La democrazia in Europa, trent’anni dopo il crollo del muro di Berlino

Pubblicato il 9 luglio 2019 su Internazionale 

Presto o tardi la storia presenta sempre il suo conto, spesso si tratta di un conto salato e talvolta non privo di una qualche ironia. Dev’essere infatti per l’ironia della storia se le elezioni europee del 26 maggio, le prime ad avere per posta in gioco la stessa sopravvivenza dell’Unione europea, sono capitate giusto nel trentennale di quel fatidico crollo del muro di Berlino che dell’Europa decise la riunificazione. E dev’essere per uno sberleffo della storia se la proclamazione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, potente spinta propulsiva per i populismi e i sovranismi europei, è capitata giusto lo stesso giorno del crollo del muro, il 9 novembre, quasi a smentirne, ventisette anni dopo, speranze, illusioni e false prospettive (“Che giorno! Che giorno! La non-democrazia liberale è finita, e io mi sento libero dalla correttezza politica”, così Viktor Orbán commentò il risultato delle presidenziali americane). Ma nella storia come nei sogni, ce l’ha insegnato Freud, le coincidenze dei numeri non sono mai casuali: ci mettono sulla strada di tracce perdute o rimosse, consentendoci di ricostruire in modo più attendibile la genealogia di un presente smemorato.

Nel presente c’è un’Unione europea che il 26 maggio scorso ha tirato un respiro di sollievo respingendo la minaccia sovranpopulista, ma che resta lacerata da faglie profonde – territoriali, economiche, sociali, politiche, culturali – rispetto alle quali il dover essere unitario rischia di diventare sempre meno seduttivo ed efficace. Da dove nascono queste faglie, e come si riparano? Priva com’è diventata di spessore storico, la politica non dà risposte, o le sbaglia. Di fronte alla faglia economica fra nord e sud spalancatasi con la crisi del 2008 la Ue ha risposto con la politica dell’austerità e la disciplina del debito, e con la favola delle formiche e delle cicale, aggravandola. Di fronte alla faglia politica fra est e ovest, disegnata dagli esperimenti di “democrazia illiberale” in Ungheria e in Polonia, dalle transizioni democratiche incompiute in Serbia e in Ucraina, dai regimi neoautoritari in Bielorussia e in Azerbaigian, la Ue ha glissato contando sulla solidità del modello liberaldemocratico occidentale contro lo spettro sovranista, con l’unico risultato, anche in questo caso, di aggravare la faglia e di riprodurla all’interno dei paesi occidentali, prima di tutto nel sempre solerte laboratorio italiano. Di fronte infine alla terza faglia, la crisi migratoria che destabilizza in modo permanente i già labili confini del continente, l’Unione continua a non rispondere nulla, avallando politiche sempre più securitarie e lasciando che mille recinzioni fioriscano, in plateale contraddizione con l’immagine dello “spazio senza confini” e della “società aperta” che avrebbe dovuto caratterizzare l’Europa.

Tanto basta, o dovrebbe, per concludere che la riproposizione ostinata del ricettario neoliberale ha prodotto e riproduce la crisi economica, politica e demografica del vecchio continente: e che dunque bisogna decisamente cambiare strada, riavvolgendo all’indietro il nastro della costruzione europea e riconoscendone errori, illusioni, fraintendimenti, paradossi. Il trentennale del 1989 sarebbe l’occasione giusta per farlo, a patto di uscire finalmente dalle narrative unilineari e trionfali degli eventi di quell’anno che hanno costituito finora il nocciolo duro dell’ideologia europeista mainstream. Senza il muro. Le due Europe dopo il crollo del comunismo, una compatta raccolta di saggi del politologo Jacques Rupnik pubblicata con tempismo da Donzelli, ci mette sulla pista giusta per questa riconsiderazione dell’ultimo trentennio. Praghese, consigliere di Vàclav Havel negli anni novanta, componente della commissione internazionale per i Balcani e di quella per il Kosovo, docente in varie università europee e americane, Rupnik incrocia lo sguardo sulle vicende dell’Europa dell’est, del centro e dell’ovest dopo le “rivoluzioni di velluto” del 1989 e l’allargamento a est dell’Unione europea del 2004-2007, ricostruendo un puzzle politico, sociale e culturale del continente più completo e più complesso di quello a cui siamo abituati. Ma il movente del libro è politico, e si racchiude in due domande sull’oggi.

Due domande sull’oggi
La prima: l’ascesa di movimenti e governi populisti, sovranisti e antieuropei, dichiaratamente illiberali o evidentemente neoautoritari, segnala un problema dell’Europa centrorientale, riconducibile magari all’eredità del regime sovietico, o annuncia piuttosto una tendenza transeuropea e transatlantica delle postdemocrazie contemporanee, tanto più se mettiamo nel conto il governo gialloverde italiano, la Brexit e la presidenza Trump negli Stati Uniti? Si tratta insomma di un ritorno dell’oriente o di una deriva dell’occidente? La seconda: assistiamo, oggi e non da oggi, al rovesciamento di tutte le promesse e le premesse dell’ottantanove nel loro contrario: dall’abbattimento del muro alla costruzione delle barriere contro i migranti, dal trionfo alla crisi della democrazia liberale, dalla riunificazione dell’Europa alle nuove divisioni che la solcano, dal trionfo dell’economia di mercato alla catastrofe finanziaria del 2008, dalla società aperta ai ripiegamenti identitari, dal progetto sovranazionale europeo ai nazionalismi, dai movimenti del dissenso in nome dei diritti umani alle leggi contro le ong, dal mito della governance globale agli arroccamenti sovranisti. Come interpretare questo rovesciamento? Si è trattato di promesse tradite o di premesse sbagliate, o di tutt’e due?

Entrambe queste domande rinviano ai processi innescati dalla “rivoluzione” dell’ottantanove, tuttora controversa nelle definizioni che ne vengono date: implosione del sistema sovietico secondo alcuni; pratica di disobbedienza civile non violenta secondo altri; rivoluzione “recuperante”, priva di idee-forza nuove e tesa solo all’imitazione dell’occidente, secondo Habermas; ma senz’altro, per Rupnik, rivoluzione democratica antitotalitaria, l’ultima a rendere l’Europa scenario di un evento mondiale, con ripercussioni in altri contesti – le primavere arabe di vent’anni dopo – e con effetti decisivi sull’assetto geopolitico del pianeta.

Di quell’anno convulso, sorprendente e indimenticabile si può rivedere, nelle pagine del libro, tutto il film: gli eventi (Lipsia, Dresda, Varsavia, Praga, Budapest, Berlino, Bucarest); i precedenti (Solidarność 1980, Praga 1968, Budapest 1956, senza dimenticare gli scioperi operai del 1976 a Radom e Ursus e del 1970 sulla costa baltica); la temporalità accelerata e l’effetto domino (“Polonia dieci anni, Ungheria dieci mesi, Ddr dieci settimane, Cecoslovacchia dieci giorni, Romania dieci ore, Albania dieci minuti…”). E ovviamente i protagonisti – Havel, Wałęsa, Gorbačëv –, i comprimari – Kohl, Reagan, Thatcher, e sopra tutti Giovanni Paolo II – e le rispettive strategie. La ricostruzione non indulge alla retorica della spettacolarizzazione né a quella dell’imprevedibilità dell’evento: restituisce piuttosto un 1989-processo, incubato nella lunga e profonda crisi del sistema sovietico e consapevolmente accelerato dal riformismo di Gorbačëv, che alla fine non riesce però a contenerne gli effetti dirompenti sull’esistenza stessa dell’Unione Sovietica. Inizialmente pilotata da Gorbačëv ma anche da Reagan, la fine della guerra fredda coinciderà con la fine del socialismo reale, con la ratifica della sua irriformabilità, con il trionfo del modello occidentale, nonché con la vittoria della soluzione autoritaria di Deng Xiaoping alla crisi del comunismo su quella riformista del leader sovietico.

Qui però non mi interessa tanto sostare sul film, che le celebrazioni del trentennale ci faranno rivedere più e più volte, quanto sul seguito cui, come in ogni buon film, la fine dà inizio. Che cosa comincia in Europa, finito il 1989? L’Europa centrale fu solo protagonista o anche e soprattutto posta in gioco, fra le potenze che posero fine alla guerra fredda, della rivoluzione del 1989? Se quella rivoluzione reinventò il mito del popolo sovrano che prende in mano il proprio destino, che ne è di quel popolo e di quella sovranità nei populismi sovranisti di oggi? Se la spinta a quella rivoluzione venne da una generazione di giovani e di intellettuali radicale, aperta, ironica, “non contro il regime ma già oltre”, che ne è stato di quella generazione e del dissenso cui diede voce? Infine, se gli oggetti del desiderio di quella rivoluzione erano la democrazia e il “ritorno all’Europa”, che ne è oggi della democrazia in Europa, e dell’Europa?

Premesse ambigue, promesse tradite
Il percorso biografico e politico di Orbán, cresciuto nell’ultima generazione del dissenso liberale ungherese per approdare nel 2016 alla formulazione della “democrazia illiberale”, o quello di Jarosław Kaczyński, formatosi dentro Solidarność ed ex consigliere di Wałęsa, forniscono già ampi indizi per rispondere. Ma Rupnik articola la sua analisi su una dimensione più vasta, all’incrocio, come anticipavo sopra, fra ambiguità delle premesse delle rivoluzioni dell’Europa dell’est e tradimento delle promesse dell’Europa dell’ovest.

Alle ambiguità e all’ingenuità delle premesse del dissenso vanno ascritte l’infatuazione acritica per il modello liberaldemocratico occidentale e l’adesione altrettanto acritica al “Washington consensus” neoliberista; l’enfasi sui diritti umani, efficacemente branditi contro il totalitarismo sovietico ma in seguito usati come fonte di legittimazione delle “guerre umanitarie” degli anni novanta e dell’intervento americano in Iraq e in Afghanistan, circostanze nelle quali i paesi dell’Europa centrale sono stati infatti più vicini agli Stati Uniti che alla Ue; una concezione della sovranità popolare intrecciata con il patriottismo nazionalista contro l’Urss, e dunque esposta ab origine alla curvatura populista-sovranista di oggi. Dall’altro lato ci sono le promesse tradite dell’occidente: l’offerta di una democrazia sempre più povera, ridotta a rito elettorale, erosa dalla crisi della rappresentanza, dalla corruzione, dalla tirannia dell’immediatezza dei mercati e dei mezzi di informazione; il mito di una forma postnazionale dell’Ue – peraltro mai tradotto in architettura istituzionale – privo di attrattiva sul sentimento nazionalista dell’Europa centrale; un allargamento dell’Unione ai paesi dell’est molto più simile a un’annessione che al “ritorno all’Europa” da loro vagheggiato dopo il “sequestro” sovietico, e drogato dalla comune adesione, a ovest e a est, alla religione del mercato.

Oggi l’Europa è unificata, oltre che da una moneta controversa, solo dalla crisi democratica
All’esito di queste due parabole c’è stata una costruzione europea carica di malintesi, e ulteriormente compromessa dalla crisi economica e dalla crisi migratoria, quest’ultima percepita dai paesi dell’est come uno schiaffo del multiculturalismo occidentale e postcoloniale alla loro illusione di contribuire alla rifondazione dell’identità continentale con la riscoperta delle proprie identità nazionali. Il processo di unificazione dell’Europa, che guardava ai paesi di Visegrád come esempi di transizione democratica e parve coronato nel 2014 dall’elezione del primo ministro polacco Donald Tusk a presidente del Consiglio europeo, si è così risolto in un generatore di nuove fratture. Oggi l’Europa è unificata, oltre che da una moneta controversa, solo dalla crisi democratica: nella quale però, questo è il punto, le “democrature” dei paesi di Visegrád non appaiono tanto il residuo di un mondo che fu quanto l’avanguardia di un mondo che viene.

Gli ingredienti della “democrazia illiberale” di Orbán – rifiuto dello stato di diritto in nome di una concezione assoluta della sovranità popolare; controllo dei media e della magistratura; politiche identitarie e nazionalistiche; guerre culturali a difesa dei valori tradizionali (dio, patria e famiglia) contro il “nuovo totalitarismo” dei diritti, si diffondono a macchia d’olio in tutti i populismi europei, come sappiamo bene e non da oggi dal laboratorio italiano, e non solo in quelli europei, come sappiamo dagli Stati Uniti di Trump. E si insinuano anche laddove i populismi non si aggrumano e non governano, nelle prassi di postdemocrazie sempre più svuotate e de-costituzionalizzate, e nel senso comune di società sempre più attratte da uomini forti e soluzioni semplici.

Trent’anni dopo il crollo del muro, questa la conclusione di Rupnik, il ciclo aperto dal 1989 si è compiuto storicamente e va chiuso politicamente con una decisione di discontinuità. Il trionfo dell’occidente decretato alla fine della guerra fredda ha coinciso in realtà con l’inizio del suo declino a fronte dell’emergere della potenza cinese. Il “nuovo ordine mondiale” che gli Stati Uniti hanno cercato di imporre esportando la democrazia con le armi ha generato guerre, fondamentalismi, terrorismo internazionale e migrazioni di massa. La democrazia, rappresentata trent’anni fa come il destino politico spontaneo o forzoso di tutto il pianeta, si ritrova oggi in una crisi di forma, sostanza e legittimazione senza precedenti, in primo luogo nei paesi che ne hanno più lunga esperienza. La religione del mercato si è infranta su una crisi economico-finanziaria senza precedenti. La globalizzazione ha strappato immense masse alla povertà in alcune parti del mondo ma al prezzo di disuguaglianze insostenibili in altre, marginalizzando il ruolo dell’Europa rispetto a quello degli Stati Uniti e della Cina. E l’Europa da laboratorio di un esperimento di unificazione postnazionale è diventata preda di spinte disgregatrici nazionaliste interne, nonché delle mire distruttive esterne degli Stati Uniti di Trump e della Russia di Putin.

C’è un modo per uscirne? Non vanno sottovalutati i fattori che tutt’ora assicurano la tenuta dell’Unione, non ultime le divisioni interne al gruppo di Visegrád, nonché il fatto che paradossalmente proprio l’opinione pubblica di quei paesi vede nell’Europa l’unico anticorpo alla deriva autoritaria, “l’ultima trama protettiva contro i propri demoni”. Per quanto malata, la democrazia ha ancora le sue carte da giocare contro i rigurgiti di totalitarismo, a est e a ovest. Ma a condizione, secondo Rupnik, di “ricongiungere democrazia e liberalismo, il che implica distinguere fra liberalismo politico e liberismo economico”.

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C’è qui l’intuizione e insieme il limite dell’analisi dell’autore, che giustamente attribuisce alla “confusione, e di fatto collusione, fra liberalismo e liberismo” i guasti sociali e politici e gli equivoci culturali del ciclo post 1989, ma si illude – come molti liberaldemocratici – che questa confusione possa essere dissipata e che questa collusione possa essere interrotta sbarazzandosi del liberismo economico e ripristinando la norma e la normalità liberaldemocratica. Il neoliberalismo che domina il mondo da quarant’anni e che ha deciso la piegatura e le sorti del 1989 è qualcosa di più di una sovrapposizione o di una confusione fra liberismo economico e liberalismo politico: è una forma di razionalità che piega al codice economico del mercato e della concorrenza l’intero edificio della convivenza, dalla base antropologica al vertice istituzionale.

La democrazia liberale e i suoi soggetti tradizionali – l’individuo razionale, il dèmos forgiato dalla partecipazione e da valori condivisi, i partiti come sede di pratica regolata del conflitto, i poteri divisi come garanzia dello stato di diritto – ne escono modificati non contingentemente ma strutturalmente. Le nuove destre populiste e sovraniste l’hanno capito perfettamente, con la loro critica dell’individualismo, la loro “reinvenzione” del popolo sovrano, il loro esplicito disprezzo per lo stato di diritto: e viaggiano infatti spediti sulla strada della democrazia illiberale, come ha confermato Vladimir Putin in un’intervista al Financial Times di pochi giorni fa. È dal campo della sinistra che manca una proposta all’altezza dei tempi. Se il neoliberalismo è stata l’ultima ideologia egemonica del novecento, per uscire dalla sua crisi ci vuole un’invenzione controegemonica di pari potenza, che ancora non si vede all’orizzonte.

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Punto a capo. In Europa e in Italia

Pubblicato il 28/5/2019 su Internazionale

Sono state elezioni europee, e andrebbero valutate con criteri europei. Il criterio che va per la maggiore è che l’europeismo ha retto contro l’onda d’urto sovranista, grazie anche al balzo in avanti dei Verdi (soprattutto in Germania e in Francia) e dei liberaldemocratici, che compensa le perdite del Ppe e del Pse, ovvero dell’asse che per quindici anni ha tenuto le redini dell’Unione. Laddove la galassia sovranista avanza, ma non tanto da prefigurare un’alternativa possibile, malgrado il trionfo di Matteo Salvini in Italia, di Marine Le Pen in Francia e di Nigel Farange in Gran Bretagna.

 

Tutto vero, eppure tutt’altro che rassicurante: il bicchiere mezzo pieno si può ribaltare facilmente in un bicchiere mezzo vuoto. Se è vero che i sovranisti, oltre a non avere sfondato, sono divisi al loro interno, dall’altra parte non è chiaro che cosa unisca gli europeisti sul piano progettuale e programmatico. Eppure la costruzione europea oggi non può essere soltanto difesa dalle spinte disgregatrici: perché continui, va ripensata e rilanciata su nuove basi, con precisi segnali di discontinuità rispetto alla governance a trazione tedesca che l’ha caratterizzata nell’ultimo quindicennio. Significa rigettare le sue basi ordoliberali, rinnegare la politica e l’etica dell’austerità, mettere la lotta contro le disuguaglianze al primo posto dell’agenda, affrontare il problema delle migrazioni nel suo spessore epocale ineludibile. E ancora: riavvolgere il nastro di una costruzione dell’Unione basata sulla rimozione degli effetti della fine dell’Urss, e di una annessione strumentale e illusoria dei paesi dell’Est. E mettersi di fronte al gigantesco dato storico-politico di una crisi profonda, radicale, della democrazia europea.

 

Che è precisamente il dato che emerge da queste elezioni. I sovranisti non sfondano a livello continentale, ma dove sfondano, o avevano già sfondato, a livello nazionale, la democrazia subisce forti torsioni illiberali: vale in Ungheria, in Polonia, nella repubblica ceca, in Italia. In Francia il sorpasso di Marine Le Pen è la ciliegina sulla torta di una crisi di governabilità già rivelata sintomaticamente dal movimento dei Gilet jaunes. In Gran Bretagna la Brexit ha innescato un processo accelerato di devastazione di un modello politico e istituzionale che pareva granitico. E dappertutto, Germania compresa, il declino dei partiti tradizionali – e segnatamente della sinistra, moderata e radicale, fatta salva la Spagna – non potrà non comportare altre scosse telluriche, come la storia italiana degli ultimi venticinque anni dimostra paradigmaticamente.

 

La speranza è che queste scosse inneschino un processo di invenzione politica che nella Ue degli ultimi quindici anni è mancato: che sotto la pressione di una contingenza instabile l’Europa torni a essere quel laboratorio politico che non è riuscita a essere sotto la religione della stabilità, monetaria e istituzionale. Perché questo accada è necessario che la riforma della governance economica si saldi con la reinvenzione della democrazia: diversamente, il pallino delle rivendicazioni popolari contro le disuguaglianze e l’insicurezza resterà inevitabilmente in mano ai sovranisti, che le saldano a soluzioni illiberali quando non autoritarie, e comunque tradizionaliste quando non reazionarie. Infatti, e per venire all’Italia, faceva un certo effetto nella notte dei risultati vedere Matteo Salvini perorare i diritti dei cittadini agitando il crocifisso e invocando il cuore di Maria. Immagine nitida della saldatura fra questione sociale e valori tradizionali che è il nocciolo del progetto sovranista.

 

Questo progetto ha evidentemente conquistato l’Italia, allo stato attuale delle cifre. Che ci consegnano un paese collocato a destra come mai prima nella storia repubblicana. Non è solo il risultato roboante della Lega, che raddoppia i voti in termini percentuali rispetto a un anno fa, ne guadagna tre milioni in termini assoluti, completa la trasformazione in partito nazionale espandendosi anche al Sud ed espugnando i luoghi simbolici di Lampedusa, Riace e Rosarno. E’ la crescita di Fratelli d’Italia, incomprensibile se non in una tendenza generale di spostamento a destra. E’ il tracollo dei 5 Stelle, che dimezzano i voti del 2018 in percentuale e ne perdono 6 milioni in assoluto, pagando un prezzo salato al loro pur goffo e tardivo tentativo di ricollocarsi verso sinistra. Ed è il risultato di un Pd legittimamente confortato da un’inversione di tendenza in termini percentuali, che tuttavia non comporta un guadagno di voti assoluti. E’, infine, l’assenza in Italia della variabile Verde, che altrove ha incanalato il voto giovanile, nonché l’ennesima, e stavolta rovinosa, débacle della sinistra radicale, che non capitalizza la pur significativa mobilitazione anti-Salvini delle ultime settimane.

 

Per quanto in parte smentito dal voto amministrativo, e per quanto relativizzato da un’astensione del 44%, il quadro è fosco, e più dal punto di vista sociale che dal punto di vista politico. Sul piano politico, non è affatto detto che si stabilizzi: per stabilizzarlo Salvini dovrebbe risolversi a resuscitare il centrodestra Berlusconi compreso, mentre continua a giurare lealtà ai 5S i quali però non potranno reggere a lungo la sua prevedibile pretesa di prendere il comando e dettare l’agenda, salvo disfarsi del tutto. L’instabilità è garantita, e il gioco può riaprirsi anche per il Pd o un ricostituendo centrosinistra.

La domanda vera però, già adombrata su queste colonne da Michael Brown, è un’altra, e riguarda la sequenza di “bolle” elettorali che contrassegna la democrazia italiana da alcuni anni in qua, con il primo exploit dei 5S nelle politiche del 2013 e il secondo in quelle del 2018 inframmezzati da quello di Renzi nelle europee del 2014 e seguiti da questo di Salvini. Volatilità del voto e deperibilità della leadership non bastano a spiegare questi picchi, né convince del tutto la tesi della tendenza degli italiani ad affidarsi all’uomo della provvidenza. Più che un affidarsi, c’è qui qualcosa che somiglia a uno sfidare la sorte puntando sul massimo rischio: una sorta di compulsività del giocatore che tenta il tutto per tutto, e tanto più alza la posta quanto più alta è la promessa del leader di turno di fare tabula rasa del passato e del presente. La psicoanalisi lo definirebbe un comportamento perverso, basato su un godimento mortifero. Non riusciremo a sconfiggerlo se non sostituendolo con un desiderio vitale.

 

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La bolla sovranista è bucata ma il progetto europeo è latitante

Pubblicato il 21/5/2019 su Internazionale

C’è ancora un giudice ad Agrigento, e c’è ancora uno Stato di diritto che limita il potere di chi si considera unto dal popolo. In un clima assai cambiato – nel governo e nel paese – dai tempi della Diciotti, la vicenda della Sea Watch impedisce al capo della Lega di lucrare voti sulla carne viva di 47 migranti e alza lo scontro fra il ministro degli interni, i suoi alleati, la magistratura e, virtualmente, altri poteri dello Stato. Solo due giorni dopo la manifestazione che a Milano avrebbe dovuto consacrarlo come l’uomo di punta del sovranismo europeo, Matteo Salvini si ritrova nell’angolo. Se questa repentina inversione della sua resistibile ascesa, che già sembra accomunare il suo destino a quello di altri leader mediaticamente gonfiati, si rifletterà del tutto o in parte nel voto di domenica non è dato ovviamente saperlo. Ma il voto non è l’unico termometro della politica: ci sono segnali che non si esprimono in numeri ma contano lo stesso.

E’ il caso delle pratiche di resistenza, opposizione e contestazione alle bravate del ministro col mitra che si sono moltiplicate nelle ultime due settimane a tutte le latitudini dello Stivale, da Sud a Nord, dai margini al centro. Esse dicono con chiarezza che la narrativa populista-sovranista che ha sorretto la conquista del governo da parte dell’alleanza giallo-verde ha perso la sua capacità di incantamento: si è bucata, come una bolla. Questa narrativa (peraltro non del tutto univoca, perché populismo e sovranismo non sono la stessa cosa anche se nell’Italia dell’ultimo anno si sono tenuti per mano) si basava su alcuni assunti, tanto semplici quanto falsi. Primo, che esista un popolo unitario e compatto nelle sue frustrazioni, nei suoi bisogni di riscatto, nei suoi desideri di rivalsa, e che sia esaustivamente rappresentato da chi parla in suo nome. Secondo, che questo popolo sia animato da un sacro furore contro le cosiddette élite, politiche e culturali, garanti del cosiddetto establishment. Terzo, che a definire l’identità del popolo sia una rivendicazione di sovranità sul suo territorio e sui suoi confini contro l’invasione dello straniero, e che questa rivendicazione lo unifichi dall’estremo nord all’estremo sud del paese su base nazionalista. Infine, e non ultimo, che i presunti rappresentanti del popolo abbiano conquistato il monopolio di una infallibile comunicazione politica, attraverso un uso imbattibile dei social media.

Sono bastate due settimane di mobilitazione auto-organizzata perché ciascuno di questi assunti andasse in frantumi. Riavvolgiamo il nastro dei luoghi e dei fatti: a Casal Bruciato il “popolo delle periferie” che si voleva compattamente sollevato contro una famiglia rom si è rivelato in larghissima parte solidale con quella famiglia e ostile a chi voleva cacciarla. A Catanzaro, dove è partita la “balconite” che ha poi contagiato tutta l’Italia, il “popolo del Sud” ha dimostrato che non ci sarà nessuna annessione trionfale del Mezzogiorno al sovranismo nazional-secessionista della Lega. Alla Sapienza di Roma, e grazie alla mobilitazione degli studenti perfettamente orchestrata, l’incontro fra Mimmo Lucano e l’intera istituzione universitaria ha dimostrato che il rapporto fra “popolo” ed “élite” può assumere la forma di una salda alleanza politica e valoriale contro la barbarie di ritorno, e non quella della rivolta degli umori “di pancia” contro l’ipocrisia “politically correct” che ci è stata contrabbandata per mesi. E un messaggio analogo viene dalla mobilitazione in corso contro l’inaudita e inaccettabile sospensione dall’insegnamento di Rosa Maria Dell’Aria.

Infine la piazza di sabato scorso a Milano. Dove, contro-cortei e contro-balconi a parte, Salvini ha fatto tutto da solo, ribaltando l’annunciata apoteosi europea del sovranismo made in Italy nello show down di tutte le sue contraddizioni: fra l’antico secessionismo e il novello nazionalismo della Lega; fra il suo costitutivo antieuropeismo e i suoi recenti propositi di cambiare l’Europa “da dentro”; fra l’appello al cuore di Maria e l’attacco a Papa Francesco potenziato dagli elogi per Ratzinger e Woytjla; fra l’immagine dei partiti fratelli uniti nella lotta contro “i burocrati di Bruxelles” e il triste crollo del modello austriaco. Quello che resta del sovranismo è un catalogo del tradizionalismo più reazionario, che un giorno riscopre l’armamentario fascista e il giorno dopo rispolvera quello teo-con, con il cinismo post-ideologico come unico criterio e con la fobia per la “sostituzione etnica” come unica stella polare.

A poco più di un anno dall’insediamento del governo giallo-verde in Italia c’è dunque da registrare non soltanto i suoi fallimenti programmatici, legislativi e amministrativi, ma anche il collasso della sua narrativa e della sua retorica (nonché dei mezzi dispiegati per diffonderle, visto il potere di contrasto e di contagio dimostrato dalle pratiche suddette). Si è aperto lo spazio per proporre una narrativa altra, che risponda in termini alternativi alla sintomatologia sociale fin qui blandita dal discorso populista-sovranista. La scadenza elettorale europea sarebbe stata la contingenza ideale per farlo, uscendo dalla sceneggiatura del battibecco quotidiano fra Di Maio e Salvini e prendendo di petto i torti e le ragioni della polemica antieuropeista, che di quel discorso è il nucleo originario.

Senonché, a una settimana dal voto, di contenuti europei della campagna elettorale non s’è vista neanche l’ombra. Peggio: rassicurato dai sondaggi, che danno i sovranisti in aumento ma non tanto da ribaltare l’equilibrio politico vigente, il fronte anti-sovranista si sente autorizzato a eludere il tema. Come se la pattuglia delle formazioni di estrema destra che entrerà nel parlamento di Strasburgo, sia pure con tutte le sue contraddizioni e divisioni interne, non fosse comunque un potenziale fattore di paralisi politica e di disgregazione della Ue. Come se l’asse fra popolari, socialisti, liberali e verdi – secondo le previsioni l’unico a poter comporre una maggioranza – non fosse a sua volta diviso fra visioni e programmi differenti. E come se la continuazione dello statu quo fosse una ricetta praticabile per abbassare la febbre antieuropea, per giunta con l’asse Germania-Francia terremotato dall’incertezza sul dopo-Merkel e dall’indebolimento di Macron, e in un contesto globale radicalmente cambiato, dove potenze concorrenti come la Cina, la Russia e gli Usa condividono l’interesse alla disgregazione dell’Europa .

Il populismo è figlio diretto di quel neoliberismo che è stato e purtroppo rimane la religione indiscussa della costruzione europea, e della distruzione sistematica che esso ha innescato sull’intelaiatura delle democrazie costituzionali. Il sovranismo è la risposta reazionaria all’incompiutezza della UE, al suo deficit di legittimità democratica, alla sua incapacità di dare soluzioni efficaci a problemi epocali come quelli delle disuguaglianze, delle migrazioni, della precarizzazione sociale. Quello che resta della sinistra istituzionale in Italia e nel continente non può continuare a eludere il tema non di un generico cambiamento ma di una radicale rifondazione del progetto europeo, puntando solo su una strategia di riduzione del danno. Contro populismi e sovranismi lo stato di diritto e le pratiche di lotta stanno facendo la loro parte, ma la politica deve urgentemente mettersi a fare la sua.

 

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Lo stupro etnico di Viterbo

(Pubblicato su Internazionale.it il 30/4/2019)

Non c’è nessuna contraddizione tra Francesco Chiricozzi che postava su Facebook un manifesto fascista a difesa delle donne e Francesco Chiricozzi che stupra e massacra, filmando sadicamente il tutto, una donna a Viterbo. In quel manifesto, preso dagli archivi del ventennio, la scritta imperativa, “difendila!”, si staglia sull’immagine di un uomo nero che violenta una donna bianca. Commento di Chiricozzi: “La prossima Pamela, la prossima Desirée potrebbe essere tua figlia, tua moglie o tua sorella”. Tua, tua, tua: difendila perché è una tua proprietà, ed è la riproduttrice della tua razza, della tua cultura, della tua identità, del tuo sangue. (Altro post: “Chi è a favore dello Ius soli odia la propria razza, odia la propria cultura, odia la propria identità. Essere a favore di questa legge suicida equivale a pisciare sulla tomba di tutti quegli eroi che con il proprio sangue hanno tracciato e difeso i confini della nostra nazione”). Allo stesso titolo del diritto di proprietà, quella stessa donna che va difesa dall’uomo nero può essere stuprata dall’uomo bianco, il quale la possiede per diritto naturale. Il senso della proprietà muove entrambi i gesti: quello della difesa (dall’altro uomo) e quello dello stupro. Chiricozzi, non c’è che dire, è un uomo coerente.

Sappiamo bene che questo senso del possesso muove gli stupri – nonché i femminicidi, di cui gli stupri sono solo una gradazione di poco inferiore, perché stuprare una donna è poco meno che ucciderla – a qualunque latitudine e sotto qualunque connotazione etnica e culturale. Uno stupro è uno stupro, abbiamo detto ogni volta che, da destra, si legava una violenza sessuale al colore della pelle o alla cultura dell’uomo che l’aveva commessa. Lo diciamo anche oggi, e dunque evitiamo con convinzione di rendere pan per focaccia legando lo stupro di Viterbo al colore politico degli uomini di CasaPound che l’hanno commesso (fornendone le prove con il video, il che rende superflue in questo caso le cautele dovute alla presunzione di innocenza). Il che non ci esime dal sottolineare due cose.

La prima: endemica tra i maschi di tutto il pianeta, l’ossessione del possesso della “propria” donna, unitamente alla visione della donna come sentinella della “propria” stirpe, è organica all’ideologia sovranista delle “nuove” destre montanti. Le si era già viste all’opera nei giorni del congresso sulla famiglia di Verona, e sottostanno a qualunque velleità di ripristino della sovranità, che è sempre e in primo luogo una velleità di ripristino della sovranità perduta degli uomini sulle donne. I sovranisti, del resto, non ne fanno mistero: attaccano il femminismo e la libertà femminile frontalmente ed esplicitamente, imputandoli di avere destabilizzato un ordine “naturale”, cioè “naturalmente” fondato sulla supremazia maschile, delle relazioni tra i sessi, ordine che dalla famiglia si estenderebbe alla società e allo stato così come dalla famiglia allo stato si estenderebbe oggi il disordine. Da qui a pensare che le donne sia legittimo punirle, ad esempio con lo stupro, il passo è breve, brevissimo. Come è brevissimo il passo successivo, pensare di ridurre il danno punendo gli stupratori con la castrazione chimica, come se la violenza sessuale fosse un problema di esuberanza ormonale.

Seconda sottolineatura. Si è parlato spesso e a buon diritto, negli scenari di guerra di fine e inizio secolo, di stupri etnici. E qualcuna ha fatto osservare che in un certo senso tutti gli stupri sono etnici: sempre si tratta appunto, nello stupro e tanto più nello stupro di gruppo, di affermare la proprietà su una donna di uno o più uomini della stessa stirpe, contro il fantasma dell’intrusione di un altro uomo di un’altra stirpe. Questo è precisamente il caso in cui ci troviamo in un’Italia ormai tribalizzata, dove la tribù sovranista pretende di avere la meglio sulle altre tribù indigene e su quelle straniere. Non sempre la guerra civile assume le sembianze classiche e visibili di un conflitto armato (che peraltro non è estraneo, ormai s’è capito, alle fantasie dei fautori della legittima difesa, dei travestimenti con la divisa e delle esibizioni con il mitra in mano). La guerra a neanche tanto bassa intensità che si combatte nel nostro paese sul corpo delle donne è la spia di una guerra civile sottovalutata. Fu Simone Weil a dirci, in Non ricominciamo la guerra di Troia, che la donna è sempre posta in gioco delle guerre tra uomini. A Troia in quel posto c’era Elena. Al posto di Elena oggi rischiamo di esserci tutte, e c’è poco, pochissimo da sdrammatizzare.

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Elogio di una data divisiva

Nell’epoca della post-verità, quando tutto diventa dicibile senza che debba essere vero ma soltanto verosimile, è difficile trovare la misura giusta della reazione a quello striscione milanese, o a quel post pasquale del ministro dell’interno con il mitra in mano. Come direbbero a Roma: ci sono o ci fanno? Provocano e basta, o testano con varie tecniche di comunicazione, dal post allo striscione, fino a dove possono spingersi nei fatti? Sottotitoli di una domanda che dal 4 marzo 2018 in poi aleggia irrisolta nel campo degli sconfitti: l’evocazione ammiccante – e adesso anche spudoratamente apologetica – del fascismo è solo una farsa o è il segnale di un rischio reale di ritorno di fascismo, per quanto in forme diverse da quelle del fascismo storico?

A me pare una domanda mal posta. Il problema non è quello di un ritorno a venire del fascismo-regime, bensì quello di uno spostamento già avvenuto nel regime del dicibile. Non è se Salvini passerà all’atto nell’uso di quel mitra, è che un ministro dell’interno, detentore ufficiale del monopolio statale della violenza, posti quella foto di instigazione all’uso di parte della violenza senza essere sollevato dal suo incarico. Non è se quello striscione di Piazzale Loreto possa fare proseliti, è che possa venire innalzato impunemente in nome – suppongo – di una libertà di opinione incurante del reato di apologia del fascismo. Il problema, insomma, non è scongiurare l’avvento di un ordine politico autoritario, ma combattere contro uno sfondamento già avvenuto nell’ordine simbolico.

Questo sfondamento ha una storia molto lunga. Se oggi il ministro dell’interno può impunemente denigrare il 25 aprile trattandolo alla stregua di un derby fra due ideologie decadute, è perché ad autorizzarlo ci sono quarant’anni in cui la talpa della riabilitazione del fascismo ha scavato con continuità e tenacia. Si cominciò negli anni Ottanta, con le mostre craxiane di rivalutazione della “modernità” del regime sulla scia della storiografia defeliciana. E si è proseguito senza sosta dal ’94 in poi, da quando cioè la destra tricipite – Forza Italia, Lega, Alleanza nazionale – aggregata da Berlusconi ha costantemente lavorato, al di là delle sue differenze interne, alla costruzione di una cultura politica sostitutiva della matrice antifascista da cui erano nate la Repubblica e la Costituzione. Una cultura che sotto le maschere unitarie della Nazione e del Popolo, e sotto la bandiera del superamento delle ideologie novecentesche, mirava a destituire la discriminante antifascista su cui si basa la Costituzione accusandola di essere “divisiva”, come non cessano di predicare tutt’ora i denigratori del 25 aprile: bastava leggere sui giornali di ieri i vari Sallusti, Veneziani, Feltri.

E’ ora di rivendicare senza complessi quella divisività. E’ vero, la liberazione divise il popolo italiano, per riunificarlo sotto valori alternativi a quelli del ventennio fascista. Che torni a dividerlo anche oggi non è detto che sia un male: ci sono momenti in cui è bene sapere da che parte si sta, e da che parte non si sta. Sono i momenti in cui i miti fondativi riacquistano il valore di un orientamento simbolico. Niente di meno e niente di più di quello di cui abbiamo bisogno.

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Lo scompiglio dell’8 marzo

Pubblicato su Internazionale l’8 marzo 2019

Lo sciopero femminista che oggi si ripete per il terzo anno consecutivo serve a ricordare che l’8 marzo è una giornata di lotta. Non è una festa in cui reclamare o celebrare spartizioni di potere e di carriera che non cambiano niente di come va il mondo. Non è nemmeno un funerale in cui accontentarsi di commemorare le vittime della violenza, dello sfruttamento e della discriminazione.

È un’occasione per rilanciare la scommessa politica della libertà femminile, di una libertà che non si lascia ridurre a facoltà di scelta fra le chance del mercato (dei beni, del lavoro, del sesso) e pretende invece di alzare l’asticella della qualità della vita personale, della sfera pubblica, della convivenza umana. Di fare un salto di civiltà, lasciandosi alle spalle i colpi di coda violenti e revanchisti del patriarcato. Di dare forza alle relazioni, in un mondo che si voleva globale e che oggi si ritrova barrato da muri, porti chiusi, campi di concentramento e di tortura. Di aprire l’immaginazione e il respiro nelle democrazie soffocate dalla religione della sicurezza e dal fantasma dell’invasore nero.

Intersezionalità è la parola d’ordine, anzi la parola disordinante, della marea femminista che calca ormai da anni e stabilmente la scena pubblica transnazionale, come un’onda di ultrasuoni che rimbalza dalla Polonia all’Argentina, dalla Spagna agli Stati Uniti, toccando come sempre fa il femminismo tutti i canali di scorrimento fra personale e politico, dalla sessualità al lavoro (produttivo e riproduttivo), dalla violenza alla cura di sé e del mondo, e sferrando l’attacco contro quartier generali prima inespugnabili, come la fabbrica hollywoodiana dell’immaginario planetario (il #MeToo) o come la Casa Bianca (le candidate alle prossime presidenziali Usa). Significa, quella parola disordinante, che il dominio non ha mai una sola faccia, non è mai solo maschile o solo bianco o solo padronale, ma ne condensa sempre più d’una; e che l’oppressione a sua volta non è mai a una sola dimensione, ma produce le gerarchie sociali intrecciando il genere, la razza, la classe. Guai però a limitarsi a disegnare queste cartografie stratificate del dominio e dell’oppressione: intersezionale è anche e in primo luogo l’azione che le scompiglia. Dove il potere ordina separando e murando le identità, la differenza disordina intrecciando relazioni e tessendo alleanze. È lo scompiglio che il “soggetto imprevisto” femminista, come lo chiamava Carla Lonzi, porta nello spazio pubblico da quando è venuto al mondo mezzo secolo fa. E che nello scenario politico di oggi si carica di nuove valenze e implicazioni.

L’intersezionalità taglia e sgretola i “popoli” costruiti e mobilitati dall’alto su base identitaria – nazionalistica, etnica, o più semplicemente elettoralistica – che oggi proliferano per ogni dove in occidente. Quando le donne escono allo scoperto non c’è popolo ma pluralità, non c’è identità ma differenza, non c’è mobilitazione dall’alto ma tessitura relazionale dal basso, non ci sono capi in divisa ma autorità e autorizzazioni simboliche, non c’è sfruttamento intensivo dei fantasmi dell’immaginario – le paure oggi tanto coccolate – ma apertura del presente all’immaginazione. Non c’è infine nessun sovrano e nessuna rivendicazione di sovranità, perché noi donne sappiamo per esperienza che il soggetto sovrano è quello che nel corso della storia si è costruito sul dominio della ragione sulle passioni, dell’uomo sulla donna, dei bianchi sugli “altri”. E sappiamo altresì che oggi i proclami di sovranità – statuale, popolare, individuale – sono maschere di gesso indossate a copertura della crisi ineluttabile e inarrestabile di quel soggetto: divise d’ordinanza, sfoggiate con la stessa tracotanza con cui ama indossarle il nostro ministro dell’interno e quanti come lui e con lui tentano l’assalto alla libertà femminile, murano i confini, gerarchizzano i colori della pelle, armano l’arroccamento proprietario sdoganandolo con la patente della legittima difesa.

Maschere macabre ma provvisorie, e caduche. La pluralità contro la finzione unitaria del popolo, l’interdipendenza contro la mascherata della sovranità: la scommessa femminista è sul piatto, come sempre si gioca nel cuore del presente e parla a chiunque abbia orecchie per intendere.

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Gli occhiali del passato e quelli di Orfini

Pubblicato il 21/2 2019 su Huffington Post

Nella sua intervista di ieri con Alessandro De Angelis in tema di rapporti fra giustizia e politica, e in polemica con Lucia Annunziata, Matteo Orfini sostiene che è sbagliato guardare a quello che sta succedendo oggi con gli occhiali del ventennio berlusconiano.Oggi infatti ci sarebbe in ballo non lo scontro fra magistratura e politica, né la questione del primato della politica, ma il funzionamento dello stato di diritto. Domanda: e ieri, invece?

A me pare che si tratti precisamente, ieri e oggi, della stesso nodo. Che non si riesce né a sciogliere né a tagliare. Anche se ovviamente, come tutti i nodi che nel corso del tempo ritornano, ritorna in circostanze e con variazioni diverse. Oggi come ieri, ha ragione Lucia Annunziata, “la” questione che si ripresenta è sempre la stessa: la pretesa della politica, ma meglio sarebbe dire dei politici, di essere intangibili dalla legge, e dunque dalla magistratura, nell’esercizio delle loro funzioni e dei loro poteri, i quali poteri derivano loro dal fatto di essere stati eletti. Questione malamente – molto malamente – rubricata da molti come “primato della politica”, e che va invece rubricata precisamente sotto il titolo del funzionamento dello Stato di diritto. L’equilibrio fra il principio di legittimità e il principio di legalità è infatti un caposaldo, forse “il” caposaldo, dello Stato di diritto: significa che chi è eletto è legittimato a rappresentare e governare, ma sotto e non sopra il controllo della legalità del suo operato, che il sistema giudiziario nel suo insieme (non solo i Pm e le procure) ha l’obbligo di garantire. Detto in altri termini, in uno Stato di diritto il primato della politica non è legibus solutus: e le leggi, non dimentichiamolo, le fa il potere politico, non quello giudiziario che a sua volta ha l’obbligo di rispettarle e non solo di farle rispettare.

Avere scambiato questo architrave dello Stato di diritto per una partita senza esclusione di colpi fra politici e magistrati è stato il fattore di massimo inquinamento del conflitto politico e del dibattito pubblico per tutta la cosiddetta seconda Repubblica, e purtroppo l’inquinamento rimane tutt’oggi, come i fatti dimostrano. Ha consentito di assumere posizioni opportunistiche, sia fra chi (soprattutto nel campo berlusconiano) gridava al complotto a ogni stormire d’inchiesta, sia fra chi (soprattutto nel campo antiberlusconiano) volentieri lasciava fare alla magistratura il lavoro che avrebbe dovuto fare la lotta politica: e questo opportunismo è tutt’altro che finito oggi, come dimostrano gli alti lai di Matteo Renzi e dei suoi sull’inchiesta che (disgraziatamente per tutti: avremmo preferito non vedere anche questa) colpisce i suoi genitori. Ha consentito alla magistratura di essere a sua volta esentata, e di auto-esentarsi, da critiche (anche i magistrati sbagliano, con i forti e con i deboli) e riforme necessarie. Ma soprattutto, ha consentito al sistema politico nel suo insieme di non interrogarsi sulle cause vere della perdita del primato della politica, tra le quali andrebbero annoverate la sua perdita emorragica di senso e di autorevolezza, la sua genuflessione alle ragioni dell’economia, la sua incapacità di autoriformarsi, la sua inarrestabile corruzione. Eccetera eccetera. Se di supplenza della magistratura si dovesse parlare, se ne dovrebbe parlare solo come effetto, non come causa, di questo quadro disperante – altro che primato – della politica.

Orfini ha del tutto ragione quando segnala che in fatto di Stato di diritto il caso Salvini-Diciotti segna un salto di qualità molto allarmante, perché negando l’autorizzazione a procedere sul ministro dell’Interno il parlamento sta altresì scrivendo il pericoloso precedente per cui il fine di un non meglio definito “prevalente interesse nazionale” giustifica qualunque mezzo, compreso il sequestro di persona, in patente violazione con i principi della Costituzione (quelli che tutti giurano da trent’anni essere in teoria intangibili, salvo farne strame in pratica). Aggiungo, a proposito di primato della politica, un particolare non irrilevante: nel caso Salvini, è la stessa legge sull’autorizzazione a procedere sui ministri che riconosce il primato della politica, dando ai parlamentari, non al sistema giudiziario, la facoltà di decidere che cosa sia e che cosa implichi (e non implichi) l’interesse nazionale. Troppa grazia per una classe politica che ancora una volta, scambiando per interesse nazionale una linea di parte come quella del governo sull’immigrazione, ha dimostrato che quel primato non lo merita e non sa esercitarlo se non a fini di autotutela e autoassoluzione.

Salutiamo perciò con soddisfazione la denuncia di Orfini sulla “deriva cilena” che il caso Salvini rischia di innescare. Purtroppo però anche qui uno sguardo sul passato non guasta. Non si ricordano infatti da parte del principale partito della sinistra denunce altrettanto allarmate in casi altrettanto gravi, per dirne uno Genova 2001 (con l’eccezione di Massimo D’Alema, all’epoca l’unico a denunciare in parlamento i metodi cileni usati alla Diaz e a Bolzaneto), o per dirne un altro, risalente non alla seconda ma alla prima Repubblica, ai tempi delle legislazione d’emergenza contro il terrorismo. Forse in fatto di Stato di diritto il Pd dovrebbe darsi, come si dice, una regolata: per il presente, per il passato e per il futuro.

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Prima gli italiani. Ricchi

Pubblicato su Internazionale il 14/2/2019

Il governo sovranista, che straparla di sovranità nazionale un giorno sì e l’altro pure e novantanove volte su cento a sproposito, sigla una cosiddetta intesa con le regioni più ricche dell’Italia del nord che fa letteralmente a brandelli lo stato nazionale. Il medesimo governo sovranista, che straparla di sovranità popolare un giorno sì e l’altro pure e cento volte su cento a sproposito, pretende di varare la suddetta intesa alla chetichella, scavalcando il parlamento ed evitando, con la complicità della maggior parte dei media mainstream, qualunque interferenza del parere del popolo e dell’opinione pubblica.

La Lega di Matteo Salvini, che tanti osservatori si sono affannati a benedire come un partito finalmente nazionale che archivia l’arcaica Lega nord di Umberto Bossi e i suoi folcroristici riti con l’ampolla, sta per realizzare quella secessione del nord che Berlusconi e Fini non consentirono a Bossi di realizzare. Lo scellerato “contratto di governo” – un pezzo di carta privato del quale avremmo dovuto solo ridere se fossimo ancora la patria del diritto come si continua a dire – si rivela per quello che è: un patto per unire con la colla del rancore un paese non più solo storicamente, bensì istituzionalmente diviso, soldi al nord e sussidi al sud, senza nemmeno la retorica unitaria che ha coperto un secolo e mezzo di rapina capitalistica del nord ai danni del sud.

Infine, il movimento che ha fatto dei “cittadini” il suo brand e il suo target si appresta a dare il suo placet a una cittadinanza gerarchizzata, di serie A al nord e di serie B al sud (senza contare quella di serie Z negata ai migranti), che fa strame una volta per tutte del principio costituzionale di uguaglianza e dello stato sociale, e ha l’unico merito di ridicolizzare definitivamente lo slogan “prima gli italiani” correggendolo in “prima gli italiani ricchi”.

È questo il succo delle bozze fin qui clandestine sulla cosiddetta “autonomia differenziata” del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia-Romagna che arrivano oggi in consiglio dei ministri. Le quali bozze, per dirlo in due parole e senza perdersi nella nebbia depistante dei tecnicismi, fanno due cose. Primo, conferiscono alle tre regioni interessate il profilo di altrettanti stati, dando loro piena sovranità su tutte le materie fin qui concorrenti fra stato centrale e regioni: fisco, istruzione, ambiente, salute, ricerca, beni culturali, infrastrutture, protezione civile, energia, comunicazione, previdenza complementare. Secondo, demoliscono in radice l’impalcatura dello stato sociale, sostituendo il criterio dell’accesso universale ai diritti fondamentali con l’erogazione di servizi parametrati al gettito fiscale di ciascuna regione.

In altri termini: a gettito fiscale più alto, standard più alti dei servizi dovuti ed erogati, e viceversa. I diritti non sono più beni universali ma performance relative, disponibili a chi ha di più e chi ha di meno si arrangi. Scuole, programmi scolastici, insegnanti, ospedali, medici, treni, autostrade: dipende da dove abiti e da quante risorse fiscali il tuo territorio può vantare e gestire in proprio. La trentennale e infinita transizione italiana arriva finalmente al punto, che è lo stesso da cui a ben guardare era partita: la secessione dei ricchi, come titola il prezioso libro di Giancarlo Viesti scaricabile gratuitamente sul sito della casa editrice Laterza.

Preparato nell’ombra, non è detto che il marchingegno trovi la luce nei tempi fulminei vagheggiati dalla Lega e dai suoi ministri. Per altrettanto ignobili ragioni, la transizione entrerà più probabilmente nel gioco di ricatti, veti, moratorie e scambi incrociati che regge, si fa per dire, l’alleanza gialloverde.

Per l’intanto, si segnalano tre effetti collaterali della vicenda. Il primo: si deve alle tanto innominabili e denigrate élite intellettuali (economisti, giuristi, centri studi come il Centro per la riforma dello stato e l’Osservatorio per il sud) se l’argomento è uscito dall’ombra, ha penetrato la cortina di ferro dei media, e sta diventando oggetto di discussione pubblica e di mobilitazione. Le regioni meridionali si svegliano da un sonno colpevole (la Campania scende sul piede di guerra, la Calabria chiede almeno un dibattito parlamentare, la Puglia, inizialmente sedotta da un supposto “buon uso” dell’autonomia, ci ripensa e dice no) e in parlamento spunta un fronte di opposizione targato LeU e, a quanto pare, incoraggiato dal futuro segretario del Pd nonché governatore del Lazio Zingaretti. Anche se va detto che nel tempo lungo dell’incubazione della secessione dei ricchi è appunto il Pd quello che va come al solito ringraziato. Non solo per la sua acquiescenza di oggi ai desiderata dell’Emilia-Romagna, o per i preliminari delle “intese” siglati ieri l’altro dal governo Gentiloni. Ma per le sue oscillazioni, approssimazioni e confusioni trentennali sulle questioni del federalismo e della sussidiarietà, nonché per la sciagurata riforma del 2001 del titolo V della costituzione fatta già allora (e per giunta a maggioranza, come le riforme costituzionali non vanno mai fatte) per inseguire la Lega e i suoi elettori.

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La posta in gioco nel caso Salvini

(Pubblicato su Internazionale il 6/2/2019)

Leggo i giornali, guardo i telegiornali e apprendo che la stragrande maggioranza degli italiani, sondati non si sa come, è contraria alla processabilità del ministro dell’interno Matteo Salvini, sulla quale si esprimerà domani la giunta per le immunità e in seguito l’aula del senato. Percentuali da capogiro: più o meno il 60 per cento dell’elettorato complessivo, più dell’80 per cento dell’elettorato leghista, il 65 per cento di quello dei cinquestelle, la metà di quello di Forza Italia, poco meno di un quarto di quello del Pd, pensano – in sintonia del resto con la maggior parte dei commentatori – che la richiesta dell’autorizzazione a procedere emessa dal tribunale dei ministri di Catania a carico di Salvini sia solo un modo per farlo fuori, punto e basta.

Qualcuno, intervistato dai cronisti d’assalto delle tv, si spinge più in là: “Salvini ha fatto solo quello che noi gli abbiamo chiesto di fare”, dove il “noi” non significa “noi suoi elettori” ma “noi popolo italiano”. La parte per il tutto, esattamente come nella retorica populista del governo gialloverde. Il cerchio si chiude: Salvini sostiene di aver fatto quello che il popolo gli chiede, il popolo sostiene che Salvini ha fatto quello che gli ha dato mandato di fare. In sostanza, un’autorizzazione popolare a delinquere: 177 persone tenute sotto sequestro su una nave per cinque giorni, e usate come ostaggio nella trattativa per la distribuzione dei migranti fra i paesi dell’Unione europea, con l’autorizzazione e la soddisfazione del “popolo”.

Il conflitto che è in corso sulla processabilità o meno del ministro non è un conflitto nuovo nella scena politica italiana: il ventennio berlusconiano ne è stato costantemente costellato e contrassegnato. È vero infatti che, come molti si affannano a puntualizzare, il caso Salvini è diverso dal caso Berlusconi: qui c’è un ministro indagato per un reato commesso nell’esercizio della sua funzione, lì c’era un imprenditore indagato per un reato commesso in conflitto d’interesse con la sua funzione di premier. Ma fatta questa pur saliente distinzione, la questione di fondo resta la stessa: qui e lì c’è un potere di governo che si ritiene al di sopra della legge, non processabile e non punibile perché eletto dal popolo e, in quanto eletto dal popolo, onnipotente e insindacabile, legibus solutus. In altri termini: chi vince le elezioni fa quello che vuole, anche illegalmente.

È la regola numero uno dei populismi contemporanei: scagliare il principio di legittimità contro il principio di legalità, laddove le costituzioni novecentesche si basano precisamente sul loro equilibrio; riaffermare una concezione assoluta della sovranità, laddove le costituzioni nate dopo l’esperienza del nazismo e del fascismo la limitano ancorandola all’osservanza della legge: chi vince le elezioni governa, ma entro la cornice della legge e sotto il controllo della legalità esercitato dalla magistratura.

La prima posta in gioco nel caso Salvini ha dunque a che fare con la concezione della democrazia, della sovranità e della divisione dei poteri. Se, come tutto lascia prevedere, il no all’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro finirà con il prevalere, la torsione populista e sovranista della nostra democrazia ne uscirà rafforzata, e con essa l’idea che il potere esecutivo è gerarchicamente superiore a quello giudiziario, e che chi vince le elezioni è padrone assoluto del campo. È solo ovvio sottolineare che l’espediente proposto dal presidente del consiglio e dai cinquestelle, ovvero la responsabilità collegiale di tutto il governo nella gestione della vicenda Diciotti, non sposta di una virgola il problema. Meno ovvio è aggiungere che l’argomento del primato della politica, avanzato anche in aree intellettuali di sinistra per sostenere la tesi della non procedibilità di Salvini, è del tutto pretestuoso: il primato e l’autonomia della politica, principio sacrosanto, ha molti campi in cui esprimersi, primo fra tutti quello del rapporto con l’economia in cui invece non viene mai fatto valere, ma non è un primato che possa esercitarsi contro la legge.

La seconda posta non è meno consistente. L’aula del senato potrà infatti esprimersi contro l’autorizzazione a procedere solo se valuterà che Salvini “abbia agito per la tutela di un interesse dello stato costituzionalmente rilevante, ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio di una funzione di governo”. Se cioè accetterà la versione dei fatti fornita dallo stesso Salvini, per cui il sequestro dei 177 migranti era necessario per la difesa dei confini nazionali e per la trattativa con l’Unione europea. Senonché da nessuna parte nella costituzione è previsto, né sottinteso, che esista un interesse dello stato o un preminente interesse pubblico che comporti o consenta la soppressione dell’habeas corpus e della libertà personale, o la messa a rischio delle vite, o l’uso delle persone come ostaggi di una trattativa. Di nuovo, si tratterebbe del tradimento di un caposaldo delle costituzioni postfasciste, scritte apposta per tutelare la vita umana dagli eventuali soprusi di uno stato totalitario.

Quello che è in gioco nel caso Salvini è dunque qualcosa di ben più consistente della durata del governo, cui i cinquestelle sembrano essere pronti a sacrificare la loro nota vocazione giustizialista e forcaiola. La prevedibile vittoria del no sarà l’ennesimo strappo, quanto mai lacerante, ai princìpi dello stato di diritto costituzionale. Unito ad altri due strappi che sono già a uno stadio avanzato di preparazione: la legge sulle autonomie regionali, che manda all’aria il presupposto egualitario dell’unità nazionale e di ciò che resta dello stato sociale, e la proposta di legge dell’M5s sul referendum propositivo, che smantella di fatto la centralità del parlamento nel potere legislativo. In barba alla retorica sovranista, avanza a grandi passi il disfacimento dell’architettura costituzionale e istituzionale del paese.

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L’io sovrano del Censis

(Pubblicato su Internazionale l’8 dicembre 2018)

Di anno in anno, con il suo rapporto annuale, il Censis non solo fornisce un’ottima radiografia dello stato dell’Italia, ma produce uno slogan destinato a scuotere un dibattito mediatico sempre più politicista, autoreferenziale e ripetitivo. Fu così qualche anno fa, quando De Rita prese pari pari dalle analisi lacaniane la diagnosi dell’eclissi del desiderio e la scaraventò su un’Italia ancora avvolta nel regime del godimento berlusconiano. Ed è così quest’anno, con il cinquantaduesimo rapporto che fa perno sul “sovranismo psichico” e mette di nuovo a fuoco il legame che nelle fasi di cambiamento stringe assieme la dimensione politica, quella sociale e quella psichica, individuale e collettiva.

Nel sovranismo, dice in sostanza il Censis, non ne va solo della nostalgia della sovranità nazionale “usurpata” dall’Unione europea e dell’invocazione della sovranità popolare “usurpata” dalle élite. Ne va di una certa mentalità, di certi sentimenti e comportamenti, di una certa configurazione degli individui. Lo si potrebbe dire – è stato detto: anche stavolta il Censis attinge a un’ampia ancorché non dichiarata letteratura – in altri termini: il discorso sovranista ha generato il suo soggetto, fatto a immagine e somiglianza dello stato sovrano perduto che evoca. L’uno e l’altro, lo stato e il soggetto, si sentono assediati da invasori alieni e minacciosi, l’uno e l’altro erigono muri a difesa dei propri confini, l’uno e l’altro nascondono dietro maschere fortificate e irrigidite la loro vulnerabilità e la loro dipendenza da altro e da altri. La forza – e la trappola – del sovranismo sta precisamente qui: nel creare un’illusione di forza e di autonomia, dello stato, del popolo e dell’individuo, a copertura della loro fragilità.

Il Censis però rovescia il cono: non vede nel soggetto sovranista un effetto del discorso politico, ma nel discorso politico un effetto della crisi sociale. In Italia il tempo s’è fermato: siamo fermi, e più spesso procediamo all’indietro come i gamberi. La ripresa economica intravista nel 2017 non s’è realizzata: “È sopraggiunto un intralcio, un rabbuiarsi dell’orizzonte”. Rallentano gli indicatori macroeconomici, cresce la sfiducia verso le istituzioni e il rancore di tutti contro tutti. Nell’assenza di progetto politico e di intervento statuale, peggiora in ogni campo la vita quotidiana, salvo che per una fascia di pochi privilegiati: la natalità diminuisce, l’ascensore sociale è bloccato, il lavoro manca, le disuguaglianze crescono, i soldi sono pochi (siamo il paese dell’Unione europea dove mediamente si guadagna di meno) e quei pochi stanno fermi in banca, i consumi non sono mai tornati ai livelli pre-crisi. Ma soprattutto, ogni cosa è sulle spalle dei singoli (aumentati del 50 per cento in dieci anni, mentre i matrimoni e le convivenze crollano) e delle famiglie: l’assistenza ai non autosufficienti, la sopravvivenza in un territorio a rischio perpetuo di crolli e frane, lo slalom nella giungla burocratica, la formazione culturale in un paese che non investe nulla sulla scuola e l’università. E per giunta, questo defatigante lavoro di adattamento alla crisi non viene riconosciuto né ripagato in gratitudine da nessuna istituzione.

Sono le radici profonde della delusione, della sfiducia e di un rancore pervasivo ormai convertitosi, scrive il Censis, in una cattiveria diffusa e in una conflittualità latente, “pulviscolare e individualizzata”. Da qui la soluzione del “sovranismo psichico”: un si salvi chi può che si regge sulla caccia paranoica del capro espiatorio, identificato nei migranti e più in generale in qualunque differenza o alterità perturbante. La maschera arcigna dell’io sovrano che presidia digrignando i denti un’identità immaginaria, in realtà destabilizzata dall’incertezza e dall’assenza di prospettive. Un’identità nazionale – “prima gli italiani”– bianca, proprietaria (e, dimentica di dire il Censis, maschile, come dimostra la misoginia imperante che il rapporto stranamente non contabilizza). Che “guarda al sovrano autoritario” come garanzia di contenimento dell’angoscia e di stabilità.

La soluzione del governo sovranista sarebbe dunque l’effetto coerente di questa trasformazione psichica e sociale. “La delusione per il non-cambiamento miracoloso ha incattivito gli italiani e li ha resi disponibili a un salto rischioso e incerto, un funambolico camminare sul ciglio di un fossato che mai prima d’ora aveva visto da così vicino, se la scommessa era poi quella di spiccare il volo. Quasi una ricerca programmatica del trauma, nel silenzio arrendevole delle élite”. C’è da chiedersi tuttavia, rovesciando di nuovo il cono, se la soluzione politica sarebbe stata necessariamente quella populista-sovranista in presenza di un discorso politico diverso. Se qualcuno avesse dato ascolto all’incertezza invece di rimuoverla nella narrativa trionfale della ripresa e alla precarietà invece di annegarla nella retorica delle start up. Se qualcuno, nella crisi, avesse fatto appello alla solidarietà invece che all’autoimprenditorialità e alla competitività. Se le responsabilità del debito accumulato fossero ricadute su chi di dovere invece che su un senso di colpa collettivo deprimente e mortifero. Eccetera eccetera: a incattivirci, prima del sovranismo psichico e politico, è stato il neoliberalismo, di cui il sovranismo è solo l’effetto perverso. E del resto, già pericolante. La grottesca vicenda della manovra economica ha già dimostrato che il ritorno alla sovranità dello stato-nazione è una beata illusione. Il crollo dell’illusione psichica dell’io sovrano seguirà immancabilmente.

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