C’è vita a sinistra oltre il destino neoliberale?

(Pubblicato su ItalianiEuropei marzo 2018)

1. Ho capito che le cose sarebbero potute andare come poi sono andate su un treno per la Sicilia, i primi di febbraio. Davanti a me chiacchieravano una donna pugliese trapiantata in Veneto e un uomo napoletano, entrambi, a occhio, attorno ai 40 anni. L’una spiegava perché avrebbe votato Lega: motivazioni d’antan, contro il Sud immobile e assistito (“lo dico da meridionale”), e motivazioni salviniane, “prima gli italiani poi i migranti”. L’altro spiegava perché avrebbe votato M5S: perché a Sud va tutto a rotoli, ed è ora di mandare tutti a casa. Non erano sorprendenti questi discorsi, in sé non nuovi, bensì la pacata complicità con cui si prendevano a braccetto, invece di fare scintille come spesso accade fra meridionali e settentrionali. Ho avuto in quel momento la sensazione precisa che il 4 marzo lo scontento del Nord e quello del Sud avrebbero potuto sommarsi senza contraddirsi, come in una sorta di blocco storico al servizio non della rivoluzione di gramsciana memoria ma più modestamente di un perentorio “basta così”.

La cartina dello stivale giallo-blu, o meglio giallo-verde, uscita dalle urne ha poi confermato quella sensazione. Ci sarebbero sotto quei colori, secondo la maggior parte delle interpretazioni, il solito Nord delle partite Iva che abbocca alla promessa della flat tax, e il solito Sud assistenzialista che abbocca alla promessa del reddito di cittadinanza. Non nego che questi due miraggi abbiano avuto un’incidenza sul voto, ma suggerirei un’analisi meno gravata dalle visioni stereotipate del Nord e soprattutto del Sud che da decenni imperano nel discorso pubblico. Quell’istantanea giallo-verde fotografa oggi un paese che non è più tenuto insieme dalla logica funzionale fra sviluppo e sottosviluppo, come nella prima Repubblica, né dilaniato dalla contraddizione fra dinamismo e dipendenza o fra impresa e spesa pubblica come nella seconda. Fotografa piuttosto un paese che all’uscita da una crisi devastante si ritrova spaccato in due, con due standard intollerabilmente diseguali di cittadinanza (aspettative di vita, sanità, mobilità, lavoro, reddito, uso e abuso del territorio), dove il Nord affida benessere e ripresa più alle barriere protezioniste, securitarie e xenofobiche della Lega che all’ormai scaduta retorica del godimento berlusconiana, mentre il Sud licenzia d’un colpo le classi dirigenti locali e nazionali, di destra e di sinistra, che considera responsabili del suo declino, e che sulla gestione corrotta e corruttiva della spesa pubblica prosperano da sempre: più che un’ennesima richiesta di assistenzialismo, a me pare un impellente bisogno di uscirne.

Ora può ben darsi che il voto del Nord torni a esprimere un’istanza neoliberista di deregolamentazione e quello del Sud una richiesta di intervento pubblico nell’economia, e che questa contraddizione basti a scongiurare la formazione di un governo Lega- 5 Stelle. Ma la politica non coincide con l’economia per quanto ne sia influenzata, né si esaurisce nella formazione di un governo. Politicamente, i colori della cartina dell’Italia sono due ma il messaggio è uno, ed esprime qualcosa di più di una rivolta anti-establishment estemporanea: segnala per un verso il fallimento del progetto unitario (è impressionante la coincidenza fra i confini del Sud “giallo” di oggi e quelli del Regno delle due Sicilie), e per un altro abbozza un approdo inquietante e pieno di incognite della transizione italiana cominciata all’inizio degli anni 90. Se di un approdo populista si tratta, esso si innesta, come peraltro sempre fanno i populismi, su caratteri e problemi nazionali antichi e irrisolti. Ma sul populismo, o sui populismi, bisogna cercare di intendersi, al di là delle ripetute cautele sull’uso e l’abuso di un termine troppo vago (ma in realtà non privo, in letteratura, di una sua consistenza).

2. Luigi Di Maio ha festeggiato i risultati annunciando la nascita della terza Repubblica, “quella finalmente dei cittadini”. Con la misura dello storico che è inevitabilmente diversa dall’occasionalismo del politico, Ernesto Galli della Loggia ha visto piuttosto nel 4 marzo la vera fine della prima Repubblica, poiché il voto lascia sul campo solo due forze del tutto estranee alle culture politiche che l’avevano occupato fino al ’92, e tritura ciò che ci quelle culture politiche restava nel centrosinistra. E’ una considerazione da tenere presente, per almeno due ragioni. Primo, perché ci consente indirettamente di vedere come la progressiva demolizione della sinistra sia stato il filo nascosto della lunga transizione italiana. Secondo, perché ci aiuta a inquadrare in una prospettiva di lungo periodo l’esito populista di oggi: che non è l’onda corta del 2013, bensì l’onda lunga del ’92.

A quanti vedono nel voto la vittoria dei populismi contro la stabilità del sistema converrà ricordare che in realtà a vincere sono stati i due populismi “dal basso”, quello della Lega e quello dei 5 Stelle, contro i due “populismi dall’alto”, di Berlusconi e di Renzi, che nel corso del tempo la stabilità del sistema l’hanno ripetutamente attaccata più che garantita. Ed eccoci in piena specificità del laboratorio italiano. Pur dentro un’onda che ormai attraversa la gran parte delle democrazie contemporanee, l’Italia è l’unico paese ad avere sperimentato, fra la fine degli anni 80 e oggi, una sequenza di ben quattro populismi – quello etnico della Lega, quello telecratico di Berlusconi, quello digitale del M5S, quello istituzionale, com’è stato definito, di Renzi -, l’uno diverso dall’altro, ma tutti accomunati da alcuni tratti precisi e ritornanti: l’appello diretto, “disintermediato” e basato su significanti vuoti al (proprio) popolo, la retorica anti-establishment (impugnata da fuori e da dentro l’establishment stesso), la leadership personalizzata, l’uso intensivo dei media nella costruzione del consenso, la composizione interclassista dell’elettorato.

Non mi interessa qui ripercorrere le singole vicende di questi quattro populismi, né analizzare le loro differenze e le loro contiguità, e nemmeno soffermarmi sulle loro ultime mutazioni pre-elettorali (il passaggio della Lega dalla dimensione padana a quella nazionale; il ritorno simulacrale di Berlusconi nella veste rassicurante del guardiano della stabilità; l’apertura cautelativa verso i vertici di Bruxelles del M5S; il renzismo dei “cento punti” in luogo di quello rottamatorio). Mi interessa piuttosto rimettere a fuoco questa sequenza nel suo insieme, perché essa mostra con grande chiarezza il riconfigurarsi, lungo la seconda Repubblica, dell’intero campo politico come un “campo populista”, caratterizzato dalla fine delle identità sociali e politiche tradizionali, dalla crisi della rappresentanza, da processi di de-costituzionalizzazione, dalla delegittimazione della politica, dalla mediatizzazione della sfera pubblica, dall’affermarsi della contrapposizione alto/basso come unico asse del conflitto. Detto in altri termini, la crisi della prima Repubblica coincide con un’erosione inesorabile della democrazia liberale rappresentativa, che apre la strada alla “soluzione” populista nelle sue varie espressioni, dal basso e dall’alto, d’opposizione e di governo. Il che spiega tra l’altro perché durante la seconda Repubblica Berlusconi, che di populismo resta l’insuperato maestro, abbia sempre giocato all’attacco, e la sinistra invece abbia sempre giocato un ruolo di contenimento difensivo della crisi della democrazia rappresentativa.

Ma spiega soprattutto perché, se il 4 marzo segna la vera fine della prima Repubblica, a siglarla sono due formazioni, e due giovani leader, interamente figli della seconda. Due populismi, dunque, di nuovo diversi fra loro nei contenuti, nell’orientamento e nell’insediamento, ma riconducibili alla stessa epoca e alla stessa koiné. E’ rilevante però che a prevalere siano stati i due populismi “dal basso” su quelli “dall’alto”. Non perché diano per ciò stesso garanzia di democraticità, tutt’altro: non ne dà né il comunitarismo etnico della Lega, prossimo alle piattaforme dell’estrema destra europea, né la formula mista di penetrazione territoriale e connessione digitale a conduzione aziendale dei 5 Stelle. Tuttavia dal loro successo traspare un bisogno dell’elettorato di sperimentare vie d’uscita dalla crisi della democrazia rappresentativa più partecipate di quanto non consentissero le varianti populiste verticali e iper-personalizzate di Berlusconi e Renzi.

3. C’è un compiacimento diffuso nel definire “storica” qualunque sconfitta della sinistra, ed è la ragione per cui di solito evito di usare questo aggettivo. Che però stavolta è purtroppo l’aggettivo giusto. E dunque anche qui lo sguardo deve necessariamente allungarsi dal breve periodo all’indietro. Nel breve periodo, fatti e misfatti parlano con una certa evidenza. L’inizio della fine è l’insediamento dall’alto del governo Monti nel 2011, senza il rito elettorale che avrebbe consentito una sepoltura simbolica del berlusconismo a vantaggio del centrosinistra. La “non vittoria” della coalizione guidata da Bersani nel 2013 ne è stata conseguenza diretta, per i prezzi troppo alti pagati alla religione dell’austerity; colpevole inoltre, già allora, la mancata intuizione e comprensione dell’exploit dei 5 Stelle, e la mancata registrazione della fine del centrosinistra in un sistema diventato tripolare. La resistibile ascesa di Matteo Renzi ha poi impresso un’accelerazione vorticosa alla crisi – congenita – d’identità e di proposta strategica del PD: con la rottamazione brutale di ciò che nel PD restava della tradizione di sinistra, con l’interiorizzazione dell’agenda (jobs act, buona scuola, controriforma costituzionale) e delle forme (partito personale, sovraesposizione televisiva) del berlusconismo, con l’arroganza e la spericolatezza di Renzi e del suo giglio magico, con l’oscillazione su temi e valori dirimenti come l’Europa e l’immigrazione, con operazioni spregiudicate e autolesioniste come il varo a colpi di fiducia di una legge elettorale che ha finito col favorire gli avversari. L’emorragia di voti a sinistra era certa, e probabilmente messa nel conto dallo stesso Renzi nella prospettiva di un recupero al centro, che invece non c’è stato.

Più interessante è chiedersi perché questa emorragia non sia andata a vantaggio di Liberi e Uguali, malgrado l’indubbio merito di alcuni dei suoi promotori, penso soprattutto a Massimo D’Alema, nello smuovere con il no al referendum prima e con la separazione dal Pd poi una situazione ingessata. Le ragioni, anche in questo caso, sono tutt’altro che oscure: un messaggio troppo moderato, uno sguardo troppo rivolto al PD e al suo elettorato “disperso nel bosco”, una prospettiva incentrata non, come a tante/i di noi era parso all’inizio, sulla costruzione di una nuova sinistra ma sulla riproposizione senza autocritica del vecchio centrosinistra, priva di qualunque presa su un elettorato che si stava radicalizzando verso destra e verso sinistra. E ancora, un nome controverso (quanto ha pesato sull’elettorato femminile quel doppio maschile-universale riproposto contro due secoli di critica femminista, nonché l’assenza di qualsivoglia richiamo ai movimenti femministi oggi in campo, dal #metoo a Non una di meno?), liste asserragliate sul ceto politico, leader scoordinati. E vorrei aggiungere, pressoché nessun riferimento al quadro internazionale in subbuglio, in una competizione elettorale il cui esito rischia di allineare l’Italia più al blocco di Visegràd e agli Usa di Trump che a Bruxelles.

Tutto questo però, unito all’altro flop di Potere al Popolo, non basta a sciogliere il problema di fondo: come mai, dopo quasi trent’anni dall’89, il paese che ebbe la sinistra più forte dell’Occidente è l’unico in cui al declino inesorabile della sinistra moderata di governo – socialdemocratica e blairiana – non fa riscontro la nascita o la crescita di una sinistra più radicale, com’è variamente avvenuto in Grecia con Syriza, in Spagna con Podemos, in Francia con Mélenchon, in Gran Bretagna con Corbyn, negli Usa con Sanders? Come mai in Italia sembra essere sparita non l’offerta ma la domanda di sinistra?

Si possono dare, credo, due risposte. La prima è che in Italia questa domanda sia stata assorbita dal M5S. Decisivo sarebbe però capire se questo sia avvenuto e stia avvenendo malgrado o grazie alla ambiguità post-ideologica del M5S: nel primo caso si tratterebbe di attrezzarsi al recupero di una migrazione elettorale transitoria, nel secondo si tratterebbe di prendere in considerazione l’ipotesi che la parabola storica della sinistra possa essere davvero in via di esaurimento.

La seconda risposta ci riporta al tempo lungo, e all’urgenza di riconsiderare la vicenda della sinistra italiana, moderata e radicale, in epoca neoliberale. Non si tratta, sia chiaro, di esercitarsi in un ennesimo rimestamento nelle svolte e negli arroccamenti, nelle alleanze e nelle scissioni, nei pregi e nei difetti di questo o quel leader. Si tratta di interrogarsi con serietà su quarant’anni di egemonia neoliberale e sulle possibilità che la sinistra ha di sopravviverle. Attenzione: non parlo solo del neoliberismo economico, con la destrutturazione del lavoro e del welfare che ne consegue (i famosi tre tasti, lavoro sanità scuola, su cui la campagna elettorale di LeU ha battuto). Parlo del neoliberalismo come razionalità politica, che ha riconfigurato l’intera piramide sociale, dalla base antropologica alle istituzioni, piegandola al codice del mercato e della concorrenza. Parlo dei processi di spoliticizzazione e di demolizione della democrazia rappresentativa cui ho già accennato poco fa; dell’etica della competizione che distrugge la possibilità stessa dell’aggregazione collettiva; della disciplina del debito che ci inchioda perennemente al senso di colpa e alla paura del futuro; della trascrizione della libertà politica in libertà di mercato che ha cambiato la scala di valori non solo fuori ma anche dentro il popolo di sinistra.

Occorre decidere, teoricamente e praticamente, se il neoliberalismo sia un destino naturale o una forma di governo delle vite cui le vite possono ribellarsi. E’ la domanda radicale e ruvida che circola nelle reti intellettuali e militanti nazionali e internazionali. Sarebbe ora che trovasse ascolto e risposta anche in ciò che resta delle comunità e delle leadership politiche della sinistra ufficiale, anche se difficilmente può essere posta, e sciolta, nei talk show televisivi.

 

 

 

 

 

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Cambio di stagione

(Pubblicato su Internazionale.it il 25 marzo 2018)

Habemus papas, uno alla camera una al senato, Roberto Fico, uomo, 44 anni, napoletano, ala movimentista del Movimento 5 stelle, già presidente della commissione di vigilanza sulla Rai il primo, Maria Elisabetta Alberti Casellati, donna, 71 anni, berlusconiana doc, già membro del Consiglio superiore della magistratura la seconda. La fumata bianca è arrivata alla fin fine ben prima del previsto, se si considera che i giornali usciti poche ore prima della proclamazione davano per saltati tutti i patti fra centrodestra e Cinque stelle e all’interno del centrodestra: sì che gli autori della ricucitura notturna, Salvini e Meloni in testa, possono rivendicare di aver lavorato bene per riempire in tempi ragionevolissimi almeno le caselle della seconda e della terza carica dello stato – anche se del governo non c’è certezza alcuna. I riti del resto, si sa, hanno il potere di lenire momentaneamente anche le ferite più sanguinanti: quando scatta l’applauso della proclamazione, prima alla camera poi al senato, tutte le tattiche, gli strappi, i candidati “sacrificati”, i traditori e i tradimenti, i forni doppi e tripli degli ultimi concitati giorni sembrano svanire nel nulla, anche se ovviamente restano lì e sulla formazione del governo rispunteranno fuori.

Per una volta, il risultato istituzionale rispecchia fedelmente il risultato elettorale: la ferrea legge dei numeri si è imposta su qualunque ipotesi di manovra fantasiosa – compresa quella, fantasiosissima, di lasciare il M5s senza niente in mano –, premiando i vincitori del 4 marzo, cioè la coalizione di centrodestra e i Cinque stelle, e penalizzando il grande perdente, cioè il Pd, rimasto fuori partita, peraltro, anche e soprattutto per scelta propria. Però in questo fedele rispecchiamento c’è già un evidente scatto rispetto al 4 marzo: la ferrea legge dei numeri si è imposta anche all’interno del centrodestra, consegnando Berlusconi a una posizione subordinata a Salvini. Malgrado l’abilità dell’ex premier nell’aprire la partita e nell’incassare comunque per Forza Italia la seconda carica dello stato, la regia del passaggio decisivo è stata indubitabilmente del leader leghista, il quale farà indubitabilmente di tutto per tenersela durante le trattative per il governo.

Il passaggio è simbolico oltre che politico: la partita, come al solito tutta maschile, sulla presidenza delle camere è stata anche una perfetta messa in scena del dispositivo edipico che da che mondo è mondo regola la trasmissione del potere tra uomini. Due giovani maschi alleati quanto basta per uccidere simbolicamente un padre, e pronti a rifarsi la guerra all’occorrenza: così Matteo Salvini, anni 45, in combutta con Di Maio, 32, ha inferto il colpo forse definitivo alla leadership di Berlusconi, 81, sul centrodestra. E gli va perfino dato atto di avere consumato il rito del parricidio con maggiore lealtà e coraggio di quanto abbiano fatto, o tentato di fare, altri prima di lui: sfidando il suo (ex) capo sul campo della caccia al voto prima e della trattativa parlamentare poi, non dichiarandolo fuori uso per decreto rottamatorio.

Il murales del bacio fra Di Maio e Salvini, che resterà l’immagine-simbolo di queste giornate malgrado la sua repentina cancellazione, condensa efficacemente questo rito maschile, classicamente accompagnato, va da sé, dall’uso strumentale di una donna – Anna Maria Bernini, la candidata “sacrificata” dal centrodestra al recupero dell’onore perduto da Berlusconi nella trattativa con Salvini e Di Maio – e dalla cooptazione altrettanto strumentale di un’altra donna, la neopresidente del senato, fidatissima “spalla” di Berlusconi ai tempi delle leggi ad personam e non solo. Alberti Casellati dedica la sua incoronazione alle donne e noi le facciamo gli auguri, ma senza dimenticare né le sue affermazioni su Ruby “nipote di Mubarak” né le sue posizioni favorevoli alla riapertura delle case chiuse e alla revisione della 194, e contrarie alle unioni civili. Ombre non tanto piccole sulla portata storica del primo insediamento di una donna nello scranno della seconda carica dello stato.

Non meno impressionante del resto è quello del primo grillino sullo scranno della terza. Riavvolgendo il nastro degli ultimi quindici anni, e soprattutto degli ultimi cinque, appare davvero sorprendente la breve marcia del M5s dentro le istituzioni, dall’apriscatole agitato nel 2013 al discorso presidenziale di Fico di oggi. Che guarda a sinistra almeno quanto Di Maio tratta a destra. Il richiamo autobiografico alle lotte per i beni comuni, la sottolineatura della ricorrenza dell’anniversario delle Fosse Ardeatine, il rilancio del ruolo del parlamento contro il potere esorbitante dell’esecutivo, l’insistenza sulla qualità della legislazione e sugli istituti di democrazia diretta valgono più dell’impegno di bandiera ad abbattere i vitalizi, e suonano come un buon inizio del viaggio.

Si vedranno presto le prossime tappe. Eletti i due presidenti, Gentiloni ha rassegnato le dimissioni. Mattarella aprirà le consultazioni per il governo subito dopo Pasqua. Non c’è niente di certo, e nulla di impossibile. L’asse fra centrodestra e Cinque stelle potrebbe consolidarsi, ma costringerebbe Di Maio in un ruolo secondo. Salvini potrebbe autonomizzarsi del tutto da Berlusconi, ma in un ruolo secondo ci finirebbe lui. In entrambi i casi, il bacio fra i due si trasformerebbe presto in un guanto di sfida, magari per elezioni ravvicinate. Ma il plot potrebbe essere tutt’altro, e prevedere nuovi scomposizioni e ricomposizioni del quadro: dentro il Pd, dentro Forza Italia, dentro la stessa Lega. Per ora, il gioco a tre del sistema tripolare si sta rivelando più interessante e imprevedibile di quello a due del bipolarismo che fu. La seconda repubblica sembra un ricordo lontano, e quanto al partito della nazione che avrebbe dovuto essere il perno della terza, l’ironia della storia ha voluto che fosse re Giorgio a seppellirlo nel suo discorso da presidente provvisorio del senato, menando fendenti contro Renzi e ammettendo la portata storica del risultato elettorale e della protesta anti-establishment che esprime. Chissà come sarebbero andate le cose, se ci avesse consentito di votare nel 2011.

Ma adesso è proprio un’altra stagione.

 

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La Repubblica post-ideologica

(Pubblicato su Internazionale.it il 5 marzo 2018)

Ventinove anni dopo l’89 che rivoluzionò gli assetti del mondo, ventiquattro dopo il ’94 che rivoluzionò gli assetti della (cosiddetta) prima repubblica, il laboratorio italiano che non dorme mai tira fuori un altro coniglio dal cappello, che archivia definitivamente la (cosiddetta) seconda repubblica a trazione berlusconiana, mette fuori campo quella che fu la più forte sinistra dell’occidente, allinea uno dei paesi fondatori dell’Unione europea più al blocco di Visegrád, alla Russia di Putin e agli Stati Uniti di Trump che all’asse franco-tedesco di Bruxelles. È l’inizio della terza repubblica, quella “dei cittadini”, ne deduce trionfante Luigi Di Maio: salvo che i cittadini sono lungi dal poterne dedurre chi e come li governerà. È la vittoria dei populismi contro la stabilità del sistema, ne deducono i giornali più legati all’establishment che fu: salvo che in realtà hanno vinto i due populismi “dal basso”, quello della Lega e quello dei cinquestelle, contro i due “populismi dall’alto”, di Berlusconi e di Renzi, che nel corso del tempo il sistema l’hanno sistematicamente demolito più che stabilizzato.

Sui fattori di lungo periodo che precipitano in questa ennesima rivoluzione all’italiana ci sarà tempo per discutere – e sarebbe finalmente l’ora di farlo, dopo una campagna elettorale caratterizzata da un’afasia degli intellettuali pari al chiacchiericcio del ceto politico. Ma intanto, per i commenti del giorno dopo, basta e avanza la foto del momento, netta e inconfutabile. Cinquestelle e Lega si spartiscono un paese diviso in due ma unito contro l’establishment, lo spettro di Berlusconi è finalmente archiviato, il centrosinistra e la sinistra sono in frantumi, forse anch’essi consegnati agli archivi della storia.

C’è un affannoso esercitarsi dei commentatori sulla maggioranza che non c’è, sul governo che verrà o non verrà, su come il presidente della repubblica risolverà il rebus dell’incarico, sulle anticipazioni di possibili alleanze che risulteranno dall’elezione della seconda e della terza carica dello stato. Questioni indubitabilmente urgenti e pressanti, e tuttavia seconde rispetto alla necessità di sostare senza infingimenti sulla rappresentazione di sé che il paese ha infilato nelle urne.

Quella foto bicolore dello stivale, con il nord e il sud consegnati a due populismi diversi ma convergenti, racconta – lo avevamo anticipato prima del voto – un fallimento storico delle classi dirigenti, della prima e della seconda repubblica, rispetto alla storica questione del dualismo italiano, quella maggiormente costitutiva della fragilità strutturale nazionale. All’uscita da una crisi economica più lunga e devastante di quella del ’29, c’è un nord in ripresa che si affida alla prospettiva sovranista, protezionista e xenofobica della Lega, preferendola di gran lunga al non più sostenibile regime del godimento berlusconiano. E c’è un sud eternamente figlio di un dio minore, condannato a uno standard inferiore di cittadinanza – nella salute, nei trasporti, nel lavoro, nel reddito – che giustamente non ci sta più e manda via in un sol colpo colpevoli e conniventi, di destra e di sinistra, di questo stato delle cose corrotto e corruttivo. Non si tratta dello stesso disagio, anzi: sotto ci sono ragioni diverse e perfino conflittuali. Ma il dato nuovo è che per la prima volta questi due disagi si sommano senza elidersi, e fanno un blocco sociale inedito, cementato in primo luogo dall’arroccamento contro i migranti. Le ironie della storia non finiscono mai: quasi un secolo dopo – l’ha notato Enrico Mentana nella sua maratona notturna -, il programma gramsciano dell’alleanza progressista e rivoluzionaria fra nord e sud si realizza nel suo contrario.

Non è affatto un caso che questo storico fallimento del progetto unitario del paese coincida con la marginalizzazione della sinistra e del centrosinistra. Facile imputarla agli effetti devastanti del renzismo e dei suoi errori capitali, dall’arroganza rottamatoria, all’impuntatura referendaria che Renzi tuttora rivendica, al parto di una legge elettorale che ha funzionato, come volevasi dimostrare, all’incontrario rispetto alle intenzioni, e infine all’ostinazione di un segretario che anche di fronte a questa eclatante sconfitta non molla se non in differita e prova a mantenere le redini del comando. Facile anche, facilissimo, inchiodare Liberi e uguali a quel disastroso 3 per cento, che non ha affatto impedito al “popolo nel bosco” della metafora bersaniana di infilare la strada del Movimento 5 stelle invece di tornare all’ovile. Ma anche qui, gli errori capitali del breve periodo non possono esentare da un’autocritica di lungo periodo sulla rotta perduta di una sinistra subalterna, in tutte le sue componenti, all’egemonia neoliberale dell’ultimo quarantennio. Fra una trovata e l’altra, un cambio di nome e l’altro, una scissione e l’altra, una larga intesa e l’altra, quello che doveva essere il “partito della nazione” perno del sistema è riuscito a diventarne un accessorio irrilevante, come non è accaduto in paesi come la Francia, la Gran Bretagna, la Grecia, la Spagna, gli stessi Stati Uniti, dove dalla crisi pur profonda della sinistra qualcosa nasce e si sporge sul futuro.

Se questa sia davvero l’alba dell’era post-ideologica come annuncia Di Maio con la baldanza dei suoi 31 anni, o se sia il tramonto di una sinistra che con l’era post-ideologica ha civettato fin troppo, lo dirà il seguito della storia. Per ora, con Di Maio e Salvini brinda solo Steve Bannon, e questo qualcosa vorrà pure dire.

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Cinque appunti nell’urna

(Pubblicato su Internazionale.it il 3 marzo 2018)

Sotto la noia di quella che è stata univocamente percepita come la campagna elettorale più brutta della nostra storia, sotto la ripetitività compulsiva della giostra televisiva, sotto la comicità involontaria delle promesse impossibili, qualcosa tuttavia è avvenuto. Forse non tanto da spingerci a superare la diffidenza per una legge elettorale ostica e truffaldina, andare al seggio e infilare una scheda valida nell’urna. Né abbastanza da prevedere gli spostamenti politici che il voto certificherà. Quanto basta, però, per percepire gli spostamenti di senso e di sensibilità che eccedono la conta dei voti nonché l’affannosa corsa ai pronostici sulla formula di governo prossima ventura.

1. Ritorni. Cominciata con l’irruzione dell’alieno pentastellato e proseguita all’insegna della rottamazione renziana, l’ultima legislatura “nuovista” della repubblica è finita in un trionfo di ritorni dal passato. Torna, com’era del tutto prevedibile, Silvio Berlusconi, replicante di se stesso accompagnato dai mutanti dei suoi partner del 1994. Ma non solo lui. Torna, dalla sua stessa epoca, la promessa di un centrosinistra ragionevolmente riformista, da parte di una lista come Liberi e uguali che era nata piuttosto come promessa di una nuova sinistra. Da un passato più lontano, quello della cosiddetta prima repubblica, torna il fascino rassicurante dello stile democristiano, depositato nello stile felpato di Paolo Gentiloni, nonché la retorica degli opposti estremismi che di quel fascino è pur sempre una garanzia. E da un passato ancora più lontano torna la rappresaglia fascista, a Macerata e altrove, tollerata nemmeno a mezza bocca più dell’antifascismo perché mossa dalla paura dello straniero, che in questa miserrima campagna elettorale è l’unico sentimento conosciuto e riconosciuto.

Questo girotondo di ritorni rivela un paese che non riesce mai a fare i conti con il proprio passato, ma mostra anche la fragilità delle due narrative, del Pd renziano e del M5S, che più hanno cercato di accreditarsi come portatrici post-ideologiche del nuovo. Per quanto sia prevedibile che il voto di domenica penalizzi il Pd di governo e premi il M5S fin qui d’opposizione (ma ipergovernativo nell’ultima versione firmata Luigi Di Maio), né l’una né l’altra narrativa è riuscita a diventare una rappresentazione convincente ed egemonica di un futuro possibile.

2. Replicanti. Spicca fra tutti il ritorno di Berlusconi, non più in versione imprenditore-prestato-alla politica ma in versione usato sicuro e garantito, non più anfitrione delle “cene eleganti” ma nonno con cagnolino, non più gaudente ma prudente. I giornali di mezzo mondo si sono chiesti giustamente come sia ancora possibile; ma si tratta di un ritorno prevedibile, se solo si riavvolge all’indietro il nastro degli anni e degli eventi. A decretare il tracollo di Berlusconi furono, fra il 2009 e il 2013, tre fattori a rigor di termini extrapolitici (nell’ordine, la denuncia del “regime del godimento” sottostante ai cosiddetti scandali sessuali, con il dibattito pubblico e la mobilitazione femminile che ne conseguì; la crisi economica, l’impennata dello spread, l’isolamento europeo che lo costrinsero a rassegnare le dimissioni da presidente del consiglio; la condanna giudiziaria per frode fiscale, con la conseguente decadenza da senatore e dagli incarichi pubblici che gli impedisce tuttora di ricandidarsi), che il sistema politico ha usato per detronizzare Berlusconi senza seppellirlo, anzi reintegrandolo subito nelle maggioranze di governo (Mario Monti, Enrico Letta) e nei patti per le riforme, esentandosi da un bilancio critico e autocritico del ventennio precedente. Complice il passaggio cruciale della sostituzione dall’alto del carnevale berlusconiano con la quaresima di Monti, senza il rito elettorale che nell’autunno del 2011 avrebbe potuto sancirne simbolicamente un’uscita effettiva dal basso, Berlusconi è stato rimosso e spettralizzato senza mai essere definitivamente archiviato. E gli spettri, com’è noto, ritornano.

Il replicante, tuttavia, non morde più come l’originale: il paradosso sta precisamente qui, nella sopravvivenza spettrale di un personaggio, e di un tempo, che sono finiti. Berlusconi dà ancora le carte nel gioco politico, ma non domina più l’immaginario sociale, non è più lo specchio in cui il suo popolo si è a lungo riflesso, non detta più le regole dell’estetica e della sensibilità collettive: non fa più, neanche lui, egemonia. Il suo tempo è concluso, i suoi giochi di prestigio si sono infranti nella crisi, il suo regime del godimento non incanta più nessuno. E rischia lui stesso di restare intrappolato nelle sue ripetizioni. Prima fra tutte, la riproduzione della coalizione fra tre diverse destre con cui Berlusconi riordinò il campo politico nel 1994.

Che oggi però non accompagna, come allora, l’introduzione del bipolarismo, bensì supporta una legge elettorale incapace di registrarne fino in fondo la fine; e dunque non fa ordine ma suona provvisoria e strumentale, e al tempo stesso rischia non di confermare la leadership di Berlusconi ma di consegnarla definitivamente al passato.

3. Destra. Qui però non è in gioco solo un passaggio di leadership, né solo l’incerta prospettiva di un sistema che potrebbe riesumare il bipolarismo nel caso di una vittoria del centrodestra o adottare la logica proporzionale qualora non vincesse nessuno. È in gioco anche la natura della destra, il che fa la differenza sostanziale rispetto al 1994. Se è vero infatti che, com’è stato scritto, “l’alleanza di oggi, Berlusconi, Salvini, Meloni, ricalca esattamente lo stesso perimetro politico-culturale dell’alleanza del 1994, Berlusconi, Bossi, Fini” (Paolo Favilli, Le nuove forme del fascismo al governo del paese, il manifesto del 27 febbraio 2018), è vero anche che nel 1994 Gianfranco Fini fu almeno costretto a pagare il pegno di una presa di distanza formale dal fascismo storico e Umberto Bossi quello di un contenimento delle smanie secessioniste della Lega. Laddove oggi gli alleati di Berlusconi a domanda sui loro rapporti con il fascismo storico glissano dicendo che è archiviato “insieme al comunismo” o si barcamenano fra un fascismo “buono” e uno “cattivo”, e intanto attraggono i voti di CasaPound e Forza nuova, vanno a farsi i selfie con Orbán e camuffano le loro inclinazioni squisitamente razziste sotto lo slogan “prima gli italiani”.

La legittimazione di una destra neofascista, ancor più grave dello sdoganamento di quella post-fascista del 1994, è l’unica vera novità di questa campagna elettorale, nonché la sola in cui risuoni un clima internazionale che ci allinea, per il tramite di Marine Le Pen e del Gruppo di Visegrád, agli Stati Uniti di Donald Trump. È l’ultimo regalo di Berlusconi, nonché l’effetto di una delle “guerre culturali” più ossessivamente combattute nel suo ventennio per la rivalutazione di quello di Mussolini e per l’equiparazione fra i due totalitarismi novecenteschi, che come sempre si risolve nell’assoluzione del fascismo e nella damnatio del comunismo. Ma è un regalo che dobbiamo anche alla leggerezza con cui l’informazione ha trattato questa novità, sulla base di un malinteso principio della libertà di espressione che legittima qualunque opinione, anche quando sia palesemente in contrasto con la pregiudiziale antifascista che è alla base della nostra costituzione.

4. Sinistra. Non sono della stessa entità le novità che si registrano nel campo della sinistra. Certo, la presenza di Liberi e uguali (Leu) offre un porto sicuro agli elettori delusi o esasperati dal Pd, e va premiata per la stessa ragione per cui è stato a lungo penalizzato dai media il taglio all’interno del Pd da cui nasce e che ha rimesso in moto un’area altrimenti destinata alla stagnazione. E la presenza di Potere al popolo incanala una parte della sinistra radicale verso un percorso di pratica delle istituzioni che con ogni probabilità acquisterà più spessore in vista delle prossime elezioni europee. Due liste, tuttavia, non sono riuscite finora a fare una sinistra, o meglio, la sinistra di cui ci sarebbe bisogno per lasciarsi alle spalle non Matteo Renzi, ma l’era – ormai quasi quattro decenni – di subalternità della sinistra all’egemonia neoliberale, sulla scia già disegnata altrove da Bernie Sanders o da Jeremy Corbyn con una critica più radicale di ciò che un tempo si sarebbe chiamato sistema. L’insistenza di Leu sulla prospettiva di una riedizione del centrosinistra “ripulito” dal renzismo, da questo punto di vista, non aiuta ad andare avanti ma sposta di nuovo le lancette dell’orologio all’indietro: tornare alle politiche pubbliche a sostegno della scuola, della sanità e del lavoro è il minimo indispensabile per invertire la rotta, ma non basta a offrire quella nuova rappresentazione della società, del mondo e del futuro di cui c’è bisogno per uscire dal “destino” neoliberale.

5. Nord e sud. Di tutte le anticipazioni possibili del voto che i sondaggi hanno fornito, la più plastica, e la più impressionante, è quella che disegna un’Italia nettamente spaccata in due, con un nord consegnato all’egemonia leghista e un sud alla protesta a cinque stelle. Se venisse confermata, si tratterebbe di un segnale inaggirabile del fallimento storico dell’unità del paese, tenuto insieme solo dalla somma di due disagi e di due rivendicazioni d’estraneità dalla politica della prima e della seconda repubblica, e dove l’unica maschera identitaria che funziona è quella, sovranista e comunitarista, dell’ostilità verso lo straniero. Un paese, letteralmente, fuori dal mondo, dove ritessere la tela della politica diventerebbe un’impresa davvero ardua, eppure, finalmente, improcrastinabile.

 

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Luca Guadagnino, o la porta stretta del desiderio

(Pubblicato su Internazionale.it il 25 gennaio 2018)

È quando Oliver finalmente cede al sentimento inaggirabile di Elio che gli dice “Chiamami col tuo nome, io ti chiamerò con il mio”, mettendo così la propria identità nelle mani dell’altro e accogliendo quella dell’altro nelle proprie. Cessione d’identità, dono d’amore: perché cosa c’è di più proprio del nome, e cosa c’è di più espropriante dell’amore? Il desiderio, diceva Lacan, è sempre il desiderio dell’altro; e l’amore non è possesso di una cosa ma espropriazione di sé; non è rigonfiamento ma emorragia dell’io. In un tempo che parla d’amore e di sesso con il lessico sgrammaticato del consumo, della molestia e della violenza, è questo il messaggio controcorrente, in qualche modo sovversivo, del film di Luca Guadagnino, Chiamami col tuo nome, candidato a quattro Oscar – miglior film, miglior attore protagonista (Thimothée Chalamet), migliore sceneggiatura non originale (di James Ivory) , migliore canzone originale (di Sufjan Stevens) – e da oggi, finalmente, nelle sale italiane, dopo un’accoglienza trionfale in quelle americane, un bottino di riconoscimenti della critica fin dall’anno scorso al Sundance Film Festival, a Berlino, a Toronto, e tre nomination ai Golden Globe del 7 gennaio scorso.

Terzogenito – dopo Io sono l’amore e A bigger splash – di quella che Guadagnino chiama la sua “trilogia del desiderio”,  e ultimo film “sui ricchi”, annuncia il regista, Chiamami col tuo nome sposta la telecamera dall’amore eterosessuale a quello omosessuale, e dal corpo androgino di Tilda Swinton, protagonista dei primi due, all’attrazione fatale fra il corpo acerbo del giovanissimo Thimothée Chalamet e quello bello e possibile di Armie Hammer. Ma è uno spostamento per modo di dire. Tratto dall’omonimo e magnifico romanzo di André Aciman, il film è tutto fuorché un gay-movie “di genere”. Non afferma un’identità, non rivendica una scelta, non indica un approdo: in quella stagione aperta e incerta che è l’adolescenza, quando tutto è possibile e tutto è terribilmente difficile, il desiderio ti prende dove non te l’aspetti, spiazza quello che sei o che credi di essere, ti porta dove non sai di volere andare. Non è una scelta né un orientamento né un destino, è l’imprevisto che muove le cose e le dispone in una nuova combinazione, come quando si alza il vento e il mosaico del panorama d’improvviso cambia.

Tutto sembra previsto e prescritto quando Oliver, viso da statua greca su corpo scolpito New England, arriva a casa Pearlman per la sua vacanza-studio, uno dei tanti post-doct che il padre di Elio ospita un’estate dopo l’altra (“ma questo pare un po’ meglio di quello dell’anno scorso”, nota subito una delle ragazze che frequentano la casa). Elio studia musica, fa il filo alle sue coetanee, va in bicicletta, nuota e “aspetta che l’estate finisca”, come ogni anno. Ma tutto prende, inaspettatamente, un’altra piega. Nulla di immediato però, nulla di travolgente. Il desiderio che spiazza si insinua a poco a poco, per i pertugi dell’anima stretti come la porticina che si infila in bici per entrare nella grande villa: impressioni, smentite, sguardi, dubbi, tormenti, un’eventualità che può realizzarsi, o forse no, che può esplodere e tornare indietro. L’importante però è viverla, non chiuderle le porte, perché, come spiegherà il padre di Elio – rovesciamento dello stereotipo per cui i padri, al cinema, sono per definizione ostili all’omosessualità dei figli -, “soffochiamo così tanto di noi per guarire più in fretta che a trent’anni siamo prosciugati, e ogni volta che ricominciamo con qualcuno diamo sempre di meno”. Esiste, un padre così? O una madre così, che guarda, ascolta, capisce prima degli altri, e si astiene dall’intervenire?

Sono esistiti, sembra dire Guadagnino quando ricorda che la vicenda si svolge nel 1983, e “l’83 fu un anno di svolta”, con l’ascesa di Craxi che chiude il ciclo del sessantotto, quello in cui “i genitori avevano un sapere emotivo da trasmettere ai figli”. In quel di Crema dove il regista ha scelto da tempo di vivere, casa Pearlman concentra, non si sa quanto realisticamente ma poco importa, i tre ingredienti necessari dell’estetica (esplicitamente bertolucciana, e in questo film più bertolucciana che mai) di Guadagnino: “empatia, passione, sapere”. Non c’è l’uno senza l’altro, perché il desiderio è alla fin fine desiderio d’essere, e alla fin fine, come diceva Deleuze, è sempre con il mondo che facciamo l’amore. O come diceva Laura Betti prima di lasciarci, senza questi ingredienti “un paese perde la grazia”, che è precisamente quello che è successo all’Italia degli ultimi, disgraziati decenni.

Guadagnino ci rimette davanti questa grazia perduta, e ritrovata. Chiamami col tuo nome arriva nelle nostre sale dopo un percorso trionfale all’estero: oltre alle tappe già ricordate, vari passaggi a Sydney, Helsinki, Zurigo, Londra, New York, Mumbai, Chicago, due Gotham Awards, tre premi (fra i quali la miglior regia) della Los Angeles Film critics association, due del Usa National board of review , sei nominations ai Film independent spirit awards e altro ancora. Abbastanza per aprire gli occhi alla stampa mainstream italiana, da sempre assai tiepida nei suoi confronti. E, si spera, per chiudere definitivamente il giochino di società su Guadagnino erede del grande cinema italiano di Bertolucci e Visconti e Rossellini, sì, ma troppo snob, troppo internazionale, troppo hollywoodiano per competere con il cinema italiano che fa cassa oggi. Polemiche che contano quanto i dazi di Trump nel mercato globale. Nella geo-filosofia del cinema mondiale brilla una stella, è nata a Palermo, gira nel mondo e noi facciamo il tifo perché brilli a lungo e di più.

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Je ne suis pas Catherine Deneuve

(Pubblicato su Internazionale.it il 10 gennaio 2018)

La scoperta delle molestie e dei ricatti sessuali in uso a Hollywood e in tutto il mondo del lavoro americano dimostra che questi non sono tempi buoni né per il desiderio né per l’esercizio della sessualità fra donne e uomini. Com’era già accaduto in Italia con gli scandali sessuali d’epoca berlusconiana, quello che viene alla luce non è solo la tentazione maschile perenne all’abuso di potere, che riduce le donne a oggetto da possedere e la libertà femminile a disponibilità di concedersi. È anche, forse soprattutto, una diffusa miseria della sessualità maschile, che scambia potere, favori, assunzioni in cambio di briciole come un massaggio sotto un accappatoio, una masturbazione a cielo aperto, un assoggettamento a una virilità incerta. Una miseria sessuale che è parente stretta di una miseria relazionale, ovvero di una altrettanto diffusa incapacità maschile di relazionarsi all’altra, al suo desiderio e ai suoi dinieghi, alla sua forza e alla sua vulnerabilità, alla sua libertà e alle sue necessità.

Precisamente il cinema hollywoodiano, a ben guardare, ci aveva lentamente abituato, nell’ultimo decennio, a questo progressivo immiserimento, per non dire scomparsa, della sessualità nelle relazioni fra uomini e donne, con un sottile ma percettibile scivolamento dalle scene di sesso passionale degli anni novanta a quelle quasi sempre giocate successivamente su un ambiguo confine fra sesso e violenza, sesso e possesso, sesso e performance. E del resto basterebbe il successo sorprendente, e non a caso contemporaneo al #metoo, di un racconto come Cat person per farsi un’idea dello stato delle cose: in questo caso non c’è ombra di violenza né di molestie, ma la miseria sentimentale è la stessa, l’alfabeto della seduzione è precipitato nel dimenticatoio e ogni passione è spenta.

Quello che sta saltando con il #metoo e il Time’s up è il tappo di silenzio-assenso femminile che copriva questa situazione. A un primo sguardo, certo, si tratta di movimenti contro le molestie e i ricatti sessuali, e contro l’abuso di potere maschile che c’è dietro. Ma com’era già avvenuto in Italia pochi anni fa, la presa di parola femminile ha l’effetto di svelare qualcosa di più profondo, un “dispositivo di sessualità”, per dirlo con l’espressione di Foucault, in cui il desiderio non ha più posto e il sesso è ridotto a contrattazione, ricatto, performance. E da cui è urgente uscire, se i destini della sessualità come espressione libera e creativa della specie umana ci stanno a cuore.

La Francia è la Francia, e pretende sempre di avere l’ultima parola, a costo di far diventare la libertà “libertà di importunare”
Perciò è del tutto fuori campo e fuori fuoco la reazione, finora prevalentemente maschile nonché prevalentemente italiana, di chi ulula che all’esito del #metoo ci sarebbe l’oscurantismo politically correct di un totalitarismo (sic!) proibizionista e sessuofobico. È vero l’esatto contrario: il #metoo, e in generale la presa di parola femminile contro l’andazzo corrente della miseria del maschile, nasce in una situazione che ha già mandato a morte la sessualità, e forse può farla risorgere, una volta liberata dal dispositivo di cui sopra. Non stupisce che a non capirlo sia, in Italia, lo stesso fronte mediatico, il Foglio in testa, che agitò gli stessi fantasmi liberticidi, sessuofobici e proibizionisti a tutela della “libertà” e della “seduzione” che circolava nelle “cene eleganti” di Berlusconi, già allora paventando e minacciando la fine dell’ars amatoria, la censura della passione, l’inibizione del corteggiamento, e impugnando l’inscindibilità del sesso da una certa dose (quale, esattamente?) di prevaricazione, o l’indecidibilità fra molestia e avance.

Stupisce di più – ma in fondo neanche tanto – che a usare gli stessi argomenti sia adesso un gruppo di donne francesi – intellettuali, artiste, attrici, psicoanaliste, giornaliste, fra le altre una campionessa riconosciuta della seduzione doc come Catherine Deneuve – le quali si lanciano nella difesa della “libertà di importunare, indispensabile alla libertà sessuale”, come se il #metoo avesse già instaurato un regime del divieto dove nessuno può sporgersi sull’altra e nessuna sull’altro, il nemico delle donne sono gli uomini nella loro totalità, la parola femminile, altro che liberarsi, si autoimprigiona in un codice politically correct autoinibitorio, e le donne, altro che guadagnarci qualcosa, si auto-segregano nel ruolo di “eterne vittime dominate da demoni fallocrati”. Potenza dei fantasmi maschili interiorizzati anche dalla mente femminile, o “differenza culturale” francese vs egemonia “puritana” americana? L’una e l’altra cosa, probabilmente, e la seconda non meno influente della prima.

Non c’è donna al mondo che non sappia distinguere un “corteggiamento insistente e maldestro” da uno stupro, come le firmatarie dell’appello francese temono: esse stesse non possono non saperlo. Non c’è persona sana di mente che non possa aver registrato, seguendo le vicende del #metoo o più semplicemente la recente cerimonia dei Golden Globe sotto il segno del Time’s up, che tutto circola fra le silence breakers americane tranne un’autovittimizzazione inerziale e passiva: tutta la faccenda sembra al contrario parecchio empowering, e parecchio liberatoria anche per quegli uomini che la guardano con curiosità e fiducia invece che attaccarsi come Francesca Bertini alle tende di una virilità decadente. E anche questo le consorelle francesi non possono non averlo notato.

Ma si sa che la Francia è la Francia, e quand’è in gioco la sacra triade della modernità pretende sempre di avere l’ultima parola, a costo di far diventare la libertà “libertà di importunare”, o, come ai tempi di Charlie Hebdo, liberté d’impertinence, sottospecie opinabile della libertà d’espressione. Senonché il politically correct gioca brutti scherzi . Allora fu molto politically correct, e conformista, lo slogan “Je suis Charlie Hebdo”, e molto politically uncorrect, e anticonformista, arrogarsi il diritto di dire “Je ne suis pas Charlie Hebdo”: negli Stati Uniti lo rivendicarono in molti, anche nella stampa mainstream, in nome di una libertà di religione che non poteva essere conculcata dalla libertà di satira. Questione di punti di vista. Del resto, anche i simboli della seduzione non sono eterni e risentono dell’usura del tempo. A dispetto di uno slogan che ha fatto scuola per generazioni di donne, oggi la palma della seduttività passa a chi può permettersi allegramente di dire “Je ne suis pas Catherine Deneuve”.

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Effetto noir sui Golden Globe

(Pubblicato su Internazionale.it l’8 gennaio 2018)

Oprah Winfrey sale sul palco per ritirare il suo Golden Globe alla carriera, e in un attimo l’effetto noir della cerimonia di Beverly Hills, con tutte le attrici in abito rigorosamente nero in segno di lutto per i trascorsi di Hollywood scoperchiati dallo scandalo Weinstein, si trasforma in effetto black. Black/women power – insieme e tutt’e due incarnati nel corpo e nelle parole di Oprah – diventa la sigla della serata, il messaggio, tutt’altro che funereo, che le celebrities raccolgono e rilanciano dalle silence breakers e dal movimento #metoo, sotto il nuovo slogan Time’s up, “il tempo è finito”: è finito il tempo dei ricatti, delle molestie, dei silenzi, ed è già l’alba di un nuovo giorno, dichiara Oprah mentre i social la incoronano all’istante candidata prossima ventura anti-Trump alla presidenza – salvo discese in campo di Michelle Obama, s’intende.

Accade raramente che un rito non privo di creatività ma alquanto prevedibile, come sono generalmente i riti di Hollywood, si trasformi in un evento simbolico di prima grandezza. Ieri notte è avvenuto – e tanto basta perfino a consolarci della statuetta mancata a Call me by your name di Luca Guadagnino, un inno al desiderio che a sua volta fa piazza pulita della confusione fra sessualità e violenza che muove le mani dei Weinstein di turno e i deliri dei loro sodali, soprattutto italiani, ossessionati dal fantasma persecutorio di una “caccia alle streghe” castratrice. Non c’è all’orizzonte nessuna caccia alle streghe, sottintende Oprah Winfrey quando chiama a raccolta, con le donne, “quegli uomini che sono capaci di ascoltarci”. C’è invece, in atto, una di quelle miracolose congiunture in cui il passato e il presente di una storia di lotte si toccano, aprendo il presente a nuove circostanze. Era il 1982, ricorda Oprah, quando, aspettando davanti alla tv la madre che andava a fare le pulizie a casa dei ricchi, vide Sidney Poitier, primo attore nero, salire su quello stesso palco per ricevere lo stesso premio che lei, prima attrice nera, riceve oggi. Ed era il 1944 quando una giovane donna nera, Recy Taylor, fu stuprata, bendata e abbandonata sul ciglio della strada, all’uscita dalla messa, da sei uomini bianchi armati ad Aberville, in Alabama – lo stesso stato in cui poche settimane fa il #metoo ha contribuito all’elezione del senatore democratico Doug Jones contro il trumpista Moore accusato di pedofilia.

Recy Taylor non ottenne mai giustizia, malgrado l’impegno al suo fianco di Rosa Parks, ma entrambe, dice Oprah, sapevano che la loro verità avrebbe continuato a farsi strada, come lo sanno oggi le silence breakers: attrici famose e donne comuni di cui non conosceremo mai il nome, e che non lavorano a Hollywood ma nei ristoranti, nelle fabbriche, negli uffici, nelle università, nella ricerca, nelle istituzioni, nello sport e ovunque il sistema dei ricatti sessuali imperversi. “Noi attrici veniamo celebrate qui per le storie che raccontiamo, ma quest’anno tutte noi siamo la storia”, una storia che attraversa i confini culturali, razziali, geografici, politici, e che dimostra una cosa sola: che “dire la nostra verità è il mezzo più potente che abbiamo per non chiudere gli occhi davanti a corruzione e ingiustizia, carnefici e vittime, segreti e bugie”. Non perdiamoci di vista, avevano detto altre attrici, mettendo madri, sorelle e compagne di lotta al primo posto dei loro ringraziamenti per le statuette ricevute: da sole si soccombe, insieme si può.

È la sceneggiatura che Hollywood non aveva mai scritto, il film che non aveva mai previsto di dover premiare. Non è una storia di lagne vittimiste ma di coraggiose prese di parola. Non è una caccia alle streghe sessuofobica ma una sana e inarrestabile ribellione contro chi confonde sesso e potere. Non è la morte della seduzione ma semmai il suo risveglio da un lungo sonno. Il nero muove e vince: seppellito il tempo del ricatto, può cominciare quello del desiderio, quando all’altra, o all’altro, non si dice “ti possiedo” ma si fa dono di sé: “Chiamami col tuo nome, io ti chiamerò con il mio”.

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