L’escalation delle parole

Pubblicato il 5 maggio 2022 su centrostudiriformastato.it

Ho vissuto e commentato tutte le guerre che hanno punteggiato il disordine mondiale post-89 da una posizione di minoranza, e spesso di minoranza nella minoranza. Nel 1990 ero contro la Guerra del Golfo, voluta dagli Usa e autorizzata dall’Onu contro Saddam Hussein che si era annesso il Kuwait: l’annessione di Saddam era illegittima, ma la rilegittimazione della guerra come strumento di risoluzione di una controversia internazionale avrebbe aperto una nuova epoca belligerante dopo la pace armata della Guerra fredda, come infatti è puntualmente avvenuto. Nel 1998 ero contro “l’intervento umanitario” in Kosovo (così venne chiamata allora la guerra della Nato nella ex Jugoslavia, con una mistificazione linguistico-politica analoga a quella della “operazione speciale” di Putin in Ucraina): le ragioni dei kosovari andavano certamente sostenute, ma le bombe sopra Belgrado mi parevano il modo peggiore di farlo e le conseguenze le stiamo pagando ancora adesso, Putin essendosela, come si dice, legata al dito. Nel 2001 il mio cuore e la mia testa stavano interamente dalla parte dei newyorkesi colpiti dall’attentato alle Torri gemelle (ragion per cui, lo dico a chi oggi mi dà della putinista, all’epoca nella sinistra radicale ero bollata come filoamericana), ma la revanche bellicista decisa da George W.Bush e dai neocon mi pareva la meno adatta a contrastare una minaccia virale come il terrorismo suicida; lo scorso agosto, dopo 20 lunghi anni, abbiamo visto com’è andata a finire. A maggior ragione nel 2003 ero contro la guerra in Iraq, giustificata dagli Usa sulla base della madre di tutte le fake news, il supposto possesso di armi chimiche da parte di Saddam; anche in quel caso, era facile profezia che da quella guerra sarebbe derivato solo un incremento del disordine mondiale, segnatamente nel Medio Oriente, con costi altissimi segnatamente per l’Europa.

Mi fermo qui, tralasciando la Siria, la Libia e altre avventure militari. Aggiungo però due cose. La prima: in ciascuna di queste circostanze la mia postura spontanea è stata più quella della critica interna al fronte occidentale a cui appartengo che quella della condanna reiterata del nemico di turno. Condannare i dittatori o i fondamentalisti o gli autocrati per chi vive in democrazia è ovvio. Meno ovvio è vigilare ogni volta perché nelle guerre fatte in nome dei valori occidentali e della democrazia non siano proprio i valori occidentali, la democrazia e lo Stato di diritto a rimetterci le penne, come spesso invece accade e sta accadendo anche oggi: il problema delle guerre non è solo vincerle, è vincerle senza perdersi. Seconda cosa: in ciascuna di queste circostanze la prospettiva femminista mi ha messo spesso in attrito con lo stesso fronte pacifista, cui non ho risparmiato critiche per il suo linguaggio talvolta altrettanto fallico di quello interventista, per le assonanze patriarcali e misogine riscontrabili nell’uno come nell’altro, per la condivisione da parte di entrambi di una ferrea logica amico-nemico che non è la mia.

L’arruolamento delle opinioni

In ciascuna di queste circostanze, l’entrata in guerra, più o meno diretta, ha comportato l’immediata militarizzazione e polarizzazione del dibattito pubblico: o con me o contro di me, o con la democrazia o con il dittatore di turno, o con l’Occidente laico e pluralista o con i fondamentalisti. Ma mai come in questi due mesi di guerra in Ucraina l’arruolamento delle opinioni conformi e la scomunica di quelle difformi ha travalicato il limite della decenza, con una regressione galoppante rispetto a venti anni fa. Venti anni fa – lo testimonia il mio 2001. Un archivio, il libro in cui ho raccolto il mio lavoro sull’11 settembre e le war on terror – era legittimo, anzi dovuto, interrogarsi sugli errori della politica americana in Medio Oriente durante e dopo la Guerra fredda che spiegavano, senza giustificarla, l’insorgenza del terrorismo internazionale. Era legittimo, anzi dovuto, distinguere fra la Jihad e l’insieme del mondo islamico, così come fra la politica della Casa Bianca e del Pentagono e gli umori compositi della società americana, o fra i governi e le opinioni pubbliche europee. Era consentito indagare le segrete simmetrie fra i toni messianici della crociata contro l’Occidente in nome di Allah dei fondamentalisti islamici e quella in nome della democrazia dell’Occidente contro l’Islam. Era possibile contrastare la propaganda di guerra occidentale sulla guerra in Afghanistan come “guerra di liberazione delle donne dal burqa” spiegando che le donne non si liberano con la guerra fra maschi e che il patriarcato, a differenti gradi di oppressione femminile, è una struttura socio-simbolica planetaria dalla quale l’Occidente non è affatto immune. E da pacifisti si poteva, anzi si doveva, professarsi contro il terrorismo islamico e contro la risposta revanchista americana senza per questo essere tacciati di equidistanza.

Niente di paragonabile è possibile dire oggi in Italia. Da quando Putin ha invaso l’Ucraina la prospettiva pacifista è messa al bando, ogni giorno c’è una lista di proscrizione con i nomi e i cognomi dei non allineati. Appena cerchi di ragionare sulle origini vicine e lontane della guerra stai giustificando Putin, se non premetti a ogni riga che scrivi che c’è un aggressore e un aggredito sei una collaborazionista, se osi criticare Zelensky sei indifferente alle sofferenze degli ucraini, se dici che la resistenza ucraina è diversa da quella italiana il giorno dopo qualcuno chiede lo scioglimento dell’Anpi, se azzardi che le guerre difficilmente scoppiano fra buoni e cattivi ma più spesso fra cattivi e cattivissimi sei equidistante, se contesti l’escalation del conflitto perseguita allegramente da Putin, da Zelensky e dall’Occidente sei antiamericana e via così, e se fai notare che questo andazzo è segno evidente di un pessimo stato della nostra democrazia sei o una nostalgica dell’Urss o un’amante clandestina degli autocrati. Confesso che per settimane mi sono volutamente sottratta a questo tintinnare di sciabole testosteronico e isterico che lascio volentieri a chi ne gode. Più utile mi pare domandarsi a quali derive psicologiche, politiche e cognitive sia dovuto un tale incarognimento del dibattito pubblico e un tale imbarbarimento dell’arena mediatica.

La scia della pandemia

Tanto per cominciare dai fattori psicologici, la sequenza pandemia-guerra, solitamente evocata per ipotizzare una demenziale sovrapposizione fra no-vax e pacifisti, va considerata piuttosto per la scia di aggressività che la pandemia ha lasciato dietro di sé. Ferita a morte nella sua smania di onnipotenza da un microrganismo sconosciuto capace di hackerare il capitalismo globale, la politica dei grandi della terra si arma e satura con nuove morti la mancata elaborazione del lutto per le vittime della pandemia. Una guerra reale prende il posto della guerra metaforica al virus e il primato della distruttività torna saldamente nelle mani della specie umana; e forse sta qui la radice inconfessabile di tanto godimento per una retorica dell’escalation inconcepibile solo pochi anni fa. Su questa base di godimento inconscio c’è ampio spazio tanto per l’evocazione continua di un futuro apocalittico quanto per la convocazione ossessiva dei fantasmi del passato: col risultato che non si sa più se siamo nella prima, nella seconda o nella terza guerra mondiale, ed è più facile liquidare un interlocutore scomodo dandogli del nostalgico dello stalinismo che confrontarsi sui problemi effettivi del presente.

Nazionalismo e indignazione

Fra i quali spicca, a dispetto dei muri innalzati fra “noi” e gli “autocrati”, l’ideologia nazionalista che dal campo sovranista tracima in varie gradazioni fin dentro il campo democratico. È allo scontro fra due nazionalismi che stiamo assistendo nel teatro ucraino: da una parte il nazionalismo etnico di Putin, basato sulla comunità di destino della stirpe russa e sul tradizionalismo neoconservatore dei Dugin e dei Kirill, dall’altro il nazionalismo dei confini, patriottico ed eroico, di Zelensky. Ma nascono dalla stessa matrice nazionalista il richiamo perentorio alla compattezza e il tracciamento del nemico interno che impazzano sulla stampa italiana mainstream, dove fin dal primo giorno di guerra la preoccupazione principale è stata quella di individuare e stigmatizzare “il fronte interno” dei non allineati, e dove ogni giorno sventola la bandiera di una democrazia senza pluralismo e senza opposizione. A riprova che come in tutte le guerre gli indicatori più precisi delle poste in gioco vengono più da quello che segretamente accomuna che da quello che esplicitamente divide i campi contrapposti.

Si aggiunge a questo, l’ha notato un Habermas non casualmente passato sotto silenzio nel dibattito italiano, il dilagare dopo l’89 di una concezione etica della politica che sostituisce con l’indignazione la capacità di mediazione, sì che quello che importa è ribadire la condanna del nemico più che cercare una soluzione pacifica che renda possibile conviverci. Che è precisamente il dispositivo retorico con cui qualunque tentativo di ragionare sulle cause, le conseguenze e le soluzioni di questa guerra viene azzittito con la perentoria richiesta di ribadire fino all’estenuazione che c’è un aggressore e un aggredito, che l’aggressore è un criminale, che il problema è come annientarlo o dargli l’ergastolo e che chi ragiona altrimenti se ne fa complice.

La realtà fatta immagine

Infine ma non ultimo, ogni guerra è figlia del regime di verità e dell’ambiente cognitivo della sua epoca. Trent’anni fa, Jean Baudrillard commentava la Guerra del Golfo sostenendo che paradossalmente era come se non fosse mai avvenuta: entravamo nell’era digitale, e le immagini algide e smaterializzate dell’operazione Desert Storm, con le sue bombe “intelligenti” che illuminavano le notti del deserto iracheno inquadrate dalle telecamere fisse, suggerivano che la guerra potesse emanciparsi dalla materialità cruda dei corpi feriti, amputati, massacrati. La guerra c’era e non c’era, come i fantasmi: la sua spettralizzazione serviva a renderla accettabile in un Occidente che la stava rilegittimando come continuazione della politica con altri mezzi, e pazienza se le bombe intelligenti distruggevano persone e cose come quelle stupide: l’Iraq era lontano, le responsabilità dell’aggressore occidentale sfumavano in quella lontananza, i civili che ci rimettevano la pelle erano, in quella come nelle guerre d’inizio secolo, casualties, errori, effetti collaterali indesiderati. Oggi tutto funziona al contrario. L’Ucraina è vicina, il teatro della guerra è dentro l’Occidente, l’aggressore è dietro l’angolo e fino all’altro ieri ci facevamo affari ma viene orientalizzato assecondando l’immaginario russofobico della Guerra fredda, i civili ammazzati non sono più casualties, ma effetto di una volontà crudele, le telecamere digitali sono in mano a chiunque e tutto, ma proprio tutto, dev’essere visibile, dalle unghie laccate delle donne ammazzate a Bucha agli avanzi di cibo nelle cucine delle case bombardate di Mariupol: la pornografia dell’orrore, che nelle guerre del dopo 11 settembre attribuivamo ai video degli jihadisti sugli ostaggi sgozzati, adesso la maneggiamo noi. E la verità è affidata tutto e solo all’evidenza e all’immediatezza dell’immagine: quello che si vede è vero, quello che non si vede non esiste.

Questo regime della visibilità totale è indubitabilmente democratico, tanto più se confrontato al regime totalitario della menzogna sistematica e della negazione dell’evidenza in cui si barcamenano le tv di stato russe e la propaganda del Cremlino. Ma ha anch’esso i suoi effetti collaterali tutt’altro che trascurabili. Nel flusso ininterrotto del fermo-immagine sparisce il peso di quello che non si vede, il deposito della storia, l’analisi dei precedenti e degli effetti: chi va a ricercarli diventa non solo un dietrologo e un giustificazionista dell’aggressore, ma anche un negazionista della realtà, perché la realtà è solo quella certificata dalle immagini. L’informazione si adegua e si scinde: sul campo diventa racconto e testimonianza soggettiva affidata alla presa diretta emozionale, l’interpretazione è affidata solo in minima parte a competenze credibili, per il resto essendo appannaggio di una rosa di opinionisti convocati su qualsivoglia questione, dal Covid alla geopolitica, che saltellano dai giornali ai talk show senza soluzione di continuità, legittimati da un potere della firma che andrebbe usato con discrezione e viene invece brandito come una clava al servizio di un establishment ideologico e politico presidiato dalla concentrazione della proprietà delle testate. La “verità” di questa guerra è anche il precipitato di decenni di precarizzazione e gerarchizzazione della professione giornalistica. In cui i non garantiti vanno al fronte e i garantiti compilano pagelle di lealtà patriottica e liste di proscrizione.

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I tasti di Zelensky e quelli di Draghi

Pubblicato il 22 marzo 2022 su centrostudiriformastato.it

Molto più prudente di quanto si potesse immaginare, molto più tirato in volto di quanto si mostrasse all’inizio dell’invasione, probabilmente avvertito dal colloquio telefonico con papa Francesco da lui stesso citato non per caso all’inizio del suo discorso, Volodymyr Zelensky si è presentato al Parlamento italiano con un profilo diverso da quello esibito nei giorni scorsi davanti a quelli di Londra, Washington, Berlino, Gerusalemme. Se lì aveva chiesto a gran voce la no fly zone, qui non l’ha fatto, forse finalmente persuaso dell’irricevibilità di una richiesta che per quanto comprensibile sarebbe foriera di conseguenze catastrofiche per la specie umana. Se lì aveva sollecitato il paragone fra la guerra di oggi e il crollo del Muro di Berlino e l’identificazione della causa ucraina con quella delle vittime dell’11 settembre e della Shoah, qui non ha approfittato, come tutti ci saremmo aspettati, dell’identificazione opinabile fra la resistenza ucraina e la resistenza partigiana italiana avallata dal mainstream politico e mediatico nostrano.

Si direbbe che qualcuno l’abbia avvertito del tasto particolarmente sensibile e controverso che avrebbe toccato se l’avesse fatto; o forse che il presidente ucraino abbia preferito spingere piuttosto su quello, assai meno rischioso e più produttivo a fini diplomatici, della prossimità fra Roma e il Vaticano. Come che sia andata, Zelensky ha mantenuto il suo discorso sul piano che nessuno può negargli della condanna dell’invasione e del sostegno umanitario, limitandosi a un paragone fra Mariupol di oggi e Genova della Seconda guerra mondiale per rendere l’entità del disastro ed evitando i toni spericolati di chiamata alle armi della Ue e della Nato che aveva avuto in precedenza. Di questo suo passaggio al Parlamento italiano c’è dunque da essere ben lieti, tanto più se dovesse significare, come probabilmente significa, una maggiore disponibilità al negoziato in vista del prossimo round.

Meno prudente, e come sempre meno empatico, il Presidente del consiglio italiano, che ha ribadito l’impegno a sostenere con l’invio di “aiuti anche militari”, cioè di armi, la resistenza ucraina, attribuendole l’onore e l’onere di presidiare “la nostra pace, la nostra libertà, la nostra sicurezza”, nonché “quell’ordine multilaterale basato sulle regole e sui diritti faticosamente costruito dal dopoguerra in poi”. Un onore e un onere sul quale ci sarebbe molto da discutere, a partire dal fatto che lo sfregio del suddetto ordine data da ben prima della sua violazione sciagurata da parte di Putin in Ucraina. Ma si sa che di questo Draghi invece non vuol discutere, allineato com’è alla narrativa occidentalista del dissesto del mondo globale.

Restano tuttavia da rimarcare due punti sensibili, uno conscio l’altro inconscio, del discorso di Zelensky. Il primo sta nel suo passaggio iniziale, “il nostro popolo è diventato il nostro esercito”, che contiene in sé tutte le ragioni della controversia sulla resistenza ucraina: perché al di là della solidarietà e dell’ammirazione sentite e dovute, un popolo che si trasforma in un esercito non è una buona premessa per le sorti di una giovane democrazia. E checché ne pensi il mainstream nostrano, resta tutto da pensare il confine che distingue la resistenza contro l’invasore esterno di un popolo in sintonia con il proprio esercito e il proprio governo, quale sembra essere quella ucraina, e la resistenza di un popolo diviso fra lealtà e rivolta verso un regime dittatoriale interno prima che verso l’invasore esterno, quale fu quella italiana; ed è il confine che distingue una mobilitazione nazionalista da una mobilitazione partigiana, con le conseguenze che ne derivano per la costruzione del pluralismo democratico.

L’altro punto, inconscio, sta nel paragone fra Mariupol e Genova, ispirato dalla memoria dei bombardamenti da terra e dal mare subiti dal capoluogo ligure durante la Seconda guerra mondiale. Nella nostra memoria però Genova non è solo questo. È anche la città del G8 del 2001, teatro della prova generale di quella gestione bellica e securitaria dell’ordine globale che sarebbe prevalsa di lì a poco, dopo l’11 settembre. Da allora, per “l’ordine multilaterale basato sulle regole e sui diritti” invocato da Draghi è cominciata una lunga sequenza di strappi e lacerazioni, tutt’altro che priva di conseguenze per la catastrofe cui assistiamo oggi.

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Il nuovo scontro di civiltà

Pubblicato il 4 marzo 2022 su centrostudiriformastato.it

All’alba del nono giorno di guerra l’attacco delle truppe russe alla centrale nucleare Zaporizhzhia rende meglio di qualunque altro dettaglio quale sia la posta della partita globale, biopolitica prima che geopolitica, che si sta giocando in Ucraina. E il peggio deve ancora venire, ha comunicato Macron cui Putin ha fatto presente che non intende fermarsi finché non avrà conquistato l’intero paese. Le regioni russe dell’est e del sud con gli accessi al mare sono ormai in mano ai russi, a Mariupol mezzo milione di abitanti sono intrappolati senza acqua e senza cibo, a nord-ovest Leopoli è piena di profughi in fuga, più donne e bambini che uomini perché gli uomini restano a combattere una battaglia di resistenza già persa. L’esile negoziato in corso a Brest ha deciso l’apertura di corridoi umanitari per favorire l’esodo dei civili, mentre la colonna di 60 kilometri di carri russi continua la sua lenta ma inesorabile avanzata su Kiev lungo il corso del Dnepr che in futuro potrebbe dividere l’Ucraina fra un est russo e un ovest occidentale, com’era un tempo la Germania: le stesse cose ritornano sempre, nella storia, come il rimosso nell’inconscio. Dev’essere per questo che tutti definiscono questa in Ucraina “la prima guerra nel cuore dell’Europa dopo più di settant’anni”, dimenticando clamorosamente che in Europa la guerra era già tornata negli anni Novanta, in quella ex Jugoslavia che ha anticipato e prefigurato tutte le guerre successive a base etnico-nazionalista sparse per il mondo. Forse che la Jugoslavia non era il cuore ma la periferia dell’Europa? O non sarà piuttosto che nell’immaginario europeo, il cuore dell’Europa resta sempre lì, al confine fra l’ex impero sovietico e l’Occidente democratico? Lì, dove secondo gli stessi che nell’89 decretavano “la fine della storia” oggi la storia riprenderebbe in grande, quasi che in mezzo non ci fosse stato niente. Lì, dove si sono convocati tutti i fantasmi che fino a ieri l’altro vagavano per l’est e per l’ovest, e che ora muovono questa terribile resa dei conti di un trentennio cominciato male e finito peggio. Che è la vera posta in gioco, reale e simbolica, della tragedia che si sta consumando.

Hanno suscitato indignazione e scandalo i due discorsi del 21 e del 24 febbraio con cui Putin ha annunciato prima il riconoscimento ufficiale delle repubbliche separatiste del Donbass e poi la sua “operazione militare speciale”, come l’ha chiamata lui, in Ucraina. Ne consiglierei tuttavia la lettura integrale (il testo è facilmente reperibile in rete), ammesso che sia ancora lecito cercare di capire perché accade quello che accade senza essere tacciati di connivenza con il nemico. Liquidati dai più come una litania del risentimento, o come il delirio paranoico da sindrome di accerchiamento di un uomo solo al comando provato dalla fobia del Covid, i due discorsi inanellano alcuni dati di fatto incontrovertibili sull’estensione a est della Nato, sulle guerre di aggressione perpetrate dall’Occidente dagli anni novanta in poi (Kosovo, Iraq, Siria, Libia), e, più in generale, sullo “stato di euforia da superiorità assoluta, una sorta di assolutismo di tipo moderno, per di più sullo sfondo di un basso livello di cultura generale” che si è impossessato del campo dei vincitori della Guerra fredda. Ma al di là di questo merito, nonché della ricostruzione delle cause di lungo periodo della rinascita dei nazionalismi, a Est dopo la fine dell’Urss, ciò che colpisce nelle parole di Putin è la rivendicazione della dimensione storica come sfondo ineludibile del discorso politico. Precisamente lo sfondo che manca al discorso politico occidentale, che di spessore storico sarebbe supposto essere il più dotato. E che invece risponde all’aggressione di Putin usando – mirabile sintesi di un cinquantennio di ideologia neoliberale – solo il linguaggio dell’economia e della sicurezza: sanzioni e riarmo, nell’oblio – perfino teorizzato, come nel discorso alle camere di Mario Draghi – del passato che ha costruito, mattone dopo mattone, il presente.

Sia chiaro: lo sfondo e l’uso della storia non giustificano in alcun modo la mossa di Putin. L’invasione di uno Stato sovrano e confinante viola le basi del diritto internazionale, resuscita, a proposito di storia lunga, tutti i mostri del passato europeo, e si configura per di più, nelle stesse motivazioni che Putin ne dà, come una sorta di preemptive war, una guerra preventiva contro il pericolo eventuale di un’aggressione alla Russia da parte della Nato (i nemici assoluti sono spesso segretamente gemelli, e Putin evidentemente ha imparato qualcosa da George W. Bush). Nessuna ragione di lungo periodo esenta di un grammo di responsabilità la decisione con cui il presidente russo ha portato il mondo sull’orlo del precipizio. Ma pare assai improbabile che dal precipizio le democrazie occidentali possano uscire senza aprire al proprio interno tre linee di ripensamento autocritico di un passato prossimo che invece tendono solo a rimuovere o a riconfermare.

La prima linea riguarda l’atroce sequenza di guerre con cui l’Occidente ha insanguinato l’epoca di pace che aveva annunciato alla fine della Guerra fredda, e che rischiano di costituire i precedenti formali, non solo le concause politiche, dello scenario che si va prefigurando in Europa. Dovrebbe balzare agli occhi l’analogia agghiacciante fra le motivazioni addotte da Putin a sostegno della minoranza russa in Ucraina e quelle che mossero il cosiddetto intervento umanitario della Nato a sostegno della minoranza kosovara in Serbia, con relativo bombardamento di Belgrado: e invece non un cenno se ne sente in specie nel Pd, erede del partito che fu il principale regista italiano di quella guerra, oggi abitato da una classe dirigente che sembra del tutto ignara della drammaticità di quella stagione e del tutto conforme alla narrativa trionfale del dopo-’89. Dovrebbe risuonare come un monito sullo stato delle democrazie occidentali la madre di tutte le fake news e di tutte le post-truth politics, ovvero la gigantesca menzogna sulle presunte armi di distruzione di massa possedute da Saddam Hussein che giustificò la “guerra preventiva” in Iraq. Soprattutto, dovrebbe portare un grammo di senno, questo sì preventivo, sullo scenario europeo prossimo venturo la scia di guerre civili, regimi instabili ed esodi migratori biblici lasciata dietro di sé dall’intera sequenza delle guerre post-89, tutte caratterizzate dall’intreccio micidiale di rivendicazioni nazional-sovraniste e rivendicazioni etnico-regionali che si ripropone oggi in Ucraina e rischia di riproporsi in un teatro europeo più vasto di quello ucraino. E invece è proprio nella ripetizione nevrotica di quella dinamica che ci stiamo infilando, con il corredo sinistro di un soccorso armato alla resistenza ucraina fatto di contractors, appalti, privatizzazione dell’uso della forza – un film, anche questo, già visto in Iraq e in Siria, con le conseguenze che sappiamo.

La seconda linea di riflessione autocritica riguarda lo stato delle democrazie occidentali e quello connesso della costruzione europea. Oggi siamo tutti dalla parte dell’Ucraina, vittima di un’aggressione inammissibile, e da questa parte bisogna restare finché i carri armati russi resteranno in campo. Ma nella retorica monotonale occidentale l’Ucraina è diventata in pochi attimi la trincea della difesa della democrazia tout court, anzi, per dirla con le parole di Joe Biden nel suo discorso sullo stato dell’Unione, la trincea del conflitto fondamentale del nostro tempo, che sarebbe quello fra democrazia e autocrazia. Le élite democratiche americane sono impegnate da tempo a costruire questo frame narrativo, opposto e speculare all’attacco alla liberaldemocrazia occidentale portato avanti dalla concezione putiniana della cosiddetta “democrazia sovrana”. E se nella politica interna americana questo frame è servito a sconfiggere Trump, in politica estera è destinato a prendere il posto di quello sullo “scontro di civiltà” fra Occidente e Islam che ha tenuto banco per tutto il ventennio della war on terror successivo all’11 settembre. Ma dopo Trump, gli americani non possono non sapere che la linea di confine fra democrazie e autocrazie è diventata molto esile, e può essere scavalcata dagli autocrati che crescono all’interno delle democrazie occidentali, non soltanto al di fuori di esse. E noi europei non possiamo non sapere che le tentazioni autocratiche e sovran-populiste sono cresciute, soprattutto ma non solo nei paesi ex-sovietici dell’est, parallelamente ai processi di crisi e de-democratizzazione dei paesi dell’ovest, e sovente per reazione alla delusione di un allargamento a est dell’Unione rivelatosi più un’annessione alla religione del mercato che un’integrazione del mosaico di culture e tradizioni del vecchio continente. Anche da questa parte dell’oceano, il pericolo autocratico non viene solo dall’esterno, e la democrazia non può essere impugnata come una bandiera senza macchia e senza peccato.

Questo nodo lega il trentennio che abbiamo alle spalle al presente e al futuro dell’Unione europea e della sua collocazione nello scacchiere globale. Il rilancio dell’atlantismo da parte di Joe Biden appariva molto ambivalente già all’indomani della sua elezione: mentre riavvicinava le due sponde dell’Atlantico che Trump aveva allontanato, innalzava un nuovo muro fra l’Europa e le autocrazie orientali, chiamando la Ue a posizionarsi nettamente contro di esse. Già allora le voci più consapevoli spinsero infatti per un’Unione atlantista ma aperta verso Est e capace di porsi come ponte fra gli Stati uniti, la Russia e la Cina. Complice la fine del cancellierato di Angela Merkel, nonché verosimilmente l’insediamento del governo Draghi in Italia, le cose hanno preso purtroppo un’altra piega. E oggi è più che inquietante il coro mainstream di soddisfazione che si leva per un compattamento europeo che fa propria la parola d’ordine americana del nuovo scontro di civiltà fra Occidente e Oriente, e avviene tutto sotto l’insegna della Nato, di sanzioni durissime che colpiranno Putin ma affosseranno la transizione energetica europea, di una politica di pura potenza, di un riarmo di cui la Germania si fa protagonista e che travolge persino la neutralità storica di paesi come la Finlandia.

Se si rafforza in questo modo, dopo aver clamorosamente mancato tutte le possibilità preventive di disinnescare politicamente la miccia che Putin stava accendendo, l’Unione europea finirà col fare le spese del ridisegno dell’ordine globale che si sta giocando nella guerra fra l’imperialismo russo e il nazionalismo ucraino. Se in Ucraina non cessa il fuoco e l’Europa non inverte la rotta imboccando la strada della smilitarizzazione, il conflitto si estenderà in modo imprevedibile e i tempi si faranno durissimi per la specie umana. Se le democrazie si compatteranno al loro interno sulla base dell’ennesima proclamazione dello stato d’emergenza, come già sta avvenendo in Italia, la credibilità della democrazia subirà un ennesimo e fatale colpo. Come sempre e mai come oggi, per incidere sullo scacchiere geopolitico il pacifismo deve alimentarsi di un conflitto politico aspro dentro casa, in primo luogo contro la militarizzazione del dibattito pubblico.

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La coppia

Pubblicato su centrostudiriformastato.it il 4 febbraio 2022

La luce del sole d’inverno che veste a festa la capitale copre la crisi climatica, così come il rito dell’investitura del Presidente della Repubblica copre la crisi democratica. Per un’ora, rassicurati dalle geometrie dei corazzieri, dai suoni delle campane e del cannone del Gianicolo, dai colori delle frecce e dall’alternanza studiata delle auto d’ordinanza, si può pensare di vivere in una democrazia normale che celebra il suo momento più solenne. Non fosse per le maschere sul volto dei protagonisti, che oltre a rammentare l’incombenza della pandemia evocano all’immaginario il set kubrickiano di quel capolavoro di fine Novecento che era Eyes Wide Shut. E se si tengono gli occhi bene aperti normale non è niente, la crisi democratica è lampante e la solennità è lesionata come la sovranità.

Nel succedere a sé stesso, il tredicesimo Presidente della storia repubblicana non può non sapere che la sua rielezione è anomala anche se non illegittima, che l’iconografia del rito stride con le foto degli scatoloni da trasloco diffuse solo pochi giorni fa, che 14 anni si addicono più a un regno che a una repubblica anche se altrettanti ne durò in Francia François Mitterrand. Lo sa infatti e in qualche modo lo dice: quelli che hanno portato alla sua rielezione “sono stati giorni travagliati, per tutti e anche per me”, ma l’urgenza sanitaria, economica e sociale permane e “ci interpella”, il paese non poteva reggere ulteriori incertezze, i grandi elettori hanno deciso e per lui c’è “una nuova chiamata inattesa alla responsabilità” alla quale “non può e non intende sottrarsi”.

Proprio perché sa che di normale non c’è niente, il Presidente gioca l’unica carta retorica che può giocare per fare la differenza rispetto al precedente altrettanto anomalo della rielezione di Giorgio Napolitano: se nel 2013 Napolitano aveva rimproverato, maltrattato, strigliato la classe politica incapace di sostituirlo, Mattarella prova invece a richiamarla alla dignità perduta, al ruolo dismesso, ai compiti inevasi, come se vivessimo nella normalità democratica e non nell’eccezione permanente, come se la divisione dei poteri funzionasse salvo qualche aggiustamento, come se i valori costituzionali fossero davvero praticati, come se l’Italia fosse effettivamente sul punto di spiccare il salto verso il rinascimento post-pandemico e fosse effettivamente in grado di assumere un ruolo di punta nella costruzione europea e nello scenario geopolitico. E dati gli scarsissimi effetti del linguaggio ruvido di Napolitano, chissà che invece quello mite di Mattarella non possa produrne, performativamente, di migliori.

Sotto la mitezza tuttavia non mancano le punte di durezza. Ci sono intanto dei nemici da fronteggiare sul piano globale: la guerra che bussa di nuovo alle porte dell’Europa, i poteri economici transnazionali che prescindono dalle istituzioni democratiche, i regimi neo-autoritari che le minacciano esibendo efficienza e decisione. Sul piano interno, invece, bisogna rimettere al loro posto i paletti dell’ordinamento: il Parlamento deve ritrovare la centralità perduta nel processo legislativo, l’esecutivo deve smettere di rubargliela a colpi di decreti-legge, il sistema giudiziario dev’essere riformato sulla base delle esigenze dei cittadini e non delle correnti della magistratura, i partiti devono ritrovare il loro ruolo di cerniera fra istituzioni e società civile. Il sistema-paese deve fare “un salto d’efficienza” per essere all’altezza della costruzione europea e questo è il compito del governo Draghi, ma ha bisogno soprattutto di un sussulto di dignità, e dignità vuol dire diritto allo studio senza manganellate sugli studenti, diritto al lavoro senza morti bianche, diritto all’informazione indipendente, lotta alle disuguaglianze, alla violenza e alla discriminazione di genere, carceri meno affollate, disabilità vivibili, liberazione dalle mafie, e questo è compito di tutti: “la speranza siamo noi”.

In questo decalogo della dignità c’è la parte più forte del discorso del Presidente, nonché il richiamo più severo, ancorché implicito, a una classe politica che non ne è particolarmente dotata, né da quel decalogo si può dire che sia neppur vagamente orientata. E che però applaude quel discorso non una ma 55 volte, come e più di quanto aveva applaudito nel 2013 i rimproveri di Napolitano, quasi che oggi come e più di allora godesse nel consegnare la propria inadeguatezza e impotenza a un potere superiore.

C’è in questa consegna il segno palpabile di una già avvenuta torsione presidenzialista del sistema. E non è l’unico segno. L’altro sta nell’immagine della coppia Mattarella-Draghi che occupa la scena per tutto il resto della cerimonia d’insediamento. Per quanto l’accompagnamento del Presidente che si insedia da parte del Presidente del Consiglio in carica sia previsto e prescritto dal protocollo, esso assume stavolta un significato diverso dalla tradizione. Continuamente evocata e invocata, a proposito e a sproposito, “la coppia” infine ha vinto sull’instabilità politica, e insieme governerà e garantirà la stabilità del paese: è il “semipresidenzialismo di fatto” disgraziatamente auspicato più volte e da più parti, politiche e mediatiche, nelle settimane scorse. Come e quanto reggerà, se per sette anni o per sette mesi, è impossibile prevederlo dato che l’instabilità politica resta lì intatta sotto il fragore degli applausi e dato che in democrazia prima o poi ancora si vota; così come è difficile prevedere se il Mattarella-bis sia la fine o solo il rinvio delle ambizioni quirinalizie di Mario Draghi. L’inno nazionale intanto – per giunta tristemente usurpato da una sigla di partito – continua a rivolgersi ai soli fratelli d’Italia: quanto alle sorelle, sarà per un’altra volta.

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La democrazia implicita

Pubblicato su centrostudiriformastato.it il 13 gennaio 2022

Un elemento poco notato ma alquanto inquietante della corsa al Quirinale per come si sta svolgendo è il fatto che sembra di vivere in un paese senza tempo oltre che in una democrazia a rischio. Per impersonare la figura di massima garanzia dell’unità nazionale e dell’ordinamento costituzionale va bene chiunque: un uomo della (cosiddetta) prima Repubblica come Giuliano Amato, il demiurgo della (cosiddetta) seconda Repubblica Silvio Berlusconi, un tecnocrate gradito alla sempre a-venire Unione europea come Mario Draghi, e politici navigatissimi nel tempo, e pertanto senza tempo, come Pierferdinando Casini. Né le cose migliorano quando come propellente per il futuro qualche gentiluomo a corto di idee tira fuori dal cappello “una donna”, perché anche questa è una furbata che si ripete da lustri, di elezione in elezione e di nomina in nomina (del capo dello Stato, del presidente del Consiglio, dei membri della Consulta e via dicendo), come arma di distrazione di massa dal pantano della politica maschile; e poi perché “una donna” senza nome e senza cognome vuol dire nessuna donna, e rischia di coprire sorpresine tutt’altro che futuriste e più berlusconiane di Berlusconi tipo Letizia Moratti o Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Che anno è che giorno è, ci chiederebbe se potesse un altro mito sempreverde come Lucio Battisti. Ma c’è poco da cantare o da ridere, perché una società che perde il senso del tempo è bene avviata sulla strada di quella “crisi epistemica” in cui secondo i più acuti osservatori già si dibatte la democrazia americana per aver perso quel senso del vero e del falso che noi, nel sempre precoce laboratorio italiano, avevamo già perso nel ventennio del Cavaliere; e come lì, pure qui la crisi epistemica rischia di intrecciarsi e avvitarsi con una crisi costituzionale.

Della quale tuttavia pare non importare nulla a nessun membro della classe politica attualmente in sella. Pochi giorni fa Massimo D’Alema ha fatto notare che l’eventualità di un premier “che si auto-elegge capo della Stato e nomina al suo posto un altro funzionario del Ministero del Tesoro” non è precisamente consona a un paese democratico, ma il 99% della stampa nazionale non ha registrato e ha preferito montare la panna più commestibile della solita rissa fra D’Alema e Renzi. E bisogna ricorrere a un altro politico senza tempo come Rino Formica per leggere a chiare lettere che tutta la discussione in corso sul cambio della guardia al Quirinale rischia di deragliare dai binari costituzionali, ossessionata com’è dalla volontà o di confermare “la coppia” Mattarella-Draghi o di sostituirla con un’altra coppia sostenuta – come auspicato dallo stesso Draghi nella sua conferenza stampa prenatalizia – dalla medesima maggioranza: laddove, scrive Formica, “la vita di coppia delle istituzioni non è ammessa” da una Costituzione basata sulla divisione dei poteri, e che non a caso prevede, per le due funzioni di presidente della Repubblica e di presidente del Consiglio, due diverse durate (la prima rigida, di sette anni, la seconda flessibile, legata alla durata della coalizione politica che la sostiene), due diverse procedure, due diverse platee di legittimazione (e quindi eventualmente due diverse maggioranze). E non è l’unico deragliamento in corso, perché la peculiare contingenza politica di un Draghi sospeso fra Palazzo Chigi e Quirinale ben si presta all’ennesimo tentativo di cambiamento in senso presidenzialista dell’ordinamento. Non è solo Giancarlo Giorgetti a perorare esplicitamente un semipresidenzialismo “di fatto”, sono in molti a presupporlo implicitamente: che altro significa l’auspicio che Draghi continui a esercitare “dal Colle” le funzioni di indirizzo della politica economica e di contrattazione con la Ue che secondo la Costituzione spettano al capo del governo e non al capo dello Stato? Ma si sa che nelle coppie i ruoli sono spesso intercambiabili.

Il fatto è che la logica messianica dell’uomo della provvidenza mal si concilia con la logica razionale del costituzionalismo, e prima o poi finisce col colludere anche con le pulsioni irrazionali che agitano il teatro politico. Un anno fa Mario Draghi fu chiamato a salvare l’Italia da quello che – a torto o a ragione – veniva descritto come un abisso sanitario, economico e politico: l’ex presidente della Bce aveva l’aura giusta per essere investito del compito di avviare il Pnrr e la transizione energetica e digitale comandata dall’Europa, organizzare la campagna vaccinale e rimettere in riga il sistema dei partiti in preda all’ennesimo impazzimento. Una classica soluzione tecnocratica di una crisi politica, col classico corollario di un governo di unità nazionale. Ora qualunque cosa si pensi di quella soluzione, logica vorrebbe che un anno dopo, col Pnrr avviato solo sulla carta e l’emergenza sociosanitaria in piena risalita grazie a Omicron, Draghi e il suo governo restassero al loro posto per proseguire e portare a termine il lavoro, e si eleggesse intanto un/a presidente della Repubblica credibile con la più ampia maggioranza possibile, uguale o diversa da quella che sostiene il governo.

Senonché, come ha candidamente detto in televisione la voce dal sen fuggita di un noto commentatore politico, fin dal conferimento dell’incarico di governo a Draghi era stato “implicitamente promesso” il passaggio successivo al Quirinale. Vero o falso poco importa, quell’implicita promessa essendo stata data per scontata da allora a oggi da tutto il sistema politico nonché da quello mediatico. I quali infatti sul dopo-Mattarella sono stati appesi al busillis “che vuole fare Draghi?” fino a che Draghi non l’ha “implicitamente” fatto trapelare nella già menzionata conferenza stampa del 22 dicembre. Ci si poteva aspettare un’accoglienza entusiastica, e invece non appena la tanto evocata e invocata disponibilità di Draghi si è vagamente manifestata nessuno l’ha raccolta e tutti hanno cominciato a ostacolarla o a condizionarla all’impossibile: l’uomo della provvidenza era già diventato troppo ingombrante. Sì che adesso ci troviamo nella singolare situazione del candidato al Quirinale più credibile che non è candidato da nessuno, e di quello più impresentabile, Berlusconi, che è candidato solo da sé stesso.

Prevedere come andrà a finire è un bel rompicapo. La ricerca di un un/a candidato/a unitario/a diverso da Draghi, di per sé non impossibile, contrasta con l’implicita promessa di un anno fa e con la voglia di Draghi di traslocare, e se in teoria servirebbe a garantire la stabilità del governo in pratica lo espone alle fibrillazioni di una maggioranza già stanca di fingersi unita. Di converso, eleggere Draghi metterebbe sì in sicurezza l’immagine dell’Italia in Europa per un settennato, ma rischierebbe di troncare la legislatura e di consegnare il governo del paese ai sovranisti, che è esattamente quello che l’Europa teme e scongiura. Può darsi che Omicron tolga temporaneamente le castagne dal fuoco al parlamento imponendo un rinvio di qualche settimana, che tuttavia non risolverebbe nulla. Oppure può darsi che Mattarella ceda a un reincarico e che “la coppia” venga riconfermata, complici gli endorsement delle cancellerie europee, fino alla scadenza naturale della legislatura; ma non sarebbe affatto un buon segnale per la regolarità costituzionale, e i nodi si ripresenterebbero ancor più ingarbugliati da qui a un anno.

Intanto tre cose sono certe. La prima: mai come in questa circostanza il centrosinistra, e le forze sfilacciate e rissose che lo compongono, è apparso privo di una strategia e di una regia. La seconda: l’unico ad avere una strategia e una regia è Berlusconi, che nel labirinto degli impliciti scommette esplicitamente su sé stesso e per sé stesso, giocando una partita che se anche non lo porterà al Colle lo ha già riportato al centro della scena, gli consente finché gli serve di tenere incollati i cocci del centrodestra e gli darà un peso decisivo nei prossimi round. La terza, e più importante: in un tempo di incertezza e disorientamento com’è questo in cui ci ha gettati la pandemia le istituzioni e i loro riti dovrebbero servire a dare ai cittadini un ancoraggio e una bussola. Negli ultimi decenni di perenne tribolazione del sistema politico ci è stato detto, non senza ragione, che la presidenza della Repubblica è stata la sola istituzione ad aver resistito alla crisi di fiducia e legittimazione che ha screditato il parlamento e l’esecutivo. Se anch’essa viene travolta in una commedia farsesca, gli effetti sociali possono essere devastanti. Non occorre arrivare all’assalto a Capitol Hill per diagnosticare lo stato preagonico di una democrazia. E non serve a niente, per capirne e curarne le cause, prendersela solo con i deliri dei no-vax.

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Tecnocrazia

Pubblicato su L’Essenziale il 20 dicembre 2021

Il 16 dicembre scorso il settimanale britannico The Economist ha proclamato l’Italia paese dell’anno per via del suo tasso di vaccinazione anti-Covid, fra i più alti d’Europa, e della sua ripresa economica, più veloce di quella tedesca o francese. Sembra un premio speciale della critica al governo Draghi, insediato poco meno di un anno fa precisamente con questi due obiettivi: il merito, per l’Economist, è di un premier “competente e rispettato a livello internazionale”, e di una maggioranza che “ha sepolto le divergenze a sostegno di un programma di profonde riforme” conforme alle direttive dell’Unione europea.  E bene farebbe Draghi, aggiunge il settimanale in consonanza con un editoriale del Financial Times di pochi giorni prima,  a restare dov’è per proseguire il suo lavoro, senza vagheggiare un trasferimento al Quirinale che prevedibilmente lascerebbe il governo in mani “meno competenti”. 

Ora poniamo che sia solo per un caso un caso che il riconoscimento dell’Economist (primo azionista il gruppo Exor della famiglia Agnelli) sia arrivato lo stesso giorno dello sciopero generale proclamato dalla Cgil e dalla Uil contro la manovra finanziaria varata dal governo. E tralasciamo alcune facili obiezioni sullo stato effettivo del paese, tipo la stagnazione del livello dei salari o il tasso di astensionismo registrato alle recenti elezioni amministrative. Il fatto è che il premio speciale dell’Economist è e solo la ciliegina sulla torta del consenso generalizzato, per non dire dell’inchino, che i media mainstream hanno tributato al governo Draghi fin dal suo insediamento, come una cambiale in bianco firmata per il solo fatto che si trattava di un governo della competenza e della decisione, per sua natura contrapposto all’insipienza e all’inconcludenza della politica. Segnale evidente di un salto di gradimento per una soluzione tecnocratica della crisi della democrazia italiana. 

L’enfasi sulla competenza è il perno della tipologia di governo che va sotto il nome di tecnocrazia. Che, avverte il Dizionario delle scienze sociali Treccani, è un concetto polemico: nasce in contrapposizione a quello di democrazia, della quale non configura dunque uno sviluppo bensì un’alternativa, basata sull’idea che nelle società industriali e postindustriali la funzione di governo non debba fare capo alla sovranità popolare ma ai detentori del sapere tecnico-scientifico, legittimati a esercitarla per l’appunto dalla loro competenza e aiutati a impadronirsene dall’abdicazione della classe politica di fronte alla gestione di gravi emergenze.

L’ipotesi tecnocratica si afferma dunque per un verso in relazione con l’avvento e lo sviluppo della prima e soprattutto della seconda rivoluzione industriale, per l’altro verso come reazione all’inefficienza dei politici di professione e come tentativo di pianificazione dello sviluppo e di razionalizzazione apolitica delle istituzioni democratiche. Ma è il capitalismo neoliberale di fine Novecento a fornirle l’ambiente ideale per un rilancio in grande stile, quando la rivoluzione informatica potenzia il ruolo della scienza, della tecnica e della competenza nella società della conoscenza, le funzioni di management definiscono le nuove élite globali,  e contemporaneamente la subordinazione della vita individuale e collettiva agli imperativi economici del mercato e dell’impresa innesca un processo di spoliticizzazione della sfera pubblica, accompagnato dagli attacchi sistematici che da diverse sponde ideologiche vengono sferrati alla politica in quanto tale e alle istituzioni rappresentative. Si aggiunge a questo quadro, in Europa, la costruzione stentata dell’Unione, tutta all’insegna della rigida osservanza dei vincoli del mercato e della sperimentazione di una governance burocratica che prescinde dalla partecipazione e dal consenso del demos.

È in questo contesto che la tentazione tecnocratica prende quota anche in Italia, al crocevia fra il crollo della credibilità del sistema politico innescato da Tangentopoli, il rafforzamento del vincolo europeo e le emergenze economiche. Sì che fra il 1993 e il 2021 il laboratorio politico italiano inanella quattro cosiddetti governi tecnici che sono piuttosto e a pieno titolo – nota Claudio De Fiores in un recente saggio su costituzionalismo.it – governi tecnocratici, nei quali la tecnica e la competenza non indicano uno specialismo al servizio della politica ma diventano valore in sé, assurgono a ideologia e rispondono a un’istanza di legittimazione del primato dell’economia  e di neutralizzazione del conflitto sociale, politico e culturale.    

Riletta a ritroso, la sequenza è eloquente per la costanza degli scopi e dei mezzi che la caratterizzano. I governi Ciampi (aprile 1993-gennaio 1994), Dini (gennaio 1995-gennaio 1996), Monti (novembre 2011- dicembre 2012), Draghi (febbraio 2021) nascono tutti su iniziativa diretta del presidente della repubblica per far fronte a emergenze rispetto alle quali il sistema politico appare inadeguato, operano tutti sotto la pressione e gli occhi vigili dell’Unione europea e in conformità con le sue direttive economiche, hanno tutti mano libera nell’imporre riforme neoliberiste (dalle liberalizzazioni agli interventi sul mercato del lavoro e sul sistema pensionistico), sono tutti sostenuti da “larghe intese” che deprimono il pluralismo politico e il ruolo dell’opposizione. E non ultimo, godono tutti di un consenso mediatico altrettanto largo, che deprime il pluralismo dell’informazione e il ruolo della critica. Non sono dunque deviazioni parentetiche dalla normalità democratica: ne costituiscono piuttosto una sequenza coerente di destabilizzazione e minaccia. 

Non priva tuttavia di contraddizioni esplosive e implosive. La prima delle quali attiene al rapporto fra tecnocrazia e populismo, due soluzioni apparentemente opposte alla crisi della democrazia rappresentativa che però convergono nell’attaccarla e si alimentano a vicenda, se è vero che al governo Ciampi ha fatto seguito l’exploit populista di Berlusconi e della Lega di Bossi così come al governo Monti ha fatto seguito quello del Movimento 5 stelle e della Lega di Salvini. Ma che succede se, com’è accaduto con il governo Draghi, un esecutivo tecnocratico viene sostenuto anche da quelle stesse formazioni populiste che della lotta alla tecnocrazia avevano fatto una loro bandiera? È possibile che le due soluzioni tornino quanto prima a divergere, e che una nuova ondata populista covi sotto l’apparente quieto vivere dell’unità nazionale. Oppure che la soluzione tecnocratica riesca a tagliare le ali al populismo, ma al prezzo troppo salato di un astensionismo fuori controllo, sintomo parlante di una disaffezione democratica priva di qualsiasi forma di rappresentazione e di rappresentanza. 

La seconda contraddizione è interna all’ideologia della competenza. Perché uno degli effetti della pandemia, tutt’altro che secondario, è l’irruzione imprevista sulla scena pubblica del sapere medico-scientifico, il quale ha le sue ragioni che la ragione economica non conosce. Certo, Mario Draghi sta lì precisamente per portarle a coincidenza, col mandato di salvarci contemporaneamente dal covid e dal collasso economico. Senonché nulla, ma proprio nulla, garantisce che questa coincidenza sia davvero possibile o possa durare a lungo. Disgraziatamente, per ora sembra esserne consapevole solo il Sars-Cov19, che continua, mutando, a lanciare la sua sfida mortifera a un sistema economico disposto a tutto pur di sopravvivere. 

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Il Quirinale fra desideri e incognite

Pubblicato su centrostudiriformastato.it il 16 dicembre 2021

Il Quirinale fra desideri e incognite 

Pubblicato il 16 Dicembre 2021 

Nemmeno l’istituzione del Presidente della Repubblica, quella che rappresenta l’unità del paese e vigila sulla Costituzione, è riuscita a sottrarsi negli ultimi decenni alle derive degenerative della politica e della sfera pubblica italiane. Non mi riferisco a come il ruolo del Presidente è stato interpretato – con più o meno discrezione o protagonismo – da quanti l’hanno rivestito, bensì al modo contraddittorio, se non schizoide, in cui è stato riconfigurato nell’opinione pubblica: per un verso sovraccaricandolo della funzione di unico perno saldo di un sistema istituzionale perennemente vacillante, per l’altro verso personalizzandolo oltremisura. Una deriva presidenzialista di fatto, contro una Costituzione che la esclude di diritto.

La personalizzazione ha raggiunto il culmine con il gioco della decifrazione del desiderio di Mario Draghi di trasferirsi al Quirinale o di restare a Palazzo Chigi che ha occupato la scena politica nelle ultime settimane. Come se i destini di due istituzioni dipendessero dai gusti di un singolo, per quanto prestigioso e autorevole, e non dal complesso processo decisionale di una democrazia costituzionale. Come se non contasse l’influenza dei poteri internazionali che Draghi l’hanno voluto dove sta adesso, a garanzia del Pnrr e di un equilibrio europeo assai incerto dopo la fine dell’era Merkel; e che magari lo preferirebbero domani di nuovo al centro della governance europea piuttosto che al Quirinale. Come se, infine, si potesse prescindere dal peso imponderabile del fattore pandemia, nella parte del famigerato oste che puntualmente è arrivato, con la variante omicron, a scombinare i conti fatti senza di lui, imponendo una proroga dell’emergenza che entra in palese contraddizione con un eventuale trasloco di Draghi da palazzo Chigi al Colle.

Si dovrebbe sapere, del resto, che quello del desiderio è un piano inclinato, che sfugge al controllo della razionalità politica. E si dovrebbe sapere altresì che sul piano del desiderio la classifica dei giocatori in campo cambia, essendo il campione assoluto in materia Silvio Berlusconi. Il quale è precisamente uno che sul proprio desiderio non molla mai, e sa come giocarlo, rilanciarlo e portarlo comunque a profitto. Ora, che il Quirinale fosse in cima ai suoi desideri non tanto reconditi lo si sapeva e non da oggi né da ieri o da ieri l’altro: sì che suonano stupefacenti i punti esclamativi scandalizzati con cui la sua “sfacciata” autocandidatura è stata accolta e, sulle prime, sottovalutata. “L’Italia è il Paese che amo”, disse il Cavaliere quando scese in campo nel lontano 1994, e quale modo migliore della conquista del Quirinale per coronare quell’amore? L’Italia ha rimosso il ventennio berlusconiano, ma Berlusconi non ha rimosso il suo amore per l’Italia. E forse sarebbe stato il caso di monitorare meglio le sue mosse degli ultimi dieci anni invece di considerare archiviata la pratica e il personaggio con la sua uscita da Palazzo Chigi nel 2011, o di compiacersi, come pure è stato fatto, del suo moderatismo degli ultimi tempi.

Ancora una volta, puntando a carte scoperte su sé stesso (altro che le mosse felpate di altri candidati in pectore stile Sabino Cassese, per dirne uno che ne ha fatte parecchie anche prima dell’ultima Leopolda), Berlusconi rompe i giochi, organizza l’ennesima campagna elettorale (un po’ di dieta dimagrante, un’esca ai Cinque Stelle, una raddrizzata anti-sovranista ai talk di Mediaset) e si mette in posizione win-win. Se ce la fa col centrodestra compatto – cosa difficile ma non impossibile, dalla quarta votazione in poi – fa bingo, se non ce la fa torna comunque al centro della scena, come king maker per il Colle o come regista dell’ennesima ristrutturazione del sistema politico (stavolta magari a tre poli invece che a due come nel ’94, perché l’Europa comanda di isolare i sovranisti e paradossalmente proprio Berlusconi potrebbe risolversi a scaricarli).

Sono evidenti le ragioni per scongiurare che il suo desiderio si avveri. E sono partiti appelli e petizioni che le snocciolano. Berlusconi è divisivo e non può rappresentare l’unità nazionale; ha tentato per vent’anni di stravolgere la Costituzione e non può diventarne il garante; ha fatto una guerra senza quartiere alla magistratura e non può presiedere il Csm. È stato condannato per frode fiscale, ha vissuto di illegalità e menzogna sistematiche, si è preso gioco del parlamento con la storia della nipote di Mubarak e con le leggi ad personam, ha governato avvalendosi di un sistema di scambio prostitutivo fra potere, denaro e all’occorrenza sesso. Tutto vero, tutto noto, tutto largamente rimosso.

Eppure questo memorandum delle sue malefatte rischia ancora una volta di mancare il bersaglio, riproducendo gli antichi vizi di un antiberlusconismo inefficace che tralascia tre cose essenziali. La prima: Berlusconi è stato egemone per vent’anni non malgrado tutto ma grazie a tutto questo, perché nei suoi disvalori la maggior parte della società italiana si rispecchiava e si riconosceva. La seconda: Berlusconi è stato qualcosa di più di tutto questo elenco di misfatti: è stato la via italiana al neoliberismo, cioè a un’economia e a un’etica tutte incentrate sul mercato e sull’impresa e a una libertà tutta incentrata sull’egoismo che sono tuttora valori egemoni e indiscussi, che nemmeno la pandemia è riuscita a scalzare. È stato il gran maestro della svolta populista della politica italiana, con fin troppi allievi di cui la politica italiana non riesce a liberarsi. Ed è stato il costruttore di una sfera pubblica totalmente mediatizzata nella quale tuttora siamo immersi. Detto in sintesi, ha plasmato la società italiana a sua immagine e somiglianza, trasformandola – in peggio, s’intende – come forse nessun altro leader è mai riuscito a fare. Il suo desiderio di Quirinale fa leva su questa base materiale. Per sconfiggerlo non servono i pur sacrosanti appelli morali. Servirebbe dimostrare che siamo davvero fuori dal cono d’ombra della sua epoca; possibilmente senza l’ausilio di altri leader della provvidenza.

La cattiva notizia non è solo o tanto l’autocandidatura di Berlusconi. È il fatto che il sistema politico nel suo complesso sia arrivato alla scadenza del settennato di Mattarella senza un’altra idea che implorarne una proroga, duplicando così lo strappo formale già verificatosi con Napolitano, e con troppe incognite strutturali: sulla tenuta della maggioranza di Governo (che ne sarebbe dell’unità nazionale se Draghi traslocasse, e quale sarebbe l’esito elettorale di una pressoché certa fine anticipata della legislatura?), sulla struttura bipolare o tripolare del sistema (il fantomatico centro ribolle, ma stavolta avendo dalla sua l’obiettivo strategico europeo dell’isolamento dei sovranisti di cui sopra), sulla solita madre di tutte le incertezze, cioè la legge elettorale con cui prima o poi bisognerà eleggere il prossimo parlamento dimezzato. Troppi punti sospensivi perché maturi quel “king maker collettivo e condiviso” invocato da Enrico Letta. Allo stato, è più facile che il prossimo inquilino del Quirinale lo decida la somma algebrica di queste incognite. Magari coprendole con l’indicazione “di genere” – e dunque generica – di “una donna”, fin qui purtroppo non meglio specificata ma buona per dare una parvenza progressista a una situazione stagnante.


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Il vaccino non è un anestetico

Pubblicato il 15 ottobre 2021 su centrostudiriformastato.it

Somiglia più al blitz su Capitol Hill del 6 gennaio di quest’anno o all’assalto alle camere del lavoro di un secolo fa l’attacco alla Cgil di sabato scorso? Come l’inconscio, l’immaginario politico non è storicista: mescola tracce, stratificazioni, temporalità diverse, più aderente in questo alla realtà di quanto non sia una razionalità politica spesso gravata dall’ideologia. Gioverebbe forse ricordare che l’assalto di Capitol Hill fu preparato da una sequenza di iniziative elettorali di Trump e dei suoi seguaci in cui espliciti, dichiarati e rivendicati erano i riferimenti all’etica e all’estetica mussoliniane. Con il che il cerchio della storia sembrerebbe chiudersi e invece, come sempre, si riapre: nella storia le stesse cose ritornano, ma ogni volta con qualche differenza dalla volta precedente, ed è in questa differenza che si staglia la novità di un evento.

Checché ne dica Giorgia Meloni, la matrice dei fatti di sabato scorso è chiara ed è fascista. Il che toglie ogni alibi a un vastissimo fronte politico e mediatico mainstream che dai primi anni ‘90 in poi, a latere dello sdoganamento dell’Msi-An operato da Berlusconi e in nome della fine delle ideologie, dell’archiviazione del ‘900 e della compiuta democratizzazione dei sistemi politici occidentali, aveva bandito l’aggettivo fascista dal dibattito pubblico e blandito gli eredi dichiarati del ventennio come Forza Nuova e Casa Pound, legittimandoli in alcune occasioni elettorali e lasciandoli crescere indisturbati in alcune casematte decisive come la scuola (si rilegga l’inchiesta di Christian Raimo sui licei romani di qualche anno fa). Ora che con l’assalto alla Cgil quella matrice si ripresenta in una forma inequivocabilmente aggressiva, la discriminante antifascista che sta a fondamento della Repubblica e della Costituzione deve tornare in campo con tutto il suo spessore simbolico: è la ragione che ci convoca in piazza a sostegno della Cgil. E tuttavia, l’aggettivo “fascista” non esaurisce l’analisi del problema, e può diventare una scorciatoia che non aiuta a metterlo a fuoco. Altrettanto decisivo di quello che torna sempre uguale dal passato nazionale è infatti quello che di diverso compare oggi sulla scena.

Di diverso c’è il libertarismo individualistico ed egocentrato sotto le cui insegne si mobilitano oggi le destre radicali, in Italia come negli Usa e altrove, e che non proviene dalla tradizione autoritaria del fascismo storico bensì dalla (contro)rivoluzione neoliberale dell’ultimo cinquantennio. È in epoca neoliberale che la libertà perde i connotati politici della tradizione moderna, si conforma al codice del mercato, dell’impresa e del consumo e assume i tratti proprietari, antisociali e antipolitici con cui si presenta oggi nelle rivendicazioni no mask, no vax, no green pass. Ma questo è solo un lato del problema. L’altro è che questo estremismo libertario si sposa perfettamente, e paradossalmente, con le istanze d’ordine della destra tradizionalista: gerarchizzazione sociale, difesa strenua della proprietà (di beni, ma anche di diritti), classismo, razzismo, misoginia. È lo statuto bifronte delle destre radicali contemporanee, che se da un lato si differenziano dalle forme disciplinari e autoritarie del fascismo storico, dall’altro le incorporano in un’ideologia sovranista che tiene insieme l’affermazione esasperata di un io sovrano, “libero” da ogni vincolo comunitario, e la delega dell’ordine sociale a uno stato sovrano con le mani anch’esse “libere” da vincoli costituzionali e sovranazionali.

Questo paradossale libertarismo autoritario, o autoritarismo libertario, che abbiamo di fronte ci interroga aspramente tutti e non assolve nessuno. Interroga la tradizione liberale, sempre pronta a chiedere a destra e a sinistra abiure dalle rispettive tradizioni novecentesche ma senza mai dare segno alcuno di una sua presa di distanza dalla deformazione neoliberale della libertà. Interroga la sinistra moderata, sedotta per decenni dal neoliberalismo, che di questa deformazione non s’è accorta e ora che se ne accorge non le sa contrapporre nient’altro che il principio di una libertà negativa – “la mia libertà finisce dove comincia la tua” – che vede nell’altro un limite e non una risorsa dell’io. E interroga quello che resta della sinistra radicale, talvolta tentata di poter dirimere l’elemento libertario della protesta sociale di destra da quello disciplinare, come se l’individuo che rivendica per sé il massimo della libertà non fosse irreparabilmente lo stesso che domanda per migranti e marginali il massimo del pugno di ferro. Non se ne verrà a capo senza mettere in campo un’altra idea di libertà, dove l’altro non è limite ma incremento della libertà di ciascuno, e la politica è ambito e condizione del suo esercizio.

La pandemia avrebbe potuto e dovuto essere l’occasione per rilanciare questa dimensione sociale, relazionale e politica della libertà, contro il paradigma economico neoliberale che ne fa una prerogativa selettiva di un io sovrano, isolato e autocentrato. La scoperta che “nessuno si salva solo” comportava una ricostruzione dei legami sociali e politici devastati dal neoliberalismo, nonché del dibattito pubblico devastato da una crisi epistemica che ormai fa tutt’uno con la crisi democratica. Ha prevalso invece una visione meramente immunitaria del problema: il vaccino come protezione dal virus, per far ripartire la macchina economica e riprendere a fare “liberamente” quello che si faceva prima, come prima. Libertà di muoversi, produrre e consumare: la politica può attendere, delegata com’è a un governo tecnocratico che detta regole e discipline “da remoto”, mentre il dibattito pubblico si immiserisce ulteriormente invece di allargarsi.

Questo spiega perché il vaccino e il green pass, da rimedi necessari e parziali quali sono, siano diventati una sorta di feticcio, positivo per chi li accetta, negativo per chi li rifiuta.

Non si tratta, sia chiaro, di sminuire il valore scientifico e sanitario dei vaccini né l’importanza decisiva della campagna vaccinale. Il problema non è questo, è che c’è solo questo. Dopo quasi due anni di pandemia, non c’è traccia di investimento alcuno nella riparazione di tutte le falle del sistema che il virus ha portato allo scoperto: sanità, trasporti, edilizia scolastica, sfruttamento selvaggio delle risorse naturali sono al punto di partenza, e su una ripartenza affidata alle magie del Pnrr non si può certo dire che abbondino le voci critiche.

Non ci si può meravigliare allora se l’insoddisfazione sociale cresce, sia pure nella forma paranoica del no-vax e no-green pass. Anche le paranoie sono sintomi d’altro. È di questo altro che bisognerebbe cominciare a parlare. Un vaccino non è un anestetico. Se lo diventa la democrazia perisce, con o senza recrudescenze fasciste.

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Se si parlasse dell’astensione

Pubblicato su centrostudiriformastato.it il 7 ottobre 2021

C’è una sola notizia vera che arriva dalle amministrative di domenica scorsa, ed è quella che riguarda l’astensione di massa e il calo ai minimi storici della partecipazione al voto: alle comunali una media nazionale del 54,6% (contro il 61,5% della tornata di cinque anni fa e il 65,6% di quella dell’anno scorso), con cifre da record negativo a Milano (47,6%, -7% rispetto alla tornata precedente), a Torino (48%, -9%), a Roma (48,8, -4%), a Bologna (51,8%, -8%), a Napoli (47,2%, -7%), nelle suppletive di Siena malgrado la candidatura di Letta (33%!), mentre in Calabria si mantiene al già scandaloso 44,3% delle regionali di un anno e mezzo fa, superato solo dal 37,7% dei votanti con cui l’Emilia Romagna elesse il suo presidente nel 2014. Significa, tanto per capirci, che un candidato che vince con il 51% dei voti espressi in realtà ne ha conquistati solo il 25% dell’elettorato complessivo, e uno che vince con il 35% di fatto ne ha conquistato all’incirca il 16%. E significa altresì che tutte le “tendenze” e i “segnali” che dal voto di domenica vengono dedotti vanno, per così dire, a loro volta dimezzati: riguardano sei milioni e mezzo di elettori in tutto e sono da relativizzare rispetto all’unica tendenza e all’unico segnale generalizzabile, che è questo dell’astensione di massa.

Qualche domanda d’obbligo. L’astensione è solo sintomo di disinteresse, apatia, rifiuto passivo? O è diventata una delle opzioni possibili in campo, il rifiuto attivo di tutte le altre, un esodo programmatico dall’offerta politica esistente e deludente? O non ci dice per caso che le forme tradizionali della partecipazione politica e della democrazia rappresentativa stanno definitivamente tramontando, e se sì con che cosa si può pensare di rimpiazzarle? Sono tre ipotesi diverse, che probabilmente si sommano nella contingenza attuale.

Ci troviamo nel passaggio da una stagione a dominante populista a una stagione a dominante tecnocratica. L’alternanza – in Italia non nuova – fra populismo e tecnocrazia, lo sappiamo in teoria e l’abbiamo sperimentato in pratica, è deleteria per la democrazia rappresentativa: il populismo la attacca esplicitamente, la tecnocrazia ne prescinde; il populismo la sovraccarica di comunicazione, la tecnocrazia decide senza comunicare; il populismo dà fin troppa voce agli umori del popolo, la tecnocrazia li silenzia. L’astensione può essere una conseguenza di questo silenziamento. Può esprimere una delega consenziente al manovratore che non vuole essere disturbato, ma può esprimere anche uno scontento e un dissenso latenti e pronti a riesplodere, in nuovi populismi o altrimenti. E delle due non si sa quale sia peggio.

È molto malriposta perciò la soddisfazione perbenista (e governista) con cui i giornali mainstream si sono affrettati a leggere nel voto amministrativo il segno di una svolta moderata e riformista, per giunta originata dall’esperienza della pandemia che ci avrebbe reso tutti più assennati, più vogliosi di competenza e di prudenza, più centristi e in buona sostanza più draghiani. Ora è vero che i voti espressi mostrano la disintegrazione (in verità già evidente prima del voto) del Movimento 5 stelle e del suo elettorato, e sgonfiano i muscoli (in verità parecchio gonfiati negli anni dagli stessi media mainstream) della Lega. Ed è vero che il centrosinistra a trazione Pd ha vinto in tre città importanti come Milano, Bologna e Napoli. Ma da qui a sostenere che si delinea una “nuova geografia del riformismo” improntata al pragmatismo post-pandemico, alla ripartenza economica e al dissequestro della democrazia rappresentativa dalla morsa populista il passo è lungo: quella metà dell’elettorato che non partecipa alla festa sta lì a ricordarci che la nuova geografia rischia ancora parecchi terremoti.

La fretta di portare l’acqua del voto al mulino del governismo e del riformismo moderato occulta peraltro alcune contraddizioni di uno schema dato per acclarato. Dilaniato dalla competizione fra Salvini e Meloni il centrodestra, si dice, ha sbagliato le candidature, che il centrosinistra invece ha ponderato e azzeccato. Sarà, ma se nella capitale il risultato finale è tutt’altro che garantito lo si deve anche al ritardo con cui il Pd, dilaniato a sua volta dalle sue contorsioni interne, ha definito la candidatura di Gualtieri. E se in Calabria il centrodestra torna a stravincere, lo si deve solo all’incontenibile voglia di perdere del Pd medesimo, un coacervo di faide interne incapace di costruire quel “campo largo” che predica a parole e di pervenire a una candidatura presentabile fino a luglio scorso. A meno di non credere che anche in Calabria il riformismo moderato trionfi, ma per il tramite non del Pd ma di un candidato di Forza Italia, partito in via di estinzione nel resto d’Italia che però in Calabria è vivo e vegeto grazie ai suoi potentati, e che raddoppia col suo 17% il risultato modesto dei suoi due alleati più estremisti fermandone l’avanzata all’8%: con l’unico effetto positivo che Salvini, incassata la batosta del Nord, può archiviare anche il suo sogno della conquista dell’estremo Sud.

A proposito di Calabria (dove, nessuno l’ha ricordato, vige una legge elettorale che ghigliottina la rappresentanza delle minoranze), il risultato della coalizione di De Magistris è certamente deludente rispetto alle sue mire. Ma è del tutto arbitrario associarlo di default alla “débacle populista” della Lega e dei 5 stelle come fa il coro mainstream. Intanto perché il 16% è un risultato rispettabile per una coalizione civica priva di agganci di partito o di potentati elettorali (o forse questo vale per il “moderato” Calenda ma non per l’eterno “Masaniello” De Magistris?). Ma soprattutto perché la sua connotazione non ha mai avuto niente a che fare col populismo trasversale dei 5 stelle o con quello fascistoide della Lega, e ha dato piuttosto forma e consistenza a una sinistra sociale e a un bisogno di cambiamento finora polverizzati, e comunque irriducibili al “riformismo moderato” in salsa Draghi o Pd. Da questo punto di vista, quel 16% parla più delle possibilità di una sinistra radicale – e di un riformismo di sinistra – che della ritirata dell’onda populista, ed è in questa chiave che andrà prima o poi ripensato e messo a frutto. Resta il fatto che anche in Calabria un’offerta politica stavolta più articolata, ancorché divisa, di due anni fa non è riuscita a smuovere un elettorato inchiodato alla replica degli assetti precedenti e a un’astensione ormai maggioritaria. Per una regione che degli assetti precedenti non avrebbe niente da difendere, è un enigma che si spiega in un solo modo: con un voto di conservazione ormai organizzato per pacchetti blindati – nel centrodestra come nel Pd – e uno scontento che nelle aree più attrezzate si incanala in un voto di opposizione e cambiamento (nei seggi contigui alle università De Magistris arriva oltre il 30%), in quelle più periferiche o dove il divorzio dalla politica è ormai consumato si esprime con il non-voto.

Sospetto che non si tratti di una dinamica soltanto calabrese, e che un analogo funzionamento del voto e del non-voto connoti anche altre realtà, al sud e non solo al sud. Resta sul campo perciò una domanda cruciale: il governo “da remoto” di Mario Draghi sta effettivamente riordinando il campo politico all’insegna di una modernizzazione europeista e di un riformismo moderato e centrista sorretto dalla colonna portante del Pd, o sta piuttosto accentuando la divaricazione fra una delega politica che si accontenta di un po’ di stabilità e un esodo dalla politica che non vede possibilità né agenti del cambiamento?

Mentre in tanti si affannano a valutare gli scostamenti percentuali fra Salvini e Meloni e le gradazioni d’intesa fra Letta e Conte, c’è chi pensa a come “stabilizzare” ulteriormente questo quadro azionando il solito dispositivo della riforma istituzionale e costituzionale. Un bel semipresidenzialismo o un’ennesima trovata peggiorativa della legge elettorale potrebbero essere più efficaci di tante perorazioni sulla rivitalizzazione di partiti forse vaccinati dal populismo ma non per questo meno sclerotici. La tecnologia farà il resto: in Cina le città amministrate dall’intelligenza artificiale sono già in via di sperimentazione, e i referendum convocati via internet lo sono già qui da noi.

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Quando il troppo storpia

Pubblicato su centrostudiriformastato.it il 2 ottobre 2021

Non c’è affatto bisogno di aspettare le motivazioni della sentenza contro Mimmo Lucano per denunciarne l’intenzione persecutoria. Le motivazioni le leggeremo, per il gusto di verificare se tanto rigore legalitario – o tanto “settarismo giudiziario”, come l’ha definito Luigi Ferrajoli – il tribunale di Locri lo applichi tale e quale e con pari acribia a chi per davvero, su quel territorio in specie, di illegalità vive e prospera. Ma per l’intenzione persecutoria basta la tempistica, un intervento a gamba tesa a 72 ore dalle elezioni regionali in cui Lucano è un candidato di punta della coalizione civica guidata da Luigi De Magistris nonché il simbolo vivente di “un’altra Calabria possibile”, come recita il nome della sua lista. È strano come tanti garantisti à la carte, che per decenni hanno ululato contro la “giustizia a orologeria” rea di colpire al momento giusto questo o quel potente di turno, oggi non alzino neanche un sopracciglio contro questa evidente, e nient’affatto obbligata, ingerenza del tribunale di Locri nella dinamica elettorale. A chi dovrebbe giovare tanto zelo, se non agli spiriti animali della destra targata Spirlì, felici che la mannaia della giustizia si sia finalmente abbattuta sul modello Riace? O forse ha di nuovo ragione Lucano: si trattava di placare l’invidia che lo assediava per la sua popolarità, per le classifiche di Fortune, per il film di Wenders e per la fiction (mai trasmessa) della Rai. Era troppo, per un territorio abituato più a identificarsi nella comune disgrazia che a gioire per un progetto riuscito.

Ma è troppo anche questa sentenza, e si sa che il troppo storpia. Sì che non è da escludere che l’intervento a gamba tesa finisca con l’avere sulla dinamica elettorale un effetto-boomerang. La solidarietà che a Mimmo Lucano sta arrivando da ogni dove potrebbe dare i suoi frutti anche in termini elettorali. Non solo. Che la legalità formale non coincida con la giustizia ma possa perfino ostacolarla i calabresi lo sanno benissimo dalla loro storia, come sanno benissimo che è sospetta quella legalità che si esercita sui più deboli e chiude un occhio sui più forti: sono, peraltro, due tasti su cui De Magistris, che in Calabria prima di essere candidato è stato magistrato, ha insistito frequentemente nella sua campagna elettorale. E alla fine è un bene, in una regione costantemente rappresentata come una sorta di far west dove si gioca solo a guardie e ladri, che le contraddizioni in seno alla giustizia emergano così eclatantemente (nonché quelle in seno alla magistratura: caso vuole che proprio in questi giorni si tenga a Reggio Calabria un convegno nazionale di Magistratura democratica sull’accoglienza dei migranti significativamente intitolato “Un mare di vergogna“, che va nella direzione opposta a quella della sentenza del tribunale di Locri).

Il colpo di scena giudiziario della vigilia potrebbe mettere, dunque, qualche puntino sospensivo sul voto di domenica. Che prevalga il tandem Occhiuto (Forza Italia, candidato alla presidenza) e Spirlì (Lega, suo promesso vice) sembrerebbe scontato, in una competizione – a turno unico, dove vince chi prende un voto in più degli altri – in cui il centrodestra ha fatto di tutto per compattarsi sulla voglia di vincere e gli altri hanno fatto di tutto per dividersi grazie alla voglia di perdere del Pd, regista impareggiabile della gestione rovinosa di una partita politica che avrebbe potuto avere tutt’altro andamento. Ma di scontato, si sa, in politica non c’è quasi niente.

Riavvolgiamo rapidamente il nastro dei fatti. La Calabria torna alle urne dopo soli venti mesi dalle regionali del gennaio 2020, quando Jole Santelli, candidata berlusconiana del centrodestra, vinse con il 55% del 44% dell’elettorato. L’astensione fu la risposta dell’elettorato di centrosinistra a un’offerta politica insensata e inconsistente: mollato il governatore uscente, Mario Oliverio, senza alcuna motivazione esplicita e con quella implicita del suo coinvolgimento in alcune inchieste giudiziarie (dalle quali Oliverio è stato nel frattempo scagionato), il Pd si era affidato alla candidatura “civica” dell’imprenditore antimafia Pippo Callipo, con trascorsi politici trasversali e senza capacità di mobilitazione e trascinamento. Dopo la morte prematura di Santelli, intervenuta nell’ottobre successivo, c’erano tutte le condizioni perché il centrosinistra facesse tesoro della precedente batosta e si ristrutturasse attorno a una candidatura unitaria e credibile. La Regione era rimasta nelle mani di un personaggio improbabile come Spirlì, leghista di scuola Mediaset prescelto da Santelli e noto ai più per la sua imitazione firmata Crozza. La pandemia aveva portato agli onori della cronaca la situazione drammatica della sanità regionale commissariata da più di dieci anni, e l’aveva ulteriormente esacerbata con la vicenda tragicomica della sequenza di nomine declinate o impallinate seguita al dimissionamento per incompetenza dell’allora commissario Cotticelli e finita con il conferimento dell’incarico a un poliziotto come l’attuale commissario Guido Longo, ennesima dimostrazione che ai problemi della Calabria si pensa solo in termini criminali e repressivi. I calabresi erano stufi di sentirsi trattare, sulla salute come su tutti gli altri diritti fondamentali, come cittadini di serie B, l’elettorato progressista era saturo di umiliazioni, e la sinistra diffusa, che da gran tempo non si riconosce più in quella ufficiale ma opera attivamente sul territorio nell’associazionismo e nell’imprenditoria sociale, domandava a gran voce uno scatto politico unitario.

Si deve al Pd, e solo al Pd, se quella domanda non è stata raccolta. Ufficialmente protrattisi fino allo scorso giugno, i giochi in realtà si sono chiusi fra dicembre e gennaio, quando il Pd ha rifiutato di convergere su una candidatura di coalizione (fra i nomi possibili all’epoca quello di Anna Falcone, diventata nel frattempo una colonna portante della coalizione di De Magistris) per arroccarsi sulla conditio sine qua non, perdente in partenza, di un candidato di partito (all’epoca Nicola Irto, poi costretto a ritirarsi dalle faide interne al suo stesso partito). La determinazione con cui a febbraio è sceso in campo De Magistris ha rotto lo schema di gioco di un bipolarismo consociativo, in cui al “principale partito del centrosinistra”, che in Calabria è ridotto a percentuali preoccupanti ma non per questo abbassa la cresta, interessa più mantenere qualche postazione minore che puntare effettivamente al governo della Regione. Del resto, mentre De Magistris cominciava molto per tempo a battere la Calabria in lungo e in largo, il Pd aveva sempre qualcosa di più urgente a cui pensare che non la riconquista dell’unica regione in palio in queste amministrative: prima la crisi di governo, poi lo stato dell’alleanza con i 5 Stelle, poi il cambio della guardia fra Zingaretti e Letta. Riaperto da Conte dopo il suo insediamento alla guida dei 5S, per il centrosinistra il capitolo Calabria era di fatto già chiuso e dato per perso.

Il resto è cronaca di un casting elettorale privo di sostanza politica e approdato infine a metà luglio – dopo la designazione e il ritiro per problemi giudiziari familiari di un’imprenditrice, Maria Antonietta Ventura, individuata da Conte e Boccia ma ignota ai più – alla candidatura di Amalia Bruni, neurologa di valore nota per le sue ricerche sull’Alzheimer e direttrice del centro di neurogenetica di Lamezia Terme: un sigillo di garanzia – ma privo di esperienza politica – sul problema della sanità, salvo che sentire Conte, Letta e Zingaretti invocare a suo sostegno la fine del commissariamento della sanità regionale fa ridere o piangere, vedete voi, dati i trascorsi del governo Conte 2 nella summenzionata vicenda dei commissari spediti uno dopo l’altro in Calabria solo un anno fa senza che nessuno ne mettesse in forse la funzione. E la storia non finisce qui, perché la prova d’insipienza politica e di feudalizzazione interna del Pd è stata tale da indurre l’ex governatore Mario Oliviero a candidarsi a sua volta a presidente da indipendente, fuori e contro il suo partito: non per ripicca ma per riaprire una prospettiva politica a sinistra, dice lui, e come dargli torto? Il Pd che c’è di prospettive ne ha una sola: perdere e far perdere tutto ciò che a sinistra avrebbe possibilità di vincere, o quantomeno di vivere.

Che lo si voglia o no, quella della coalizione civica di De Magistris è la carta più interessante e promettente di questa partita, non a caso sostenuta anche da un fronte di intellettuali da tempo in stato di latenza. Le sei liste che la compongono non hanno i pacchetti di voti garantiti delle sette che sostengono rispettivamente Occhiuto e Bruni ma raccolgono il meglio dell’attivismo di una sinistra sociale non più disposta a restare ai margini, che insieme con il sindaco di Napoli ha fatto una campagna elettorale capillare sul territorio, dai borghi più negletti alle realtà più innovative, puntando sugli incontri ravvicinati, sul risveglio della partecipazione politica e sulla ri-motivazione al voto. Gravano su De Magistris antichi sospetti di populismo e di giustizialismo, ma la sua battaglia contro il consociativismo fra il centrodestra e il centrosinistra squalificati che si sono fin qui alternati alla guida della Regione è sacrosanta, mentre i toni del giovane magistrato d’assalto di venti anni fa sono oggi temperati dall’esperienza istituzionale napoletana ed europea. Una base di competenza necessaria per guidare una regione che sulla partita del Pnrr si gioca, come Anna Falcone non si stanca di ripetere, l’inserimento nei o l’emarginazione definitiva dai circuiti nazionali e continentali della decisione e della spesa. E che soprattutto, se verrà riaffidata alla destra peggiore che si sia mai vista, avrà bisogno della funzione di controllo di un’opposizione degna. La gara per il secondo posto, stavolta, è decisiva quanto quella per il primo.

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