa) basata sulla legge e sul cognome del padre, sul dominio degli uomini, sull’oppressione e sul consenso delle donne. È una struttura transculturale (cioè radicata in tutte le culture), trasversale (cioè né di destra né di sinistra), trans-storica (cioè resistente al cambiamento d’epoca). Il che non significa però né che sia dappertutto uguale né che sia immodificabile o invincibile.

Avere a che fare con la cultura patriarcale che permane nelle democrazie occidentali è certamente preferibile a dover lottare contro uno stato patriarcale islamico strappandosi il burqa o il velo di dosso e rischiando la galera o la lapidazione. Tuttavia, la parità di genere e i diritti democratici occidentali di per sé non salvano le donne né dalla misoginia né dalla violenza maschili, che del patriarcato sono ingredienti fondamentali e se ne infischiano sia della parità sia dei diritti, come le statistiche europee sui femminicidi per l’appunto dimostrano. Giulia Cecchettin e decine di donne come lei non sono state uccise perché non avevano diritti; sono state uccise, nonostante li avessero, perché hanno detto “no” a un uomo.

Il “no” che uccide
Quel “no”, che agli assassini sembra evidentemente un capriccio (esattamente come il “no” a un rapporto sessuale non desiderato sembra agli stupratori un mezzo sì), condensa la libertà e l’indipendenza dal desiderio e dalle imposizioni maschili che da un secolo a questa parte le donne stanno conquistando in tutto il mondo, ivi compresi quei pezzi di mondo dove alle donne i diritti non sono concessi, come dimostra il caso dell’Iran. Ed è quel no che gli uomini-killer, e non solo loro, letteralmente non sopportano: perché non ne va solo dell’inappropriabilità e dell’inaddomesticabilità dell’altra, ma della percezione di sé, di un sé evidentemente ancora talmente ingabbiato in un’identità maschile tradizionale, fuori tempo massimo, da non trovare ragioni d’esistenza fuori da quella gabbia.

Non è un caso che al femminicidio faccia seguito tanto spesso un suicidio: come se privato del possesso di una donna, un uomo non solo si sentisse autorizzato a sopprimerla, ma non potesse sopravviverle. Attenzione, perché è qui che interviene l’appello di Elena Cecchettin agli uomini, tutti, perché si mettano una mano sulla coscienza: perché di femminicidi ce n’è “solo” uno ogni tre giorni, ma di relazioni fra un uomo e una donna che vanno a male perché lei finisce annichilita e lui auto-amputato ce ne sono migliaia al giorno. Non c’è donna che, a qualunque età e a qualunque latitudine, non abbia avuto a che fare con un uomo incapace di rapportarsi al di lei desiderio senza distruggerla e senza autodistruggersi.

Senza il credito femminile
Ma se il dominio maschile ha bisogno di queste dosi massicce di violenza per confermarsi, e se le donne non sono più addomesticabili, di quale patriarcato stiamo parlando? “Il patriarcato è finito, non ha più il credito femminile ed è finito”, recitava già più di vent’anni fa un testo della Libreria delle donne di Milano intitolato “È accaduto non per caso”. Quel testo fece scandalo, perché il patriarcato appariva allora, come appare ancora oggi, pieno di risorse. Invece era un testo profetico, perché vedeva che, con la rivoluzione novecentesca della libertà femminile, per l’ordine patriarcale era cominciato il declino, ne gioiva ma contemporaneamente ammoniva che quel declino avrebbe avuto dei costi molto salati. I femminicidi di oggi sono uno, il più terribile, di questi costi.

La libertà femminile e la fine del consenso femminile al dominio maschile hanno inferto una ferita insanabile al patriarcato, che proprio perché è ferito e destabilizzato reagisce con maggiore violenza: finché le donne erano addomesticabili e sopportavano in silenzio, lo mostra bene il film di Paola Cortellesi che non a caso di questi tempi riempie le sale, non c’era bisogno di sopprimerle, bastava un ceffone di prima mattina per tenerle in riga. Oggi siamo più a rischio non perché siamo più oppresse, ma perché siamo più libere.

La legge del padre non fa più ordine
Ma il patriarcato vacilla anche per altre ragioni, e sotto spinte di tutt’altro segno. Lungo tutto il corso della modernità la legge del padre, che non è solo dominio ma anche principio di autorità e dispositivo simbolico garante del rapporto fra desiderio e legge, ha funzionato come presupposto e collante di un ordine sociale che procedeva dalla famiglia alla fabbrica allo stato subordinando le pulsioni individuali e collettive a fini superiori e condivisi.

Ma oggi, e non da oggi, questa coerente sequenza è saltata e la legge del padre non fa più ordine né nella sfera privata né nella sfera pubblica. E non solo perché, come tutti sono pronti a riconoscere non senza nostalgie sospette, la famiglia patriarcale si è disfatta, i ruoli di genere sono cambiati e la trasmissione generazionale si è inceppata. Bensì perché il “discorso del capitalista”, come lo chiamava Jacques Lacan, ha soppiantato la legge del padre, imponendo un’economia psichica e un ordine – o un disordine – sociale basati sul principio di prestazione e sul godimento immediato dell’oggetto e dell’altro ridotto a oggetto, che non tollerano il differimento del desiderio, la frustrazione della mancanza e la smentita di un “no”.

Se il possesso di una donna diventa così irrinunciabile e il suo diniego così insopportabile, le ragioni vanno ricercate anche nell’economia psichica propria dell’impero della merce e del mercato, che non genera mostri devianti ma figli disciplinati e conformi, perfettamente assoggettati alle sue norme: “i nostri bravi ragazzi”, insospettabili fino a un attimo prima di estrarre un coltello dallo zaino.

Il fuoco amico che viene da destra
Senonché questo impero indiscusso della merce e del mercato, della prestazione e del possesso compulsivi, non è privo di nemici interni, e prospera sotto il rischio costante del fuoco amico. Il libertarismo senza padri e senza autorità, senza mancanza e senza limiti del “discorso del capitalista” non poteva non produrre il suo doppio speculare e reazionario e infatti l’ha prodotto, nella sagoma dell’autoritarismo neo-patriarcale e sovranista che il rapporto con l’altro lo risolve innalzando muri e fili spinati e armando fino ai denti le nazioni, i popoli e gli individui (maschi) sotto la già citata formula “dio, patria e famiglia” riesumata dal cimitero della storia. E qui a doversi mettere la mano sulla coscienza sono le destre oggi ovunque dilaganti, perché se il romanzo di formazione maschile torna a essere un romanzo militarista e violento osannato nella sfera pubblica non ci si può poi scandalizzare delle sue ricadute nella vita personale e nei rapporti con l’altro sesso.

Nella cascata di commenti sui fatti di Vigonovo brilla l’assenza di qualunque riferimento al contesto di guerra permanente in cui le giovani generazioni maschili si stanno formando. Eppure qualcuno il nesso lo vede eccome: “Contro la deriva del neomatriarcato serve appellarsi ad Abramo”, titola un articolo del Foglio del 23 novembre, e così fra Vigonovo e la tragedia israelo-palestinese il cerchio della violenza si chiude.

I femminicidi non sono un fatto nuovo nella lunga storia del patriarcato. Ma ne sono, di tempo in tempo, un sintomo. Quelli di oggi parlano di un patriarcato ferito e vacillante, sottoposto alle spinte contrapposte della libertà femminile da un lato e della macchina capitalistica dall’altro, e oggetto di pericolosi desideri di restaurazione e di revanche da parte dei nostalgici dell’ordine perduto. Il patriarcato non è un relitto del passato e non è un destino che ritorna sempre uguale: è un campo di battaglia di cui è nelle nostre mani decidere le sorti. Nostre, cioè di noi donne e degli uomini che sapranno e vorranno fare la differenza dal “maschile come valore dominante”, come titolava un testo inaugurale del femminismo di fine anni sessanta, e dalle maschere con cui non smette di ripresentarsi. Nei falò accesi in memoria di Giulia si riaccende la miccia di un desiderio politico ormai antico e sempre nuovo.

 

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