88 giorni

(Pubblicato su Internazionale.it l’1 giugno 2018)

Alla fine ci abbiamo messo la metà del tempo della Germania, e senza elezioni a ripetizione come in Spagna. Il governo concepito nelle urne il 4 marzo ha avuto una gestazione lunga 88 giorni e a dir poco rocambolesca, ma alla fine assomiglia al voto da cui nasce e di questo deve prendere positivamente atto anche chi di quel voto non è contento affatto. La gestazione rocambolesca ha rischiato di mandare in default l’istituzione più alta della repubblica, nonché l’unica a essere fin qui sopravvissuta alla crisi di legittimazione di tutte le istituzioni repubblicane, ma alla fine e in qualche modo Sergio Mattarella ha vinto: governo politico (anche se infarcito di tecnici nei ruoli più importanti, a cominciare dal presidente del consiglio), composto dai vincitori delle elezioni (anche se uniti non da una solida alleanza ma da un sospettoso, e sospetto, contratto), senza presenze troppo inquietanti per l’Unione europea e i famigerati mercati (il caso Savona si chiude con un compromesso di facciata, ma accettabile per tutti).

L’antica sapienza democristiana della prima repubblica ha avuto la meglio sulle intemperanze dei due capopopolo che si vorrebbero levatori della terza? Sì e no. Sull’operato di Mattarella, sulla sua gestione del fattore-tempo, sulla sua tolleranza per gli strappi alle forme e alle procedure, sulle sue rigidità (il discutibile veto su Savona) e le sue condiscendenze (l’ancor più discutibile incarico a Conte) si discuterà ancora a lungo. Ma è lecito pensare che nel piegare Di Maio e Salvini alla disciplina della formazione del governo il cinismo dei mercati e di chi li muove, Bce compresa, abbia pesato almeno quanto la suddetta sapienza e pazienza del capo dello stato. Tre giorni di impennata dello spread devono aver convinto Di Maio e Salvini che altri due mesi passati a gridare all’impeachment e ad arringare le piazze avrebbero avuto sui loro elettorati la forza devastante di un’atomica.

E qui finisce il brindisi per il lieto evento, perché né la laboriosità del parto né le fattezze della creatura promettono alcunché di buono per il futuro. Del presidente del consiglio non sappiamo che cosa pensi dell’Italia, dell’Europa e del mondo. Luigi Di Maio può intestarsi la mossa finale che ha vinto le resistenze di Salvini, ma solo dopo aver ingoiato a sua volta tutte le condizioni del suo alleato, che non solo si insedia al Viminale con intenzioni fieramente razziste ma incassa ministeri chiave per l’egemonia sul senso comune quali l’istruzione (Bussetti) e la famiglia (Fontana, militante pro-vita ed eteronormativo sfegatato. A proposito, il tanto apprezzato Giorgetti, sottosegretario in pectore alla presidenza del consiglio, fu a suo tempo il principale estensore della legge 40 contro la procreazione assistita). Sulla giustizia (Bonafede, M5s) il “contratto di governo” si segnala per essere il più forcaiolo della storia della repubblica. Sulla politica industriale, e in generale sull’idea di sviluppo del paese, il più omissivo. Sui rapporti con la Ue, come s’è visto nell’ultima tumultuosa settimana, il più opaco. Sulla politica estera il più pericolosamente ambiguo. E siccome il mondo ci mette sempre lo zampino, per ironia della storia la prima gatta da pelare del governo del “prima gli italiani” sarà la guerra dei dazi contro l’Europa dell’alfiere di America first: contraddizioni in seno al sovranismo.

Restano sul campo i morti, i feriti e gli effetti collaterali di questi 88 giorni. Gli sconfitti del 4 marzo, ovvero il centrosinistra a trazione renziana e il centrodestra a trazione berlusconiana, ne escono entrambi ma diversamente triturati. Il centrodestra perde la maschera del preteso moderatismo berlusconiano, si radicalizza sotto la guida di Salvini (nonché di Meloni) ma mantiene e rafforza la sua pretesa egemonica sulla società e sullo scacchiere politico. Il centrosinistra e la sinistra, al contrario, si ritrovano ben avviati sul viale della marginalità, per giunta silenziosa e priva di guizzi reattivi. Che se la siano cercata e meritata non è di nessuna consolazione, la situazione attuale essendo la dimostrazione che senza sinistra in questo paese vacilla l’intera impalcatura democratica.

Gli effetti collaterali non sono meno rilevanti. L’odiosa formula del “contratto di governo” segnala un processo preoccupante di privatizzazione della politica che si cristallizza nel linguaggio (para)giuridico. La scomposta spericolatezza dei principali protagonisti di questa lunga crisi nel rapporto con il Quirinale accentua una crisi di autorità della politica e delle istituzioni che sembra ormai priva di anticorpi nei leader delle nuove generazioni, e che il sempre più frequente ricorso alle “competenze” e ai “tecnici” copre malamente. Infine ma non ultimo, il rapporto fra politica e comunicazione ha subìto un’ulteriore torsione: mai la formazione di un governo era stata così spettacolarizzata, con un assedio così pervasivo della scena e del retroscena e un accavallarsi così rapido dei fatti e delle reazioni, in tv e in rete: una saturazione dell’informazione e della comunicazione che fa tabula rasa dei tempi e dei riti residui della decisione e della riflessività politica.

Ma che accelera inevitabilmente, e positivamente, anche tutte le contraddizioni in campo. L’opposizione – politica e giornalistica – all’establishment, ora che è al potere, dovrà trovare nuove, e si spera più pacate e razionali, strategie narrative di autolegittimazione. Il populismo di governo dovrà fare i conti con i limiti che il populismo d’opposizione ignora. La questione europea, fin qui inchiodata fra l’ottusità della governance comunitaria da un lato e le falene regressive del sovranismo dall’altro, dovrà dispiegarsi, da qui alle elezioni del 2019, in tutta la sua gigantesca portata. Se Bruxelles, Francoforte e Berlino dovessero finalmente realizzare che la gabbia soffocante dei parametri, della moneta e delle direttive calate dall’alto rischia di partorire solo mostriciattoli, il laboratorio italiano anche stavolta non avrà funzionato invano.

Annunci
Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

“Loro” e noi

(Pubblicato su Internazionale.it il 24 aprile 2018)

Loro, l’atteso – ma sgradito a Cannes – film di Paolo Sorrentino su Silvio Berlusconi e il suo sistema di potere, arriva nelle sale in uno dei tanti momenti topici che continuano a scandire l’interminabile vicenda politica del leader di Forza Italia: pochi giorni dopo la sentenza di Palermo che torna a stigmatizzarlo come interlocutore della trattativa stato-mafia nei primi anni novanta, e poche ore dopo il voto regionale del Molise che lo vede di nuovo vincitore, sia pur relativo, e gela almeno momentaneamente i tentativi del suo alleato leghista di detronizzarlo definitivamente dalla leadership del centrodestra. Un momento topico che rinnova il “mistero” del berlusconismo, della sua egemonia più che ventennale, della sua permanenza spettrale – e tuttavia non priva di capacità di manovra politica – in una stagione come quella attuale che parrebbe orientata a fare tabula rasa della cosiddetta seconda repubblica e dei suoi protagonisti.

Loro non aiuta a sciogliere questo mistero, da cui pure il regista sostiene, nelle note di regia che accompagnano l’uscita del film, di essere stato mosso: l’insistenza sui due tasti più battuti dell’antiberlusconismo – l’a-moralità dello stile di vita dell’uomo e l’illegalità acclarata del politico – non scioglie il nodo del perché Berlusconi abbia accumulato tanto consenso non malgrado, ma grazie a questi tratti, in una società che se n’è fatta largamente plasmare. L’equivoco, del resto, sta nel titolo, quel “loro” che allude – di nuovo! – a qualcosa, o qualcuno, di diverso e distante da un sottinteso “noi”, come se Berlusconi fosse un alieno precipitato sul nostro paese non si sa da dove né perché.

“Loro”, questo Sorrentino lo sa e lo rende benissimo, sono prima che un’etica un’estetica, che dalle televisioni Mediaset si allunga senza soluzione di continuità al corpo sociale. Trait-d’union fra le une e l’altro, e anche questa non è una novità, il corpo femminile, nudo, disponibile, prostituito, comprato e venduto, talvolta perfino ispezionato perché il sadismo fascista in Italia non dorme mai. Corpo-merce, ma soprattutto corpo-valuta (copyright Walter Siti): moneta di scambio tra uomini, piccoli imprenditori e piccoli politici in cerca di ascesa, che ne aumenta il valore sociale. Con una scelta felice, il film fa centro, più che sulla maschera di Berlusconi (Toni Servillo), su quella di Sergio Morra (Riccardo Scamarcio, bravissimo), al secolo Gianpaolo Tarantini, il procuratore di escort numero uno della corte del premier, che gliele portava in cambio di appalti. Un sistema di scambio drogato, metaforicamente e alla lettera, dove la polvere bianca è il carburante del sesso e del potere e senza polvere bianca entrambi si sgonfiano.

“Lui” invece, anche questo Sorrentino lo sa, è prima di tutto un oggetto d’investimento fantasmatico, una proiezione dell’arrivismo sociale, un oggetto del desiderio per chi non ha desideri, un dio (“loro” lo chiamano così) per i senza dio. Annunciato dalla sua icona – un tatuaggio sul fondoschiena di una delle ragazze di Tarantini – compare solo un’ora dopo, prima seminascosto sotto due asciugamani bianchi come l’accappatoio di Weinstein, poi nei suoi paramenti sardi, compreso un improbabile abito da odalisca perfetto per il narcisismo femminilizzato del personaggio. La maschera di Servillo funziona solo a metà: compendia efficacemente, in un dialogo con il nipote, la filosofia berlusconiana dell’a-legalità e dell’equivalenza tra vero e falso, ma restituisce un’immagine dell’uomo – “Mi interessava il racconto dell’uomo più che del politico”, scrive il regista – fin troppo misera per essere credibile: un marito inadempiente alle prese con un matrimonio traballante, un miliardario che si è fatto da solo (“Abbiamo già tutto”, gli dice Veronica quando lui le offre in dono la ventunesima villa, e lui le risponde “tutto non è mai abbastanza”) ma dopo aver assaggiato il potere politico piagnucola perché si annoia di stare all’opposizione e intanto butta l’occhio sulla barca carica di ragazze di Tarantini.

Sorrentino limita infatti l’arco temporale del film agli anni precedenti al ritorno di Berlusconi al governo nel 2008, con una forzatura rispetto al calendario degli eventi reali che si svolgono invece prima e dopo (tra il 2006 e il 2010, prima stagione degli “scandali sessuali” che si svolgono tra la Puglia di Tarantini e la residenza sarda di Berlusconi, cui seguirà una seconda stagione, quella del bunga-bunga di Arcore, di cui questo Loro 1, cui seguirà il 10 maggio Loro 2, non parla). La forzatura è legittima, se si sta alle intenzioni dichiarate del regista, che presenta il film come “un racconto di finzione, in costume, che narra di fatti verosimili o inventati”. Senonché i conti non tornano, e non solo perché, a onta delle cautele del regista, i riferimenti ai fatti sono in realtà molto realistici (del resto, la realtà berlusconiana avendo tutti i tratti di una fiction, sarebbe pressoché impossibile estrarne una fiction non realistica).

Ma soprattutto perché Loro taglia dal racconto dei fatti il momento e il modo della loro scoperta. Il momento, che risale al 2009, quando Berlusconi è di nuovo premier, l’uomo è inseparabile dal politico, le sue residenze private sono tutt’uno con le sue residenze ufficiali – ed è questo insostenibile connubio a rendere quei fatti politicamente significativi e non più trattabili come un semplice repertorio di antropologia decadente. Il modo, che si deve alle denunce femminili di quei fatti, il che rende l’universo femminile che ne è coinvolto non più rappresentabile come Sorrentino lo rappresenta. Nei fatti, non c’è una Veronica (Elena Sofia Ricci nel film) assediata e disorientata dall’appannamento della sua bellezza e del suo matrimonio; c’è una first lady che molla d’un colpo, pubblicamente e senza appello, il marito, il premier e la sua corte di ruffiani. E non ci sono solo “troie” (sic) identificate nel ruolo; ci sono, proprio all’interno del clan Tarantini, escort che dal ruolo si staccano e raccontano per filo e per segno all’opinione pubblica quello che avveniva nelle feste e nelle stanze del premier. Senza queste voci femminili, quei fatti sarebbero probabilmente rimasti segreti e impenetrabili anche alla telecamera di Sorrentino, e non c’è nessuna ragione artistica che legittimi la scelta di eliminarle: la loro cancellazione cancella anche il senso politico di quei fatti e l’impatto esplosivo della loro scoperta.

Si sa che c’è attesa e, dalle parti di Berlusconi, preoccupazione per l’impatto che il film di Sorrentino potrà avere sulla inesausta rincorsa dell’ex premier alla propria rilegittimazione politica. Ma salvo sorprese in Loro 2, l’impatto sarà impercettibile. Chi cerca una conferma del carattere ripugnante dell’etica e dell’estetica berlusconiana la troverà, corredata di pecore straniate, bisonti a piede libero, topi raccapriccianti e altre fantasiose creature che spuntano di tanto in tanto sulla scena. Chi in quell’etica e in quell’estetica si è più o meno consapevolmente identificato continuerà a essere captato dal godimento perverso di cui grondano. Su come e perché quell’etica e quell’estetica siano infine tramontate pur proiettando dietro di sé l’ombra lunga dei tramonti, abbiamo visto nel reality berlusconiano indizi più attendibili che nel film “tutto documentato, tutto arbitrario” di Sorrentino.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

C’è vita a sinistra oltre il destino neoliberale?

(Pubblicato su ItalianiEuropei marzo 2018)

1. Ho capito che le cose sarebbero potute andare come poi sono andate su un treno per la Sicilia, i primi di febbraio. Davanti a me chiacchieravano una donna pugliese trapiantata in Veneto e un uomo napoletano, entrambi, a occhio, attorno ai 40 anni. L’una spiegava perché avrebbe votato Lega: motivazioni d’antan, contro il Sud immobile e assistito (“lo dico da meridionale”), e motivazioni salviniane, “prima gli italiani poi i migranti”. L’altro spiegava perché avrebbe votato M5S: perché a Sud va tutto a rotoli, ed è ora di mandare tutti a casa. Non erano sorprendenti questi discorsi, in sé non nuovi, bensì la pacata complicità con cui si prendevano a braccetto, invece di fare scintille come spesso accade fra meridionali e settentrionali. Ho avuto in quel momento la sensazione precisa che il 4 marzo lo scontento del Nord e quello del Sud avrebbero potuto sommarsi senza contraddirsi, come in una sorta di blocco storico al servizio non della rivoluzione di gramsciana memoria ma più modestamente di un perentorio “basta così”.

La cartina dello stivale giallo-blu, o meglio giallo-verde, uscita dalle urne ha poi confermato quella sensazione. Ci sarebbero sotto quei colori, secondo la maggior parte delle interpretazioni, il solito Nord delle partite Iva che abbocca alla promessa della flat tax, e il solito Sud assistenzialista che abbocca alla promessa del reddito di cittadinanza. Non nego che questi due miraggi abbiano avuto un’incidenza sul voto, ma suggerirei un’analisi meno gravata dalle visioni stereotipate del Nord e soprattutto del Sud che da decenni imperano nel discorso pubblico. Quell’istantanea giallo-verde fotografa oggi un paese che non è più tenuto insieme dalla logica funzionale fra sviluppo e sottosviluppo, come nella prima Repubblica, né dilaniato dalla contraddizione fra dinamismo e dipendenza o fra impresa e spesa pubblica come nella seconda. Fotografa piuttosto un paese che all’uscita da una crisi devastante si ritrova spaccato in due, con due standard intollerabilmente diseguali di cittadinanza (aspettative di vita, sanità, mobilità, lavoro, reddito, uso e abuso del territorio), dove il Nord affida benessere e ripresa più alle barriere protezioniste, securitarie e xenofobiche della Lega che all’ormai scaduta retorica del godimento berlusconiana, mentre il Sud licenzia d’un colpo le classi dirigenti locali e nazionali, di destra e di sinistra, che considera responsabili del suo declino, e che sulla gestione corrotta e corruttiva della spesa pubblica prosperano da sempre: più che un’ennesima richiesta di assistenzialismo, a me pare un impellente bisogno di uscirne.

Ora può ben darsi che il voto del Nord torni a esprimere un’istanza neoliberista di deregolamentazione e quello del Sud una richiesta di intervento pubblico nell’economia, e che questa contraddizione basti a scongiurare la formazione di un governo Lega- 5 Stelle. Ma la politica non coincide con l’economia per quanto ne sia influenzata, né si esaurisce nella formazione di un governo. Politicamente, i colori della cartina dell’Italia sono due ma il messaggio è uno, ed esprime qualcosa di più di una rivolta anti-establishment estemporanea: segnala per un verso il fallimento del progetto unitario (è impressionante la coincidenza fra i confini del Sud “giallo” di oggi e quelli del Regno delle due Sicilie), e per un altro abbozza un approdo inquietante e pieno di incognite della transizione italiana cominciata all’inizio degli anni 90. Se di un approdo populista si tratta, esso si innesta, come peraltro sempre fanno i populismi, su caratteri e problemi nazionali antichi e irrisolti. Ma sul populismo, o sui populismi, bisogna cercare di intendersi, al di là delle ripetute cautele sull’uso e l’abuso di un termine troppo vago (ma in realtà non privo, in letteratura, di una sua consistenza).

2. Luigi Di Maio ha festeggiato i risultati annunciando la nascita della terza Repubblica, “quella finalmente dei cittadini”. Con la misura dello storico che è inevitabilmente diversa dall’occasionalismo del politico, Ernesto Galli della Loggia ha visto piuttosto nel 4 marzo la vera fine della prima Repubblica, poiché il voto lascia sul campo solo due forze del tutto estranee alle culture politiche che l’avevano occupato fino al ’92, e tritura ciò che ci quelle culture politiche restava nel centrosinistra. E’ una considerazione da tenere presente, per almeno due ragioni. Primo, perché ci consente indirettamente di vedere come la progressiva demolizione della sinistra sia stato il filo nascosto della lunga transizione italiana. Secondo, perché ci aiuta a inquadrare in una prospettiva di lungo periodo l’esito populista di oggi: che non è l’onda corta del 2013, bensì l’onda lunga del ’92.

A quanti vedono nel voto la vittoria dei populismi contro la stabilità del sistema converrà ricordare che in realtà a vincere sono stati i due populismi “dal basso”, quello della Lega e quello dei 5 Stelle, contro i due “populismi dall’alto”, di Berlusconi e di Renzi, che nel corso del tempo la stabilità del sistema l’hanno ripetutamente attaccata più che garantita. Ed eccoci in piena specificità del laboratorio italiano. Pur dentro un’onda che ormai attraversa la gran parte delle democrazie contemporanee, l’Italia è l’unico paese ad avere sperimentato, fra la fine degli anni 80 e oggi, una sequenza di ben quattro populismi – quello etnico della Lega, quello telecratico di Berlusconi, quello digitale del M5S, quello istituzionale, com’è stato definito, di Renzi -, l’uno diverso dall’altro, ma tutti accomunati da alcuni tratti precisi e ritornanti: l’appello diretto, “disintermediato” e basato su significanti vuoti al (proprio) popolo, la retorica anti-establishment (impugnata da fuori e da dentro l’establishment stesso), la leadership personalizzata, l’uso intensivo dei media nella costruzione del consenso, la composizione interclassista dell’elettorato.

Non mi interessa qui ripercorrere le singole vicende di questi quattro populismi, né analizzare le loro differenze e le loro contiguità, e nemmeno soffermarmi sulle loro ultime mutazioni pre-elettorali (il passaggio della Lega dalla dimensione padana a quella nazionale; il ritorno simulacrale di Berlusconi nella veste rassicurante del guardiano della stabilità; l’apertura cautelativa verso i vertici di Bruxelles del M5S; il renzismo dei “cento punti” in luogo di quello rottamatorio). Mi interessa piuttosto rimettere a fuoco questa sequenza nel suo insieme, perché essa mostra con grande chiarezza il riconfigurarsi, lungo la seconda Repubblica, dell’intero campo politico come un “campo populista”, caratterizzato dalla fine delle identità sociali e politiche tradizionali, dalla crisi della rappresentanza, da processi di de-costituzionalizzazione, dalla delegittimazione della politica, dalla mediatizzazione della sfera pubblica, dall’affermarsi della contrapposizione alto/basso come unico asse del conflitto. Detto in altri termini, la crisi della prima Repubblica coincide con un’erosione inesorabile della democrazia liberale rappresentativa, che apre la strada alla “soluzione” populista nelle sue varie espressioni, dal basso e dall’alto, d’opposizione e di governo. Il che spiega tra l’altro perché durante la seconda Repubblica Berlusconi, che di populismo resta l’insuperato maestro, abbia sempre giocato all’attacco, e la sinistra invece abbia sempre giocato un ruolo di contenimento difensivo della crisi della democrazia rappresentativa.

Ma spiega soprattutto perché, se il 4 marzo segna la vera fine della prima Repubblica, a siglarla sono due formazioni, e due giovani leader, interamente figli della seconda. Due populismi, dunque, di nuovo diversi fra loro nei contenuti, nell’orientamento e nell’insediamento, ma riconducibili alla stessa epoca e alla stessa koiné. E’ rilevante però che a prevalere siano stati i due populismi “dal basso” su quelli “dall’alto”. Non perché diano per ciò stesso garanzia di democraticità, tutt’altro: non ne dà né il comunitarismo etnico della Lega, prossimo alle piattaforme dell’estrema destra europea, né la formula mista di penetrazione territoriale e connessione digitale a conduzione aziendale dei 5 Stelle. Tuttavia dal loro successo traspare un bisogno dell’elettorato di sperimentare vie d’uscita dalla crisi della democrazia rappresentativa più partecipate di quanto non consentissero le varianti populiste verticali e iper-personalizzate di Berlusconi e Renzi.

3. C’è un compiacimento diffuso nel definire “storica” qualunque sconfitta della sinistra, ed è la ragione per cui di solito evito di usare questo aggettivo. Che però stavolta è purtroppo l’aggettivo giusto. E dunque anche qui lo sguardo deve necessariamente allungarsi dal breve periodo all’indietro. Nel breve periodo, fatti e misfatti parlano con una certa evidenza. L’inizio della fine è l’insediamento dall’alto del governo Monti nel 2011, senza il rito elettorale che avrebbe consentito una sepoltura simbolica del berlusconismo a vantaggio del centrosinistra. La “non vittoria” della coalizione guidata da Bersani nel 2013 ne è stata conseguenza diretta, per i prezzi troppo alti pagati alla religione dell’austerity; colpevole inoltre, già allora, la mancata intuizione e comprensione dell’exploit dei 5 Stelle, e la mancata registrazione della fine del centrosinistra in un sistema diventato tripolare. La resistibile ascesa di Matteo Renzi ha poi impresso un’accelerazione vorticosa alla crisi – congenita – d’identità e di proposta strategica del PD: con la rottamazione brutale di ciò che nel PD restava della tradizione di sinistra, con l’interiorizzazione dell’agenda (jobs act, buona scuola, controriforma costituzionale) e delle forme (partito personale, sovraesposizione televisiva) del berlusconismo, con l’arroganza e la spericolatezza di Renzi e del suo giglio magico, con l’oscillazione su temi e valori dirimenti come l’Europa e l’immigrazione, con operazioni spregiudicate e autolesioniste come il varo a colpi di fiducia di una legge elettorale che ha finito col favorire gli avversari. L’emorragia di voti a sinistra era certa, e probabilmente messa nel conto dallo stesso Renzi nella prospettiva di un recupero al centro, che invece non c’è stato.

Più interessante è chiedersi perché questa emorragia non sia andata a vantaggio di Liberi e Uguali, malgrado l’indubbio merito di alcuni dei suoi promotori, penso soprattutto a Massimo D’Alema, nello smuovere con il no al referendum prima e con la separazione dal Pd poi una situazione ingessata. Le ragioni, anche in questo caso, sono tutt’altro che oscure: un messaggio troppo moderato, uno sguardo troppo rivolto al PD e al suo elettorato “disperso nel bosco”, una prospettiva incentrata non, come a tante/i di noi era parso all’inizio, sulla costruzione di una nuova sinistra ma sulla riproposizione senza autocritica del vecchio centrosinistra, priva di qualunque presa su un elettorato che si stava radicalizzando verso destra e verso sinistra. E ancora, un nome controverso (quanto ha pesato sull’elettorato femminile quel doppio maschile-universale riproposto contro due secoli di critica femminista, nonché l’assenza di qualsivoglia richiamo ai movimenti femministi oggi in campo, dal #metoo a Non una di meno?), liste asserragliate sul ceto politico, leader scoordinati. E vorrei aggiungere, pressoché nessun riferimento al quadro internazionale in subbuglio, in una competizione elettorale il cui esito rischia di allineare l’Italia più al blocco di Visegràd e agli Usa di Trump che a Bruxelles.

Tutto questo però, unito all’altro flop di Potere al Popolo, non basta a sciogliere il problema di fondo: come mai, dopo quasi trent’anni dall’89, il paese che ebbe la sinistra più forte dell’Occidente è l’unico in cui al declino inesorabile della sinistra moderata di governo – socialdemocratica e blairiana – non fa riscontro la nascita o la crescita di una sinistra più radicale, com’è variamente avvenuto in Grecia con Syriza, in Spagna con Podemos, in Francia con Mélenchon, in Gran Bretagna con Corbyn, negli Usa con Sanders? Come mai in Italia sembra essere sparita non l’offerta ma la domanda di sinistra?

Si possono dare, credo, due risposte. La prima è che in Italia questa domanda sia stata assorbita dal M5S. Decisivo sarebbe però capire se questo sia avvenuto e stia avvenendo malgrado o grazie alla ambiguità post-ideologica del M5S: nel primo caso si tratterebbe di attrezzarsi al recupero di una migrazione elettorale transitoria, nel secondo si tratterebbe di prendere in considerazione l’ipotesi che la parabola storica della sinistra possa essere davvero in via di esaurimento.

La seconda risposta ci riporta al tempo lungo, e all’urgenza di riconsiderare la vicenda della sinistra italiana, moderata e radicale, in epoca neoliberale. Non si tratta, sia chiaro, di esercitarsi in un ennesimo rimestamento nelle svolte e negli arroccamenti, nelle alleanze e nelle scissioni, nei pregi e nei difetti di questo o quel leader. Si tratta di interrogarsi con serietà su quarant’anni di egemonia neoliberale e sulle possibilità che la sinistra ha di sopravviverle. Attenzione: non parlo solo del neoliberismo economico, con la destrutturazione del lavoro e del welfare che ne consegue (i famosi tre tasti, lavoro sanità scuola, su cui la campagna elettorale di LeU ha battuto). Parlo del neoliberalismo come razionalità politica, che ha riconfigurato l’intera piramide sociale, dalla base antropologica alle istituzioni, piegandola al codice del mercato e della concorrenza. Parlo dei processi di spoliticizzazione e di demolizione della democrazia rappresentativa cui ho già accennato poco fa; dell’etica della competizione che distrugge la possibilità stessa dell’aggregazione collettiva; della disciplina del debito che ci inchioda perennemente al senso di colpa e alla paura del futuro; della trascrizione della libertà politica in libertà di mercato che ha cambiato la scala di valori non solo fuori ma anche dentro il popolo di sinistra.

Occorre decidere, teoricamente e praticamente, se il neoliberalismo sia un destino naturale o una forma di governo delle vite cui le vite possono ribellarsi. E’ la domanda radicale e ruvida che circola nelle reti intellettuali e militanti nazionali e internazionali. Sarebbe ora che trovasse ascolto e risposta anche in ciò che resta delle comunità e delle leadership politiche della sinistra ufficiale, anche se difficilmente può essere posta, e sciolta, nei talk show televisivi.

 

 

 

 

 

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Cambio di stagione

(Pubblicato su Internazionale.it il 25 marzo 2018)

Habemus papas, uno alla camera una al senato, Roberto Fico, uomo, 44 anni, napoletano, ala movimentista del Movimento 5 stelle, già presidente della commissione di vigilanza sulla Rai il primo, Maria Elisabetta Alberti Casellati, donna, 71 anni, berlusconiana doc, già membro del Consiglio superiore della magistratura la seconda. La fumata bianca è arrivata alla fin fine ben prima del previsto, se si considera che i giornali usciti poche ore prima della proclamazione davano per saltati tutti i patti fra centrodestra e Cinque stelle e all’interno del centrodestra: sì che gli autori della ricucitura notturna, Salvini e Meloni in testa, possono rivendicare di aver lavorato bene per riempire in tempi ragionevolissimi almeno le caselle della seconda e della terza carica dello stato – anche se del governo non c’è certezza alcuna. I riti del resto, si sa, hanno il potere di lenire momentaneamente anche le ferite più sanguinanti: quando scatta l’applauso della proclamazione, prima alla camera poi al senato, tutte le tattiche, gli strappi, i candidati “sacrificati”, i traditori e i tradimenti, i forni doppi e tripli degli ultimi concitati giorni sembrano svanire nel nulla, anche se ovviamente restano lì e sulla formazione del governo rispunteranno fuori.

Per una volta, il risultato istituzionale rispecchia fedelmente il risultato elettorale: la ferrea legge dei numeri si è imposta su qualunque ipotesi di manovra fantasiosa – compresa quella, fantasiosissima, di lasciare il M5s senza niente in mano –, premiando i vincitori del 4 marzo, cioè la coalizione di centrodestra e i Cinque stelle, e penalizzando il grande perdente, cioè il Pd, rimasto fuori partita, peraltro, anche e soprattutto per scelta propria. Però in questo fedele rispecchiamento c’è già un evidente scatto rispetto al 4 marzo: la ferrea legge dei numeri si è imposta anche all’interno del centrodestra, consegnando Berlusconi a una posizione subordinata a Salvini. Malgrado l’abilità dell’ex premier nell’aprire la partita e nell’incassare comunque per Forza Italia la seconda carica dello stato, la regia del passaggio decisivo è stata indubitabilmente del leader leghista, il quale farà indubitabilmente di tutto per tenersela durante le trattative per il governo.

Il passaggio è simbolico oltre che politico: la partita, come al solito tutta maschile, sulla presidenza delle camere è stata anche una perfetta messa in scena del dispositivo edipico che da che mondo è mondo regola la trasmissione del potere tra uomini. Due giovani maschi alleati quanto basta per uccidere simbolicamente un padre, e pronti a rifarsi la guerra all’occorrenza: così Matteo Salvini, anni 45, in combutta con Di Maio, 32, ha inferto il colpo forse definitivo alla leadership di Berlusconi, 81, sul centrodestra. E gli va perfino dato atto di avere consumato il rito del parricidio con maggiore lealtà e coraggio di quanto abbiano fatto, o tentato di fare, altri prima di lui: sfidando il suo (ex) capo sul campo della caccia al voto prima e della trattativa parlamentare poi, non dichiarandolo fuori uso per decreto rottamatorio.

Il murales del bacio fra Di Maio e Salvini, che resterà l’immagine-simbolo di queste giornate malgrado la sua repentina cancellazione, condensa efficacemente questo rito maschile, classicamente accompagnato, va da sé, dall’uso strumentale di una donna – Anna Maria Bernini, la candidata “sacrificata” dal centrodestra al recupero dell’onore perduto da Berlusconi nella trattativa con Salvini e Di Maio – e dalla cooptazione altrettanto strumentale di un’altra donna, la neopresidente del senato, fidatissima “spalla” di Berlusconi ai tempi delle leggi ad personam e non solo. Alberti Casellati dedica la sua incoronazione alle donne e noi le facciamo gli auguri, ma senza dimenticare né le sue affermazioni su Ruby “nipote di Mubarak” né le sue posizioni favorevoli alla riapertura delle case chiuse e alla revisione della 194, e contrarie alle unioni civili. Ombre non tanto piccole sulla portata storica del primo insediamento di una donna nello scranno della seconda carica dello stato.

Non meno impressionante del resto è quello del primo grillino sullo scranno della terza. Riavvolgendo il nastro degli ultimi quindici anni, e soprattutto degli ultimi cinque, appare davvero sorprendente la breve marcia del M5s dentro le istituzioni, dall’apriscatole agitato nel 2013 al discorso presidenziale di Fico di oggi. Che guarda a sinistra almeno quanto Di Maio tratta a destra. Il richiamo autobiografico alle lotte per i beni comuni, la sottolineatura della ricorrenza dell’anniversario delle Fosse Ardeatine, il rilancio del ruolo del parlamento contro il potere esorbitante dell’esecutivo, l’insistenza sulla qualità della legislazione e sugli istituti di democrazia diretta valgono più dell’impegno di bandiera ad abbattere i vitalizi, e suonano come un buon inizio del viaggio.

Si vedranno presto le prossime tappe. Eletti i due presidenti, Gentiloni ha rassegnato le dimissioni. Mattarella aprirà le consultazioni per il governo subito dopo Pasqua. Non c’è niente di certo, e nulla di impossibile. L’asse fra centrodestra e Cinque stelle potrebbe consolidarsi, ma costringerebbe Di Maio in un ruolo secondo. Salvini potrebbe autonomizzarsi del tutto da Berlusconi, ma in un ruolo secondo ci finirebbe lui. In entrambi i casi, il bacio fra i due si trasformerebbe presto in un guanto di sfida, magari per elezioni ravvicinate. Ma il plot potrebbe essere tutt’altro, e prevedere nuovi scomposizioni e ricomposizioni del quadro: dentro il Pd, dentro Forza Italia, dentro la stessa Lega. Per ora, il gioco a tre del sistema tripolare si sta rivelando più interessante e imprevedibile di quello a due del bipolarismo che fu. La seconda repubblica sembra un ricordo lontano, e quanto al partito della nazione che avrebbe dovuto essere il perno della terza, l’ironia della storia ha voluto che fosse re Giorgio a seppellirlo nel suo discorso da presidente provvisorio del senato, menando fendenti contro Renzi e ammettendo la portata storica del risultato elettorale e della protesta anti-establishment che esprime. Chissà come sarebbero andate le cose, se ci avesse consentito di votare nel 2011.

Ma adesso è proprio un’altra stagione.

 

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

La Repubblica post-ideologica

(Pubblicato su Internazionale.it il 5 marzo 2018)

Ventinove anni dopo l’89 che rivoluzionò gli assetti del mondo, ventiquattro dopo il ’94 che rivoluzionò gli assetti della (cosiddetta) prima repubblica, il laboratorio italiano che non dorme mai tira fuori un altro coniglio dal cappello, che archivia definitivamente la (cosiddetta) seconda repubblica a trazione berlusconiana, mette fuori campo quella che fu la più forte sinistra dell’occidente, allinea uno dei paesi fondatori dell’Unione europea più al blocco di Visegrád, alla Russia di Putin e agli Stati Uniti di Trump che all’asse franco-tedesco di Bruxelles. È l’inizio della terza repubblica, quella “dei cittadini”, ne deduce trionfante Luigi Di Maio: salvo che i cittadini sono lungi dal poterne dedurre chi e come li governerà. È la vittoria dei populismi contro la stabilità del sistema, ne deducono i giornali più legati all’establishment che fu: salvo che in realtà hanno vinto i due populismi “dal basso”, quello della Lega e quello dei cinquestelle, contro i due “populismi dall’alto”, di Berlusconi e di Renzi, che nel corso del tempo il sistema l’hanno sistematicamente demolito più che stabilizzato.

Sui fattori di lungo periodo che precipitano in questa ennesima rivoluzione all’italiana ci sarà tempo per discutere – e sarebbe finalmente l’ora di farlo, dopo una campagna elettorale caratterizzata da un’afasia degli intellettuali pari al chiacchiericcio del ceto politico. Ma intanto, per i commenti del giorno dopo, basta e avanza la foto del momento, netta e inconfutabile. Cinquestelle e Lega si spartiscono un paese diviso in due ma unito contro l’establishment, lo spettro di Berlusconi è finalmente archiviato, il centrosinistra e la sinistra sono in frantumi, forse anch’essi consegnati agli archivi della storia.

C’è un affannoso esercitarsi dei commentatori sulla maggioranza che non c’è, sul governo che verrà o non verrà, su come il presidente della repubblica risolverà il rebus dell’incarico, sulle anticipazioni di possibili alleanze che risulteranno dall’elezione della seconda e della terza carica dello stato. Questioni indubitabilmente urgenti e pressanti, e tuttavia seconde rispetto alla necessità di sostare senza infingimenti sulla rappresentazione di sé che il paese ha infilato nelle urne.

Quella foto bicolore dello stivale, con il nord e il sud consegnati a due populismi diversi ma convergenti, racconta – lo avevamo anticipato prima del voto – un fallimento storico delle classi dirigenti, della prima e della seconda repubblica, rispetto alla storica questione del dualismo italiano, quella maggiormente costitutiva della fragilità strutturale nazionale. All’uscita da una crisi economica più lunga e devastante di quella del ’29, c’è un nord in ripresa che si affida alla prospettiva sovranista, protezionista e xenofobica della Lega, preferendola di gran lunga al non più sostenibile regime del godimento berlusconiano. E c’è un sud eternamente figlio di un dio minore, condannato a uno standard inferiore di cittadinanza – nella salute, nei trasporti, nel lavoro, nel reddito – che giustamente non ci sta più e manda via in un sol colpo colpevoli e conniventi, di destra e di sinistra, di questo stato delle cose corrotto e corruttivo. Non si tratta dello stesso disagio, anzi: sotto ci sono ragioni diverse e perfino conflittuali. Ma il dato nuovo è che per la prima volta questi due disagi si sommano senza elidersi, e fanno un blocco sociale inedito, cementato in primo luogo dall’arroccamento contro i migranti. Le ironie della storia non finiscono mai: quasi un secolo dopo – l’ha notato Enrico Mentana nella sua maratona notturna -, il programma gramsciano dell’alleanza progressista e rivoluzionaria fra nord e sud si realizza nel suo contrario.

Non è affatto un caso che questo storico fallimento del progetto unitario del paese coincida con la marginalizzazione della sinistra e del centrosinistra. Facile imputarla agli effetti devastanti del renzismo e dei suoi errori capitali, dall’arroganza rottamatoria, all’impuntatura referendaria che Renzi tuttora rivendica, al parto di una legge elettorale che ha funzionato, come volevasi dimostrare, all’incontrario rispetto alle intenzioni, e infine all’ostinazione di un segretario che anche di fronte a questa eclatante sconfitta non molla se non in differita e prova a mantenere le redini del comando. Facile anche, facilissimo, inchiodare Liberi e uguali a quel disastroso 3 per cento, che non ha affatto impedito al “popolo nel bosco” della metafora bersaniana di infilare la strada del Movimento 5 stelle invece di tornare all’ovile. Ma anche qui, gli errori capitali del breve periodo non possono esentare da un’autocritica di lungo periodo sulla rotta perduta di una sinistra subalterna, in tutte le sue componenti, all’egemonia neoliberale dell’ultimo quarantennio. Fra una trovata e l’altra, un cambio di nome e l’altro, una scissione e l’altra, una larga intesa e l’altra, quello che doveva essere il “partito della nazione” perno del sistema è riuscito a diventarne un accessorio irrilevante, come non è accaduto in paesi come la Francia, la Gran Bretagna, la Grecia, la Spagna, gli stessi Stati Uniti, dove dalla crisi pur profonda della sinistra qualcosa nasce e si sporge sul futuro.

Se questa sia davvero l’alba dell’era post-ideologica come annuncia Di Maio con la baldanza dei suoi 31 anni, o se sia il tramonto di una sinistra che con l’era post-ideologica ha civettato fin troppo, lo dirà il seguito della storia. Per ora, con Di Maio e Salvini brinda solo Steve Bannon, e questo qualcosa vorrà pure dire.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Cinque appunti nell’urna

(Pubblicato su Internazionale.it il 3 marzo 2018)

Sotto la noia di quella che è stata univocamente percepita come la campagna elettorale più brutta della nostra storia, sotto la ripetitività compulsiva della giostra televisiva, sotto la comicità involontaria delle promesse impossibili, qualcosa tuttavia è avvenuto. Forse non tanto da spingerci a superare la diffidenza per una legge elettorale ostica e truffaldina, andare al seggio e infilare una scheda valida nell’urna. Né abbastanza da prevedere gli spostamenti politici che il voto certificherà. Quanto basta, però, per percepire gli spostamenti di senso e di sensibilità che eccedono la conta dei voti nonché l’affannosa corsa ai pronostici sulla formula di governo prossima ventura.

1. Ritorni. Cominciata con l’irruzione dell’alieno pentastellato e proseguita all’insegna della rottamazione renziana, l’ultima legislatura “nuovista” della repubblica è finita in un trionfo di ritorni dal passato. Torna, com’era del tutto prevedibile, Silvio Berlusconi, replicante di se stesso accompagnato dai mutanti dei suoi partner del 1994. Ma non solo lui. Torna, dalla sua stessa epoca, la promessa di un centrosinistra ragionevolmente riformista, da parte di una lista come Liberi e uguali che era nata piuttosto come promessa di una nuova sinistra. Da un passato più lontano, quello della cosiddetta prima repubblica, torna il fascino rassicurante dello stile democristiano, depositato nello stile felpato di Paolo Gentiloni, nonché la retorica degli opposti estremismi che di quel fascino è pur sempre una garanzia. E da un passato ancora più lontano torna la rappresaglia fascista, a Macerata e altrove, tollerata nemmeno a mezza bocca più dell’antifascismo perché mossa dalla paura dello straniero, che in questa miserrima campagna elettorale è l’unico sentimento conosciuto e riconosciuto.

Questo girotondo di ritorni rivela un paese che non riesce mai a fare i conti con il proprio passato, ma mostra anche la fragilità delle due narrative, del Pd renziano e del M5S, che più hanno cercato di accreditarsi come portatrici post-ideologiche del nuovo. Per quanto sia prevedibile che il voto di domenica penalizzi il Pd di governo e premi il M5S fin qui d’opposizione (ma ipergovernativo nell’ultima versione firmata Luigi Di Maio), né l’una né l’altra narrativa è riuscita a diventare una rappresentazione convincente ed egemonica di un futuro possibile.

2. Replicanti. Spicca fra tutti il ritorno di Berlusconi, non più in versione imprenditore-prestato-alla politica ma in versione usato sicuro e garantito, non più anfitrione delle “cene eleganti” ma nonno con cagnolino, non più gaudente ma prudente. I giornali di mezzo mondo si sono chiesti giustamente come sia ancora possibile; ma si tratta di un ritorno prevedibile, se solo si riavvolge all’indietro il nastro degli anni e degli eventi. A decretare il tracollo di Berlusconi furono, fra il 2009 e il 2013, tre fattori a rigor di termini extrapolitici (nell’ordine, la denuncia del “regime del godimento” sottostante ai cosiddetti scandali sessuali, con il dibattito pubblico e la mobilitazione femminile che ne conseguì; la crisi economica, l’impennata dello spread, l’isolamento europeo che lo costrinsero a rassegnare le dimissioni da presidente del consiglio; la condanna giudiziaria per frode fiscale, con la conseguente decadenza da senatore e dagli incarichi pubblici che gli impedisce tuttora di ricandidarsi), che il sistema politico ha usato per detronizzare Berlusconi senza seppellirlo, anzi reintegrandolo subito nelle maggioranze di governo (Mario Monti, Enrico Letta) e nei patti per le riforme, esentandosi da un bilancio critico e autocritico del ventennio precedente. Complice il passaggio cruciale della sostituzione dall’alto del carnevale berlusconiano con la quaresima di Monti, senza il rito elettorale che nell’autunno del 2011 avrebbe potuto sancirne simbolicamente un’uscita effettiva dal basso, Berlusconi è stato rimosso e spettralizzato senza mai essere definitivamente archiviato. E gli spettri, com’è noto, ritornano.

Il replicante, tuttavia, non morde più come l’originale: il paradosso sta precisamente qui, nella sopravvivenza spettrale di un personaggio, e di un tempo, che sono finiti. Berlusconi dà ancora le carte nel gioco politico, ma non domina più l’immaginario sociale, non è più lo specchio in cui il suo popolo si è a lungo riflesso, non detta più le regole dell’estetica e della sensibilità collettive: non fa più, neanche lui, egemonia. Il suo tempo è concluso, i suoi giochi di prestigio si sono infranti nella crisi, il suo regime del godimento non incanta più nessuno. E rischia lui stesso di restare intrappolato nelle sue ripetizioni. Prima fra tutte, la riproduzione della coalizione fra tre diverse destre con cui Berlusconi riordinò il campo politico nel 1994.

Che oggi però non accompagna, come allora, l’introduzione del bipolarismo, bensì supporta una legge elettorale incapace di registrarne fino in fondo la fine; e dunque non fa ordine ma suona provvisoria e strumentale, e al tempo stesso rischia non di confermare la leadership di Berlusconi ma di consegnarla definitivamente al passato.

3. Destra. Qui però non è in gioco solo un passaggio di leadership, né solo l’incerta prospettiva di un sistema che potrebbe riesumare il bipolarismo nel caso di una vittoria del centrodestra o adottare la logica proporzionale qualora non vincesse nessuno. È in gioco anche la natura della destra, il che fa la differenza sostanziale rispetto al 1994. Se è vero infatti che, com’è stato scritto, “l’alleanza di oggi, Berlusconi, Salvini, Meloni, ricalca esattamente lo stesso perimetro politico-culturale dell’alleanza del 1994, Berlusconi, Bossi, Fini” (Paolo Favilli, Le nuove forme del fascismo al governo del paese, il manifesto del 27 febbraio 2018), è vero anche che nel 1994 Gianfranco Fini fu almeno costretto a pagare il pegno di una presa di distanza formale dal fascismo storico e Umberto Bossi quello di un contenimento delle smanie secessioniste della Lega. Laddove oggi gli alleati di Berlusconi a domanda sui loro rapporti con il fascismo storico glissano dicendo che è archiviato “insieme al comunismo” o si barcamenano fra un fascismo “buono” e uno “cattivo”, e intanto attraggono i voti di CasaPound e Forza nuova, vanno a farsi i selfie con Orbán e camuffano le loro inclinazioni squisitamente razziste sotto lo slogan “prima gli italiani”.

La legittimazione di una destra neofascista, ancor più grave dello sdoganamento di quella post-fascista del 1994, è l’unica vera novità di questa campagna elettorale, nonché la sola in cui risuoni un clima internazionale che ci allinea, per il tramite di Marine Le Pen e del Gruppo di Visegrád, agli Stati Uniti di Donald Trump. È l’ultimo regalo di Berlusconi, nonché l’effetto di una delle “guerre culturali” più ossessivamente combattute nel suo ventennio per la rivalutazione di quello di Mussolini e per l’equiparazione fra i due totalitarismi novecenteschi, che come sempre si risolve nell’assoluzione del fascismo e nella damnatio del comunismo. Ma è un regalo che dobbiamo anche alla leggerezza con cui l’informazione ha trattato questa novità, sulla base di un malinteso principio della libertà di espressione che legittima qualunque opinione, anche quando sia palesemente in contrasto con la pregiudiziale antifascista che è alla base della nostra costituzione.

4. Sinistra. Non sono della stessa entità le novità che si registrano nel campo della sinistra. Certo, la presenza di Liberi e uguali (Leu) offre un porto sicuro agli elettori delusi o esasperati dal Pd, e va premiata per la stessa ragione per cui è stato a lungo penalizzato dai media il taglio all’interno del Pd da cui nasce e che ha rimesso in moto un’area altrimenti destinata alla stagnazione. E la presenza di Potere al popolo incanala una parte della sinistra radicale verso un percorso di pratica delle istituzioni che con ogni probabilità acquisterà più spessore in vista delle prossime elezioni europee. Due liste, tuttavia, non sono riuscite finora a fare una sinistra, o meglio, la sinistra di cui ci sarebbe bisogno per lasciarsi alle spalle non Matteo Renzi, ma l’era – ormai quasi quattro decenni – di subalternità della sinistra all’egemonia neoliberale, sulla scia già disegnata altrove da Bernie Sanders o da Jeremy Corbyn con una critica più radicale di ciò che un tempo si sarebbe chiamato sistema. L’insistenza di Leu sulla prospettiva di una riedizione del centrosinistra “ripulito” dal renzismo, da questo punto di vista, non aiuta ad andare avanti ma sposta di nuovo le lancette dell’orologio all’indietro: tornare alle politiche pubbliche a sostegno della scuola, della sanità e del lavoro è il minimo indispensabile per invertire la rotta, ma non basta a offrire quella nuova rappresentazione della società, del mondo e del futuro di cui c’è bisogno per uscire dal “destino” neoliberale.

5. Nord e sud. Di tutte le anticipazioni possibili del voto che i sondaggi hanno fornito, la più plastica, e la più impressionante, è quella che disegna un’Italia nettamente spaccata in due, con un nord consegnato all’egemonia leghista e un sud alla protesta a cinque stelle. Se venisse confermata, si tratterebbe di un segnale inaggirabile del fallimento storico dell’unità del paese, tenuto insieme solo dalla somma di due disagi e di due rivendicazioni d’estraneità dalla politica della prima e della seconda repubblica, e dove l’unica maschera identitaria che funziona è quella, sovranista e comunitarista, dell’ostilità verso lo straniero. Un paese, letteralmente, fuori dal mondo, dove ritessere la tela della politica diventerebbe un’impresa davvero ardua, eppure, finalmente, improcrastinabile.

 

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Luca Guadagnino, o la porta stretta del desiderio

(Pubblicato su Internazionale.it il 25 gennaio 2018)

È quando Oliver finalmente cede al sentimento inaggirabile di Elio che gli dice “Chiamami col tuo nome, io ti chiamerò con il mio”, mettendo così la propria identità nelle mani dell’altro e accogliendo quella dell’altro nelle proprie. Cessione d’identità, dono d’amore: perché cosa c’è di più proprio del nome, e cosa c’è di più espropriante dell’amore? Il desiderio, diceva Lacan, è sempre il desiderio dell’altro; e l’amore non è possesso di una cosa ma espropriazione di sé; non è rigonfiamento ma emorragia dell’io. In un tempo che parla d’amore e di sesso con il lessico sgrammaticato del consumo, della molestia e della violenza, è questo il messaggio controcorrente, in qualche modo sovversivo, del film di Luca Guadagnino, Chiamami col tuo nome, candidato a quattro Oscar – miglior film, miglior attore protagonista (Thimothée Chalamet), migliore sceneggiatura non originale (di James Ivory) , migliore canzone originale (di Sufjan Stevens) – e da oggi, finalmente, nelle sale italiane, dopo un’accoglienza trionfale in quelle americane, un bottino di riconoscimenti della critica fin dall’anno scorso al Sundance Film Festival, a Berlino, a Toronto, e tre nomination ai Golden Globe del 7 gennaio scorso.

Terzogenito – dopo Io sono l’amore e A bigger splash – di quella che Guadagnino chiama la sua “trilogia del desiderio”,  e ultimo film “sui ricchi”, annuncia il regista, Chiamami col tuo nome sposta la telecamera dall’amore eterosessuale a quello omosessuale, e dal corpo androgino di Tilda Swinton, protagonista dei primi due, all’attrazione fatale fra il corpo acerbo del giovanissimo Thimothée Chalamet e quello bello e possibile di Armie Hammer. Ma è uno spostamento per modo di dire. Tratto dall’omonimo e magnifico romanzo di André Aciman, il film è tutto fuorché un gay-movie “di genere”. Non afferma un’identità, non rivendica una scelta, non indica un approdo: in quella stagione aperta e incerta che è l’adolescenza, quando tutto è possibile e tutto è terribilmente difficile, il desiderio ti prende dove non te l’aspetti, spiazza quello che sei o che credi di essere, ti porta dove non sai di volere andare. Non è una scelta né un orientamento né un destino, è l’imprevisto che muove le cose e le dispone in una nuova combinazione, come quando si alza il vento e il mosaico del panorama d’improvviso cambia.

Tutto sembra previsto e prescritto quando Oliver, viso da statua greca su corpo scolpito New England, arriva a casa Pearlman per la sua vacanza-studio, uno dei tanti post-doct che il padre di Elio ospita un’estate dopo l’altra (“ma questo pare un po’ meglio di quello dell’anno scorso”, nota subito una delle ragazze che frequentano la casa). Elio studia musica, fa il filo alle sue coetanee, va in bicicletta, nuota e “aspetta che l’estate finisca”, come ogni anno. Ma tutto prende, inaspettatamente, un’altra piega. Nulla di immediato però, nulla di travolgente. Il desiderio che spiazza si insinua a poco a poco, per i pertugi dell’anima stretti come la porticina che si infila in bici per entrare nella grande villa: impressioni, smentite, sguardi, dubbi, tormenti, un’eventualità che può realizzarsi, o forse no, che può esplodere e tornare indietro. L’importante però è viverla, non chiuderle le porte, perché, come spiegherà il padre di Elio – rovesciamento dello stereotipo per cui i padri, al cinema, sono per definizione ostili all’omosessualità dei figli -, “soffochiamo così tanto di noi per guarire più in fretta che a trent’anni siamo prosciugati, e ogni volta che ricominciamo con qualcuno diamo sempre di meno”. Esiste, un padre così? O una madre così, che guarda, ascolta, capisce prima degli altri, e si astiene dall’intervenire?

Sono esistiti, sembra dire Guadagnino quando ricorda che la vicenda si svolge nel 1983, e “l’83 fu un anno di svolta”, con l’ascesa di Craxi che chiude il ciclo del sessantotto, quello in cui “i genitori avevano un sapere emotivo da trasmettere ai figli”. In quel di Crema dove il regista ha scelto da tempo di vivere, casa Pearlman concentra, non si sa quanto realisticamente ma poco importa, i tre ingredienti necessari dell’estetica (esplicitamente bertolucciana, e in questo film più bertolucciana che mai) di Guadagnino: “empatia, passione, sapere”. Non c’è l’uno senza l’altro, perché il desiderio è alla fin fine desiderio d’essere, e alla fin fine, come diceva Deleuze, è sempre con il mondo che facciamo l’amore. O come diceva Laura Betti prima di lasciarci, senza questi ingredienti “un paese perde la grazia”, che è precisamente quello che è successo all’Italia degli ultimi, disgraziati decenni.

Guadagnino ci rimette davanti questa grazia perduta, e ritrovata. Chiamami col tuo nome arriva nelle nostre sale dopo un percorso trionfale all’estero: oltre alle tappe già ricordate, vari passaggi a Sydney, Helsinki, Zurigo, Londra, New York, Mumbai, Chicago, due Gotham Awards, tre premi (fra i quali la miglior regia) della Los Angeles Film critics association, due del Usa National board of review , sei nominations ai Film independent spirit awards e altro ancora. Abbastanza per aprire gli occhi alla stampa mainstream italiana, da sempre assai tiepida nei suoi confronti. E, si spera, per chiudere definitivamente il giochino di società su Guadagnino erede del grande cinema italiano di Bertolucci e Visconti e Rossellini, sì, ma troppo snob, troppo internazionale, troppo hollywoodiano per competere con il cinema italiano che fa cassa oggi. Polemiche che contano quanto i dazi di Trump nel mercato globale. Nella geo-filosofia del cinema mondiale brilla una stella, è nata a Palermo, gira nel mondo e noi facciamo il tifo perché brilli a lungo e di più.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento