Elogio di una data divisiva

Nell’epoca della post-verità, quando tutto diventa dicibile senza che debba essere vero ma soltanto verosimile, è difficile trovare la misura giusta della reazione a quello striscione milanese, o a quel post pasquale del ministro dell’interno con il mitra in mano. Come direbbero a Roma: ci sono o ci fanno? Provocano e basta, o testano con varie tecniche di comunicazione, dal post allo striscione, fino a dove possono spingersi nei fatti? Sottotitoli di una domanda che dal 4 marzo 2018 in poi aleggia irrisolta nel campo degli sconfitti: l’evocazione ammiccante – e adesso anche spudoratamente apologetica – del fascismo è solo una farsa o è il segnale di un rischio reale di ritorno di fascismo, per quanto in forme diverse da quelle del fascismo storico?

A me pare una domanda mal posta. Il problema non è quello di un ritorno a venire del fascismo-regime, bensì quello di uno spostamento già avvenuto nel regime del dicibile. Non è se Salvini passerà all’atto nell’uso di quel mitra, è che un ministro dell’interno, detentore ufficiale del monopolio statale della violenza, posti quella foto di instigazione all’uso di parte della violenza senza essere sollevato dal suo incarico. Non è se quello striscione di Piazzale Loreto possa fare proseliti, è che possa venire innalzato impunemente in nome – suppongo – di una libertà di opinione incurante del reato di apologia del fascismo. Il problema, insomma, non è scongiurare l’avvento di un ordine politico autoritario, ma combattere contro uno sfondamento già avvenuto nell’ordine simbolico.

Questo sfondamento ha una storia molto lunga. Se oggi il ministro dell’interno può impunemente denigrare il 25 aprile trattandolo alla stregua di un derby fra due ideologie decadute, è perché ad autorizzarlo ci sono quarant’anni in cui la talpa della riabilitazione del fascismo ha scavato con continuità e tenacia. Si cominciò negli anni Ottanta, con le mostre craxiane di rivalutazione della “modernità” del regime sulla scia della storiografia defeliciana. E si è proseguito senza sosta dal ’94 in poi, da quando cioè la destra tricipite – Forza Italia, Lega, Alleanza nazionale – aggregata da Berlusconi ha costantemente lavorato, al di là delle sue differenze interne, alla costruzione di una cultura politica sostitutiva della matrice antifascista da cui erano nate la Repubblica e la Costituzione. Una cultura che sotto le maschere unitarie della Nazione e del Popolo, e sotto la bandiera del superamento delle ideologie novecentesche, mirava a destituire la discriminante antifascista su cui si basa la Costituzione accusandola di essere “divisiva”, come non cessano di predicare tutt’ora i denigratori del 25 aprile: bastava leggere sui giornali di ieri i vari Sallusti, Veneziani, Feltri.

E’ ora di rivendicare senza complessi quella divisività. E’ vero, la liberazione divise il popolo italiano, per riunificarlo sotto valori alternativi a quelli del ventennio fascista. Che torni a dividerlo anche oggi non è detto che sia un male: ci sono momenti in cui è bene sapere da che parte si sta, e da che parte non si sta. Sono i momenti in cui i miti fondativi riacquistano il valore di un orientamento simbolico. Niente di meno e niente di più di quello di cui abbiamo bisogno.

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Lo scompiglio dell’8 marzo

Pubblicato su Internazionale l’8 marzo 2019

Lo sciopero femminista che oggi si ripete per il terzo anno consecutivo serve a ricordare che l’8 marzo è una giornata di lotta. Non è una festa in cui reclamare o celebrare spartizioni di potere e di carriera che non cambiano niente di come va il mondo. Non è nemmeno un funerale in cui accontentarsi di commemorare le vittime della violenza, dello sfruttamento e della discriminazione.

È un’occasione per rilanciare la scommessa politica della libertà femminile, di una libertà che non si lascia ridurre a facoltà di scelta fra le chance del mercato (dei beni, del lavoro, del sesso) e pretende invece di alzare l’asticella della qualità della vita personale, della sfera pubblica, della convivenza umana. Di fare un salto di civiltà, lasciandosi alle spalle i colpi di coda violenti e revanchisti del patriarcato. Di dare forza alle relazioni, in un mondo che si voleva globale e che oggi si ritrova barrato da muri, porti chiusi, campi di concentramento e di tortura. Di aprire l’immaginazione e il respiro nelle democrazie soffocate dalla religione della sicurezza e dal fantasma dell’invasore nero.

Intersezionalità è la parola d’ordine, anzi la parola disordinante, della marea femminista che calca ormai da anni e stabilmente la scena pubblica transnazionale, come un’onda di ultrasuoni che rimbalza dalla Polonia all’Argentina, dalla Spagna agli Stati Uniti, toccando come sempre fa il femminismo tutti i canali di scorrimento fra personale e politico, dalla sessualità al lavoro (produttivo e riproduttivo), dalla violenza alla cura di sé e del mondo, e sferrando l’attacco contro quartier generali prima inespugnabili, come la fabbrica hollywoodiana dell’immaginario planetario (il #MeToo) o come la Casa Bianca (le candidate alle prossime presidenziali Usa). Significa, quella parola disordinante, che il dominio non ha mai una sola faccia, non è mai solo maschile o solo bianco o solo padronale, ma ne condensa sempre più d’una; e che l’oppressione a sua volta non è mai a una sola dimensione, ma produce le gerarchie sociali intrecciando il genere, la razza, la classe. Guai però a limitarsi a disegnare queste cartografie stratificate del dominio e dell’oppressione: intersezionale è anche e in primo luogo l’azione che le scompiglia. Dove il potere ordina separando e murando le identità, la differenza disordina intrecciando relazioni e tessendo alleanze. È lo scompiglio che il “soggetto imprevisto” femminista, come lo chiamava Carla Lonzi, porta nello spazio pubblico da quando è venuto al mondo mezzo secolo fa. E che nello scenario politico di oggi si carica di nuove valenze e implicazioni.

L’intersezionalità taglia e sgretola i “popoli” costruiti e mobilitati dall’alto su base identitaria – nazionalistica, etnica, o più semplicemente elettoralistica – che oggi proliferano per ogni dove in occidente. Quando le donne escono allo scoperto non c’è popolo ma pluralità, non c’è identità ma differenza, non c’è mobilitazione dall’alto ma tessitura relazionale dal basso, non ci sono capi in divisa ma autorità e autorizzazioni simboliche, non c’è sfruttamento intensivo dei fantasmi dell’immaginario – le paure oggi tanto coccolate – ma apertura del presente all’immaginazione. Non c’è infine nessun sovrano e nessuna rivendicazione di sovranità, perché noi donne sappiamo per esperienza che il soggetto sovrano è quello che nel corso della storia si è costruito sul dominio della ragione sulle passioni, dell’uomo sulla donna, dei bianchi sugli “altri”. E sappiamo altresì che oggi i proclami di sovranità – statuale, popolare, individuale – sono maschere di gesso indossate a copertura della crisi ineluttabile e inarrestabile di quel soggetto: divise d’ordinanza, sfoggiate con la stessa tracotanza con cui ama indossarle il nostro ministro dell’interno e quanti come lui e con lui tentano l’assalto alla libertà femminile, murano i confini, gerarchizzano i colori della pelle, armano l’arroccamento proprietario sdoganandolo con la patente della legittima difesa.

Maschere macabre ma provvisorie, e caduche. La pluralità contro la finzione unitaria del popolo, l’interdipendenza contro la mascherata della sovranità: la scommessa femminista è sul piatto, come sempre si gioca nel cuore del presente e parla a chiunque abbia orecchie per intendere.

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Gli occhiali del passato e quelli di Orfini

Pubblicato il 21/2 2019 su Huffington Post

Nella sua intervista di ieri con Alessandro De Angelis in tema di rapporti fra giustizia e politica, e in polemica con Lucia Annunziata, Matteo Orfini sostiene che è sbagliato guardare a quello che sta succedendo oggi con gli occhiali del ventennio berlusconiano.Oggi infatti ci sarebbe in ballo non lo scontro fra magistratura e politica, né la questione del primato della politica, ma il funzionamento dello stato di diritto. Domanda: e ieri, invece?

A me pare che si tratti precisamente, ieri e oggi, della stesso nodo. Che non si riesce né a sciogliere né a tagliare. Anche se ovviamente, come tutti i nodi che nel corso del tempo ritornano, ritorna in circostanze e con variazioni diverse. Oggi come ieri, ha ragione Lucia Annunziata, “la” questione che si ripresenta è sempre la stessa: la pretesa della politica, ma meglio sarebbe dire dei politici, di essere intangibili dalla legge, e dunque dalla magistratura, nell’esercizio delle loro funzioni e dei loro poteri, i quali poteri derivano loro dal fatto di essere stati eletti. Questione malamente – molto malamente – rubricata da molti come “primato della politica”, e che va invece rubricata precisamente sotto il titolo del funzionamento dello Stato di diritto. L’equilibrio fra il principio di legittimità e il principio di legalità è infatti un caposaldo, forse “il” caposaldo, dello Stato di diritto: significa che chi è eletto è legittimato a rappresentare e governare, ma sotto e non sopra il controllo della legalità del suo operato, che il sistema giudiziario nel suo insieme (non solo i Pm e le procure) ha l’obbligo di garantire. Detto in altri termini, in uno Stato di diritto il primato della politica non è legibus solutus: e le leggi, non dimentichiamolo, le fa il potere politico, non quello giudiziario che a sua volta ha l’obbligo di rispettarle e non solo di farle rispettare.

Avere scambiato questo architrave dello Stato di diritto per una partita senza esclusione di colpi fra politici e magistrati è stato il fattore di massimo inquinamento del conflitto politico e del dibattito pubblico per tutta la cosiddetta seconda Repubblica, e purtroppo l’inquinamento rimane tutt’oggi, come i fatti dimostrano. Ha consentito di assumere posizioni opportunistiche, sia fra chi (soprattutto nel campo berlusconiano) gridava al complotto a ogni stormire d’inchiesta, sia fra chi (soprattutto nel campo antiberlusconiano) volentieri lasciava fare alla magistratura il lavoro che avrebbe dovuto fare la lotta politica: e questo opportunismo è tutt’altro che finito oggi, come dimostrano gli alti lai di Matteo Renzi e dei suoi sull’inchiesta che (disgraziatamente per tutti: avremmo preferito non vedere anche questa) colpisce i suoi genitori. Ha consentito alla magistratura di essere a sua volta esentata, e di auto-esentarsi, da critiche (anche i magistrati sbagliano, con i forti e con i deboli) e riforme necessarie. Ma soprattutto, ha consentito al sistema politico nel suo insieme di non interrogarsi sulle cause vere della perdita del primato della politica, tra le quali andrebbero annoverate la sua perdita emorragica di senso e di autorevolezza, la sua genuflessione alle ragioni dell’economia, la sua incapacità di autoriformarsi, la sua inarrestabile corruzione. Eccetera eccetera. Se di supplenza della magistratura si dovesse parlare, se ne dovrebbe parlare solo come effetto, non come causa, di questo quadro disperante – altro che primato – della politica.

Orfini ha del tutto ragione quando segnala che in fatto di Stato di diritto il caso Salvini-Diciotti segna un salto di qualità molto allarmante, perché negando l’autorizzazione a procedere sul ministro dell’Interno il parlamento sta altresì scrivendo il pericoloso precedente per cui il fine di un non meglio definito “prevalente interesse nazionale” giustifica qualunque mezzo, compreso il sequestro di persona, in patente violazione con i principi della Costituzione (quelli che tutti giurano da trent’anni essere in teoria intangibili, salvo farne strame in pratica). Aggiungo, a proposito di primato della politica, un particolare non irrilevante: nel caso Salvini, è la stessa legge sull’autorizzazione a procedere sui ministri che riconosce il primato della politica, dando ai parlamentari, non al sistema giudiziario, la facoltà di decidere che cosa sia e che cosa implichi (e non implichi) l’interesse nazionale. Troppa grazia per una classe politica che ancora una volta, scambiando per interesse nazionale una linea di parte come quella del governo sull’immigrazione, ha dimostrato che quel primato non lo merita e non sa esercitarlo se non a fini di autotutela e autoassoluzione.

Salutiamo perciò con soddisfazione la denuncia di Orfini sulla “deriva cilena” che il caso Salvini rischia di innescare. Purtroppo però anche qui uno sguardo sul passato non guasta. Non si ricordano infatti da parte del principale partito della sinistra denunce altrettanto allarmate in casi altrettanto gravi, per dirne uno Genova 2001 (con l’eccezione di Massimo D’Alema, all’epoca l’unico a denunciare in parlamento i metodi cileni usati alla Diaz e a Bolzaneto), o per dirne un altro, risalente non alla seconda ma alla prima Repubblica, ai tempi delle legislazione d’emergenza contro il terrorismo. Forse in fatto di Stato di diritto il Pd dovrebbe darsi, come si dice, una regolata: per il presente, per il passato e per il futuro.

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Prima gli italiani. Ricchi

Pubblicato su Internazionale il 14/2/2019

Il governo sovranista, che straparla di sovranità nazionale un giorno sì e l’altro pure e novantanove volte su cento a sproposito, sigla una cosiddetta intesa con le regioni più ricche dell’Italia del nord che fa letteralmente a brandelli lo stato nazionale. Il medesimo governo sovranista, che straparla di sovranità popolare un giorno sì e l’altro pure e cento volte su cento a sproposito, pretende di varare la suddetta intesa alla chetichella, scavalcando il parlamento ed evitando, con la complicità della maggior parte dei media mainstream, qualunque interferenza del parere del popolo e dell’opinione pubblica.

La Lega di Matteo Salvini, che tanti osservatori si sono affannati a benedire come un partito finalmente nazionale che archivia l’arcaica Lega nord di Umberto Bossi e i suoi folcroristici riti con l’ampolla, sta per realizzare quella secessione del nord che Berlusconi e Fini non consentirono a Bossi di realizzare. Lo scellerato “contratto di governo” – un pezzo di carta privato del quale avremmo dovuto solo ridere se fossimo ancora la patria del diritto come si continua a dire – si rivela per quello che è: un patto per unire con la colla del rancore un paese non più solo storicamente, bensì istituzionalmente diviso, soldi al nord e sussidi al sud, senza nemmeno la retorica unitaria che ha coperto un secolo e mezzo di rapina capitalistica del nord ai danni del sud.

Infine, il movimento che ha fatto dei “cittadini” il suo brand e il suo target si appresta a dare il suo placet a una cittadinanza gerarchizzata, di serie A al nord e di serie B al sud (senza contare quella di serie Z negata ai migranti), che fa strame una volta per tutte del principio costituzionale di uguaglianza e dello stato sociale, e ha l’unico merito di ridicolizzare definitivamente lo slogan “prima gli italiani” correggendolo in “prima gli italiani ricchi”.

È questo il succo delle bozze fin qui clandestine sulla cosiddetta “autonomia differenziata” del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia-Romagna che arrivano oggi in consiglio dei ministri. Le quali bozze, per dirlo in due parole e senza perdersi nella nebbia depistante dei tecnicismi, fanno due cose. Primo, conferiscono alle tre regioni interessate il profilo di altrettanti stati, dando loro piena sovranità su tutte le materie fin qui concorrenti fra stato centrale e regioni: fisco, istruzione, ambiente, salute, ricerca, beni culturali, infrastrutture, protezione civile, energia, comunicazione, previdenza complementare. Secondo, demoliscono in radice l’impalcatura dello stato sociale, sostituendo il criterio dell’accesso universale ai diritti fondamentali con l’erogazione di servizi parametrati al gettito fiscale di ciascuna regione.

In altri termini: a gettito fiscale più alto, standard più alti dei servizi dovuti ed erogati, e viceversa. I diritti non sono più beni universali ma performance relative, disponibili a chi ha di più e chi ha di meno si arrangi. Scuole, programmi scolastici, insegnanti, ospedali, medici, treni, autostrade: dipende da dove abiti e da quante risorse fiscali il tuo territorio può vantare e gestire in proprio. La trentennale e infinita transizione italiana arriva finalmente al punto, che è lo stesso da cui a ben guardare era partita: la secessione dei ricchi, come titola il prezioso libro di Giancarlo Viesti scaricabile gratuitamente sul sito della casa editrice Laterza.

Preparato nell’ombra, non è detto che il marchingegno trovi la luce nei tempi fulminei vagheggiati dalla Lega e dai suoi ministri. Per altrettanto ignobili ragioni, la transizione entrerà più probabilmente nel gioco di ricatti, veti, moratorie e scambi incrociati che regge, si fa per dire, l’alleanza gialloverde.

Per l’intanto, si segnalano tre effetti collaterali della vicenda. Il primo: si deve alle tanto innominabili e denigrate élite intellettuali (economisti, giuristi, centri studi come il Centro per la riforma dello stato e l’Osservatorio per il sud) se l’argomento è uscito dall’ombra, ha penetrato la cortina di ferro dei media, e sta diventando oggetto di discussione pubblica e di mobilitazione. Le regioni meridionali si svegliano da un sonno colpevole (la Campania scende sul piede di guerra, la Calabria chiede almeno un dibattito parlamentare, la Puglia, inizialmente sedotta da un supposto “buon uso” dell’autonomia, ci ripensa e dice no) e in parlamento spunta un fronte di opposizione targato LeU e, a quanto pare, incoraggiato dal futuro segretario del Pd nonché governatore del Lazio Zingaretti. Anche se va detto che nel tempo lungo dell’incubazione della secessione dei ricchi è appunto il Pd quello che va come al solito ringraziato. Non solo per la sua acquiescenza di oggi ai desiderata dell’Emilia-Romagna, o per i preliminari delle “intese” siglati ieri l’altro dal governo Gentiloni. Ma per le sue oscillazioni, approssimazioni e confusioni trentennali sulle questioni del federalismo e della sussidiarietà, nonché per la sciagurata riforma del 2001 del titolo V della costituzione fatta già allora (e per giunta a maggioranza, come le riforme costituzionali non vanno mai fatte) per inseguire la Lega e i suoi elettori.

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La posta in gioco nel caso Salvini

(Pubblicato su Internazionale il 6/2/2019)

Leggo i giornali, guardo i telegiornali e apprendo che la stragrande maggioranza degli italiani, sondati non si sa come, è contraria alla processabilità del ministro dell’interno Matteo Salvini, sulla quale si esprimerà domani la giunta per le immunità e in seguito l’aula del senato. Percentuali da capogiro: più o meno il 60 per cento dell’elettorato complessivo, più dell’80 per cento dell’elettorato leghista, il 65 per cento di quello dei cinquestelle, la metà di quello di Forza Italia, poco meno di un quarto di quello del Pd, pensano – in sintonia del resto con la maggior parte dei commentatori – che la richiesta dell’autorizzazione a procedere emessa dal tribunale dei ministri di Catania a carico di Salvini sia solo un modo per farlo fuori, punto e basta.

Qualcuno, intervistato dai cronisti d’assalto delle tv, si spinge più in là: “Salvini ha fatto solo quello che noi gli abbiamo chiesto di fare”, dove il “noi” non significa “noi suoi elettori” ma “noi popolo italiano”. La parte per il tutto, esattamente come nella retorica populista del governo gialloverde. Il cerchio si chiude: Salvini sostiene di aver fatto quello che il popolo gli chiede, il popolo sostiene che Salvini ha fatto quello che gli ha dato mandato di fare. In sostanza, un’autorizzazione popolare a delinquere: 177 persone tenute sotto sequestro su una nave per cinque giorni, e usate come ostaggio nella trattativa per la distribuzione dei migranti fra i paesi dell’Unione europea, con l’autorizzazione e la soddisfazione del “popolo”.

Il conflitto che è in corso sulla processabilità o meno del ministro non è un conflitto nuovo nella scena politica italiana: il ventennio berlusconiano ne è stato costantemente costellato e contrassegnato. È vero infatti che, come molti si affannano a puntualizzare, il caso Salvini è diverso dal caso Berlusconi: qui c’è un ministro indagato per un reato commesso nell’esercizio della sua funzione, lì c’era un imprenditore indagato per un reato commesso in conflitto d’interesse con la sua funzione di premier. Ma fatta questa pur saliente distinzione, la questione di fondo resta la stessa: qui e lì c’è un potere di governo che si ritiene al di sopra della legge, non processabile e non punibile perché eletto dal popolo e, in quanto eletto dal popolo, onnipotente e insindacabile, legibus solutus. In altri termini: chi vince le elezioni fa quello che vuole, anche illegalmente.

È la regola numero uno dei populismi contemporanei: scagliare il principio di legittimità contro il principio di legalità, laddove le costituzioni novecentesche si basano precisamente sul loro equilibrio; riaffermare una concezione assoluta della sovranità, laddove le costituzioni nate dopo l’esperienza del nazismo e del fascismo la limitano ancorandola all’osservanza della legge: chi vince le elezioni governa, ma entro la cornice della legge e sotto il controllo della legalità esercitato dalla magistratura.

La prima posta in gioco nel caso Salvini ha dunque a che fare con la concezione della democrazia, della sovranità e della divisione dei poteri. Se, come tutto lascia prevedere, il no all’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro finirà con il prevalere, la torsione populista e sovranista della nostra democrazia ne uscirà rafforzata, e con essa l’idea che il potere esecutivo è gerarchicamente superiore a quello giudiziario, e che chi vince le elezioni è padrone assoluto del campo. È solo ovvio sottolineare che l’espediente proposto dal presidente del consiglio e dai cinquestelle, ovvero la responsabilità collegiale di tutto il governo nella gestione della vicenda Diciotti, non sposta di una virgola il problema. Meno ovvio è aggiungere che l’argomento del primato della politica, avanzato anche in aree intellettuali di sinistra per sostenere la tesi della non procedibilità di Salvini, è del tutto pretestuoso: il primato e l’autonomia della politica, principio sacrosanto, ha molti campi in cui esprimersi, primo fra tutti quello del rapporto con l’economia in cui invece non viene mai fatto valere, ma non è un primato che possa esercitarsi contro la legge.

La seconda posta non è meno consistente. L’aula del senato potrà infatti esprimersi contro l’autorizzazione a procedere solo se valuterà che Salvini “abbia agito per la tutela di un interesse dello stato costituzionalmente rilevante, ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio di una funzione di governo”. Se cioè accetterà la versione dei fatti fornita dallo stesso Salvini, per cui il sequestro dei 177 migranti era necessario per la difesa dei confini nazionali e per la trattativa con l’Unione europea. Senonché da nessuna parte nella costituzione è previsto, né sottinteso, che esista un interesse dello stato o un preminente interesse pubblico che comporti o consenta la soppressione dell’habeas corpus e della libertà personale, o la messa a rischio delle vite, o l’uso delle persone come ostaggi di una trattativa. Di nuovo, si tratterebbe del tradimento di un caposaldo delle costituzioni postfasciste, scritte apposta per tutelare la vita umana dagli eventuali soprusi di uno stato totalitario.

Quello che è in gioco nel caso Salvini è dunque qualcosa di ben più consistente della durata del governo, cui i cinquestelle sembrano essere pronti a sacrificare la loro nota vocazione giustizialista e forcaiola. La prevedibile vittoria del no sarà l’ennesimo strappo, quanto mai lacerante, ai princìpi dello stato di diritto costituzionale. Unito ad altri due strappi che sono già a uno stadio avanzato di preparazione: la legge sulle autonomie regionali, che manda all’aria il presupposto egualitario dell’unità nazionale e di ciò che resta dello stato sociale, e la proposta di legge dell’M5s sul referendum propositivo, che smantella di fatto la centralità del parlamento nel potere legislativo. In barba alla retorica sovranista, avanza a grandi passi il disfacimento dell’architettura costituzionale e istituzionale del paese.

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L’io sovrano del Censis

(Pubblicato su Internazionale l’8 dicembre 2018)

Di anno in anno, con il suo rapporto annuale, il Censis non solo fornisce un’ottima radiografia dello stato dell’Italia, ma produce uno slogan destinato a scuotere un dibattito mediatico sempre più politicista, autoreferenziale e ripetitivo. Fu così qualche anno fa, quando De Rita prese pari pari dalle analisi lacaniane la diagnosi dell’eclissi del desiderio e la scaraventò su un’Italia ancora avvolta nel regime del godimento berlusconiano. Ed è così quest’anno, con il cinquantaduesimo rapporto che fa perno sul “sovranismo psichico” e mette di nuovo a fuoco il legame che nelle fasi di cambiamento stringe assieme la dimensione politica, quella sociale e quella psichica, individuale e collettiva.

Nel sovranismo, dice in sostanza il Censis, non ne va solo della nostalgia della sovranità nazionale “usurpata” dall’Unione europea e dell’invocazione della sovranità popolare “usurpata” dalle élite. Ne va di una certa mentalità, di certi sentimenti e comportamenti, di una certa configurazione degli individui. Lo si potrebbe dire – è stato detto: anche stavolta il Censis attinge a un’ampia ancorché non dichiarata letteratura – in altri termini: il discorso sovranista ha generato il suo soggetto, fatto a immagine e somiglianza dello stato sovrano perduto che evoca. L’uno e l’altro, lo stato e il soggetto, si sentono assediati da invasori alieni e minacciosi, l’uno e l’altro erigono muri a difesa dei propri confini, l’uno e l’altro nascondono dietro maschere fortificate e irrigidite la loro vulnerabilità e la loro dipendenza da altro e da altri. La forza – e la trappola – del sovranismo sta precisamente qui: nel creare un’illusione di forza e di autonomia, dello stato, del popolo e dell’individuo, a copertura della loro fragilità.

Il Censis però rovescia il cono: non vede nel soggetto sovranista un effetto del discorso politico, ma nel discorso politico un effetto della crisi sociale. In Italia il tempo s’è fermato: siamo fermi, e più spesso procediamo all’indietro come i gamberi. La ripresa economica intravista nel 2017 non s’è realizzata: “È sopraggiunto un intralcio, un rabbuiarsi dell’orizzonte”. Rallentano gli indicatori macroeconomici, cresce la sfiducia verso le istituzioni e il rancore di tutti contro tutti. Nell’assenza di progetto politico e di intervento statuale, peggiora in ogni campo la vita quotidiana, salvo che per una fascia di pochi privilegiati: la natalità diminuisce, l’ascensore sociale è bloccato, il lavoro manca, le disuguaglianze crescono, i soldi sono pochi (siamo il paese dell’Unione europea dove mediamente si guadagna di meno) e quei pochi stanno fermi in banca, i consumi non sono mai tornati ai livelli pre-crisi. Ma soprattutto, ogni cosa è sulle spalle dei singoli (aumentati del 50 per cento in dieci anni, mentre i matrimoni e le convivenze crollano) e delle famiglie: l’assistenza ai non autosufficienti, la sopravvivenza in un territorio a rischio perpetuo di crolli e frane, lo slalom nella giungla burocratica, la formazione culturale in un paese che non investe nulla sulla scuola e l’università. E per giunta, questo defatigante lavoro di adattamento alla crisi non viene riconosciuto né ripagato in gratitudine da nessuna istituzione.

Sono le radici profonde della delusione, della sfiducia e di un rancore pervasivo ormai convertitosi, scrive il Censis, in una cattiveria diffusa e in una conflittualità latente, “pulviscolare e individualizzata”. Da qui la soluzione del “sovranismo psichico”: un si salvi chi può che si regge sulla caccia paranoica del capro espiatorio, identificato nei migranti e più in generale in qualunque differenza o alterità perturbante. La maschera arcigna dell’io sovrano che presidia digrignando i denti un’identità immaginaria, in realtà destabilizzata dall’incertezza e dall’assenza di prospettive. Un’identità nazionale – “prima gli italiani”– bianca, proprietaria (e, dimentica di dire il Censis, maschile, come dimostra la misoginia imperante che il rapporto stranamente non contabilizza). Che “guarda al sovrano autoritario” come garanzia di contenimento dell’angoscia e di stabilità.

La soluzione del governo sovranista sarebbe dunque l’effetto coerente di questa trasformazione psichica e sociale. “La delusione per il non-cambiamento miracoloso ha incattivito gli italiani e li ha resi disponibili a un salto rischioso e incerto, un funambolico camminare sul ciglio di un fossato che mai prima d’ora aveva visto da così vicino, se la scommessa era poi quella di spiccare il volo. Quasi una ricerca programmatica del trauma, nel silenzio arrendevole delle élite”. C’è da chiedersi tuttavia, rovesciando di nuovo il cono, se la soluzione politica sarebbe stata necessariamente quella populista-sovranista in presenza di un discorso politico diverso. Se qualcuno avesse dato ascolto all’incertezza invece di rimuoverla nella narrativa trionfale della ripresa e alla precarietà invece di annegarla nella retorica delle start up. Se qualcuno, nella crisi, avesse fatto appello alla solidarietà invece che all’autoimprenditorialità e alla competitività. Se le responsabilità del debito accumulato fossero ricadute su chi di dovere invece che su un senso di colpa collettivo deprimente e mortifero. Eccetera eccetera: a incattivirci, prima del sovranismo psichico e politico, è stato il neoliberalismo, di cui il sovranismo è solo l’effetto perverso. E del resto, già pericolante. La grottesca vicenda della manovra economica ha già dimostrato che il ritorno alla sovranità dello stato-nazione è una beata illusione. Il crollo dell’illusione psichica dell’io sovrano seguirà immancabilmente.

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C’è vita sull’altra sponda dell’Atlantico. E su questa?

(Pubblicato su Internazionale il 7 novembre 2018) 

Alle tre del mattino ora di Greenwich, dopo già tre ore di attesa davanti alle tv americane con le loro magnifiche grafiche elettorali, l’onda blu annunciata dai sondaggi sembrava essersi infranta sugli scogli del Texas, dove Ted Cruz resisteva alla sfida di Beto O’Rourke, della Florida, dove Andrew Gillum, pupillo di Obama, non ce la faceva contro Ron De Santis, della Georgia, dove Stacey Abrams, prima donna nera della storia a lanciare il guanto della sfida, si fermava a due punti dal ventinovesimo governatore bianco, e repubblicano, Brian Kemp. E invece, via via che l’alba avanzava in Italia, la sera calava sulla California e si aprivano le urne degli stati dell’ovest, la blue wave montava eccome. Solo un’increspatura, mica uno tsunami, si è precipitato a twittare Donald Trump di buon mattino. Ma l’onda è alta, e lui non sarà più quello che è stato finora, anche se sarebbe azzardatissimo dire che le elezioni di metà mandato abbiano decretato la fine della sua funesta avventura.

Con 220 seggi conquistati alla camera, due in più di quanti ne servissero per controllarla, e sette governatori strappati all’avversario, il Partito democratico americano esce dal cono d’ombra della sconfitta di Hillary Clinton nel 2016 e il congresso americano esce dal controllo monocratico repubblicano durato otto lunghi anni. È quanto basta per un cambio di passo nella politica istituzionale statunitense, ed è quanto dovrebbe bastare anche per l’avvio di un cambio di stagione strategico che sconfigga e archivi, negli Stati Uniti e non solo, l’esplosione populista-sovranista. Non è detto che le due cose procedano insieme. Ma intanto per l’opposizione a Trump si annunciano tempi promettenti: la nuova camera a maggioranza democratica diventerà il teatro di inchieste a raffica sugli affari, i redditi mai dichiarati, i conflitti d’interesse, il Russia gate e tutte le altre opacità che hanno contrassegnato l’ascesa del presidente. Il quale avrà dalla sua, d’altra parte, il rinnovato e rafforzato controllo del senato, il che significa, fra l’altro, rinnovato e rafforzato potere di nomina sui giudici dell’alta corte, con quello che ne consegue per la politica trumpiana di smantellamento dei diritti sociali e civili. Si apre una fase, come si dice in gergo, di ulteriore polarizzazione e inasprimento della lotta politica. E non solo a Washington.

È anche e soprattutto una polarizzazione sociale, infatti, quella che emerge dal voto. Non più lungo la linea che finora colorava di blu le due coste del paese e di rosso l’interno della carta geopolitica degli Stati Uniti, ma lungo una linea che divide le zone rurali e bianche, saldamente in mano a Trump e alla sua base, dalle città e dalle periferie urbane da cui è partita e montata la blue wave della “resistenza” confluita nel voto democratico. La polarizzazione vera, strutturale, dunque è questa: l’America delle diversità e della pluralità, del meticciato e delle coalizioni, l’America femminista, colored e millennial, contro l’America bianca e compatta, proprietaria e asserragliata, nostalgica di un’identità inesistente e fantasmatica. Una polarizzazione di cui Trump è stato ed è effetto e agente, dietro lo slogan, fintamente unitario come tutti gli slogan populisti, dell’America first.

In questo senso, e ben al di là della conta dei seggi parlamentari, le elezioni di metà mandato riaprono il cerchio del conflitto simbolico che si era chiuso malamente il 9 novembre di due anni fa. Allora, l’elezione dell’outsider bianco, macho, misogino e suprematista fu il segno più che della ribellione contro l’establishment che molti vollero vederci, di una reazione alla politica post-identitaria del primo presidente nero e alla possibile presidenza di una donna, per quanto sbagliata fosse la candidatura e per quanto consunto fosse il femminismo neoliberale di Hillary Clinton. Oggi le elezioni premiano una resistenza costruita sull’intersezionalità post-identitaria fra segmenti diversi (le cosiddette minoranze, ma anche la nuova stratificazione sociale disegnata dal ciclo economico) della società americana, con in prima linea un nuovo femminismo che manda al congresso cento donne, per la prima volta nella storia e con molti primati fino a ieri impensabili – ne abbiamo già scritto – e viene coralmente riconosciuto come la novità più rilevante e più decisiva di questa stagione politica.

Nel giro di due anni dunque i termini del problema si sono ribaltati, e il conflitto simbolico sull’identità americana si riapre. Il che non vuol dire che sia risolto, o superato: al contrario, è prevedibile che si indurirà, perché l’onda democratica c’è ma Trump e il trumpismo restano forti e radicati, e il Partito repubblicano ne resta fondamentalmente ostaggio, costretto a ripiegare anch’esso sempre più sulla linea arroccata e reazionaria del presidente. La società americana, però, si è rimessa in movimento, e il Partito democratico da questo movimento si è lasciato, bon gré mal gré, attraversare e scuotere: molti dei profili degli eletti e soprattutto delle elette trasmettono il ricambio di genere e di generazione che è in corso, insieme a uno spostamento verso sinistra delle lancette dell’orientamento politico.

Ne dovrebbe rimbalzare qualche lezione su questa sponda dell’Atlantico. Certo la blue wave non basta a fugare il pericolo della longa manus di Trump sulla decostruzione dell’Europa da parte dei sovranisti di casa nostra. Ma dovrebbe bastare a far capire alla società europea che contrattaccare è possibile, e a ciò che resta della sinistra europea che essa non avrà alcuna prospettiva di rinascita senza fare i conti – prima che con il “suo” popolo che l’ha abbandonata – con i cambiamenti demografici da cui il popolo è continuamente ridisegnato e con le scintillanti diversità di pelle, di cultura, di genere e di generazione che lo attraversano.

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