L’io alterato

Pubblicato su Via Dogana 3, http://www.libreriadelledonne.it, il 25/5/2020

È stata solo un sogno, un miraggio, o forse l’esplosione di un desiderio collettivo, la reazione che all’apparire del Coronavirus ha portato tante e tanti a dare per morto il capitalismo neoliberale? Quel virus biologico, spuntato non si sa ancora esattamente come e da dove, non sapevamo ancora bene quanta malattia e quanta morte avrebbe seminato, ma si capiva fin da subito che aveva la capacità di hackerare in un attimo, come un virus informatico, il sistema – produttivo, ambientale, sanitario, comunicativo – che l’aveva generato. Un microrganismo sconosciuto e tutto è andato in tilt: i sistemi sanitari devastati dai tagli alla spesa pubblica e perciò incapaci di fronteggiare l’emergenza, le linee aeree che prima scorrazzavano per il mondo globale costrette a fermarsi, le filiere della produzione di beni superflui costrette a interrompersi, i guru della finanza sovranazionale incapaci per una volta di fare previsioni, l’inquinamento, perfino, sospeso per lockdown.

Più niente sarà come prima, se n’era dedotto dando per scontato che tutto sarebbe stato meglio di prima. Invece no: tutto si avvia a tornare come prima, se non peggio di prima. Una ripartenza senza rinascita, come suggerisce Via Dogana. E senza ragionevolezza, aggiungo io. L’emergenza essendo stata sanitaria, la fragilità numero uno essendo stata quella del sistema sanitario, la risorsa numero uno essendo stata quella cura del vivente (negli ospedali, nelle case, nell’insegnamento a distanza, ma anche nei campi, nei supermercati, nelle consegne a domicilio) che ci ha mantenuti sani e salvi, sarebbe stato ragionevole “ripartire” appunto da qui: ricostruire un sistema sanitario nazionale universalistico, reinventare il welfare, mettere al mondo quella “società della cura” che scardina il primato della produzione sulla riproduzione e archivia l’etica della prestazione e della concorrenza. Invece no, si riparte dalle ragioni della produzione (di beni che nessuno comprerà) e del profitto sostenute a gran voce da Confindustria, il sistema sanitario resta com’è e per giunta senza neanche l’ombra delle “tre T” che servirebbero per domare davvero l’epidemia, il welfare resta una parola d’altri tempi, il lavoro di cura (femminile) resta senza riconoscimento e senza investimento. Come dice un mio maestro, historia non facit saltus: la storia si ripete, è solo la politica che può introdurre una discontinuità in questa ripetizione. Perché non ci sia ripartenza ma rinascita, perché dal crudele avvertimento della pandemia non si esca col ripristino di ciò che l’ha generata ma con un salto di civiltà, ci vorrà molta politica, e molto conflitto.

Perché le donne siano centrali in questo salto auspicabile e in questo conflitto inevitabile l’ho scritto con altre amiche su questo stesso sito (Salto della specie,http://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/contributi/salto-della-specie/), e per brevità non lo ripeto qui. Vorrei piuttosto ragionare sui guadagni della contingenza-virus (preferisco chiamarla così piuttosto che emergenza, termine carico di troppi significati preconcetti) che possono essere rilanciati politicamente, e sulle pratiche da attivare per fare quel lavoro di elaborazione dell’accaduto che sta a cavallo fra corpo e parola e che nessun altro farà se non lo facciamo noi.

Il guadagno della contingenza-virus sta a mio avviso in uno spostamento della soggettività che si è verificato nel contagio, quando ci siamo sentiti ciascuno/a per l’altro/a, contemporaneamente, salvezza e minaccia, portatori intenzionali di cura o potenziali di infezione, soggetti e oggetti dunque di affetti di segno opposto e indecidibile, che non sono solo nelle nostre mani ma anche in quelle del caso. È stata, è, una sorta di epifania della relazionalità del soggetto, una relazionalità non solo elettiva ma costitutiva che destabilizza l’io, lo sdoppia e lo raddoppia, ne rende porosi i confini, lo altera investendolo dell’alterità dell’altro. Per noi non è certo una novità: la relazionalità del soggetto è un caposaldo del pensiero e della pratica femminista, e in particolare Judith Butler, nei suoi scritti successivi all’11 settembre, ha messo a fuoco questa alterazione dell’io che deriva dalla sua esposizione tanto alla cura quanto alla violenza dell’altro. Ma a me pare che questa alterazione sia diventata, nel contagio, un’esperienza generalizzata e condivisa, una percezione profonda e diffusa capace di modificare il sentire e l’inconscio individuale e sociale, con effetti etici e politici di prima grandezza. Non solo nella prospettiva della società della cura, che nell’essere-per-l’altro del soggetto relazionale ha ovviamente il suo presupposto. Ma anche per i riflessi sulla concezione e la pratica della libertà, che com’è sempre più chiaro è il nocciolo del conflitto sociale che si va delineando in Italia e altrove, un conflitto in cui si fronteggiano e si fronteggeranno, ancora una volta e con espressioni più aspre ed estreme che in passato, la concezione neoliberale di una libertà egocentrata, proprietaria, orientata dal codice economico, e quella di una libertà relazionale, guadagnata politicamente, orientata dalla negoziazione fra sé e l’altro.

Proiettato sul grande schermo della scena politica nazionale e internazionale come scontro fra le destre populiste, industrialiste, suprematiste e antistataliste (l’ultima dagli Usa è la protesta libertarian “No Mask”) da un lato e dall’altro le alleanze sociali e politiche che si stanno costruendo attorno alla tutela della salute, alle pratiche della cura, al ripensamento delle funzioni dello Stato e alla produzione del comune, questo conflitto ha già contrassegnato il vissuto personale della pandemia e del lockdown secondo linee non sempre scontate o prevedibili, e probabilmente riconducibili all’esperienza singolare di ciascuna/o. Voglio dire che se anche nelle comunità intellettuali e politiche che prima della pandemia erano relativamente omogenee ci siamo poi trovate/i a dividerci sul tasso di pericolosità effettivo del coronavirus, sul lockdown come provvedimento autoritario imposto dall’alto o viceversa come pratica di autotutela voluta dal basso, sui tempi e le priorità della “riapertura”, queste divisioni hanno probabilmente a che fare con differenze non tanto o non solo ideologiche ma soprattutto esperienziali, che andrebbero raccontate e confrontate. Di che cosa abbiamo o non abbiamo avuto paura all’apparire del virus? Di chi abbiamo o non abbiamo dovuto o voluto prenderci cura? Con chi abbiamo vissuto durante il lockdown? Chi abbiamo voluto tutelare dal rischio, prima o oltre che noi stesse? Chi e che cosa abbiamo ritenuto che dovesse essere prioritariamente tutelato da parte delle istituzioni? Il confine cruciale che passa fra la rivendicazione della libertà di movimento personale e la rinuncia volontaria alla libertà di mettere a rischio gli altri passa, io credo, attraverso questi dati dell’esperienza singolare, che andrebbero raccontati e confrontati.

Entro da qui in quel lavoro al confine fra corpo e parola che dicevo sopra e che credo spetti a noi fare. L’evento-coronavirus non è stato – non è – soltanto un evento biologico, sanitario, sociale, economico, biopolitico. È stato ed è anche, e in primo luogo, un evento sensoriale, percettivo, emozionale; un evento dell’immaginario e dell’inconscio. Un’alluvione di diari della pandemia ci è piovuta sulla testa dalle pagine dei giornali, dai talk televisivi, dagli instant book già scaduti catapultati nelle librerie prim’ancora che riaprissero: diari talvolta sinceri e spiazzanti, talvolta obbedienti alle regole non scritte della narrazione mediatica mainstream, carica di buoni sentimenti, buoni propositi, buoni valori, buone maniere, abitata sempre da famiglie regolari, animata da una pedagogia fra lo sdolcinato e il paternalista. Niente mi ha colpita più delle rare testimonianze dirette della malattia, il racconto di chi è arrivato in ospedale dopo settimane di febbre, è stato sedato e intubato e racconta lo stato di sospensione fra vita e morte che ha attraversato. O più delle testimonianze strazianti del lutto mancato di chi ha perso qualcuno senza poterlo vedere, stringerli la mano, accompagnarlo nel rito della sepoltura.

Tuttavia molti tasselli mancano ancora. Che cosa ha evocato in noi l’apparizione di un microrganismo sconosciuto? Come lo collochiamo nel nostro modo di pensare il rapporto fra biologia e società, natura e storia? Quali fantasie ha scatenato in noi l’esplosione di una pandemia, che è di per sé una situazione totalizzante, dove non si dà più un altrove in cui scappare fisicamente o con l’immaginazione? Quali sentimenti di tutela, propria e altrui, e quali fobie, nevrosi, idiosincrasie scatena il rischio del contagio? Che cos’è il rischio del contagio di una malattia, per chi come noi ha sempre usato positivamente la metafora del contagio per connotare la diffusione spontanea della presa di pratiche politiche? Perché il Covid-19 mette tanta paura, malgrado il suo tasso di letalità relativamente basso? È una paura artatamente indotta, o ha a che fare propriamente con l’immaginario del contagio, e con le caratteristiche della malattia? Che cos’è una malattia che attacca il respiro, soffoca, e costringe a una incubazione e a una morte solitaria? Com’è cambiato dopo l’impatto con il Covid il nostro rapporto con la malattia, e con la potenza e l’impotenza della medicina? Com’è cambiato il nostro rapporto con la morte, di fronte a tante morti solitarie e senza conforto e alla morte ridotta, come nelle immagini dei camion di Bergamo, a problema di smaltimento? Quelle migliaia di morti senza funerale potranno mai davvero riposare, e non incombere sulla comunità dei viventi, se non troviamo il modo di celebrarne pubblicamente il lutto?

Ancora. Quali effetti ha questa situazione sul pensiero? Come si pensa, come si legge, come si scrive in una pandemia che è anche una infodemia, una situazione di totalitarismo mediatico in cui pare non ci sia spazio per pensare ad altro che al virus? Che cosa significa per il nostro apparato sensoriale indossare la mascherina, portare gli occhiali per non infettare gli occhi, infilare le mani nei guanti o lavarsele in continuazione? Che cosa significa smettere di toccare le amiche, gli amici, i familiari, o temere di toccare un o una amante? Che cos’è il sesso, in tempi di pandemia? Quali segnali ci ha mandato in questi mesi l’inconscio? Che cosa abbiamo sognato, che cosa sogniamo? Che cosa non vediamo l’ora di riprendere della nostra vita precedente, e che cosa non vorremmo mai più riprendere? In che cosa la nostra vita precedente ci aveva già preparati alla distanza, alla de-sensorializzazione, alla de-sessualizzazione, alla virtualizzazione delle relazioni? Quanto contavano e come parlavano i corpi prima, quanto contano e come parlano adesso? Quanto ci siamo mancate non potendoci riunire in presenza, e quanto invece ci siamo state presenti pur nella distanza?

Sono questi i dati dell’esperienza che dovremmo “tracciare”, per sottrarre l’esperienza al “governo dei numeri” e dei big data che la riduce a statistica e ad algoritmo. Qualcuna ha già cominciato a farlo: ad esempio il collettivo Anonima Sognatrici, che raccoglie in una app i sogni fatti durante la quarantena da chiunque voglia condividerli (il progetto e l’app su Erbacce del 17/5/20). E bisognerà continuare, per “ripartire” a nostra volta con quella pratica di messa in parola dell’esperienza e di sondaggio dell’inconscio che oggi più che mai vanno riattivate per significare a partire da noi l’evento-coronavirus.

Con le mie ultime due domande sono già entrata in quella che si pone Via Dogana a proposito del rapporto, o della tensione, fra i processi accelerati di informatizzazione (del lavoro, della scuola a distanza, delle riunioni sulle piattaforme, dei consumi culturali in streaming) e l’importanza irrinunciabile della corporeità, della fisicità e delle relazioni in presenza. Il tema si annuncia fra quelli che domineranno il dibattito pubblico del dopo-pandemia, perché da un lato il capitalismo farà dell’investimento tecnologico la principale leva di risparmio dei costi e di intensificazione dello sfruttamento del lavoro, dall’altro le resistenze antitecnologiche assumeranno toni sempre più apocalittici (ho appena letto l’equazione che un noto filosofo italiano stabilisce fra i docenti che oggi accettano la didattica a distanza e e quelli che nel 1931 giurarono fedeltà al fascismo).

In verità nel trattamento della pandemia io non lamento un eccesso ma semmai un deficit di dispiegamento di potenza tecnologica, visto che in tutto l’occidente (diverso è il caso di paesi come Taiwan, Singapore, Corea del Sud) non abbiamo trovato altro mezzo che quello medievale del lockdown per frenare l’avanzata del coronavirus, in barba a decenni di competenze accumulate su come isolare i virus informatici. Il tema della pervasività tecnologica va comunque articolato attentamente, senza farsi travolgere da un immaginario pregiudiziale che rischia di confondere piani ed effetti di segno diverso, e di prendere per svolte radicali processi che erano già dispiegati ben prima della pandemia (mi ha lasciato esterrefatta la diffidenza verso l’app di segnalazione e tracciamento della positività, avanzata in nome della sacralità dei dati personali da chi magari i propri dati li cede da anni su Facebook a fini commerciali). È indubbio che la pandemia sia un’ottima occasione per mettere a frutto e implementare tecnologie di sorveglianza (sovente già sperimentate contro il terrorismo) contro le quali bisognerà vigilare e forse ribellarsi. Diverso è a mio avviso il discorso per le piattaforme di condivisione a distanza. Per quanto anch’esse siano infarcite di rischi di ogni genere (commercializzazione dei dati, sfruttamento delle emozioni, de-corporeizzazione delle relazioni), non sarei onesta se non ammettessi quanto abbiano funzionato per me come alleggerimento della solitudine e di più, come potenziamento dell’intelligenza collettiva e dello scambio di informazioni, analisi, opinioni. Non è come pensare in presenza, ma è un buon sollievo dall’assenza. A ben vedere i corpi parlano, si sentono e contano anche dietro uno schermo.

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Salto della specie

Pubblicato su http://www.libreriadelledonne.it il 12/5/2020 *

Vulnerabilità, relazione, interdipendenza, cura. Sono parole tratte dall’esperienza comune femminile, che il lessico politico e teorico femminista ha fatto proprie e elaborato per decenni. Parole che solo venti anni fa era avanguardistico e minoritario pronunciare e che oggi, nell’emergenza Coronavirus, sono diventate maggioritarie e di senso comune. Un virus che ha ben poco di naturale, essendo il prodotto sociale della scellerata politica (maschile) di sfruttamento e devastazione della natura, ci fa sentire oggi tutte, e tutti, vulnerabili. La misura, necessaria ma crudele, del distanziamento sociale fa scoprire anche agli individualisti più incalliti quanto siano preziose e irrinunciabili le relazioni affettive, sociali, politiche. La scoperta di essere, nel contagio, ciascuna/o pericolo e salvezza per l’altro/a ci rende finalmente consapevoli della nostra reciproca interdipendenza e del fatto che, per dirla con papa Francesco, nessuno si salva da solo. Il Covid-19 infine, come pure tutte le malattie sociali che il virus ha esacerbato (povertà, emarginazione degli anziani, disuguaglianze, discriminazioni), mette la questione della cura al centro della crisi in corso: la cura medica, ma anche le molteplici pratiche della cura dell’altro (congiunti e non) di cui più donne che uomini sono capaci.

Oggi al centro della scena, queste quattro parole fanno parte di un’antica ma sempre presente esperienza femminile. Non c’è bisogno di spiegare perché essere da sempre esposte alla violenza maschile ci fa sentire da sempre vulnerabili, o perché la relazione materna ci dice da sempre che da un’altra nasciamo e senza quella relazione primaria non esisteremmo, o perché la cura degli altri è per noi donne inseparabile dalla cura di sé e del mondo. C’è bisogno però di sottolineare che di queste quattro parole ci sentiamo fieramente titolari: non sentiamo risuonare in esse il peso di un destino, ma la scintilla di un domani migliore dell’oggi, per noi donne e per l’umanità intera. Esse racchiudono la necessità del salto di civiltà che la congiuntura presente impone.

Chiamiamo salto di civiltà un cambiamento soggettivo, economico, sociale e politico che antepone la relazione e l’interdipendenza alle pretese arroganti dell’individuo sovrano, la vulnerabilità e la cura all’onnipotenza necrofila, il bene comune all’interesse parcellizzato e al profitto, l’immaginazione e l’invenzione politica alla reiterazione delle mosse del potere. Questo salto ha un segno femminile, perché si nutre dell’esperienza storica femminile e vive da decenni nella politica messa al mondo dal femminismo. È un salto della specie, in cui le donne non rivendicano qualcosa per sé ma aprono una strada per tutti.

È per questo che nella congiuntura presente ci sentiamo centrali, necessarie e protagoniste, e nient’affatto discriminate, sconfitte, penalizzate, risospinte indietro come recita un martellante e fastidioso refrain intonato ogni giorno dai media mainstream, e purtroppo quasi sempre da donne che parlano senza autorizzazione a nome di tutte le donne. Un refrain che oggi vede nella scarsa presenza femminile nelle task force il segno della discriminazione e della sconfitta delle donne, e nel lavoro di cura femminile il segno di una maledizione. E chiede a gran voce cooptazione nei “luoghi della decisione”, e emancipazione dal lavoro riproduttivo in nome di un maggiore ingaggio, e di più luminose carriere, delle donne nel mercato del lavoro produttivo.

Non neghiamo che questi due fatti – la sottoutilizzazione delle competenze femminili e il sovrasfruttamento del doppio lavoro, domestico e produttivo, delle donne – esistano. Ma i fatti vanno interpretati. E noi non riusciamo a vedere nelle task force che oggi supportano l’azione di governo dei desiderabili “luoghi della decisione”: ci pare di assistere piuttosto al proliferare di luoghi della non-decisione, in cui il sovrapporsi di competenze specialistiche e competenze di governo non riesce a ridare vita a quella competenza politica autorevole e credibile che invece si eclissa sempre più nelle nostre democrazie in crisi. Quanto alla cura femminile della vita, sappiamo bene che essa è sempre a rischio di appropriazione e sfruttamento da parte di un sistema economico che dopo aver distrutto il welfare pretende di sostituirlo con l’erogazione gratuita di prestazioni femminili. Ma sappiamo altrettanto bene che alla cura della vita – della vita propria, dei propri cari, delle relazioni d’amicizia, dell’ambiente, del legame sociale – le donne non rinunciano, perché sanno quanto sia necessaria e perché è la loro impronta sull’esistenza collettiva. Quello che viene letto come doppio sfruttamento, nel lavoro produttivo e in quello riproduttivo, va letto piuttosto come la sacrosanta pretesa femminile di affermare l’inseparabilità della produzione dalla riproduzione e del lavoro dalla vita.

Non si risponde a questa doppia pretesa chiedendo per le donne solo un più alto tasso di occupazione e lasciando non si sa a chi il lavoro di cura, ma togliendo la sfera della riproduzione dal cono di invisibilità e sfruttamento in cui il primato della produzione l’ha confinata. Mai come oggi è evidente che questo primato va messo in discussione perché è un primato incurante, letteralmente, della vita. E mai come oggi le donne sono la prima linea di questo urgente ribaltamento delle priorità dell’agenda economica e sociale.

La politica delle donne non è mai stata una questione di numeri, né di competenze specialistiche. Il femminismo della differenza sessuale, che è il nostro femminismo, è stato spesso e ingiustamente accusato di essenzialismo: ma non c’è niente di più essenzialista di un femminismo paritario che invoca “più donne” in tutti campi della vita associata come se questa fosse la magica formula in grado di cambiare le cose e renderci felici. Le donne oggi sono già dappertutto, e che siano “di più” nei posti apicali significa poco o nulla, se questo di più non è accompagnato da pratiche politiche che rendano la loro presenza un punto di riferimento per altre donne e che facciano la differenza rispetto all’ordine dato.

Comprendiamo il desiderio di riconoscimento sociale che muove quell’invocazione, tanto più in un paese come l’Italia che di riconoscimento, e di riconoscenza, verso noi donne è particolarmente avaro. Tuttavia non possiamo non ricordare che la libertà femminile comincia, è cominciata storicamente, precisamente quando abbiamo imparato a fare a meno del riconoscimento delle istituzioni del patriarcato, e a cercarlo piuttosto nelle nostre simili. Così come non possiamo non ricordare alle amiche francesi promotrici dell’appello “dateci voce” che la voce, come la libertà, non ci è stata mai data: ce la siamo sempre presa, al prezzo di lotte e di conflitti.

La querula richiesta di cooptazione ci mortifica, perché abbiamo appreso da Virginia Woolf a non accodarci al “corteo degli uomini colti”, o competenti che siano. Il riconoscimento delle competenze individuali non può sostituirsi al senso e alla potenza di una soggettività politica che abbiamo acquisito e che rinnoviamo collettivamente. La pretesa di prescindere dal nostro sesso per approdare nel nuovo limbo dell’indifferenza di genere postmoderna, che somiglia tanto al vecchio limbo dell’individuo neutro moderno, ci fa sobbalzare: non è nonostante ma in quanto siamo donne che ci sentiamo attrici del cambiamento. Non abbiamo niente da rimproverare alle nostre antenate, dalle quali abbiamo imparato a ribellarci, e non abbiamo niente da rimproverarci di fronte alle nostre figlie, alle quali consegniamo un percorso di libertà, certe che non mancheranno di arricchirlo e di potenziarlo.

*Ida Dominijanni, Maria Luisa Boccia, Tamar Pitch, Giuliana Giulietti, Chiara Zamboni, Diana Sartori, Manuela Fraire, Pat Carra, Bianca Pomeranzi, Fiorella Cagnoni, Vita Cosentino, Wanda Tommasi, Giannina Longobardi, Anna Maria Piussi, Traudel Sattler, Maria Rosa Cutrufelli, Elettra Deiana, Paola Mattioli, Grazia Zuffa.

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Non siamo più gli stessi

(Pubblicato il 26/4/2020 su Internazionale.it)

Le foto appese lungo via del Pratello per celebrare la liberazione in strada nonostante il lockdown. Bologna, 24 aprile 2020. (Michele Lapin

“Dopo la conferenza stampa dell’11 marzo, in cui Conte dichiarava che si doveva chiudere tutto tranne le fabbriche, gli scioperi sono dilagati ovunque. La protesta si concentrava contro le condizioni di lavoro: senza dispositivi di protezione, senza mantenere le distanze minime in reparti e linee, spogliatoi e mense, tutti ambienti sovraffollati e mai sanificati. Confindustria ha fatto pressioni enormi per evitare che il governo sospendesse le attività produttive, e lo ha pure rivendicato pubblicamente, facendo infuriare tanta gente. Se la sua parola d’ordine era ‘l’Italia non si ferma’, quella operaia era ‘non siamo carne da macello’, ‘la salute viene prima dei vostri profitti’”.

Queste parole di Matteo Gaddi e Nadia Garbellini, due ricercatori della Fondazione Claudio Sabattini (Fiom-Cgil) intervistati dalla rivista Erbacce, ci ricordano come sono andate le cose nel nord industriale all’inizio della fase uno dell’emergenza coronavirus. All’alba della fase due, la vicenda si ripete. Non pago delle conseguenze disastrose che le resistenze iniziali a “chiudere” hanno avuto sulle dimensioni del contagio in Lombardia (dove peraltro la maggior parte delle imprese ha continuato a lavorare “in deroga” alle disposizioni del governo per tutta la durata del lockdown) e soprattutto in Val Seriana (dichiarata zona rossa in ritardo proprio a causa delle pressioni degli industriali), lo stesso blocco padronal-confindustriale si ripresenta adesso alla testa del partito degli impazienti che freme per “riaprire”. Con motivazioni infarcite di riferimenti all’interesse collettivo (il pil, l’etica del lavoro, il rischio disoccupazione), ma mosse più prosaicamente dall’ansia per la sorte dei profitti. Nonché – basta leggere le argomentazioni con cui il Giornale milita a favore della riapertura – dalla fretta di suturare la ferita inferta dal covid-19 all’”eccellenza” del modello lombardo rilanciandone la way of life produttiva e prestazionale: c’è stato uno tsunami, l’abbiamo fronteggiato con molto eroismo e qualche svista, ma ora che il peggio è passato the show must go on.

Una pandemia annunciata


Più di 26mila morti (ufficiali), di cui oltre 13mila lombardi, gridano giustizia dalle loro tombe senza fiori contro questa narrazione dei fatti e dei misfatti. E del resto tutti ormai ci siamo fatti un’idea di com’è andata. Non c’è stato uno tsunami a sorpresa, ma una pandemia ampiamente annunciata (dalla scienza e non solo: si veda il discorso di Obama del dicembre 2014), dalla quale i governi, soprattutto occidentali, si sono fatti trovare impreparati e alla quale, complici le incertezze della scienza di fronte a un virus sconosciuto, hanno risposto oscillando fra negazionismo e allarmismo, e fra tentazioni di darwinismo sociale (Boris Johnson e Donald Trump, ma anche alcuni paesi del’Europa del nord) e obbligo di proteggere la popolazione con i lockdown, messi in atto con diversi gradi di intensità nei diversi paesi (quello italiano non è stato uguale a quello cinese, e quello tedesco non è stato uguale a quello italiano).

In Italia (ma anche altrove) una pandemia apparentemente “egualitaria” ha avuto effetti su differenze e disuguaglianze territoriali, economiche, sociali, culturali e istituzionali che ne hanno influenzato l’andamento e l’intensità. Un virus ignoto ha messo in scacco un sistema sanitario decimato dai tagli della spesa pubblica, sguarnito di competenze infettivologiche ed epidemiologiche, carente di posti di terapia intensiva; con strutture ospedaliere deboli in certe aree del paese – per fortuna le meno colpite dall’epidemia – e forti, ma troppo autocentrate e dunque prive dell’apporto fondamentale della medicina di territorio, in aree molto colpite come la Lombardia. Alla pandemia si è sommata la carestia di strumenti di protezione (le mascherine per i comuni mortali e soprattutto quelle per i medici e gli operatori sanitari), di tamponi per la diagnosi e la mappatura del contagio, di test sierologici, di know how tecnologico (l’app per il contact tracing arriva solo adesso, e a una popolazione fra le meno digitalizzate dell’occidente): una carestia scandalosa e colpevole, che ha reso più dilagante il contagio (in primo luogo negli ospedali e nelle Rsa), più rigido e più lungo il lockdown, più inaffidabili i dati epidemiologici (tuttora navighiamo a vista sulle dimensioni reali del contagio, e perfino dei decessi).

Noi incompetenti queste cose le abbiamo imparate in corso d’opera, e abbiamo anche imparato ad attribuirne e valutarne le responsabilità. Chi di noi oggi resiste alla fretta di riaprire non lo fa per claustrofilia: esige semplicemente, in consonanza con la cautela dei virologi e dei medici, che nella fase due le cose non vadano come e magari peggio di come sono andate nella prima. Che non si riapra, per dirla brutalmente, con qualche posto di terapia intensiva in più, ma con la stessa carenza di dispositivi di sicurezza, di tamponi, di test, di strumenti di tracciamento del contagio, o con la stessa sottovalutazione della medicina di base e la stessa corsa all’ospedalizzazione, o con la stessa confusione normativa e istituzionale fra governo, regioni e comuni che abbiamo subito fin qui: tutti nodi che il presidente del consiglio non ha sciolto nella sua conferenza stampa del 26 sera. C’è un salto nella coscienza collettiva che non lo consentirebbe, e che non è l’ultimo dei fattori di cui tenere conto per immaginare il futuro prossimo: non siamo più gli stessi di prima, ma non siamo nemmeno diventati quello che avrebbe voluto farci diventare la melensa pedagogia di massa elargita per cinquanta giorni dalla tv a reti unificate all’insegna dello spot “andrà tutto bene”. Non è andato tutto bene, e quello che abbiamo condonato fin qui sotto la morsa dell’emergenza non lo condoneremo da qui in avanti.

Se ciascuno è per l’altro pericolo e salvezza


Non siamo più gli stessi, perché non si esce uguali a prima da un’esperienza ravvicinata e prolungata con una malattia così insidiosa, una vecchiaia così penalizzata, una morte così serializzata: i nostri sensi ne sono talmente investiti che il senso comune si modifica di conseguenza. Non siamo più gli stessi perché in una situazione che ci chiede di rinunciare al contatto con gli altri abbiamo tuttavia preso contatto con la nostra comune vulnerabilità. Non siamo più gli stessi perché la domanda di sicurezza che fino a tre mesi fa veniva brandita a difesa della macchina economica e dei confini proprietari si è spostata sulla tutela della vita e della salute collettiva. Non siamo più gli stessi perché abbiamo visto quanto il virus apparentemente egualitario colpisca in maniera diseguale e discriminatoria, e questo domanda nuovi conflitti. Non siamo più gli stessi perché tutto ciò che ha a che fare con la riproduzione della vita ha acquisito finalmente la precedenza su ciò che ha a che fare con la produzione di beni, e tutto ciò che ha a che fare con la cura della vita – le relazioni di cui la cura si nutre, il sapere medico di cui si avvale – può diventare un terreno di nuove alleanze. Non siamo più gli stessi perché non possiamo più assolverci dalla nostra distruttività nei confronti della natura, né dalla nostra insipienza nei confronti della scienza. Non siamo più gli stessi perché la voce dei morti senza compianto ci convocherà fino a quando non troveremo il modo di celebrarne pubblicamente il lutto, e quella degli anziani lasciati morire senza un conforto e senza un tampone nelle Rsa o nelle loro case ci assillerà finché non strapperemo la vecchiaia alla segregazione cui ben prima del lockdownl’avevamo cinicamente confinata. Non siamo più gli stessi perché la distanza ci ha inchiodati a un’interdipendenza più forte dell’individualismo che regnava incontrastato nell’affollamento.

Non siamo più gli stessi, soprattutto, perché nel contagio abbiamo capito di essere ciascuno per l’altro, al contempo, pericolo e salvezza, minaccia e rassicurazione, abbandonando le false certezze dell’io autosufficiente e sovrano: e non è possibile valutare i cambiamenti in corso senza partire da questa cruciale rotazione in senso relazionale della soggettività. È questo precisamente il punto che sfugge a chi si ostina a leggere il lockdown come un provvedimento imposto dall’alto, l’esperimento di un regime liberticida che decide arbitrariamente lo stato d’eccezione per farne la norma e infilarci, complici le tecnologie digitali di sorveglianza, in un futuro totalitario. Non è per obbedienza passiva a un ordine imposto, e nemmeno per il terrore di contagiarci, che – in assenza di alternative meno medievali – abbiamo accettato di recluderci, ma per contenere il rischio di contagiare gli altri: era ed è precisamente la salvaguardia del prossimo a richiedere un allentamento della prossimità, un incremento della distanza. Molto cambierebbe nella narrazione del lockdown se le limitazioni cui ci siamo sottoposti venissero declinate, piuttosto che come attentati alla libertà individuale di movimento, come (auto)contenimento della potenzialità di ciascuno di infettare l’altro: e dunque come il segno di una postura relazionale e responsabile, non ego-centrata e asservita.

Nuova governance, nuovi conflitti


Altrettanto fuorviante è l’applicazione del paradigma dello stato d’eccezione all’operato dello stato e del governo. Svariati giuristi hanno fatto presente la differenza fra lo stato d’eccezione, che il nostro ordinamento non prevede, e lo stato d’emergenza, che è quello dichiarato a fine gennaio dal governo ed è previsto dalla costituzione a tutela del diritto fondamentale alla salute. Ma il punto non è solo giuridico e costituzionale.

Lo stato d’eccezione presuppone una decisione sovrana, e una sovranità decidente, che è quanto di più lontano da quello che abbiamo visto all’opera in questi cinquanta giorni. Quello che abbiamo visto è semmai uno stato che risponde all’emergenza “decisa” da un virus cercando di riprendersi la sua funzione originaria di garante della salute pubblica, anche contro gli interessi dominanti (quelli di “l’Italia non si ferma” di cui sopra). Il che non vuol dire che ci sia riuscito: lo stato non è più quello di Hobbes, è uno stato disfatto da mezzo secolo di razionalità neoliberale, che ha applicato anche alle istituzioni la logica della concorrenzialità e della competizione e ha dissolto la certezza del diritto. Con le conseguenze che abbiamo visto nella guerriglia quotidiana fra governo centrale, regioni, protezione civile (per tacere di quella con l’Unione europea), nonché nella mole incoerente di decreti, direttive e norme caratterizzate da un’incertezza normativa che lascia campo libero all’interpretazione arbitraria e vessatoria delle forze dell’ordine.

Il tutto condito da una retorica della guerra del tutto impropria nei confronti di un virus che richiede piuttosto cura e immunizzazione. E da un appello martellante e ambivalente alla responsabilità individuale, che se per un verso ha fatto leva sull’auto-contenimento di cui parlavo poco fa, per l’altro verso ha finito con il colpevolizzare comportamenti innocui come quello ormai paradigmatico dei runner, alleandosi con le peggiori istanze criminalizzanti e delatorie presenti nella società e distraendo l’opinione pubblica dalle responsabilità ben più pesanti imputabili alla gestione politica, economica e sanitaria dell’emergenza.

Aggiungiamo a questo quadro il particolare tutt’altro che secondario dell’inedita funzione pubblica assunta improvvisamente dalla comunità scientifica, a sua volta eterogenea, e dalla pletora di competenze settoriali chiamate a comporre le task force di supporto al governo. E sottraiamo dal quadro il ruolo sempre meno rappresentativo e decisivo del parlamento e delle forze politiche. Il risultato è che la pandemia ha provocato, o forse solo accelerato, una trasformazione della governance che va nel senso non tanto di una torsione autoritaria, quanto di una moltiplicazione concorrenziale e di una frammentazione competitiva dei poteri e dei saperi che si candidano a ridisegnare l’ordine sociale.

Che questa nuova forma di governance non sarà esente da tentazioni repressive e disciplinari, tanto più in un contesto inasprito dalla catastrofe economica e sociale annunciata, è una facile profezia. Ma essa sarà anche generatrice di nuovi conflitti, su un fronte che nella pandemia si è già delineato e che vede in prima fila le soggettività maturate all’insegna della vulnerabilità, della relazionalità e dell’interdipendenza nell’ambito della riproduzione sociale, della cura, della medicina, della logistica, delle fabbriche dove il futuro è affidato a protocolli di sicurezza sanitaria aleatori, delle reti di solidarietà che i protocolli se li scrivono da sé. Come inventare pratiche politiche efficaci per esprimere questa conflittualità in una sfera pubblica compromessa dal distanziamento sociale e dominata da un sistema mediatico che per lo più milita perché tutto torni uguale a prima, è il problema che abbiamo davanti. Ma i tempi di crisi sono anche tempi in cui l’immaginazione politica lavora meglio, e salta con una creatività e una velocità impensabili in tempi normali.

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Confusione sanitaria

(Pubblicato su Internazionale.it il 31/3/2020)

Il dio mercato e i suoi adoratori bussano impazienti alle porte della politica perché l’emergenza coronavirus sia dichiarata superata, il lockdown finisca e l’economia riparta. Ma francamente non si capisce il perché di tanta precipitosità. L’epidemia è ancora in pieno dispiegamento: da qualche giorno c’è qualche segnale incoraggiante di un lento appiattimento della curva, ma in compenso nel sud i casi crescono, sia pure non esponenzialmente, e qualche focolaio minaccia di peggiorare la situazione. Siamo ancora in piena carestia di mascherine e tamponi, il minimo che servirebbe per parlare di prevenzione di ulteriori disastri. E soprattutto c’è ancora troppa confusione nella politica sanitaria, ed è di questa che è urgente parlare, anche da incompetenti, intanto perché la sanità è un diritto fondamentale e dunque la politica sanitaria ci riguarda tutti e tutti ci autorizza alla presa di parola: del resto, la riforma sanitaria che nel 1978 istituì il servizio sanitario nazionale fu l’esito di un processo che coinvolse la società, non solo i politici e gli esperti. E poi perché guardando a ritroso il film dell’ultimo mese è evidente che sono state le strategie sanitarie ed epidemiologiche a determinare quelle istituzionali e politiche (Conte: “Abbiamo sempre operato seguendo le indicazioni del nostro comitato scientifico”), il che significa che non si può valutare l’efficacia delle seconde senza entrare nel merito delle prime.

Qualcosa sappiamo, e sapevamo

Prima questione. Di questo virus si sa ancora poco, e questo va certo tenuto ben presente nel giudicare incertezze e oscillazioni delle strategie di contrasto, scientifiche e politiche. Però dell’epidemia a questo punto qualcosa sappiamo. E qualcosa sapevamo anche prima, fin dai rapporti internazionali di inizio secolo che avvertivano del rischio incombente (“Non è questione di se, ma di quando”). Sembra perfino che in Italia esistesse dal 2010, sulla carta, un piano antipandemico nazionale, e relativi piani regionali, mai implementati e mai aggiornati. Dunque il rischio era annunciato ed è stato ignorato o rimosso, presumibilmente per ragioni di bilancio, fino allo scoppio dei primi casi, non solo in Italia ma in tutta Europa e negli Stati Uniti, per stare solo ai paesi occidentali. Ovunque non c’era una strategia, ovunque si ripete la stessa catena comportamentale fatta di sottovalutazione, negazione, allarme ritardato, assenza di precauzioni preventive; ovunque mancavano e mancano mascherine (salvo che in Cina, cui era stata lasciata la produzione in regime di monopolio), respiratori, attrezzature sanitarie di sicurezza. È vero, l’intruso ci ha preso di sorpresa e noi eravamo impreparati, ma questa impreparazione non si può dire che sia stata innocente, né in Italia né altrove. A forza di scommettere sul rischio eventuale giocando con i future e i derivati, la governance neoliberale mondiale ha finito col ritrovarsi sguarnita rispetto a un pericolo effettivo e tutt’altro che imprevisto, e col dichiarare una guerra senza avere né armi né munizioni: come andare in trincea a piedi scalzi.

Seconda questione. Il virus, come ben sappiamo, provoca nei casi più gravi polmoniti severe che possono portare rapidamente alla morte e che richiedono il ricovero in terapia intensiva. In quel rapidamente c’è la sua perfida capacità di mettere sotto scacco i sistemi sanitari, che non ce la fanno a reggere un’ospedalizzazione così massiccia. Ma il virus ha anche la perfida intelligenza di testarli, i sistemi sanitari, e di mostrarne quei lati deboli che il discorso politico e mediatico mainstream tende a occultare sotto l’esaltazione dell’eroismo del personale ospedaliero. Esaltazione, è superfluo dirlo, sacrosanta: chiunque conosca un medico, un anestesista o un infermiere sa dai suoi racconti in quali condizioni proibitive per l’incolumità personale stiano lavorando, con quale professionalità e generosità e con quale carico di stress psicologico ed emotivo. Non è questo in discussione, né la gratitudine commossa che tutti sentiamo per loro. In discussione vanno messi, invece, i limiti che il sistema sta rivelando nonostante il loro eroismo. Due su tutti.

I limiti dell’“autonomia“ regionale

In primo luogo, un sistema sanitario nazionale qual è quello che in Italia ancora abbiamo malgrado i tagli dissennati cui è stato sottoposto, non può sopportare un dualismo esasperato come quello fra nord e sud. L’incubo che l’epidemia colpisca le regioni del sud con la stessa virulenza di quelle del nord, e abbatta strutture ospedaliere ben più esili di quelle del nord, si è sommato e si somma tuttora all’angoscia per la tragedia che imperversa nelle zone più colpite, e ha determinato scelte politiche fondamentali, come quella di estendere il lockdown a tutto il territorio nazionale, comprese le regioni in cui il contagio era inferiore ma il sistema sanitario più debole. E si devono alle condizioni strutturali del dualismo nord-sud, non solo a una irresponsabilità fin troppo sottolineata, gli incauti ritorni a casa da Milano e dintorni degli studenti meridionali che hanno rischiato e ancora rischiano di accendere focolai ulteriori nel Mezzogiorno. Il dualismo socioeconomico territoriale è la negazione fattuale dell’universalismo di principio del sistema sanitario e si è rivelato di difficilissima composizione in una situazione di emergenza nazionale e globale. Superfluo sottolineare che la “soluzione” dell’autonomia differenziale regionale, uno dei piatti forti della contesa politica fino a un attimo prima della catastrofe, non farebbe che accentuarlo. E dunque va tolta di mezzo senza se e senza ma, tanto più dopo una pandemia globale che mette all’ordine del giorno la globalizzazione, più che la nazionalizzazione, delle politiche sanitarie.

D’altra parte bisogna prendere atto che nell’emergenza Covid-19 il sistema sanitario ha mostrato limiti e inefficienze proprio nelle regioni del nord dove è considerato d’eccellenza. Come nel modello lombardo, caratterizzato, oltre che dalla commistione tra pubblico e privato che in questa circostanza non è stata d’aiuto, da un forte centralismo ospedaliero specialistico a scapito della medicina di base e dei presidi territoriali. Di nuovo, non si tratta di misconoscere lo sforzo titanico degli ospedali lombardi per fronteggiare un’emergenza ben più crudele di quanto fosse immaginabile. Ma se l’epidemia avanza, sia pure con un decremento relativo, malgrado il lockdown; se, come sembra, i contagiati con sintomi lievi o asintomatici sono molti di più di quelli rilevati con i tamponi riservati ai sintomatici gravi da ricoverare; se, come emerge da una tragica sequenza di testimonianze, sono in tanti a morire a casa senza riuscire ad accedere agli ospedali e senza diagnosi, diventa sempre più chiaro che un modello basato su una avanguardia ospedaliera priva di una retroguardia territoriale di diagnosi, prevenzione e terapia non ce la fa. Anche la complementarità tra presidi ospedalieri e medicina di territorio rientra tra i capisaldi abbandonati della riforma sanitaria del 1978, ma lasciamo stare e torniamo a noi.

Secondo il virologo Andrea Crisanti, consulente della regione Veneto, la battaglia contro un’epidemia non si vince negli ospedali ma sul territorio, con la “sorveglianza attiva” dei medici di base che monitorano il contagio curando in quarantena i sintomatici e risalendo attraverso i loro contatti agli asintomatici, con un uso a cerchi concentrici dei tamponi. Il che consentirebbe tra l’altro, e crucialmente, di ottenere una misurazione del contagio reale più credibile di quella ufficiale, basata sulla tamponatura e la conta dei soli sintomatici e dunque sull’occultamento dell’insidia più grossa, cioè dei positivi asintomatici che continuano a trasmettere il virus senza saperlo, fuori casa e soprattutto in famiglia, sì che le famiglie rischiano di trasformarsi in focolai.

Il Veneto si muove in base a questo metodo di mappatura e sorveglianza territoriale. La Lombardia ha annunciato a sua volta, pochi giorni fa, un cambio di approccio, con un incremento della mobilitazione dei medici di base (che però, insieme agli ospedalieri, sono una categoria decimata dal contagio). La provincia di Siena ha deciso in proprio di estendere l’uso dei tamponi. Ma com’è evidente, e come il direttore dell’istituto Sacco di Milano ha più volte ripetuto in tv, questa sterzata sarebbe urgente nel centrosud, dove il contagio non è (ancora) esponenziale e in questo modo potrebbe essere contenuto senza incombere troppo sulla debolezza delle strutture ospedaliere.

Perché allora nel sud non si procede nettamente, e pubblicamente, in questa direzione, invece di continuare a sigillare con i carabinieri i comuni dove spuntano i focolai, o ad aspettare la saturazione ospedaliera che prima o poi arriverà fatalmente? Perché scarseggiano i tamponi, si dirà. O perché mancano direttive chiare di politica sanitaria? O perché ciascuna regione, ciascuna provincia, ciascun comune è legittimato a fare come vuole o come può, secondo il criterio neoliberale della medicina fai da te? Arrivano notizie buone, di nuovi test che potrebbero verificare la presenza di anticorpi in chi ha già contratto il virus o se ne è immunizzato: sarebbero fondamentali per le strategie di uscita dal lockdown. Li producono gli Stati Uniti e la Cina, e in Italia è già partita la corsa delle regioni del centronord per accaparrarseli. Dal Cnr gli immunologi fanno sapere che così non va e che ci vuole un protocollo nazionale: la politica che dice?

Modelli a confronto

Terza questione. L’Italia ha seguito il modello cinese del lockdown, dopodiché tutti gli altri paesi occidentali, quale più quale meno, si sono accodati. In verità l’abbiamo seguito inevitabilmente a metà: perché la Cina ha chiuso solo una provincia e noi invece abbiamo dovuto chiudere tutto il paese, perché lì la reclusione è stata più rigida che qui, e perché i metodi con cui la reclusione è stata imposta lì – da quelli polizieschi classici alle tecnologie della sorveglianza: tracciamento dei dati personali, telecamere, droni, riconoscimento vocale e facciale – non sono (ancora?) tutti proponibili in una democrazia come la nostra.

Ma il modello cinese non era l’unico possibile: c’era anche quello della Corea del Sud che è a sua volta un paese democratico e non ha chiuso niente, eppure è riuscita a domare l’epidemia. In Corea del Sud identificano i sintomatici, anche lievi, con tamponi facilmente eseguibili per strada stando in auto, li isolano in quarantene selettive e tracciano i loro contatti attraverso le carte di credito, la geolocalizzazione degli smartphone e le telecamere, rilevando così la mappa precisa del contagio e risalendo anche agli asintomatici. Infine, usano app programmate per segnalare a ciascuno dove sono i rischi di contagio. Com’è noto il metodo ha funzionato: a oggi la Corea del Sud è fuori dall’epidemia, e chi ha studiato da vicino l’esperimento sudcoreano sottolinea che l’uso dei dati personali anonimi – temporaneo, finalizzato all’emergenza Covid-19, pubblico e condiviso – non ha avuto le caratteristiche autoritarie che ha avuto in Cina.

Domanda: il governo italiano ha scelto la via cinese pour cause o di default, senza neanche prendere in considerazione quella coreana? E se l’ha scelta intenzionalmente, delle opzioni in campo non avrebbe dovuto essere informata e investita l’opinione pubblica, secondo il criterio della trasparenza tanto spesso evocato e rivendicato da Conte? Solo pochi giorni fa, quando sul paragone tra la via cinese e quella sudcoreana i social si interrogavano già almeno da una settimana, il consulente del ministro della sanità Walter Ricciardi, in un’intervista di seconda serata su una rete all news, ha detto di avere analizzato il metodo coreano e di essersi persuaso a consigliarlo al governo, e ha annunciato la call, poi effettivamente lanciata sul sito del ministero, per l’elaborazione di app di telemedicina, assistenza domiciliare ai pazienti, monitoraggio attivo del rischio di contagio, che saranno vagliate in relazione alla loro efficacia e alla compatibilità con la tutela della privacy. A che punto è l’offerta delle app e la loro valutazione? Oltre che con la tutela della privacy, l’adozione di queste tecnologie è compatibile con le infrastrutture esistenti in Italia (la rete sta già scoppiando per l’improvviso uso estensivo del telelavoro), nonché con il tasso di alfabetizzazione digitale del nostro paese, sicuramente assai inferiore a quello della Corea del Sud, di Taiwan o di Singapore? Può esistere un uso democratico e non autoritario o totalitario di queste tecnologie? Si può, con un’informazione corretta, abbassare il tasso di allarme tecnofobico di chi teme per la raccolta dei dati sensibili a fini sanitari e poi li cede in continuazione su internet a fini commerciali?

Invece che inchiodarsi sulla contrapposizione tra sicurezza sanitaria ed esigenze dell’economia, come ha fatto all’inizio dell’epidemia procurando oscillazioni deleterie e come ricomincia a fare adesso, il dibattito pubblico dovrebbe virare su questo ordine di questioni. Che verosimilmente diventerà presto quello decisivo, perché è evidente che la soluzione tecnologica è l’unica alternativa che abbiamo a una clausura inevitabile nella fase di esplosione del contagio, ma sicuramente difficile da prorogare se e quando da questa fase usciremo ma il virus continuerà a circolare, salvo tornare a recludersi ogni volta che si accenderanno nuovi focolai o che la curva epidemica rischierà di rialzarsi.

La scelta è tra il rimedio medievale della quarantena, basato sulla segregazione all’interno di mura mai abbastanza spesse da impedire a un virus di penetrarle, e l’uso di una tecnologia che avendo la stessa forma virale del “nemico” si presta forse meglio a seguirne e contrastarne l’espansione. Ma è anche tra la disposizione psicologica e politica alla condizione bellica dell’assedio – peraltro puramente difensivo – contro un agente esterno, e la disposizione psicologica e politica a una vigilanza che lo schiva e lo sorveglia con la consapevolezza che è ormai interno alla nostra specie, e resterà tra noi fino a quando non negozieremo con lui una qualche forma di convivenza pacifica o di immunizzazione.

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Il virus sovrano

(Pubblicato sul quotidiano catalano ara.cat il 12/03/2020)

Dove vivo io, fra Roma e l’estremo sud d’Italia, l’epidemia da coronavirus esplosa nelle regioni del nord ci ha finora risparmiati. Ma è solo questione di tempo: il tentativo di ‘sigillare’ le zone più colpite non è bastato ad arrestare il contagio,  i primi casi si registrano ormai dappertutto e il rischio per il sud è aumentato con la fuga di massa da Milano degli studenti fuori sede, che hanno deciso di tornare a casa piuttosto che restare ‘imprigionati’ nella città più rischiosa. Il nord è martoriato da ricoveri e decessi, che da qualche giorno, secondo le più fosche previsioni, crescono esponenzialmente. Ma se il contagio arriva con la stessa densità nelle regioni del sud, dove il sistema sanitario è inadeguato ad affrontarlo, la catastrofe sarà incontenibile.

Tutto quello che il governo, i virologi e i medici ci stanno chiedendo di fare – stare a casa, lavorare a distanza via computer, riunirci via skype, niente cinema, teatri, musei, niente calcio e niente palestra, niente aperitivi e niente movida, niente parrucchiere, niente strette di mano, baci e abbracci – mira a evitare questa catastrofe. In molti ci adeguiamo, ingoiando le violazioni della Costituzione che i decreti emergenziali del governo sfiorano.  Troppi ancora, per lo più giovani non disposti a sacrificarsi per un virus che è fatale soprattutto per gli anziani,  non vogliono capire, negano l’evidenza, diffidano delle autorità politiche e scientifiche, trasgrediscono. Si deve soprattutto a loro se da lunedì le misure di limitazione della socialità e della libertà di movimento e di riunione sono state estese dal Lombardo-Veneto a tutta la penisola. E’ la prima volta in una democrazia occidentale, titola il New York Times tra lo stupore e l’ammirazione, mentre Trump ha finalmente smesso di sostenere che il coronavirus non è né sostanza né accidente e dunque non esiste, come la peste per Don Ferrante  ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni.

Qualunque emergenza, si sa, ha l’effetto immediato di portare allo scoperto, come il rovescio di una trama, i problemi che la normalità nasconde sotto il tappeto. Non ci voleva il coronavirus per sapere che l’Italia è un paese diviso in due,  con livelli di reddito, di produttività, di servizi pubblici insopportabilmente disuguali fra nord e sud. Non ci voleva il coronavirus per sapere che il sistema sanitario nazionale, orgoglio italiano in tutto il mondo, è stato devastato dalla governance  neoliberale: 37 miliardi di Euro tagliati in dieci anni, e la gestione della sanità regionalizzata sulla base di una logica concorrenziale che ha premiato solo le regioni più ricche. Non ci voleva il coronavirus per sapere che l’economia di un ex paese industriale che si affida ormai prevalentemente al turismo soccombe allo stormire di una foglia nel mondo globale. Non ci voleva il coronavirus per sapere che una popolazione che invecchia per il bassissimo tasso di natalità diventa più esposta e più fragile. Non ci voleva il coronavirus per sapere che il processo della decisione politica è ingolfato da una distribuzione farraginosa delle competenze fra stato, regioni e comuni dovuta a una dissennata riforma costituzionale del 2001.  Non ci voleva il coronavirus per sapere che la precarizzazione selvaggia del lavoro ha prodotto un esercito di lavoratrici e lavoratori privi di diritti e garanzie, che saranno i più colpiti dall’imperativo pur necessario di “stare a casa”. Non ci voleva il coronavirus per sapere che le carceri sono sovraffollate e che sarebbero scoppiate alla prima emergenza, come difatti è successo. Non ci voleva il coronavirus infine per sapere che la regola aurea della governance europea, il pareggio di bilancio, era anch’essa una prigione sul punto di scoppiare. Si sapeva e si faceva finta di non vedere, giocando a poker sull’interesse generale, perché come ci hanno predicato per quarant’anni al neoliberalismo “non c’è alternativa”. Adesso che contiamo le vittime di questo andazzo non possiamo fare più finta di non vedere: l’    emergenza ci domanda e ci comanda di cambiare la normalità.  Su come cambierà, se con un salto di civiltà o con un rammendo del sistema, si gioca tutta la partita aperta dal coronavirus. 

L’effetto-rivelazione del virus non finisce qui. La Lombardia e il Veneto, le regioni più colpite dal contagio, sono la patria del neoliberismo gaudente di Berlusconi mutatosi col tempo – tutti i virus mutano, anche i virus politici  – nel sovranismo xenofobo di Salvini. Sono insomma due regioni dove il primato dell’economia regna incontrastato e protetto dalla polizza securitaria: la sicurezza è al servizio del reddito, dell’efficienza e del consumo, e infatti lo slogan salviniano “prima gli Italiani” esprime fondamentalmente l’esigenza di difendere dall’”invasione” dei migranti i privilegi degli italiani del nord. Senonché proprio queste regioni più segnate dalla pandemia securitaria si trovano ora ad affrontare una pandemia biologica che capovolge le parti in commedia: gli italiani sono “i primi” a essere colpiti dal coronavirus e a essere respinti dai confini altrui come ospiti indesiderati. La prospettiva securitaria si rovescia.

E si sgancia, almeno in parte, dalla dittatura dell’economia. Dopo le oscillazioni fra “chiudiamo tutto” e “salviamo il Pil”, l’urgenza sanitaria ha infine prevalso su tutto il resto. Si torna a una declinazione più classica del binomio sicurezza-libertà, cioè al rapporto fra sicurezza collettiva e libertà individuali: in nome della tutela della salute, scritta in Costituzione fra i diritti fondamentali,  si limitano temporaneamente – sia pure con una formula che non fa leva sui divieti ma sull’invito alla corresponsabilità – altri diritti fondamentali come la libertà di movimento e di riunione e il diritto allo studio. Il tema diventa: può una democrazia reggere questa contraddizione? O attraverso l’emergenza sanitaria sta passando una torsione illiberale, se non autoritaria, della democrazia?

Subito dopo le prime misure restrittive prese dal governo, il filosofo Giorgio Agamben ha rilanciato, sul presupposto che siamo in presenza di una “epidemia inventata”, le sue note tesi sugli effetti liberticidi dell’esercizio di una sovranità che trasforma ogni emergenza in stato d’eccezione e fa dell’eccezione la regola: ma ricevendo, stavolta, più prese di distanza che consensi (anche in primo luogo da due filosofi a lui non certo ostili, Jean Luc Nancy e Roberto Esposito). Perché se sovrano, secondo la formula di Carl Schmitt, è chi decide sullo stato d’eccezione, stavolta sovrano è il virus, non lo Stato o il governo, i quali si barcamenano come possono nello stato d’eccezione innescato da un microrganismo che perfino nel nome contende allo Stato e al governo la corona della sovranità. Nel mondo globale l’eccezione – biologica, tecnologica, economica – è sistemica ed endemica, e non è nelle mani della volontà politica ma di eventi imponderabili di natura bio-politica. Il che rende poco utile ragionare di quello che sta succedendo nei termini del paradigma tradizionale della sovranità. Gli stessi rischi di una deriva autoritaria della gestione dell’emergenza sono connessi alla trasformazione degli strumenti  del controllo sociale e della produzione del consenso: due su tutti, l’uso dell’intelligenza artificiale e dei big data sperimentato nella lotta al coronavirus a Wuhan, tanto più pericoloso quanto più aumenta in mezzo mondo una certa fascinazione per il “modello cinese”; e il regime di vero e proprio totalitarismo mediatico a cui siamo sottoposti in Italia da settimane, con interi palinsesti dedicati all’epidemia 24 ore su 24 e neanche un minuto dedicato al compianto delle vittime.

A maggior ragione la circostanza del coronavirus destituisce l’ideologia politica che va sotto il nome di sovranismo, e che altro non è che un tentativo fuori tempo massimo di ripristinare la sovranità perduta dello Stato e dell’io erigendo muri, tracciando confini, chiudendo porti, ristabilendo il primato dell’uomo bianco occidentale sull’altro-diverso e sull’altra-donna.  I virus non rispettano i confini, non si fanno fermare dai muri né dai porti chiusi, non si piegano alla volontà di potenza dello Stato  sovrano né alla volontà di sapere dell’io sovrano. Sfondano il confine fra la specie umana e quella animale, si ribellano al dominio devastante dell’uomo sulla natura, si diffondono per contagio e senza fornire carta d’identità. Ci ricordano che siamo tutti vulnerabili e fragili e tutti legati l’uno/a all’altro/a, perché per ciascuno l’altro è insieme pericolo e salvezza.  Si sottraggono alla retorica della guerra, in questi giorni abusata, arretrando forse soltanto di fronte alla produzione di anticorpi che ci consentano di negoziare con loro una convivenza non belligerante.

Mai come oggi, il bene individuale coincide con il bene comune, e il bene comune è globale com’è globale la minaccia. Nella crisi c’è sempre il buio della catastrofe e la luce del cambiamento. Dipende da noi, e nel buio qualche luce si intravede. Sta nella bellezza delle città svuotate, nell’aria illimpidita dalla rarefazione del traffico, nelle reti spontanee di solidarietà e di cura che si attivano ogni giorno, nelle relazioni che riscoprono l’intervallo fecondo di una sopportabile distanza, nel tempo sottratto alla frenesia del fare. Forse il virus è venuto a dirci solo questo, che era arrivato il momento di fermarci.

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Se cade la stella populista

(Pubblicato su Internazionale.it il 30/1/2020)

“Di Maio si è dimesso, Salvini ha perso, il 4 marzo è archiviato, il Pd torna a essere il pilastro del campo alternativo alla destra”. La sintesi della situazione è di Nicola Zingaretti, in un commento a caldo nella notte dei risultati delle regionali. E se può suonare troppo definitiva – in fondo si è votato solo in due regioni e due regioni, oltretutto sideralmente distanti fra loro, non fanno l’Italia –, nonché troppo ottimista sul Pd – primo partito in Emilia-Romagna e inaspettatamente anche in Calabria, ma non per questo al riparo dai suoi problemi e dalle sue contorsioni interne – coglie indubitabilmente il punto cruciale: il voto di domenica 26 gennaio chiude politicamente, dal basso, la stagione che si era aperta il 4 marzo 2018 con lo sfondamento della Lega e dei cinquestelle e con il governo gialloverde, e che l’estate scorsa era stata interrotta – ma dall’alto, e perciò con un deficit di legittimazione – con la formazione del governo giallorosa.

Che questa archiviazione coincida con l’apertura di una stagione nuova e promettente, tuttavia, sarebbe arrischiato dirlo. Si può ipotizzare che dia un po’ di respiro al governo, ammesso che il rinsaldamento del Pd compensi la deflagrazione del M5s. Ma non è altrettanto ipotizzabile un effetto di stabilizzazione sull’insieme del sistema politico, che resta esposto a fattori assai aleatori, dall’accordo sulla nuova ed ennesima legge elettorale alle scosse interne ai partiti e alle coalizioni.

Dalla legge elettorale – che dovrà tenere conto della riduzione dei parlamentari voluta dai cinquestelle, sempre che il referendum la confermi – dipende l’assetto che il sistema politico prenderà, su base proporzionale o bipolare. Dicono i retroscena che l’accordo proporzionalista raggiunto dalla maggioranza di governo dovrebbe reggere, per convinzione di Zingaretti e soprattutto perché il M5s non accetterebbe mai di vedere sancita la fine della sua specificità “né di destra né di sinistra” da una legge che lo obbligasse a coalizzarsi. E del resto, il maggioritario e un assetto bipolare non converrebbero neanche al centrodestra, dove significherebbero riconsegnare a Salvini quello scettro di padrone assoluto della coalizione che la sconfitta emiliana e il mancato sfondamento in Calabria gli hanno tolto con grande sollievo di Berlusconi e di Giorgia Meloni.

Le maschere cadute
Tuttavia non è sfuggita a nessuno la voracità con cui alcuni politici e soprattutto alcuni commentatori si sono avventati sui dati delle regionali per decretare il ritorno del bipolarismo, con il vizio mai dismesso dai primi anni novanta in poi di ingabbiare nella “soluzione” maggioritaria tutte le crisi e gli annodamenti di un sistema politico in perenne transizione. La cui ultima tappa, come il voto di domenica ha dimostrato sia in Emilia-Romagna sia in Calabria, è l’evaporazione del M5s insieme alla liquefazione del (presunto) “carisma” imbattibile di Matteo Salvini. Fine della stagione sovran-populista? E inizio di che cosa?

È la prima domanda che le regionali lasciano sul campo, sia pure a partire da due esiti opposti, la vittoria netta del centrosinistra in Emilia-Romagna con relativa batosta per lo “sfidante” Salvini e l’ancor più netta vittoria – prevedibile e prevista, data l’offerta frammentata del campo opposto – del centrodestra in Calabria, ma di un centrodestra che resuscita Forza Italia e in cui Salvini si ferma al 12 per cento. Mentre il M5s che in Emilia-Romagna era esploso in Emilia-Romagna implode; e in Calabria, dove alle politiche del 2018 (e già a quelle del 2013) aveva beneficiato del rigetto popolare di un’intera classe dirigente fallimentare, di destra e di sinistra, scende in picchiata dal 44 al 7 per cento, con la magra consolazione che alle regionali di cinque anni fa era andato ancora peggio.

Questa caduta ovviamente non toglie, come fanno osservare in queste ore realisti e iperrealisti, che il potere della Lega resti intatto nelle regioni del nord che non da oggi governa. Ma è evidente che la strategia salviniana di “nazionalizzazione” del partito padano, che vedeva nella conquista dell’Emilia-Romagna una tappa cruciale di legittimazione ideologica e in quella della Calabria una tappa cruciale di legittimazione territoriale, allo stato attuale è fallita. Due elettorati diversissimi fra loro non hanno ceduto alla seduzione né dell’uomo forte, né del suo linguaggio sgangherato e violento, né delle sue promesse di sovranità sui confini, sulla proprietà, sullo straniero e sull’io. La maschera è caduta, e c’è da dubitare che senza quella maschera l’uomo abbia molte carte da giocare, come accade di questi tempi a tutti i leader mediaticamente costruiti.

Cade la maschera anche dalle promesse palingenetiche che avevano creato il fenomeno M5s, vuoi perché quelle promesse sono tanto seducenti dall’opposizione quanto insostenibili dal governo, vuoi per la crisi inevitabile di una formazione priva di regole democratiche al suo interno, vuoi per il gorgo in cui è entrata la leadership di Di Maio dalla rottura del tandem con Salvini alle dimissioni di pochi giorni fa. Ma evidentemente la disintegrazione del movimento ha a che fare anche e soprattutto con la sua stessa identità “né di destra né di sinistra”, e ripropone la questione dell’esistenza o meno di uno spazio politico non effimero per questa collocazione “terza” nelle democrazie post-novecentesche. Dopo aver gonfiato per primo in Europa le vele del populismo, il laboratorio politico italiano potrebbe altresì fornire la prima prova che esse si possono sgonfiare.

Una lezione
A patto di intendere, del populismo, anche la lezione. Un compito che spetterebbe in primo luogo al Pd, e che non consiste solo in un maggiore ascolto delle istanze e delle frustrazioni che vengono dal popolo, o nella sostituzione della farsa demagogica con la concretezza programmatica. In Italia, consiste anche nella rimessa a fuoco del problema storico del dualismo fra nord e sud. Qualcuno ricorderà che la cartina elettorale uscita dalle urne del 4 marzo 2018 ricalcava esattamente la cartina geografica dell’Italia preunitaria, con il sud consegnato al M5s e il nord consegnato alla Lega: l’alleanza gialloverde, da molti considerata innaturale e inspiegabile, era in realtà spiegabilissima come alleanza fra due frustrazioni, quella della parte più ricca del paese, timorosa di perdere i propri vantaggi, e quella della parte più precaria, timorosa di perdere tutto. Che quella alleanza mostri la sua fallacia è un’ottima notizia. Ma dal 2018 a oggi poco o niente è stato fatto per riunificare quella cartina, e le regionali lo hanno dimostrato, con la politica e i media nazionali concentrati sulla prima e assenti nella seconda.

Il gap del resto continua nei commenti del giorno dopo. Si prenda la questione della partecipazione al voto, cresciuta dal 37 al 67 per cento rispetto alle precedenti regionali in Emilia-Romagna e rimasta inchiodata al 44,5 per cento in Calabria: mentre per l’Emilia si va alla ricerca delle ragioni politiche – le Sardine – che l’hanno rialzata, per la Calabria si rimarcano le supposte ragioni antropologiche (apatia dei più e pratica del voto prevalentemente come voto di scambio) che avrebbero riconsegnato la regione alle clientele più consolidate. Mentre in Calabria il non-voto va letto per quello che è, la risposta prevedibile a un’offerta politica intollerabilmente modesta, in una regione che soffre al contempo di un deficit di rappresentanza e di rappresentazione, e dove la qualità della politica ufficiale può abbassarsi di anno in anno nell’indifferenza e nell’oscuramento dei media mainstream.

L’urgenza di ridurre questo gap è la seconda questione che le regionali lasciano sul campo. E investe anche il movimento delle Sardine, che meritoriamente e simbolicamente si sono date a Scampia il loro prossimo appuntamento, ma fin qui non hanno preso posizione contro l’autonomia differenziata, uno dei cui massimi sostenitori è quello stesso Stefano Bonaccini che le Sardine hanno aiutato a salvare l’Emilia-Romagna da Salvini.

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Senza politica. La Calabria al voto

(Pubblicato su Internazionale.it il 24/1/2010)

Paragonate nientedimeno che alla battaglia di Stalingrado se vincerà Bonaccini, alla caduta del Muro di Berlino se vincerà Borgonzoni, le elezioni regionali in Emilia-Romagna sono molto coccolate dai media da almeno sei mesi. Abbiamo dovuto aspettare invece metà dicembre perché ai titoli sulla disfida di Bologna venisse aggiunta la laconica informazione che il 26 gennaio si vota anche in Calabria, e l’inchiesta anti-’ndrangheta di Nicola Gratteri perché della Calabria si tornasse a parlare, salvo rare e meritorie eccezioni, secondo la consueta sceneggiatura del genere “Guardie e ladri”. Ma se in Emilia-Romagna la posta in gioco è la fine del modello socialdemocratico ex comunista, in Calabria è la fine della politica tout court. E dunque, a dispetto dell’onorevole Giorgetti che dichiara candidamente nello studio di Otto e mezzo che “della Calabria non importa niente a nessuno” senza che nessuno in studio muova un sopracciglio, converrebbe buttarci un occhio più attento e più preoccupato.

Un’offerta politica desolante
Alla contesa per il governo della regione partecipano quattro candidati alla presidenza sostenuti da un totale di 14 liste, e l’aggettivo più in voga per definire il quadro complessivo dell’offerta politica è “desolante”. Jole Santelli, berlusconiana della prima ora, deputata di Forza Italia alla quinta legislatura, ex sottosegretaria alla giustizia, è riuscita con la benedizione di Berlusconi a unificare un centrodestra che si era diviso sul nome del sindaco di Cosenza Mario Occhiuto, prescelto inizialmente da Berlusconi malgrado le indagini giudiziarie pendenti, ma bloccato da Salvini, e su quello del sindaco di Catanzaro Sergio Abramo, ex forzista da poco avvicinatosi alla Lega e beatificato come “ottimo amministratore” dall’ex ministro dell’interno nel corso del suo blitz elettorale calabrese – una definizione che fa sobbalzare chi quell’amministrazione la sperimenta ogni giorno ma che vale la promessa di un assessorato nella prossima giunta regionale.

Santelli, che non fa mistero di dover combattere con un serio problema di salute, è sostenuta da sei liste (FI, Lega, FdI, Udc e due civiche) bene infarcite di clientele nonché di transfughi dal centrosinistra, e ha dalla sua i sondaggi ma non la fama: circolano in rete tracce delle clamorose gaffe accumulate nella sua carriera, dalla definizione dell’Isis come “l’agenzia americana contro il terrorismo internazionale” alle battute sui neri “che non hanno bisogno di truccarsi”, pallida imitazione di quelle più note di Berlusconi su Obama “bello e abbronzato” o di quelle che Salvini ha sparato pochi giorni fa a Riace sui migranti come “turisti che non pagano”. Al di là della compattezza di facciata della coalizione, l’impressione è di una candidata alla presidenza – la prima donna in una regione del sud – incapsulata in un gioco cinico e tutto maschile che per un verso punta sull’apporto di voti delle cordate più forti sul territorio, per l’altro affida all’icona nazionale di Salvini il rilancio del brand del centrodestra. Ma lo stesso Salvini, che ha battuto l’Emilia-Romagna palmo a palmo, ha riservato alla Calabria giusto il tempo di un paio di blitz, trovando ad accoglierlo piazze tutt’altro che oceaniche e contestazioni ovunque. Per quanto attrattiva sia la sua immagine di uomo forte, per quanto abile sia la sua capacità di spacciarsi per un prode combattente anti-’ndrangheta o di improvvisarsi un perfetto conoscitore delle risorse dell’agricoltura e della pesca locali contro i soprusi di Bruxelles, per quanto possa funzionare la sua sostituzione dell’antimeridionalismo leghista delle origini con la fobia antimigranti, l’ipotesi che l’estremo sud dello Stivale si consegni a una destra a trazione leghista continua a sembrare surreale.

Di contro alla compattezza, sia pure di facciata, del centrodestra c’è la frammentazione dell’altro campo. Che è improprio definire di sinistra o di centrosinistra visto che nessuno dei tre candidati in lizza si definisce tale, anzi tutti e tre marciano all’insegna del “né né”, né di destra né di sinistra: il Movimento cinque stelle sarà pure al tramonto ma il suo slogan postideologico ha fatto scuola. Sì che ovviamente non è né di destra né di sinistra il candidato pentastellato Francesco Ajello, docente di economia all’Unical, due liste a sostegno e il fuoco amico di Nicola Morra contro. Ma non è né di destra né di sinistra nemmeno Pippo Callipo, imprenditore del tonno ed ex presidente regionale di Confindustria noto per il suo impegno antimafia, che dieci anni fa si era candidato con una lista “per la legalità” appoggiata da Italia dei valori (conquistando un 10 per cento sufficiente a far cadere il governatore uscente di centrosinistra e a far vincere il centrodestra), cinque anni fa aveva dato il suo appoggio al centrodestra e oggi ci riprova da indipendente appoggiato dal Pd. E non è né di destra né di sinistra Carlo Tansi, geologo ed ex capo della protezione civile regionale, tre liste civiche a sostegno che raccolgono qualche frammento della sinistra radicale ma senza sigle e senza dirlo.

Con un quadro politico di questo tipo – e una legge elettorale che con il premio di maggioranza consegna tutto il potere alla coalizione vincente, mentre esclude dalla rappresentanza le liste coalizzate che non raggiungono il 4 per cento e quelle non coalizzate che non raggiungono l’8 per cento – , è facile pronosticare, oltre a un inevitabile picco astensionista, cinque anni di governo della destra e di ulteriore destrutturazione del centrosinistra. E questo malgrado sia targato Pd il governo regionale uscente guidato da Mario Oliverio, e malgrado le percentuali dell’M5s alle politiche del 2018 (43 per cento) e alle europee (26,7 per cento): una situazione di partenza che avrebbe dovuto suggerire agli attuali contraenti del patto di governo nazionale di puntare sulla Calabria per rafforzarlo. Invece hanno fatto di tutto per demolirlo, gettando nel disorientamento gran parte del loro elettorato mai come oggi tentato dall’astensione. Come e perché sia prevalsa questa pulsione distruttiva si spiega solo risalendo alla madre di tutti i problemi, che come spesso accade nel centrosinistra italiano si chiama Pd.

Il suicidio del centrosinistra
Flashback sui precedenti. Nell’agosto scorso il Pd – in Calabria perennemente commissariato – mette definitivamente il veto sulla ricandidatura di Oliverio in nome di un non meglio precisato rinnovamento. Su Oliverio e su alcuni amministratori del suo inner circle pendono quattro inchieste della procura di Catanzaro per abuso d’ufficio e corruzione, una delle quali gravata secondo la cassazione da un “chiaro pregiudizio accusatorio” e un’altra derubricata dal gip. Ma il Pd non spiega il suo veto con motivazioni giudiziarie, né con motivazioni politiche sui meriti (uso dei fondi europei, orientamento in materia di immigrazione favorevole al modello Riace, incentivazione dell’agricoltura biologica, del recupero dei borghi abbandonati, della produzione culturale) e sui demeriti (programmazione, sanità, strapotere del “cerchio magico” del governatore) dell’amministrazione uscente. Si capisce che la parola d’ordine del rinnovamento, e il rifiuto di indire le primarie, hanno a che fare con il cambiamento del clima politico nazionale: caduto il governo giallo-verde e nato quello giallo-rosa, il Pd di Zingaretti punta a un’alleanza stabile con l’M5s, di cui le regionali dovrebbero essere il laboratorio. Per la Calabria non serve più un uomo di partito ma un candidato “della società civile”, cioè un imprenditore come in Umbria, magari scelto dai cinque stelle e comunque più trasversale possibile.

Si sa com’è andata a finire: fallito l’esperimento unitario in Umbria, l’M5s decide di correre da solo sia in Emilia sia in Calabria. L’ottima idea di candidare l’editore Florindo Rubbettino naufraga nel giro di poche ore per il rifiuto dell’M5s di appoggiarlo, come pure quella inspiegabile di lanciare Maurizio Talarico che ha il solo merito di produrre le cravatte preferite da Giuseppe Conte, e infine il Pd atterra su Callipo, sempre nella speranza vana di riacchiappare i cinque stelle che invece perseverano su Ajello, mentre Oliverio resta a sua volta in campo fino a quando il suo partito non minaccia di espellerlo e la procura di Catanzaro non torna a colpire alcuni suoi collaboratori molto prossimi. Fallisce nel frattempo anche il tentativo in extremis della coordinatrice regionale delle sardine Jasmine Cristallo di far fare a tutti un passo indietro per trovare una candidatura unitaria e rappresentativa della società calabrese più giovane, più lontana dalle vecchie logiche e dai vecchi stereotipi, più capace di riportare a casa esperienze e competenze maturate anche altrove. Ma salvo la disponibilità di Oliverio ciascuno prosegue per la sua strada e Zingaretti, che fino a questo punto della storia in Calabria non ha mai messo piede, corre a benedire la candidatura dell’“uomo del riscatto e della rivoluzione civile che può liberare questa meravigliosa terra”.

Il Pd è fatto così: o segue una logica partitocratica ferrea e autoreferenziale, o si dissolve in una “società civile” che in verità conosce pochissimo assumendone, con le retoriche etiche, le derive antipolitiche. Senza nulla togliere né alle capacità imprenditoriali e all’impegno anti-’ndrangheta di Callipo né alla rivoluzione civile che magari scoppiasse, motivare in questo modo una candidatura a governatore significa in un colpo solo dichiarare la bancarotta del centrosinistra uscente, ingabbiare la Calabria nella rappresentazione di un territorio sequestrato dalla criminalità in cui gran parte dell’elettorato giustamente non si riconosce, glissare con la retorica del riscatto sulle politiche di cui la regione necessita urgentemente per liberarsi dai suoi record negativi, nonché dalle cosche che su quei record negativi proliferano e speculano. Ma di politiche, e di politica, dalle parti del centrosinistra in campagna elettorale si parla poco o niente. E se invece si parla solo di legalità e di civismo antimafia si sa che c’è sempre qualcuno che ha più titolo per parlarne: le procure per esempio.

Gratteri a Twin Peaks
La maxi inchiesta “Rinascita-Scott” di Gratteri sulla ’ndrangheta vibonese piomba sull’opinione pubblica calabrese il 19 dicembre 2019, quando mancano ancora dieci giorni alla scadenza per la presentazione delle liste. Più di 400 indagati, 334 misure cautelari (un terzo delle quali già revocate o riformate dal gip o dal tribunale della libertà: tra queste gli arresti domiciliari e il divieto di dimora richiesti dalla procura rispettivamente per Luigi Incarnato e Nicola Adamo, i collaboratori di Oliverio di cui sopra), 15 milioni di beni sequestrati, tremila militari impiegati. E un teorema suffragato dalle dichiarazioni di alcuni pentiti e da una mole di intercettazioni accumulata in tre anni di indagini: la ’ndrangheta, multinazionale del crimine esportata dalla Calabria in tutto il mondo, è un’organizzazione che agisce su più livelli – intimidatorio, imprenditoriale, finanziario, politico – grazie a una fitta rete di complicità e intermediazioni che fanno capo alla massoneria (legale e “deviata”) e infiltrano le professioni, l’amministrazione pubblica, le banche, il ceto politico e non ultimi i tribunali.

Il teorema in verità non è nuovo: è il medesimo su cui nella stessa procura di Catanzaro lavorò anni fa l’allora giovane sostituto Luigi De Magistris, bloccato dal suo procuratore capo e da un conflitto interno alla magistratura che lo stesso De Magistris ha ricostruito dettagliatamente all’indomani dell’annuncio dell’inchiesta di Gratteri. Ma oggi il contesto è diverso, e non solo perché stavolta Gratteri è il capo di se stesso e ha il suo ufficio dalla sua parte, ma perché è cambiata, nella regione e nel capoluogo, la percezione della gravità e della pervasività del fenomeno ’ndranghetista. Per la prima volta, a Vibo una manifestazione spontanea festeggia la retata contro una delle cosche più potenti e radicate della regione: è il segno di un sentimento di liberazione e di un desiderio di legalità, ma è un segno doppio, com’è doppio quello della manifestazione di sabato scorso in sostegno di Gratteri, perché non c’è mai da festeggiare troppo quando un’esigenza di libertà si esprime solo attraverso il linguaggio penale e il desiderio di legalità si affida solo a un procuratore. E c’è da festeggiare ancora meno se il procuratore in questione riceve in pompa magna e in piena campagna elettorale l’ex ministro dell’interno e accetta di diventarne un’icona da sbandierare.

Tutto del resto è doppio in questa storia, come a Twin Peaks. Prima che scatti la “Rinascita-Scott” il capoluogo della regione è già ferito da “Gettonopoli”, un’altra inchiesta della procura che mette sotto indagine l’intero consiglio comunale per le truffe consumate da alcuni consiglieri incassando gettoni e rimborsi non dovuti per l’attività simulata nelle commissioni permanenti: l’inchiesta, su cui “l’ottimo amministratore” Abramo tace per settimane, è sacrosanta ma rischia di fare di ogni erba un fascio e di gettare l’ombra del sospetto anche sui consiglieri del movimento Cambiavento, l’unica forza di opposizione che abbia delineato negli ultimi anni un’alternativa praticabile per la città.

Ma quando esplode l’inchiesta anti-’ndrangheta la ferita diventa una voragine. Di fronte all’arresto e alla pesantezza degli addebiti che incombono su una figura chiave dell’inchiesta – Giancarlo Pittelli, avvocato molto radicato in città, ex parlamentare di Forza Italia traslocato in Fratelli d’Italia, già coinvolto e prosciolto nell’inchiesta di De Magistris, cui Gratteri attribuisce ora il ruolo di intermediario tra la cosca Mancuso, la massoneria, il mondo degli affari e la magistratura – il capoluogo oscilla tra l’indignazione e l’incredulità. Gratteri è l’uomo giusto nel posto giusto al momento giusto per alcuni, è l’ennesimo caso di protagonismo mediatico dei pubblici ministeri per altri. C’è chi abbraccia il suo teorema e chi ribatte che, come diceva Sciascia, “se tutto è mafia niente è mafia”. C’è chi in nome del garantismo ne contesta i metodi – arresti a strascico sovente revocati, conferenze stampa sopra le righe, propositi rivoluzionari inappropriati, diritti degli indagati incerti – e c’è chi in nome del garantismo replica che a calpestare i diritti di chiunque è la ’ndrangheta e non chi la combatte. Sfugge agli uni e agli altri che proprio il significato del garantismo è una delle poste in gioco della “Rinascita-Scott”, Pittelli essendo un esempio paradigmatico della torsione di senso che il garantismo ha subìto in epoca berlusconiana diventando innocentismo e pretesa impunità. E sfugge a chi guarda da fuori quello che avviene in Calabria, il cambiamento nella percezione della ’ndrangheta che l’inchiesta di Gratteri provoca soprattutto nella borghesia urbana: una mafia non più solo locale-globale, cioè radicata in territori arcaici e ramificata in mezzo mondo, ma infiltrata nel tuo posto di lavoro e nella scrivania di fianco alla tua.

L’effetto finale è di uno sgomento e di un disorientamento che non trova sedi di elaborazione politica collettiva, perché la campagna elettorale per le regionali parla d’altro o di nulla mentre i media si infilano a modo loro in questo vuoto. Nel silenzio generale delle televisioni nazionali, pubbliche e private, sulle regionali calabresi La 7, che non fa eccezione a questa regola salvo i viaggi di Zoro lungo la statale jonica, manda in onda un servizio su “Gettonopoli” che meritoriamente fa luce sulle truffe, ma all’interno del solito frame narrativo che riduce la regione e il capoluogo a un’accozzaglia di corrotti e incompetenti, senza rendere conto di quanti all’andazzo dominante si oppongono o sono estranei. Lo scandalo mediatico accelera le dimissioni già decise degli esponenti di Cambiavento dal consiglio comunale di Catanzaro, cui si accodano quelle minacciate, ma non ancora formali del gruppo di Forza Italia che coglie l’occasione per una resa dei conti con “l’ottimo amministratore” ex forzista ora sedotto da Salvini. Anche il capoluogo corre dunque con ogni probabilità verso nuove elezioni, e il cerchio si chiude dove l’avevamo lasciato aperto, sulla finta compattezza iniettata di veleni interni del centrodestra che il 26 gennaio con ogni probabilità celebrerà la conquista della Cittadella regionale.

La normalità senza rappresentazione
Tra la politica latitante, le procure iperattive e i media che costruiscono e riproducono l’immagine di una Calabria criminogena e fuori dal mondo e dal tempo si chiude lo spazio della rappresentazione di tutto quello che c’è in mezzo: problemi, risorse e normalità di una regione che soffre in primo luogo di una narrazione parziale, schiacciata sullo stigma dell’eccezione e dell’emergenza continua. I problemi, fatti i conti, si riducono a due: l’esodo dei giovani che emigrano per mancanza di lavoro e non trovano più ad accoglierli il paradiso della grande industria fordista degli anni cinquanta ma il purgatorio della precarietà neoliberista di oggi; e la cittadinanza dimezzata di chi resta, che con buona pace dei fautori dell’autonomia differenziata paga le tasse come si pagano, o non si pagano, in tutta Italia ma ne riceve in cambio la metà dei servizi (sanità, trasporti, istruzione), degli investimenti e delle infrastrutture del resto d’Italia.

La st​rada statale 106 Jonica tra Bova Marina e Palizzi, dicembre 2019. (Giovanni Pulice, Contrasto)

AMMINISTRATIVE 2020

Senza politica. La Calabria al voto

Ida Dominijanni, giornalista24 gennaio 2020FacebookTwitterEmailPrint

Paragonate nientedimeno che alla battaglia di Stalingrado se vincerà Bonaccini, alla caduta del Muro di Berlino se vincerà Borgonzoni, le elezioni regionali in Emilia-Romagna sono molto coccolate dai media da almeno sei mesi. Abbiamo dovuto aspettare invece metà dicembre perché ai titoli sulla disfida di Bologna venisse aggiunta la laconica informazione che il 26 gennaio si vota anche in Calabria, e l’inchiesta anti-’ndrangheta di Nicola Gratteri perché della Calabria si tornasse a parlare, salvo rare e meritorie eccezioni, secondo la consueta sceneggiatura del genere “Guardie e ladri”. Ma se in Emilia-Romagna la posta in gioco è la fine del modello socialdemocratico ex comunista, in Calabria è la fine della politica tout court. E dunque, a dispetto dell’onorevole Giorgetti che dichiara candidamente nello studio di Otto e mezzo che “della Calabria non importa niente a nessuno” senza che nessuno in studio muova un sopracciglio, converrebbe buttarci un occhio più attento e più preoccupato.

Un’offerta politica desolante
Alla contesa per il governo della regione partecipano quattro candidati alla presidenza sostenuti da un totale di 14 liste, e l’aggettivo più in voga per definire il quadro complessivo dell’offerta politica è “desolante”. Jole Santelli, berlusconiana della prima ora, deputata di Forza Italia alla quinta legislatura, ex sottosegretaria alla giustizia, è riuscita con la benedizione di Berlusconi a unificare un centrodestra che si era diviso sul nome del sindaco di Cosenza Mario Occhiuto, prescelto inizialmente da Berlusconi malgrado le indagini giudiziarie pendenti, ma bloccato da Salvini, e su quello del sindaco di Catanzaro Sergio Abramo, ex forzista da poco avvicinatosi alla Lega e beatificato come “ottimo amministratore” dall’ex ministro dell’interno nel corso del suo blitz elettorale calabrese – una definizione che fa sobbalzare chi quell’amministrazione la sperimenta ogni giorno ma che vale la promessa di un assessorato nella prossima giunta regionale.

Santelli, che non fa mistero di dover combattere con un serio problema di salute, è sostenuta da sei liste (FI, Lega, FdI, Udc e due civiche) bene infarcite di clientele nonché di transfughi dal centrosinistra, e ha dalla sua i sondaggi ma non la fama: circolano in rete tracce delle clamorose gaffe accumulate nella sua carriera, dalla definizione dell’Isis come “l’agenzia americana contro il terrorismo internazionale” alle battute sui neri “che non hanno bisogno di truccarsi”, pallida imitazione di quelle più note di Berlusconi su Obama “bello e abbronzato” o di quelle che Salvini ha sparato pochi giorni fa a Riace sui migranti come “turisti che non pagano”. Al di là della compattezza di facciata della coalizione, l’impressione è di una candidata alla presidenza – la prima donna in una regione del sud – incapsulata in un gioco cinico e tutto maschile che per un verso punta sull’apporto di voti delle cordate più forti sul territorio, per l’altro affida all’icona nazionale di Salvini il rilancio del brand del centrodestra. Ma lo stesso Salvini, che ha battuto l’Emilia-Romagna palmo a palmo, ha riservato alla Calabria giusto il tempo di un paio di blitz, trovando ad accoglierlo piazze tutt’altro che oceaniche e contestazioni ovunque. Per quanto attrattiva sia la sua immagine di uomo forte, per quanto abile sia la sua capacità di spacciarsi per un prode combattente anti-’ndrangheta o di improvvisarsi un perfetto conoscitore delle risorse dell’agricoltura e della pesca locali contro i soprusi di Bruxelles, per quanto possa funzionare la sua sostituzione dell’antimeridionalismo leghista delle origini con la fobia antimigranti, l’ipotesi che l’estremo sud dello Stivale si consegni a una destra a trazione leghista continua a sembrare surreale.

Di contro alla compattezza, sia pure di facciata, del centrodestra c’è la frammentazione dell’altro campo. Che è improprio definire di sinistra o di centrosinistra visto che nessuno dei tre candidati in lizza si definisce tale, anzi tutti e tre marciano all’insegna del “né né”, né di destra né di sinistra: il Movimento cinque stelle sarà pure al tramonto ma il suo slogan postideologico ha fatto scuola. Sì che ovviamente non è né di destra né di sinistra il candidato pentastellato Francesco Ajello, docente di economia all’Unical, due liste a sostegno e il fuoco amico di Nicola Morra contro. Ma non è né di destra né di sinistra nemmeno Pippo Callipo, imprenditore del tonno ed ex presidente regionale di Confindustria noto per il suo impegno antimafia, che dieci anni fa si era candidato con una lista “per la legalità” appoggiata da Italia dei valori (conquistando un 10 per cento sufficiente a far cadere il governatore uscente di centrosinistra e a far vincere il centrodestra), cinque anni fa aveva dato il suo appoggio al centrodestra e oggi ci riprova da indipendente appoggiato dal Pd. E non è né di destra né di sinistra Carlo Tansi, geologo ed ex capo della protezione civile regionale, tre liste civiche a sostegno che raccolgono qualche frammento della sinistra radicale ma senza sigle e senza dirlo.

Con un quadro politico di questo tipo – e una legge elettorale che con il premio di maggioranza consegna tutto il potere alla coalizione vincente, mentre esclude dalla rappresentanza le liste coalizzate che non raggiungono il 4 per cento e quelle non coalizzate che non raggiungono l’8 per cento – , è facile pronosticare, oltre a un inevitabile picco astensionista, cinque anni di governo della destra e di ulteriore destrutturazione del centrosinistra. E questo malgrado sia targato Pd il governo regionale uscente guidato da Mario Oliverio, e malgrado le percentuali dell’M5s alle politiche del 2018 (43 per cento) e alle europee (26,7 per cento): una situazione di partenza che avrebbe dovuto suggerire agli attuali contraenti del patto di governo nazionale di puntare sulla Calabria per rafforzarlo. Invece hanno fatto di tutto per demolirlo, gettando nel disorientamento gran parte del loro elettorato mai come oggi tentato dall’astensione. Come e perché sia prevalsa questa pulsione distruttiva si spiega solo risalendo alla madre di tutti i problemi, che come spesso accade nel centrosinistra italiano si chiama Pd.

Il suicidio del centrosinistra
Flashback sui precedenti. Nell’agosto scorso il Pd – in Calabria perennemente commissariato – mette definitivamente il veto sulla ricandidatura di Oliverio in nome di un non meglio precisato rinnovamento. Su Oliverio e su alcuni amministratori del suo inner circle pendono quattro inchieste della procura di Catanzaro per abuso d’ufficio e corruzione, una delle quali gravata secondo la cassazione da un “chiaro pregiudizio accusatorio” e un’altra derubricata dal gip. Ma il Pd non spiega il suo veto con motivazioni giudiziarie, né con motivazioni politiche sui meriti (uso dei fondi europei, orientamento in materia di immigrazione favorevole al modello Riace, incentivazione dell’agricoltura biologica, del recupero dei borghi abbandonati, della produzione culturale) e sui demeriti (programmazione, sanità, strapotere del “cerchio magico” del governatore) dell’amministrazione uscente. Si capisce che la parola d’ordine del rinnovamento, e il rifiuto di indire le primarie, hanno a che fare con il cambiamento del clima politico nazionale: caduto il governo giallo-verde e nato quello giallo-rosa, il Pd di Zingaretti punta a un’alleanza stabile con l’M5s, di cui le regionali dovrebbero essere il laboratorio. Per la Calabria non serve più un uomo di partito ma un candidato “della società civile”, cioè un imprenditore come in Umbria, magari scelto dai cinque stelle e comunque più trasversale possibile.

Si sa com’è andata a finire: fallito l’esperimento unitario in Umbria, l’M5s decide di correre da solo sia in Emilia sia in Calabria. L’ottima idea di candidare l’editore Florindo Rubbettino naufraga nel giro di poche ore per il rifiuto dell’M5s di appoggiarlo, come pure quella inspiegabile di lanciare Maurizio Talarico che ha il solo merito di produrre le cravatte preferite da Giuseppe Conte, e infine il Pd atterra su Callipo, sempre nella speranza vana di riacchiappare i cinque stelle che invece perseverano su Ajello, mentre Oliverio resta a sua volta in campo fino a quando il suo partito non minaccia di espellerlo e la procura di Catanzaro non torna a colpire alcuni suoi collaboratori molto prossimi. Fallisce nel frattempo anche il tentativo in extremis della coordinatrice regionale delle sardine Jasmine Cristallo di far fare a tutti un passo indietro per trovare una candidatura unitaria e rappresentativa della società calabrese più giovane, più lontana dalle vecchie logiche e dai vecchi stereotipi, più capace di riportare a casa esperienze e competenze maturate anche altrove. Ma salvo la disponibilità di Oliverio ciascuno prosegue per la sua strada e Zingaretti, che fino a questo punto della storia in Calabria non ha mai messo piede, corre a benedire la candidatura dell’“uomo del riscatto e della rivoluzione civile che può liberare questa meravigliosa terra”.

Il palazzo di giustizia in costruz​ione, Reggio Calabria, dicembre 2019. - Giovanni Pulice, Contrasto
Il palazzo di giustizia in costruz​ione, Reggio Calabria, dicembre 2019. (Giovanni Pulice, Contrasto)

Il Pd è fatto così: o segue una logica partitocratica ferrea e autoreferenziale, o si dissolve in una “società civile” che in verità conosce pochissimo assumendone, con le retoriche etiche, le derive antipolitiche. Senza nulla togliere né alle capacità imprenditoriali e all’impegno anti-’ndrangheta di Callipo né alla rivoluzione civile che magari scoppiasse, motivare in questo modo una candidatura a governatore significa in un colpo solo dichiarare la bancarotta del centrosinistra uscente, ingabbiare la Calabria nella rappresentazione di un territorio sequestrato dalla criminalità in cui gran parte dell’elettorato giustamente non si riconosce, glissare con la retorica del riscatto sulle politiche di cui la regione necessita urgentemente per liberarsi dai suoi record negativi, nonché dalle cosche che su quei record negativi proliferano e speculano. Ma di politiche, e di politica, dalle parti del centrosinistra in campagna elettorale si parla poco o niente. E se invece si parla solo di legalità e di civismo antimafia si sa che c’è sempre qualcuno che ha più titolo per parlarne: le procure per esempio.

Gratteri a Twin Peaks
La maxi inchiesta “Rinascita-Scott” di Gratteri sulla ’ndrangheta vibonese piomba sull’opinione pubblica calabrese il 19 dicembre 2019, quando mancano ancora dieci giorni alla scadenza per la presentazione delle liste. Più di 400 indagati, 334 misure cautelari (un terzo delle quali già revocate o riformate dal gip o dal tribunale della libertà: tra queste gli arresti domiciliari e il divieto di dimora richiesti dalla procura rispettivamente per Luigi Incarnato e Nicola Adamo, i collaboratori di Oliverio di cui sopra), 15 milioni di beni sequestrati, tremila militari impiegati. E un teorema suffragato dalle dichiarazioni di alcuni pentiti e da una mole di intercettazioni accumulata in tre anni di indagini: la ’ndrangheta, multinazionale del crimine esportata dalla Calabria in tutto il mondo, è un’organizzazione che agisce su più livelli – intimidatorio, imprenditoriale, finanziario, politico – grazie a una fitta rete di complicità e intermediazioni che fanno capo alla massoneria (legale e “deviata”) e infiltrano le professioni, l’amministrazione pubblica, le banche, il ceto politico e non ultimi i tribunali.

Il teorema in verità non è nuovo: è il medesimo su cui nella stessa procura di Catanzaro lavorò anni fa l’allora giovane sostituto Luigi De Magistris, bloccato dal suo procuratore capo e da un conflitto interno alla magistratura che lo stesso De Magistris ha ricostruito dettagliatamente all’indomani dell’annuncio dell’inchiesta di Gratteri. Ma oggi il contesto è diverso, e non solo perché stavolta Gratteri è il capo di se stesso e ha il suo ufficio dalla sua parte, ma perché è cambiata, nella regione e nel capoluogo, la percezione della gravità e della pervasività del fenomeno ’ndranghetista. Per la prima volta, a Vibo una manifestazione spontanea festeggia la retata contro una delle cosche più potenti e radicate della regione: è il segno di un sentimento di liberazione e di un desiderio di legalità, ma è un segno doppio, com’è doppio quello della manifestazione di sabato scorso in sostegno di Gratteri, perché non c’è mai da festeggiare troppo quando un’esigenza di libertà si esprime solo attraverso il linguaggio penale e il desiderio di legalità si affida solo a un procuratore. E c’è da festeggiare ancora meno se il procuratore in questione riceve in pompa magna e in piena campagna elettorale l’ex ministro dell’interno e accetta di diventarne un’icona da sbandierare.

Tutto del resto è doppio in questa storia, come a Twin Peaks. Prima che scatti la “Rinascita-Scott” il capoluogo della regione è già ferito da “Gettonopoli”, un’altra inchiesta della procura che mette sotto indagine l’intero consiglio comunale per le truffe consumate da alcuni consiglieri incassando gettoni e rimborsi non dovuti per l’attività simulata nelle commissioni permanenti: l’inchiesta, su cui “l’ottimo amministratore” Abramo tace per settimane, è sacrosanta ma rischia di fare di ogni erba un fascio e di gettare l’ombra del sospetto anche sui consiglieri del movimento Cambiavento, l’unica forza di opposizione che abbia delineato negli ultimi anni un’alternativa praticabile per la città.

Ma quando esplode l’inchiesta anti-’ndrangheta la ferita diventa una voragine. Di fronte all’arresto e alla pesantezza degli addebiti che incombono su una figura chiave dell’inchiesta – Giancarlo Pittelli, avvocato molto radicato in città, ex parlamentare di Forza Italia traslocato in Fratelli d’Italia, già coinvolto e prosciolto nell’inchiesta di De Magistris, cui Gratteri attribuisce ora il ruolo di intermediario tra la cosca Mancuso, la massoneria, il mondo degli affari e la magistratura – il capoluogo oscilla tra l’indignazione e l’incredulità. Gratteri è l’uomo giusto nel posto giusto al momento giusto per alcuni, è l’ennesimo caso di protagonismo mediatico dei pubblici ministeri per altri. C’è chi abbraccia il suo teorema e chi ribatte che, come diceva Sciascia, “se tutto è mafia niente è mafia”. C’è chi in nome del garantismo ne contesta i metodi – arresti a strascico sovente revocati, conferenze stampa sopra le righe, propositi rivoluzionari inappropriati, diritti degli indagati incerti – e c’è chi in nome del garantismo replica che a calpestare i diritti di chiunque è la ’ndrangheta e non chi la combatte. Sfugge agli uni e agli altri che proprio il significato del garantismo è una delle poste in gioco della “Rinascita-Scott”, Pittelli essendo un esempio paradigmatico della torsione di senso che il garantismo ha subìto in epoca berlusconiana diventando innocentismo e pretesa impunità. E sfugge a chi guarda da fuori quello che avviene in Calabria, il cambiamento nella percezione della ’ndrangheta che l’inchiesta di Gratteri provoca soprattutto nella borghesia urbana: una mafia non più solo locale-globale, cioè radicata in territori arcaici e ramificata in mezzo mondo, ma infiltrata nel tuo posto di lavoro e nella scrivania di fianco alla tua.

L’effetto finale è di uno sgomento e di un disorientamento che non trova sedi di elaborazione politica collettiva, perché la campagna elettorale per le regionali parla d’altro o di nulla mentre i media si infilano a modo loro in questo vuoto. Nel silenzio generale delle televisioni nazionali, pubbliche e private, sulle regionali calabresi La 7, che non fa eccezione a questa regola salvo i viaggi di Zoro lungo la statale jonica, manda in onda un servizio su “Gettonopoli” che meritoriamente fa luce sulle truffe, ma all’interno del solito frame narrativo che riduce la regione e il capoluogo a un’accozzaglia di corrotti e incompetenti, senza rendere conto di quanti all’andazzo dominante si oppongono o sono estranei. Lo scandalo mediatico accelera le dimissioni già decise degli esponenti di Cambiavento dal consiglio comunale di Catanzaro, cui si accodano quelle minacciate, ma non ancora formali del gruppo di Forza Italia che coglie l’occasione per una resa dei conti con “l’ottimo amministratore” ex forzista ora sedotto da Salvini. Anche il capoluogo corre dunque con ogni probabilità verso nuove elezioni, e il cerchio si chiude dove l’avevamo lasciato aperto, sulla finta compattezza iniettata di veleni interni del centrodestra che il 26 gennaio con ogni probabilità celebrerà la conquista della Cittadella regionale.

La normalità senza rappresentazione
Tra la politica latitante, le procure iperattive e i media che costruiscono e riproducono l’immagine di una Calabria criminogena e fuori dal mondo e dal tempo si chiude lo spazio della rappresentazione di tutto quello che c’è in mezzo: problemi, risorse e normalità di una regione che soffre in primo luogo di una narrazione parziale, schiacciata sullo stigma dell’eccezione e dell’emergenza continua. I problemi, fatti i conti, si riducono a due: l’esodo dei giovani che emigrano per mancanza di lavoro e non trovano più ad accoglierli il paradiso della grande industria fordista degli anni cinquanta ma il purgatorio della precarietà neoliberista di oggi; e la cittadinanza dimezzata di chi resta, che con buona pace dei fautori dell’autonomia differenziata paga le tasse come si pagano, o non si pagano, in tutta Italia ma ne riceve in cambio la metà dei servizi (sanità, trasporti, istruzione), degli investimenti e delle infrastrutture del resto d’Italia.L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LA PUBBLICITÀabout:blank

Le risorse, oscurate ma molto meno marginali di quanto si creda, sono le nuove imprese di qualità che crescono soprattutto nell’agroalimentare e nell’agricoltura biologica, nel terziario knowledge-intensive, nel turismo culturale, nel tessile (una recente inchiesta di Symbola, la fondazione per le qualità italiane, ne censisce 150); un terzo settore soprattutto cattolico che supplisce egregiamente a molte carenze dello stato sociale; isole d’eccellenza nelle università e persino nella tanto vituperata sanità; e ancora, i giovani che tornano per mettere a valore nella terra d’origine le esperienze formative fatte all’estero, i borghi che si ripopolano di migranti come la Riace di Lucano o di cittadini nordeuropei che scoprono i microclimi del sud, il cinema di giovani registi strepitosi come Jonas Carpignano, Michelangelo Frammartino, Alice Rohrwacher che girano in Calabria al di fuori del copione della ’ndrangheta, i romanzi di Domenico Dara e di Sonia Serazzi e dei Lou Palanca. La normalità infine è quella della vita quotidiana in una regione che non è il far west ma un posto dove si vive e si muore, si lavora e si va in vacanza, si leggono libri, si va al cinema e a teatro come nel resto d’Italia e del mondo, ma a differenza del resto del mondo questa normalità resta senza rappresentazione.

Non è la retorica della “Calabria che resiste” contrapposta a quella della Calabria criminale e ultima in classifica nella scala della ricchezza. La Calabria è una realtà contraddittoria, ridisegnata dall’esaurimento del rapporto funzionale tra sviluppo e sottosviluppo degli anni gloriosi del capitalismo italiano e dal trionfo dell’etica del “ciascuno faccia per sé” che in epoca neoliberale ha spaccato l’Italia fino alla secessione dei ricchi. Leggere queste contraddizioni creativamente e con in testa un’idea di futuro sarebbe compito della politica. Se solo ci fosse.

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Cartoline da un decennio

(Pubblicato su Internazionale il 31/12/2019)

All’ingresso negli anni venti del secolo scorso furono le flapper, donne giovani, indipendenti e anticonformiste, a imprimere il segno della gioia di vivere su un decennio che si sarebbe poi colorato di tinte funeree. Finita la grande guerra che le aveva emancipate forzosamente mettendole al lavoro al posto degli uomini spediti al fronte, scorciarono le gonne, si tagliarono i capelli e decisero che era venuto il momento di invadere la città e di godersi la vita, a costo di scandalizzare tutti i benpensanti dell’occidente che con quel termine, flapper, le stigmatizzavano come ragazzine di troppo facili costumi. Cominciava così, fra il gioco e la necessità, quella mutazione della specie che avrebbe smantellato il monopolio maschile della felicità pubblica e che da allora in poi non si è mai arrestata, dilagando dall’occidente a tutte le latitudini del pianeta.

Un secolo dopo delle flapper non c’è più bisogno: le cattive ragazze sono dappertutto, con gli orli e i capelli corti o lunghi, con desideri espliciti e ambizioni autorizzate, anche se la specie non ha ancora fatto i conti con questa mutazione e non manca di resisterle. Eppure sono di nuovo le donne a dare il segno del mutamento e della felicità pubblica a un passaggio di decennio per lo più marcato dall’incertezza e da passioni tristi.

I decenni, si sa, sono come il bicchiere del proverbio: li si può vedere mezzi vuoti o mezzi pieni. Di quello che sta per chiudersi è più facile enumerare i vuoti che i pieni, i moti retrogradi che gli sprazzi di futuro, i capovolgimenti inattesi che le promesse mantenute. Anche stavolta, intanto, c’è stata una grande guerra, non militare ma economica, con il suo corredo di morti, feriti, azzoppati, declassati, impoveriti, illividiti; qui in Europa non ne siamo ancora fuori, tanto meno in Italia, ed è pressoché certo che qui le cose non torneranno mai più com’erano prima e altrove chissà, se alla crisi economica aggiungiamo quella ambientale che toglie il respiro anche a quelle parti della terra dove il motore della crescita gira vorticosamente.

C’è una crisi demografica, che precipita l’Europa in una vecchiaia senza ritorno a meno che non apra ai popoli che vengono dal sud quelle porte che oggi si ostina a tenere chiuse. C’è una crisi democratica, che capovolge in rancore l’illusione che la democrazia avrebbe messo tutto il mondo a regime e ne scombina tutti i piani, con capi impresentabili che spuntano ovunque e popoli gregari che ne inseguono false promesse e velleità di potenza. C’è una crisi tecnologica, anche qui con un rovesciamento del miraggio egualitario della rete nella presa d’atto dei suoi dispositivi gerarchici di sorveglianza, controllo, estrazione di lavoro e di valore. C’è una crisi, perfino, epistemologica, con l’appannarsi del confine fra vero e falso, informazione e fake news, lumi della ragione e buio delle credenze, che erode il nocciolo stesso dell’autodeterminazione e ci mette tutti nella condizione dell’angelo di Benjamin, con il futuro alle spalle e il progresso ridotto a una montagna di macerie. E potremmo chiuderla qui, con l’immagine di un decennio avvolto nella parola “crisi” variamente declinata ma riassumibile sotto il nome di crisi del neoliberalismo, e senza che se ne vedano le soluzioni o l’uscita.

Eppure, il bicchiere si può rovesciare, come fa Rebecca Solnit sul Guardian, invitandoci a guardare le cose da un’altra prospettiva. Perché proprio questa infilata di crisi ci ha aperto gli occhi, trasformando la disillusione non sempre in rancore, paura e nostalgia ma anche in rivolta, resistenza, immaginazione del futuro. Guardato da questa prospettiva, il decennio è attraversato da un filo rosso di movimenti che non smettono di ripresentarsi da ogni parte del mondo: Occupy Wall street, le primavere arabe, Black lives matter, il movimento sul cambiamento climatico dall’Artico all’Equatore, le piazze gremite degli ultimi mesi in America Latina, i gilet gialli in Francia. E il femminismo di ultima generazione dappertutto, dal Cile al Messico, dal Giappone alla Corea del Sud, dall’Europa all’India, dal Pakistan al Kenia, e da Hollywood alle periferie più sofferenti: una rivolta dentro la rivolta, come da sempre il femminismo si presenta, ad ammonire che non c’è ribellione contro la finanza, contro il capitalismo delle piattaforme, contro i dittatori, contro le polizie, contro i fondamentalismi, contro il razzismo, contro lo sfruttamento mortifero della natura, che non passi per lo smantellamento delle strutture profonde del dominio sessuale e per la tessitura di una diversa trama dell’io, del noi, delle relazioni umane. Non c’è uscita dalla razionalità neoliberale, che ha ridisegnato l’antropologia politica del mondo mettendo sul trono un individuo tanto proprietario, narcisista e competitivo quanto deprivato, isolato e infelice, senza ritessere la trama delle alleanze intersezionali fra quante e quanti in quell’individuo non si riconoscono.

Conosciamo le obiezioni: questi movimenti spuntano e passano, non vincono, sono poca cosa rispetto alle torsioni verso destra dei popoli e degli elettorati. Ma i movimenti non vincono le elezioni, cambiano la testa e il cuore di chi li fa e di chi ne è contagiato; scavano in profondità, aprono l’immaginazione del presente e del futuro, rimettono al mondo la felicità pubblica dove imperano le passioni tristi; rilanciano il desiderio di politica dove la politica costituita agonizza; modificano, appunto, la prospettiva. Sotto questa prospettiva, la visione del decennio cambia: l’infilata delle crisi diventa un generatore imprevedibile di soggettività, e l’icona che meglio la condensa è quella di un maschio bianco impaurito che pretende di tornare sovrano erigendo barriere e confini circondato da una moltitudine di donne che glielo impediscono. Trump e il Metoo, Salvini e Carola Rackete, Putin e Olga Misik, i potenti della terra e Greta: cartoline da un decennio niente male.

Oggetto privilegiato di addomesticamento del neoliberalismo, le donne ne sono diventate la principale spina nel fianco, le frontwomen di una rivolta che i media mainstream riducono alla conta delle presidenze e delle onorificenze femminili ma che ha per posta in gioco un cambio di civiltà. Non ci sono tetti di cristallo da rompere ma basi sociali da ricostruire. Il gioco, nel decennio che verrà, si farà certamente più duro se non tragico come un secolo fa, ma giocato dalla parte giusta si annuncia anche gravido di buone promesse.

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Corpo e laicità: il caso della legge francese sul velo

Come risposta e antidoto all’articolo di Paolo Flores D’Arcais  “Ma la sardina col velo no” ripubblico qui un mio saggio del 2005 (pubblicato in G. Preterossi (a cura di), Le ragioni dei laici, Laterza, Roma-Bari 2005) sulle contraddizioni della legge francese sul velo che tanto piace a Flores. Quello che valeva allora per la inassimilabilità della libertà femminile al principio della laicità vale ancora oggi. 

 

Un mese dopo gli attentati dell’11 settembre, in un discorso su “Fede e Ragione” alla Fiera del Libro di Francoforte[1], Jürgen Habermas individuò nell’esplosione in forme diverse dal passato della tensione tra società secolare e religione l’effetto più dirompente del crollo delle Torri gemelle. Il dato nuovo e inquietante non stava solo nelle motivazioni religiose degli attentati contro “il Grande Satana” addotte da Osama bin Laden; stava anche e ancor più nei «toni veterotestamentari»[2] del   linguaggio vendicativo di Gorge W. Bush, nonché nell’immaginario apocalittico immediatamente risvegliatosi in tutti noi, testimoni oculari dell’evento via tv. Dalle ceneri delle Torri emergeva dunque non solo il problema del fondamentalismo islamico anti-occidentale, ma anche quello dei residui di religiosità, o di immaginario religioso, che permangono all’interno delle democrazie occidentali secolarizzate. A onta delle sue interpretazioni ottimistico-progressive, che la leggono come «una sorta di gioco a somma zero»[3] fra le forze produttive della scienza e della tecnica da un lato e i poteri frenanti della religione e della Chiesa dall’altro, la secolarizzazione si rivelava come un tragitto incompiuto e strutturalmente ambivalente, «non un processo cumulativo e irreversibile, ma piuttosto una dinamica discontinua e aperta»[4], destinata a essere ripercorsa e ripensata nelle coordinate spazio-temporali della globalizzazione, in cui il conflitto culturale non si dispone lungo la linea di uno scontro di civiltà simmetrico e frontale, ma frattura ogni civiltà al suo interno prima che nel rapporto con le altre.

Quella diagnosi di Habermas si è rivelata lucida e profetica. Malgrado il tentativo di imbrigliare il conflitto fra fondamentalismo e secolarizzazione nei binari certificati dello scontro armato fra Islam e Occidente, dall’11 settembre in poi esso si è puntualmente ripresentato all’interno delle democrazie occidentali, sull’una e l’altra sponda dell’Atlantico: nella competizione elettorale fra Bush e Kerry negli Stati uniti e nella bocciatura di Rocco Buttiglione a commissario dell’Unione europea (con il relativo effetto imitativo dei teo-cons americani da parte dei teo-cons nostrani); nel dibattito sulla legge sulla procreazione assistita in Italia e in quello sull’eutanasia di Terri Schiavo in Florida; nel caso della legge sul velo in Francia e in quello dell’assassinio di Theo Van Gogh in Olanda; e massimamente nell’esplosione di religiosità postmoderna durante l’agonia e le esequie di Giovanni Paolo II. In tutti questi casi, peraltro molto diversi fra loro, la religiosità, variamente contaminata dagli umori mondani del presente, ha invaso i confini della laicità dello Stato, della neutralità del politico, dell’autogiustificazione della scienza; e in tutti questi casi il conflitto fra i sostenitori delle ragioni della fede e i sostenitori delle ragioni della laicità ha spesso coperto altre poste in gioco, non direttamente attinenti né alla fede né alla laicità, bensì a problemi di senso della politica, di orientamento della biopolitica, di rappresentanza e governo delle società post-coloniali e di traduzione dei loro codici culturali.

Di fronte a questi problemi, più che impugnare la bandiera della laicità credo che dovremmo interrogarci sui suoi strappi e le sue sfrangiature. Come giustamente ricorda Nello Preterossi nell’Introduzione a questo volume, la laicità fa parte di quella coerente costellazione concettuale – Stato nazionale, individuo, principio di uguaglianza, neutralizzazione delle differenze, bilanciamento dei poteri, separazione fra diritto e morale, politica e religione, foro interno e foro esterno – che ha fatto la storia della politica moderna. Ma questa costellazione manda non da oggi, com’è noto, segnali di crisi irreversibile; e l’antropologia del mondo globale ne porta implacabilmente allo scoperto la materia rimossa, che sarebbe esiziale continuare a rimuovere per tentare, peraltro invano, di ripristinare lo status quo ante. Di questa materia rimossa, sosterrò qui, fa parte la libertà femminile, con alcune correlate e imprescindibili questioni: differenza sessuale e sua significazione politica; ridefinizione del rapporto fra sfera personale e sfera pubblica e fra corpo e norma giuridica; dimensioni del potere che non rientrano nell’ordine politico ma nell’ordine simbolico. A questo grappolo di questioni – una costellazione a sua volta – lo strumentario della laicità non è in grado di rispondere, o non esaustivamente, così come non è in grado di rispondervi la costellazione della politica moderna di cui la laicità fa parte. Cercherò di dimostrare perché a partire dalla controversa vicenda della legge francese sul velo, caso assai emblematico di quella che Habermas definisce «la secolarizzazione nella società post-secolare», riferendosi alle prospettive della separazione fra fede e politica, religione e Stato in una società «capace di adattarsi alla sopravvivenza di comunità religiose in un ambiente che continuamente si secolarizza»[5].

La legge contro l’uso dei segni religiosi ostensibili nelle scuole, negli ospedali e nella pubblica amministrazione, comunemente (e non a caso) nota come “legge sul velo”, tecnicamente una riformulazione della legge sulla laicità del 1905, è stata approvata dall’Assemblea nazionale francese a larghissima maggioranza nel marzo del 2004. Jacques Chirac l’aveva richiesta il 17 dicembre 2003 con toni solenni, richiamandosi ai principi dell’Ottantanove e «al cuore dell’identità repubblicana», pochi giorni dopo la presentazione del Rapporto sulla laicità[6] redatto dalla Commissione di riflessione sull’applicazione del principio di laicità nella Repubblica, insediata dallo stesso Chirac il 3 luglio del 2003, presieduta dal Mediatore della Repubblica Bernard Stasi e composta da personalità di diverso orientamento culturale (prevalentemente uomini: fra gli altri, Regis Debray, Gilles Kepel, Henri Pena-Ruiz, Alain Touraine e Jean Baubérot, l’unico ad aver votato contro le conclusioni della Commissione). L’iter della legge è stato accompagnato da un dibattito politico e culturale acceso, che ha diviso gli e le intellettuali francesi nonché il femminismo francese e internazionale, e che si era avviato in Francia fin dal primo conflitto sull’uso del velo a scuola, scoppiato nel 1989 con l’espulsione di due studentesse velate dal liceo di Creil. Per citare solo alcuni degli interventi che si sono succeduti su Le Monde e sulla stampa italiana, Alain Touraine ha difeso la legge come garanzia d’esistenza di uno spazio pubblico neutrale in cui i conflitti identitari possano non dissolversi ma essere meglio vissuti e affrontati; Edgar Morin, viceversa, ha messo in guardia dal rischio di «usare un martello pneumatico per rompere un uovo»; la filosofa francese Elisabeth de Fontenay l’ha difesa a spada tratta, e così pure la scrittrice iraniana Chahdortt Djavan, mentre la giurista iraniana Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace, l’ha attaccata per la sua valenza intollerante; Jean-Luc Nancy l’ha ricondotta alla asimmetria sociologica, politica e teologica che sulla questione della laicità divide il cristianesimo dalle altre due religioni monoteiste; Aristide Zolberg, politologo della New York University, ha avanzato il dubbio che la legge possa rafforzare le resistenze identitarie invece di scioglierle, e che a questo fine a leggi dure sarebbero preferibili pratiche di tolleranza flessibili; Etienne Balibar, in un saggio a cui farò più volte riferimento[7], ne ha smontato i presupposti e le intenzioni, interpretandola non come una efficace riaffermazione ma come un sintomo della crisi del principio di laicità. L’intensità del dibattito è indicativa dell’arco di questioni che la legge tocca, o a cui allude. Per esplorarlo, conviene tornare al Rapporto della Commissione Stasi, e all’ampiezza del quadro che esso evoca per arrivare a formulare la norma che vieta l’uso ostentato di croci, veli e kippa.

Rivendicando l’eccezione della Francia, unico fra tutti gli Stati occidentali ad averla elevata al rango costituzionale, il Rapporto definisce la laicità come valore repubblicano e principio universale, in linea con la tradizione dell’universalismo francese che procede dall’Ottantanove, e ne fa un pilastro costitutivo sia dello Stato sia della cittadinanza. Fondata su tre cardini indissolubili _ neutralità del potere politico, libertà di coscienza, uguaglianza di fronte alla legge delle opzioni spirituali e religiose – la laicità non è infatti «un semplice guardiano della separazione fra sfera politica e sfera religiosa», ma stringe Stato e cittadini in un «patto repubblicano» che comporta per entrambi un’obbligazione: lo Stato garantisce libertà di coscienza, il cittadino deve rispettare la neutralità dello spazio pubblico. Al fondo c’è «una visione forte» della cittadinanza, che comporta, e prescrive, la progressiva emancipazione di ciascuno da eventuali appartenenze comunitarie, confessionali e etniche originarie. E’ la sperimentata forza dell’integrazionismo universalista francese che si intende ribadire e rilanciare, ma nel quadro storico del presente, radicalmente diverso da quello degli ultimi due secoli.

Pur consapevole che «la storia della laicità non è il racconto di una marcia inesorabile verso il progresso», essendosi essa trovata più volte a oscillare «fra due eccessi, la tentazione passatista dell’influenza della religione sulla società e la confusione della laicità con un ateismo militante», il Rapporto finisce tuttavia con l’assumere, per il passato e per il futuro, i toni di quella stessa narrazione progressista che a parole vorrebbe scartare. Dalla Rivoluzione in poi, e proseguendo una tradizione che dalla Grecia antica arriva all’Illuminismo attraverso il Rinascimento e la Riforma, la laicità ha avuto ragione di crisi e di scontri, arrivando infine con la legge del 1905 a sancire la separazione fra Chiese e Stato e la dissociazione fra la cittadinanza e l’appartenenza religiosa. Vero è che nelle colonie, alla prova dell’impatto con l’Islam, «la politica della Repubblica è segnata dall’ambiguità»: enunciata a parole, la laicità è stata derogata nei fatti con un codice di indiginato, in un lungo regime d’eccezione che la dice lunga sulle contraddizioni di partenza dello stato coloniale francese e getta un’ombra in partenza sull’universalismo del principio laico. Ma malgrado questa sintomatica e tutt’altro che marginale smentita, il patto repubblicano ha continuato a funzionare, secondo la commissione Stasi, per quasi tutto il Novecento: non solo sul versante della separazione fra Stato e Chiese, ma anche, e quel che più conta, sul versante dell’integrazione nella cittadinanza e nella cultura francese _ nella «comunità di affetti, questo insieme di valori, sogni, volontà che fondano la Repubblica» _ di donne e uomini di etnia, religione e cultura diverse. Da paese a maggioranza cattolica, la Francia è diventata un paese a spiccato pluralismo religioso, con la prima comunità ebraica dell’Europa occidentale e la più consistente comunità islamica, una forte presenza di ortodossi e di buddisti, di atei e di agnostici. La vocazione universalista del modello francese ne esce secondo il Rapporto confermata, a fronte del comunitarismo multiculturale che altri stati europei, Gran Bretagna e Olanda in primo luogo, sono andati adottando sulla falsariga del modello americano[8].

Ma oggi, prosegue il Rapporto, le cose sono cambiate. La felice ricetta che volgeva le differenze religiose e culturali in unità del corpo sociale rischia di non funzionare più con gli immigrati di terza generazione che non aspirano a dissolvere le proprie appartenenze d’origine nella “comunità d’affetti” repubblicana, ma al contrario ne fanno una irrinunciabile bandiera identitaria. «Fanatismo della differenza», diagnostica la Commissione, che impedisce quel «movimento individuale di libertà» che dovrebbe permettere a ciascuno/a di emanciparsi dalla propria comunità d’origine. Comunità versus individuo, comunitarismo versus liberalismo: sono i termini noti del dibattito che ha tormentato la democrazia americana negli anni Ottanta e Novanta, e che ora tormenta l’Europa. «Al di là della parola laicità, il problema è comune all’insieme dell’Europa: dare spazio a nuove religioni, gestire una società diversa, lottare contro le discriminazioni, promuovere l’integrazione e combattere le tendenze politico-religiose estremiste portatrici di progetti comunitaristi». E qui, per quanto “al di là” siamo, della laicità ricompaiono le magnifiche sorti e progressive: mentre il modello inglese e olandese perde evidentemente colpi _ l’assassinio di Pym Fortuyn insegna _, la Francia può e deve, secondo la Commissione, riconfermare e rilanciare il modello integrazionista.

Il resto, in termini di indicazioni normative, segue e consegue; ma prima di vedere come è bene fermarsi un momento. Com’è evidente da questi ultimi passaggi, la vera posta in gioco di cui il Rapporto Stasi discute non è la laicità propriamente intesa, ma il problema del governo di società globali, differenziate sul piano etnico, culturale e religioso, e quello della competizione fra modello multiculturale americano e modello integrazionista francese nell’affrontarlo. La scelta è di riconfermare il modello integrazionista, e di conseguenza la laicità come suo cruciale dispositivo di funzionamento: un filtro in grado di tollerare le differenze neutralizzandole e dissolvendole nella cittadinanza repubblicana. Questa riconferma ne presuppone altre, che riguardano la potenza dello Stato nazionale, la separazione concettuale del politico e del religioso, la concezione dell’individuo come atomo indipendente, della libertà come emancipazione dai vincoli relazionali e comunitari, dell’uguaglianza come equivalenza, neutralizazione, in-differenza. Ma se tutti questi presupposti restano confermati, dove sta il salto di discontinuità che la società globale impone su quella novecentesca?

A ben guardare, per come viene descritto nel Rapporto questo salto è molto relativo: quantitativo più che qualitativo. Fra le nuove «minacce» alla laicità vengono elencate le difficoltà di integrazione delle ultime ondate di immigrati, le condizioni di degrado delle periferie urbane, la disoccupazione, gli echi in territorio francese del conflitto mediorientale, le discriminazioni razziali e quella sessuale di cui sono oggetto le donne islamiche da parte dei loro uomini; ma come scrive Balibar, «le cause del conflitto non sono analizzate in profondo, e così anche la differenza culturale; la differenza di sesso resta strumentalizzata»[9]. Sembra che il problema sia rimasto quello novecentesco, in proporzioni maggiorate: la discontinuità è sociologica, ma non antropologica né ontologica; non riguarda lo statuto della soggettività, né quello del Politico. Può funzionare? Balibar dice di no, e indica quattro punti che andrebbero altrimenti impostati o sviluppati: la distinzione fra il politico e il religioso, che nel Rapporto viene data per scontata o naturale, mentre si tratta di «una distinzione storica derivante da decisioni che sono anch’esse politiche»[10]; il rapporto fra la neutralità dello spazio pubblico, e di quello scolastico in particolare, e sessualità; l’inasprimento del conflitto culturale sulla liberazione delle donne nel contesto post-coloniale; il rapporto fra disciplina, autorità e libertà all’interno dell’istituzione scolastica. Mi interessa qui riprendere e sviluppare il secondo e il terzo.

Più si va avanti nella lettura del Rapporto della Commissione Stasi, più ci si rende conto che la vera istanza cui esso risponde è quella, peraltro dichiarata, dell’ordine pubblico, e che la vera ossessione che lo muove è quella delle donne velate. Mentre nei confronti di molte delle altre “minacce” comunitariste alla laicità bastano infatti raccomandazioni e aggiustamenti (incentivare l’insegnamento dell’arabo e intraprendere quello del kurdo e del berbero; integrare i programmi di storia con i capitoli sulla schiavitù, la colonizzazione, la decolonizzazione, l’immigrazione; reclutare direttori spirituali musulmani nell’esercito e nelle prigioni; introdurre giorni di vacanza a scuola e nelle aziende per il Kippur e l’Aïd-El-Kebir, etc.), nel caso del velo non basta neanche la giurisprudenza flessibile emessa dai giudici francesi per i primi casi controversi[11]: ci vuole una legge. Perché? Che cos’ha di così perturbante quel foulard sul viso delle studentesse islamiche?

E’ noto da accurate analisi svolte sul campo che la semantica del velo non è interpretabile in modo univoco, trattandosi di un segno che oggi viene riscritto all’incrocio fra ritorno e reinvenzione della tradizione, fra controllo patriarcale delle donne e movimenti di libertà femminile, fra rifugio nell’identità e rivendicazione della differenza islamica rispetto all’omologazione occidentalista globale. Questa polisemia cambia inoltre da contesto a contesto: l’uso del burka imposto dai talebani afgani non è paragonabile a quello “conformista” del foulard in Iran, o in Algeria o in Turchia. In Francia, esso non è separabile dall’impatto degli immigrati di seconda e terza generazione con la cittadinanza e con l’immagine occidentale della donna: è «una provocazione» che segnala «lo scacco francese» nella promessa non mantenuta di uguaglianza, il rovesciamento in positivo di una identità imposta nella comunità d’origine e discriminata in quella d’adozione[12]. Più precisamente, dell’uso del velo nelle periferie parigine sono stati individuati quattro significati diversi: c’è il velo tradizionale della madre o della nonna, c’è il velo imposto alle giovani dai genitori, c’è il velo rivendicato contro i genitori che si sono lasciati assimilare troppo ai costumi occidentali, c’è il velo negoziato con i genitori pur di potere uscire la sera con gli amici occidentali; e infine c’è il velo indossato come schermo di difesa da aggressioni e discriminazioni maschili, occidentali e islamiche: un uso controparadossale, e a suo modo “femminista”, del marchio dell’oppressione[13]. Le società occidentali post-femministe, del resto, ne dovrebbero sapere qualcosa: com’è stato osservato, fu un classico «rovesciamento della stigma» a caratterizzare l’uso di massa delle gonne a fiori nel femminismo degli anni Settanta, ovvero la risemantizzazione di un segno che nel senso comune evocava una femminilità tradizionale e passiva in un simbolo di femminilità rivendicata, autocosciente, sottratta al metro di misura dell’immaginario sessuale maschile e al diktat emancipazionista[14].

Con ciò non intendo, sia chiaro, ribaltare il discorso corrente sostenendo che il velo è sempre o prevalentemente segno di libertà femminile: il problema sta proprio nella polivalenza di significati e di temporalità che esso veicola, caso tipico di quella “sincronicità dell’asincronico” che rompe nell’epoca globale il tempo lineare del progetto moderno. Non si tratta dunque tanto di compulsare la casistica dettagliata dei suoi usi, quanto di adottare una prospettiva che ne contempli anche un uso libero, e lo consenta. Il che comporta evidentemente la necessità di lasciare la decisione di portarlo o non portarlo, e con quale significato, alle dirette interessate, invece di affidarla a una legge che pretende di tutelarle paternalisticamente e di controllarle autoritativamente, come invece sceglie di fare il rapporto della Commissione Stasi. Il quale ne uniforma l’uso e il divieto, glissando sul fatto che, come pure scrive, «per quelle che lo portano il velo può rivestire diversi significati: può essere una scelta personale o, al contrario, un obbligo, particolarmente intollerabile per le più giovani», e attestandosi sulla constatazione che «per quelle che non lo portano, il significato del velo islamico stigmatizza la giovane nell’età della pubertà o la donna come sola responsabile del desiderio dell’uomo». Siamo al punto: questa visione «contrasta fondamentalmente con il principio di uguaglianza fra uomini e donne», il quale è «un principio fondamentale della Repubblica» e un valore irrinunciabile della scuola repubblicana: «la società francese non può accettare attacchi all’uguaglianza e alla mescolanza fra i sessi». Un principio tanto fondamentale e un valore tanto irrinunciabile da diventare ingiunzione normativa, «ordine pubblico» da presidiare per legge.

Colpisce, di questa illuminante sequenza, lo slittamento repentino dal piano del desiderio e dell’immaginario sessuale al piano dei principi costituzionali e della legge: troppo repentino per non essere sospetto. E’ evidente che l’effetto perturbante del foulard non sta, come il Rapporto tenta di argomentare, nel fatto che le ragazze islamiche fanno capannello durante la ricreazione o si rifiutano di nuotare in piscina con i maschi; sta nella velatura, agli occhi occidentali, della sessualità femminile, della dinamica asimmetrica del desiderio eterosessuale, dei codici che regolano i rapporti fra i sessi in un ordine socio-simbolico diverso dal nostro. Una velatura tale da impedire agli estensori del Rapporto di ricordarsi che nei nostri paesi le donne uscivano col fazzoletto in testa fino a pochi decenni fa, e di interrogarsi sulle segrete simmetrie che legano, nel controllo della sessualità femminile, due ingiunzioni opposte come quella islamica a nasconderla e quella dell’occidente mercificato a esibirla: come ha scritto Alain Badiou in una critica graffiante della legge in questione, che giustamente rammenta la lezione foucaultiana su come il controllo sulla sessualità si eserciti non solo attraverso i divieti ma anche attraverso i permessi, fra l’imperativo veteropatriarcale “copritevi e non godete” e l’imperativo postpatriarcale “scopritevi e godete” c’è un isomorfismo che andrebbe interrogato, come pure fra l’ostentazione del foulard che dà identità al corpo delle giovani donne islamiche e l’ostentazione dei logo su magliette, jeans e scarpe da tennis che danno identità alle adolescenti (e non solo) occidentali[15].

La vera posta in gioco della legge sul velo non è dunque la garanzia di una laica convivenza di culture diverse nello spazio pubblico; è qualcosa che ha che fare con il controllo sulla sessualità femminile e sul gioco della differenza fra i sessi, o meglio sulla sua significazione e iscrizione nello spazio pubblico. Quel segno perturbante del foulard, irriducibile ai codici occidentali, dev’essere interpretato e significato piegandolo al linguaggio e alle leggi della tradizione repubblicana. Obiettivo che infatti la commissione Stasi raggiunge reiterando la classica mossa con cui il pensiero politico occidentale moderno si rapporta alla segnaletica della differenza femminile: leggendola con la sola categoria dell’oppressione, e neutralizzandola con l’ingiunzione dell’uguaglianza. In altri termini: il gioco della differenza sessuale, che è sempre un gioco aperto a diversi esiti sia sul piano linguistico-simbolico sia sul piano dei rapporti di potere fra i sessi, viene riportato al teorema obbligato dell’oppressione femminile, la cui soluzione obbligata sta nel programma egualitario. Il velo è un segno di discriminazione delle donne e viola il principio dell’eguaglianza fra i sessi, il quale va perseguito e imposto normativamente dalla Repubblica. A farne le spese è, sul piano concreto, la libertà delle donne di portare il foulard attribuendogli un significato non tradizionale; sul piano concettuale, qualunque nozione di libertà femminile che fuoriesca dalla sequenza oppressione-emancipazione-eguaglianza. Il principio della laicità, presentato all’inizio del Rapporto, come abbiamo visto, come presidio della tolleranza e della libertà, nei confronti delle donne finisce con l’assumere paradossalmente una valenza intollerante e liberticida.

Ma si tratta di un paradosso tutt’altro che inedito. Si ripresenta infatti emblematicamente, nella legge francese sulla laicità, un nodo teorico e storico che la critica del femminismo della differenza italiano al paradigma politico della modernità ha più volte evidenziato: rimossa all’origine della costruzione politica moderna, e cancellata nella figura dell’individuo neutro e eguale, la differenza sessuale si ripresenta lungo tutta la modernità come spina nel fianco di una cittadinanza che pretende di includerla neutralizzandola, e neutralizzandola ne perpetua in varie forme l’esclusione[16]. Nel tempo della crisi del paradigma politico moderno, che è anche un tempo di crisi del patriarcato e di crescita di libertà femminile, questa contraddizione si acutizza: la libertà femminile si manifesta infatti in forme diverse da quelle previste dal paradigma emancipazionista ricalcato sull’individuo liberaldemocratico (e tuttavia non assimilabili alle sue contestazioni comunitariste), e domanda mediazioni linguistico-simboliche e relazionali diverse dalla mediazione giuridica [17]. Risaltano dunque con maggiore evidenza i limiti e i costi della ricetta adottata dalla legge sulla laicità francese: in particolare la valenza passivizzante del paradigma dell’oppressione, che interpreta in termini di vittimizzazione anche comportamenti autoaffermativi e non riesce a concepire che si dia, fra le donne occidentali e non, «libertà senza emancipazione»[18]; e la valenza assimilatrice e neutralizzante, normativa e normalizzante del principio di uguaglianza, non da oggi tramutatosi sul fronte dei rapporti fra i sessi, com’è stato efficacemente scritto, in «accanimento paritario»[19].

Vale all’interno delle democrazie occidentali, come il femminismo della differenza ha evidenziato dagli anni Settanta in poi, e vale a maggior ragione quando la cittadinanza democratica deve misurarsi con strutture antropologiche e codici simbolici altrui, che proprio nel corpo sessuato si inscrivono, a dimostrazione che la differenza sessuale non è un elemento aggiuntivo dei conflitti culturali che agitano le nostre società ma li connota significativamente ab origine: è nel corpo sessuato che si manifestano resistenze, ribellioni, conflitti che contribuiscono alla ridefinizione della cittadinanza, del rapporto fra pubblico e privato e fra politico e giuridico, all’incrocio fra la crisi del paradigma politico moderno e le trasformazioni dell’ordine simbolico patriarcale. Qui i «paradossi dell’universalismo»[20] si moltiplicano, e non basta a risolverli né la “fede laica” nelle capacità di integrazione e assimilazione di una cittadinanza neutrale, né il pluralismo multiculturale, che dell’universalismo sono oggi le due facce, non a caso accomunate dalla stessa religione dei diritti e dallo stesso credo nella loro applicabilità planetaria. Tantomeno basta a risolverli l’ingiunzione normativa della legge: se si concepisce la differenza sessuale non come il deposito passivo di identità di genere compatte e omogenee, ma come significante aperto del gioco sociale e politico, a questo significante vanno lasciati lo spazio e la possibilità, in una parola la libertà, di esprimersi nei vari contesti in cui opera, secondo i rapporti di forza in cui si trova e le pratiche di scambio sociale e di iscrizione simbolica che di volta in volta si dà _ nel nostro caso, portando il velo, non portandolo, risemantizzandolo; non secondo il dettato di una norma, ma in uno spazio di azione personale-politica da cui la legge dovrebbe sapersi ritrarre[21]. La “decisione” della norma taglia invece la complessità promettente del problema, con effetti poco probanti sul piano pratico ma nefasti sul piano simbolico. Nel primo anno di applicazione della legge francese sul velo, i dati ufficiali parlano di quarantasette studentesse espulse, e di altre cinquecentocinquanta che negoziando con insegnanti e presidi hanno accettato di velarsi nei corridoi ma non in classe[22]. Ma ben più pesanti sono stati gli effetti simbolici: le giovani immigrate islamiche sono diventate l’oggetto di una contesa fra «uomini bianchi che vogliono salvare le donne nere dagli uomini neri», per usare una celebre frase di Gayatri Spivak[23], coperti dall’autorità della legge, e “uomini neri” che manifestavano con loro contro la legge per mantenere il comando patriarcale coperti dall’autorità della religione; mentre il femminismo francese, espressosi per lo più a favore della legge, si ri-nazionalizzava allineandosi ai valori della Repubblica.

Accade infatti che più la libertà femminile cresce, in occidente e fuori dall’occidente, più essa ridiventa la posta in gioco dei conflitti identitari che alimentano il cosiddetto “scontro di civiltà”. Il tentativo dell’amministrazione Bush di legittimare la guerra in Afghanistan prima, in Iraq dopo come guerra di liberazione delle donne dal patriarcato islamico ne è un esempio eclatante; la legge francese sulla laicità ne è un esempio meno eclatante ma altrettanto significativo[24]. Scrive ancora Balibar: «Dobbiamo assolutamente prendere coscienza della tragicità di una situazione in cui delle giovani donne, a un certo punto della loro vita, fra l’infanzia e la maturità, diventano la posta in gioco di una spietata lotta di prestigio fra due poteri maschili che tentano di controllarle, uno in nome dell’autorità patriarcale ammantata di religione, l’altro in nome dell’autorità nazionale ammantata di laicità»[25]. Nel contesto post-coloniale, aggiunge Balibar, c’è una contraddizione al momento irrisolvibile «fra due rivendicazioni entrambe universali»[26]: quella che combatte le discriminazioni etniche e il razzismo culturale delle vecchie nazioni coloniali, e quella che combatte la soggezione delle donne nei paesi un tempo colonizzati, o nelle comunità che da quei paesi emigrano nei nostri. Questa contraddizione ci interroga quotidianamente, costringendoci a smarcarci dagli schieramenti politici e teorici in campo. «Non possiamo credere a nessuno dei discorsi simmetrici che vorrebbero cancellarla _ conclude Balibar -: né a quello che accomuna “la lotta delle donne” a quella dei “popoli oppressi”, o dei gruppi etnico-religiosi minoritari, in una convergenza spontanea, né a quello che presenta i valori dell’ “Occidente” come modello e veicolo di emancipazione delle donne nel mondo, e in particolare nel mondo musulmano, dal momento che l’Occidente ha sviluppato proprie massicce forme di assoggettamento femminile e che tutta una parte del suo “femminismo” comincia a negare ogni validità alla parola delle donne “minoritarie” e chiama in soccorso contro di loro la legge e l’intervento coercitivo dello Stato»[27].

Il riferimento è soprattutto al femminismo francese, ma il monito vale per tutto il femminismo occidentale, troppo tentato _ come si è visto anche in molte frettolose adesioni femministe americane alle giustificazioni “femministe” della guerra all’Afghanistan _ di far valere per “le altre” donne l’universalità di quei diritti di cui avevamo smascherato i limiti e il marchio d’origine maschile in casa nostra, e di prendere per buone le improvvise e improvvisate conversioni maschili alla lotta per la liberazione delle donne “altrui”, che quasi sempre servono ad autoassolversi dalle responsabilità per i rigurgiti veteropatriarcali nelle democrazie nostre[28]. C’è qui per fortuna da rivendicare un primato del femminismo della differenza italiano, più di altri abituato a diffidare della grammatica dei diritti e della deriva di neutralizzazione del corpo che essa comporta[29], ma anche più determinato nel sostituire alla norma giuridica pratiche di scambio, traduzione culturale e mediazione simbolica fra donne e con le “altre” donne: pratiche che escludono sia l’universalismo imposto per legge sia il relativismo agnostico, e puntano, oltre i limiti di una statica “politica del riconoscimento”, alla decostruzione delle identità e alla mobilitazione delle soggettività “a partire da sé”[30]. Se, come sostiene Habermas, le prospettive della società post-secolare passano per la capacità di accogliere le risorse di senso provenienti dalle religioni in un processo continuo di traduzione fra il linguaggio religioso e quello secolare e di negoziazione degli stessi confini fra l’uno e l’altro, è a questo tipo di pratiche discorsive che dobbiamo rivolgerci più che alla produzione di leggi che piegano la laicità non nel senso della tolleranza, del confronto e del conflitto fra codici diversi ma nel senso dell’intolleranza, della neutralizzazione e dell’assimilazione.

[1] J. Habermas, Fede e ragione, in “Micromega” n. 5, 2001

[2] Ivi, p. 8.

[3] Ivi, p. 9.

[4] G. Marramao, La passione del presente, commento a J. Habermas, Fede e ragione cit., in “Micromega” cit., p. 21.

[5] J. Habermas, Fede e ragione cit., p. 10.

[6] Commissione Stasi, Rapporto sulla laicità, Scheiwiller 2004. Ho eliminato il riferimento alle pagine dalle citazioni del testo.

[7] E. Balibar, Dissonanze nella laicità. Velo islamico e spirito repubblicano in Francia, in “la rivista del manifesto”, n.54, ottobre 2004. Una precedente versione ridotta di questo saggio era stata pubblicata nel volume di Aa. Vv., Le foulard islamique en questions, a cura di Charlotte Nordmann, éditons Amsterdam, Parigi 2004.

[8] Sui modelli del multiculturalismo e i loro limiti cfr. Laura Lanzillo, Il multiculturalismo, Laterza, Roma-Bari 2005 (in corso di pubblicazione).

[9] E. Balibar, Dissonanze cit., p. 49.

[10]            Ivi, p. 51.

[11]            Il parere espresso dal Consiglio di Stato dopo il caso del liceo di Creil sosteneva che l’uso del velo da parte delle studentesse non è in contraddizione con i valori della scuola laica e repubblicana, e lasciava ai presidi la facoltà di agire caso per caso. Una successiva circolare di Jospin, dicembre ’89, raccomandava il dialogo fra presidi e genitori volto alla rinuncia del velo «nell’interesse dell’allieva e in difesa del buon funzionamento della scuola». Nel 1992 il Consiglio di Stato era di nuovo intervenuto per annullare gli articoli dei regolamenti scolastici volti a escludere le alunne con il velo, ma pochi mesi dopo aveva convalidato l’esclusione di quelle che si rifiutano di partecipare all’ora di educazione fisica (parere contraddetto dalla reintegrazione di un’allieva ordinata dal ministero nel 1999). Il concetto di «segni ostentati» era stato introdotto da una circolare del ministro Bayrou nel settembre del 1994; in ottobre, il Tribunale amministrativo del Basso Reno aveva però stabilito che il velo non si può considerare di per sé segno ostentato. Nel 2000 infine l’Alto Consiglio per l’integrazione si era pronunciato per la compatibilità fra Islam e Repubblica e contro il divieto di entrare a scuola con il velo.

[12]            Christine Delphy, Un affaire française, in Aa.Vv., Le foulard islamique en questions cit., p.65 e sg. Christine Delphy, direttrice di « Nouvelles Questions fémministes », è fra le poche voci del femminismo francese che si siano opposte alla legge sul velo.

[13]            Françoise Gaspard, Femmes, foulards et République, in Aa. Vv., Le foulard islamique en questions cit., p. 73 .

[14]            Annamaria Rivera, Libere per legge? Il rovescio del velo,”il manifesto” 13-3-2004. Della stessa autrice, e in sintonia con quanto sto cercando di argomentare in queste pagine, cfr. anche L’interdetto del foulard: antropologia di una guerra dei simboli, di prossima uscita in “Parolechiave” n. 33, giugno 2005.

[15]            Alain Badiou, Velo, Nike e Lacoste. Al lavoro, Chirac, in il manifesto 29/2/2004.

[16]            Cfr. Maria Luisa Boccia, La differenza politica.Donne e cittadinanza, il Saggiatore, Milano, 2002; Adriana Cavarero, Il pensiero femminista. Un approccio teoretico, in Franco Restaino e Adriana Cavarero, Le filosofie femministe, Paravia, Torino 1999.

[17]            Sullo statuto della libertà femminile rinvio al mio L’eccedenza della libertà femminile , in Ida Dominijanni (a cura di), Motivi della libertà, Franco Angeli, Milano 2001.

[18]            Lia Cigarini, Libertà senza emancipazione, “via Dogana n. 61, giugno 2002.

[19]            Luisa Muraro, Identità umana e differenza sessuale, in Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori, Napoli 1995, p. 130 sg..

[20]            Giacomo Marramao, Passaggio a Occidente, Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. 172 sg.

[21]            Vale la pena di ricordare, sia pure parenteticamente, che l’alternativa fra leggi repressive e vuoto di legge è quella che si pone tipicamente ogni volta che la posta in gioco di un conflitto riguarda la differenza sessuale e la libertà femminile. Un altro caso emblematico è quello della legge italiana sulla procreazione assistita, in cui a motivare l’urgenza dell’intervento legislativo è stato l’allarme sul “far west procreativo” , ovvero sulla libertà-responsabilità femminile nella pratica delle tecnologie riproduttive, laddove la necessaria repressione degli abusi della ricerca e del mercato avrebbe richiesto più sobri e determinati interventi di regolamentazione dei centri in cui si pratica la fecondazione e la sperimentazione sugli embrioni.

[22]            cfr. il manifesto 15-3-2005. Altri dati riferiscono però di altre cinquanta studentesse spinte a dare le dimissioni prima di arrivare al Consiglio di disciplina, l’organo che decide sull’espulsione, e di un numero di casi non quantificabile di ragazze che, non volendo o non potendo rinunciare al velo, hanno rinunciato ad andare a scuola. Cfr. Annamaria Rivera, L’interdetto del foulard cit., p. 2.

[23]            Gayatri Chakravorty Spivak, Critica della ragione postcoloniale, Meltemi, Roma 2004, p. 213 sg.

[24]  Non a caso la legge sul velo fu individuata come oggetto di trattativa, nel settembre 2004, dai rapitori iracheni dei due giornalisti francesi Cristian Chesnot e George Malbrunot, che ne chiesero l’abrogazione in cambio della liberazione degli ostaggi. In quella occasione i dirigenti delle comunità islamiche francesi si dissociarono chiaramente dalla richiesta dei terroristi; in seguito, il Consiglio francese del culto musulmano, che rappresenta l’Islam in Francia, ha accettato ufficialmente la legge e ha chiesto di applicarla.

[25]            Etienne Balibar, Dissonanze cit., p. 53.

[26]            ibidem.

[27]            ibidem.

[28]            Per la critica della legittimazione della guerra in Afghanistan come liberazione delle donne dal burka, cfr. Aa. Vv, Prospettive femministe transnazionali contro la guerra, un testo di alcune studiose femministe postcoloniali (fra le altre Inderpal Grewal, Caren Kaplan, Minoo Moalleme), in “Dwf” n. 52, 2001. Cfr. anche Judith Butler, Vite precarie,Meltemi, Roma 2004, p. 62 sg.

[29]            Sulla critica del pensiero della differenzaNon credere di avere dei diritti, Rosemberg e Sellier, Torino 1987. Cfr. inoltre Diana Sartori, Ma non affidare il futuro ai diritti, in Aa. Vv., Globalizzazione e diritti futuri, manifestolibri, Roma 2004, e per l’area anglosassone Elizabeth H. Wolgast, la grammatica della giustizia, Editori Riuniti, Roma 1991.

[30]            Cfr. Diotima, La sapienza di partire da sé, Liguori, Napoli 1996. Per una critica delle politiche del riconoscimento, cfr. Judith Butler, Vite precarie cit., p. 39 sg.

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Sinistra e popolo nell’era digitale

Qui il link alla presentazione dell’ultimo numero di Critica Marxista con un intervento di Teresa Numerico e mio (Roma 12/12/2019)

Sinistra e popolo nell’era digitale. Poteri, conflitti, identità, sessi, linguaggi (audio)

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