Gli effetti collaterali della legge Zan

Pubblicato su Internazionale.it il 3 agosto 2020

Pochi giorni fa Alexandria Ocasio-Cortez, deputata democratica al congresso americano e star della sinistra radicale, è stata ingiuriata da un collega repubblicano, Ted Yoho, con epiteti del tipo “disgustosa, pazza, fuori di testa, fottuta puttana”. Storia di ordinaria misoginia, non fosse per il luogo istituzionale dove si è consumata, la scala del Campidoglio, e per la sfacciataggine con cui il nostro si è poi “scusato” in aula, sostenendo che in quanto buon marito e buon padre di famiglia non aveva certo inteso offenderla, e spingendo Ocasio-Cortez a fare un memorabile intervento sui discorsi d’odio (hate speech) maschile come fenomeni non incidentali ma strutturali della società americana, sostenuto da un intero e collaudato sistema di potere e di complicità.

Ripreso da tutti i mezzi di informazione anche in Italia, l’episodio ci dice due cose. La prima: a tutte le latitudini la violenza – verbale e non solo verbale – contro le donne, nonché contro gay, lesbiche, transessuali e altri “irregolari”, è un problema culturale di sistema e richiede strategie di contrasto sistematiche. La seconda: a tutte le latitudini l’efficacia della risposta dipende da molti fattori, per primi la forza, la visibilità e l’autorevolezza della vittima di turno o di chi per essa, ovvero della rete di sostegno su cui può contare. Una legge non basta, né a scoraggiare chi la violenza la agisce né a tutelare chi la subisce: ci vuole altro e questo altro, dice da sempre il femminismo che infatti una legge contro la misoginia non l’ha mai chiesta, si chiama pratica politica. Naturalmente, una legge può aiutare: a stigmatizzare la violenza, a punirne l’attore e risarcirne la vittima. Ma non è tutto, e può essere perfino un alibi per non fare l’essenziale, che viene prima e va oltre la legge.

Stupisce che di questa eccedenza dalla legge delle questioni che hanno a che fare con il sesso, o come si dice adesso con il sesso e con il genere, non ci sia traccia nella pur accesa discussione che sta accompagnando l’iter del disegno di legge Zancontro la omotransfobia, estesa in corso d’opera alla misoginia. Eppure proprio la consapevolezza di questa eccedenza ha consentito in passato al movimento femminista di ottenere dei buoni compromessi sul piano legislativo, per esempio nel caso della legge sull’aborto e di quella sullo stupro. Compromessi in grado di creare un minimo comun denominatore fra posizioni inizialmente distanti, senza saturare lo spazio dell’iniziativa politica extragiuridica.

Pare a me invece che oggi, e non da oggi, l’urgenza della soluzione giuridica dei conflitti attinenti al sesso-genere esaurisca l’operato di tutti gli attori in campo: di un parlamento ignaro della complessità della materia, che al meglio ragiona solo in termini di vittimizzazione e di risarcimento penale dei soggetti da tutelare e al peggio sventola valori tradizionalisti e reazionari; e di movimenti caratterizzati da una segmentazione identitaria assetata di riconoscimento giuridico-istituzionale. Una situazione che certamente è figlia di lunghi processi di trasformazione politica e sociale, ma che non necessariamente porta a un buon uso del diritto, anzi.

Tutele e uguaglianza


Veniamo infatti al disegno di legge Zan, che dovrebbe approdare nell’aula della camera dopo aver esaurito l’esame in commissione. Questa legge, si dice, colma un vuoto: nomina e riconosce gay, lesbiche, transessuali come soggetti particolarmente vulnerabili, dunque meritevoli di una tutela specifica, e codifica come specifiche fattispecie di reato la propaganda e l’istigazione a delinquere per motivi discriminatori basati sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere (casistica poi allargata anche al sesso e al genere), aggiungendole alle analoghe fattispecie su base razziale, etnica e religiosa previste dalla legge Mancino. L’intenzione, ovviamente del tutto condivisibile, è antidiscriminatoria ed egualitaria, e punta a realizzare “quella pari dignità che la costituzione riconosce a ciascuna persona”, oltre che ad allineare la legislazione italiana ad una risoluzione contro l’omotransfobia del parlamento europeo.

C’è da chiedersi tuttavia, ed è il punto generale di politica del diritto che questa legge solleva, se per raggiungere questo scopo egualitario sia più efficace introdurre di volta in volta nell’ordinamento norme antidiscriminatorie specifiche riferite a specifiche categorie di soggetti, o rafforzare principi e norme di carattere generale generalizzando, appunto, le esigenze e le pressioni di questi soggetti specifici. Sono due strade diverse: l’una, potremmo dire, di particolarizzazione dell’universale, l’altra di universalizzazione del particolare. Il disegno di legge Zan sceglie la prima strada; ma sarebbe (stata) percorribile anche la seconda, ad esempio, com’è stato suggerito, limitandosi a introdurre nel codice penale un’aggravante per gli atti lesivi della dignità della persona (tutte le persone, senza ulteriori specificazioni). La strada prescelta però non è priva di effetti collaterali, come il dibattito in corso sta dimostrando, in parlamento e fuori.

Se si procede in direzione dell’uguaglianza identificando e categorizzando delle differenze – nel nostro caso, quelle delle persone gay, lesbiche, transessuali – l’esito inevitabile è quello di un’ulteriore moltiplicazione differenziale e identitaria delle domande di riconoscimento, inevitabilmente accompagnata da altrettante denunce di esclusione e misconoscimento. L’iter della legge Zan lo dimostra già di suo: all’omotransfobia, e ai comportamenti discriminatori basati sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, sono stati aggiunti in corso d’opera la misoginia e i comportamenti discriminatori basati sul sesso e sul genere, includendo così le donne fra i soggetti da tutelare, ma aprendo al contempo divisioni nel campo femminista, fra chi è favorevole a questa inclusione perché ritiene che le discriminazioni in questione abbiano tutte la stessa radice eteronormativa e chi invece ritiene che essa riduca le donne al rango di una minoranza fra le altre.

D’altra parte il meccanismo della moltiplicazione delle tutele presta il fianco alle critiche strumentali della destra. La quale è dominata da un’unica ossessione e da un unico fantasma: l’ossessione, effettivamente fobica, dell’“invasione” gay e trans, mina vagante per le sorti della famiglia “normale” e della norma eterosessuale, e il fantasma della “ideologia del gender”, sinonimo di relativismo, individualismo, edonismo e quant’altro. Ma ha buon gioco a diluire questa ossessione e questo fantasma in una valanga di emendamenti che aggiungono altri comportamenti da sanzionare e altre categorie da tutelare a quelli previsti dal testo: atti discriminatori basati sulla disabilità, sull’età, sull’aspetto fisico, sulle caratteristiche estetiche (c’è perfino un emendamento che nomina la calvizie e la canizie), sulle condizioni economiche e sociali; e la categoria delle coppie eterosessuali, perché, come ha sostenuto in commissione un esponente della Lega senza che nessuno gli ridesse in faccia, “io mi sento sotto attacco in quanto etero e nella legge bisogna introdurre tutele contro l’eterofobia e la famigliofobia”. La norma eterosessuale e la normalità familiare diventano così, con uno di quegli abili rovesciamenti in cui la destra è maestra, minoranze da difendere dall’attacco di altre minoranze, vittime di altre vittime trasformate in oppressori, araldi della libertà di espressione conculcata dalla nuova norma del “politicamente corretto”.

Lessico politico e lessico giuridico


Una sorta di gara fra “opposti vittimismi”, come l’ha definita Letizia Paolozzi, che penetra purtroppo anche il dibattito femminista, anche se lungo discriminanti diverse da quella destra-sinistra. Come abbiamo visto, il testo del ddl Zan elenca e allinea come atti discriminatori e violenti da sanzionare quelli basati “sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”. Vengono così per la prima volta trasferiti e cristallizzati in un documento giuridico termini prelevati dal lessico teorico-politico femminista e lgbtq+. Ma mentre nel dibattito teorico-politico si tratta di termini mobili e porosi, spesso controversi e comunque sempre aperti all’interpretazione, alla contestazione e alla negoziazione, trasposti nel linguaggio giuridico gli stessi termini si irrigidiscono e diventano normativi e divisivi.

La distinzione fra sesso (come dato biologico) e genere (come costruzione culturale) ad esempio, netta e basilare nel femminismo anglofono, non è tale in quella vasta area del femminismo radicale italiano che lavora piuttosto sulla risignificazione politica della differenza sessuale, a sua volta intesa come interfaccia fra natura e cultura. E l’espressione “identità di genere”, che si riferisce al genere a cui le persone trans sentono di appartenere a prescindere dal sesso di nascita, per quanto sia entrata a far parte del linguaggio giuridico internazionale non può non suscitare qualche perplessità quantomeno sul piano concettuale: a me pare che contraddica nell’uso stesso del termine “identità” la fluidità che vorrebbe esprimere. Sono questioni aperte, in Italia e altrove, che rinviano alla composizione e all’articolazione dei movimenti femministi e lgbtq+, e dovrebbero restare affidate al libero gioco politico della soggettività, delle alleanze, dei conflitti, del rapporto necessario fra le pratiche e i posizionamenti teorici.

La loro codificazione, viceversa, da un lato costringe la scena istituzionale a confrontarsi con un lessico ancora instabile e per molti oscuro (quanti parlamentari sono in grado di esprimere un voto in scienza e coscienza sulla sequenza “sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere”?), dall’altro lato rischia di avere un effetto regressivo sulla galassia sociale a cui si rivolge. Malgrado la suddetta sequenza voglia essere la più larga e inclusiva possibile, e malgrado si riferisca alla definizione degli atti da sanzionare e non dei soggetti da tutelare, quello che ha prodotto finora è un effetto di segmentazione identitaria della galassia femminista e lgbtq+. Dove le questioni aperte di cui parlavo prima si trasformano in definizioni chiuse, quando non in reciproche scomuniche.

Si sono infatti fin qui fronteggiati da una parte un femminismo preoccupato che l’identità basata sul genere dichiarato si sostituisca all’identità basata sul sesso biologico, con la conseguenza di una “dissoluzione della realtà dei corpi femminili”, nonché di una nuova e paradossale forma di discriminazione e tacitamento delle donne e del femminismo che rivendicano l’importanza dell’impronta biologica sulla costruzione del soggetto (si vedano i casi delle accuse di omotransfobia rivolte alla scrittrice J. K. Rowling e alla filosofa Sylviane Agacinski). Dall’altra parte un femminismo che nella legge Zan, e nella sequenza sesso-genere-orientamento sessuale-identità di genere, non vede nulla di problematico e registra anzi un passo avanti, il più inclusivo possibile, “verso la garanzia di uguali libertà per tutte e tutti”. Infine, e su questa stessa stessa onda, un “femminismo e transfemminismo”, che accusa il femminismo critico verso la legge di voler affermare “il falso biologismo” di un’identità femminile anatomica contro le identità di genere (che invece, mi chiedo, sarebbero “vere”?), di escludere le persone transessuali e di essere alla fine “l’altra faccia della medaglia” dei movimenti no-gender di destra.

Derive antipolitiche


Qui non intendo entrare nel merito di queste posizioni, né fare lo slalom fra quello che di ciascuna mi parrebbe da accogliere o da respingere. Eviterò dunque di argomentare perché a mio modesto avviso la prima posizione vede bene il rischio degli effetti collaterali della legge Zan, pur scivolando effettivamente in un certo biologismo; o perché la seconda si fidi troppo del linguaggio giuridico progressista tralasciandone gli effetti performativi sui movimenti; o perché la terza sia viziata da un pregiudizio contro il femminismo della differenza, radicato più nell’accettazione passiva delle tassonomie del femminismo anglofono che nella conoscenza effettiva di quello italiano.

Eviterò anche di esplicitare che effetto mi fa apprendere (scusate il ritardo) che noi femministe radicali siamo ormai classificate ed etichettate come “transfem” o “terf” a seconda della presunta inclinazione inclusiva o escludente verso le transessuali. Eviterò tutto questo per non cadere nella trappola in cui invece tutte queste posizioni cadono, e che a me sembra la vera trappola della legge Zan: quella di incoraggiare – essendone peraltro e al contempo un prodotto – la deriva verso la frammentazione identitaria già presente nella galassia femminista e lgbtq+, deriva a mio avviso pericolosamente antipolitica, che ripercorre una strada già rivelatasi senza uscita nel femminismo americano e dalla quale l’originalità del femminismo italiano ci aveva a lungo preservate (si veda in proposito il fondamentale libro della filosofa americana Linda Zerilli Feminism and the abyss of freedom, a cui la rivista Soft Power ha dedicato tempo fa un ampio approfondimento).

Questa deriva consiste nel concepire il soggetto femminista come una somma algebrica – più o meno inclusiva o più o meno escludente – di identità sociali differenti, certificate non si sa come se non sulla base di astrazioni teoriche o giuridiche, piuttosto che come una costruzione politica basata su pratiche condivise. Prima fra tutte la pratica del partire da sé, pratica che di suo è aperta a chiunque perché volta a dare voce a chiunque sulla base di un desiderio di condivisione dell’esperienza e non di un’identità rivendicata o certificata; e che di suo è generatrice di relazioni, alleanze, coalizioni nonché conflitti, ma motivati da ciò che si fa, non da ciò che si è o si afferma di essere; da ciò che di inedito e imprevisto si mette al mondo, non dal bisogno di riconoscimento da parte del mondo com’è e delle sue leggi, buone o cattive che siano. Questa modalità politica di costruzione del “noi” femminista è ciò che oggi a me pare messo a rischio dalle diatribe identitarie, ed è ciò a cui invece non possiamo rinunciare, né che possiamo sacrificare a pur sacrosante sanzioni legali di comportamenti inaccettabili e a pur comprensibili istanze di riconoscimento giuridico e istituzionale.

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Montanelli l’intoccabile

Pubblicato su Internazionale.it il 23/6/2020

Nel dicembre del 1998 la rivista Italia contemporanea pubblicò, e il manifesto e la Repubblica anticiparono (entrambi il 19 di quel mese), alcune lettere inedite scritte nel 1954 da Indro Montanelli – all’epoca giornalista del Corriere della Sera e collaboratore del Borghese – all’ambasciatrice americana Clare Boothe Luce, nominata da Dwight Eisenhower nel 1953 (malgrado la contrarietà di Alcide De Gasperi e i dubbi del segretario di stato americano) grazie all’impegno profuso con suo marito (il magnate dell’editoria Henry Luce, proprietario di Time e Life) nella campagna elettorale presidenziale a fianco del senatore McCarthy. Personaggio tanto mondano quanto mediocre, la neoambasciatrice diventa subito una paladina oltranzista dell’ingerenza diretta degli Stati Uniti sul governo italiano per spostarne l’asse a destra, contro i “bizantinismi” della Democrazia cristiana di De Gasperi e Scelba che si mostrano insensibili alle sue pressioni per mettere fuori legge il Partito comunista italiano. E intreccia legami con la destra italiana più conservatrice e anticomunista, da Rodolfo Pacciardi a Gesualdo Barletta all’entourage del Borghese di Leo Longanesi.

In Italia si è appena insediato il governo Scelba–Saragat, in un quadro politico destabilizzato dalle elezioni del 1953, dalle quali la Dc di De Gasperi è uscita indebolita come l’intera coalizione centrista, i socialisti e i comunisti rafforzati, la destra monarchica e missina consolidata. Il centrismo non è più una formula politica autosufficiente, deve aprirsi verso destra o verso sinistra; e alla destra più conservatrice la Dc comincia a sembrare un referente inaffidabile, troppo poco atlantista e troppo fedele al patto costituzionale, troppo poco liberista e troppo statalista, troppo poco zelante nella repressione del pericolo comunista.

È in questo contesto che nasce la corrispondenza fra Clare Luce e Montanelli. Convinto che l’Italia versi ormai “in uno stato preagonico” (questa e le prossime citazioni sono testuali), cioè che la vittoria elettorale dei comunisti o di un non meglio precisato fronte popolare sia alle porte, Montanelli si fa sostenitore presso l’ambasciatrice della costruzione di una organizzazione “terroristica e segreta”, composta da “centomila bastonatori” reclutati “secondo la tecnica comunista delle cellule”, graditi ai carabinieri, cementati dall’anticomunismo e preferibilmente fascisti e monarchici, uniti da una bandiera e sotto il comando di un apposito capo. Sponsorizzata (particolare non irrilevante) da una parte dei vertici confindustriali, questa organizzazione dovrebbe avere l’aiuto (“non platonico”: armi, aviazione, flotta) degli Stati Uniti, entrare in azione in caso di vittoria elettorale dei comunisti, aiutare o fare in proprio un colpo di stato con relativo scatenamento di una guerra civile “allo scopo di inchiodare l’Italia nell’Alleanza atlantica”. Qualora questo piano insurrezionale fallisse, il suo ideatore riterrebbe utile un concentramento di forze in Sicilia per preparare la riscossa sotto l’ala di un nobile locale in ottimi rapporti con la mafia.

Questo è l’uomo che il comune di Milano ha voluto immortalare in una statua, che l’establishment giornalistico di oggi considera intoccabile anzi “sacro”, che il presidente del consiglio ritiene giusto tutelare dalla “furia iconoclasta” e dall’“oltraggio alla memoria di persone che hanno avuto un ruolo nella nostra storia culturale, civile, politica, istituzionale”. Che nella storia nazionale Montanelli un ruolo in effetti l’abbia avuto è indiscutibile: ma quale? È lecito porsi e porre questa domanda senza peccare di lesa maestà? Davvero quel ruolo va difeso e tutelato dalla dissacrazione di quante e quanti oggi dipingono di rosa e di rosso la sua statua e ne chiedono la rimozione? E quella corale difesa che si leva da allievi e ammiratori dell’intoccabile che cosa difende davvero?

Al centro delle polemiche di oggi c’è il Montanelli del 1936, l’ufficiale fascista che parte per la campagna d’Etiopia, si prende in affitto (“era un leasing”, parole sue) Destà, una schiava (“una scimmietta”, la chiama lui) dodicenne infibulata e, “faticando a superare il suo odore”, ne fa uso e abuso sessuale facendosi aiutare dalla madre di lei a “demolirla”, ovvero a sfondarne l’infibulazione. La circostanza, più volte confermata dallo stesso Montanelli senza un’oncia di rimorso, pentimento e nemmeno ripensamento, unisce due gravi fattispecie di reato, la compravendita di un essere umano e lo stupro di una minorenne, ed è corredata e corroborata da un cospicuo numero di successive dichiarazioni dallo stesso Montanelli sulla superiorità della razza bianca su quella nera, a sostegno e legittimazione dei propri trascorsi africani.

A chiunque abbia un grano di sale nel cervello la vicenda non può che suonare raccapricciante, e a me pare perfino gentile il gesto di reagire al raccapriccio dipingendo di rosa la statua milanese come hanno fatto un anno fa e di nuovo pochi giorni fa alcuni gruppi femministi: più un atto di solidarietà e di giustizia differita verso la vittima che una furia iconoclasta verso lo stupratore. Un paese civile quel gesto lo avrebbe raccolto come il risarcimento di una ferita, invece di respingerlo come un’aggressione a mano armata. E degli uomini consapevoli non dico di sé, che sarebbe troppo chiedere, ma del mondo in cui vivono e che oggi si rivolta per ogni dove sia contro la violenza sessuale sia contro la violenza razziale avrebbero colto l’occasione per chiedere scusa a nome dell’intoccabile invece di difenderlo come un feticcio.

Al posto di che cosa sta quel feticcio? Di un’autorità paterna svaporata, e compensata con l’aura inventata di un personaggio modesto e sopravvalutato? Di un complesso di minorità irrisolto, e coperto con la venerazione di un maestro? Di un crampo misogino che periodicamente e ostinatamente torna a tentare di barrare l’accesso alla sfera pubblica di donne che osano contestare le icone del virilismo? Di una autoreferenzialità del ceto giornalistico, incapace di registrare i cambiamenti della realtà, cioè di fare quello che sarebbe il suo mestiere? Di un malinteso senso dell’intoccabilità del passato, ignorante del fatto che il passato è sempre oggetto di disputa, ogni qualvolta nuovi soggetti lo interrogano dal loro punto di vista nel presente? O forse di un’arrogante pretesa di detenere pro domo propria il monopolio della revisione della storia?

Torniamo infatti al Montanelli del 1954, quello delle lettere a Clare Luce, e al Montanelli del 1998, quando quelle lettere vengono ritrovate nella biblioteca del congresso americano. Il Montanelli che nel 1954 fantastica di un’organizzazione “terroristica e segreta” e armata da scatenare contro un’eventuale vittoria del Pci, lo fa ispirato non solo dalla fobia anticomunista, ma anche dalla diffidenza per le forme della democrazia e dall’insofferenza per il patto costituzionale. La Dc – che infatti Montanelli usava votare “tappandosi il naso” – gli appare inaffidabile precisamente perché poco propensa a sacrificare quel patto, siglato anche con il Pci, alla fedeltà atlantista dell’Italia. Da qui il suo dilemma, messo nero su bianco nell’epistolario e risolto a favore della seconda ipotesi: “Difendere la democrazia fino ad accettare la morte dell’Italia; o difendere l’Italia fino ad accettare, o anche affrettare, la morte della democrazia?”. Una posizione che oggi definiremmo a buon diritto sovranista e illiberale. Domanda: com’è potuto accadere che su questi presupposti Montanelli sia diventato, per l’establishment di centrodestra e di centrosinistra, un’icona liberaldemocratica?

Quando anticipai sul manifesto la scoperta di Italia contemporanea, il 19 dicembre 1998, la costruzione di questa icona era già in corso. E infatti sul Montanelli del 1954 scattò la stessa difesa sull’attenti che scatta oggi sul Montanelli del 1936, con la stessa derubricazione rassicurante dei fatti e dei misfatti che scatta oggi. Su entrambi i fatti è stato il protagonista stesso a dettare la linea, minimizzandoli senza smentirli né rinnegarli né scusarsene. Sul caso Destà, com’è stato ricordato in questi giorni, nel corso del tempo Montanelli se l’è cavata dicendo che il madamato era pratica corrente e diffusa, che non fu uno stupro ma un leasing, che Destà gli voleva bene tanto da dare il suo nome a un figlio: dove sarebbe lo scandalo? Sui fatti del 1954, intervistato nel 1998 dagli storici che li avevano portati alla luce, rispose che il suo progetto – che secondo quanto aveva scritto nelle lettere avrebbe dovuto “aiutare o fare in proprio un colpo di stato” –, in realtà serviva “non per fare il golpe, assolutamente no, ma per essere pronti a una nuova resistenza”, contro il Pci stavolta: di nuovo, dove sarebbe lo scandalo?

Tanto bastò infatti per rassicurare, all’epoca, la stampa mainstream: non era un piano golpista ma un progetto di resistenza anticomunista, e in nome dell’anticomunismo si può perdonare anche l’elogio della nazione contro la costituzione. Dalla caduta del muro di Berlino erano passati dieci anni, dal tracollo della cosiddetta prima Repubblica pochi di meno e le patenti liberaldemocratiche si rilasciavano – e tuttora si rilasciano – così. La patente rilasciata a Montanelli ha avuto per di più il timbro congiunto del berlusconismo, che ha sdoganato la cultura di destra e avallato la concezione di una democrazia post, extra e anticostituzionale, e quello dell’antiberlusconismo, cui è bastato un no del giornalista al cavaliere per arruolarlo nelle proprie fila.

Non è vero che le statue servono solo a ricordare una persona e a preservare un pezzo del passato. Hanno anche un valore performativo: danno autorità a chi rappresentano e autorizzano valori e comportamenti per il presente e per il futuro. Rispetto ai fatti del 1936, difendere la statua di Montanelli significa continuare a dire, non solo per il passato ma anche per il presente e il futuro, che approfittare sessualmente di una schiava bambina nera è un comportamento plausibile, una svista secondaria di gioventù in una biografia che ne resta illesa; significa condonare e rileggittimare, per il presente e per il futuro, sessismo e razzismo come posture ininfluenti rispetto al giudizio morale e politico; significa avallare i deliri di uomini politici di destra che dall’alto delle istituzioni in cui sono stati ahimè democraticamente eletti sostengono oggi che il fascismo “non era razzista ma portò la civiltà in Africa”, come ha fatto di recente il presidente del consiglio regionale della Calabria. Rispetto ai fatti del 1954, che peraltro in queste settimane nessuno o quasi ha ricordato, difenderla significa assecondare l’idea che la democrazia si può presidiare scagliando un’organizzazione “terroristica e segreta” contro l’eventuale vittoria elettorale legittima di uno dei contraenti del patto costituzionale.

Altro che un presidio della storia e della memoria, quella statua è un monumento alle letture revisioniste della storia italiana che assolvono, o rivalutano, il fascismo, e svalutano l’antifascismo in nome dell’anticomunismo. Contestarla significa, insieme, portare alla luce le rimozioni dell’inconscio italiano – come titolava un bel film di Luca Guadagnino sull’avventura in Etiopia – di epoca coloniale, e combattere l’operazione di sradicamento della democrazia italiana dalla matrice antifascista della Costituzione portata avanti tenacemente dal mainstream liberale durante la cosiddetta seconda repubblica. Verniciarla di rosa è un modo fin troppo gentile di segnalare che non ha nulla, ma proprio nulla, da insegnarci, né sul passato né sul futuro, se non ciò che non siamo e che non vogliamo.

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L’io alterato

Pubblicato su Via Dogana 3, http://www.libreriadelledonne.it, il 25/5/2020

È stata solo un sogno, un miraggio, o forse l’esplosione di un desiderio collettivo, la reazione che all’apparire del Coronavirus ha portato tante e tanti a dare per morto il capitalismo neoliberale? Quel virus biologico, spuntato non si sa ancora esattamente come e da dove, non sapevamo ancora bene quanta malattia e quanta morte avrebbe seminato, ma si capiva fin da subito che aveva la capacità di hackerare in un attimo, come un virus informatico, il sistema – produttivo, ambientale, sanitario, comunicativo – che l’aveva generato. Un microrganismo sconosciuto e tutto è andato in tilt: i sistemi sanitari devastati dai tagli alla spesa pubblica e perciò incapaci di fronteggiare l’emergenza, le linee aeree che prima scorrazzavano per il mondo globale costrette a fermarsi, le filiere della produzione di beni superflui costrette a interrompersi, i guru della finanza sovranazionale incapaci per una volta di fare previsioni, l’inquinamento, perfino, sospeso per lockdown.

Più niente sarà come prima, se n’era dedotto dando per scontato che tutto sarebbe stato meglio di prima. Invece no: tutto si avvia a tornare come prima, se non peggio di prima. Una ripartenza senza rinascita, come suggerisce Via Dogana. E senza ragionevolezza, aggiungo io. L’emergenza essendo stata sanitaria, la fragilità numero uno essendo stata quella del sistema sanitario, la risorsa numero uno essendo stata quella cura del vivente (negli ospedali, nelle case, nell’insegnamento a distanza, ma anche nei campi, nei supermercati, nelle consegne a domicilio) che ci ha mantenuti sani e salvi, sarebbe stato ragionevole “ripartire” appunto da qui: ricostruire un sistema sanitario nazionale universalistico, reinventare il welfare, mettere al mondo quella “società della cura” che scardina il primato della produzione sulla riproduzione e archivia l’etica della prestazione e della concorrenza. Invece no, si riparte dalle ragioni della produzione (di beni che nessuno comprerà) e del profitto sostenute a gran voce da Confindustria, il sistema sanitario resta com’è e per giunta senza neanche l’ombra delle “tre T” che servirebbero per domare davvero l’epidemia, il welfare resta una parola d’altri tempi, il lavoro di cura (femminile) resta senza riconoscimento e senza investimento. Come dice un mio maestro, historia non facit saltus: la storia si ripete, è solo la politica che può introdurre una discontinuità in questa ripetizione. Perché non ci sia ripartenza ma rinascita, perché dal crudele avvertimento della pandemia non si esca col ripristino di ciò che l’ha generata ma con un salto di civiltà, ci vorrà molta politica, e molto conflitto.

Perché le donne siano centrali in questo salto auspicabile e in questo conflitto inevitabile l’ho scritto con altre amiche su questo stesso sito (Salto della specie,http://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/contributi/salto-della-specie/), e per brevità non lo ripeto qui. Vorrei piuttosto ragionare sui guadagni della contingenza-virus (preferisco chiamarla così piuttosto che emergenza, termine carico di troppi significati preconcetti) che possono essere rilanciati politicamente, e sulle pratiche da attivare per fare quel lavoro di elaborazione dell’accaduto che sta a cavallo fra corpo e parola e che nessun altro farà se non lo facciamo noi.

Il guadagno della contingenza-virus sta a mio avviso in uno spostamento della soggettività che si è verificato nel contagio, quando ci siamo sentiti ciascuno/a per l’altro/a, contemporaneamente, salvezza e minaccia, portatori intenzionali di cura o potenziali di infezione, soggetti e oggetti dunque di affetti di segno opposto e indecidibile, che non sono solo nelle nostre mani ma anche in quelle del caso. È stata, è, una sorta di epifania della relazionalità del soggetto, una relazionalità non solo elettiva ma costitutiva che destabilizza l’io, lo sdoppia e lo raddoppia, ne rende porosi i confini, lo altera investendolo dell’alterità dell’altro. Per noi non è certo una novità: la relazionalità del soggetto è un caposaldo del pensiero e della pratica femminista, e in particolare Judith Butler, nei suoi scritti successivi all’11 settembre, ha messo a fuoco questa alterazione dell’io che deriva dalla sua esposizione tanto alla cura quanto alla violenza dell’altro. Ma a me pare che questa alterazione sia diventata, nel contagio, un’esperienza generalizzata e condivisa, una percezione profonda e diffusa capace di modificare il sentire e l’inconscio individuale e sociale, con effetti etici e politici di prima grandezza. Non solo nella prospettiva della società della cura, che nell’essere-per-l’altro del soggetto relazionale ha ovviamente il suo presupposto. Ma anche per i riflessi sulla concezione e la pratica della libertà, che com’è sempre più chiaro è il nocciolo del conflitto sociale che si va delineando in Italia e altrove, un conflitto in cui si fronteggiano e si fronteggeranno, ancora una volta e con espressioni più aspre ed estreme che in passato, la concezione neoliberale di una libertà egocentrata, proprietaria, orientata dal codice economico, e quella di una libertà relazionale, guadagnata politicamente, orientata dalla negoziazione fra sé e l’altro.

Proiettato sul grande schermo della scena politica nazionale e internazionale come scontro fra le destre populiste, industrialiste, suprematiste e antistataliste (l’ultima dagli Usa è la protesta libertarian “No Mask”) da un lato e dall’altro le alleanze sociali e politiche che si stanno costruendo attorno alla tutela della salute, alle pratiche della cura, al ripensamento delle funzioni dello Stato e alla produzione del comune, questo conflitto ha già contrassegnato il vissuto personale della pandemia e del lockdown secondo linee non sempre scontate o prevedibili, e probabilmente riconducibili all’esperienza singolare di ciascuna/o. Voglio dire che se anche nelle comunità intellettuali e politiche che prima della pandemia erano relativamente omogenee ci siamo poi trovate/i a dividerci sul tasso di pericolosità effettivo del coronavirus, sul lockdown come provvedimento autoritario imposto dall’alto o viceversa come pratica di autotutela voluta dal basso, sui tempi e le priorità della “riapertura”, queste divisioni hanno probabilmente a che fare con differenze non tanto o non solo ideologiche ma soprattutto esperienziali, che andrebbero raccontate e confrontate. Di che cosa abbiamo o non abbiamo avuto paura all’apparire del virus? Di chi abbiamo o non abbiamo dovuto o voluto prenderci cura? Con chi abbiamo vissuto durante il lockdown? Chi abbiamo voluto tutelare dal rischio, prima o oltre che noi stesse? Chi e che cosa abbiamo ritenuto che dovesse essere prioritariamente tutelato da parte delle istituzioni? Il confine cruciale che passa fra la rivendicazione della libertà di movimento personale e la rinuncia volontaria alla libertà di mettere a rischio gli altri passa, io credo, attraverso questi dati dell’esperienza singolare, che andrebbero raccontati e confrontati.

Entro da qui in quel lavoro al confine fra corpo e parola che dicevo sopra e che credo spetti a noi fare. L’evento-coronavirus non è stato – non è – soltanto un evento biologico, sanitario, sociale, economico, biopolitico. È stato ed è anche, e in primo luogo, un evento sensoriale, percettivo, emozionale; un evento dell’immaginario e dell’inconscio. Un’alluvione di diari della pandemia ci è piovuta sulla testa dalle pagine dei giornali, dai talk televisivi, dagli instant book già scaduti catapultati nelle librerie prim’ancora che riaprissero: diari talvolta sinceri e spiazzanti, talvolta obbedienti alle regole non scritte della narrazione mediatica mainstream, carica di buoni sentimenti, buoni propositi, buoni valori, buone maniere, abitata sempre da famiglie regolari, animata da una pedagogia fra lo sdolcinato e il paternalista. Niente mi ha colpita più delle rare testimonianze dirette della malattia, il racconto di chi è arrivato in ospedale dopo settimane di febbre, è stato sedato e intubato e racconta lo stato di sospensione fra vita e morte che ha attraversato. O più delle testimonianze strazianti del lutto mancato di chi ha perso qualcuno senza poterlo vedere, stringerli la mano, accompagnarlo nel rito della sepoltura.

Tuttavia molti tasselli mancano ancora. Che cosa ha evocato in noi l’apparizione di un microrganismo sconosciuto? Come lo collochiamo nel nostro modo di pensare il rapporto fra biologia e società, natura e storia? Quali fantasie ha scatenato in noi l’esplosione di una pandemia, che è di per sé una situazione totalizzante, dove non si dà più un altrove in cui scappare fisicamente o con l’immaginazione? Quali sentimenti di tutela, propria e altrui, e quali fobie, nevrosi, idiosincrasie scatena il rischio del contagio? Che cos’è il rischio del contagio di una malattia, per chi come noi ha sempre usato positivamente la metafora del contagio per connotare la diffusione spontanea della presa di pratiche politiche? Perché il Covid-19 mette tanta paura, malgrado il suo tasso di letalità relativamente basso? È una paura artatamente indotta, o ha a che fare propriamente con l’immaginario del contagio, e con le caratteristiche della malattia? Che cos’è una malattia che attacca il respiro, soffoca, e costringe a una incubazione e a una morte solitaria? Com’è cambiato dopo l’impatto con il Covid il nostro rapporto con la malattia, e con la potenza e l’impotenza della medicina? Com’è cambiato il nostro rapporto con la morte, di fronte a tante morti solitarie e senza conforto e alla morte ridotta, come nelle immagini dei camion di Bergamo, a problema di smaltimento? Quelle migliaia di morti senza funerale potranno mai davvero riposare, e non incombere sulla comunità dei viventi, se non troviamo il modo di celebrarne pubblicamente il lutto?

Ancora. Quali effetti ha questa situazione sul pensiero? Come si pensa, come si legge, come si scrive in una pandemia che è anche una infodemia, una situazione di totalitarismo mediatico in cui pare non ci sia spazio per pensare ad altro che al virus? Che cosa significa per il nostro apparato sensoriale indossare la mascherina, portare gli occhiali per non infettare gli occhi, infilare le mani nei guanti o lavarsele in continuazione? Che cosa significa smettere di toccare le amiche, gli amici, i familiari, o temere di toccare un o una amante? Che cos’è il sesso, in tempi di pandemia? Quali segnali ci ha mandato in questi mesi l’inconscio? Che cosa abbiamo sognato, che cosa sogniamo? Che cosa non vediamo l’ora di riprendere della nostra vita precedente, e che cosa non vorremmo mai più riprendere? In che cosa la nostra vita precedente ci aveva già preparati alla distanza, alla de-sensorializzazione, alla de-sessualizzazione, alla virtualizzazione delle relazioni? Quanto contavano e come parlavano i corpi prima, quanto contano e come parlano adesso? Quanto ci siamo mancate non potendoci riunire in presenza, e quanto invece ci siamo state presenti pur nella distanza?

Sono questi i dati dell’esperienza che dovremmo “tracciare”, per sottrarre l’esperienza al “governo dei numeri” e dei big data che la riduce a statistica e ad algoritmo. Qualcuna ha già cominciato a farlo: ad esempio il collettivo Anonima Sognatrici, che raccoglie in una app i sogni fatti durante la quarantena da chiunque voglia condividerli (il progetto e l’app su Erbacce del 17/5/20). E bisognerà continuare, per “ripartire” a nostra volta con quella pratica di messa in parola dell’esperienza e di sondaggio dell’inconscio che oggi più che mai vanno riattivate per significare a partire da noi l’evento-coronavirus.

Con le mie ultime due domande sono già entrata in quella che si pone Via Dogana a proposito del rapporto, o della tensione, fra i processi accelerati di informatizzazione (del lavoro, della scuola a distanza, delle riunioni sulle piattaforme, dei consumi culturali in streaming) e l’importanza irrinunciabile della corporeità, della fisicità e delle relazioni in presenza. Il tema si annuncia fra quelli che domineranno il dibattito pubblico del dopo-pandemia, perché da un lato il capitalismo farà dell’investimento tecnologico la principale leva di risparmio dei costi e di intensificazione dello sfruttamento del lavoro, dall’altro le resistenze antitecnologiche assumeranno toni sempre più apocalittici (ho appena letto l’equazione che un noto filosofo italiano stabilisce fra i docenti che oggi accettano la didattica a distanza e e quelli che nel 1931 giurarono fedeltà al fascismo).

In verità nel trattamento della pandemia io non lamento un eccesso ma semmai un deficit di dispiegamento di potenza tecnologica, visto che in tutto l’occidente (diverso è il caso di paesi come Taiwan, Singapore, Corea del Sud) non abbiamo trovato altro mezzo che quello medievale del lockdown per frenare l’avanzata del coronavirus, in barba a decenni di competenze accumulate su come isolare i virus informatici. Il tema della pervasività tecnologica va comunque articolato attentamente, senza farsi travolgere da un immaginario pregiudiziale che rischia di confondere piani ed effetti di segno diverso, e di prendere per svolte radicali processi che erano già dispiegati ben prima della pandemia (mi ha lasciato esterrefatta la diffidenza verso l’app di segnalazione e tracciamento della positività, avanzata in nome della sacralità dei dati personali da chi magari i propri dati li cede da anni su Facebook a fini commerciali). È indubbio che la pandemia sia un’ottima occasione per mettere a frutto e implementare tecnologie di sorveglianza (sovente già sperimentate contro il terrorismo) contro le quali bisognerà vigilare e forse ribellarsi. Diverso è a mio avviso il discorso per le piattaforme di condivisione a distanza. Per quanto anch’esse siano infarcite di rischi di ogni genere (commercializzazione dei dati, sfruttamento delle emozioni, de-corporeizzazione delle relazioni), non sarei onesta se non ammettessi quanto abbiano funzionato per me come alleggerimento della solitudine e di più, come potenziamento dell’intelligenza collettiva e dello scambio di informazioni, analisi, opinioni. Non è come pensare in presenza, ma è un buon sollievo dall’assenza. A ben vedere i corpi parlano, si sentono e contano anche dietro uno schermo.

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Salto della specie

Pubblicato su http://www.libreriadelledonne.it il 12/5/2020 *

Vulnerabilità, relazione, interdipendenza, cura. Sono parole tratte dall’esperienza comune femminile, che il lessico politico e teorico femminista ha fatto proprie e elaborato per decenni. Parole che solo venti anni fa era avanguardistico e minoritario pronunciare e che oggi, nell’emergenza Coronavirus, sono diventate maggioritarie e di senso comune. Un virus che ha ben poco di naturale, essendo il prodotto sociale della scellerata politica (maschile) di sfruttamento e devastazione della natura, ci fa sentire oggi tutte, e tutti, vulnerabili. La misura, necessaria ma crudele, del distanziamento sociale fa scoprire anche agli individualisti più incalliti quanto siano preziose e irrinunciabili le relazioni affettive, sociali, politiche. La scoperta di essere, nel contagio, ciascuna/o pericolo e salvezza per l’altro/a ci rende finalmente consapevoli della nostra reciproca interdipendenza e del fatto che, per dirla con papa Francesco, nessuno si salva da solo. Il Covid-19 infine, come pure tutte le malattie sociali che il virus ha esacerbato (povertà, emarginazione degli anziani, disuguaglianze, discriminazioni), mette la questione della cura al centro della crisi in corso: la cura medica, ma anche le molteplici pratiche della cura dell’altro (congiunti e non) di cui più donne che uomini sono capaci.

Oggi al centro della scena, queste quattro parole fanno parte di un’antica ma sempre presente esperienza femminile. Non c’è bisogno di spiegare perché essere da sempre esposte alla violenza maschile ci fa sentire da sempre vulnerabili, o perché la relazione materna ci dice da sempre che da un’altra nasciamo e senza quella relazione primaria non esisteremmo, o perché la cura degli altri è per noi donne inseparabile dalla cura di sé e del mondo. C’è bisogno però di sottolineare che di queste quattro parole ci sentiamo fieramente titolari: non sentiamo risuonare in esse il peso di un destino, ma la scintilla di un domani migliore dell’oggi, per noi donne e per l’umanità intera. Esse racchiudono la necessità del salto di civiltà che la congiuntura presente impone.

Chiamiamo salto di civiltà un cambiamento soggettivo, economico, sociale e politico che antepone la relazione e l’interdipendenza alle pretese arroganti dell’individuo sovrano, la vulnerabilità e la cura all’onnipotenza necrofila, il bene comune all’interesse parcellizzato e al profitto, l’immaginazione e l’invenzione politica alla reiterazione delle mosse del potere. Questo salto ha un segno femminile, perché si nutre dell’esperienza storica femminile e vive da decenni nella politica messa al mondo dal femminismo. È un salto della specie, in cui le donne non rivendicano qualcosa per sé ma aprono una strada per tutti.

È per questo che nella congiuntura presente ci sentiamo centrali, necessarie e protagoniste, e nient’affatto discriminate, sconfitte, penalizzate, risospinte indietro come recita un martellante e fastidioso refrain intonato ogni giorno dai media mainstream, e purtroppo quasi sempre da donne che parlano senza autorizzazione a nome di tutte le donne. Un refrain che oggi vede nella scarsa presenza femminile nelle task force il segno della discriminazione e della sconfitta delle donne, e nel lavoro di cura femminile il segno di una maledizione. E chiede a gran voce cooptazione nei “luoghi della decisione”, e emancipazione dal lavoro riproduttivo in nome di un maggiore ingaggio, e di più luminose carriere, delle donne nel mercato del lavoro produttivo.

Non neghiamo che questi due fatti – la sottoutilizzazione delle competenze femminili e il sovrasfruttamento del doppio lavoro, domestico e produttivo, delle donne – esistano. Ma i fatti vanno interpretati. E noi non riusciamo a vedere nelle task force che oggi supportano l’azione di governo dei desiderabili “luoghi della decisione”: ci pare di assistere piuttosto al proliferare di luoghi della non-decisione, in cui il sovrapporsi di competenze specialistiche e competenze di governo non riesce a ridare vita a quella competenza politica autorevole e credibile che invece si eclissa sempre più nelle nostre democrazie in crisi. Quanto alla cura femminile della vita, sappiamo bene che essa è sempre a rischio di appropriazione e sfruttamento da parte di un sistema economico che dopo aver distrutto il welfare pretende di sostituirlo con l’erogazione gratuita di prestazioni femminili. Ma sappiamo altrettanto bene che alla cura della vita – della vita propria, dei propri cari, delle relazioni d’amicizia, dell’ambiente, del legame sociale – le donne non rinunciano, perché sanno quanto sia necessaria e perché è la loro impronta sull’esistenza collettiva. Quello che viene letto come doppio sfruttamento, nel lavoro produttivo e in quello riproduttivo, va letto piuttosto come la sacrosanta pretesa femminile di affermare l’inseparabilità della produzione dalla riproduzione e del lavoro dalla vita.

Non si risponde a questa doppia pretesa chiedendo per le donne solo un più alto tasso di occupazione e lasciando non si sa a chi il lavoro di cura, ma togliendo la sfera della riproduzione dal cono di invisibilità e sfruttamento in cui il primato della produzione l’ha confinata. Mai come oggi è evidente che questo primato va messo in discussione perché è un primato incurante, letteralmente, della vita. E mai come oggi le donne sono la prima linea di questo urgente ribaltamento delle priorità dell’agenda economica e sociale.

La politica delle donne non è mai stata una questione di numeri, né di competenze specialistiche. Il femminismo della differenza sessuale, che è il nostro femminismo, è stato spesso e ingiustamente accusato di essenzialismo: ma non c’è niente di più essenzialista di un femminismo paritario che invoca “più donne” in tutti campi della vita associata come se questa fosse la magica formula in grado di cambiare le cose e renderci felici. Le donne oggi sono già dappertutto, e che siano “di più” nei posti apicali significa poco o nulla, se questo di più non è accompagnato da pratiche politiche che rendano la loro presenza un punto di riferimento per altre donne e che facciano la differenza rispetto all’ordine dato.

Comprendiamo il desiderio di riconoscimento sociale che muove quell’invocazione, tanto più in un paese come l’Italia che di riconoscimento, e di riconoscenza, verso noi donne è particolarmente avaro. Tuttavia non possiamo non ricordare che la libertà femminile comincia, è cominciata storicamente, precisamente quando abbiamo imparato a fare a meno del riconoscimento delle istituzioni del patriarcato, e a cercarlo piuttosto nelle nostre simili. Così come non possiamo non ricordare alle amiche francesi promotrici dell’appello “dateci voce” che la voce, come la libertà, non ci è stata mai data: ce la siamo sempre presa, al prezzo di lotte e di conflitti.

La querula richiesta di cooptazione ci mortifica, perché abbiamo appreso da Virginia Woolf a non accodarci al “corteo degli uomini colti”, o competenti che siano. Il riconoscimento delle competenze individuali non può sostituirsi al senso e alla potenza di una soggettività politica che abbiamo acquisito e che rinnoviamo collettivamente. La pretesa di prescindere dal nostro sesso per approdare nel nuovo limbo dell’indifferenza di genere postmoderna, che somiglia tanto al vecchio limbo dell’individuo neutro moderno, ci fa sobbalzare: non è nonostante ma in quanto siamo donne che ci sentiamo attrici del cambiamento. Non abbiamo niente da rimproverare alle nostre antenate, dalle quali abbiamo imparato a ribellarci, e non abbiamo niente da rimproverarci di fronte alle nostre figlie, alle quali consegniamo un percorso di libertà, certe che non mancheranno di arricchirlo e di potenziarlo.

*Ida Dominijanni, Maria Luisa Boccia, Tamar Pitch, Giuliana Giulietti, Chiara Zamboni, Diana Sartori, Manuela Fraire, Pat Carra, Bianca Pomeranzi, Fiorella Cagnoni, Vita Cosentino, Wanda Tommasi, Giannina Longobardi, Anna Maria Piussi, Traudel Sattler, Maria Rosa Cutrufelli, Elettra Deiana, Paola Mattioli, Grazia Zuffa.

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Non siamo più gli stessi

(Pubblicato il 26/4/2020 su Internazionale.it)

Le foto appese lungo via del Pratello per celebrare la liberazione in strada nonostante il lockdown. Bologna, 24 aprile 2020. (Michele Lapin

“Dopo la conferenza stampa dell’11 marzo, in cui Conte dichiarava che si doveva chiudere tutto tranne le fabbriche, gli scioperi sono dilagati ovunque. La protesta si concentrava contro le condizioni di lavoro: senza dispositivi di protezione, senza mantenere le distanze minime in reparti e linee, spogliatoi e mense, tutti ambienti sovraffollati e mai sanificati. Confindustria ha fatto pressioni enormi per evitare che il governo sospendesse le attività produttive, e lo ha pure rivendicato pubblicamente, facendo infuriare tanta gente. Se la sua parola d’ordine era ‘l’Italia non si ferma’, quella operaia era ‘non siamo carne da macello’, ‘la salute viene prima dei vostri profitti’”.

Queste parole di Matteo Gaddi e Nadia Garbellini, due ricercatori della Fondazione Claudio Sabattini (Fiom-Cgil) intervistati dalla rivista Erbacce, ci ricordano come sono andate le cose nel nord industriale all’inizio della fase uno dell’emergenza coronavirus. All’alba della fase due, la vicenda si ripete. Non pago delle conseguenze disastrose che le resistenze iniziali a “chiudere” hanno avuto sulle dimensioni del contagio in Lombardia (dove peraltro la maggior parte delle imprese ha continuato a lavorare “in deroga” alle disposizioni del governo per tutta la durata del lockdown) e soprattutto in Val Seriana (dichiarata zona rossa in ritardo proprio a causa delle pressioni degli industriali), lo stesso blocco padronal-confindustriale si ripresenta adesso alla testa del partito degli impazienti che freme per “riaprire”. Con motivazioni infarcite di riferimenti all’interesse collettivo (il pil, l’etica del lavoro, il rischio disoccupazione), ma mosse più prosaicamente dall’ansia per la sorte dei profitti. Nonché – basta leggere le argomentazioni con cui il Giornale milita a favore della riapertura – dalla fretta di suturare la ferita inferta dal covid-19 all’”eccellenza” del modello lombardo rilanciandone la way of life produttiva e prestazionale: c’è stato uno tsunami, l’abbiamo fronteggiato con molto eroismo e qualche svista, ma ora che il peggio è passato the show must go on.

Una pandemia annunciata


Più di 26mila morti (ufficiali), di cui oltre 13mila lombardi, gridano giustizia dalle loro tombe senza fiori contro questa narrazione dei fatti e dei misfatti. E del resto tutti ormai ci siamo fatti un’idea di com’è andata. Non c’è stato uno tsunami a sorpresa, ma una pandemia ampiamente annunciata (dalla scienza e non solo: si veda il discorso di Obama del dicembre 2014), dalla quale i governi, soprattutto occidentali, si sono fatti trovare impreparati e alla quale, complici le incertezze della scienza di fronte a un virus sconosciuto, hanno risposto oscillando fra negazionismo e allarmismo, e fra tentazioni di darwinismo sociale (Boris Johnson e Donald Trump, ma anche alcuni paesi del’Europa del nord) e obbligo di proteggere la popolazione con i lockdown, messi in atto con diversi gradi di intensità nei diversi paesi (quello italiano non è stato uguale a quello cinese, e quello tedesco non è stato uguale a quello italiano).

In Italia (ma anche altrove) una pandemia apparentemente “egualitaria” ha avuto effetti su differenze e disuguaglianze territoriali, economiche, sociali, culturali e istituzionali che ne hanno influenzato l’andamento e l’intensità. Un virus ignoto ha messo in scacco un sistema sanitario decimato dai tagli della spesa pubblica, sguarnito di competenze infettivologiche ed epidemiologiche, carente di posti di terapia intensiva; con strutture ospedaliere deboli in certe aree del paese – per fortuna le meno colpite dall’epidemia – e forti, ma troppo autocentrate e dunque prive dell’apporto fondamentale della medicina di territorio, in aree molto colpite come la Lombardia. Alla pandemia si è sommata la carestia di strumenti di protezione (le mascherine per i comuni mortali e soprattutto quelle per i medici e gli operatori sanitari), di tamponi per la diagnosi e la mappatura del contagio, di test sierologici, di know how tecnologico (l’app per il contact tracing arriva solo adesso, e a una popolazione fra le meno digitalizzate dell’occidente): una carestia scandalosa e colpevole, che ha reso più dilagante il contagio (in primo luogo negli ospedali e nelle Rsa), più rigido e più lungo il lockdown, più inaffidabili i dati epidemiologici (tuttora navighiamo a vista sulle dimensioni reali del contagio, e perfino dei decessi).

Noi incompetenti queste cose le abbiamo imparate in corso d’opera, e abbiamo anche imparato ad attribuirne e valutarne le responsabilità. Chi di noi oggi resiste alla fretta di riaprire non lo fa per claustrofilia: esige semplicemente, in consonanza con la cautela dei virologi e dei medici, che nella fase due le cose non vadano come e magari peggio di come sono andate nella prima. Che non si riapra, per dirla brutalmente, con qualche posto di terapia intensiva in più, ma con la stessa carenza di dispositivi di sicurezza, di tamponi, di test, di strumenti di tracciamento del contagio, o con la stessa sottovalutazione della medicina di base e la stessa corsa all’ospedalizzazione, o con la stessa confusione normativa e istituzionale fra governo, regioni e comuni che abbiamo subito fin qui: tutti nodi che il presidente del consiglio non ha sciolto nella sua conferenza stampa del 26 sera. C’è un salto nella coscienza collettiva che non lo consentirebbe, e che non è l’ultimo dei fattori di cui tenere conto per immaginare il futuro prossimo: non siamo più gli stessi di prima, ma non siamo nemmeno diventati quello che avrebbe voluto farci diventare la melensa pedagogia di massa elargita per cinquanta giorni dalla tv a reti unificate all’insegna dello spot “andrà tutto bene”. Non è andato tutto bene, e quello che abbiamo condonato fin qui sotto la morsa dell’emergenza non lo condoneremo da qui in avanti.

Se ciascuno è per l’altro pericolo e salvezza


Non siamo più gli stessi, perché non si esce uguali a prima da un’esperienza ravvicinata e prolungata con una malattia così insidiosa, una vecchiaia così penalizzata, una morte così serializzata: i nostri sensi ne sono talmente investiti che il senso comune si modifica di conseguenza. Non siamo più gli stessi perché in una situazione che ci chiede di rinunciare al contatto con gli altri abbiamo tuttavia preso contatto con la nostra comune vulnerabilità. Non siamo più gli stessi perché la domanda di sicurezza che fino a tre mesi fa veniva brandita a difesa della macchina economica e dei confini proprietari si è spostata sulla tutela della vita e della salute collettiva. Non siamo più gli stessi perché abbiamo visto quanto il virus apparentemente egualitario colpisca in maniera diseguale e discriminatoria, e questo domanda nuovi conflitti. Non siamo più gli stessi perché tutto ciò che ha a che fare con la riproduzione della vita ha acquisito finalmente la precedenza su ciò che ha a che fare con la produzione di beni, e tutto ciò che ha a che fare con la cura della vita – le relazioni di cui la cura si nutre, il sapere medico di cui si avvale – può diventare un terreno di nuove alleanze. Non siamo più gli stessi perché non possiamo più assolverci dalla nostra distruttività nei confronti della natura, né dalla nostra insipienza nei confronti della scienza. Non siamo più gli stessi perché la voce dei morti senza compianto ci convocherà fino a quando non troveremo il modo di celebrarne pubblicamente il lutto, e quella degli anziani lasciati morire senza un conforto e senza un tampone nelle Rsa o nelle loro case ci assillerà finché non strapperemo la vecchiaia alla segregazione cui ben prima del lockdownl’avevamo cinicamente confinata. Non siamo più gli stessi perché la distanza ci ha inchiodati a un’interdipendenza più forte dell’individualismo che regnava incontrastato nell’affollamento.

Non siamo più gli stessi, soprattutto, perché nel contagio abbiamo capito di essere ciascuno per l’altro, al contempo, pericolo e salvezza, minaccia e rassicurazione, abbandonando le false certezze dell’io autosufficiente e sovrano: e non è possibile valutare i cambiamenti in corso senza partire da questa cruciale rotazione in senso relazionale della soggettività. È questo precisamente il punto che sfugge a chi si ostina a leggere il lockdown come un provvedimento imposto dall’alto, l’esperimento di un regime liberticida che decide arbitrariamente lo stato d’eccezione per farne la norma e infilarci, complici le tecnologie digitali di sorveglianza, in un futuro totalitario. Non è per obbedienza passiva a un ordine imposto, e nemmeno per il terrore di contagiarci, che – in assenza di alternative meno medievali – abbiamo accettato di recluderci, ma per contenere il rischio di contagiare gli altri: era ed è precisamente la salvaguardia del prossimo a richiedere un allentamento della prossimità, un incremento della distanza. Molto cambierebbe nella narrazione del lockdown se le limitazioni cui ci siamo sottoposti venissero declinate, piuttosto che come attentati alla libertà individuale di movimento, come (auto)contenimento della potenzialità di ciascuno di infettare l’altro: e dunque come il segno di una postura relazionale e responsabile, non ego-centrata e asservita.

Nuova governance, nuovi conflitti


Altrettanto fuorviante è l’applicazione del paradigma dello stato d’eccezione all’operato dello stato e del governo. Svariati giuristi hanno fatto presente la differenza fra lo stato d’eccezione, che il nostro ordinamento non prevede, e lo stato d’emergenza, che è quello dichiarato a fine gennaio dal governo ed è previsto dalla costituzione a tutela del diritto fondamentale alla salute. Ma il punto non è solo giuridico e costituzionale.

Lo stato d’eccezione presuppone una decisione sovrana, e una sovranità decidente, che è quanto di più lontano da quello che abbiamo visto all’opera in questi cinquanta giorni. Quello che abbiamo visto è semmai uno stato che risponde all’emergenza “decisa” da un virus cercando di riprendersi la sua funzione originaria di garante della salute pubblica, anche contro gli interessi dominanti (quelli di “l’Italia non si ferma” di cui sopra). Il che non vuol dire che ci sia riuscito: lo stato non è più quello di Hobbes, è uno stato disfatto da mezzo secolo di razionalità neoliberale, che ha applicato anche alle istituzioni la logica della concorrenzialità e della competizione e ha dissolto la certezza del diritto. Con le conseguenze che abbiamo visto nella guerriglia quotidiana fra governo centrale, regioni, protezione civile (per tacere di quella con l’Unione europea), nonché nella mole incoerente di decreti, direttive e norme caratterizzate da un’incertezza normativa che lascia campo libero all’interpretazione arbitraria e vessatoria delle forze dell’ordine.

Il tutto condito da una retorica della guerra del tutto impropria nei confronti di un virus che richiede piuttosto cura e immunizzazione. E da un appello martellante e ambivalente alla responsabilità individuale, che se per un verso ha fatto leva sull’auto-contenimento di cui parlavo poco fa, per l’altro verso ha finito con il colpevolizzare comportamenti innocui come quello ormai paradigmatico dei runner, alleandosi con le peggiori istanze criminalizzanti e delatorie presenti nella società e distraendo l’opinione pubblica dalle responsabilità ben più pesanti imputabili alla gestione politica, economica e sanitaria dell’emergenza.

Aggiungiamo a questo quadro il particolare tutt’altro che secondario dell’inedita funzione pubblica assunta improvvisamente dalla comunità scientifica, a sua volta eterogenea, e dalla pletora di competenze settoriali chiamate a comporre le task force di supporto al governo. E sottraiamo dal quadro il ruolo sempre meno rappresentativo e decisivo del parlamento e delle forze politiche. Il risultato è che la pandemia ha provocato, o forse solo accelerato, una trasformazione della governance che va nel senso non tanto di una torsione autoritaria, quanto di una moltiplicazione concorrenziale e di una frammentazione competitiva dei poteri e dei saperi che si candidano a ridisegnare l’ordine sociale.

Che questa nuova forma di governance non sarà esente da tentazioni repressive e disciplinari, tanto più in un contesto inasprito dalla catastrofe economica e sociale annunciata, è una facile profezia. Ma essa sarà anche generatrice di nuovi conflitti, su un fronte che nella pandemia si è già delineato e che vede in prima fila le soggettività maturate all’insegna della vulnerabilità, della relazionalità e dell’interdipendenza nell’ambito della riproduzione sociale, della cura, della medicina, della logistica, delle fabbriche dove il futuro è affidato a protocolli di sicurezza sanitaria aleatori, delle reti di solidarietà che i protocolli se li scrivono da sé. Come inventare pratiche politiche efficaci per esprimere questa conflittualità in una sfera pubblica compromessa dal distanziamento sociale e dominata da un sistema mediatico che per lo più milita perché tutto torni uguale a prima, è il problema che abbiamo davanti. Ma i tempi di crisi sono anche tempi in cui l’immaginazione politica lavora meglio, e salta con una creatività e una velocità impensabili in tempi normali.

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Confusione sanitaria

(Pubblicato su Internazionale.it il 31/3/2020)

Il dio mercato e i suoi adoratori bussano impazienti alle porte della politica perché l’emergenza coronavirus sia dichiarata superata, il lockdown finisca e l’economia riparta. Ma francamente non si capisce il perché di tanta precipitosità. L’epidemia è ancora in pieno dispiegamento: da qualche giorno c’è qualche segnale incoraggiante di un lento appiattimento della curva, ma in compenso nel sud i casi crescono, sia pure non esponenzialmente, e qualche focolaio minaccia di peggiorare la situazione. Siamo ancora in piena carestia di mascherine e tamponi, il minimo che servirebbe per parlare di prevenzione di ulteriori disastri. E soprattutto c’è ancora troppa confusione nella politica sanitaria, ed è di questa che è urgente parlare, anche da incompetenti, intanto perché la sanità è un diritto fondamentale e dunque la politica sanitaria ci riguarda tutti e tutti ci autorizza alla presa di parola: del resto, la riforma sanitaria che nel 1978 istituì il servizio sanitario nazionale fu l’esito di un processo che coinvolse la società, non solo i politici e gli esperti. E poi perché guardando a ritroso il film dell’ultimo mese è evidente che sono state le strategie sanitarie ed epidemiologiche a determinare quelle istituzionali e politiche (Conte: “Abbiamo sempre operato seguendo le indicazioni del nostro comitato scientifico”), il che significa che non si può valutare l’efficacia delle seconde senza entrare nel merito delle prime.

Qualcosa sappiamo, e sapevamo

Prima questione. Di questo virus si sa ancora poco, e questo va certo tenuto ben presente nel giudicare incertezze e oscillazioni delle strategie di contrasto, scientifiche e politiche. Però dell’epidemia a questo punto qualcosa sappiamo. E qualcosa sapevamo anche prima, fin dai rapporti internazionali di inizio secolo che avvertivano del rischio incombente (“Non è questione di se, ma di quando”). Sembra perfino che in Italia esistesse dal 2010, sulla carta, un piano antipandemico nazionale, e relativi piani regionali, mai implementati e mai aggiornati. Dunque il rischio era annunciato ed è stato ignorato o rimosso, presumibilmente per ragioni di bilancio, fino allo scoppio dei primi casi, non solo in Italia ma in tutta Europa e negli Stati Uniti, per stare solo ai paesi occidentali. Ovunque non c’era una strategia, ovunque si ripete la stessa catena comportamentale fatta di sottovalutazione, negazione, allarme ritardato, assenza di precauzioni preventive; ovunque mancavano e mancano mascherine (salvo che in Cina, cui era stata lasciata la produzione in regime di monopolio), respiratori, attrezzature sanitarie di sicurezza. È vero, l’intruso ci ha preso di sorpresa e noi eravamo impreparati, ma questa impreparazione non si può dire che sia stata innocente, né in Italia né altrove. A forza di scommettere sul rischio eventuale giocando con i future e i derivati, la governance neoliberale mondiale ha finito col ritrovarsi sguarnita rispetto a un pericolo effettivo e tutt’altro che imprevisto, e col dichiarare una guerra senza avere né armi né munizioni: come andare in trincea a piedi scalzi.

Seconda questione. Il virus, come ben sappiamo, provoca nei casi più gravi polmoniti severe che possono portare rapidamente alla morte e che richiedono il ricovero in terapia intensiva. In quel rapidamente c’è la sua perfida capacità di mettere sotto scacco i sistemi sanitari, che non ce la fanno a reggere un’ospedalizzazione così massiccia. Ma il virus ha anche la perfida intelligenza di testarli, i sistemi sanitari, e di mostrarne quei lati deboli che il discorso politico e mediatico mainstream tende a occultare sotto l’esaltazione dell’eroismo del personale ospedaliero. Esaltazione, è superfluo dirlo, sacrosanta: chiunque conosca un medico, un anestesista o un infermiere sa dai suoi racconti in quali condizioni proibitive per l’incolumità personale stiano lavorando, con quale professionalità e generosità e con quale carico di stress psicologico ed emotivo. Non è questo in discussione, né la gratitudine commossa che tutti sentiamo per loro. In discussione vanno messi, invece, i limiti che il sistema sta rivelando nonostante il loro eroismo. Due su tutti.

I limiti dell’“autonomia“ regionale

In primo luogo, un sistema sanitario nazionale qual è quello che in Italia ancora abbiamo malgrado i tagli dissennati cui è stato sottoposto, non può sopportare un dualismo esasperato come quello fra nord e sud. L’incubo che l’epidemia colpisca le regioni del sud con la stessa virulenza di quelle del nord, e abbatta strutture ospedaliere ben più esili di quelle del nord, si è sommato e si somma tuttora all’angoscia per la tragedia che imperversa nelle zone più colpite, e ha determinato scelte politiche fondamentali, come quella di estendere il lockdown a tutto il territorio nazionale, comprese le regioni in cui il contagio era inferiore ma il sistema sanitario più debole. E si devono alle condizioni strutturali del dualismo nord-sud, non solo a una irresponsabilità fin troppo sottolineata, gli incauti ritorni a casa da Milano e dintorni degli studenti meridionali che hanno rischiato e ancora rischiano di accendere focolai ulteriori nel Mezzogiorno. Il dualismo socioeconomico territoriale è la negazione fattuale dell’universalismo di principio del sistema sanitario e si è rivelato di difficilissima composizione in una situazione di emergenza nazionale e globale. Superfluo sottolineare che la “soluzione” dell’autonomia differenziale regionale, uno dei piatti forti della contesa politica fino a un attimo prima della catastrofe, non farebbe che accentuarlo. E dunque va tolta di mezzo senza se e senza ma, tanto più dopo una pandemia globale che mette all’ordine del giorno la globalizzazione, più che la nazionalizzazione, delle politiche sanitarie.

D’altra parte bisogna prendere atto che nell’emergenza Covid-19 il sistema sanitario ha mostrato limiti e inefficienze proprio nelle regioni del nord dove è considerato d’eccellenza. Come nel modello lombardo, caratterizzato, oltre che dalla commistione tra pubblico e privato che in questa circostanza non è stata d’aiuto, da un forte centralismo ospedaliero specialistico a scapito della medicina di base e dei presidi territoriali. Di nuovo, non si tratta di misconoscere lo sforzo titanico degli ospedali lombardi per fronteggiare un’emergenza ben più crudele di quanto fosse immaginabile. Ma se l’epidemia avanza, sia pure con un decremento relativo, malgrado il lockdown; se, come sembra, i contagiati con sintomi lievi o asintomatici sono molti di più di quelli rilevati con i tamponi riservati ai sintomatici gravi da ricoverare; se, come emerge da una tragica sequenza di testimonianze, sono in tanti a morire a casa senza riuscire ad accedere agli ospedali e senza diagnosi, diventa sempre più chiaro che un modello basato su una avanguardia ospedaliera priva di una retroguardia territoriale di diagnosi, prevenzione e terapia non ce la fa. Anche la complementarità tra presidi ospedalieri e medicina di territorio rientra tra i capisaldi abbandonati della riforma sanitaria del 1978, ma lasciamo stare e torniamo a noi.

Secondo il virologo Andrea Crisanti, consulente della regione Veneto, la battaglia contro un’epidemia non si vince negli ospedali ma sul territorio, con la “sorveglianza attiva” dei medici di base che monitorano il contagio curando in quarantena i sintomatici e risalendo attraverso i loro contatti agli asintomatici, con un uso a cerchi concentrici dei tamponi. Il che consentirebbe tra l’altro, e crucialmente, di ottenere una misurazione del contagio reale più credibile di quella ufficiale, basata sulla tamponatura e la conta dei soli sintomatici e dunque sull’occultamento dell’insidia più grossa, cioè dei positivi asintomatici che continuano a trasmettere il virus senza saperlo, fuori casa e soprattutto in famiglia, sì che le famiglie rischiano di trasformarsi in focolai.

Il Veneto si muove in base a questo metodo di mappatura e sorveglianza territoriale. La Lombardia ha annunciato a sua volta, pochi giorni fa, un cambio di approccio, con un incremento della mobilitazione dei medici di base (che però, insieme agli ospedalieri, sono una categoria decimata dal contagio). La provincia di Siena ha deciso in proprio di estendere l’uso dei tamponi. Ma com’è evidente, e come il direttore dell’istituto Sacco di Milano ha più volte ripetuto in tv, questa sterzata sarebbe urgente nel centrosud, dove il contagio non è (ancora) esponenziale e in questo modo potrebbe essere contenuto senza incombere troppo sulla debolezza delle strutture ospedaliere.

Perché allora nel sud non si procede nettamente, e pubblicamente, in questa direzione, invece di continuare a sigillare con i carabinieri i comuni dove spuntano i focolai, o ad aspettare la saturazione ospedaliera che prima o poi arriverà fatalmente? Perché scarseggiano i tamponi, si dirà. O perché mancano direttive chiare di politica sanitaria? O perché ciascuna regione, ciascuna provincia, ciascun comune è legittimato a fare come vuole o come può, secondo il criterio neoliberale della medicina fai da te? Arrivano notizie buone, di nuovi test che potrebbero verificare la presenza di anticorpi in chi ha già contratto il virus o se ne è immunizzato: sarebbero fondamentali per le strategie di uscita dal lockdown. Li producono gli Stati Uniti e la Cina, e in Italia è già partita la corsa delle regioni del centronord per accaparrarseli. Dal Cnr gli immunologi fanno sapere che così non va e che ci vuole un protocollo nazionale: la politica che dice?

Modelli a confronto

Terza questione. L’Italia ha seguito il modello cinese del lockdown, dopodiché tutti gli altri paesi occidentali, quale più quale meno, si sono accodati. In verità l’abbiamo seguito inevitabilmente a metà: perché la Cina ha chiuso solo una provincia e noi invece abbiamo dovuto chiudere tutto il paese, perché lì la reclusione è stata più rigida che qui, e perché i metodi con cui la reclusione è stata imposta lì – da quelli polizieschi classici alle tecnologie della sorveglianza: tracciamento dei dati personali, telecamere, droni, riconoscimento vocale e facciale – non sono (ancora?) tutti proponibili in una democrazia come la nostra.

Ma il modello cinese non era l’unico possibile: c’era anche quello della Corea del Sud che è a sua volta un paese democratico e non ha chiuso niente, eppure è riuscita a domare l’epidemia. In Corea del Sud identificano i sintomatici, anche lievi, con tamponi facilmente eseguibili per strada stando in auto, li isolano in quarantene selettive e tracciano i loro contatti attraverso le carte di credito, la geolocalizzazione degli smartphone e le telecamere, rilevando così la mappa precisa del contagio e risalendo anche agli asintomatici. Infine, usano app programmate per segnalare a ciascuno dove sono i rischi di contagio. Com’è noto il metodo ha funzionato: a oggi la Corea del Sud è fuori dall’epidemia, e chi ha studiato da vicino l’esperimento sudcoreano sottolinea che l’uso dei dati personali anonimi – temporaneo, finalizzato all’emergenza Covid-19, pubblico e condiviso – non ha avuto le caratteristiche autoritarie che ha avuto in Cina.

Domanda: il governo italiano ha scelto la via cinese pour cause o di default, senza neanche prendere in considerazione quella coreana? E se l’ha scelta intenzionalmente, delle opzioni in campo non avrebbe dovuto essere informata e investita l’opinione pubblica, secondo il criterio della trasparenza tanto spesso evocato e rivendicato da Conte? Solo pochi giorni fa, quando sul paragone tra la via cinese e quella sudcoreana i social si interrogavano già almeno da una settimana, il consulente del ministro della sanità Walter Ricciardi, in un’intervista di seconda serata su una rete all news, ha detto di avere analizzato il metodo coreano e di essersi persuaso a consigliarlo al governo, e ha annunciato la call, poi effettivamente lanciata sul sito del ministero, per l’elaborazione di app di telemedicina, assistenza domiciliare ai pazienti, monitoraggio attivo del rischio di contagio, che saranno vagliate in relazione alla loro efficacia e alla compatibilità con la tutela della privacy. A che punto è l’offerta delle app e la loro valutazione? Oltre che con la tutela della privacy, l’adozione di queste tecnologie è compatibile con le infrastrutture esistenti in Italia (la rete sta già scoppiando per l’improvviso uso estensivo del telelavoro), nonché con il tasso di alfabetizzazione digitale del nostro paese, sicuramente assai inferiore a quello della Corea del Sud, di Taiwan o di Singapore? Può esistere un uso democratico e non autoritario o totalitario di queste tecnologie? Si può, con un’informazione corretta, abbassare il tasso di allarme tecnofobico di chi teme per la raccolta dei dati sensibili a fini sanitari e poi li cede in continuazione su internet a fini commerciali?

Invece che inchiodarsi sulla contrapposizione tra sicurezza sanitaria ed esigenze dell’economia, come ha fatto all’inizio dell’epidemia procurando oscillazioni deleterie e come ricomincia a fare adesso, il dibattito pubblico dovrebbe virare su questo ordine di questioni. Che verosimilmente diventerà presto quello decisivo, perché è evidente che la soluzione tecnologica è l’unica alternativa che abbiamo a una clausura inevitabile nella fase di esplosione del contagio, ma sicuramente difficile da prorogare se e quando da questa fase usciremo ma il virus continuerà a circolare, salvo tornare a recludersi ogni volta che si accenderanno nuovi focolai o che la curva epidemica rischierà di rialzarsi.

La scelta è tra il rimedio medievale della quarantena, basato sulla segregazione all’interno di mura mai abbastanza spesse da impedire a un virus di penetrarle, e l’uso di una tecnologia che avendo la stessa forma virale del “nemico” si presta forse meglio a seguirne e contrastarne l’espansione. Ma è anche tra la disposizione psicologica e politica alla condizione bellica dell’assedio – peraltro puramente difensivo – contro un agente esterno, e la disposizione psicologica e politica a una vigilanza che lo schiva e lo sorveglia con la consapevolezza che è ormai interno alla nostra specie, e resterà tra noi fino a quando non negozieremo con lui una qualche forma di convivenza pacifica o di immunizzazione.

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Il virus sovrano

(Pubblicato sul quotidiano catalano ara.cat il 12/03/2020)

Dove vivo io, fra Roma e l’estremo sud d’Italia, l’epidemia da coronavirus esplosa nelle regioni del nord ci ha finora risparmiati. Ma è solo questione di tempo: il tentativo di ‘sigillare’ le zone più colpite non è bastato ad arrestare il contagio,  i primi casi si registrano ormai dappertutto e il rischio per il sud è aumentato con la fuga di massa da Milano degli studenti fuori sede, che hanno deciso di tornare a casa piuttosto che restare ‘imprigionati’ nella città più rischiosa. Il nord è martoriato da ricoveri e decessi, che da qualche giorno, secondo le più fosche previsioni, crescono esponenzialmente. Ma se il contagio arriva con la stessa densità nelle regioni del sud, dove il sistema sanitario è inadeguato ad affrontarlo, la catastrofe sarà incontenibile.

Tutto quello che il governo, i virologi e i medici ci stanno chiedendo di fare – stare a casa, lavorare a distanza via computer, riunirci via skype, niente cinema, teatri, musei, niente calcio e niente palestra, niente aperitivi e niente movida, niente parrucchiere, niente strette di mano, baci e abbracci – mira a evitare questa catastrofe. In molti ci adeguiamo, ingoiando le violazioni della Costituzione che i decreti emergenziali del governo sfiorano.  Troppi ancora, per lo più giovani non disposti a sacrificarsi per un virus che è fatale soprattutto per gli anziani,  non vogliono capire, negano l’evidenza, diffidano delle autorità politiche e scientifiche, trasgrediscono. Si deve soprattutto a loro se da lunedì le misure di limitazione della socialità e della libertà di movimento e di riunione sono state estese dal Lombardo-Veneto a tutta la penisola. E’ la prima volta in una democrazia occidentale, titola il New York Times tra lo stupore e l’ammirazione, mentre Trump ha finalmente smesso di sostenere che il coronavirus non è né sostanza né accidente e dunque non esiste, come la peste per Don Ferrante  ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni.

Qualunque emergenza, si sa, ha l’effetto immediato di portare allo scoperto, come il rovescio di una trama, i problemi che la normalità nasconde sotto il tappeto. Non ci voleva il coronavirus per sapere che l’Italia è un paese diviso in due,  con livelli di reddito, di produttività, di servizi pubblici insopportabilmente disuguali fra nord e sud. Non ci voleva il coronavirus per sapere che il sistema sanitario nazionale, orgoglio italiano in tutto il mondo, è stato devastato dalla governance  neoliberale: 37 miliardi di Euro tagliati in dieci anni, e la gestione della sanità regionalizzata sulla base di una logica concorrenziale che ha premiato solo le regioni più ricche. Non ci voleva il coronavirus per sapere che l’economia di un ex paese industriale che si affida ormai prevalentemente al turismo soccombe allo stormire di una foglia nel mondo globale. Non ci voleva il coronavirus per sapere che una popolazione che invecchia per il bassissimo tasso di natalità diventa più esposta e più fragile. Non ci voleva il coronavirus per sapere che il processo della decisione politica è ingolfato da una distribuzione farraginosa delle competenze fra stato, regioni e comuni dovuta a una dissennata riforma costituzionale del 2001.  Non ci voleva il coronavirus per sapere che la precarizzazione selvaggia del lavoro ha prodotto un esercito di lavoratrici e lavoratori privi di diritti e garanzie, che saranno i più colpiti dall’imperativo pur necessario di “stare a casa”. Non ci voleva il coronavirus per sapere che le carceri sono sovraffollate e che sarebbero scoppiate alla prima emergenza, come difatti è successo. Non ci voleva il coronavirus infine per sapere che la regola aurea della governance europea, il pareggio di bilancio, era anch’essa una prigione sul punto di scoppiare. Si sapeva e si faceva finta di non vedere, giocando a poker sull’interesse generale, perché come ci hanno predicato per quarant’anni al neoliberalismo “non c’è alternativa”. Adesso che contiamo le vittime di questo andazzo non possiamo fare più finta di non vedere: l’    emergenza ci domanda e ci comanda di cambiare la normalità.  Su come cambierà, se con un salto di civiltà o con un rammendo del sistema, si gioca tutta la partita aperta dal coronavirus. 

L’effetto-rivelazione del virus non finisce qui. La Lombardia e il Veneto, le regioni più colpite dal contagio, sono la patria del neoliberismo gaudente di Berlusconi mutatosi col tempo – tutti i virus mutano, anche i virus politici  – nel sovranismo xenofobo di Salvini. Sono insomma due regioni dove il primato dell’economia regna incontrastato e protetto dalla polizza securitaria: la sicurezza è al servizio del reddito, dell’efficienza e del consumo, e infatti lo slogan salviniano “prima gli Italiani” esprime fondamentalmente l’esigenza di difendere dall’”invasione” dei migranti i privilegi degli italiani del nord. Senonché proprio queste regioni più segnate dalla pandemia securitaria si trovano ora ad affrontare una pandemia biologica che capovolge le parti in commedia: gli italiani sono “i primi” a essere colpiti dal coronavirus e a essere respinti dai confini altrui come ospiti indesiderati. La prospettiva securitaria si rovescia.

E si sgancia, almeno in parte, dalla dittatura dell’economia. Dopo le oscillazioni fra “chiudiamo tutto” e “salviamo il Pil”, l’urgenza sanitaria ha infine prevalso su tutto il resto. Si torna a una declinazione più classica del binomio sicurezza-libertà, cioè al rapporto fra sicurezza collettiva e libertà individuali: in nome della tutela della salute, scritta in Costituzione fra i diritti fondamentali,  si limitano temporaneamente – sia pure con una formula che non fa leva sui divieti ma sull’invito alla corresponsabilità – altri diritti fondamentali come la libertà di movimento e di riunione e il diritto allo studio. Il tema diventa: può una democrazia reggere questa contraddizione? O attraverso l’emergenza sanitaria sta passando una torsione illiberale, se non autoritaria, della democrazia?

Subito dopo le prime misure restrittive prese dal governo, il filosofo Giorgio Agamben ha rilanciato, sul presupposto che siamo in presenza di una “epidemia inventata”, le sue note tesi sugli effetti liberticidi dell’esercizio di una sovranità che trasforma ogni emergenza in stato d’eccezione e fa dell’eccezione la regola: ma ricevendo, stavolta, più prese di distanza che consensi (anche in primo luogo da due filosofi a lui non certo ostili, Jean Luc Nancy e Roberto Esposito). Perché se sovrano, secondo la formula di Carl Schmitt, è chi decide sullo stato d’eccezione, stavolta sovrano è il virus, non lo Stato o il governo, i quali si barcamenano come possono nello stato d’eccezione innescato da un microrganismo che perfino nel nome contende allo Stato e al governo la corona della sovranità. Nel mondo globale l’eccezione – biologica, tecnologica, economica – è sistemica ed endemica, e non è nelle mani della volontà politica ma di eventi imponderabili di natura bio-politica. Il che rende poco utile ragionare di quello che sta succedendo nei termini del paradigma tradizionale della sovranità. Gli stessi rischi di una deriva autoritaria della gestione dell’emergenza sono connessi alla trasformazione degli strumenti  del controllo sociale e della produzione del consenso: due su tutti, l’uso dell’intelligenza artificiale e dei big data sperimentato nella lotta al coronavirus a Wuhan, tanto più pericoloso quanto più aumenta in mezzo mondo una certa fascinazione per il “modello cinese”; e il regime di vero e proprio totalitarismo mediatico a cui siamo sottoposti in Italia da settimane, con interi palinsesti dedicati all’epidemia 24 ore su 24 e neanche un minuto dedicato al compianto delle vittime.

A maggior ragione la circostanza del coronavirus destituisce l’ideologia politica che va sotto il nome di sovranismo, e che altro non è che un tentativo fuori tempo massimo di ripristinare la sovranità perduta dello Stato e dell’io erigendo muri, tracciando confini, chiudendo porti, ristabilendo il primato dell’uomo bianco occidentale sull’altro-diverso e sull’altra-donna.  I virus non rispettano i confini, non si fanno fermare dai muri né dai porti chiusi, non si piegano alla volontà di potenza dello Stato  sovrano né alla volontà di sapere dell’io sovrano. Sfondano il confine fra la specie umana e quella animale, si ribellano al dominio devastante dell’uomo sulla natura, si diffondono per contagio e senza fornire carta d’identità. Ci ricordano che siamo tutti vulnerabili e fragili e tutti legati l’uno/a all’altro/a, perché per ciascuno l’altro è insieme pericolo e salvezza.  Si sottraggono alla retorica della guerra, in questi giorni abusata, arretrando forse soltanto di fronte alla produzione di anticorpi che ci consentano di negoziare con loro una convivenza non belligerante.

Mai come oggi, il bene individuale coincide con il bene comune, e il bene comune è globale com’è globale la minaccia. Nella crisi c’è sempre il buio della catastrofe e la luce del cambiamento. Dipende da noi, e nel buio qualche luce si intravede. Sta nella bellezza delle città svuotate, nell’aria illimpidita dalla rarefazione del traffico, nelle reti spontanee di solidarietà e di cura che si attivano ogni giorno, nelle relazioni che riscoprono l’intervallo fecondo di una sopportabile distanza, nel tempo sottratto alla frenesia del fare. Forse il virus è venuto a dirci solo questo, che era arrivato il momento di fermarci.

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Se cade la stella populista

(Pubblicato su Internazionale.it il 30/1/2020)

“Di Maio si è dimesso, Salvini ha perso, il 4 marzo è archiviato, il Pd torna a essere il pilastro del campo alternativo alla destra”. La sintesi della situazione è di Nicola Zingaretti, in un commento a caldo nella notte dei risultati delle regionali. E se può suonare troppo definitiva – in fondo si è votato solo in due regioni e due regioni, oltretutto sideralmente distanti fra loro, non fanno l’Italia –, nonché troppo ottimista sul Pd – primo partito in Emilia-Romagna e inaspettatamente anche in Calabria, ma non per questo al riparo dai suoi problemi e dalle sue contorsioni interne – coglie indubitabilmente il punto cruciale: il voto di domenica 26 gennaio chiude politicamente, dal basso, la stagione che si era aperta il 4 marzo 2018 con lo sfondamento della Lega e dei cinquestelle e con il governo gialloverde, e che l’estate scorsa era stata interrotta – ma dall’alto, e perciò con un deficit di legittimazione – con la formazione del governo giallorosa.

Che questa archiviazione coincida con l’apertura di una stagione nuova e promettente, tuttavia, sarebbe arrischiato dirlo. Si può ipotizzare che dia un po’ di respiro al governo, ammesso che il rinsaldamento del Pd compensi la deflagrazione del M5s. Ma non è altrettanto ipotizzabile un effetto di stabilizzazione sull’insieme del sistema politico, che resta esposto a fattori assai aleatori, dall’accordo sulla nuova ed ennesima legge elettorale alle scosse interne ai partiti e alle coalizioni.

Dalla legge elettorale – che dovrà tenere conto della riduzione dei parlamentari voluta dai cinquestelle, sempre che il referendum la confermi – dipende l’assetto che il sistema politico prenderà, su base proporzionale o bipolare. Dicono i retroscena che l’accordo proporzionalista raggiunto dalla maggioranza di governo dovrebbe reggere, per convinzione di Zingaretti e soprattutto perché il M5s non accetterebbe mai di vedere sancita la fine della sua specificità “né di destra né di sinistra” da una legge che lo obbligasse a coalizzarsi. E del resto, il maggioritario e un assetto bipolare non converrebbero neanche al centrodestra, dove significherebbero riconsegnare a Salvini quello scettro di padrone assoluto della coalizione che la sconfitta emiliana e il mancato sfondamento in Calabria gli hanno tolto con grande sollievo di Berlusconi e di Giorgia Meloni.

Le maschere cadute
Tuttavia non è sfuggita a nessuno la voracità con cui alcuni politici e soprattutto alcuni commentatori si sono avventati sui dati delle regionali per decretare il ritorno del bipolarismo, con il vizio mai dismesso dai primi anni novanta in poi di ingabbiare nella “soluzione” maggioritaria tutte le crisi e gli annodamenti di un sistema politico in perenne transizione. La cui ultima tappa, come il voto di domenica ha dimostrato sia in Emilia-Romagna sia in Calabria, è l’evaporazione del M5s insieme alla liquefazione del (presunto) “carisma” imbattibile di Matteo Salvini. Fine della stagione sovran-populista? E inizio di che cosa?

È la prima domanda che le regionali lasciano sul campo, sia pure a partire da due esiti opposti, la vittoria netta del centrosinistra in Emilia-Romagna con relativa batosta per lo “sfidante” Salvini e l’ancor più netta vittoria – prevedibile e prevista, data l’offerta frammentata del campo opposto – del centrodestra in Calabria, ma di un centrodestra che resuscita Forza Italia e in cui Salvini si ferma al 12 per cento. Mentre il M5s che in Emilia-Romagna era esploso in Emilia-Romagna implode; e in Calabria, dove alle politiche del 2018 (e già a quelle del 2013) aveva beneficiato del rigetto popolare di un’intera classe dirigente fallimentare, di destra e di sinistra, scende in picchiata dal 44 al 7 per cento, con la magra consolazione che alle regionali di cinque anni fa era andato ancora peggio.

Questa caduta ovviamente non toglie, come fanno osservare in queste ore realisti e iperrealisti, che il potere della Lega resti intatto nelle regioni del nord che non da oggi governa. Ma è evidente che la strategia salviniana di “nazionalizzazione” del partito padano, che vedeva nella conquista dell’Emilia-Romagna una tappa cruciale di legittimazione ideologica e in quella della Calabria una tappa cruciale di legittimazione territoriale, allo stato attuale è fallita. Due elettorati diversissimi fra loro non hanno ceduto alla seduzione né dell’uomo forte, né del suo linguaggio sgangherato e violento, né delle sue promesse di sovranità sui confini, sulla proprietà, sullo straniero e sull’io. La maschera è caduta, e c’è da dubitare che senza quella maschera l’uomo abbia molte carte da giocare, come accade di questi tempi a tutti i leader mediaticamente costruiti.

Cade la maschera anche dalle promesse palingenetiche che avevano creato il fenomeno M5s, vuoi perché quelle promesse sono tanto seducenti dall’opposizione quanto insostenibili dal governo, vuoi per la crisi inevitabile di una formazione priva di regole democratiche al suo interno, vuoi per il gorgo in cui è entrata la leadership di Di Maio dalla rottura del tandem con Salvini alle dimissioni di pochi giorni fa. Ma evidentemente la disintegrazione del movimento ha a che fare anche e soprattutto con la sua stessa identità “né di destra né di sinistra”, e ripropone la questione dell’esistenza o meno di uno spazio politico non effimero per questa collocazione “terza” nelle democrazie post-novecentesche. Dopo aver gonfiato per primo in Europa le vele del populismo, il laboratorio politico italiano potrebbe altresì fornire la prima prova che esse si possono sgonfiare.

Una lezione
A patto di intendere, del populismo, anche la lezione. Un compito che spetterebbe in primo luogo al Pd, e che non consiste solo in un maggiore ascolto delle istanze e delle frustrazioni che vengono dal popolo, o nella sostituzione della farsa demagogica con la concretezza programmatica. In Italia, consiste anche nella rimessa a fuoco del problema storico del dualismo fra nord e sud. Qualcuno ricorderà che la cartina elettorale uscita dalle urne del 4 marzo 2018 ricalcava esattamente la cartina geografica dell’Italia preunitaria, con il sud consegnato al M5s e il nord consegnato alla Lega: l’alleanza gialloverde, da molti considerata innaturale e inspiegabile, era in realtà spiegabilissima come alleanza fra due frustrazioni, quella della parte più ricca del paese, timorosa di perdere i propri vantaggi, e quella della parte più precaria, timorosa di perdere tutto. Che quella alleanza mostri la sua fallacia è un’ottima notizia. Ma dal 2018 a oggi poco o niente è stato fatto per riunificare quella cartina, e le regionali lo hanno dimostrato, con la politica e i media nazionali concentrati sulla prima e assenti nella seconda.

Il gap del resto continua nei commenti del giorno dopo. Si prenda la questione della partecipazione al voto, cresciuta dal 37 al 67 per cento rispetto alle precedenti regionali in Emilia-Romagna e rimasta inchiodata al 44,5 per cento in Calabria: mentre per l’Emilia si va alla ricerca delle ragioni politiche – le Sardine – che l’hanno rialzata, per la Calabria si rimarcano le supposte ragioni antropologiche (apatia dei più e pratica del voto prevalentemente come voto di scambio) che avrebbero riconsegnato la regione alle clientele più consolidate. Mentre in Calabria il non-voto va letto per quello che è, la risposta prevedibile a un’offerta politica intollerabilmente modesta, in una regione che soffre al contempo di un deficit di rappresentanza e di rappresentazione, e dove la qualità della politica ufficiale può abbassarsi di anno in anno nell’indifferenza e nell’oscuramento dei media mainstream.

L’urgenza di ridurre questo gap è la seconda questione che le regionali lasciano sul campo. E investe anche il movimento delle Sardine, che meritoriamente e simbolicamente si sono date a Scampia il loro prossimo appuntamento, ma fin qui non hanno preso posizione contro l’autonomia differenziata, uno dei cui massimi sostenitori è quello stesso Stefano Bonaccini che le Sardine hanno aiutato a salvare l’Emilia-Romagna da Salvini.

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Senza politica. La Calabria al voto

(Pubblicato su Internazionale.it il 24/1/2010)

Paragonate nientedimeno che alla battaglia di Stalingrado se vincerà Bonaccini, alla caduta del Muro di Berlino se vincerà Borgonzoni, le elezioni regionali in Emilia-Romagna sono molto coccolate dai media da almeno sei mesi. Abbiamo dovuto aspettare invece metà dicembre perché ai titoli sulla disfida di Bologna venisse aggiunta la laconica informazione che il 26 gennaio si vota anche in Calabria, e l’inchiesta anti-’ndrangheta di Nicola Gratteri perché della Calabria si tornasse a parlare, salvo rare e meritorie eccezioni, secondo la consueta sceneggiatura del genere “Guardie e ladri”. Ma se in Emilia-Romagna la posta in gioco è la fine del modello socialdemocratico ex comunista, in Calabria è la fine della politica tout court. E dunque, a dispetto dell’onorevole Giorgetti che dichiara candidamente nello studio di Otto e mezzo che “della Calabria non importa niente a nessuno” senza che nessuno in studio muova un sopracciglio, converrebbe buttarci un occhio più attento e più preoccupato.

Un’offerta politica desolante
Alla contesa per il governo della regione partecipano quattro candidati alla presidenza sostenuti da un totale di 14 liste, e l’aggettivo più in voga per definire il quadro complessivo dell’offerta politica è “desolante”. Jole Santelli, berlusconiana della prima ora, deputata di Forza Italia alla quinta legislatura, ex sottosegretaria alla giustizia, è riuscita con la benedizione di Berlusconi a unificare un centrodestra che si era diviso sul nome del sindaco di Cosenza Mario Occhiuto, prescelto inizialmente da Berlusconi malgrado le indagini giudiziarie pendenti, ma bloccato da Salvini, e su quello del sindaco di Catanzaro Sergio Abramo, ex forzista da poco avvicinatosi alla Lega e beatificato come “ottimo amministratore” dall’ex ministro dell’interno nel corso del suo blitz elettorale calabrese – una definizione che fa sobbalzare chi quell’amministrazione la sperimenta ogni giorno ma che vale la promessa di un assessorato nella prossima giunta regionale.

Santelli, che non fa mistero di dover combattere con un serio problema di salute, è sostenuta da sei liste (FI, Lega, FdI, Udc e due civiche) bene infarcite di clientele nonché di transfughi dal centrosinistra, e ha dalla sua i sondaggi ma non la fama: circolano in rete tracce delle clamorose gaffe accumulate nella sua carriera, dalla definizione dell’Isis come “l’agenzia americana contro il terrorismo internazionale” alle battute sui neri “che non hanno bisogno di truccarsi”, pallida imitazione di quelle più note di Berlusconi su Obama “bello e abbronzato” o di quelle che Salvini ha sparato pochi giorni fa a Riace sui migranti come “turisti che non pagano”. Al di là della compattezza di facciata della coalizione, l’impressione è di una candidata alla presidenza – la prima donna in una regione del sud – incapsulata in un gioco cinico e tutto maschile che per un verso punta sull’apporto di voti delle cordate più forti sul territorio, per l’altro affida all’icona nazionale di Salvini il rilancio del brand del centrodestra. Ma lo stesso Salvini, che ha battuto l’Emilia-Romagna palmo a palmo, ha riservato alla Calabria giusto il tempo di un paio di blitz, trovando ad accoglierlo piazze tutt’altro che oceaniche e contestazioni ovunque. Per quanto attrattiva sia la sua immagine di uomo forte, per quanto abile sia la sua capacità di spacciarsi per un prode combattente anti-’ndrangheta o di improvvisarsi un perfetto conoscitore delle risorse dell’agricoltura e della pesca locali contro i soprusi di Bruxelles, per quanto possa funzionare la sua sostituzione dell’antimeridionalismo leghista delle origini con la fobia antimigranti, l’ipotesi che l’estremo sud dello Stivale si consegni a una destra a trazione leghista continua a sembrare surreale.

Di contro alla compattezza, sia pure di facciata, del centrodestra c’è la frammentazione dell’altro campo. Che è improprio definire di sinistra o di centrosinistra visto che nessuno dei tre candidati in lizza si definisce tale, anzi tutti e tre marciano all’insegna del “né né”, né di destra né di sinistra: il Movimento cinque stelle sarà pure al tramonto ma il suo slogan postideologico ha fatto scuola. Sì che ovviamente non è né di destra né di sinistra il candidato pentastellato Francesco Ajello, docente di economia all’Unical, due liste a sostegno e il fuoco amico di Nicola Morra contro. Ma non è né di destra né di sinistra nemmeno Pippo Callipo, imprenditore del tonno ed ex presidente regionale di Confindustria noto per il suo impegno antimafia, che dieci anni fa si era candidato con una lista “per la legalità” appoggiata da Italia dei valori (conquistando un 10 per cento sufficiente a far cadere il governatore uscente di centrosinistra e a far vincere il centrodestra), cinque anni fa aveva dato il suo appoggio al centrodestra e oggi ci riprova da indipendente appoggiato dal Pd. E non è né di destra né di sinistra Carlo Tansi, geologo ed ex capo della protezione civile regionale, tre liste civiche a sostegno che raccolgono qualche frammento della sinistra radicale ma senza sigle e senza dirlo.

Con un quadro politico di questo tipo – e una legge elettorale che con il premio di maggioranza consegna tutto il potere alla coalizione vincente, mentre esclude dalla rappresentanza le liste coalizzate che non raggiungono il 4 per cento e quelle non coalizzate che non raggiungono l’8 per cento – , è facile pronosticare, oltre a un inevitabile picco astensionista, cinque anni di governo della destra e di ulteriore destrutturazione del centrosinistra. E questo malgrado sia targato Pd il governo regionale uscente guidato da Mario Oliverio, e malgrado le percentuali dell’M5s alle politiche del 2018 (43 per cento) e alle europee (26,7 per cento): una situazione di partenza che avrebbe dovuto suggerire agli attuali contraenti del patto di governo nazionale di puntare sulla Calabria per rafforzarlo. Invece hanno fatto di tutto per demolirlo, gettando nel disorientamento gran parte del loro elettorato mai come oggi tentato dall’astensione. Come e perché sia prevalsa questa pulsione distruttiva si spiega solo risalendo alla madre di tutti i problemi, che come spesso accade nel centrosinistra italiano si chiama Pd.

Il suicidio del centrosinistra
Flashback sui precedenti. Nell’agosto scorso il Pd – in Calabria perennemente commissariato – mette definitivamente il veto sulla ricandidatura di Oliverio in nome di un non meglio precisato rinnovamento. Su Oliverio e su alcuni amministratori del suo inner circle pendono quattro inchieste della procura di Catanzaro per abuso d’ufficio e corruzione, una delle quali gravata secondo la cassazione da un “chiaro pregiudizio accusatorio” e un’altra derubricata dal gip. Ma il Pd non spiega il suo veto con motivazioni giudiziarie, né con motivazioni politiche sui meriti (uso dei fondi europei, orientamento in materia di immigrazione favorevole al modello Riace, incentivazione dell’agricoltura biologica, del recupero dei borghi abbandonati, della produzione culturale) e sui demeriti (programmazione, sanità, strapotere del “cerchio magico” del governatore) dell’amministrazione uscente. Si capisce che la parola d’ordine del rinnovamento, e il rifiuto di indire le primarie, hanno a che fare con il cambiamento del clima politico nazionale: caduto il governo giallo-verde e nato quello giallo-rosa, il Pd di Zingaretti punta a un’alleanza stabile con l’M5s, di cui le regionali dovrebbero essere il laboratorio. Per la Calabria non serve più un uomo di partito ma un candidato “della società civile”, cioè un imprenditore come in Umbria, magari scelto dai cinque stelle e comunque più trasversale possibile.

Si sa com’è andata a finire: fallito l’esperimento unitario in Umbria, l’M5s decide di correre da solo sia in Emilia sia in Calabria. L’ottima idea di candidare l’editore Florindo Rubbettino naufraga nel giro di poche ore per il rifiuto dell’M5s di appoggiarlo, come pure quella inspiegabile di lanciare Maurizio Talarico che ha il solo merito di produrre le cravatte preferite da Giuseppe Conte, e infine il Pd atterra su Callipo, sempre nella speranza vana di riacchiappare i cinque stelle che invece perseverano su Ajello, mentre Oliverio resta a sua volta in campo fino a quando il suo partito non minaccia di espellerlo e la procura di Catanzaro non torna a colpire alcuni suoi collaboratori molto prossimi. Fallisce nel frattempo anche il tentativo in extremis della coordinatrice regionale delle sardine Jasmine Cristallo di far fare a tutti un passo indietro per trovare una candidatura unitaria e rappresentativa della società calabrese più giovane, più lontana dalle vecchie logiche e dai vecchi stereotipi, più capace di riportare a casa esperienze e competenze maturate anche altrove. Ma salvo la disponibilità di Oliverio ciascuno prosegue per la sua strada e Zingaretti, che fino a questo punto della storia in Calabria non ha mai messo piede, corre a benedire la candidatura dell’“uomo del riscatto e della rivoluzione civile che può liberare questa meravigliosa terra”.

Il Pd è fatto così: o segue una logica partitocratica ferrea e autoreferenziale, o si dissolve in una “società civile” che in verità conosce pochissimo assumendone, con le retoriche etiche, le derive antipolitiche. Senza nulla togliere né alle capacità imprenditoriali e all’impegno anti-’ndrangheta di Callipo né alla rivoluzione civile che magari scoppiasse, motivare in questo modo una candidatura a governatore significa in un colpo solo dichiarare la bancarotta del centrosinistra uscente, ingabbiare la Calabria nella rappresentazione di un territorio sequestrato dalla criminalità in cui gran parte dell’elettorato giustamente non si riconosce, glissare con la retorica del riscatto sulle politiche di cui la regione necessita urgentemente per liberarsi dai suoi record negativi, nonché dalle cosche che su quei record negativi proliferano e speculano. Ma di politiche, e di politica, dalle parti del centrosinistra in campagna elettorale si parla poco o niente. E se invece si parla solo di legalità e di civismo antimafia si sa che c’è sempre qualcuno che ha più titolo per parlarne: le procure per esempio.

Gratteri a Twin Peaks
La maxi inchiesta “Rinascita-Scott” di Gratteri sulla ’ndrangheta vibonese piomba sull’opinione pubblica calabrese il 19 dicembre 2019, quando mancano ancora dieci giorni alla scadenza per la presentazione delle liste. Più di 400 indagati, 334 misure cautelari (un terzo delle quali già revocate o riformate dal gip o dal tribunale della libertà: tra queste gli arresti domiciliari e il divieto di dimora richiesti dalla procura rispettivamente per Luigi Incarnato e Nicola Adamo, i collaboratori di Oliverio di cui sopra), 15 milioni di beni sequestrati, tremila militari impiegati. E un teorema suffragato dalle dichiarazioni di alcuni pentiti e da una mole di intercettazioni accumulata in tre anni di indagini: la ’ndrangheta, multinazionale del crimine esportata dalla Calabria in tutto il mondo, è un’organizzazione che agisce su più livelli – intimidatorio, imprenditoriale, finanziario, politico – grazie a una fitta rete di complicità e intermediazioni che fanno capo alla massoneria (legale e “deviata”) e infiltrano le professioni, l’amministrazione pubblica, le banche, il ceto politico e non ultimi i tribunali.

Il teorema in verità non è nuovo: è il medesimo su cui nella stessa procura di Catanzaro lavorò anni fa l’allora giovane sostituto Luigi De Magistris, bloccato dal suo procuratore capo e da un conflitto interno alla magistratura che lo stesso De Magistris ha ricostruito dettagliatamente all’indomani dell’annuncio dell’inchiesta di Gratteri. Ma oggi il contesto è diverso, e non solo perché stavolta Gratteri è il capo di se stesso e ha il suo ufficio dalla sua parte, ma perché è cambiata, nella regione e nel capoluogo, la percezione della gravità e della pervasività del fenomeno ’ndranghetista. Per la prima volta, a Vibo una manifestazione spontanea festeggia la retata contro una delle cosche più potenti e radicate della regione: è il segno di un sentimento di liberazione e di un desiderio di legalità, ma è un segno doppio, com’è doppio quello della manifestazione di sabato scorso in sostegno di Gratteri, perché non c’è mai da festeggiare troppo quando un’esigenza di libertà si esprime solo attraverso il linguaggio penale e il desiderio di legalità si affida solo a un procuratore. E c’è da festeggiare ancora meno se il procuratore in questione riceve in pompa magna e in piena campagna elettorale l’ex ministro dell’interno e accetta di diventarne un’icona da sbandierare.

Tutto del resto è doppio in questa storia, come a Twin Peaks. Prima che scatti la “Rinascita-Scott” il capoluogo della regione è già ferito da “Gettonopoli”, un’altra inchiesta della procura che mette sotto indagine l’intero consiglio comunale per le truffe consumate da alcuni consiglieri incassando gettoni e rimborsi non dovuti per l’attività simulata nelle commissioni permanenti: l’inchiesta, su cui “l’ottimo amministratore” Abramo tace per settimane, è sacrosanta ma rischia di fare di ogni erba un fascio e di gettare l’ombra del sospetto anche sui consiglieri del movimento Cambiavento, l’unica forza di opposizione che abbia delineato negli ultimi anni un’alternativa praticabile per la città.

Ma quando esplode l’inchiesta anti-’ndrangheta la ferita diventa una voragine. Di fronte all’arresto e alla pesantezza degli addebiti che incombono su una figura chiave dell’inchiesta – Giancarlo Pittelli, avvocato molto radicato in città, ex parlamentare di Forza Italia traslocato in Fratelli d’Italia, già coinvolto e prosciolto nell’inchiesta di De Magistris, cui Gratteri attribuisce ora il ruolo di intermediario tra la cosca Mancuso, la massoneria, il mondo degli affari e la magistratura – il capoluogo oscilla tra l’indignazione e l’incredulità. Gratteri è l’uomo giusto nel posto giusto al momento giusto per alcuni, è l’ennesimo caso di protagonismo mediatico dei pubblici ministeri per altri. C’è chi abbraccia il suo teorema e chi ribatte che, come diceva Sciascia, “se tutto è mafia niente è mafia”. C’è chi in nome del garantismo ne contesta i metodi – arresti a strascico sovente revocati, conferenze stampa sopra le righe, propositi rivoluzionari inappropriati, diritti degli indagati incerti – e c’è chi in nome del garantismo replica che a calpestare i diritti di chiunque è la ’ndrangheta e non chi la combatte. Sfugge agli uni e agli altri che proprio il significato del garantismo è una delle poste in gioco della “Rinascita-Scott”, Pittelli essendo un esempio paradigmatico della torsione di senso che il garantismo ha subìto in epoca berlusconiana diventando innocentismo e pretesa impunità. E sfugge a chi guarda da fuori quello che avviene in Calabria, il cambiamento nella percezione della ’ndrangheta che l’inchiesta di Gratteri provoca soprattutto nella borghesia urbana: una mafia non più solo locale-globale, cioè radicata in territori arcaici e ramificata in mezzo mondo, ma infiltrata nel tuo posto di lavoro e nella scrivania di fianco alla tua.

L’effetto finale è di uno sgomento e di un disorientamento che non trova sedi di elaborazione politica collettiva, perché la campagna elettorale per le regionali parla d’altro o di nulla mentre i media si infilano a modo loro in questo vuoto. Nel silenzio generale delle televisioni nazionali, pubbliche e private, sulle regionali calabresi La 7, che non fa eccezione a questa regola salvo i viaggi di Zoro lungo la statale jonica, manda in onda un servizio su “Gettonopoli” che meritoriamente fa luce sulle truffe, ma all’interno del solito frame narrativo che riduce la regione e il capoluogo a un’accozzaglia di corrotti e incompetenti, senza rendere conto di quanti all’andazzo dominante si oppongono o sono estranei. Lo scandalo mediatico accelera le dimissioni già decise degli esponenti di Cambiavento dal consiglio comunale di Catanzaro, cui si accodano quelle minacciate, ma non ancora formali del gruppo di Forza Italia che coglie l’occasione per una resa dei conti con “l’ottimo amministratore” ex forzista ora sedotto da Salvini. Anche il capoluogo corre dunque con ogni probabilità verso nuove elezioni, e il cerchio si chiude dove l’avevamo lasciato aperto, sulla finta compattezza iniettata di veleni interni del centrodestra che il 26 gennaio con ogni probabilità celebrerà la conquista della Cittadella regionale.

La normalità senza rappresentazione
Tra la politica latitante, le procure iperattive e i media che costruiscono e riproducono l’immagine di una Calabria criminogena e fuori dal mondo e dal tempo si chiude lo spazio della rappresentazione di tutto quello che c’è in mezzo: problemi, risorse e normalità di una regione che soffre in primo luogo di una narrazione parziale, schiacciata sullo stigma dell’eccezione e dell’emergenza continua. I problemi, fatti i conti, si riducono a due: l’esodo dei giovani che emigrano per mancanza di lavoro e non trovano più ad accoglierli il paradiso della grande industria fordista degli anni cinquanta ma il purgatorio della precarietà neoliberista di oggi; e la cittadinanza dimezzata di chi resta, che con buona pace dei fautori dell’autonomia differenziata paga le tasse come si pagano, o non si pagano, in tutta Italia ma ne riceve in cambio la metà dei servizi (sanità, trasporti, istruzione), degli investimenti e delle infrastrutture del resto d’Italia.

La st​rada statale 106 Jonica tra Bova Marina e Palizzi, dicembre 2019. (Giovanni Pulice, Contrasto)

AMMINISTRATIVE 2020

Senza politica. La Calabria al voto

Ida Dominijanni, giornalista24 gennaio 2020FacebookTwitterEmailPrint

Paragonate nientedimeno che alla battaglia di Stalingrado se vincerà Bonaccini, alla caduta del Muro di Berlino se vincerà Borgonzoni, le elezioni regionali in Emilia-Romagna sono molto coccolate dai media da almeno sei mesi. Abbiamo dovuto aspettare invece metà dicembre perché ai titoli sulla disfida di Bologna venisse aggiunta la laconica informazione che il 26 gennaio si vota anche in Calabria, e l’inchiesta anti-’ndrangheta di Nicola Gratteri perché della Calabria si tornasse a parlare, salvo rare e meritorie eccezioni, secondo la consueta sceneggiatura del genere “Guardie e ladri”. Ma se in Emilia-Romagna la posta in gioco è la fine del modello socialdemocratico ex comunista, in Calabria è la fine della politica tout court. E dunque, a dispetto dell’onorevole Giorgetti che dichiara candidamente nello studio di Otto e mezzo che “della Calabria non importa niente a nessuno” senza che nessuno in studio muova un sopracciglio, converrebbe buttarci un occhio più attento e più preoccupato.

Un’offerta politica desolante
Alla contesa per il governo della regione partecipano quattro candidati alla presidenza sostenuti da un totale di 14 liste, e l’aggettivo più in voga per definire il quadro complessivo dell’offerta politica è “desolante”. Jole Santelli, berlusconiana della prima ora, deputata di Forza Italia alla quinta legislatura, ex sottosegretaria alla giustizia, è riuscita con la benedizione di Berlusconi a unificare un centrodestra che si era diviso sul nome del sindaco di Cosenza Mario Occhiuto, prescelto inizialmente da Berlusconi malgrado le indagini giudiziarie pendenti, ma bloccato da Salvini, e su quello del sindaco di Catanzaro Sergio Abramo, ex forzista da poco avvicinatosi alla Lega e beatificato come “ottimo amministratore” dall’ex ministro dell’interno nel corso del suo blitz elettorale calabrese – una definizione che fa sobbalzare chi quell’amministrazione la sperimenta ogni giorno ma che vale la promessa di un assessorato nella prossima giunta regionale.

Santelli, che non fa mistero di dover combattere con un serio problema di salute, è sostenuta da sei liste (FI, Lega, FdI, Udc e due civiche) bene infarcite di clientele nonché di transfughi dal centrosinistra, e ha dalla sua i sondaggi ma non la fama: circolano in rete tracce delle clamorose gaffe accumulate nella sua carriera, dalla definizione dell’Isis come “l’agenzia americana contro il terrorismo internazionale” alle battute sui neri “che non hanno bisogno di truccarsi”, pallida imitazione di quelle più note di Berlusconi su Obama “bello e abbronzato” o di quelle che Salvini ha sparato pochi giorni fa a Riace sui migranti come “turisti che non pagano”. Al di là della compattezza di facciata della coalizione, l’impressione è di una candidata alla presidenza – la prima donna in una regione del sud – incapsulata in un gioco cinico e tutto maschile che per un verso punta sull’apporto di voti delle cordate più forti sul territorio, per l’altro affida all’icona nazionale di Salvini il rilancio del brand del centrodestra. Ma lo stesso Salvini, che ha battuto l’Emilia-Romagna palmo a palmo, ha riservato alla Calabria giusto il tempo di un paio di blitz, trovando ad accoglierlo piazze tutt’altro che oceaniche e contestazioni ovunque. Per quanto attrattiva sia la sua immagine di uomo forte, per quanto abile sia la sua capacità di spacciarsi per un prode combattente anti-’ndrangheta o di improvvisarsi un perfetto conoscitore delle risorse dell’agricoltura e della pesca locali contro i soprusi di Bruxelles, per quanto possa funzionare la sua sostituzione dell’antimeridionalismo leghista delle origini con la fobia antimigranti, l’ipotesi che l’estremo sud dello Stivale si consegni a una destra a trazione leghista continua a sembrare surreale.

Di contro alla compattezza, sia pure di facciata, del centrodestra c’è la frammentazione dell’altro campo. Che è improprio definire di sinistra o di centrosinistra visto che nessuno dei tre candidati in lizza si definisce tale, anzi tutti e tre marciano all’insegna del “né né”, né di destra né di sinistra: il Movimento cinque stelle sarà pure al tramonto ma il suo slogan postideologico ha fatto scuola. Sì che ovviamente non è né di destra né di sinistra il candidato pentastellato Francesco Ajello, docente di economia all’Unical, due liste a sostegno e il fuoco amico di Nicola Morra contro. Ma non è né di destra né di sinistra nemmeno Pippo Callipo, imprenditore del tonno ed ex presidente regionale di Confindustria noto per il suo impegno antimafia, che dieci anni fa si era candidato con una lista “per la legalità” appoggiata da Italia dei valori (conquistando un 10 per cento sufficiente a far cadere il governatore uscente di centrosinistra e a far vincere il centrodestra), cinque anni fa aveva dato il suo appoggio al centrodestra e oggi ci riprova da indipendente appoggiato dal Pd. E non è né di destra né di sinistra Carlo Tansi, geologo ed ex capo della protezione civile regionale, tre liste civiche a sostegno che raccolgono qualche frammento della sinistra radicale ma senza sigle e senza dirlo.

Con un quadro politico di questo tipo – e una legge elettorale che con il premio di maggioranza consegna tutto il potere alla coalizione vincente, mentre esclude dalla rappresentanza le liste coalizzate che non raggiungono il 4 per cento e quelle non coalizzate che non raggiungono l’8 per cento – , è facile pronosticare, oltre a un inevitabile picco astensionista, cinque anni di governo della destra e di ulteriore destrutturazione del centrosinistra. E questo malgrado sia targato Pd il governo regionale uscente guidato da Mario Oliverio, e malgrado le percentuali dell’M5s alle politiche del 2018 (43 per cento) e alle europee (26,7 per cento): una situazione di partenza che avrebbe dovuto suggerire agli attuali contraenti del patto di governo nazionale di puntare sulla Calabria per rafforzarlo. Invece hanno fatto di tutto per demolirlo, gettando nel disorientamento gran parte del loro elettorato mai come oggi tentato dall’astensione. Come e perché sia prevalsa questa pulsione distruttiva si spiega solo risalendo alla madre di tutti i problemi, che come spesso accade nel centrosinistra italiano si chiama Pd.

Il suicidio del centrosinistra
Flashback sui precedenti. Nell’agosto scorso il Pd – in Calabria perennemente commissariato – mette definitivamente il veto sulla ricandidatura di Oliverio in nome di un non meglio precisato rinnovamento. Su Oliverio e su alcuni amministratori del suo inner circle pendono quattro inchieste della procura di Catanzaro per abuso d’ufficio e corruzione, una delle quali gravata secondo la cassazione da un “chiaro pregiudizio accusatorio” e un’altra derubricata dal gip. Ma il Pd non spiega il suo veto con motivazioni giudiziarie, né con motivazioni politiche sui meriti (uso dei fondi europei, orientamento in materia di immigrazione favorevole al modello Riace, incentivazione dell’agricoltura biologica, del recupero dei borghi abbandonati, della produzione culturale) e sui demeriti (programmazione, sanità, strapotere del “cerchio magico” del governatore) dell’amministrazione uscente. Si capisce che la parola d’ordine del rinnovamento, e il rifiuto di indire le primarie, hanno a che fare con il cambiamento del clima politico nazionale: caduto il governo giallo-verde e nato quello giallo-rosa, il Pd di Zingaretti punta a un’alleanza stabile con l’M5s, di cui le regionali dovrebbero essere il laboratorio. Per la Calabria non serve più un uomo di partito ma un candidato “della società civile”, cioè un imprenditore come in Umbria, magari scelto dai cinque stelle e comunque più trasversale possibile.

Si sa com’è andata a finire: fallito l’esperimento unitario in Umbria, l’M5s decide di correre da solo sia in Emilia sia in Calabria. L’ottima idea di candidare l’editore Florindo Rubbettino naufraga nel giro di poche ore per il rifiuto dell’M5s di appoggiarlo, come pure quella inspiegabile di lanciare Maurizio Talarico che ha il solo merito di produrre le cravatte preferite da Giuseppe Conte, e infine il Pd atterra su Callipo, sempre nella speranza vana di riacchiappare i cinque stelle che invece perseverano su Ajello, mentre Oliverio resta a sua volta in campo fino a quando il suo partito non minaccia di espellerlo e la procura di Catanzaro non torna a colpire alcuni suoi collaboratori molto prossimi. Fallisce nel frattempo anche il tentativo in extremis della coordinatrice regionale delle sardine Jasmine Cristallo di far fare a tutti un passo indietro per trovare una candidatura unitaria e rappresentativa della società calabrese più giovane, più lontana dalle vecchie logiche e dai vecchi stereotipi, più capace di riportare a casa esperienze e competenze maturate anche altrove. Ma salvo la disponibilità di Oliverio ciascuno prosegue per la sua strada e Zingaretti, che fino a questo punto della storia in Calabria non ha mai messo piede, corre a benedire la candidatura dell’“uomo del riscatto e della rivoluzione civile che può liberare questa meravigliosa terra”.

Il palazzo di giustizia in costruz​ione, Reggio Calabria, dicembre 2019. - Giovanni Pulice, Contrasto
Il palazzo di giustizia in costruz​ione, Reggio Calabria, dicembre 2019. (Giovanni Pulice, Contrasto)

Il Pd è fatto così: o segue una logica partitocratica ferrea e autoreferenziale, o si dissolve in una “società civile” che in verità conosce pochissimo assumendone, con le retoriche etiche, le derive antipolitiche. Senza nulla togliere né alle capacità imprenditoriali e all’impegno anti-’ndrangheta di Callipo né alla rivoluzione civile che magari scoppiasse, motivare in questo modo una candidatura a governatore significa in un colpo solo dichiarare la bancarotta del centrosinistra uscente, ingabbiare la Calabria nella rappresentazione di un territorio sequestrato dalla criminalità in cui gran parte dell’elettorato giustamente non si riconosce, glissare con la retorica del riscatto sulle politiche di cui la regione necessita urgentemente per liberarsi dai suoi record negativi, nonché dalle cosche che su quei record negativi proliferano e speculano. Ma di politiche, e di politica, dalle parti del centrosinistra in campagna elettorale si parla poco o niente. E se invece si parla solo di legalità e di civismo antimafia si sa che c’è sempre qualcuno che ha più titolo per parlarne: le procure per esempio.

Gratteri a Twin Peaks
La maxi inchiesta “Rinascita-Scott” di Gratteri sulla ’ndrangheta vibonese piomba sull’opinione pubblica calabrese il 19 dicembre 2019, quando mancano ancora dieci giorni alla scadenza per la presentazione delle liste. Più di 400 indagati, 334 misure cautelari (un terzo delle quali già revocate o riformate dal gip o dal tribunale della libertà: tra queste gli arresti domiciliari e il divieto di dimora richiesti dalla procura rispettivamente per Luigi Incarnato e Nicola Adamo, i collaboratori di Oliverio di cui sopra), 15 milioni di beni sequestrati, tremila militari impiegati. E un teorema suffragato dalle dichiarazioni di alcuni pentiti e da una mole di intercettazioni accumulata in tre anni di indagini: la ’ndrangheta, multinazionale del crimine esportata dalla Calabria in tutto il mondo, è un’organizzazione che agisce su più livelli – intimidatorio, imprenditoriale, finanziario, politico – grazie a una fitta rete di complicità e intermediazioni che fanno capo alla massoneria (legale e “deviata”) e infiltrano le professioni, l’amministrazione pubblica, le banche, il ceto politico e non ultimi i tribunali.

Il teorema in verità non è nuovo: è il medesimo su cui nella stessa procura di Catanzaro lavorò anni fa l’allora giovane sostituto Luigi De Magistris, bloccato dal suo procuratore capo e da un conflitto interno alla magistratura che lo stesso De Magistris ha ricostruito dettagliatamente all’indomani dell’annuncio dell’inchiesta di Gratteri. Ma oggi il contesto è diverso, e non solo perché stavolta Gratteri è il capo di se stesso e ha il suo ufficio dalla sua parte, ma perché è cambiata, nella regione e nel capoluogo, la percezione della gravità e della pervasività del fenomeno ’ndranghetista. Per la prima volta, a Vibo una manifestazione spontanea festeggia la retata contro una delle cosche più potenti e radicate della regione: è il segno di un sentimento di liberazione e di un desiderio di legalità, ma è un segno doppio, com’è doppio quello della manifestazione di sabato scorso in sostegno di Gratteri, perché non c’è mai da festeggiare troppo quando un’esigenza di libertà si esprime solo attraverso il linguaggio penale e il desiderio di legalità si affida solo a un procuratore. E c’è da festeggiare ancora meno se il procuratore in questione riceve in pompa magna e in piena campagna elettorale l’ex ministro dell’interno e accetta di diventarne un’icona da sbandierare.

Tutto del resto è doppio in questa storia, come a Twin Peaks. Prima che scatti la “Rinascita-Scott” il capoluogo della regione è già ferito da “Gettonopoli”, un’altra inchiesta della procura che mette sotto indagine l’intero consiglio comunale per le truffe consumate da alcuni consiglieri incassando gettoni e rimborsi non dovuti per l’attività simulata nelle commissioni permanenti: l’inchiesta, su cui “l’ottimo amministratore” Abramo tace per settimane, è sacrosanta ma rischia di fare di ogni erba un fascio e di gettare l’ombra del sospetto anche sui consiglieri del movimento Cambiavento, l’unica forza di opposizione che abbia delineato negli ultimi anni un’alternativa praticabile per la città.

Ma quando esplode l’inchiesta anti-’ndrangheta la ferita diventa una voragine. Di fronte all’arresto e alla pesantezza degli addebiti che incombono su una figura chiave dell’inchiesta – Giancarlo Pittelli, avvocato molto radicato in città, ex parlamentare di Forza Italia traslocato in Fratelli d’Italia, già coinvolto e prosciolto nell’inchiesta di De Magistris, cui Gratteri attribuisce ora il ruolo di intermediario tra la cosca Mancuso, la massoneria, il mondo degli affari e la magistratura – il capoluogo oscilla tra l’indignazione e l’incredulità. Gratteri è l’uomo giusto nel posto giusto al momento giusto per alcuni, è l’ennesimo caso di protagonismo mediatico dei pubblici ministeri per altri. C’è chi abbraccia il suo teorema e chi ribatte che, come diceva Sciascia, “se tutto è mafia niente è mafia”. C’è chi in nome del garantismo ne contesta i metodi – arresti a strascico sovente revocati, conferenze stampa sopra le righe, propositi rivoluzionari inappropriati, diritti degli indagati incerti – e c’è chi in nome del garantismo replica che a calpestare i diritti di chiunque è la ’ndrangheta e non chi la combatte. Sfugge agli uni e agli altri che proprio il significato del garantismo è una delle poste in gioco della “Rinascita-Scott”, Pittelli essendo un esempio paradigmatico della torsione di senso che il garantismo ha subìto in epoca berlusconiana diventando innocentismo e pretesa impunità. E sfugge a chi guarda da fuori quello che avviene in Calabria, il cambiamento nella percezione della ’ndrangheta che l’inchiesta di Gratteri provoca soprattutto nella borghesia urbana: una mafia non più solo locale-globale, cioè radicata in territori arcaici e ramificata in mezzo mondo, ma infiltrata nel tuo posto di lavoro e nella scrivania di fianco alla tua.

L’effetto finale è di uno sgomento e di un disorientamento che non trova sedi di elaborazione politica collettiva, perché la campagna elettorale per le regionali parla d’altro o di nulla mentre i media si infilano a modo loro in questo vuoto. Nel silenzio generale delle televisioni nazionali, pubbliche e private, sulle regionali calabresi La 7, che non fa eccezione a questa regola salvo i viaggi di Zoro lungo la statale jonica, manda in onda un servizio su “Gettonopoli” che meritoriamente fa luce sulle truffe, ma all’interno del solito frame narrativo che riduce la regione e il capoluogo a un’accozzaglia di corrotti e incompetenti, senza rendere conto di quanti all’andazzo dominante si oppongono o sono estranei. Lo scandalo mediatico accelera le dimissioni già decise degli esponenti di Cambiavento dal consiglio comunale di Catanzaro, cui si accodano quelle minacciate, ma non ancora formali del gruppo di Forza Italia che coglie l’occasione per una resa dei conti con “l’ottimo amministratore” ex forzista ora sedotto da Salvini. Anche il capoluogo corre dunque con ogni probabilità verso nuove elezioni, e il cerchio si chiude dove l’avevamo lasciato aperto, sulla finta compattezza iniettata di veleni interni del centrodestra che il 26 gennaio con ogni probabilità celebrerà la conquista della Cittadella regionale.

La normalità senza rappresentazione
Tra la politica latitante, le procure iperattive e i media che costruiscono e riproducono l’immagine di una Calabria criminogena e fuori dal mondo e dal tempo si chiude lo spazio della rappresentazione di tutto quello che c’è in mezzo: problemi, risorse e normalità di una regione che soffre in primo luogo di una narrazione parziale, schiacciata sullo stigma dell’eccezione e dell’emergenza continua. I problemi, fatti i conti, si riducono a due: l’esodo dei giovani che emigrano per mancanza di lavoro e non trovano più ad accoglierli il paradiso della grande industria fordista degli anni cinquanta ma il purgatorio della precarietà neoliberista di oggi; e la cittadinanza dimezzata di chi resta, che con buona pace dei fautori dell’autonomia differenziata paga le tasse come si pagano, o non si pagano, in tutta Italia ma ne riceve in cambio la metà dei servizi (sanità, trasporti, istruzione), degli investimenti e delle infrastrutture del resto d’Italia.L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LA PUBBLICITÀabout:blank

Le risorse, oscurate ma molto meno marginali di quanto si creda, sono le nuove imprese di qualità che crescono soprattutto nell’agroalimentare e nell’agricoltura biologica, nel terziario knowledge-intensive, nel turismo culturale, nel tessile (una recente inchiesta di Symbola, la fondazione per le qualità italiane, ne censisce 150); un terzo settore soprattutto cattolico che supplisce egregiamente a molte carenze dello stato sociale; isole d’eccellenza nelle università e persino nella tanto vituperata sanità; e ancora, i giovani che tornano per mettere a valore nella terra d’origine le esperienze formative fatte all’estero, i borghi che si ripopolano di migranti come la Riace di Lucano o di cittadini nordeuropei che scoprono i microclimi del sud, il cinema di giovani registi strepitosi come Jonas Carpignano, Michelangelo Frammartino, Alice Rohrwacher che girano in Calabria al di fuori del copione della ’ndrangheta, i romanzi di Domenico Dara e di Sonia Serazzi e dei Lou Palanca. La normalità infine è quella della vita quotidiana in una regione che non è il far west ma un posto dove si vive e si muore, si lavora e si va in vacanza, si leggono libri, si va al cinema e a teatro come nel resto d’Italia e del mondo, ma a differenza del resto del mondo questa normalità resta senza rappresentazione.

Non è la retorica della “Calabria che resiste” contrapposta a quella della Calabria criminale e ultima in classifica nella scala della ricchezza. La Calabria è una realtà contraddittoria, ridisegnata dall’esaurimento del rapporto funzionale tra sviluppo e sottosviluppo degli anni gloriosi del capitalismo italiano e dal trionfo dell’etica del “ciascuno faccia per sé” che in epoca neoliberale ha spaccato l’Italia fino alla secessione dei ricchi. Leggere queste contraddizioni creativamente e con in testa un’idea di futuro sarebbe compito della politica. Se solo ci fosse.

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Cartoline da un decennio

(Pubblicato su Internazionale il 31/12/2019)

All’ingresso negli anni venti del secolo scorso furono le flapper, donne giovani, indipendenti e anticonformiste, a imprimere il segno della gioia di vivere su un decennio che si sarebbe poi colorato di tinte funeree. Finita la grande guerra che le aveva emancipate forzosamente mettendole al lavoro al posto degli uomini spediti al fronte, scorciarono le gonne, si tagliarono i capelli e decisero che era venuto il momento di invadere la città e di godersi la vita, a costo di scandalizzare tutti i benpensanti dell’occidente che con quel termine, flapper, le stigmatizzavano come ragazzine di troppo facili costumi. Cominciava così, fra il gioco e la necessità, quella mutazione della specie che avrebbe smantellato il monopolio maschile della felicità pubblica e che da allora in poi non si è mai arrestata, dilagando dall’occidente a tutte le latitudini del pianeta.

Un secolo dopo delle flapper non c’è più bisogno: le cattive ragazze sono dappertutto, con gli orli e i capelli corti o lunghi, con desideri espliciti e ambizioni autorizzate, anche se la specie non ha ancora fatto i conti con questa mutazione e non manca di resisterle. Eppure sono di nuovo le donne a dare il segno del mutamento e della felicità pubblica a un passaggio di decennio per lo più marcato dall’incertezza e da passioni tristi.

I decenni, si sa, sono come il bicchiere del proverbio: li si può vedere mezzi vuoti o mezzi pieni. Di quello che sta per chiudersi è più facile enumerare i vuoti che i pieni, i moti retrogradi che gli sprazzi di futuro, i capovolgimenti inattesi che le promesse mantenute. Anche stavolta, intanto, c’è stata una grande guerra, non militare ma economica, con il suo corredo di morti, feriti, azzoppati, declassati, impoveriti, illividiti; qui in Europa non ne siamo ancora fuori, tanto meno in Italia, ed è pressoché certo che qui le cose non torneranno mai più com’erano prima e altrove chissà, se alla crisi economica aggiungiamo quella ambientale che toglie il respiro anche a quelle parti della terra dove il motore della crescita gira vorticosamente.

C’è una crisi demografica, che precipita l’Europa in una vecchiaia senza ritorno a meno che non apra ai popoli che vengono dal sud quelle porte che oggi si ostina a tenere chiuse. C’è una crisi democratica, che capovolge in rancore l’illusione che la democrazia avrebbe messo tutto il mondo a regime e ne scombina tutti i piani, con capi impresentabili che spuntano ovunque e popoli gregari che ne inseguono false promesse e velleità di potenza. C’è una crisi tecnologica, anche qui con un rovesciamento del miraggio egualitario della rete nella presa d’atto dei suoi dispositivi gerarchici di sorveglianza, controllo, estrazione di lavoro e di valore. C’è una crisi, perfino, epistemologica, con l’appannarsi del confine fra vero e falso, informazione e fake news, lumi della ragione e buio delle credenze, che erode il nocciolo stesso dell’autodeterminazione e ci mette tutti nella condizione dell’angelo di Benjamin, con il futuro alle spalle e il progresso ridotto a una montagna di macerie. E potremmo chiuderla qui, con l’immagine di un decennio avvolto nella parola “crisi” variamente declinata ma riassumibile sotto il nome di crisi del neoliberalismo, e senza che se ne vedano le soluzioni o l’uscita.

Eppure, il bicchiere si può rovesciare, come fa Rebecca Solnit sul Guardian, invitandoci a guardare le cose da un’altra prospettiva. Perché proprio questa infilata di crisi ci ha aperto gli occhi, trasformando la disillusione non sempre in rancore, paura e nostalgia ma anche in rivolta, resistenza, immaginazione del futuro. Guardato da questa prospettiva, il decennio è attraversato da un filo rosso di movimenti che non smettono di ripresentarsi da ogni parte del mondo: Occupy Wall street, le primavere arabe, Black lives matter, il movimento sul cambiamento climatico dall’Artico all’Equatore, le piazze gremite degli ultimi mesi in America Latina, i gilet gialli in Francia. E il femminismo di ultima generazione dappertutto, dal Cile al Messico, dal Giappone alla Corea del Sud, dall’Europa all’India, dal Pakistan al Kenia, e da Hollywood alle periferie più sofferenti: una rivolta dentro la rivolta, come da sempre il femminismo si presenta, ad ammonire che non c’è ribellione contro la finanza, contro il capitalismo delle piattaforme, contro i dittatori, contro le polizie, contro i fondamentalismi, contro il razzismo, contro lo sfruttamento mortifero della natura, che non passi per lo smantellamento delle strutture profonde del dominio sessuale e per la tessitura di una diversa trama dell’io, del noi, delle relazioni umane. Non c’è uscita dalla razionalità neoliberale, che ha ridisegnato l’antropologia politica del mondo mettendo sul trono un individuo tanto proprietario, narcisista e competitivo quanto deprivato, isolato e infelice, senza ritessere la trama delle alleanze intersezionali fra quante e quanti in quell’individuo non si riconoscono.

Conosciamo le obiezioni: questi movimenti spuntano e passano, non vincono, sono poca cosa rispetto alle torsioni verso destra dei popoli e degli elettorati. Ma i movimenti non vincono le elezioni, cambiano la testa e il cuore di chi li fa e di chi ne è contagiato; scavano in profondità, aprono l’immaginazione del presente e del futuro, rimettono al mondo la felicità pubblica dove imperano le passioni tristi; rilanciano il desiderio di politica dove la politica costituita agonizza; modificano, appunto, la prospettiva. Sotto questa prospettiva, la visione del decennio cambia: l’infilata delle crisi diventa un generatore imprevedibile di soggettività, e l’icona che meglio la condensa è quella di un maschio bianco impaurito che pretende di tornare sovrano erigendo barriere e confini circondato da una moltitudine di donne che glielo impediscono. Trump e il Metoo, Salvini e Carola Rackete, Putin e Olga Misik, i potenti della terra e Greta: cartoline da un decennio niente male.

Oggetto privilegiato di addomesticamento del neoliberalismo, le donne ne sono diventate la principale spina nel fianco, le frontwomen di una rivolta che i media mainstream riducono alla conta delle presidenze e delle onorificenze femminili ma che ha per posta in gioco un cambio di civiltà. Non ci sono tetti di cristallo da rompere ma basi sociali da ricostruire. Il gioco, nel decennio che verrà, si farà certamente più duro se non tragico come un secolo fa, ma giocato dalla parte giusta si annuncia anche gravido di buone promesse.

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