Quando il troppo storpia

Pubblicato su centrostudiriformastato.it il 2 ottobre 2021

Non c’è affatto bisogno di aspettare le motivazioni della sentenza contro Mimmo Lucano per denunciarne l’intenzione persecutoria. Le motivazioni le leggeremo, per il gusto di verificare se tanto rigore legalitario – o tanto “settarismo giudiziario”, come l’ha definito Luigi Ferrajoli – il tribunale di Locri lo applichi tale e quale e con pari acribia a chi per davvero, su quel territorio in specie, di illegalità vive e prospera. Ma per l’intenzione persecutoria basta la tempistica, un intervento a gamba tesa a 72 ore dalle elezioni regionali in cui Lucano è un candidato di punta della coalizione civica guidata da Luigi De Magistris nonché il simbolo vivente di “un’altra Calabria possibile”, come recita il nome della sua lista. È strano come tanti garantisti à la carte, che per decenni hanno ululato contro la “giustizia a orologeria” rea di colpire al momento giusto questo o quel potente di turno, oggi non alzino neanche un sopracciglio contro questa evidente, e nient’affatto obbligata, ingerenza del tribunale di Locri nella dinamica elettorale. A chi dovrebbe giovare tanto zelo, se non agli spiriti animali della destra targata Spirlì, felici che la mannaia della giustizia si sia finalmente abbattuta sul modello Riace? O forse ha di nuovo ragione Lucano: si trattava di placare l’invidia che lo assediava per la sua popolarità, per le classifiche di Fortune, per il film di Wenders e per la fiction (mai trasmessa) della Rai. Era troppo, per un territorio abituato più a identificarsi nella comune disgrazia che a gioire per un progetto riuscito.

Ma è troppo anche questa sentenza, e si sa che il troppo storpia. Sì che non è da escludere che l’intervento a gamba tesa finisca con l’avere sulla dinamica elettorale un effetto-boomerang. La solidarietà che a Mimmo Lucano sta arrivando da ogni dove potrebbe dare i suoi frutti anche in termini elettorali. Non solo. Che la legalità formale non coincida con la giustizia ma possa perfino ostacolarla i calabresi lo sanno benissimo dalla loro storia, come sanno benissimo che è sospetta quella legalità che si esercita sui più deboli e chiude un occhio sui più forti: sono, peraltro, due tasti su cui De Magistris, che in Calabria prima di essere candidato è stato magistrato, ha insistito frequentemente nella sua campagna elettorale. E alla fine è un bene, in una regione costantemente rappresentata come una sorta di far west dove si gioca solo a guardie e ladri, che le contraddizioni in seno alla giustizia emergano così eclatantemente (nonché quelle in seno alla magistratura: caso vuole che proprio in questi giorni si tenga a Reggio Calabria un convegno nazionale di Magistratura democratica sull’accoglienza dei migranti significativamente intitolato “Un mare di vergogna“, che va nella direzione opposta a quella della sentenza del tribunale di Locri).

Il colpo di scena giudiziario della vigilia potrebbe mettere, dunque, qualche puntino sospensivo sul voto di domenica. Che prevalga il tandem Occhiuto (Forza Italia, candidato alla presidenza) e Spirlì (Lega, suo promesso vice) sembrerebbe scontato, in una competizione – a turno unico, dove vince chi prende un voto in più degli altri – in cui il centrodestra ha fatto di tutto per compattarsi sulla voglia di vincere e gli altri hanno fatto di tutto per dividersi grazie alla voglia di perdere del Pd, regista impareggiabile della gestione rovinosa di una partita politica che avrebbe potuto avere tutt’altro andamento. Ma di scontato, si sa, in politica non c’è quasi niente.

Riavvolgiamo rapidamente il nastro dei fatti. La Calabria torna alle urne dopo soli venti mesi dalle regionali del gennaio 2020, quando Jole Santelli, candidata berlusconiana del centrodestra, vinse con il 55% del 44% dell’elettorato. L’astensione fu la risposta dell’elettorato di centrosinistra a un’offerta politica insensata e inconsistente: mollato il governatore uscente, Mario Oliverio, senza alcuna motivazione esplicita e con quella implicita del suo coinvolgimento in alcune inchieste giudiziarie (dalle quali Oliverio è stato nel frattempo scagionato), il Pd si era affidato alla candidatura “civica” dell’imprenditore antimafia Pippo Callipo, con trascorsi politici trasversali e senza capacità di mobilitazione e trascinamento. Dopo la morte prematura di Santelli, intervenuta nell’ottobre successivo, c’erano tutte le condizioni perché il centrosinistra facesse tesoro della precedente batosta e si ristrutturasse attorno a una candidatura unitaria e credibile. La Regione era rimasta nelle mani di un personaggio improbabile come Spirlì, leghista di scuola Mediaset prescelto da Santelli e noto ai più per la sua imitazione firmata Crozza. La pandemia aveva portato agli onori della cronaca la situazione drammatica della sanità regionale commissariata da più di dieci anni, e l’aveva ulteriormente esacerbata con la vicenda tragicomica della sequenza di nomine declinate o impallinate seguita al dimissionamento per incompetenza dell’allora commissario Cotticelli e finita con il conferimento dell’incarico a un poliziotto come l’attuale commissario Guido Longo, ennesima dimostrazione che ai problemi della Calabria si pensa solo in termini criminali e repressivi. I calabresi erano stufi di sentirsi trattare, sulla salute come su tutti gli altri diritti fondamentali, come cittadini di serie B, l’elettorato progressista era saturo di umiliazioni, e la sinistra diffusa, che da gran tempo non si riconosce più in quella ufficiale ma opera attivamente sul territorio nell’associazionismo e nell’imprenditoria sociale, domandava a gran voce uno scatto politico unitario.

Si deve al Pd, e solo al Pd, se quella domanda non è stata raccolta. Ufficialmente protrattisi fino allo scorso giugno, i giochi in realtà si sono chiusi fra dicembre e gennaio, quando il Pd ha rifiutato di convergere su una candidatura di coalizione (fra i nomi possibili all’epoca quello di Anna Falcone, diventata nel frattempo una colonna portante della coalizione di De Magistris) per arroccarsi sulla conditio sine qua non, perdente in partenza, di un candidato di partito (all’epoca Nicola Irto, poi costretto a ritirarsi dalle faide interne al suo stesso partito). La determinazione con cui a febbraio è sceso in campo De Magistris ha rotto lo schema di gioco di un bipolarismo consociativo, in cui al “principale partito del centrosinistra”, che in Calabria è ridotto a percentuali preoccupanti ma non per questo abbassa la cresta, interessa più mantenere qualche postazione minore che puntare effettivamente al governo della Regione. Del resto, mentre De Magistris cominciava molto per tempo a battere la Calabria in lungo e in largo, il Pd aveva sempre qualcosa di più urgente a cui pensare che non la riconquista dell’unica regione in palio in queste amministrative: prima la crisi di governo, poi lo stato dell’alleanza con i 5 Stelle, poi il cambio della guardia fra Zingaretti e Letta. Riaperto da Conte dopo il suo insediamento alla guida dei 5S, per il centrosinistra il capitolo Calabria era di fatto già chiuso e dato per perso.

Il resto è cronaca di un casting elettorale privo di sostanza politica e approdato infine a metà luglio – dopo la designazione e il ritiro per problemi giudiziari familiari di un’imprenditrice, Maria Antonietta Ventura, individuata da Conte e Boccia ma ignota ai più – alla candidatura di Amalia Bruni, neurologa di valore nota per le sue ricerche sull’Alzheimer e direttrice del centro di neurogenetica di Lamezia Terme: un sigillo di garanzia – ma privo di esperienza politica – sul problema della sanità, salvo che sentire Conte, Letta e Zingaretti invocare a suo sostegno la fine del commissariamento della sanità regionale fa ridere o piangere, vedete voi, dati i trascorsi del governo Conte 2 nella summenzionata vicenda dei commissari spediti uno dopo l’altro in Calabria solo un anno fa senza che nessuno ne mettesse in forse la funzione. E la storia non finisce qui, perché la prova d’insipienza politica e di feudalizzazione interna del Pd è stata tale da indurre l’ex governatore Mario Oliviero a candidarsi a sua volta a presidente da indipendente, fuori e contro il suo partito: non per ripicca ma per riaprire una prospettiva politica a sinistra, dice lui, e come dargli torto? Il Pd che c’è di prospettive ne ha una sola: perdere e far perdere tutto ciò che a sinistra avrebbe possibilità di vincere, o quantomeno di vivere.

Che lo si voglia o no, quella della coalizione civica di De Magistris è la carta più interessante e promettente di questa partita, non a caso sostenuta anche da un fronte di intellettuali da tempo in stato di latenza. Le sei liste che la compongono non hanno i pacchetti di voti garantiti delle sette che sostengono rispettivamente Occhiuto e Bruni ma raccolgono il meglio dell’attivismo di una sinistra sociale non più disposta a restare ai margini, che insieme con il sindaco di Napoli ha fatto una campagna elettorale capillare sul territorio, dai borghi più negletti alle realtà più innovative, puntando sugli incontri ravvicinati, sul risveglio della partecipazione politica e sulla ri-motivazione al voto. Gravano su De Magistris antichi sospetti di populismo e di giustizialismo, ma la sua battaglia contro il consociativismo fra il centrodestra e il centrosinistra squalificati che si sono fin qui alternati alla guida della Regione è sacrosanta, mentre i toni del giovane magistrato d’assalto di venti anni fa sono oggi temperati dall’esperienza istituzionale napoletana ed europea. Una base di competenza necessaria per guidare una regione che sulla partita del Pnrr si gioca, come Anna Falcone non si stanca di ripetere, l’inserimento nei o l’emarginazione definitiva dai circuiti nazionali e continentali della decisione e della spesa. E che soprattutto, se verrà riaffidata alla destra peggiore che si sia mai vista, avrà bisogno della funzione di controllo di un’opposizione degna. La gara per il secondo posto, stavolta, è decisiva quanto quella per il primo.

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L’esperimento italiano

Pubblicato su internazionale.it il 19 febbraio 2021

La prima ad adeguarsi al tempo nuovo è la pubblicità. “Welcome back, future!”, recita lo spot della nuova Fiat 500 con Leonardo Di Caprio testimonial d’eccezione. L’uscita dalla pandemia, Mario Draghi dice bene, non sarà come riaccendere la luce, ma intanto la grande impresa prepara gli interruttori perché il futuro sarà ecosostenibile o non sarà. Certo è strano che in Italia il Green new deal non si materializzi nella sagoma di una Alexandria Ocasio-Cortez come negli Stati Uniti bensì in quella di un governo con l’età media più alta di quello precedente, presieduto e impreziosito da competenze e orientamenti immancabilmente e implacabilmente risalenti al mondo e all’establishment pre-pandemico. Ma l’Italia funziona con le rivoluzioni passive, non con i cambiamenti attivi. E il futuro deve accontentarsi ancora una volta di essere una promessa con dedica alla next generation, tanto impegnativa quanto ancora una volta non inclusiva.

L’era Draghi si apre al senato con 262 sì su 305 presenti e 304 votanti, alla camera con 535 sì, 56 no e 5 astenuti, un’ampiezza di consensi e un’esiguità di opposizione con pochi precedenti nella storia repubblicana. Il mal di pancia del Movimento 5 stelle è passato con un Maalox lasciando sul campo una trentina di parlamentari dissenzienti in attesa di espulsione, perché il Movimento “deve evolversi”, come dice qualcuno, e si sa che il darwinismo, sociale o politico che sia, fa sempre le sue vittime. Giorgia Meloni vivrà di rendita continuando ad agitarsi fuori dal recinto, ma nessuna rendita garantita si prospetta invece per l’unica voce, di Nicola Fratoianni, che dice di no da sinistra.

Tra il rosario degli interventi e le sanificazioni passano due giornate di dibattito parlamentare lunghe e noiose con poco o niente di memorabile, non fosse per Teresa Bellanova e Maria Elena Boschi che rivendicano a Italia viva il capolavoro politico della nascita del nuovo governo e per alcune pentastellate che al contrario rivendicano intera e intatta l’eredità del Conte 2. “Le vedove di Conte” le chiama qualcuno sui social, in sintonia con le altre etichette appioppate sui giornali e in tv al governo degli “scappati di casa” o dell‘“avvocaticchio del sud”: prove della svolta squisitamente elitista, cafona come tutti gli sfoggi di stile delle élite, tipo la scena del martini dry ne Il fascino discreto della borghesia, che contrassegna l’inchino dei media mainstream al cambio di stagione.

Draghi riesce a dare un senso alla surreale compagnia che lo sostiene verniciandola di repubblicanesimo
Mario Draghi snocciola finalmente il suo programma dopo giorni di silenzio osannato sulla stampa come riservatezza – e perfino come segretezza che non è precisamente un attributo della democrazia – e dopo due giri di consultazioni in cui a quanto pare di programma non s’era mai parlato: ci sono doni che si prendono a scatola chiusa. Rotto il silenzio, il presidente del consiglio non nasconde né l’emozione né la solennità del momento. Sull’emozione non c’è da dubitare, perché governare un paese effettivamente è diverso che governare una banca, per quanto centrale ed europea. Sulla solennità di una Nuova Ricostruzione (con le maiuscole) analoga a quella del dopoguerra invece qualche dubbio c’è. Intanto perché non usciamo da una guerra mondiale né da una guerra civile ma da una pandemia, che non è meno grave ma è una cosa diversa, e magari richiederebbe qualche parola in più di quelle che Draghi prende a prestito da papa Francesco sulle colpe del modo di produzione. E poi perché nel 1945 a unirsi furono tre grandi tradizioni politiche radicate nella cultura popolare, mentre oggi sono partiti malmessi e senza radicamento, sormontati da una corona, nel senso regale del termine, di tecnici più politicamente attrezzati dei politici.

Del resto, a riprova di quanto la distinzione fra tecnici e politici sia mal posta, è proprio sul piano della navigazione politica che il nuovo presidente del consiglio se la cava bene. Pianta tre bei paletti a Matteo Salvini (il sovranismo impossibile, l’euro irreversibile, la progressività da preservare), dà uno scappellotto a Roberto Speranza sulla tempistica delle regole di contenimento del contagio, scavalca Nicola Zingaretti a sinistra – o a destra, dipende – sulla parità di genere. Soprattutto, riesce a dare un senso alla surreale compagnia che lo sostiene verniciandola di repubblicanesimo, lo spirito necessario per fare fronte all’emergenza.

Ma Draghi non è lì solo per fronteggiare l’emergenza: per questo bastava Conte. E nemmeno solo per guidare la ripartenza. È lì per dimostrare che l’emergenza può diventare l’occasione per un nuovo ordine, e che dalla pandemia l’Europa, non solo l’Italia, può uscire riconvertendo in qualche modo la filosofia economico-politica sulla quale è nata e cresciuta. L’Italia è il laboratorio di questo esperimento, che non può fallire pena il fallimento dell’Unione e che non prevede nessuna logica dei due tempi ma un tempo solo. Ne discende un programma di governo tutto incardinato sulle direttive europee, che inanella transizione ecologica, transizione digitale, formazione delle giovani generazioni, investimenti in ricerca, infrastrutture, 5G e intelligenza artificiale, ricostruzione del sistema sanitario (vittima eccellente del neoliberismo, ma questo Draghi non lo dice), riforme del fisco, della giustizia civile, della pubblica amministrazione. In un ineccepibile stile less is more che d’incanto seduce un giornalismo fino all’altro ieri votato alla cacofonia barocca, tutto torna. O così sembra.

Invece no, perché nel less is more risalta quello che c’è, ma conta anche quello che non c’è. E troppe cose non ci sono. Il cambiamento radicale del modello di sviluppo che una vera transizione ecologica richiederebbe. I costi sociali ineluttabili della digitalizzazione e della riconversione industriale. I costi culturali di una riforma dell’istruzione e della formazione tutta funzionalizzata a questa riconversione. Le inversioni di rotta indispensabili per invertire il pur deprecato aumento delle disuguaglianze. Le prospettive per il sud – un eclatante buco del programma, già annunciato dalla composizione della squadra di governo – ancora una volta ridotte alla bonifica di un ambiente criminale per definizione e poco attrattivo per gli investimenti rigorosamente privati. Il destino degli invisibili e degli essenziali. Il tasto sensibile della giustizia penale, i criteri effettivi in cui tradurre la progressività fiscale. La sanità territoriale ma non si sa se pubblica o privata, la casa come “primo luogo della cura”, ma non si sa se grazie più alla telemedicina o al lavoro femminile. Del resto il linguaggio, come sempre, non mente: e tra le persone chiamate capitale umano, i beni comuni naturali chiamati capitale ecologico, il salvataggio dei lavoratori ma non dei lavori, i diritti dei rifugiati ma non dei migranti, la parità di genere come parità di condizioni competitive, siamo sempre in pieno lessico ordoliberale. La filosofia europea si riconverte, per l’appunto, ma non cambia.

L’Italia ridiventa un laboratorio politico, il case study di questa riconversione ordoliberale. Che però, checché ne dicano i talk show, non ha per oggetto il disciplinamento del ceto politico ma quello della società. Nel frattempo, a voler cercare metafore, il virus si riproduce per variazioni imprevedibili, tanto per ricordarci che in cielo e in terra ci sono sempre più cose di quante qualunque filosofia ordinatrice possa sognare.

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I governi non li porta la cicogna

pubblicato su internazionale.it il 10 febbraio 2021

Siamo un popolo infantilizzato da un quarto di secolo di cattiva politica e di pessima televisione, ma non al punto da credere che i governi ce li porti la cicogna. E dunque la favola bella del salvatore della patria chiamato dal Quirinale con una telefonata d’emergenza a commissariare la maionese impazzita di un parlamento capriccioso siamo ancora in grado di respingerla al mittente: ci sono cose che non si improvvisano. La “soluzione Draghi”, lo sappiamo tutti, era nei precordi e nei retropensieri di tutto – tutto – l’arco dei poteri politici, economici e istituzionali italiani: da anni, si aspettava solo che Mario Draghi finisse il suo mandato alla Banca centrale europea per consegnargli il paese chiavi in mano. Ma quel mandato è finito nell’ottobre 2019, quando l’esperimento del secondo governo Conte era cominciato da soli due mesi e non lo si poteva strangolare nella culla; dopodiché è arrivato il nuovo coronavirus a bloccare tutto.

Per di più, sul virus quel governo nato male e cresciuto stentatamente si è guadagnato alcuni meriti sul campo: il negoziato politico ed economico con l’Unione europea sul recovery fund; alcune misure nient’affatto scontate di sostegno al reddito e al lavoro; una gestione sanitaria della pandemia non peggiore, e forse migliore, di quella degli altri governi occidentali (si veda la comparazione tra i paesi europei fatta da Davide Maria De Luca sul quotidiano Domani il 6 febbraio). Poco, indubitabilmente, rispetto alla visione strategica e alla capacità di programmazione che il carattere epocale della crisi pandemica avrebbe richiesto, soprattutto a un Pd del tutto inadeguato al compito. Ma abbastanza per allarmare il fronte dei fautori del “ritorno alla normalità” prepandemica.

Infatti è bastato che la prima fase del contagio si placasse perché crescessero i pruriti su come sottrarre la gestione dei fondi europei alla squadra che li aveva ottenuti, per garantirne una destinazione adeguata agli appetiti e agli equilibri del capitalismo italiano a trazione settentrionale. L’accerchiamento è stato concentrico: prima di Matteo Renzi, la scalata di Bonomi a Confindustria e l’operazione Gedi sulla stampa, trincea degli attacchi quotidiani all‘“assistenzialismo” dei cinquestelle e allo “statalismo di ritorno” del Pd. Renzi ha solo completato l’opera, assistito da ciò che resta della corte di Arcore e da un Giorgetti smanioso di recuperare alla Lega sovranista e xenofoba la rappresentanza originaria del padronato padano.

Nei momenti topici, la classe politica italiana non riesce a governare
Obiettivo politico, interrompere l’esperimento Pd-M5s, spostare l’asse degli equilibri al centro (più un centrodestra che un centrosinistra) liberandolo dalla presenza ingombrante di Giuseppe Conte, spedire i cinquestelle ai margini e riportare la Lega al governo; e non ultimo, ribadire il vincolo transatlantico dell’Italia in tempi di espansionismo cinese. Obiettivo economico-sociale, mettere la ricostruzione postpandemica italiana nelle solide mani della governance europea, chiudendo in anticipo la discussione pubblica, nonché l’eventuale conflitto sociale, sulle modalità della ricostruzione, sul riequilibrio fra stato e mercato, sulla distribuzione delle risorse, sulla contraddizione fra logica del profitto e logica della cura.

Due cose, allora. La prima. Nei momenti topici, la classe politica italiana non riesce a governare e si affida sempre alla stessa filiera “tecnica”, Ciampi-Monti-Draghi. Propriamente parlando non si tratta affatto della morte della politica su cui si sono esercitate le migliori penne a commento della “chiamata” di Draghi dal Quirinale. Si tratta piuttosto di politicissime manovre tese a promuovere e certificare la resa dell’autonomia del politico al primato dell’economico, e a portare l’intera rappresentanza – la famigerata unità nazionale – al servizio consensuale di questo primato, spoliticizzando contemporaneamente le istanze della società. L’operazione però non è mai stata a costo zero, anzi ha sempre avuto dei costi assai salati. Dopo Ciampi venne il lungo regno del populismo berlusconiano. Dopo Monti, l’exploit del doppio populismo dell’M5s e della Lega. Non sappiamo che cosa ci attende dopo Draghi. Però sappiamo, guardando indietro, che la soluzione tecnocratica non è mai un anticorpo del populismo: ne è il lievito, o meglio la controfaccia. E sappiamo altresì che l’alternanza fra tecnocrazia e populismo non fa bene alla democrazia. Strano che lo si debba leggere sul Guardian, mentre la quasi totalità della stampa italiana si esercita nella speculare alternanza fra l’inchino di classe al fascino discreto della borghesia competente e il sarcasmo classista sugli “scappati di casa” del governo precedente.

Seconda cosa. Draghi non è Monti, né per formazione né per situazione: la situazione di oggi, come investire un grosso credito, è diversa da quella del 2011, come abbattere un enorme debito (anche se il credito di oggi è pur sempre debito di domani). E l’Unione europea di oggi è diversa da quella del 2011: la pandemia ha reso insostenibile la miscela etico-economico-politica di ordo e neo liberalismo su cui la Ue è stata edificata, e l’ha già costretta a una correzione di rotta emergenziale che dovrà trovare prossimamente una stabilizzazione e un indirizzo strategico più definito. Si può essere certi che Mario Draghi vi contribuirà, dalla sua nuova postazione, da protagonista. Ma si può solo sperare che la logica dell’ennesima modernizzazione diseguale del capitalismo italiano ed europeo non prevalga sull’urgenza di intervenire sulle disuguaglianze – territoriali, di reddito, di accesso ai diritti fondamentali – che in Italia e in Europa sono ormai arrivate a inficiare quel fondamento egualitario della democrazia che è la cittadinanza.

Soprattutto, è la società italiana a essere diversa da quella che era nel 2011. Allora, uscita dal carnevale berlusconiano, si piegò alla quaresima montiana. Oggi usciamo – ammesso che ne usciamo – da una pandemia che ha reso palesi e insopportabili quelle disuguaglianze e tutte le insufficienze del sistema istituzionale e amministrativo di gestione della sanità, della tutela sociale e delle risorse pubbliche; e se siamo sopravvissuti lo si deve anche all’attivazione di reti spontanee di solidarietà, cura e autogestione, e al lavoro invisibile ed essenziale dei molti, e soprattutto delle molte, che non rientrano mai nei piani di investimento sulla “parte produttiva” del paese.

Abbiamo subìto un cumulo di perdite – affetti, abitudini, convinzioni – che ci lasciano ferite non facilmente rimarginabili. Dicono che Draghi si stia figurando il suo programma di governo come una cura antidepressiva da somministrare a una comunità provata fisicamente, economicamente e psicologicamente dal virus. È una buona idea, ma da maneggiare con molta cautela. La depressione è una condizione delicata, e guai a sbagliare terapia aggredendo magari il sintomo ma non le cause. Le quali stanno nella crudele normalità del sistema che il virus ha hackerato. Non mancherà il conflitto per opporsi al suo ripristino.

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Il lutto della politica

Pubblicato su centroriformastato.it il 30 gennaio 2021

Siamo un paese a lutto, ma nessuno lo dice. Abbiamo perso, solo in Italia, più di 86.000 persone, e nel mondo più di due milioni. Ciascuna, ciascuno di noi ha dovuto dire addio a un amico o un’amica o un conoscente, a un nonno o una nonna, a un marito o una moglie, a un padre o a una madre, a un fratello o a una sorella, qualche volta perfino a un figlio o a una figlia. Tutti questi amici, nonni, genitori, fratelli e sorelle sono morti in solitudine, senza respiro e senza conforto, i più senza adeguata sepoltura, tutti senza pubblico compianto. E non abbiamo perso solo loro. I più vulnerabili ed esposti fra noi, vite precarie già prima della pandemia, hanno perso un lavoro, un reddito, una casa, la possibilità di curarsi negli ospedali pubblici sequestrati dal virus. Tutti abbiamo perso il contatto fisico con il nostro prossimo e con molti oggetti, molte nostre abitudini quotidiane, qualche libertà, la socialità del lavoro e del tempo libero; molte certezze, vere o false che fossero; la possibilità di fare progetti e di viaggiare, e con i viaggi l’altrove dove andare o immaginare di andare. Ci siamo adattati a farne a meno, certo, o a sostituire molte di queste cose con le loro parvenze digitalizzate; ci siamo allenati a vivere nell’incertezza. Ma il cumulo delle perdite è enorme, ed è distribuito in modo intollerabilmente diseguale. Come se un dispositivo sociale basato sull’avere e sul potere si fosse convertito in un’esperienza emorragica fatta di perdita e di impotenza, un’esperienza generalizzata e insieme gerarchizzata. Avremmo bisogno di una politica capace di parlare a questa esperienza; ma ci ritroviamo una politica che di fronte a questa esperienza torna a parlare solo il linguaggio del potere e dell’avere.

La politica ha poca familiarità con la perdita: chi fa politica vuole vincere, e pur di vincere arriva a negare, e perfino a sopraffare, l’esperienza della perdita, propria e altrui. Sul Guardian di pochi giorni fa, Judith Butler ha analizzato in questa chiave l’impossibilità di Donald Trump di accettare di aver perso le elezioni: l’uomo che non riesce a riconoscere la sconfitta elettorale è lo stesso che non è riuscito a riconoscere e piangere le perdite dovute alla pandemia. Lui non può perdere né stare dalla parte di chi conta le perdite, e questo suo “rifiuto maschilista di piangere” è legato all’orgoglio nazionalista e alla supremazia bianca, tant’è che i suoi supporter convenuti a Capital Hill si rifiutano a loro volta di accettare la perdita del loro “naturale” primato razziale, fino a travestirsi da soldati confederati pronti a devastare il Congresso pur di riprenderselo. La negazione della perdita, cioè il rifiuto del lavoro del lutto, scivola così nella violenza: chi nega la perdita preferisce distruggere la realtà piuttosto che accettarne un verdetto di lesione o di sconfitta.

Trump è Trump e per fortuna non abita in Italia (ma i suoi antesignani sì, e certi suoi estimatori anche), ma mi domando se il rifiuto maschilista di piangere le perdite descritto da Butler non sia estensibile ben oltre Trump, e se non c’entri qualcosa con la gestione politica della pandemia e con l’andamento di questa dissennata crisi di governo tutta maschile e machista (e manovrata da maschi anche per interposte donne). Non mi riferisco solo ai negazionisti di casa nostra, che sulle orme di Trump hanno sempre sottovalutato la pericolosità e l’impatto del virus dando mostra di sfidarlo virilmente senza mascherina e anteponendo sistematicamente le ragioni della produzione e del profitto a quelle della salute. Penso anche al modo in cui la maggioranza di governo oggi disfatta si è avvitata sull’uso degli aiuti europei, trasformandoli da strumento di guarigione e ripresa, come indicherebbe il termine “recovery”, in occasione di scontro muscolare e di autodissoluzione. Come se l’improvvisa disponibilità di danaro, inimmaginabile dopo decenni di austerità, avesse fatto da mezzo di rimozione delle ferite della pandemia, e lo scontro di potere sulla destinazione di quei fondi innescato da chi ha voluto la crisi ci avesse poi aggiunto un sovrappiù di cieca distruttività. Danaro e potere come saturazione della perdita e sostituzione del lutto: è precisamente questa sostituzione che rende incomprensibile e inaccettabile questa crisi di governo.

L’elaborazione del lutto, ce l’ha insegnato Freud, è un lavoro di trasformazione di sé. Comporta la messa a fuoco dell’oggetto perduto, l’analisi delle ragioni per cui l’abbiamo perduto ove non siano dovute solo al caso, un cambiamento di sé che apra alla possibilità di nuovi investimenti affettivi. È il lavoro che consente il passaggio dalla perdita – morte, malattia, separazioni, sconfitte – alla rinascita, e senza il quale si rimane inchiodati alla malinconia. Vale per gli individui come per le comunità. Accettare di essere una comunità marcata in questo momento dal lutto, costituirsi in comunità della perdita, vorrebbe dire lavorare collettivamente sulla ragioni per cui un virus è riuscito ad hackerare un intero sistema sociale ed economico basato su presupposti sbagliati, e progettarne di conseguenza le necessarie e radicali correzioni. Vorrebbe dire lasciarsi alle spalle l’etica neoliberale dell’individualismo, della competizione e del rancore per ripartire dalla vulnerabilità e dall’interdipendenza che ci accomuna; prendere sul serio la centralità della cura imposta dal Covid a livello sanitario per costruire una società della cura di sé, degli altri, del pianeta che ci ospita – il contrario del regime di sfruttamento sistematico delle persone e della natura in cui viviamo, in cui i virus saltellano da una specie all’altra e in cui la M del circuito di valorizzazione capitalistico D-M-D’ non sta più per merce bensì per morte. Un cambio di paradigma che a tante e tanti in tutto il mondo è parso urgente e obbligato fin dallo scoppio della pandemia, ma di cui nel discorso politico ufficiale non c’è ancora traccia: lì la pandemia incombe, eppure non insegna nulla.

Forse perché la politica dovrebbe a sua volta elaborare un lutto, il lutto per la perdita della propria volontà di potenza a fronte di un imprevisto che l’ha messa ovunque in scacco. Ma la politica non accetta di perdere e non elabora il lutto. O impara a farlo, deponendo una maschia muscolarità che copre l’impotenza, rinunciando a una insensata distruttività che rifiuta i verdetti della realtà e aprendosi così a un’immaginazione riformatrice e a un’intelligenza programmatica adeguate alla sfida planetaria lanciata da un virus, o si consegnerà a chi il linguaggio del potere e del danaro oggi lo maneggia per davvero. Il mondo post-pandemico può molto rapidamente diventare un mondo post-politico, governato non dai parlamenti e dagli esecutivi ma dalla tecnocrazia del capitalismo digitale. Una distopia che è dietro l’angolo, e non rispetta i riti delle consultazioni al Quirinale.

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Il colore viola

Pubblicato su Internazionale il 21/1/2021

“La democrazia è preziosa e fragile, ma qui, in questo luogo sacro che hanno cercato di colpire al cuore, la democrazia ha prevalso”, anche se “c’è tanto da riparare e da guarire”. Preziosa e fragile, dice Joe Biden. Mai data una volta per tutte, aveva detto Kamala Harris la sera della vittoria: dipende da noi, sempre e ogni giorno; è una cosa che si fa nel farsi. Finalmente insediato nell’assenza belligerante del suo predecessore, Biden poteva scegliere toni più trionfali per rinverdire il mito della democrazia americana a pochi giorni dall’assalto trumpista a Capitol Hill. Ma non li sceglie e fa bene: mostra la ferita, dice che va curata e che non sarà facile, nomina uno a uno i pericoli incombenti – il suprematismo bianco e il terrorismo interno, il razzismo sistemico e il falso sistematico – che bisognerà combattere e sconfiggere. Qualcuno prevede anni di piombo, i commentatori li chiamano proprio così appropriandosi del copyright italiano. E perfino lo spettro della guerra civile viene evocato due volte durante la cerimonia di Washington, quando prima Amy Klobuchar poi lo stesso Biden ricordano che la cupola del Campidoglio fu voluta da Lincoln proprio durante la guerra civile, “e anche allora alla fine abbiamo avuto la meglio”.

Ne aleggia un altro, di fantasma, quello del presidente uscente che con la sua assenza fora la sequenza degli ex presenti – Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama con relative first ladies – come a porsi esplicitamente fuori da una genealogia istituzionale bipartisan. Il populista antisistema si chiama fuori dal sistema, ma prima di salire per l’ultima volta sull’air force one in direzione Florida promette di tornare in qualche modo e annuncia che il suo movimento è solo agli inizi. Suona come l’ennesima bugia, perché quando i capi populisti cadono solitamente crollano; ma crollando possono fare ancora molto male. E lasciano effettivamente “tanto da riparare e da guarire”. Chi rompe non sempre paga, e i cocci non sempre sono suoi.

Kamala Harris però, che la notte della vittoria era vestita di bianco che è il colore delle lotte femministe, stavolta è in monocolore viola, perché il viola condensa il rosso e il blu e sta lì a significare che bisogna riunire e ricucire quello che Trump ha diviso e strappato. L’omaggio alla genealogia femminile stavolta è affidato a un filo di perle, citazione da quello che portava sempre Shirley Chisholm, la prima donna nera eletta al congresso; e poi alla presenza di per sé eloquente di sette donne di etnie diverse che salgono sul palco prima di lei, comprese Lady Gaga che canta statuaria l’inno nazionale, Jennifer Lopez – stavolta è lei in in total white – che canta in spagnolo libertà e giustizia, Amanda Gorman, 23 anni e già un mito vivente, che porta sul palco in diretta con i suoi versi l’impronta politica di black lives matter. Più di così è difficile esplicitare la simbologia dell’America che riparte dalla pluralità e dalle lotte per i diritti, e investe senza se e senza ma sulla rivoluzione femminile come coronamento e compimento della fondazione democratica. Barack e Michelle (total red) assistono discreti in prima fila e non si può non pensare al sentiero interrotto del sogno del 2008 che dopo l’incubo che ne è seguito si dà oggi una seconda chance. Dove che vada, l’America corre sempre veloce: sogno o incubo, si sveglia in fretta e cambia ciclo politico. Vista dall’Europa lenta e sonnolenta, fa sempre un certo effetto.

Stavolta però non ci sarà l’indimenticabile ballo pieno di erotismo della coppia presidenziale che suggellò la festa del 2008, perché l’erotismo è stato tacitato da un virus che ci distanzia e la sigla dell’epoca sono le mascherine incollate sul viso. Vuota di popolo, presidiata da 26mila soldati sotto un cielo livido e un freddo polare Washington ha l’aspetto metafisico di tutte le città svuotate dalla pandemia che ci siamo abituati ad abitare con mestizia. Eugene Goodman, l’agente afroamericano che durante l’adunata sediziosa dell’Epifania ha depistato gli aggressori e preservato i senatori, scorta sul palco Kamala Harris come l’angelo vendicatore di George Floyd, terzo fantasma che aleggia e domanda giustizia e redenzione. Forse a questo serve stavolta la pur consueta ritualità religiosa della cerimonia dell’insediamento: a far affiorare i sensi di colpa – perché l’innominato non sarebbe potuto arrivare alla Casa Bianca senza le colpe e i peccati dei democratici – e a cercare la strada della redenzione politica.

Per questo gli anni di Biden non potranno essere un semplice ritorno a com’eravamo, come lui stesso li aveva prefigurati all’inizio della sua corsa elettorale: le ferite intercorse sono troppo profonde e i segni troppo allarmanti per poter essere coperti dal velo rassicurante di una normalità ritrovata. E quei nativi bianchi arrivati a Capitol Hill da ogni dove, il giorno dell’epifania della crisi della democrazia occidentale, a imporre la loro legge suprematista contro la legalità costituzionale, restano in giro per il paese come mine vaganti mentre il loro capo si gode al sole a Mar-a-Lago lo spettacolo della prima cerimonia d’insediamento da 152 anni in qua senza il galateo istituzionale del passaggio del testimone tra i presidenti e tra le first lady. Biden lo sa ed è per questo che firma executive order a raffica immediatamente dopo il giuramento, a dimostrazione dell’urgenza di una discontinuità esplicita e polemica. Che non mancherà di essere divisiva, a dispetto dei proponimenti unitari su cui il nuovo presidente torna e ritorna nel suo discorso. Il moderato Biden, “sleepy Joe”, potrebbe trovarsi trascinato dal vento della storia a scelte più radicali di quanto i suoi fan centristi sparsi nel mondo, Italia compresa, si aspettano da lui.

Si annunciano anni poco prevedibili e pochissimo normali. Ma intanto, il ciclo del populismo di governo negli Stati Uniti è finito. È stato un incubo, ma è durato solo quattro anni. In Italia, in variegate versioni, dura da più di venticinque.

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Lezioni da Washington

Pubblicato su Internazionale il 13/12021

Fra le immagini provenienti da Washington ne circola una perfino più sintomatica di quelle dei manifestanti che si arrampicano come formiche sui muri di Capitol Hill e devastano indisturbati il tempio della democrazia americana, o di quelle dello sciamano tatuato con le corna che si accomoda trionfante sullo scranno di Mike Pence, o di quelle dei legittimi rappresentanti del popolo evacuati sotto la minaccia dei Proud boys armati. È un filmato fatto con il telefono e diffuso dal figlio dello stesso Trump, che ritrae il presidente tuttora in carica con la moglie a fianco davanti a uno schermo televisivo, mentre si gode la diretta della manifestazione che sta per aizzare contro il parlamento, il tutto con Gloria – un nome un programma – a tutto volume per tenergli su il morale.

Il filmato, mi si perdoni il paragone sacrilego, mi ha fatto venire in mente l’analisi di Las meninas di Velázquez fatta da Foucault nell’indimenticabile incipit di Le parole e le cose: come quel quadro, dice tutto della situazione epistemica di un’epoca, la nostra. C’è un fatto clamoroso, trasmesso in diretta tv, che tutto il mondo sta guardando con sgomento. E c’è il regista di quel fatto che dopo averlo organizzato lo guarda a sua volta su uno schermo e guarda noi che lo guardiamo, ma senza sgomento alcuno, anzi: ne gode.

Che sta facendo Trump? Che farà nei prossimi giorni? Che farà fra quattro anni?, si chiede tutto il mondo, attribuendogli una razionalità politica che non gli appartiene. Risposta semplice: Trump gode; contempla la sua opera distruttiva e gode. E che farà in futuro? Risposta altrettanto semplice: continuerà a fare quello che lo farà godere. Facendosi beffe di quella razionalità politica in base alla quale lo si continua a giudicare.

La categoria psicoanalitica del godimento è entrata da tempo a far parte dell’analisi politica più sensibile alle trasformazioni della contemporaneità, e attenzione, non ha niente a che fare con un sano piacere di vivere. Ha a che fare piuttosto con un eccesso di piacere mortifero che si attiva nell’oltrepassamento del limite, e in particolare del limite della legge. È di questo che godono – se ne parlò in Italia ai tempi di Berlusconi – i leader autoreferenziali e narcisisti di oggi: del collocarsi oltre la legge. Perciò il richiamo alla legalità non ha alcuna efficacia su di loro: la legge non li contiene e non li limita, perché ciò di cui godono, e di cui fanno godere il loro popolo, è precisamente trasgredirla, o prescinderne. E il loro popolo si identifica con loro non malgrado, ma in quanto la trasgrediscono o ne prescindono, dimostrando che se ne può fare a meno.

È uno degli ingredienti basilari della relazione populista tra capo e popolo, che insidia alla radice l’edificio della democrazia costituzionale, tutta basata viceversa sull’autorità impersonale della legge; ma destabilizza anche l’equazione tradizionale fra la destra e lo slogan “law and order”, che infatti i politici alla Trump usano solo contro gli altri ma non applicano mai a se stessi, e che infatti Trump ha tirato fuori, quando infine si è risolto a invitare i suoi supporter a tornare a casa “in pace, perché noi siamo il partito della legge e dell’ordine”, in palese contraddizione con l’incitamento all’illegalità con cui li aveva arringati poche ore prima.

La messa in scena della realtà

Un secondo ingrediente basilare del populismo è quello della politica come performance. La performatività è una dimensione propria dell’azione politica non da oggi, come dimostra la fortuna della metafora teatrale nel lessico politico della modernità. Ma nel teatro (politico) moderno c’erano un proscenio, un retroscena e un fuori-scena; c’era un essere e un apparire, un detto e un non detto, un pensiero e un retropensiero; c’era una rappresentazione che interpretava la realtà senza confondersi con essa, in perfetta simmetria con la rappresentanza che interpreta le istanze dei rappresentati senza identificarsi con loro. Oggi invece il set della performance politica non è più quello teatrale, bensì quello del reality show, da dove non a caso Trump – e prima di lui Berlusconi – proviene. E nel reality show non c’è l’essere e l’apparire ma l’apparire che coincide con l’essere, non c’è retroscena né fuori-scena ma tutto va in scena, non c’è non detto né retropensiero perché tutto si può dire e si dice. E non c’è rappresentazione della realtà, perché la rappresentazione è la realtà; come non c’è rappresentanza in assenza dei rappresentati, bensì presenza ossessiva del leader e identificazione fra il leader e i suoi seguaci.

Per questo è vano domandarsi, di fronte alla diretta da Washington, se si sia trattato “solo” di una sceneggiata o invece di un golpe “vero”, tentato e fallito: perché se anche si trattasse “solo” di una messinscena, sarebbe una messinscena immediatamente produttiva di realtà. La lesione della democrazia americana che ne deriva non è meno effettiva e reale di quella che sarebbe derivata da un tentativo di golpe “vero”: la messa in scena serve precisamente a rendere plausibile, pensabile e realizzabile ciò che prima era inconcepibile, per l’appunto performandolo. Se è andato in onda è accaduto, o comunque può accadere: al cospetto del mondo, e dei molti nemici che non senza ragioni ha nel mondo, la democrazia americana è diventata vulnerabile, e da questo punto di vista il golpe, “reale” o “sceneggiato” che fosse, è perfettamente riuscito.

Siamo arrivati a un terzo, e connesso, ingrediente basilare della politica populista, che è lo sfondamento del confine fra vero e falso: dove tutto è dicibile, vero o falso che sia, tutto diventa verosimile, anche la menzogna più eclatante, e tutto diventa oggetto di incredulità o creduloneria. Pure qui non si tratta di una novità assoluta: della menzogna la politica ha sempre fatto uso, e il totalitarismo – Arendt insegna – ne ha fatto un uso cruciale per i propri fini. Ma pure qui c’è un salto di scala, dovuto alle trasformazioni della sfera pubblica nelle democrazie contemporanee, dalla crisi delle autorità simboliche al dilagare del mercato delle opinioni alla diffusione dei social media, tutti fattori convergenti nell’innescare quella “crisi epistemologica” della democrazia americana che Obama denuncia nel suo ultimo libro e che ha trovato in Trump il suo carburante più potente, grazie anche – ma non solo – al suo uso intensivo dei social come strumento di “disinformazione partecipata”. Fino alla gestione negazionista della pandemia e alla grande menzogna del furto delle elezioni, alla quale nonostante tutto credono tuttora o fingono di credere i parlamentari repubblicani rimasti fedeli a Trump oltre che la stragrande maggioranza del suo elettorato.

L’ombra della democrazia

Se si considerano questi tre ingredienti della politica populista in generale e di quella di Trump in particolare, l’assalto a Capitol Hill risulta tutt’altro che imprevedibile. E infatti era stato ampiamente previsto, già durante la campagna elettorale, il “worst scenario” di un presidente uscente che se sconfitto nelle urne avrebbe applicato al risultato la sua strategia di falsificazione della realtà, trasformando così la crisi epistemologica della democrazia americana in crisi istituzionale. Uno scenario scartato con sufficienza, qui in Italia, da quanti prima hanno cercato di normalizzare la gara elettorale come una questione di ordinaria alternanza, poi hanno cercato di normalizzarne l’esito brindando troppo frettolosamente alla tenuta delle istituzioni americane.

C’è voluta la “sceneggiata” di cui sopra perché l’allarme suonasse davvero; e si spera che non rientri non appena la legalità costituzionale americana avrà trovato un modo, non è ancora chiaro quale, per ricucire la ferita. Non c’è infatti nessuna normalizzazione all’orizzonte, perché se pure Trump dovesse sparire dalla scena politica non spariranno i processi di cui egli è stato sintomo e causa. La partita che si sta giocando non è tra una parentesi anomala e il ritorno alla normalità, perché il populismo non è un’anomalia rispetto al modello democratico “corretto”. È piuttosto, come ha scritto una volta per tutte Margaret Canovan, l’ombra della democrazia, una eventualità sempre latente pronta ad attivarsi impugnando il democraticissimo principio della sovranità popolare ogni qualvolta la democrazia rappresentativa attraversa fasi di crisi radicale. Come tutte le ombre, si allunga al tramonto. E niente oggi ci garantisce che la crisi delle democrazie occidentali non si stia trasformando in un lungo tramonto.

La campana di Capitol Hill suona dunque anche per noi europei. E quanto all’Italia non annuncia solo un pericolo a venire, rappresentato dai Salvini e dalle Meloni di turno. Evoca piuttosto un passato recente e già rimosso, di cui portiamo tuttora i segni. Lo sa bene il famoso tassista di New York che non bisognerebbe mai citare in un pezzo, quello che ogni volta che atterri lì ti chiede da dove arrivi, e che se ai tempi di Berlusconi ti salutava con un beffardo “Italy! bunga bunga!”, dopo l’elezione di Trump si limitava a un più mesto e complice “you know the matter”, voi ci siete già passati. Ci siamo già passati infatti, con uno che l’assalto al parlamento non l’ha mai organizzato ma l’attacco alla costituzione l’ha costantemente predicato e praticato, e quanto a perversione narcisistica, politica- reality e annebbiamento del confine tra vero e falso è stato un indiscutibile precursore. Né possiamo scandalizzarci più di tanto di fronte allo sciamano con le corna, abitante di un’America MAGA (Make America great again) immaginaria e perduta, non tanto diverso dai celebratori dei riti dell’ampolla in quel della Padania. E nemmeno di fronte agli invasori del parlamento, che dalle nostre parti otto anni fa qualcuno voleva aprire come una scatoletta di tonno. Il virus populista circola da molto tempo, e noi che ci siamo già passati, sperimentandone per giunta variegate versioni, alla normalità democratica – ammesso che esista – non siamo mai più tornati.

L’anticorpo della Georgia

Pensiamo piuttosto agli anticorpi che possiamo e dobbiamo attivare. È tornata in auge in questi giorni la tesi, già molto diffusa a sinistra dopo l’elezione di Trump, di un rapporto di causa-effetto tra aumento delle disuguaglianze sociali e avanzata populista. Tesi fondata – anche se largamente contraddetta dalle analisi della composizione dell’elettorato trumpiano – ma parziale. Il populismo non è solo l’effetto di una crisi sociale. È un fenomeno politico, che ha a che fare con la crisi della politica: delle forme, del linguaggio, dell’immaginario e del credito della democrazia. E richiede perciò invenzioni politiche, non solo risposte economiche, all’altezza della complessità di questa crisi.

Nella loro enormità, i fatti di Washington hanno parzialmente oscurato la notizia dell’elezione in Georgia del predicatore nero Raphael Warnock, primo senatore afroamericano nella storia di uno stato marchiato dal segregazionismo, e di Jon Ossoff, documentarista ebreo diventato il più giovane esponente del senato americano. È il segno dell‘“altra America”, quella delle minoranze e delle lotte per i diritti, e del conflitto che oggi la contrappone all’America bianca e suprematista dei Proud boys trumpiani, che a Pennsylvania avenue sventolavano la bandiera dei confederati. Ma è anche il risultato di un esperimento e di un investimento politico: a strappare quei due seggi ai repubblicani è stata l’infrastruttura politica e organizzativa costruita da Stacey Abrams e altre attiviste, che ha saputo riportare alla passione politica chi nella politica non credeva più e ha saputo unire in nuove coalizioni chi nella società si sentiva marginale, perdente o intrappolato in un ghetto identitario. È solo nella ricostruzione di un popolo dal basso che c’è l’antidoto alla mobilitazione populista dall’alto.

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Calabria, chi ha paura di vincere?

Per le regionali in Calabria non si vota più il 14 febbraio ma l’11 aprile, e questa è una buona notizia: la regione, il Cts e il governo si sono resi conto che fare una campagna elettorale e votare con i contagi di nuovo in crescita non era precisamente una buona idea. La nuova data di fatto riapre i giochi finora bloccati sia nel centrodestra, dove Forza Italia rivendica l’esclusiva sul/la candidato/a a presidente ma ancora non ne ha fatto ancora il nome, sia nel centrosinistra, dove il tavolo di confronto per la costruzione di una “coalizione larga” si è impantanato a fine dicembre.Breve riassunto delle puntate precedenti. La Calabria torna alle urne a causa della morte di Jole Santelli, FI, che aveva vinto le elezioni a febbraio scorso a capo della coalizione di centrodestra incassando il 55% del 47% dei voti: più di metà dell’elettorato si era astenuto, grazie all’offerta politica scadente soprattutto nel campo del centrosinistra, dove il Pd, lacerato dai conflitti interni sulla riconferma o meno dell’allora governatore Oliverio (giusto oggi assolto da un’inchiesta a suo carico aperta da Gratteri), si era buttato sulla candidatura “civica” di Pippo Callipo, imprenditore anti-ndrangheta fino a poco prima vicino al centrodestra e privo di appeal politico nell’elettorato di sinistra. L’anno che è passato nel frattempo ha cambiato molte cose. Se il centrodestra punta alla riconferma in attesa del bottino del recovery fund, in una sinistra consistente nella società ma priva di rappresentanza politica lo stato della regione (sanità e non solo) portato allo scoperto dalla pandemia ha accelerato l’esigenza e l’urgenza di una svolta politica radicale. Ovviamente impossibile senza una coalizione unitaria alternativa al centrodestra, senza la rottura con le pratiche consociative del passato, senza l’apporto di nuove energie e nuove generazioni. Ma le cose ovvie in politica, com’è noto, non esistono. Convocato tardivamente – solo a metà dicembre – dal Pd, il tavolo di un ipotetico centrosinistra “largo” si riunisce quando il movimento “Tesoro Calabria” – fondato dal geologo ed ex responsabile della protezione civile regionale Carlo Tansi su una piattaforma sostanzialmente e trasversalmente anti-casta e rottamatoria – sta già preparando le liste per presentarsi in proprio, forte di un 7% ottenuto alle regionali di un anno fa e della conquista, la scorsa estate, del Comune di Crotone. Tansi non partecipa al tavolo, poi partecipa, poi di nuovo esce, sempre facendo scintille con il rappresentante del Pd. Il quale Pd a sua volta si comporta come da manuale: ridotto com’è in forma non precisamente smagliante, in Calabria come e più che altrove, si mette tuttavia in posizione sovrana, pretende di dare le carte, vuole per sé e solo per sé la scelta del candidato presidente (ma senza scoprirsi sul nome: aleggiano quelli del consigliere regionale Nicola Irto e del deputato Antonio Viscomi). La parola d’ordine, ufficialmente condivisa dai 5 Stelle, è “consolidare l’alleanza di governo”. Ma i 5 stelle – 18 deputati calabresi, il 6% alle regionali di un anno fa – oscillano fra il patto di governo e la tentazione di sostenere Tansi. Poi ci sono le sigle minori – IV, socialisti, SI – e quelli che il Pd ama definire “i civici”, disconoscendo come al solito la politicità di quello che nasce dal basso e alla sua sinistra: fra questi, le Sardine e “Calabria aperta”, movimento politico nato di recente su iniziativa di 140 attivisti, intellettuali, amministratori (tra i quali per quello che vale la sottoscritta). M5S, Calabria aperta, SI e Sardine chiedono al Pd discontinuità nelle candidature, un profilo unitario della coalizione, un programma di cambiamento condiviso; il Pd risponde con l’offerta di un ticket, il presidente a me il vicepresidente a voi, con la specifica che stavolta il presidente dev’essere un politico e non un civico. Non se ne fa niente, visto del del candidato presidente “politico” è oscuro non solo il nome ma anche il profilo, e visto che difficilmente un politico uscente del Pd potrebbe soddisfare le esigenze di rottura col passato espresse al tavolo. L’unica rosa di possibili candidati alla presidenza alla fine li fa Calabria aperta: Anna Falcone, avvocata e attivista nei movimenti in difesa della Costituzione; Silvio Greco, biologo e ambientalista noto per le sue battaglie sulla ‘nave dei veleni’; Tonino Perna, economista e attualmente vicesindaco di Reggio Calabria. Il M5S pare apprezzare l’ipotesi Falcone, nome al di sopra di ogni sospetto e di ogni parrocchia, forse perfino Tansi ci starebbe, ma il Pd non dà segnali di ricevuto e non si esprime. Va dritto per la sua strada che è sempre e ovunque la stessa (ed è già stata sperimentata alle ultime comunali di Catanzaro): perdere e far perdere tutto il centrosinistra pur di imporre un candidato “politico” proprio e di non confluire su un/a candidato/a che vincere potrebbe, ma ha il torto di non essere targata Pd e di spuntare fuori dalla sua sinistra.Le cose stanno a questo punto quando comincia a filtrare la notizia che Luigi De Magistris, oggi sindaco di Napoli alla fine del secondo mandato ma ieri procuratore a Catanzaro per molti anni, avrebbe in animo di candidarsi lui a governatore della Calabria. Intervistato da varie testate, De Magistris non smentisce (“sarebbe una bella sfida”, “mi affascina”, “se mi chiamano ci sono”). E il caso non fa in tempo a diventare politico che diventa mediatico. Una testata regionale lancia la fantasiosa ipotesi di un complotto partenopeo ordito da De Magistris in combutta con il commissario del Pd calabrese Stefano Graziano e con il braccio destro di Zingaretti Nicola Oddati, entrambi napoletani e interessati a spedire il sindaco in Calabria per liberare la casella di una futura candidatura in parlamento. Il giorno prima invece un’altra testata regionale di area Pd si era occupata di derubricare in automatico la candidatura di Anna Falcone da presidente a vicepresidente (di De Magistris): con le donne, è noto, si fa così. Seguono a ruota Repubblica nonché il manifesto. Nel frattempo si scopre che l’idea della candidatura di De Magistris proviene da un sindaco calabrese del suo movimento, mentre il Pd tace, il tavolo latita e sui giornali cominciano, al grido di “la Calabria ai calabresi” gli strepiti contro il “colonizzatore” napoletano, al quale in verità si possono fare molte critiche ma non quella di non conoscere una regione dove ha vissuto e lavorato per tanti anni. Nel campo che fu della gloriosa sinistra italiana abbiamo molti problemi. Uno è sempre lo stesso e si chiama Pd. Un altro è sempre più intollerabile e si chiama misoginia. Ci mancava solo l’orgoglio identitario e proprietario regionale, sinistramente prossimo al leghismo.

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L’eccezione Calabria

Pubblicato su Internazionale.it l’1/12/2020

Intervistato su varie testate, il nuovo commissario alla sanità calabrese Guido Longo dice che ha accettato l’incarico per amore di una regione che già conosce “nella sua complessità”, che la materia sanitaria non gli è familiare ma si appresta a studiarla a fondo, che la cosa più importante da fare è garantire assistenza medica a tutti i calabresi e che nel suo nuovo ruolo continuerà a confrontarsi con le esigenze della cittadinanza e del territorio come già ha fatto in passato. Lo prendiamo in parola, confidando – lo dico sinceramente e senza ironia – che riuscirà a ribaltare nella cosa e nel come il messaggio simbolico che il governo ha inviato alla Calabria con la sua nomina e con il suo metodo. Che invece sono entrambi, il messaggio e il metodo, disperanti.

Avevamo capito che in Calabria c’è un problema, molto serio, di riorganizzazione di un servizio sanitario devastato, nell’ordine, da sprechi, bilanci fasulli, tagli dissennati, commissariamenti inefficienti, politiche incompetenti, favori alla sanità privata, turnover bloccati nel pubblico,  desertificazione dei presidi territoriali, turismo sanitario funzionale alle eccellenze private delle regioni del Nord, infiltrazioni ‘ndranghetiste e massoniche. Non era vero, evidentemente. Individuata nella persona di un poliziotto antimafia, dopo la farsesca sequenza di quattro commissari licenziati (Cotticelli), dimissionati dall’alto (Zuccatelli), annunciati a vuoto (Gaudio, Miozzo), la nomina del nuovo commissario manda a dire all’opinione pubblica, calabrese e nazionale, che  in Calabria c’è solo un problema di mafia, sicurezza e ordine pubblico, da risolvere con l’invio di un funzionario di polizia. Briganti e prefetti, come ai tempi dell’unità d’Italia. Guardie e ladri, come al cinema.

Ancora una volta dunque alla legittima esigenza di normalità della Calabria si risponde rigettandola nella condizione di una irredimibile eccezione. Si trattava di rendere esigibile il diritto alla salute, che è un diritto fondamentale scritto in Costituzione. Si risponde criminalizzando,  neanche tanto implicitamente, un’intera regione, all’ombra della pur necessaria lotta alla ‘ndrangheta e alla massoneria deviata. Con il plauso unanime delle forze politiche regionali, di governo e d’opposizione.

E’ troppo comodo, per le istituzioni nazionali e regionali, uscirne in questo modo. Chi conosce la Calabria sapeva fin dall’arrivo del coronavirus che la sua situazione sanitaria era la cartina di tornasole di tutto quello che nel sistema-Italia non funziona, dal titolo V della Costituzione ai diritti diseguali alla demolizione di un sistema sanitario un tempo cardine e vanto dello stato sociale. E sapeva che dunque sarebbe diventata l’hic Rhodus, hic salta della governance della pandemia – se così vogliamo chiamare, nobilitandolo, l’intreccio ingarbugliato di poteri statali, poteri regionali, poteri d’emergenza e competenze tecnico-scientifiche che in questi mesi ha di fatto cambiato la nostra forma di governo. Bisognava dunque seguirla, la Calabria, molto da vicino. E fare dell’emergenza-covid l’occasione per accelerare la ristrutturazione della sanità che aspettava da anni.

Non è stato fatto. Quello che è avvenuto, e quello che non è avvenuto, fra la prima e la seconda ondata dell’epidemia attende ancora di essere ricostruito nei dettagli, ma la sequenza dei Dpcm e Dpgr firmati  da Conte e Santelli a marzo e mai attuati se non in minima parte,  del piano covid firmato a sua insaputa dal commissario Cotticelli e mai implementato, delle 15 Usca istituite contro le 37 programmate, dei 50 nuovi posti di terapia intensiva allestiti contro i 156 dovuti,  dell’incertezza e dei rimpalli  sul “soggetto attuatore” (la Regione, il ministero, il commissario?) di quello che sulla carta andava fatto, tutto questo parla di una confusione e di una conflittualità istituzionale inconcepibili in uno stato di diritto. E qui, sia chiaro,  non c’entrano niente le infiltrazioni criminali né il debito accumulato, e c’entra fino a un certo punto perfino la condizione di fragilità pregressa del sistema sanitario regionale, che pure ha dei punti di forza che avevano retto la prima ondata dell’epidemia. C’entrano solo ed esclusivamente l’approssimazione e l’irresponsabilità delle istituzioni coinvolte – regione, governo e commissario di governo – nella gestione dell’emergenza covid,  unite al dissesto istituzionale cronico dovuto alla sciagurata riforma del titolo V della Costituzione. Quando e come il governo e la regione intendono risponderne?

Poi c’è stata la tragicommedia – politica e mediatica, anzi mediatica e politica – del defenestramento di Cotticelli che scopre in diretta di non sapere cos’è un piano covid,  del dimissionamento di Zuccatelli che ha bruciato un indiscutibile curriculum (compresa la sua attività di commissario a Catanzaro) con il video sulle mascherine, di Gaudio che scarica sulla moglie il gran rifiuto, di altri candidati ventilati e bruciati. Senza che dal governo venisse un’informazione o un chiarimento sui criteri che orientavano la scelta: politici? mediatici? di competenza? Quante tensioni della maggioranza (e quante pretese su quel ruolo, alla vigilia delle elezioni regionali in Calabria) si sono scaricate su questa nomina? Quanto incide la reputazione mediatica sulla reputazione professionale di un candidato, se incide perché non la si controlla prima di nominarlo, e se non incide perché non lo si difende dopo averlo nominato? Se le competenze contano, perché si passa da un commissario-generale Cotticelli) a un commissario-manager sanitario (Zuccatelli) a un commissario-poliziotto (Longo) come fossero tre buste equivalenti? E perché nella scelta non sono state coinvolte le professionalità che operano efficacemente sul territorio –  penso ad esempio alla rete delle “Comunità competenti”, che sui problemi e la riorganizzazione della sanità calabrese elabora da tempo soluzioni realistiche e appropriate, ben note peraltro al ministero della salute?

Torniamo al punto di partenza: perché quando c’è di mezzo la Calabria la logica coloniale del commissario prefettizio e quella securitaria della caccia al criminale si sovrappongono alla logica della cittadinanza attiva e dei diritti, e la comprimono. Il gioco non è riportare una regione del paese a una normalità vivibile, ma riaffermare l’alterità di un territorio per definizione fuori norma. Ed è un gioco in cui politica e media concorrono alla pari. Stavolta i media hanno avuto di sicuro il merito di mettere sotto la lente d’ingrandimento una situazione di cui la politica avrebbe volentieri taciuto. Ma neanche stavolta hanno resistito, fatte salve poche e meritevoli eccezioni, alla tentazione di raccontarla su un fondale etnico che ne oscura distinzioni e differenze: fra la sanità devastata e quella che soprattutto grazie ai medici funziona, fra corruzione e legalità, fra diritti violati e privilegi garantiti, fra chi il crimine lo agisce e chi lo combatte. Su questo fondale etnico è possibile dire e lasciar dire di tutto e infatti abbiamo ascoltato e letto di tutto, dalle nostalgie vintage del procuratore Gratteri di una Calabria contadina da dove si emigrava con la valigia di cartone alle affermazioni neanche tanto velatamente razziste di un autorevole opinionista progressista secondo il quale in Calabria ‘ndrangheta, società e politica coincidono. Mancano solo i cow boys e gli sceriffi e il western è servito.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   Questa rappresentazione non fa bene né alla Calabria, perché la conferma nel suo isolamento,  né all’Italia, perché non aiuta a capire i dispositivi che malgrado regionalismi e localismi esasperati la tengono insieme, nel bene nonché nel male. Mentre nella regione con il sistema sanitario più sofferente si consumava questa tragicommedia, in quella con il sistema sanitario più eccellente, la Lombardia, i numeri del contagio e delle morti da covid si impennavano come e peggio che durante la prima ondata. Un sistema sanitario basato sull’ospedalizzazione e l’eccellenza delle strutture private a spese della medicina di territorio non regge l’impatto di una pandemia, e questo ormai lo hanno capito anche le pietre. Quello che si continua a tacere è che quel sistema è stato nutrito nel corso degli anni anche con il depauperamento della sanità meridionale, calabrese in primis, e l’incentivazione del cosiddetto turismo sanitario, che a quel sistema sono funzionali e sono in primo luogo il frutto di scelte politiche, non di disgrazie casuali o di colpe locali. E’ solo il linguaggio dei diritti, antitetico a quello del profitto,  che può riunificare il sistema sanitario e lo stato sociale italiani: ammesso che lo si voglia.    

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Se l’America torna a respirare

Pubblicato su ItalianiEuropei n.6, 2020

Per uno di quei giochi di prestigio che solo il sistema mediatico riesce a fare,  la notizia della vittoria – difficile, e tutt’altro che scontata – di Biden su Trump è diventata, nei media mainstream italiani, la notizia della non-sconfitta di Trump e della sua incombenza sul prossimo mandato presidenziale, predestinato in partenza all’immobilismo in un’America spaccata a metà come una mela. In sostanza, Biden ha vinto per modo di dire perché – sorpresa!  – il populismo di Trump è vivo, vegeto  e radicato, l’America “profonda” non gli ha affatto voltato le spalle e il nuovo tandem presidenziale altro non potrà fare che posizionarsi al centro, inanellare compromessi con il partito repubblicano e liberarsi risolutamente dell’impiccio dell’ala sinistra della coalizione che lo ha portato alla Casa bianca.

E’ l’ennesima puntata della serie “la sinistra può vincere e governare solo al centro” che in Italia va in onda a reti unificate da una trentina d’anni in qua senza mai cambiare di una virgola la sceneggiatura, e lasciando volutamente fuori campo eventi, attori e circostanze che la metterebbero in questione.  E’ così che le tesi politiche precostituite diventano ricette prescrittive: appoggiandosi ad alcuni dati di realtà, quelli ripetitivi e volti alla conservazione,  e cancellandone altri, quelli inediti e volti al cambiamento. Nella fattispecie sono certamente dati di realtà (non nuovi) che l’America sia spaccata in due (lo era già nel 2016), che il trumpismo sia ben radicato (strano che lo si scopra adesso), che Biden, già moderato di suo, dovrà governare con un senato molto probabilmente in mano ai repubblicani e in  grado tenere sotto sequestro l’agenda politica (com’è già accaduto a Obama dopo i primi due anni di mandato). Ma negli ultimi anni, e nell’ultimo in particolare, negli Stati uniti  sono successe altre cose: è scoppiata una pandemia che come e più che in tutto il mondo sta mostrando le crepe del sistema e avrà conseguenze economiche e sociali immani; e si è costituito, dal basso, un popolo contrapposto al popolo mobilitato dall’alto di Trump, che porta a galla la nuova composizione demografica e sociale dell’America progressista e ha dato una spinta decisiva alla vittoria dei democratici. Sono dati di realtà anche questi, e prescinderne non aiuta a capire la piega degli eventi.

Facciamo un passo indietro, anzi due. Fino a pochissimi giorni prima del voto, nei media italiani la tendenza prevalente era a “normalizzare” l’evento delle presidenziali. I sondaggi – smentiti nel 2016 e ri-smentiti quest’anno, ma la fede negli oracoli è dura a morire – davano a Biden  un vantaggio di circa dieci punti su Trump e tanto bastava a considerare la partita risolta in anticipo nella “fisiologica” alternanza dei sistemi bipolari.  Eppure fonti autorevoli, sull’altra sponda dell’oceano, dicevano tutt’altro. Da settimane puntavano il dito sul worst scenario, lo scenario peggiore che si è poi puntualmente verificato: quello di una vittoria rossa di misura nel voto in presenza che sarebbe stata poi ribaltata dallo scrutinio del voto per posta, con conseguente contestazione del risultato da parte del presidente uscente, che contro la validità del voto postale si era già esercitato più volte e aveva anticipato le sue intenzioni eversive  nel primo duello televisivo con Biden. Su giornali come il Guardian e il New York Times, non sui fogli dell’estremismo militante, parole come “colpo di stato” e “guerra civile” erano state sdoganate da tempo; una settimana prima del voto, il Guardian aveva pubblicato un decalogo di pratiche di resistenza contro l’eventualità di un golpe.

Di normale dunque non c’era niente: la posta in gioco, chiarissima e annunciata, era l’intenzione di Trump di delegittimare il gioco democratico alla radice, nel rito basilare del voto e della sua trasparenza e attendibilità; una sorta di apoteosi del populismo e delle sue capacità demolitrici della democrazia costituzionale.  Molti, l’ha scritto Judith Butler, sono andati a votare non tanto per Biden quanto “per la possibilità stessa di esercitare il diritto di voto”, questa volta e la prossima. E come  ben sappiamo, questa posta che riguarda i fondamentali della democrazia è ancora lì sul tavolo. Trump prima o poi uscirà dal suo fortino, la sua strategia giudiziaria di contestazione dei risultati, basata sul nulla, finirà con l’arenarsi e il tandem Biden-Harris enterà nella Casa bianca. Ma l’ex presidente continuerà a minare il credo e il credito democratico alimentando quella che Barack Obama nella sua autobiografia appena uscita, nonché  alcuni analisti acuti come David Roberts su Vox e Luca Celada in Autunno americano, definiscono “la crisi epistemologica” della democrazia americana: l’appannamento del confine fra vero e falso, fra realtà e reality, fra fatti e “fatti alternativi” su cui Trump ha costruito tutta la sua performance politica, fino alla dissennata gestione negazionista della pandemia. Ma portata al livello della negazione del  risultato elettorale, la “crisi epistemologica” rischia di trasformarsi in crisi costituzionale, e comunque nella delegittimazione programmatica della presidenza Biden in metà dell’opinione pubblica americana.

Secondo passo indietro. La conferma del radicamento sociale del populismo trumpiano – e anzi la sua capacità di accrescere la propria base, come dimostra l’afflusso eccezionale di repubblicani al voto e l’incremento dei consensi in alcune fasce  dell’elettorato – è inquietante, ma non è una sorpresa; e aumenta, non diminuisce, il valore della vittoria di Biden-Harris. A gennaio scorso, quando il coronavirus non aveva ancora varcato i confini dell’occidente, Trump era saldamente in sella, forte di un’economia che girava al massimo e di un tasso di disoccupazione prossimo allo zero, e il suo consenso era solido e compatto, a fronte di un partito democratico che si dibatteva fra candidati alle primarie inconciliabili fra loro, Sanders (all’epoca dato per favorito)  contro Biden (all’epoca dato per spacciato) o Warren contro Buttigieg. Ma era evidente che il sistema si reggeva su contraddizioni alla lunga insostenibili: ricchezze accumulate da una parte e poveri vecchi e nuovi dall’altra, un mercato del lavoro saturo sì ma di precari ed essentials senza diritti, un melting pot compromesso dalle politiche di confinamento dei migranti e dall’eterno ritorno di un razzismo endemico. E quello slogan, make America great again, come copertura del declino, demografico e di egemonia,  dei “nativi” bianchi, e come sigla di un populismo che evocava l’unità del popolo mentre ne attizzava tutte le divisioni e i conflitti.  

Imprevedibilmente, nei mesi successivi, questo cumulo di contraddizioni ha cominciato a sgretolarsi sotto l’effetto di due  detonatori, la pandemia e l’assassinio di George Floyd, convergenti nel mettere a nudo la struttura classista e razzista del sistema: non a caso I can’t breath, il grido di Floyd soffocato dal poliziotto, diventa nel giro di una notte lo slogan dell’America soffocata dal neoliberismo e dal razzismo. Per quanto possa infastidire chi, dalle nostre parti,  ha rappresentato Black Lives Matter come uno dei due “opposti estremismi” (l’altro essendo, in base a una improponibile simmetria, quello delle milizie suprematiste di Trump) che disturbavano l’ordinaria routine del bipartitismo  americano, va riconosciuto a questo e agli altri movimenti nati e cresciuti negli ultimi anni di avere dato voce e spessore a una critica anti-sistema di segno opposto a quella populista, e di aver contribuito in modo decisivo ad alimentare il processo di ripoliticizzazione della società americana che si è riversato infine nella partecipazione straordinaria al voto del 3 novembre. Come va dato atto a Biden  di avere intercettato questo processo di ripoliticizzazione riunificando sotto la sua “eleggibilità” un partito diviso, e siglando con Sanders e Octasio Cortez un programma riformista ben più deciso di quanto sarebbe stato nelle sue intenzioni originarie, che puntavano solo sul ritorno a una “normalità” impossibile dopo il terremoto trumpiano.

Malgrado i numeri della contabilità istituzionale spingano verso il moderatismo centrista, con quei seggi persi dai democratici alla camera e il pareggio al senato appeso ai due ballottaggi della Georgia,  la logica politica spingerebbe invece per un consolidamento della coalizione che ha portato il tandem Biden-Harris alla Casa bianca. Non è questione di contabilità infatti ma di rappresentatività e di forme della politica. Come ha detto la stessa Kamala Harris sul palco della festa di Wilmington, quei 75 milioni di voti, il massimo mai incassato da un candidato alla presidenza,  non sarebbero stati possibili senza la mobilitazione sociale che ha preceduto il 3 novembre e che ha contrassegnato le vittorie più significative a livello statale: la riconquista del voto operaio bianco della rust belt; la conquista di uno stato storicamente segregazionista come la Georgia, dove il modello organizzativo costruito da Stacey Adams e altre attiviste ha ottenuto il record della partecipazione al voto soprattutto fra gli afroamericani; la conquista dell’Arizona, con l’apporto determinante del voto giovanile ispanico; lo sfondamento fra i lavoratori sindacalizzati ispanici e afroamericani di Las Vegas. E va da sé che Kamala Harris non sarebbe salita su quel palco, né i dem avrebbero sfondato nell’elettorato femminile soprattutto nero e ispanico, senza la lunga scia di movimenti femministi che dalle women’s march del 2016 al metoo alle campagne di sostegno delle candidate del mid term ha punteggiato come una spina nel fianco il mandato di Trump.  Le analisi del voto mostrano peraltro che se avessero votato solo le donne la cartina degli Stati uniti sarebbe molto più blu, e se avessero votato solo gli uomini sarebbe molto più rossa: una conferma che il populismo pesca nell’identificazione maschile (bianca e nera) con il machismo al potere. Ma anche un segnale di come le linee di aggregazione delle soggettività politiche non coincidano più con le definizioni identitarie delle minoranze etniche su cui tradizionalmente si sono basate le coalizioni democratiche, e vadano rintracciate piuttosto in quella intersezione fra classe, etnia e genere su cui ruota giustamente la galassia dei nuovi movimenti.

Giusto mentre sto chiudendo questo pezzo arriva la notizia che la commissione elettorale della contea di Detroit, in forza dei suoi componenti repubblicani,  non certifica il risultato elettorale favorevole a Biden. Nella transizione che Trump non concede al nuovo presidente ci sarà ancora da ballare.  La pandemia intanto continua a mietere vittime negli Usa come e più che in Europa e la crisi economica incalza. Niente lascia prevedere un tranquillo ritorno a una moderata normalità. Dopo il populismo, questo in Italia dovremmo averlo imparato, non c’è un ritorno a prima: o c’è un salto di qualità del discorso politico alternativo o c’è una deriva verso il peggio di prima. E ci sono crisi di una tale radicalità da richiedere svolte radicali al di là delle intenzioni dei giocatori politici in campo. Come ha scritto prima del voto George Parker su The Atlantic, la crisi del sistema americano è tale da poter spingere perfino un moderato come Biden a farsi portatore, o traghettatore, di qualcosa che assomigli a un nuovo New Deal. Né più né meno di quanto servirebbe per far rimbalzare anche nell’estenuata sinistra europea l’avvio di un nuovo ciclo riformista. Di là e di qua dall’oceano si tratta solo di tornare a respirare.

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La festa è qui

Pubblicato l’8/11/2020 su Internazionale.it

Non passa neanche un quarto d’ora dall’annuncio alla Cnn della vittoria di Joe Biden che su WhatsApp cominciano ad arrivare da San Francisco, Los Angeles, New York i video delle manifestazioni spontanee di esultanza. Dopo quattro giorni appesi all’ansia per la conta salta il tappo di quattro anni plumbei, aggressivi e depressivi, che avevano immerso nella malinconia il sogno americano. Non che adesso si apra un futuro radioso: asserragliato nella Casa Bianca con i suoi avvocati, il presidente sconfitto si rifiuta di telefonare al vincitore come prassi vorrebbe e promette ancora tempesta. Domani chissà che succede, ma adesso è il momento della festa. L’inviato politico afroamericano della Cnn piange in diretta: “Da oggi è più facile dire ai nostri figli in che paese vivono. We couldn’t breathe”.Non si respirava più. George Floyd è vendicato.

Passano ancora una decina di minuti e le tv cominciano a snocciolare i messaggi ufficiali di felicitazioni dei capi di stato e dei vertici europei: Merkel e Macron, Mattarella, Sassoli e Von der Leyen brindano al riavvicinamento delle due sponde dell’Atlantico. Il presidente sconfitto non riconosce il vincitore, ma il mondo sì: di fronte al fatto compiuto, diventa sempre più difficile per Trump inventarsi i suoi scoppiettanti “fatti alternativi”. Poche ore dopo, dal fortino dello Studio ovale arriverà una briciola di senno: il presidente uscente riconoscerà l’esito legale del voto, non si sa quando e a quali condizioni ma prima o poi, gli stanno spiegando i figli e gli avvocati, sarà costretto a farlo, la vittoria di Biden essendo tale che nessun riconteggio in questo o quello stato può metterla in discussione.

La direzione della storia

Kamala Harris sale sul palco del parcheggio tirato a festa e popolato di mascherine anticovid di Wilmington, la città di Joe Biden nel Delaware, quando in Italia sono passate le due di notte. È magnifica nel suo tailleur bianco, raggiante nei suoi tratti meticci, e d’improvviso con la sua comparsa si palesa la direzione vera che la storia sta prendendo. Il duello tra i due maschi bianchi ultrasettantenni che ha occupato fin qui il centro della scena sfuma come d’incanto sullo sfondo mentre in primo piano si materializza la metà rimossa della storia americana: “La genealogia delle donne nere, ispaniche, immigrate che come mia madre hanno aperto la strada a questo momento, che sono da sempre la spina dorsale della nostra democrazia, che hanno lottato in passato per il diritto di voto e che oggi continuano a lottare per farsi ascoltare”. Figlia di immigrati, nera, asiatica, Kamala Harris è la prima donna a varcare da vicepresidente la soglia della Casa Bianca e a varcarla senza essere la moglie di nessuno, “ma di certo non sarò l’ultima”: un nuovo primato apre una nuova possibilità. Interrotta da Trump, la narrativa del sogno americano può ricominciare.

Biden si incarica di completarne il canovaccio, presentandosi come da copione come il presidente di tutti: “Non ci sono stati blu e stati rossi, ci sono solo gli Stati Uniti d’America”. Ringrazia l’immensa moltitudine dei suoi che si è mobilitata per eleggerlo – mai nella storia tanti voti, quasi 75 milioni, un altro primato – ma ha di fronte un paese spaccato in due e deve riunificarlo in qualche modo; nomina uno per uno i segmenti della coalizione sociale che sono confluiti sul suo nome, “i neri, i bianchi, i latini, i gay e gli etero” ma fa appello agli sconfitti, “vi capisco, anche a me è capitato di perdere, non è piacevole, ma adesso siamo tutti americani”, e lui è lì “per guarire l’America” e ritrovarne l’anima “col potere dell’esempio e l’esempio del potere”.

We did it!

Come sempre nei momenti topici, l’istantanea del palco di Wilmington restituisce lo stato delle cose più di mille analisi politologiche. Con la sua sola fisicità, ma anche con la sua retorica scarna e diretta – “Hi Joe, we did it!”, così la sua telefonata di congratulazioni a Biden  Harris archivia d’un botto l’estetica mortifera, plastificata e berlusconiana, della corte di Trump, e d’un botto riporta alla memoria quella piena di vita e di futuro della famiglia nera che nel 2008 era salita sull’indimenticabile palco del parco di Chicago. Il backlash trumpiano, suprematista e razzista, che nel 2016 aveva cercato di mettere una pietra tombale sull’era obamiana sconfiggendo al contempo la prima candidata bianca alla presidenza viene fermato non per caso dall’ex vice, bianco, di Obama e da un’altra donna, meticcia come Obama. Nei momenti topici, la storia presenta sempre il conto e i conti, alla fine, tornano.

La narrativa progressista dell’esperimento americano può ripartire, ma non siamo nel 2008, se non per il fatto che oggi come e più di allora, incombe sul governo democratico una crisi economica di proporzioni incalcolabili. Quattro anni di populismo suprematista lasciano un segno anch’esso incalcolabile e non si sa quanto cicatrizzabile, e dalle urne esce un paese spaccato in due come una mela, polarizzato politicamente e soprattutto, in una delle due metà, psichicamente bipolare, oscillante fra fissazioni identitarie e incubi complottistici, cognitivamente disorientato sul confine perduto tra vero e falso. L’anima dell’America, quella che Biden evoca come discendente dai Lumi e alleata della scienza al tempo del covid, faticherà non poco a riportare alla razionalità politica l’emotività postpolitica del popolo trumpiano. E non si tratta soltanto, come pensano in coro molti commentatori di casa nostra, di mettere all’opera l’abilità da politico di lungo corso di Biden, la sua sperimentata capacità di mediare con un senato che probabilmente resterà repubblicano e di comporre una squadra di governo incorporando i moderati della sua coalizione e magari qualche repubblicano in fuga dal trumpismo. Le cose saranno più complicate, e lo schema di gioco, per fortuna, meno scontato.

Guardando all’esito del voto infatti, e in attesa che le consuete analisi sociologiche forniscano dati più precisi sulla sua composizione demografica, sociale e culturale, il quadro che emerge è più articolato di quello che impazza nei nostri talk. Per quanto polarizzata, la situazione non è affatto simmetrica, e soprattutto non sospinge affatto verso un’ennesima riedizione del già perdente centrismo democratico. In primo luogo, la partecipazione oceanica al voto è il segnale di una politicizzazione vitale della società americana, di cui un vettore è stato indiscutibilmente lo stesso populismo trumpiano, ma l’altro, altrettanto indiscutibilmente, è stata la mobilitazione incessante dei movimenti di contestazione del trumpismo. Lo dice benissimo Harris nel suo discorso: “La democrazia non è uno stato, è un atto. Non è garantita, è forte solo se non la diamo mai per scontata e la difendiamo praticandola. Per quattro anni avete lottato per le nostre vite e per il nostro pianeta, e poi avete votato”: senza di voi, sottinteso, non ce l’avremmo fatta.

In secondo luogo, la vittoria di Biden, per quattro lunghi giorni sul filo del rasoio, alla fine non è affatto una vittoria di misura. Non solo numericamente, per via dei quasi cinque milioni di voti di scarto rispetto a Trump (dei quali più della metà californiani, tanto per capire da che parte batte il vento del cambiamento), ma soprattutto politicamente. Biden ha riportato a casa il voto operaio bianco del “muro blu”, ha strappato a Trump alcuni stati decisivi, gli ha conteso l’elettorato frammentato ma cruciale della suburbia metropolitana, ha prevalso tra i neri e, salvo che in Florida, fra gli ispanici del sud e del sudovest, già determinanti per la sua vittoria alle primarie, ha raccolto il sostegno, preparato da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, della nuova classe operaia, se così possiamo chiamarla, fatta di precari ed essentials. È vero ovviamente che Biden non avrebbe vinto senza il sostegno di larghi settori dell’establishment centrista; ma è altrettanto vero che non avrebbe vinto neanche senza il sostegno della sinistra dentro e fuori il suo partito. È la differenza cruciale che passa fra la vittoria di “zio Joe” oggi e la sconfitta di Hillary Clinton ieri.

La partita di Bernie Sanders


Niente è stato frutto del caso, e anche per questo – in terzo luogo – il risultato è carico di valore politico. Non è vero, e non è mai stato vero, che Sanders sarebbe stato un candidato migliore: Biden ha fatto bene a perseverare quando, all’inizio delle primarie, era dato da tutti per spacciato e Sanders pareva volare; la parola d’ordine della maggiore “eleggibilità” del candidato moderato ha funzionato. Ma ha funzionato solo perché l’hanno sostenuto l’ala radicale dei dem e un movimento sociale plurale e intelligente che si è snodato in tante forme, dalle women’s march al #MeToo, da Black lives matter al sabotaggio del muslim ban, dalle lotte dei precari alla magnifica campagna elettorale vincente delle candidate di nuova generazione nel mid term.

Perciò, se il sentiero della pacificazione con i repubblicani e con il popolo trumpiano è stretto, la strada di un’alleanza stabile fra moderati e radicali è obbligata. Niente destina Biden a una deriva centrista: l’anima americana che lui invoca, di un’America devastata non solo dal trumpismo ma anche dalla pandemia e dal tracollo economico, ha bisogno con ogni evidenza di una svolta riformista. Se l’immaginario dei movimenti ha pescato nella storia lunga delle lotte contro la segregazione razziale, l’immaginario democratico deve pescare, oggi, nella memoria rooseveltiana del New Deal.

Si vedrà nel frattempo che ne sarà del lascito di Trump, che non ha solo mantenuto, com’era nelle previsioni, il suo consenso ma l’ha accresciuto, non solo nelle zone rurali ma perfino in settori insospettabili come l’elettorato femminile bianco e in quello gay, a dimostrazione che il populismo scompagina tutte le caselle e le linee di conflitto novecentesche con cui siamo abituati a ragionare. Il presidente sconfitto non ha molti appigli per le sue fantasie golpiste: il rito del voto ha tenuto, e il sistema giudiziario non è nelle sue mani per quanto lui abbia fatto di tutto per appropriarsene, dai tribunali statali alla corte suprema. La forma democratica ha retto al suo assalto e reggerà a quello eventuale dei Proud boys. Anche per lui, la strada è solo politica: deve decidere che fare del capitale di consenso accumulato, e lo stesso dovrà fare il suo partito, per ora incerto fra la tentazione di mollarlo e quella di incassare il suo malloppo di settanta milioni di voti.

Nel mondo intanto l’internazionale sovranista, dal Sudamerica all’Europa dell’Est, d’improvviso piange. Quanto a noi qui sull’altra sponda dell’Atlantico, abbiamo capito che il sovranismo populista può portare le pericolanti democrazie occidentali sull’orlo del baratro, ma può essere sconfitto, quando il popolo plurale che si mobilita dal basso intorno a valori di uguaglianza, giustizia sociale e solidarietà prevale sul popolo mobilitato dall’alto e compattato da leader superomisti sulla base di valori gerarchici e identità escludenti. Forse la politica può rimettersi in moto anche da questa parte dell’oceano.

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