La tempesta perfetta

Pubblicato su Internazionale.it il 2/11/2010

Il nuovo romanzo di Don DeLillo appena uscito negli Stati Uniti, The silence, è la storia di un blackout tecnologico che sospende la vita di un gruppo di amici in una New York appena uscita dalla pandemia, dove il digitale è diventato ormai la seconda natura degli esseri umani. Gli schermi dei telefoni e dei computer all’improvviso si spengono, le connessioni si interrompono, nessuno può più comunicare né fare alcunché, i complottisti impazzano: sarà (di nuovo) colpa della Cina? DeLillo l’ha ambientato nel 2022 e ha finito di scriverlo un attimo prima che il lockdown della scorsa primavera costringesse lui e i newyorchesi, come tutti noi del resto, a frequentarsi solo da remoto; ma i fatti sono stati più veloci della sua profezia. La fantasia di una socialità interamente digitalizzata è già diventata realtà nel mondo stravolto dal coronavirus, e questo non è l’ultimo dei fattori a dare una tonalità apocalittica al teatro in cui si recita il dramma delle presidenziali americane. Come se una contesa politica epocale si svolgesse in primo piano mentre sullo sfondo procede un’ancor più epocale trasformazione del capitalismo che, complice il virus, fa i suoi giochi a prescindere dal potere politico, arricchendo ulteriormente i colossi delle piattaforme, precarizzando ulteriormente il lavoro della gig economy e dissolvendo nel digitale quello che nel lontano novecento chiamavamo “il sociale”.

Dalla scena in primo piano, intanto, piovono altri segnali non meno apocalittici. Da un amico di Los Angeles mi arriva via Facebook la convocazione di una mobilitazione programmata per il 4 novembre alle 4 del pomeriggio, per “proteggere i risultati” delle urne qualora Trump li rifiutasse; e già qualche giorno fa un lungo articolo pubblicato dal Guardian offriva il decalogo dettagliato di una mobilitazione preventiva per dissuadere il presidente dal tentare il colpo di stato (sic). Trump intanto è in Michigan, uno swing state decisivo dove Biden è dato in vantaggio di 8 punti, e dal palco di un comizio soffia sul fuoco negazionista e complottista attaccando i medici e il personale sanitario, rei di conteggiare più morti di covid del dovuto per lucrare, non specifica come, duemila dollari a decesso. Passano poche ore e ad Austin, in Texas, i democratici annullano un comizio dopo che un pullman di seguaci di Biden viene assalito da miliziani trumpisti. E al 3 novembre, mentre scrivo, mancano ancora due giorni.

Lo scenario peggiore

Le televisioni italiane annunciano le maratone per la notte dello spoglio, servizi e commenti sulla campagna elettorale e le sue follie non mancano, eppure è come se l’eco della drammaticità del momento che tutti i miei amici americani mi rimandano stentasse ad arrivare fin qui, o se l’entità della posta in gioco sull’altra sponda dell’oceano non riuscisse a forare l’infodemia da covid in cui siamo immersi su questa. Può darsi che alla fine il rito elettorale riesca a “normalizzare” questa tutt’altro che normale sfida per la Casa Bianca: i sondaggi danno Biden in vantaggio anche nella maggior parte degli swing state (ma in alcuni in un vantaggio inferiore al margine di errore, e poi dei sondaggi dopo il 2016 nessuno si fida più); il ricorso massiccio al voto postale e anticipato sembra giocare a favore dei democratici (ma stanno aumentando le registrazioni repubblicane per il voto ai seggi); i millennial, già decisivi nel mid term, possono esserlo anche stavolta e votano per Biden; le donne bianche della suburbia che nel 2016 votarono in maggioranza per Trump stavolta sembrano decise a tradirlo (ma tra gli uomini, bianchi e neri, è ancora forte l’identificazione nel machismo del presidente); le cosiddette minoranze etniche, se solo riusciranno a superare i mille ostacoli di cui Trump ha seminato il loro diritto di voto, sono schierate per lo più con Biden.

Eppure nessun analista, negli Stati Uniti, esclude possa verificarsi il worst scenario(lo scenario peggiore) del presidente uscente che ricorre a ogni mezzo per delegittimare il risultato, a cominciare dalla sua già annunciata contestazione del voto postale e con la complicità delle norme statali eterogenee che regolano il conteggio, dei giudici federali da lui insediati in vari stati e della corte suprema definitivamente sbilanciata a suo favore dopo la nomina di Amy Coney Barrett. In questo caso (e con buona pace del tanto decantato modello in cui “la sera del voto si sa chi ha vinto e chi governa”), si aprirebbero settimane incandescenti di riconteggi, ricorsi, sentenze, durante le quali è facile prevedere che la società americana, polarizzata com’è grazie a Trump, non starebbe a guardare. E il mondo nemmeno.

In ballo nel worst scenario, attenzione, non sarebbe infatti solo il nome del prossimo inquilino della Casa Bianca, né solo il funzionamento della macchina istituzionale e costituzionale degli Stati Uniti, bensì lo scivolamento della “crisi epistemica” dilagante nella società americana in crisi di credibilità dei fondamentali della democrazia. L’appannamento del confine tra vero e falso, fattuale e opinabile, realtà e reality, caso e complotto su cui Trump ha costruito tutta la sua retorica manipolativa e tutta la sua gestione negazionista del covid-19 travolgerebbe l’ultimo baluardo della democrazia liberale, cioè l’evidenza certificabile e inappellabile del voto. E non è difficile immaginare gli effetti di una tale lesione della già compromessa reputazione della democrazia occidentale a fronte delle dimostrazioni di efficienza di forme di governo autoritarie come quella cinese e non solo cinese.

La normalità impossibile


Hanno ragione dunque Biden e i suoi sostenitori a dire che la posta in gioco delle presidenziali, stavolta, è la democrazia. Ma sbagliano quando alludono alla democrazia americana come al “faro dell’occidente” manomesso da Trump (il Financial Times di qualche giorno fa), o quando si illudono che per lasciarsi alle spalle Trump basti ritrovare la normalità di prima di Trump. Dagli assalti populisti, lo sappiamo bene in Italia dall’esperienza di Berlusconi, la democrazia non si salva tornando a com’era prima: o fa un salto di qualità o si impantana in una deriva inarrestabile verso il peggio di prima. Come e più di Berlusconi, Trump non è (stato) un’anomalia rispetto alla retta via della normalità democratica, bensì un detonatore dei suoi limiti, un rivelatore delle sue contraddizioni accumulate, un imbuto delle sue correnti corrosive sotterranee. Il che rende quello del 3 novembre un passaggio più complesso di una liberazione istantanea da un presidente eccentrico, narcisista, sociopatico e bugiardo da dimenticare prima possibile. Si tratta piuttosto – lo spiega bene Luca Celada nel suo recentissimo Autunno americano (manifesto libri) – di una triplice resa dei conti: con i quattro anni del mandato di Trump, con quarant’anni di neoliberalismo, con quattro secoli di razzismo, nonché con non si sa quanti di patriarcato. Un reckoning a scatole cinesi, dove la congiuntura politica si innesta sulle carenze strutturali del sistema: “La miscela ideale di una tempesta perfetta”, che precipita con il trumpismo ma viene da più lontano.

Donald Trump a Green Bay, Wisconsin, 30 ottobre 2020. - Carlos Barria, Reuters/Contrasto
Donald Trump a Green Bay, Wisconsin, 30 ottobre 2020. (Carlos Barria, Reuters/Contrasto)

Gettata rapidamente la maschera del condottiero antisistema che aveva a cuore i forgotten della rust belt, Trump ha governato, da buon populista, evocando “il popolo” come entità omogenea per attizzarne di tweet in tweet ogni focolaio di divisione e di conflitto, etnico, sociale e culturale, titillando l’immaginario della guerra civile con il suo spalleggiamento dei “proud boys” contro Antifa (impressionante l’impennata della vendita di armi negli ultimi mesi). Non ha reindustrializzato il Midwest ma ha fatto gli interessi di Wall street e della upper class, sventolando fino allo scoppio della pandemia una piena occupazione fatta per lo più di precari ed essentials. Ha attaccato la radice del mito inclusivo del melting pot impiegando milizie speciali contro gli immigrati nelle “città santuario”, a supporto di una più articolata strategia amministrativa di riduzione della cittadinanza per le minoranze indesiderate. Ha vinto con lo slogan Make America great again ma dell’America ha accelerato il declino, usando il sovranismo in politica estera per isolarla dai suoi alleati tradizionali e affossare qualunque ipotesi multilateralista, in politica interna come una clava suprematista innestata sul razzismo strutturale della società americana. Infine e non ultimo, si è guadagnato l’oscar per la peggiore gestione occidentale della pandemia, trattandola non come una questione di salute pubblica ma come la posta in gioco di una guerra culturale fra libertarian no mask e criptosocialisti questuanti dell’assistenza statale.

Questo, in buona sostanza, il bilancio del mandato del presidente uscente. Ma il suo populismo non avrebbe sfondato senza il disfacimento del sociale, dello stato e della democrazia costituzionale già realizzato dal neoliberalismo, la sua gestione cinica della pandemia non sarebbe stata possibile senza il sostrato darwinista dell’etica neoliberale, il suo suprematismo non avrebbe offerto una soluzione al desiderio di revanche dei maschi bianchi desecurizzati dal declino demografico e dalla perdita di potere sull’altro sesso, senza il sostrato del razzismo di sistema che da sempre accompagna la storia americana come il rovescio oscuro del mito della frontiera, nonché come polizza assicurativa della produzione e della riproduzione capitalistica di gerarchie sociali inossidabili.

Non per caso del resto il discorso costruito in questi anni dai movimenti che sono stati la spina nel fianco del presidente – Black lives matter, il movimento a supporto di Sanders, le mobilitazioni femministe dalle Women’s march al #MeToo – non contesta solo il trumpismo degli ultimi quattro anni ma la storia ormai lunga dell’epoca neoliberale e quella ancor più lunga della conquista, della segregazione razziale e del patriarcato, pescando nello stesso immaginario politico che negli anni sessanta rese possibile la stagione più espansiva della democrazia americana. La nuova coalizione sociale che questi movimenti esprimono, all’insegna dell’intersezionalità tra classe, genere e razza, è la risposta più felice alla strategia sistematicamente divisiva con cui Trump ha polarizzato la società americana.

Il bivio postpandemico


Di questa nuova coalizione sociale non potrà fare a meno d’ora in poi nessuna politica che voglia rilanciare l’esperimento democratico americano e la valenza inclusiva che esso ha avuto nelle stagioni migliori della sua storia. Da qui passa perciò il futuro del Partito democratico, provvisoriamente tenuto insieme dalla soluzione-Biden ma impantanato non da oggi in un impossibile bilanciamento tra prospettive incomponibili, un bilanciamento divenuto impraticabile di fronte all’entità della crisi economica, sociale e politica in cui gli Stati Uniti sono stati precipitati dal combinato disposto del trumpismo e della pandemia. Come ha scritto poche settimane fa George Packer su Internazionale, ci sono crisi di una tale radicalità da richiedere svolte radicali al di là delle intenzioni dei giocatori politici in campo, e il rischio di tracollo del sistema americano oggi è tale da poter spingere perfino un centrista moderato come Biden a farsi portatore, o quantomeno traghettatore, di un nuovo New Deal. Che è quello che servirebbe per far rimbalzare anche sull’altra sponda dell’oceano, nell’estenuata sinistra europea, l’avvio di un nuovo ciclo riformista.

D’altra parte l’uscita dal trumpismo, se Trump uscirà di scena, dipende anche da quello che ne sarà del campo repubblicano dopo di lui. Esiti neofondamentalisti basati sul tradizionalismo dei valori, o neopopulisti basati sulla rappresentanza dei forgotten e dei loser bianchi, non sono da escludere (ne ha scritto sul New YorkerNicholas Lemann), ma da quelle parti c’è anche chi non da oggi pensa a un governo delle società postdemocratiche sulla base di una miscela moderatamente autoritaria di sorveglianza tecnologica e di meritocrazia delle competenze, mutuata dai modelli orientali.

Quello che abbiamo imparato noi dal trumpismo, intanto, è che non c’è un’uscita populista – tantomeno “populista di sinistra”, come parte della sinistra radicale ha voluto credere negli Stati Uniti e in Europa – dall’epoca neoliberale: populismo e sovranismo ne sono un effetto e una continuazione, con l’aggiunta di una curvatura disciplinare che il primo neoliberalismo non aveva, o nascondeva in forme più sottili. Questa curvatura disciplinare non è classicamente autoritaria né paradigmaticamente fascista, proprio perché incorpora il lascito neoliberale di un individualismo libertario – quello dei no mask, per intenderci – incompatibile con i precedenti autoritari novecenteschi. Ma comporta dosi massicce di classismo, razzismo, xenofobia e misoginia a loro volta incompatibili con una società democratica. Il bivio perciò è netto: da una parte una radicalizzazione del progetto socialdemocratico, dall’altra una tecnocrazia allineata con il capitalismo digitale. È il bivio di fronte al quale si trova la società postpandemica, negli Stati Uniti e in tutto l’occidente.

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L’ultima maschera del neoliberalismo

Pubblicato su Jacobin Italia n. 8, Autunno 2020

Sono riuscita ad andare negli Stati uniti lo scorso gennaio, un attimo prima che il coronavirus serrasse le frontiere del mondo globale e ci obbligasse a riscoprire le gioie – si fa per dire – della stanzialità locale. C’era già l’allarme in Cina, ma non in Europa né negli Usa: un solo caso di covid in California, dove ero diretta e dove nessuno, salvo gli asiatici, portava la mascherina, peraltro sold out dappertutto esattamente come in Italia, dove sono rientrata a metà febbraio. Da quel breve viaggio sono passati sei mesi che sembrano un secolo: non c’è una sola cosa che non si sia ribaltata nel suo contrario. Provo a mettere in fila i ricordi: gli aerei di andata e ritorno pieni zeppi, la macchina economica americana che girava al massimo col tre per cento di disoccupati, Trump saldamente in sella, il suo elettorato più convinto e fanatico di quattro anni prima, Sanders in ascesa alle primarie che ci faceva sognare anche in Europa una rinascita della sinistra, l’Oscar assegnato a Parasite, prima volta di un film non americano, che faceva sognare il quartiere coreano di Los Angeles. Sei mesi dopo, mentre scrivo, gli aerei si sono svuotati, gli Stati uniti sono sull’orlo di una catastrofe economica che è l’altra faccia della catastrofe sanitaria innescata dalla gestione demenziale della pandemia,  i disoccupati sono trenta milioni, Trump scende in picchiata nei sondaggi, la sua base sociale è incattivita, il conflitto razziale è esploso con l’assassinio di George Floyd, Sanders ha dovuto rinunciare alla sua corsa alla Casa bianca, rimpiazzato dal più rassicurante Biden,  proprio nel momento in cui la sua battaglia per la sanità pubblica avrebbe dovuto trionfare, Hollywood è paralizzata dai protocolli anti-Covid e solo Black Lives Matter salva il corpo e l’anima, l’eredità e il progetto del secolo americano che fu. Sul piano interno, quella che fu la più grande e gloriosa democrazia novecentesca è devastata da una crisi di identità che ne mette a rischio i valori portanti, e rischia una crisi costituzionale senza ritorno innescata dall’alto della Casa bianca. E sullo scacchiere geopolitico la promessa di make America great again si infrange su un andamento della storia che inesorabilmente pende a favore dell’egemonia cinese su ciò che del mondo globale sopravviverà al Covid.

Non è stato solo né prevalentemente il lavoro del virus: negli Stati uniti come in altre parti del mondo la pandemia ha consentito al capitalismo neoliberale di “naturalizzare” una crisi economica, sociale e culturale che ne stava erodendo dall’interno ogni premessa e ogni promessa. Ancora qualche appunto dall’ultimo viaggio, e dai penultimi: un tasso di contraddizione mai visto in una democrazia occidentale fra accumulo di ricchezza e vecchi e nuovi poveri marginali senza tetto né legge. Un mercato del lavoro saturo ma massimamente precarizzato, con gli essential massimamente sfruttati. La pluralità multietnica e multiculturale compromessa dalle politiche di respingimento, confinamento, discriminazione dei migranti e dall’eterno ritorno di un razzismo di sistema, più forte dopo “l’onta” della prima presidenza nera subita dai bianchi. Metropoli cariche di energia come New York ridotte, nel giro di pochissimi anni, a città-vetrina buone per la rendita immobiliare dei miliardari russi e cinesi.  L’isolamento come forma di vita antisociale nei suburb della middle class agiata, spontaneamente autoconfinatasi per evitare il contagio con le masse urbane. La performance competitiva come norma esistenziale nei college, ottemperata al caro prezzo del consumo compulsivo di alcool e psicofarmaci. Eccetera.

Ferite e paranoie

Non una di queste contraddizioni è stata alleviata, e tutte sono state scientemente e programmaticamente esasperate, dalla presidenza Trump, la più divisiva che la società americana ricordi.  A onta della sua retorica populista rivolta ai forgotten della globalizzazione, il tycoon ha fatto regolarmente gli interessi dei plutocrati, di Wall Street e  della upper class. Ha praticato il suo sovranismo dichiarando una guerriglia a base di dazi alla Cina e all’Europa che non ha provocato effetti positivi sull’economia americana né effetti di correzione dell’economia globale, e una guerriglia a base di accuse non provate contro la stessa Cina e l’Oms, rei di avere “infettato” il popolo americano, che non ha risparmiato alla sua amministrazione il primato per la peggiore prestazione occidentale nella gestione della pandemia: mentre scrivo siamo a più di 5 milioni di casi e di 200.000 morti, effetto e contrappasso dell’impasto, quintessenzialmente neoliberale, di darwinismo sociale e individualismo libertarian (e no-mask). Ha presieduto un’Unione federale accentuando i contrasti fra il governo centrale e gli stati democratici, fra città e campagna, fra coste cosmopolite e multietniche e hinterland bianchi e integralisti. Ha attaccato per il proprio tornaconto gli equilibri dello stato di diritto – i famosi pesi e contrappesi di cui la democrazia americana è andata fiera per un paio di secoli, ma che non hanno retto all’offensiva di un outsider autocratico: e come meravigliarsene in Italia, col precedente di Berlusconi? – violando le regole e nominando giudici di parte, e si appresta a tentare di far saltare il banco delle prossime presidenziali demolendo quello che resta della fiducia nella trasparenza del rito elettorale. Da buon populista ha evocato l’unità del popolo americano attizzando in realtà sistematicamente, di tweet in tweet,  ogni focolaio di divisione e di conflitto, etnico, sociale, culturale, per eleggere a “popolo” la propria parte,  radicalizzandone le pulsioni più aggressive – e consentendo talvolta finanche che si armassero, come nelle milizie “spontanee”  di fan del presidente, o militarizzandole istituzionalmente, come nei reparti speciali sguinzagliati contro i migranti e gli “irregolari”. E da buon sovranista  ha evocato la nostalgia di una sovranità perduta – dell’America sul mondo, del popolo americano sui propri destini, di ciascuno su se stesso, sull’altra  e sul diverso – innestandola sul recupero di una paccottiglia d’altri tempi, l’originaria pulsione suprematista bianca che da sempre, nella storia americana, accompagna il mito della conquista e dell’espansione a Ovest come il rovescio della trama della narrativa progressista dell’accoglienza e del melting pot.  

I risultati sono sotto gli occhi del mondo.  Lungi dall’arrestare il declino americano, il programma America First l’ha accelerato, minando al contempo qualunque prospettiva di governance  multilaterale del pianeta globale, e lungi dal proteggere il popolo americano dagli effetti della globalizzazione ne ha fomentato le paranoie e riaperto le ferite, prime di tutte la ferita del razzismo sempre ritornante, fino ad attivare l’immaginario politico della guerra civile, ipotesi periodicamente evocata in questi anni anche sui giornali mainstream. Niente meglio di “I can’t breath”, il grido terminale di George Floyd gemello della sindrome da Covid e diventato non per caso lo slogan dilagante di Black Lives Matter, rende meglio il senso di soffocamento che si è sostituito all’ariosità dell’American dream.

Tutto questo, sia chiaro, non è solo opera di Trump e del trumpismo. Come in altri paesi, la stretta sovran-populista ha avuto l’effetto di portare al pettine, ingarbugliandoli ulteriormente, tutti i nodi irrisolti di quarant’anni di egemonia neoliberale: nient’affatto  scalzandola, ma imprimendole una torsione disciplinare, se non autoritaria, e neoconservatrice, in una sorta di resa dei conti ultima e ultimativa che potrebbe essere, per la democrazia americana, senza ritorno.  Il che però, l’America essendo pur sempre  il luogo di riferimento dell’immaginario politico occidentale, ci porta a fare qualche considerazione di carattere più generale: de nobis fabula narratur.

Equivoci di una vittoria

Quando Trump fu eletto nello sconcerto del mondo e dei sondaggisti, non mancarono, nella sinistra radicale americana come in quella italiana, analisi tutto sommato rassicuranti della sua vittoria, vista come segnale inequivocabile di una crisi del e di una rivolta contro il neoliberalismo, che la sinistra non era stata in grado di intercettare e rappresentare e che trovava invece interpreti e leader a destra. A suffragare questa ipotesi, le prime analisi del voto che sottolineavano il contributo decisivo portato alla vittoria di Trump dal voto della Rust belt,  la cintura delle zone deindustrializzate  del Midwest, a sua volta segnale inequivocabile di un comprensibile e prevedibile  “tradimento” di classe: due volte forgotten, dalla globalizzazione e dalla sinistra neoliberale che si ostinava a magnificarne le sorti, ciò che restava della classe operaia si era girata dall’altra parte, dando fiducia al populista che le prometteva confini, protezione e  nuovi primati nazionali. Confortata da mappe analoghe del voto britannico che pochi mesi prima  aveva deciso la Brexit con l’apporto determinante dei ceti e delle aree marginali, ma corretta dalle più accurate analisi successive che evidenziavano il sostegno decisivo venuto a Trump dai suburb della middle classa agiata, questa lettura del voto americano non era priva di ancoraggi reali ma presentava alcuni limiti non poco fuorvianti.  In primo luogo, e sulla scorta di un vizio di economicismo sempre ritornante in ambito marxista, si basava sul primato della dimensione economico-sociale nei processi di soggettivazione politica,  tralasciando come meramente “culturali” altri fattori – razzismo, suprematismo bianco, machismo e sessismo, revanchismo – che si erano rivelati decisivi nella “seduzione” trumpiana dell’elettorato. In secondo luogo, e di conseguenza, presupponeva un “popolo” basato su questa sorta di evidenza “strutturale” dell’economico-sociale,  tralasciando di interrogarsi su quanto e come esso fosse costitutivamente attraversato e forgiato dai fattori “sovrastrutturali” di cui sopra, e dunque da linee di divisione e conflitto di razza e di genere oltreché di classe, e su che cosa questo comportasse per un discorso politico di sinistra che volesse riconquistarlo. In terzo luogo, e implicitamente, finiva col fidarsi dello stile populista di Trump (la stessa cosa è accaduta del resto in Italia con Salvini), assumendo che malgrado i suoi “eccessi” suprematisti, razzisti e veteropatriarcali fosse tutto sommato in grado di cogliere “la verità” del popolo e di esprimerne la volontà di cambiamento  protesta più e meglio di una sinistra mainstream definitivamente consegnata alla  religione neoliberale, e che avesse persino qualcosa da insegnare a una sinistra radicale imperniata sulla critica del neoliberalismo e della globalizzazione.

Illusioni populiste

Quell’analisi della vittoria di Trump ha avuto infatti la sua importanza nell’alimentare e corroborare la tesi teorico-politica del “momento populista”  che negli ultimi anni ha goduto di una certa fortuna nella sinistra radicale americana ed europea, come dimostra del resto egregiamente un recente numero di Jacobin Italia. Nella sostanza, questa tesi si basa su due assunti. Il primo è un assunto temporale: la crisi economico-finanziaria del 2008 è vista come un evento periodizzante che provoca contemporaneamente la crisi interna del e la protesta dal basso contro il neoliberalismo. Si apre di conseguenza – secondo assunto – una nuova configurazione e dislocazione del campo politico, attorno alla contraddizione fra politiche neoliberali (di destra e di sinistra) da una parte e sollevazione popolar-populista anti-neoliberale dall’altra: quest’ultima, prevalentemente capitalizzata da formazioni e leader di destra, potrebbe e dovrebbe tuttavia diversamente interpretata e rappresentata da sinistra. Il “momento populista” sarebbe dunque una congiuntura caratterizzata dalla costruzione – anzi dalla ricostruzione, dopo la sua distruzione neoliberale – di un popolo antagonista rispetto al neoliberalismo, differenziato nelle sue domande e nella sua composizione sociale ma unificato dalla condivisione del  conflitto basso vs alto e mobilitato dal discorso populista: il quale si colorerebbe di destra se accompagnato da una strategia nazionalista e xenofoba e da valori tradizionalisti, di sinistra se volto alla rivitalizzazione della democrazia, della rappresentanza, delle politiche di redistribuzione egualitaria e di welfare.

Le obiezioni che si possono – a e mio avviso si devono – portare a questa tesi  (sistematizzata da Chantal Mouffe e ispirata a un Laclau semplificato) sono più d’una. La più facile è che essa mette insieme e confonde,  sotto la fattispecie del populismo,  movimenti di rivolta dal basso e mobilitazioni del popolo dall’alto, dimenticando che la mobilitazione dall’alto di un popolo (costruito o presupposto) a opera di un leader è una condicio sine qua non del populismo, non riscontrabile nei movimenti di contestazione auto organizzati e acefali. Una seconda obiezione è che essa, anche qualora parta da una nozione desostanzializzata e differenziata di popolo, finisce col riproporre il dispositivo classico di reductio ad unum  che è costitutivo del popolo nel paradigma politico moderno, e col riattivare la classica sequenza popolo-rappresentanza-stato, che è precisamente la sequenza non da oggi in discussione in tutte le democrazie occidentali. Ma l’obiezione principale è a mio avviso un’altra, e riguarda l’analisi del neoliberalismo e del rapporto fra neoliberalismo e populismo che sottosta all’ipotesi del “momento populista” e della sua genesi temporale.

Come la migliore letteratura sulla crisi del debito ha argomentato, la tempesta economico-finanziaria del 2008 e seguenti non segna la crisi finale, ma una crisi evolutiva del neoliberalismo, che passa dalla sua prima stagione espansiva, dissipativa e libertaria basata sul dispositivo del credito e sull’etica del godimento a una seconda stagione restrittiva, austera, securitaria, basata sul dispositivo del debito e sull’etica della colpa. D’altra parte, non è solo a quella tempesta che si deve far risalire l’epidemia populista in occidente: come il laboratorio italiano dimostra inequivocabilmente, nelle democrazie occidentali la torsione populista della politica comincia assai prima (in Italia la Lega nasce alla fine degli anni 80, Berlusconi scende in campo nel ’94) e accompagna il lungo processo neoliberale di smantellamento della democrazia costituzionale, della rappresentanza e dei soggetti politici novecenteschi. Crucialmente, dunque, l’espansione del populismo è coestensiva al neoliberalismo, non alla sua fine; è il rovescio e non lo strappo della trama neoliberale, il suo prodotto e non la sua alternativa antagonista.   

E’ vero infatti che la crisi del 2008 e seguenti intensifica ed espande l’onda populista in Europa e la porta al governo negli Usa e altrove. Ma è falso che questa onda esprima di per sé una protesta anti-neoliberale. Il soggetto che nella seconda fase del neoliberalismo si consegna al populismo chiedendo protezione, confini, sicurezza, conferme identitarie,  primati di razza e di sesso,  sovranità è lo stesso soggetto individualista, proprietario, accumulativo e consumista che nella prima stagione cavalcava i vantaggi della globalizzazione armato dell’etica autoimprenditoriale e del principio di prestazione: solo che sotto i colpi della crisi è diventato impaurito e insicuro, rancoroso e revanchista. Non è un soggetto che combatte contro il capitalismo neoliberale; piuttosto si ribella al rischio di diventarne, appunto, un forgotten marginale.  E quel che più conta, non è un soggetto la cui condizione economico-sociale possa essere considerata a prescindere dai frames razzisti, xenofobi, suprematisti, veteropatriarcali che la incapsulano. Per la semplice ragione che questo suo, chiamiamolo così, spartito sentimentale è parte integrante del suo romanzo di formazione neoliberale, ed è il prodotto di dispositivi di soggettivazione strutturali, non accessori. Ragion per cui è del tutto illusorio pensare che questo soggetto possa essere disponibile alternativamente a un discorso politico di destra o di sinistra, a seconda dell’offerta disponibile sul mercato politico.  Il punto, casomai, è modificare radicalmente questa offerta, costruendo un discorso politico in grado di decostruire quei frames, di smontare quei dispositivi e di capovolgerli in altrettante leve di presa di coscienza e ribellione.  

Salto di paradigma

Questo spiega del resto, per tornare al caso americano, la centralità che nell’opposizione  a  Trump hanno avuto in questi anni i movimenti femministi e Black Lives Matter: l’uno contro il dispositivo strutturale che gerarchizza i ruoli di genere e mercifica la libertà femminile nel mercato sessuale e nel mercato del lavoro, l’altro contro il dispositivo strutturale che storicamente in America razzializza i rapporti sociali riproducendo le disuguaglianze necessarie al funzionamento della macchina capitalistica. Non più dunque movimenti single issue o orientati dalla politica dell’identità, bensì coalizioni composite che sotto l’insegna dell’intersezionalità puntano precisamente al cuore dei meccanismi incrociati di dominio, sfruttamento e gerarchizzazione che reggono il funzionamento del sistema e ne riproducono la base sociale divisa e frantumata. Movimenti portatori dunque di una carica controegemonica, non a caso paragonata da più parti a quella delle lotte che negli anni Sessanta ridisegnarono la società e il sogno americani, la sola forza in campo cui sembrano essere affidati oggi l’eredità e il rilancio del nocciolo inclusivo ed espansivo della democrazia più potente del mondo.

Ma se molto è nelle loro mani, ovviamente non tutto è in loro potere.  Quello che è mancato, manca e rischia di mancare nel prossimo futuro è una risposta del sistema istituzionale e politico all’altezza della sfida distruttiva lanciata da Trump. Se è vero che la sua presidenza ha portato alle estreme conseguenze tutte le contraddizioni accumulate dell’eccezionalismo  americano, occorre allora chiedersi quale è il dopo-Trump che si prospetta, ammesso che le elezioni lo destituiscano e che lui si faccia destituire.  I can’t breath: il mito americano non respira più. A intasarne i polmoni sono stati quattro decenni di religione neoliberale, la rivoluzione conservatrice di Reagan, le subalternità al sistema clintoniane, la saturazione a base di guerre e strette securitarie della ferita dell’11 settembre, gli ostacoli e l’eccesso di cautela che hanno depotenziato la forza simbolica del doppio mandato di Obama,  il backlash suprematista trumpiano; sotto e sopra tutto questo la smodata onnipotenza di Wall Street e le smodate ingiustizie della gig economy; e infine, a presentare il conto di tutto questo, il prevedibile imprevisto di un virus.

Ritrovare la fairness perduta, come recita il programma del tandem Biden-Harris, è necessario ma insufficiente, e potrebbe perfino rivelarsi impossibile dopo i guasti del trumpismo: che non è affatto riducibile a una “anomalia” – in questo i Dem americani sbagliano come sbagliarono i Dem italiani con il berlusconismo – essendo piuttosto un rivelatore dello stato del sistema. Tanto più dopo la prova della pandemia, ci vorrebbe precisamente quello che manca negli Usa – malgrado la cura ricostituente di Sanders, di AOC, del femminismo e di BLM  – tanto quanto in Europa: un’intelligenza riformatrice, come dopo il 1929 di là e dopo la seconda guerra mondiale di qua dall’Atlantico, capace almeno di delineare, se non di effettuare, un salto di paradigma. Un tempo si chiamava sinistra, un nome a cui oggi non corrisponde alcuna idea di un futuro plausibile. A destra invece la strada è già tracciata. Fatti fuori gli “eccessi” di Trump, la post-democrazia potrà finalmente cedere il passo a un disciplinamento tecnologico della società governato da un qualche leader moderatamente autoritario.  Il secolo americano a quel punto sarebbe davvero sepolto, e anche la lunga odissea dell’Atlantico, black e white.

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I doni di Rossana

Pubblicato il 21/9/2020 su Internazionale.it

Nella primavera del 1980 all’improvviso mi arrivò, non ricordo più bene tramite chi, una convocazione di Rossana Rossanda nella redazione del manifesto: vorrebbe fare due chiacchiere, mi dissero. Ero una perfetta sconosciuta, avevo scritto per il giornale quattro o cinque articoli in tutto, escluso che mi convocasse in base a quelli. Varcai il portone di via Tomacelli, dal centralino mi indicarono la sua stanza. Mi accolse col suo sorriso dolce e severo, mi disse che s’era incuriosita ascoltandomi in un seminario su donne e lavoro, parlammo un poco di questo e d’altro, poi mi guardò negli occhi e mi chiese perentoriamente: “Che cosa pensi di fare della tua vita”? Balbettai qualcosa senza dirle l’essenziale, cioè che mi sarebbe piaciuto lavorare con lei e che questo desiderio mi era venuto leggendo i suoi pezzi sul movimento del ‘77, i soli a coglierne sia pure in ritardo la natura e le ambivalenze, e quelli sul 7 aprile, i soli a denunciare la piega emergenzialista che la democrazia italiana stava prendendo (altro che lo stato d’eccezione da covid-19). Ma lei quel desiderio lo afferrò da sola. Di lì a poco mi ritrovai nella redazione dell’Orsaminore, un mensile femminista che Rossana stava progettando con altre amiche comuni, e due anni dopo in quella del Manifesto. Molto di quello che sono diventata lo devo a quell’incontro.

Quella fu la prima volta che la vidi. L’ultima è stata poco più di due mesi fa, prima di partire per l’estate, a casa sua, con Maria Luisa Boccia. Il lockdown ci aveva tenute separate, Rossana a Roma io no, e durante il lockdown lei aveva avuto un malore, poi risoltosi. “Come stai, Rossana?”. “Abbastanza bene, tutto sommato”. Non era vero. Non stava bene, il corpo affaticato, la voce flebile. Ma Rossana aveva mantenuto nella malattia, da quando un ictus le aveva limitato i movimenti ma non la lucidità, la stessa misura che aveva sempre avuto nel parlare di sé, mai un aggettivo sopra le righe. Del resto, si accendeva ancora non appena si parlava di politica. A settembre dobbiamo fare qualcosa, disse, questo paese non può andare avanti così. Progettammo fra il serio e il faceto questo qualcosa che ora che è settembre non faremo più. Ero preoccupata di non poterla vedere di nuovo per tante settimane, ma a fine agosto ho saputo che Doriana era riuscita a portarla al mare per un paio di settimane, e dal mare Rossana tornava sempre rigenerata; presto ci saremmo incontrate di nuovo. Invece no.

Il momento della fine è quello in cui più forte scatta la tentazione di appropriarsi di chi se ne va, e più forte si manifesta la sua inappropriabilità. Rossana lo sapeva benissimo, tanto da sottrarsi esplicitamente (lo scrisse in La perdita, con Manuela Fraire e Lea Melandri, 2008) al rito dell’esposizione funeraria, quando un corpo non ha più possibilità di replica allo sguardo altrui. Ognuno, ognuna ha la “sua” Rossana, ma Rossana non è di nessuno e la sua biografia resta di una singolarità assoluta, come assoluto, indomabile, è stato il senso della libertà che l’ha ispirata e che ha trasmesso a chi sapeva coglierlo. Suonerà strano, di questi tempi, questo connubio fra una libertà irriducibile e un’altrettanto irriducibile appartenenza comunista, eppure Rossana era questo connubio e questa eresia: non la postura intellettuale del pungolo critico che tutti sono disposti a riconoscerle, ma il vissuto in prima persona, passione e croce, di una contraddizione che se la forma-partito aveva reso impraticabile la forma-giornale rendeva invece feconda. Non si capisce niente dell’esperimento-manifesto – del manifesto secondo Rossanda almeno – se non si parte da questa passione della libertà, che ha consentito a chi l’ha condivisa di leggere il presente violando le certezze del partito preso e i criteri dell’informazione mainstream. Il contrario dell’ideologia, l’opposto del conformismo, l’inverso del minoritarismo: questa era Rossana e questo ci ha sfidate e sfidati a essere.


Non era una sfida facile, soprattutto per noi donne. Perché quello stesso senso forte della singolarità e della libertà la rendeva allergica a qualunque identificazione che potesse vagamente evocarle il fantasma del gregarismo, sì che più ti avvicinavi più lei si allontanava. E perché Rossana era una madre fragile ma potente come tutte le madri, ed esigente come poche soprattutto verso le sue simili, a maggior ragione da quando aveva visto nel femminismo un’irruzione di libertà che a sua volta la sfidava e la metteva in discussione (Le altre, 1989). Ma è stata una sfida generativa di posizioni culturali e politiche che altrimenti non sarebbero esistite nel panorama italiano, e che nello stesso manifesto non sono state prive di ostacoli e conflitti.

Due fra tutte: la difesa dello stato di diritto e del garantismo ai tempi dell’emergenza antiterrorismo negli anni ottanta, un precedente che nei novanta avrebbe impedito a “noi rossandiani” di cedere agli usi politici della giustizia che hanno accompagnato il crollo della cosiddetta prima repubblica e la parabola infelice della cosiddetta seconda. E l’interpretazione dell’89 e del ‘91, perché Rossana, che anche grazie al rapporto con K.S. Karol teneva sempre sotto osservazione i paesi dell’est europeo e aveva creduto nell’esperimento di Gorbačëv, come tutto il gruppo fondatore del giornale vide nel crollo del muro di Berlino e nel tracollo dell’Urss più il segno di un nuovo disordine geopolitico che quello della liberazione dal partito-stato che ci vedevano molti di noi. Fu il momento di massima divisione, nel giornale, fra la generazione dei fondatori e quella del ‘68: un altro conflitto sul senso della libertà. E a giudicare le cose col senno di poi, dopo trent’anni di trionfo neoliberale, avevano la vista lunga più loro di noi (Appuntamenti di fine secolo, scritto nel 1995 con Pietro Ingrao, è un libro da rileggere).

L’allontanamento di Rossana dal giornale comincerà pochi anni dopo e per altre ragioni – ma “allora sbagliai a non resistere”, mi aveva detto di recente – anche se diventerà definitivo solo nel 2012, lasciando in lei e non solo in lei il segno di una ferita non rimarginata. Bisognerà leggere la sua versione della vicenda del manifesto nel libro che aveva da poco licenziato – “ma non mi è venuto bene”, continuava a dirmi – e che comincia dove La ragazza del secolo scorso finiva. Mentre il “suo” secolo si chiudeva ingloriosamente in Italia e nel mondo, le cose della vita l’hanno strappata alla nostra quotidianità, perché Rossana aveva molto chiare le priorità dell’esistenza e non esitò un minuto a trasferirsi a Parigi quando le condizioni di Karol lo richiesero.

A lungo ci sono mancate le incursioni nella sua stanza di via Tomacelli dove le confidenze su amori e separazioni non erano meno frequenti delle discussioni politiche, le cene fra amiche (era un’ottima cuoca) dove si parlava di cinema e si litigava sul femminismo, lo stile inconfondibilmente novecentesco delle sue case (in affitto, non ne ha mai posseduta una) con i divani neri modernisti e le librerie bianche in perfetto ordine (“buttare le carte inutili fa parte del lavoro intellettuale”), le sue poche ma salde civetterie femminili (“non penserai che i capelli bianchi non abbiano bisogno di cura”), la sua inimitabile eleganza minimalista ante litteram, le piccole bugie depistanti che elargiva quando si ostinava a difendere l’indifendibile, gli snobismi che solo lei si poteva consentire (“ma questo Osama chi è, il più giovane dei Laden?” chiese per telefono da Parigi mentre noi ci affannavamo a chiudere l’edizione speciale sulle torri gemelle). Una volta, sarà stato a fine anni ottanta o poco dopo, l’accompagnai a Francoforte dove era stata invitata a tenere una lezione magistrale sul femminismo. Era sola sul palco, tailleur nero impeccabile e sciarpa bianca, al centro di un cono di luce che rompeva il buio tutt’intorno. In un’altra vita, pensai, sarebbe stata Greta Garbo.

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A chi giova il taglio della casta

Pubblicato il 15/9/2020 su Internazionale.it

L’ossessione della riforma della costituzione agita da quarant’anni il teatro politico italiano come l’ombra di Banco, un fantasma che non si materializza ma che come tutti i fantasmi non cessa di tornare e di essere evocato e invocato. Nel corso del tempo – dal sogno craxiano della “grande riforma” negli anni ottanta alla bicamerale di D’Alema nei novanta, dalla riforma di Berlusconi a quella di Renzi nei due decenni successivi – il fantasma ha assunto sagome diverse ma accomunate dalla stessa tendenza. Non si è trattato mai di proposte che rilanciassero o attualizzassero i princìpi e i diritti fondamentali della carta del 1948: per fare un esempio, a nessuno è mai venuto in mente di ridefinire che cosa significhi oggi, dopo mezzo secolo di neoliberismo, che “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”. Si è trattato sempre, invece, di tentativi di riscrivere la seconda parte della costituzione puntando a una riduzione della rappresentanza, e dunque del ruolo del parlamento, a favore della decisione, e dunque del ruolo del governo (e del suo capo).

Questi tentativi sono stati sempre giustificati sulla base di una presunta necessità funzionale dell’ordinamento istituzionale, che copriva in realtà l’incapacità politica della classe dirigente di rappresentare e governare adeguatamente un paese attraversato da una lunga e complicata transizione, iniziata con la crisi della cosiddetta prima repubblica e tuttora senza approdo. La storia dei tentativi di revisione costituzionale è dunque la storia di una sorta di depistaggio: dalle responsabilità di una politica agonizzante e incapace di rigenerarsi a un supposto difetto originario della costituzione, progressivamente derubricata nel senso comune da legge fondamentale a norma disponibile alle convenienze della maggioranza di turno. È la storia dunque di un trucco, che il corpo elettorale è riuscito fin qui a sventare bocciando due volte per via referendaria, nel 2006 e nel 2016, le riforme che non si erano già arenate nell’iter parlamentare (solo una, quella “federalista” del titolo V, è stata confermata dal referendum del 2001: con i risultati che si sono visti in modo eclatante quest’anno, nella gestione della pandemia mal condivisa fra stato e regioni).

Senza correttivi all’orizzonte


Il 20 e il 21 settembre siamo di nuovo chiamate e chiamati a esprimerci su un quesito referendario che riguarda una riforma – bisogna darne atto ai proponenti – ben più limitata, che non nasce come le precedenti da una volontà prometeica di riscrivere tutta la seconda parte della costituzione ma si limita – correttamente, secondo la procedura legale di revisione prevista dall’articolo 138 – a modificarne un singolo punto, ovvero il numero dei componenti della camera e del senato stabilito nel 1963, riducendolo di un terzo. Solo apparentemente minimalista, questo “taglio” dei parlamentari non sarebbe scandaloso né pericoloso se fosse accompagnato da alcuni correttivi che invece non si vedono all’orizzonte: una legge elettorale proporzionale pura (che peraltro, essendo una legge ordinaria, potrebbe in futuro essere facilmente archiviata da parte di una nuova maggioranza), una ridefinizione dei regolamenti parlamentari, nuove modalità di selezione delle candidature nei partiti. In assenza di questi correttivi, il taglio quantitativo dei parlamentari diventa un taglio qualitativo della rappresentanza, che premia i partiti maggiori a scapito delle formazioni minori e alcune zone del territorio nazionale a scapito di altre (perlopiù meridionali, tanto per cambiare), diventando così lesivo del principio di uguaglianza. E d’altra parte non promette di avere alcuna ricaduta sui vizi di incompetenza, assenteismo, corruttibilità del ceto politico, mentre è prevedibile che ne incrementi senz’altro il gregarismo e la manovrabilità da parte dei vertici di partito e di corrente.

Il taglio dei parlamentari corona un trentennio di ideologia anticasta, antiparlamentare e antipolitica che ha già fatto sufficienti danni

Ci sono dunque ottime ragioni di merito per dire no a questo taglio. Ma c’è una ragione simbolica ancor più importante, che riguarda il segno e il senso complessivi della riforma, un segno e un senso nient’affatto funzionali bensì fortemente ideologici. Per il modo in cui è stato concepito e presentato – con annesso l’indigeribile corredo iconografico delle forbici che si abbattono sulle poltrone, quasi che il parlamento fosse un vecchio salotto da portare dal tappezziere invece che un’istituzione da salvaguardare – il taglio dei parlamentari sintetizza e corona un trentennio di ideologia anticasta, antiparlamentare e antipolitica che ha già fatto sufficienti danni a questo paese (e non solo a questo: prima di andare a votare sarebbe una buona idea dedicare qualche minuto di riflessione agli Stati Uniti di Trump).

È l’ideologia populista del Movimento 5 stelle e della Casaleggio associati, che notoriamente considerano la democrazia rappresentativa un vecchio arnese novecentesco rimpiazzabile con la conta dei like e con i sondaggi della piattaforma Rousseau; ma non è solo dei cinquestelle, che a essere precisi ne sono più figli che padri, più effetto che causa. La favola risale piuttosto alla retorica che ha accompagnato all’inizio degli anni novanta la stagione di tangentopoli e Mani pulite, scaricando sul solo ceto politico la responsabilità della corruzione del sistema ed esentandone il parimenti coinvolto ceto imprenditoriale; è stata subito dopo la colonna sonora della discesa in campo e del successo di Silvio Berlusconi in quanto “imprenditore prestato alla politica” ma estraneo al ceto politico; e ha avuto nel corso del tempo molte fonti e molti sponsor, economici e mediatici, incluso il bestseller La casta scritto nel 2007 da due firme di punta del principale quotidiano italiano, che quella favola ha contribuito non poco a metterla in forma, legittimarla e divulgarla.

Come tutte le ideologie di successo, anche questa ha fatto ovviamente leva su alcuni dati di realtà, nella fattispecie l’evidente e progressivo deterioramento della qualità politica, intellettuale e morale dei nostri rappresentanti; ma come tutte le ideologie di successo ha avuto anche l’effetto performativo di accentuare questa decadenza piuttosto che frenarla. Di più: ha funzionato, e rischia ancora di funzionare, come una potente arma di distrazione di massa sia dalle ragioni strutturali della crisi della rappresentanza nelle democrazie contemporanee, sia dall’analisi delle vere caste che ovunque la alimentano e ne traggono vantaggio: le oligarchie economiche, finanziarie, manageriali che fanno girare profitti e dividendi, le burocrazie delle istituzioni sovranazionali, i grandi gruppi editoriali che controllano l’informazione e la comunicazione, le agenzie che sovrintendono alla ricerca scientifica e tecnologica e alla distribuzione diseguale dei suoi risultati. L’articolata galassia dei poteri forti e fortissimi nati, cresciuti e solidificatisi sotto il cielo del neoliberalismo, che hanno tutto l’interesse a depotenziare la democrazia liberale e le sue istituzioni e a sostituirsi alla sua delicata struttura rappresentativa.

Struttura tutt’altro che perfetta, come ben sanno i movimenti, femminismo in primis, che dagli anni settanta in poi ne denunciano i limiti dando vita a pratiche politiche più corrispondenti a esigenze di democrazia diffusa e partecipata. Oggi però la critica, anzi l’affossamento, della rappresentanza non ha questo segno espansivo di allargamento e radicalizzazione della democrazia, bensì il segno inequivocabilmente oligarchico del suo restringimento. Dire di no alla favola populista del taglio della casta è un primo passo per rimettere la questione della crisi della politica, della rappresentanza e della democrazia sui suoi binari giusti, e magari cominciare a prospettare soluzioni e vie d’uscita più credibili.

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Gli effetti collaterali della legge Zan

Pubblicato su Internazionale.it il 3 agosto 2020

Pochi giorni fa Alexandria Ocasio-Cortez, deputata democratica al congresso americano e star della sinistra radicale, è stata ingiuriata da un collega repubblicano, Ted Yoho, con epiteti del tipo “disgustosa, pazza, fuori di testa, fottuta puttana”. Storia di ordinaria misoginia, non fosse per il luogo istituzionale dove si è consumata, la scala del Campidoglio, e per la sfacciataggine con cui il nostro si è poi “scusato” in aula, sostenendo che in quanto buon marito e buon padre di famiglia non aveva certo inteso offenderla, e spingendo Ocasio-Cortez a fare un memorabile intervento sui discorsi d’odio (hate speech) maschile come fenomeni non incidentali ma strutturali della società americana, sostenuto da un intero e collaudato sistema di potere e di complicità.

Ripreso da tutti i mezzi di informazione anche in Italia, l’episodio ci dice due cose. La prima: a tutte le latitudini la violenza – verbale e non solo verbale – contro le donne, nonché contro gay, lesbiche, transessuali e altri “irregolari”, è un problema culturale di sistema e richiede strategie di contrasto sistematiche. La seconda: a tutte le latitudini l’efficacia della risposta dipende da molti fattori, per primi la forza, la visibilità e l’autorevolezza della vittima di turno o di chi per essa, ovvero della rete di sostegno su cui può contare. Una legge non basta, né a scoraggiare chi la violenza la agisce né a tutelare chi la subisce: ci vuole altro e questo altro, dice da sempre il femminismo che infatti una legge contro la misoginia non l’ha mai chiesta, si chiama pratica politica. Naturalmente, una legge può aiutare: a stigmatizzare la violenza, a punirne l’attore e risarcirne la vittima. Ma non è tutto, e può essere perfino un alibi per non fare l’essenziale, che viene prima e va oltre la legge.

Stupisce che di questa eccedenza dalla legge delle questioni che hanno a che fare con il sesso, o come si dice adesso con il sesso e con il genere, non ci sia traccia nella pur accesa discussione che sta accompagnando l’iter del disegno di legge Zancontro la omotransfobia, estesa in corso d’opera alla misoginia. Eppure proprio la consapevolezza di questa eccedenza ha consentito in passato al movimento femminista di ottenere dei buoni compromessi sul piano legislativo, per esempio nel caso della legge sull’aborto e di quella sullo stupro. Compromessi in grado di creare un minimo comun denominatore fra posizioni inizialmente distanti, senza saturare lo spazio dell’iniziativa politica extragiuridica.

Pare a me invece che oggi, e non da oggi, l’urgenza della soluzione giuridica dei conflitti attinenti al sesso-genere esaurisca l’operato di tutti gli attori in campo: di un parlamento ignaro della complessità della materia, che al meglio ragiona solo in termini di vittimizzazione e di risarcimento penale dei soggetti da tutelare e al peggio sventola valori tradizionalisti e reazionari; e di movimenti caratterizzati da una segmentazione identitaria assetata di riconoscimento giuridico-istituzionale. Una situazione che certamente è figlia di lunghi processi di trasformazione politica e sociale, ma che non necessariamente porta a un buon uso del diritto, anzi.

Tutele e uguaglianza


Veniamo infatti al disegno di legge Zan, che dovrebbe approdare nell’aula della camera dopo aver esaurito l’esame in commissione. Questa legge, si dice, colma un vuoto: nomina e riconosce gay, lesbiche, transessuali come soggetti particolarmente vulnerabili, dunque meritevoli di una tutela specifica, e codifica come specifiche fattispecie di reato la propaganda e l’istigazione a delinquere per motivi discriminatori basati sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere (casistica poi allargata anche al sesso e al genere), aggiungendole alle analoghe fattispecie su base razziale, etnica e religiosa previste dalla legge Mancino. L’intenzione, ovviamente del tutto condivisibile, è antidiscriminatoria ed egualitaria, e punta a realizzare “quella pari dignità che la costituzione riconosce a ciascuna persona”, oltre che ad allineare la legislazione italiana ad una risoluzione contro l’omotransfobia del parlamento europeo.

C’è da chiedersi tuttavia, ed è il punto generale di politica del diritto che questa legge solleva, se per raggiungere questo scopo egualitario sia più efficace introdurre di volta in volta nell’ordinamento norme antidiscriminatorie specifiche riferite a specifiche categorie di soggetti, o rafforzare principi e norme di carattere generale generalizzando, appunto, le esigenze e le pressioni di questi soggetti specifici. Sono due strade diverse: l’una, potremmo dire, di particolarizzazione dell’universale, l’altra di universalizzazione del particolare. Il disegno di legge Zan sceglie la prima strada; ma sarebbe (stata) percorribile anche la seconda, ad esempio, com’è stato suggerito, limitandosi a introdurre nel codice penale un’aggravante per gli atti lesivi della dignità della persona (tutte le persone, senza ulteriori specificazioni). La strada prescelta però non è priva di effetti collaterali, come il dibattito in corso sta dimostrando, in parlamento e fuori.

Se si procede in direzione dell’uguaglianza identificando e categorizzando delle differenze – nel nostro caso, quelle delle persone gay, lesbiche, transessuali – l’esito inevitabile è quello di un’ulteriore moltiplicazione differenziale e identitaria delle domande di riconoscimento, inevitabilmente accompagnata da altrettante denunce di esclusione e misconoscimento. L’iter della legge Zan lo dimostra già di suo: all’omotransfobia, e ai comportamenti discriminatori basati sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, sono stati aggiunti in corso d’opera la misoginia e i comportamenti discriminatori basati sul sesso e sul genere, includendo così le donne fra i soggetti da tutelare, ma aprendo al contempo divisioni nel campo femminista, fra chi è favorevole a questa inclusione perché ritiene che le discriminazioni in questione abbiano tutte la stessa radice eteronormativa e chi invece ritiene che essa riduca le donne al rango di una minoranza fra le altre.

D’altra parte il meccanismo della moltiplicazione delle tutele presta il fianco alle critiche strumentali della destra. La quale è dominata da un’unica ossessione e da un unico fantasma: l’ossessione, effettivamente fobica, dell’“invasione” gay e trans, mina vagante per le sorti della famiglia “normale” e della norma eterosessuale, e il fantasma della “ideologia del gender”, sinonimo di relativismo, individualismo, edonismo e quant’altro. Ma ha buon gioco a diluire questa ossessione e questo fantasma in una valanga di emendamenti che aggiungono altri comportamenti da sanzionare e altre categorie da tutelare a quelli previsti dal testo: atti discriminatori basati sulla disabilità, sull’età, sull’aspetto fisico, sulle caratteristiche estetiche (c’è perfino un emendamento che nomina la calvizie e la canizie), sulle condizioni economiche e sociali; e la categoria delle coppie eterosessuali, perché, come ha sostenuto in commissione un esponente della Lega senza che nessuno gli ridesse in faccia, “io mi sento sotto attacco in quanto etero e nella legge bisogna introdurre tutele contro l’eterofobia e la famigliofobia”. La norma eterosessuale e la normalità familiare diventano così, con uno di quegli abili rovesciamenti in cui la destra è maestra, minoranze da difendere dall’attacco di altre minoranze, vittime di altre vittime trasformate in oppressori, araldi della libertà di espressione conculcata dalla nuova norma del “politicamente corretto”.

Lessico politico e lessico giuridico


Una sorta di gara fra “opposti vittimismi”, come l’ha definita Letizia Paolozzi, che penetra purtroppo anche il dibattito femminista, anche se lungo discriminanti diverse da quella destra-sinistra. Come abbiamo visto, il testo del ddl Zan elenca e allinea come atti discriminatori e violenti da sanzionare quelli basati “sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”. Vengono così per la prima volta trasferiti e cristallizzati in un documento giuridico termini prelevati dal lessico teorico-politico femminista e lgbtq+. Ma mentre nel dibattito teorico-politico si tratta di termini mobili e porosi, spesso controversi e comunque sempre aperti all’interpretazione, alla contestazione e alla negoziazione, trasposti nel linguaggio giuridico gli stessi termini si irrigidiscono e diventano normativi e divisivi.

La distinzione fra sesso (come dato biologico) e genere (come costruzione culturale) ad esempio, netta e basilare nel femminismo anglofono, non è tale in quella vasta area del femminismo radicale italiano che lavora piuttosto sulla risignificazione politica della differenza sessuale, a sua volta intesa come interfaccia fra natura e cultura. E l’espressione “identità di genere”, che si riferisce al genere a cui le persone trans sentono di appartenere a prescindere dal sesso di nascita, per quanto sia entrata a far parte del linguaggio giuridico internazionale non può non suscitare qualche perplessità quantomeno sul piano concettuale: a me pare che contraddica nell’uso stesso del termine “identità” la fluidità che vorrebbe esprimere. Sono questioni aperte, in Italia e altrove, che rinviano alla composizione e all’articolazione dei movimenti femministi e lgbtq+, e dovrebbero restare affidate al libero gioco politico della soggettività, delle alleanze, dei conflitti, del rapporto necessario fra le pratiche e i posizionamenti teorici.

La loro codificazione, viceversa, da un lato costringe la scena istituzionale a confrontarsi con un lessico ancora instabile e per molti oscuro (quanti parlamentari sono in grado di esprimere un voto in scienza e coscienza sulla sequenza “sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere”?), dall’altro lato rischia di avere un effetto regressivo sulla galassia sociale a cui si rivolge. Malgrado la suddetta sequenza voglia essere la più larga e inclusiva possibile, e malgrado si riferisca alla definizione degli atti da sanzionare e non dei soggetti da tutelare, quello che ha prodotto finora è un effetto di segmentazione identitaria della galassia femminista e lgbtq+. Dove le questioni aperte di cui parlavo prima si trasformano in definizioni chiuse, quando non in reciproche scomuniche.

Si sono infatti fin qui fronteggiati da una parte un femminismo preoccupato che l’identità basata sul genere dichiarato si sostituisca all’identità basata sul sesso biologico, con la conseguenza di una “dissoluzione della realtà dei corpi femminili”, nonché di una nuova e paradossale forma di discriminazione e tacitamento delle donne e del femminismo che rivendicano l’importanza dell’impronta biologica sulla costruzione del soggetto (si vedano i casi delle accuse di omotransfobia rivolte alla scrittrice J. K. Rowling e alla filosofa Sylviane Agacinski). Dall’altra parte un femminismo che nella legge Zan, e nella sequenza sesso-genere-orientamento sessuale-identità di genere, non vede nulla di problematico e registra anzi un passo avanti, il più inclusivo possibile, “verso la garanzia di uguali libertà per tutte e tutti”. Infine, e su questa stessa stessa onda, un “femminismo e transfemminismo”, che accusa il femminismo critico verso la legge di voler affermare “il falso biologismo” di un’identità femminile anatomica contro le identità di genere (che invece, mi chiedo, sarebbero “vere”?), di escludere le persone transessuali e di essere alla fine “l’altra faccia della medaglia” dei movimenti no-gender di destra.

Derive antipolitiche


Qui non intendo entrare nel merito di queste posizioni, né fare lo slalom fra quello che di ciascuna mi parrebbe da accogliere o da respingere. Eviterò dunque di argomentare perché a mio modesto avviso la prima posizione vede bene il rischio degli effetti collaterali della legge Zan, pur scivolando effettivamente in un certo biologismo; o perché la seconda si fidi troppo del linguaggio giuridico progressista tralasciandone gli effetti performativi sui movimenti; o perché la terza sia viziata da un pregiudizio contro il femminismo della differenza, radicato più nell’accettazione passiva delle tassonomie del femminismo anglofono che nella conoscenza effettiva di quello italiano.

Eviterò anche di esplicitare che effetto mi fa apprendere (scusate il ritardo) che noi femministe radicali siamo ormai classificate ed etichettate come “transfem” o “terf” a seconda della presunta inclinazione inclusiva o escludente verso le transessuali. Eviterò tutto questo per non cadere nella trappola in cui invece tutte queste posizioni cadono, e che a me sembra la vera trappola della legge Zan: quella di incoraggiare – essendone peraltro e al contempo un prodotto – la deriva verso la frammentazione identitaria già presente nella galassia femminista e lgbtq+, deriva a mio avviso pericolosamente antipolitica, che ripercorre una strada già rivelatasi senza uscita nel femminismo americano e dalla quale l’originalità del femminismo italiano ci aveva a lungo preservate (si veda in proposito il fondamentale libro della filosofa americana Linda Zerilli Feminism and the abyss of freedom, a cui la rivista Soft Power ha dedicato tempo fa un ampio approfondimento).

Questa deriva consiste nel concepire il soggetto femminista come una somma algebrica – più o meno inclusiva o più o meno escludente – di identità sociali differenti, certificate non si sa come se non sulla base di astrazioni teoriche o giuridiche, piuttosto che come una costruzione politica basata su pratiche condivise. Prima fra tutte la pratica del partire da sé, pratica che di suo è aperta a chiunque perché volta a dare voce a chiunque sulla base di un desiderio di condivisione dell’esperienza e non di un’identità rivendicata o certificata; e che di suo è generatrice di relazioni, alleanze, coalizioni nonché conflitti, ma motivati da ciò che si fa, non da ciò che si è o si afferma di essere; da ciò che di inedito e imprevisto si mette al mondo, non dal bisogno di riconoscimento da parte del mondo com’è e delle sue leggi, buone o cattive che siano. Questa modalità politica di costruzione del “noi” femminista è ciò che oggi a me pare messo a rischio dalle diatribe identitarie, ed è ciò a cui invece non possiamo rinunciare, né che possiamo sacrificare a pur sacrosante sanzioni legali di comportamenti inaccettabili e a pur comprensibili istanze di riconoscimento giuridico e istituzionale.

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Montanelli l’intoccabile

Pubblicato su Internazionale.it il 23/6/2020

Nel dicembre del 1998 la rivista Italia contemporanea pubblicò, e il manifesto e la Repubblica anticiparono (entrambi il 19 di quel mese), alcune lettere inedite scritte nel 1954 da Indro Montanelli – all’epoca giornalista del Corriere della Sera e collaboratore del Borghese – all’ambasciatrice americana Clare Boothe Luce, nominata da Dwight Eisenhower nel 1953 (malgrado la contrarietà di Alcide De Gasperi e i dubbi del segretario di stato americano) grazie all’impegno profuso con suo marito (il magnate dell’editoria Henry Luce, proprietario di Time e Life) nella campagna elettorale presidenziale a fianco del senatore McCarthy. Personaggio tanto mondano quanto mediocre, la neoambasciatrice diventa subito una paladina oltranzista dell’ingerenza diretta degli Stati Uniti sul governo italiano per spostarne l’asse a destra, contro i “bizantinismi” della Democrazia cristiana di De Gasperi e Scelba che si mostrano insensibili alle sue pressioni per mettere fuori legge il Partito comunista italiano. E intreccia legami con la destra italiana più conservatrice e anticomunista, da Rodolfo Pacciardi a Gesualdo Barletta all’entourage del Borghese di Leo Longanesi.

In Italia si è appena insediato il governo Scelba–Saragat, in un quadro politico destabilizzato dalle elezioni del 1953, dalle quali la Dc di De Gasperi è uscita indebolita come l’intera coalizione centrista, i socialisti e i comunisti rafforzati, la destra monarchica e missina consolidata. Il centrismo non è più una formula politica autosufficiente, deve aprirsi verso destra o verso sinistra; e alla destra più conservatrice la Dc comincia a sembrare un referente inaffidabile, troppo poco atlantista e troppo fedele al patto costituzionale, troppo poco liberista e troppo statalista, troppo poco zelante nella repressione del pericolo comunista.

È in questo contesto che nasce la corrispondenza fra Clare Luce e Montanelli. Convinto che l’Italia versi ormai “in uno stato preagonico” (questa e le prossime citazioni sono testuali), cioè che la vittoria elettorale dei comunisti o di un non meglio precisato fronte popolare sia alle porte, Montanelli si fa sostenitore presso l’ambasciatrice della costruzione di una organizzazione “terroristica e segreta”, composta da “centomila bastonatori” reclutati “secondo la tecnica comunista delle cellule”, graditi ai carabinieri, cementati dall’anticomunismo e preferibilmente fascisti e monarchici, uniti da una bandiera e sotto il comando di un apposito capo. Sponsorizzata (particolare non irrilevante) da una parte dei vertici confindustriali, questa organizzazione dovrebbe avere l’aiuto (“non platonico”: armi, aviazione, flotta) degli Stati Uniti, entrare in azione in caso di vittoria elettorale dei comunisti, aiutare o fare in proprio un colpo di stato con relativo scatenamento di una guerra civile “allo scopo di inchiodare l’Italia nell’Alleanza atlantica”. Qualora questo piano insurrezionale fallisse, il suo ideatore riterrebbe utile un concentramento di forze in Sicilia per preparare la riscossa sotto l’ala di un nobile locale in ottimi rapporti con la mafia.

Questo è l’uomo che il comune di Milano ha voluto immortalare in una statua, che l’establishment giornalistico di oggi considera intoccabile anzi “sacro”, che il presidente del consiglio ritiene giusto tutelare dalla “furia iconoclasta” e dall’“oltraggio alla memoria di persone che hanno avuto un ruolo nella nostra storia culturale, civile, politica, istituzionale”. Che nella storia nazionale Montanelli un ruolo in effetti l’abbia avuto è indiscutibile: ma quale? È lecito porsi e porre questa domanda senza peccare di lesa maestà? Davvero quel ruolo va difeso e tutelato dalla dissacrazione di quante e quanti oggi dipingono di rosa e di rosso la sua statua e ne chiedono la rimozione? E quella corale difesa che si leva da allievi e ammiratori dell’intoccabile che cosa difende davvero?

Al centro delle polemiche di oggi c’è il Montanelli del 1936, l’ufficiale fascista che parte per la campagna d’Etiopia, si prende in affitto (“era un leasing”, parole sue) Destà, una schiava (“una scimmietta”, la chiama lui) dodicenne infibulata e, “faticando a superare il suo odore”, ne fa uso e abuso sessuale facendosi aiutare dalla madre di lei a “demolirla”, ovvero a sfondarne l’infibulazione. La circostanza, più volte confermata dallo stesso Montanelli senza un’oncia di rimorso, pentimento e nemmeno ripensamento, unisce due gravi fattispecie di reato, la compravendita di un essere umano e lo stupro di una minorenne, ed è corredata e corroborata da un cospicuo numero di successive dichiarazioni dallo stesso Montanelli sulla superiorità della razza bianca su quella nera, a sostegno e legittimazione dei propri trascorsi africani.

A chiunque abbia un grano di sale nel cervello la vicenda non può che suonare raccapricciante, e a me pare perfino gentile il gesto di reagire al raccapriccio dipingendo di rosa la statua milanese come hanno fatto un anno fa e di nuovo pochi giorni fa alcuni gruppi femministi: più un atto di solidarietà e di giustizia differita verso la vittima che una furia iconoclasta verso lo stupratore. Un paese civile quel gesto lo avrebbe raccolto come il risarcimento di una ferita, invece di respingerlo come un’aggressione a mano armata. E degli uomini consapevoli non dico di sé, che sarebbe troppo chiedere, ma del mondo in cui vivono e che oggi si rivolta per ogni dove sia contro la violenza sessuale sia contro la violenza razziale avrebbero colto l’occasione per chiedere scusa a nome dell’intoccabile invece di difenderlo come un feticcio.

Al posto di che cosa sta quel feticcio? Di un’autorità paterna svaporata, e compensata con l’aura inventata di un personaggio modesto e sopravvalutato? Di un complesso di minorità irrisolto, e coperto con la venerazione di un maestro? Di un crampo misogino che periodicamente e ostinatamente torna a tentare di barrare l’accesso alla sfera pubblica di donne che osano contestare le icone del virilismo? Di una autoreferenzialità del ceto giornalistico, incapace di registrare i cambiamenti della realtà, cioè di fare quello che sarebbe il suo mestiere? Di un malinteso senso dell’intoccabilità del passato, ignorante del fatto che il passato è sempre oggetto di disputa, ogni qualvolta nuovi soggetti lo interrogano dal loro punto di vista nel presente? O forse di un’arrogante pretesa di detenere pro domo propria il monopolio della revisione della storia?

Torniamo infatti al Montanelli del 1954, quello delle lettere a Clare Luce, e al Montanelli del 1998, quando quelle lettere vengono ritrovate nella biblioteca del congresso americano. Il Montanelli che nel 1954 fantastica di un’organizzazione “terroristica e segreta” e armata da scatenare contro un’eventuale vittoria del Pci, lo fa ispirato non solo dalla fobia anticomunista, ma anche dalla diffidenza per le forme della democrazia e dall’insofferenza per il patto costituzionale. La Dc – che infatti Montanelli usava votare “tappandosi il naso” – gli appare inaffidabile precisamente perché poco propensa a sacrificare quel patto, siglato anche con il Pci, alla fedeltà atlantista dell’Italia. Da qui il suo dilemma, messo nero su bianco nell’epistolario e risolto a favore della seconda ipotesi: “Difendere la democrazia fino ad accettare la morte dell’Italia; o difendere l’Italia fino ad accettare, o anche affrettare, la morte della democrazia?”. Una posizione che oggi definiremmo a buon diritto sovranista e illiberale. Domanda: com’è potuto accadere che su questi presupposti Montanelli sia diventato, per l’establishment di centrodestra e di centrosinistra, un’icona liberaldemocratica?

Quando anticipai sul manifesto la scoperta di Italia contemporanea, il 19 dicembre 1998, la costruzione di questa icona era già in corso. E infatti sul Montanelli del 1954 scattò la stessa difesa sull’attenti che scatta oggi sul Montanelli del 1936, con la stessa derubricazione rassicurante dei fatti e dei misfatti che scatta oggi. Su entrambi i fatti è stato il protagonista stesso a dettare la linea, minimizzandoli senza smentirli né rinnegarli né scusarsene. Sul caso Destà, com’è stato ricordato in questi giorni, nel corso del tempo Montanelli se l’è cavata dicendo che il madamato era pratica corrente e diffusa, che non fu uno stupro ma un leasing, che Destà gli voleva bene tanto da dare il suo nome a un figlio: dove sarebbe lo scandalo? Sui fatti del 1954, intervistato nel 1998 dagli storici che li avevano portati alla luce, rispose che il suo progetto – che secondo quanto aveva scritto nelle lettere avrebbe dovuto “aiutare o fare in proprio un colpo di stato” –, in realtà serviva “non per fare il golpe, assolutamente no, ma per essere pronti a una nuova resistenza”, contro il Pci stavolta: di nuovo, dove sarebbe lo scandalo?

Tanto bastò infatti per rassicurare, all’epoca, la stampa mainstream: non era un piano golpista ma un progetto di resistenza anticomunista, e in nome dell’anticomunismo si può perdonare anche l’elogio della nazione contro la costituzione. Dalla caduta del muro di Berlino erano passati dieci anni, dal tracollo della cosiddetta prima Repubblica pochi di meno e le patenti liberaldemocratiche si rilasciavano – e tuttora si rilasciano – così. La patente rilasciata a Montanelli ha avuto per di più il timbro congiunto del berlusconismo, che ha sdoganato la cultura di destra e avallato la concezione di una democrazia post, extra e anticostituzionale, e quello dell’antiberlusconismo, cui è bastato un no del giornalista al cavaliere per arruolarlo nelle proprie fila.

Non è vero che le statue servono solo a ricordare una persona e a preservare un pezzo del passato. Hanno anche un valore performativo: danno autorità a chi rappresentano e autorizzano valori e comportamenti per il presente e per il futuro. Rispetto ai fatti del 1936, difendere la statua di Montanelli significa continuare a dire, non solo per il passato ma anche per il presente e il futuro, che approfittare sessualmente di una schiava bambina nera è un comportamento plausibile, una svista secondaria di gioventù in una biografia che ne resta illesa; significa condonare e rileggittimare, per il presente e per il futuro, sessismo e razzismo come posture ininfluenti rispetto al giudizio morale e politico; significa avallare i deliri di uomini politici di destra che dall’alto delle istituzioni in cui sono stati ahimè democraticamente eletti sostengono oggi che il fascismo “non era razzista ma portò la civiltà in Africa”, come ha fatto di recente il presidente del consiglio regionale della Calabria. Rispetto ai fatti del 1954, che peraltro in queste settimane nessuno o quasi ha ricordato, difenderla significa assecondare l’idea che la democrazia si può presidiare scagliando un’organizzazione “terroristica e segreta” contro l’eventuale vittoria elettorale legittima di uno dei contraenti del patto costituzionale.

Altro che un presidio della storia e della memoria, quella statua è un monumento alle letture revisioniste della storia italiana che assolvono, o rivalutano, il fascismo, e svalutano l’antifascismo in nome dell’anticomunismo. Contestarla significa, insieme, portare alla luce le rimozioni dell’inconscio italiano – come titolava un bel film di Luca Guadagnino sull’avventura in Etiopia – di epoca coloniale, e combattere l’operazione di sradicamento della democrazia italiana dalla matrice antifascista della Costituzione portata avanti tenacemente dal mainstream liberale durante la cosiddetta seconda repubblica. Verniciarla di rosa è un modo fin troppo gentile di segnalare che non ha nulla, ma proprio nulla, da insegnarci, né sul passato né sul futuro, se non ciò che non siamo e che non vogliamo.

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L’io alterato

Pubblicato su Via Dogana 3, http://www.libreriadelledonne.it, il 25/5/2020

È stata solo un sogno, un miraggio, o forse l’esplosione di un desiderio collettivo, la reazione che all’apparire del Coronavirus ha portato tante e tanti a dare per morto il capitalismo neoliberale? Quel virus biologico, spuntato non si sa ancora esattamente come e da dove, non sapevamo ancora bene quanta malattia e quanta morte avrebbe seminato, ma si capiva fin da subito che aveva la capacità di hackerare in un attimo, come un virus informatico, il sistema – produttivo, ambientale, sanitario, comunicativo – che l’aveva generato. Un microrganismo sconosciuto e tutto è andato in tilt: i sistemi sanitari devastati dai tagli alla spesa pubblica e perciò incapaci di fronteggiare l’emergenza, le linee aeree che prima scorrazzavano per il mondo globale costrette a fermarsi, le filiere della produzione di beni superflui costrette a interrompersi, i guru della finanza sovranazionale incapaci per una volta di fare previsioni, l’inquinamento, perfino, sospeso per lockdown.

Più niente sarà come prima, se n’era dedotto dando per scontato che tutto sarebbe stato meglio di prima. Invece no: tutto si avvia a tornare come prima, se non peggio di prima. Una ripartenza senza rinascita, come suggerisce Via Dogana. E senza ragionevolezza, aggiungo io. L’emergenza essendo stata sanitaria, la fragilità numero uno essendo stata quella del sistema sanitario, la risorsa numero uno essendo stata quella cura del vivente (negli ospedali, nelle case, nell’insegnamento a distanza, ma anche nei campi, nei supermercati, nelle consegne a domicilio) che ci ha mantenuti sani e salvi, sarebbe stato ragionevole “ripartire” appunto da qui: ricostruire un sistema sanitario nazionale universalistico, reinventare il welfare, mettere al mondo quella “società della cura” che scardina il primato della produzione sulla riproduzione e archivia l’etica della prestazione e della concorrenza. Invece no, si riparte dalle ragioni della produzione (di beni che nessuno comprerà) e del profitto sostenute a gran voce da Confindustria, il sistema sanitario resta com’è e per giunta senza neanche l’ombra delle “tre T” che servirebbero per domare davvero l’epidemia, il welfare resta una parola d’altri tempi, il lavoro di cura (femminile) resta senza riconoscimento e senza investimento. Come dice un mio maestro, historia non facit saltus: la storia si ripete, è solo la politica che può introdurre una discontinuità in questa ripetizione. Perché non ci sia ripartenza ma rinascita, perché dal crudele avvertimento della pandemia non si esca col ripristino di ciò che l’ha generata ma con un salto di civiltà, ci vorrà molta politica, e molto conflitto.

Perché le donne siano centrali in questo salto auspicabile e in questo conflitto inevitabile l’ho scritto con altre amiche su questo stesso sito (Salto della specie,http://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/contributi/salto-della-specie/), e per brevità non lo ripeto qui. Vorrei piuttosto ragionare sui guadagni della contingenza-virus (preferisco chiamarla così piuttosto che emergenza, termine carico di troppi significati preconcetti) che possono essere rilanciati politicamente, e sulle pratiche da attivare per fare quel lavoro di elaborazione dell’accaduto che sta a cavallo fra corpo e parola e che nessun altro farà se non lo facciamo noi.

Il guadagno della contingenza-virus sta a mio avviso in uno spostamento della soggettività che si è verificato nel contagio, quando ci siamo sentiti ciascuno/a per l’altro/a, contemporaneamente, salvezza e minaccia, portatori intenzionali di cura o potenziali di infezione, soggetti e oggetti dunque di affetti di segno opposto e indecidibile, che non sono solo nelle nostre mani ma anche in quelle del caso. È stata, è, una sorta di epifania della relazionalità del soggetto, una relazionalità non solo elettiva ma costitutiva che destabilizza l’io, lo sdoppia e lo raddoppia, ne rende porosi i confini, lo altera investendolo dell’alterità dell’altro. Per noi non è certo una novità: la relazionalità del soggetto è un caposaldo del pensiero e della pratica femminista, e in particolare Judith Butler, nei suoi scritti successivi all’11 settembre, ha messo a fuoco questa alterazione dell’io che deriva dalla sua esposizione tanto alla cura quanto alla violenza dell’altro. Ma a me pare che questa alterazione sia diventata, nel contagio, un’esperienza generalizzata e condivisa, una percezione profonda e diffusa capace di modificare il sentire e l’inconscio individuale e sociale, con effetti etici e politici di prima grandezza. Non solo nella prospettiva della società della cura, che nell’essere-per-l’altro del soggetto relazionale ha ovviamente il suo presupposto. Ma anche per i riflessi sulla concezione e la pratica della libertà, che com’è sempre più chiaro è il nocciolo del conflitto sociale che si va delineando in Italia e altrove, un conflitto in cui si fronteggiano e si fronteggeranno, ancora una volta e con espressioni più aspre ed estreme che in passato, la concezione neoliberale di una libertà egocentrata, proprietaria, orientata dal codice economico, e quella di una libertà relazionale, guadagnata politicamente, orientata dalla negoziazione fra sé e l’altro.

Proiettato sul grande schermo della scena politica nazionale e internazionale come scontro fra le destre populiste, industrialiste, suprematiste e antistataliste (l’ultima dagli Usa è la protesta libertarian “No Mask”) da un lato e dall’altro le alleanze sociali e politiche che si stanno costruendo attorno alla tutela della salute, alle pratiche della cura, al ripensamento delle funzioni dello Stato e alla produzione del comune, questo conflitto ha già contrassegnato il vissuto personale della pandemia e del lockdown secondo linee non sempre scontate o prevedibili, e probabilmente riconducibili all’esperienza singolare di ciascuna/o. Voglio dire che se anche nelle comunità intellettuali e politiche che prima della pandemia erano relativamente omogenee ci siamo poi trovate/i a dividerci sul tasso di pericolosità effettivo del coronavirus, sul lockdown come provvedimento autoritario imposto dall’alto o viceversa come pratica di autotutela voluta dal basso, sui tempi e le priorità della “riapertura”, queste divisioni hanno probabilmente a che fare con differenze non tanto o non solo ideologiche ma soprattutto esperienziali, che andrebbero raccontate e confrontate. Di che cosa abbiamo o non abbiamo avuto paura all’apparire del virus? Di chi abbiamo o non abbiamo dovuto o voluto prenderci cura? Con chi abbiamo vissuto durante il lockdown? Chi abbiamo voluto tutelare dal rischio, prima o oltre che noi stesse? Chi e che cosa abbiamo ritenuto che dovesse essere prioritariamente tutelato da parte delle istituzioni? Il confine cruciale che passa fra la rivendicazione della libertà di movimento personale e la rinuncia volontaria alla libertà di mettere a rischio gli altri passa, io credo, attraverso questi dati dell’esperienza singolare, che andrebbero raccontati e confrontati.

Entro da qui in quel lavoro al confine fra corpo e parola che dicevo sopra e che credo spetti a noi fare. L’evento-coronavirus non è stato – non è – soltanto un evento biologico, sanitario, sociale, economico, biopolitico. È stato ed è anche, e in primo luogo, un evento sensoriale, percettivo, emozionale; un evento dell’immaginario e dell’inconscio. Un’alluvione di diari della pandemia ci è piovuta sulla testa dalle pagine dei giornali, dai talk televisivi, dagli instant book già scaduti catapultati nelle librerie prim’ancora che riaprissero: diari talvolta sinceri e spiazzanti, talvolta obbedienti alle regole non scritte della narrazione mediatica mainstream, carica di buoni sentimenti, buoni propositi, buoni valori, buone maniere, abitata sempre da famiglie regolari, animata da una pedagogia fra lo sdolcinato e il paternalista. Niente mi ha colpita più delle rare testimonianze dirette della malattia, il racconto di chi è arrivato in ospedale dopo settimane di febbre, è stato sedato e intubato e racconta lo stato di sospensione fra vita e morte che ha attraversato. O più delle testimonianze strazianti del lutto mancato di chi ha perso qualcuno senza poterlo vedere, stringerli la mano, accompagnarlo nel rito della sepoltura.

Tuttavia molti tasselli mancano ancora. Che cosa ha evocato in noi l’apparizione di un microrganismo sconosciuto? Come lo collochiamo nel nostro modo di pensare il rapporto fra biologia e società, natura e storia? Quali fantasie ha scatenato in noi l’esplosione di una pandemia, che è di per sé una situazione totalizzante, dove non si dà più un altrove in cui scappare fisicamente o con l’immaginazione? Quali sentimenti di tutela, propria e altrui, e quali fobie, nevrosi, idiosincrasie scatena il rischio del contagio? Che cos’è il rischio del contagio di una malattia, per chi come noi ha sempre usato positivamente la metafora del contagio per connotare la diffusione spontanea della presa di pratiche politiche? Perché il Covid-19 mette tanta paura, malgrado il suo tasso di letalità relativamente basso? È una paura artatamente indotta, o ha a che fare propriamente con l’immaginario del contagio, e con le caratteristiche della malattia? Che cos’è una malattia che attacca il respiro, soffoca, e costringe a una incubazione e a una morte solitaria? Com’è cambiato dopo l’impatto con il Covid il nostro rapporto con la malattia, e con la potenza e l’impotenza della medicina? Com’è cambiato il nostro rapporto con la morte, di fronte a tante morti solitarie e senza conforto e alla morte ridotta, come nelle immagini dei camion di Bergamo, a problema di smaltimento? Quelle migliaia di morti senza funerale potranno mai davvero riposare, e non incombere sulla comunità dei viventi, se non troviamo il modo di celebrarne pubblicamente il lutto?

Ancora. Quali effetti ha questa situazione sul pensiero? Come si pensa, come si legge, come si scrive in una pandemia che è anche una infodemia, una situazione di totalitarismo mediatico in cui pare non ci sia spazio per pensare ad altro che al virus? Che cosa significa per il nostro apparato sensoriale indossare la mascherina, portare gli occhiali per non infettare gli occhi, infilare le mani nei guanti o lavarsele in continuazione? Che cosa significa smettere di toccare le amiche, gli amici, i familiari, o temere di toccare un o una amante? Che cos’è il sesso, in tempi di pandemia? Quali segnali ci ha mandato in questi mesi l’inconscio? Che cosa abbiamo sognato, che cosa sogniamo? Che cosa non vediamo l’ora di riprendere della nostra vita precedente, e che cosa non vorremmo mai più riprendere? In che cosa la nostra vita precedente ci aveva già preparati alla distanza, alla de-sensorializzazione, alla de-sessualizzazione, alla virtualizzazione delle relazioni? Quanto contavano e come parlavano i corpi prima, quanto contano e come parlano adesso? Quanto ci siamo mancate non potendoci riunire in presenza, e quanto invece ci siamo state presenti pur nella distanza?

Sono questi i dati dell’esperienza che dovremmo “tracciare”, per sottrarre l’esperienza al “governo dei numeri” e dei big data che la riduce a statistica e ad algoritmo. Qualcuna ha già cominciato a farlo: ad esempio il collettivo Anonima Sognatrici, che raccoglie in una app i sogni fatti durante la quarantena da chiunque voglia condividerli (il progetto e l’app su Erbacce del 17/5/20). E bisognerà continuare, per “ripartire” a nostra volta con quella pratica di messa in parola dell’esperienza e di sondaggio dell’inconscio che oggi più che mai vanno riattivate per significare a partire da noi l’evento-coronavirus.

Con le mie ultime due domande sono già entrata in quella che si pone Via Dogana a proposito del rapporto, o della tensione, fra i processi accelerati di informatizzazione (del lavoro, della scuola a distanza, delle riunioni sulle piattaforme, dei consumi culturali in streaming) e l’importanza irrinunciabile della corporeità, della fisicità e delle relazioni in presenza. Il tema si annuncia fra quelli che domineranno il dibattito pubblico del dopo-pandemia, perché da un lato il capitalismo farà dell’investimento tecnologico la principale leva di risparmio dei costi e di intensificazione dello sfruttamento del lavoro, dall’altro le resistenze antitecnologiche assumeranno toni sempre più apocalittici (ho appena letto l’equazione che un noto filosofo italiano stabilisce fra i docenti che oggi accettano la didattica a distanza e e quelli che nel 1931 giurarono fedeltà al fascismo).

In verità nel trattamento della pandemia io non lamento un eccesso ma semmai un deficit di dispiegamento di potenza tecnologica, visto che in tutto l’occidente (diverso è il caso di paesi come Taiwan, Singapore, Corea del Sud) non abbiamo trovato altro mezzo che quello medievale del lockdown per frenare l’avanzata del coronavirus, in barba a decenni di competenze accumulate su come isolare i virus informatici. Il tema della pervasività tecnologica va comunque articolato attentamente, senza farsi travolgere da un immaginario pregiudiziale che rischia di confondere piani ed effetti di segno diverso, e di prendere per svolte radicali processi che erano già dispiegati ben prima della pandemia (mi ha lasciato esterrefatta la diffidenza verso l’app di segnalazione e tracciamento della positività, avanzata in nome della sacralità dei dati personali da chi magari i propri dati li cede da anni su Facebook a fini commerciali). È indubbio che la pandemia sia un’ottima occasione per mettere a frutto e implementare tecnologie di sorveglianza (sovente già sperimentate contro il terrorismo) contro le quali bisognerà vigilare e forse ribellarsi. Diverso è a mio avviso il discorso per le piattaforme di condivisione a distanza. Per quanto anch’esse siano infarcite di rischi di ogni genere (commercializzazione dei dati, sfruttamento delle emozioni, de-corporeizzazione delle relazioni), non sarei onesta se non ammettessi quanto abbiano funzionato per me come alleggerimento della solitudine e di più, come potenziamento dell’intelligenza collettiva e dello scambio di informazioni, analisi, opinioni. Non è come pensare in presenza, ma è un buon sollievo dall’assenza. A ben vedere i corpi parlano, si sentono e contano anche dietro uno schermo.

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Salto della specie

Pubblicato su http://www.libreriadelledonne.it il 12/5/2020 *

Vulnerabilità, relazione, interdipendenza, cura. Sono parole tratte dall’esperienza comune femminile, che il lessico politico e teorico femminista ha fatto proprie e elaborato per decenni. Parole che solo venti anni fa era avanguardistico e minoritario pronunciare e che oggi, nell’emergenza Coronavirus, sono diventate maggioritarie e di senso comune. Un virus che ha ben poco di naturale, essendo il prodotto sociale della scellerata politica (maschile) di sfruttamento e devastazione della natura, ci fa sentire oggi tutte, e tutti, vulnerabili. La misura, necessaria ma crudele, del distanziamento sociale fa scoprire anche agli individualisti più incalliti quanto siano preziose e irrinunciabili le relazioni affettive, sociali, politiche. La scoperta di essere, nel contagio, ciascuna/o pericolo e salvezza per l’altro/a ci rende finalmente consapevoli della nostra reciproca interdipendenza e del fatto che, per dirla con papa Francesco, nessuno si salva da solo. Il Covid-19 infine, come pure tutte le malattie sociali che il virus ha esacerbato (povertà, emarginazione degli anziani, disuguaglianze, discriminazioni), mette la questione della cura al centro della crisi in corso: la cura medica, ma anche le molteplici pratiche della cura dell’altro (congiunti e non) di cui più donne che uomini sono capaci.

Oggi al centro della scena, queste quattro parole fanno parte di un’antica ma sempre presente esperienza femminile. Non c’è bisogno di spiegare perché essere da sempre esposte alla violenza maschile ci fa sentire da sempre vulnerabili, o perché la relazione materna ci dice da sempre che da un’altra nasciamo e senza quella relazione primaria non esisteremmo, o perché la cura degli altri è per noi donne inseparabile dalla cura di sé e del mondo. C’è bisogno però di sottolineare che di queste quattro parole ci sentiamo fieramente titolari: non sentiamo risuonare in esse il peso di un destino, ma la scintilla di un domani migliore dell’oggi, per noi donne e per l’umanità intera. Esse racchiudono la necessità del salto di civiltà che la congiuntura presente impone.

Chiamiamo salto di civiltà un cambiamento soggettivo, economico, sociale e politico che antepone la relazione e l’interdipendenza alle pretese arroganti dell’individuo sovrano, la vulnerabilità e la cura all’onnipotenza necrofila, il bene comune all’interesse parcellizzato e al profitto, l’immaginazione e l’invenzione politica alla reiterazione delle mosse del potere. Questo salto ha un segno femminile, perché si nutre dell’esperienza storica femminile e vive da decenni nella politica messa al mondo dal femminismo. È un salto della specie, in cui le donne non rivendicano qualcosa per sé ma aprono una strada per tutti.

È per questo che nella congiuntura presente ci sentiamo centrali, necessarie e protagoniste, e nient’affatto discriminate, sconfitte, penalizzate, risospinte indietro come recita un martellante e fastidioso refrain intonato ogni giorno dai media mainstream, e purtroppo quasi sempre da donne che parlano senza autorizzazione a nome di tutte le donne. Un refrain che oggi vede nella scarsa presenza femminile nelle task force il segno della discriminazione e della sconfitta delle donne, e nel lavoro di cura femminile il segno di una maledizione. E chiede a gran voce cooptazione nei “luoghi della decisione”, e emancipazione dal lavoro riproduttivo in nome di un maggiore ingaggio, e di più luminose carriere, delle donne nel mercato del lavoro produttivo.

Non neghiamo che questi due fatti – la sottoutilizzazione delle competenze femminili e il sovrasfruttamento del doppio lavoro, domestico e produttivo, delle donne – esistano. Ma i fatti vanno interpretati. E noi non riusciamo a vedere nelle task force che oggi supportano l’azione di governo dei desiderabili “luoghi della decisione”: ci pare di assistere piuttosto al proliferare di luoghi della non-decisione, in cui il sovrapporsi di competenze specialistiche e competenze di governo non riesce a ridare vita a quella competenza politica autorevole e credibile che invece si eclissa sempre più nelle nostre democrazie in crisi. Quanto alla cura femminile della vita, sappiamo bene che essa è sempre a rischio di appropriazione e sfruttamento da parte di un sistema economico che dopo aver distrutto il welfare pretende di sostituirlo con l’erogazione gratuita di prestazioni femminili. Ma sappiamo altrettanto bene che alla cura della vita – della vita propria, dei propri cari, delle relazioni d’amicizia, dell’ambiente, del legame sociale – le donne non rinunciano, perché sanno quanto sia necessaria e perché è la loro impronta sull’esistenza collettiva. Quello che viene letto come doppio sfruttamento, nel lavoro produttivo e in quello riproduttivo, va letto piuttosto come la sacrosanta pretesa femminile di affermare l’inseparabilità della produzione dalla riproduzione e del lavoro dalla vita.

Non si risponde a questa doppia pretesa chiedendo per le donne solo un più alto tasso di occupazione e lasciando non si sa a chi il lavoro di cura, ma togliendo la sfera della riproduzione dal cono di invisibilità e sfruttamento in cui il primato della produzione l’ha confinata. Mai come oggi è evidente che questo primato va messo in discussione perché è un primato incurante, letteralmente, della vita. E mai come oggi le donne sono la prima linea di questo urgente ribaltamento delle priorità dell’agenda economica e sociale.

La politica delle donne non è mai stata una questione di numeri, né di competenze specialistiche. Il femminismo della differenza sessuale, che è il nostro femminismo, è stato spesso e ingiustamente accusato di essenzialismo: ma non c’è niente di più essenzialista di un femminismo paritario che invoca “più donne” in tutti campi della vita associata come se questa fosse la magica formula in grado di cambiare le cose e renderci felici. Le donne oggi sono già dappertutto, e che siano “di più” nei posti apicali significa poco o nulla, se questo di più non è accompagnato da pratiche politiche che rendano la loro presenza un punto di riferimento per altre donne e che facciano la differenza rispetto all’ordine dato.

Comprendiamo il desiderio di riconoscimento sociale che muove quell’invocazione, tanto più in un paese come l’Italia che di riconoscimento, e di riconoscenza, verso noi donne è particolarmente avaro. Tuttavia non possiamo non ricordare che la libertà femminile comincia, è cominciata storicamente, precisamente quando abbiamo imparato a fare a meno del riconoscimento delle istituzioni del patriarcato, e a cercarlo piuttosto nelle nostre simili. Così come non possiamo non ricordare alle amiche francesi promotrici dell’appello “dateci voce” che la voce, come la libertà, non ci è stata mai data: ce la siamo sempre presa, al prezzo di lotte e di conflitti.

La querula richiesta di cooptazione ci mortifica, perché abbiamo appreso da Virginia Woolf a non accodarci al “corteo degli uomini colti”, o competenti che siano. Il riconoscimento delle competenze individuali non può sostituirsi al senso e alla potenza di una soggettività politica che abbiamo acquisito e che rinnoviamo collettivamente. La pretesa di prescindere dal nostro sesso per approdare nel nuovo limbo dell’indifferenza di genere postmoderna, che somiglia tanto al vecchio limbo dell’individuo neutro moderno, ci fa sobbalzare: non è nonostante ma in quanto siamo donne che ci sentiamo attrici del cambiamento. Non abbiamo niente da rimproverare alle nostre antenate, dalle quali abbiamo imparato a ribellarci, e non abbiamo niente da rimproverarci di fronte alle nostre figlie, alle quali consegniamo un percorso di libertà, certe che non mancheranno di arricchirlo e di potenziarlo.

*Ida Dominijanni, Maria Luisa Boccia, Tamar Pitch, Giuliana Giulietti, Chiara Zamboni, Diana Sartori, Manuela Fraire, Pat Carra, Bianca Pomeranzi, Fiorella Cagnoni, Vita Cosentino, Wanda Tommasi, Giannina Longobardi, Anna Maria Piussi, Traudel Sattler, Maria Rosa Cutrufelli, Elettra Deiana, Paola Mattioli, Grazia Zuffa.

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Non siamo più gli stessi

(Pubblicato il 26/4/2020 su Internazionale.it)

Le foto appese lungo via del Pratello per celebrare la liberazione in strada nonostante il lockdown. Bologna, 24 aprile 2020. (Michele Lapin

“Dopo la conferenza stampa dell’11 marzo, in cui Conte dichiarava che si doveva chiudere tutto tranne le fabbriche, gli scioperi sono dilagati ovunque. La protesta si concentrava contro le condizioni di lavoro: senza dispositivi di protezione, senza mantenere le distanze minime in reparti e linee, spogliatoi e mense, tutti ambienti sovraffollati e mai sanificati. Confindustria ha fatto pressioni enormi per evitare che il governo sospendesse le attività produttive, e lo ha pure rivendicato pubblicamente, facendo infuriare tanta gente. Se la sua parola d’ordine era ‘l’Italia non si ferma’, quella operaia era ‘non siamo carne da macello’, ‘la salute viene prima dei vostri profitti’”.

Queste parole di Matteo Gaddi e Nadia Garbellini, due ricercatori della Fondazione Claudio Sabattini (Fiom-Cgil) intervistati dalla rivista Erbacce, ci ricordano come sono andate le cose nel nord industriale all’inizio della fase uno dell’emergenza coronavirus. All’alba della fase due, la vicenda si ripete. Non pago delle conseguenze disastrose che le resistenze iniziali a “chiudere” hanno avuto sulle dimensioni del contagio in Lombardia (dove peraltro la maggior parte delle imprese ha continuato a lavorare “in deroga” alle disposizioni del governo per tutta la durata del lockdown) e soprattutto in Val Seriana (dichiarata zona rossa in ritardo proprio a causa delle pressioni degli industriali), lo stesso blocco padronal-confindustriale si ripresenta adesso alla testa del partito degli impazienti che freme per “riaprire”. Con motivazioni infarcite di riferimenti all’interesse collettivo (il pil, l’etica del lavoro, il rischio disoccupazione), ma mosse più prosaicamente dall’ansia per la sorte dei profitti. Nonché – basta leggere le argomentazioni con cui il Giornale milita a favore della riapertura – dalla fretta di suturare la ferita inferta dal covid-19 all’”eccellenza” del modello lombardo rilanciandone la way of life produttiva e prestazionale: c’è stato uno tsunami, l’abbiamo fronteggiato con molto eroismo e qualche svista, ma ora che il peggio è passato the show must go on.

Una pandemia annunciata


Più di 26mila morti (ufficiali), di cui oltre 13mila lombardi, gridano giustizia dalle loro tombe senza fiori contro questa narrazione dei fatti e dei misfatti. E del resto tutti ormai ci siamo fatti un’idea di com’è andata. Non c’è stato uno tsunami a sorpresa, ma una pandemia ampiamente annunciata (dalla scienza e non solo: si veda il discorso di Obama del dicembre 2014), dalla quale i governi, soprattutto occidentali, si sono fatti trovare impreparati e alla quale, complici le incertezze della scienza di fronte a un virus sconosciuto, hanno risposto oscillando fra negazionismo e allarmismo, e fra tentazioni di darwinismo sociale (Boris Johnson e Donald Trump, ma anche alcuni paesi del’Europa del nord) e obbligo di proteggere la popolazione con i lockdown, messi in atto con diversi gradi di intensità nei diversi paesi (quello italiano non è stato uguale a quello cinese, e quello tedesco non è stato uguale a quello italiano).

In Italia (ma anche altrove) una pandemia apparentemente “egualitaria” ha avuto effetti su differenze e disuguaglianze territoriali, economiche, sociali, culturali e istituzionali che ne hanno influenzato l’andamento e l’intensità. Un virus ignoto ha messo in scacco un sistema sanitario decimato dai tagli della spesa pubblica, sguarnito di competenze infettivologiche ed epidemiologiche, carente di posti di terapia intensiva; con strutture ospedaliere deboli in certe aree del paese – per fortuna le meno colpite dall’epidemia – e forti, ma troppo autocentrate e dunque prive dell’apporto fondamentale della medicina di territorio, in aree molto colpite come la Lombardia. Alla pandemia si è sommata la carestia di strumenti di protezione (le mascherine per i comuni mortali e soprattutto quelle per i medici e gli operatori sanitari), di tamponi per la diagnosi e la mappatura del contagio, di test sierologici, di know how tecnologico (l’app per il contact tracing arriva solo adesso, e a una popolazione fra le meno digitalizzate dell’occidente): una carestia scandalosa e colpevole, che ha reso più dilagante il contagio (in primo luogo negli ospedali e nelle Rsa), più rigido e più lungo il lockdown, più inaffidabili i dati epidemiologici (tuttora navighiamo a vista sulle dimensioni reali del contagio, e perfino dei decessi).

Noi incompetenti queste cose le abbiamo imparate in corso d’opera, e abbiamo anche imparato ad attribuirne e valutarne le responsabilità. Chi di noi oggi resiste alla fretta di riaprire non lo fa per claustrofilia: esige semplicemente, in consonanza con la cautela dei virologi e dei medici, che nella fase due le cose non vadano come e magari peggio di come sono andate nella prima. Che non si riapra, per dirla brutalmente, con qualche posto di terapia intensiva in più, ma con la stessa carenza di dispositivi di sicurezza, di tamponi, di test, di strumenti di tracciamento del contagio, o con la stessa sottovalutazione della medicina di base e la stessa corsa all’ospedalizzazione, o con la stessa confusione normativa e istituzionale fra governo, regioni e comuni che abbiamo subito fin qui: tutti nodi che il presidente del consiglio non ha sciolto nella sua conferenza stampa del 26 sera. C’è un salto nella coscienza collettiva che non lo consentirebbe, e che non è l’ultimo dei fattori di cui tenere conto per immaginare il futuro prossimo: non siamo più gli stessi di prima, ma non siamo nemmeno diventati quello che avrebbe voluto farci diventare la melensa pedagogia di massa elargita per cinquanta giorni dalla tv a reti unificate all’insegna dello spot “andrà tutto bene”. Non è andato tutto bene, e quello che abbiamo condonato fin qui sotto la morsa dell’emergenza non lo condoneremo da qui in avanti.

Se ciascuno è per l’altro pericolo e salvezza


Non siamo più gli stessi, perché non si esce uguali a prima da un’esperienza ravvicinata e prolungata con una malattia così insidiosa, una vecchiaia così penalizzata, una morte così serializzata: i nostri sensi ne sono talmente investiti che il senso comune si modifica di conseguenza. Non siamo più gli stessi perché in una situazione che ci chiede di rinunciare al contatto con gli altri abbiamo tuttavia preso contatto con la nostra comune vulnerabilità. Non siamo più gli stessi perché la domanda di sicurezza che fino a tre mesi fa veniva brandita a difesa della macchina economica e dei confini proprietari si è spostata sulla tutela della vita e della salute collettiva. Non siamo più gli stessi perché abbiamo visto quanto il virus apparentemente egualitario colpisca in maniera diseguale e discriminatoria, e questo domanda nuovi conflitti. Non siamo più gli stessi perché tutto ciò che ha a che fare con la riproduzione della vita ha acquisito finalmente la precedenza su ciò che ha a che fare con la produzione di beni, e tutto ciò che ha a che fare con la cura della vita – le relazioni di cui la cura si nutre, il sapere medico di cui si avvale – può diventare un terreno di nuove alleanze. Non siamo più gli stessi perché non possiamo più assolverci dalla nostra distruttività nei confronti della natura, né dalla nostra insipienza nei confronti della scienza. Non siamo più gli stessi perché la voce dei morti senza compianto ci convocherà fino a quando non troveremo il modo di celebrarne pubblicamente il lutto, e quella degli anziani lasciati morire senza un conforto e senza un tampone nelle Rsa o nelle loro case ci assillerà finché non strapperemo la vecchiaia alla segregazione cui ben prima del lockdownl’avevamo cinicamente confinata. Non siamo più gli stessi perché la distanza ci ha inchiodati a un’interdipendenza più forte dell’individualismo che regnava incontrastato nell’affollamento.

Non siamo più gli stessi, soprattutto, perché nel contagio abbiamo capito di essere ciascuno per l’altro, al contempo, pericolo e salvezza, minaccia e rassicurazione, abbandonando le false certezze dell’io autosufficiente e sovrano: e non è possibile valutare i cambiamenti in corso senza partire da questa cruciale rotazione in senso relazionale della soggettività. È questo precisamente il punto che sfugge a chi si ostina a leggere il lockdown come un provvedimento imposto dall’alto, l’esperimento di un regime liberticida che decide arbitrariamente lo stato d’eccezione per farne la norma e infilarci, complici le tecnologie digitali di sorveglianza, in un futuro totalitario. Non è per obbedienza passiva a un ordine imposto, e nemmeno per il terrore di contagiarci, che – in assenza di alternative meno medievali – abbiamo accettato di recluderci, ma per contenere il rischio di contagiare gli altri: era ed è precisamente la salvaguardia del prossimo a richiedere un allentamento della prossimità, un incremento della distanza. Molto cambierebbe nella narrazione del lockdown se le limitazioni cui ci siamo sottoposti venissero declinate, piuttosto che come attentati alla libertà individuale di movimento, come (auto)contenimento della potenzialità di ciascuno di infettare l’altro: e dunque come il segno di una postura relazionale e responsabile, non ego-centrata e asservita.

Nuova governance, nuovi conflitti


Altrettanto fuorviante è l’applicazione del paradigma dello stato d’eccezione all’operato dello stato e del governo. Svariati giuristi hanno fatto presente la differenza fra lo stato d’eccezione, che il nostro ordinamento non prevede, e lo stato d’emergenza, che è quello dichiarato a fine gennaio dal governo ed è previsto dalla costituzione a tutela del diritto fondamentale alla salute. Ma il punto non è solo giuridico e costituzionale.

Lo stato d’eccezione presuppone una decisione sovrana, e una sovranità decidente, che è quanto di più lontano da quello che abbiamo visto all’opera in questi cinquanta giorni. Quello che abbiamo visto è semmai uno stato che risponde all’emergenza “decisa” da un virus cercando di riprendersi la sua funzione originaria di garante della salute pubblica, anche contro gli interessi dominanti (quelli di “l’Italia non si ferma” di cui sopra). Il che non vuol dire che ci sia riuscito: lo stato non è più quello di Hobbes, è uno stato disfatto da mezzo secolo di razionalità neoliberale, che ha applicato anche alle istituzioni la logica della concorrenzialità e della competizione e ha dissolto la certezza del diritto. Con le conseguenze che abbiamo visto nella guerriglia quotidiana fra governo centrale, regioni, protezione civile (per tacere di quella con l’Unione europea), nonché nella mole incoerente di decreti, direttive e norme caratterizzate da un’incertezza normativa che lascia campo libero all’interpretazione arbitraria e vessatoria delle forze dell’ordine.

Il tutto condito da una retorica della guerra del tutto impropria nei confronti di un virus che richiede piuttosto cura e immunizzazione. E da un appello martellante e ambivalente alla responsabilità individuale, che se per un verso ha fatto leva sull’auto-contenimento di cui parlavo poco fa, per l’altro verso ha finito con il colpevolizzare comportamenti innocui come quello ormai paradigmatico dei runner, alleandosi con le peggiori istanze criminalizzanti e delatorie presenti nella società e distraendo l’opinione pubblica dalle responsabilità ben più pesanti imputabili alla gestione politica, economica e sanitaria dell’emergenza.

Aggiungiamo a questo quadro il particolare tutt’altro che secondario dell’inedita funzione pubblica assunta improvvisamente dalla comunità scientifica, a sua volta eterogenea, e dalla pletora di competenze settoriali chiamate a comporre le task force di supporto al governo. E sottraiamo dal quadro il ruolo sempre meno rappresentativo e decisivo del parlamento e delle forze politiche. Il risultato è che la pandemia ha provocato, o forse solo accelerato, una trasformazione della governance che va nel senso non tanto di una torsione autoritaria, quanto di una moltiplicazione concorrenziale e di una frammentazione competitiva dei poteri e dei saperi che si candidano a ridisegnare l’ordine sociale.

Che questa nuova forma di governance non sarà esente da tentazioni repressive e disciplinari, tanto più in un contesto inasprito dalla catastrofe economica e sociale annunciata, è una facile profezia. Ma essa sarà anche generatrice di nuovi conflitti, su un fronte che nella pandemia si è già delineato e che vede in prima fila le soggettività maturate all’insegna della vulnerabilità, della relazionalità e dell’interdipendenza nell’ambito della riproduzione sociale, della cura, della medicina, della logistica, delle fabbriche dove il futuro è affidato a protocolli di sicurezza sanitaria aleatori, delle reti di solidarietà che i protocolli se li scrivono da sé. Come inventare pratiche politiche efficaci per esprimere questa conflittualità in una sfera pubblica compromessa dal distanziamento sociale e dominata da un sistema mediatico che per lo più milita perché tutto torni uguale a prima, è il problema che abbiamo davanti. Ma i tempi di crisi sono anche tempi in cui l’immaginazione politica lavora meglio, e salta con una creatività e una velocità impensabili in tempi normali.

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Confusione sanitaria

(Pubblicato su Internazionale.it il 31/3/2020)

Il dio mercato e i suoi adoratori bussano impazienti alle porte della politica perché l’emergenza coronavirus sia dichiarata superata, il lockdown finisca e l’economia riparta. Ma francamente non si capisce il perché di tanta precipitosità. L’epidemia è ancora in pieno dispiegamento: da qualche giorno c’è qualche segnale incoraggiante di un lento appiattimento della curva, ma in compenso nel sud i casi crescono, sia pure non esponenzialmente, e qualche focolaio minaccia di peggiorare la situazione. Siamo ancora in piena carestia di mascherine e tamponi, il minimo che servirebbe per parlare di prevenzione di ulteriori disastri. E soprattutto c’è ancora troppa confusione nella politica sanitaria, ed è di questa che è urgente parlare, anche da incompetenti, intanto perché la sanità è un diritto fondamentale e dunque la politica sanitaria ci riguarda tutti e tutti ci autorizza alla presa di parola: del resto, la riforma sanitaria che nel 1978 istituì il servizio sanitario nazionale fu l’esito di un processo che coinvolse la società, non solo i politici e gli esperti. E poi perché guardando a ritroso il film dell’ultimo mese è evidente che sono state le strategie sanitarie ed epidemiologiche a determinare quelle istituzionali e politiche (Conte: “Abbiamo sempre operato seguendo le indicazioni del nostro comitato scientifico”), il che significa che non si può valutare l’efficacia delle seconde senza entrare nel merito delle prime.

Qualcosa sappiamo, e sapevamo

Prima questione. Di questo virus si sa ancora poco, e questo va certo tenuto ben presente nel giudicare incertezze e oscillazioni delle strategie di contrasto, scientifiche e politiche. Però dell’epidemia a questo punto qualcosa sappiamo. E qualcosa sapevamo anche prima, fin dai rapporti internazionali di inizio secolo che avvertivano del rischio incombente (“Non è questione di se, ma di quando”). Sembra perfino che in Italia esistesse dal 2010, sulla carta, un piano antipandemico nazionale, e relativi piani regionali, mai implementati e mai aggiornati. Dunque il rischio era annunciato ed è stato ignorato o rimosso, presumibilmente per ragioni di bilancio, fino allo scoppio dei primi casi, non solo in Italia ma in tutta Europa e negli Stati Uniti, per stare solo ai paesi occidentali. Ovunque non c’era una strategia, ovunque si ripete la stessa catena comportamentale fatta di sottovalutazione, negazione, allarme ritardato, assenza di precauzioni preventive; ovunque mancavano e mancano mascherine (salvo che in Cina, cui era stata lasciata la produzione in regime di monopolio), respiratori, attrezzature sanitarie di sicurezza. È vero, l’intruso ci ha preso di sorpresa e noi eravamo impreparati, ma questa impreparazione non si può dire che sia stata innocente, né in Italia né altrove. A forza di scommettere sul rischio eventuale giocando con i future e i derivati, la governance neoliberale mondiale ha finito col ritrovarsi sguarnita rispetto a un pericolo effettivo e tutt’altro che imprevisto, e col dichiarare una guerra senza avere né armi né munizioni: come andare in trincea a piedi scalzi.

Seconda questione. Il virus, come ben sappiamo, provoca nei casi più gravi polmoniti severe che possono portare rapidamente alla morte e che richiedono il ricovero in terapia intensiva. In quel rapidamente c’è la sua perfida capacità di mettere sotto scacco i sistemi sanitari, che non ce la fanno a reggere un’ospedalizzazione così massiccia. Ma il virus ha anche la perfida intelligenza di testarli, i sistemi sanitari, e di mostrarne quei lati deboli che il discorso politico e mediatico mainstream tende a occultare sotto l’esaltazione dell’eroismo del personale ospedaliero. Esaltazione, è superfluo dirlo, sacrosanta: chiunque conosca un medico, un anestesista o un infermiere sa dai suoi racconti in quali condizioni proibitive per l’incolumità personale stiano lavorando, con quale professionalità e generosità e con quale carico di stress psicologico ed emotivo. Non è questo in discussione, né la gratitudine commossa che tutti sentiamo per loro. In discussione vanno messi, invece, i limiti che il sistema sta rivelando nonostante il loro eroismo. Due su tutti.

I limiti dell’“autonomia“ regionale

In primo luogo, un sistema sanitario nazionale qual è quello che in Italia ancora abbiamo malgrado i tagli dissennati cui è stato sottoposto, non può sopportare un dualismo esasperato come quello fra nord e sud. L’incubo che l’epidemia colpisca le regioni del sud con la stessa virulenza di quelle del nord, e abbatta strutture ospedaliere ben più esili di quelle del nord, si è sommato e si somma tuttora all’angoscia per la tragedia che imperversa nelle zone più colpite, e ha determinato scelte politiche fondamentali, come quella di estendere il lockdown a tutto il territorio nazionale, comprese le regioni in cui il contagio era inferiore ma il sistema sanitario più debole. E si devono alle condizioni strutturali del dualismo nord-sud, non solo a una irresponsabilità fin troppo sottolineata, gli incauti ritorni a casa da Milano e dintorni degli studenti meridionali che hanno rischiato e ancora rischiano di accendere focolai ulteriori nel Mezzogiorno. Il dualismo socioeconomico territoriale è la negazione fattuale dell’universalismo di principio del sistema sanitario e si è rivelato di difficilissima composizione in una situazione di emergenza nazionale e globale. Superfluo sottolineare che la “soluzione” dell’autonomia differenziale regionale, uno dei piatti forti della contesa politica fino a un attimo prima della catastrofe, non farebbe che accentuarlo. E dunque va tolta di mezzo senza se e senza ma, tanto più dopo una pandemia globale che mette all’ordine del giorno la globalizzazione, più che la nazionalizzazione, delle politiche sanitarie.

D’altra parte bisogna prendere atto che nell’emergenza Covid-19 il sistema sanitario ha mostrato limiti e inefficienze proprio nelle regioni del nord dove è considerato d’eccellenza. Come nel modello lombardo, caratterizzato, oltre che dalla commistione tra pubblico e privato che in questa circostanza non è stata d’aiuto, da un forte centralismo ospedaliero specialistico a scapito della medicina di base e dei presidi territoriali. Di nuovo, non si tratta di misconoscere lo sforzo titanico degli ospedali lombardi per fronteggiare un’emergenza ben più crudele di quanto fosse immaginabile. Ma se l’epidemia avanza, sia pure con un decremento relativo, malgrado il lockdown; se, come sembra, i contagiati con sintomi lievi o asintomatici sono molti di più di quelli rilevati con i tamponi riservati ai sintomatici gravi da ricoverare; se, come emerge da una tragica sequenza di testimonianze, sono in tanti a morire a casa senza riuscire ad accedere agli ospedali e senza diagnosi, diventa sempre più chiaro che un modello basato su una avanguardia ospedaliera priva di una retroguardia territoriale di diagnosi, prevenzione e terapia non ce la fa. Anche la complementarità tra presidi ospedalieri e medicina di territorio rientra tra i capisaldi abbandonati della riforma sanitaria del 1978, ma lasciamo stare e torniamo a noi.

Secondo il virologo Andrea Crisanti, consulente della regione Veneto, la battaglia contro un’epidemia non si vince negli ospedali ma sul territorio, con la “sorveglianza attiva” dei medici di base che monitorano il contagio curando in quarantena i sintomatici e risalendo attraverso i loro contatti agli asintomatici, con un uso a cerchi concentrici dei tamponi. Il che consentirebbe tra l’altro, e crucialmente, di ottenere una misurazione del contagio reale più credibile di quella ufficiale, basata sulla tamponatura e la conta dei soli sintomatici e dunque sull’occultamento dell’insidia più grossa, cioè dei positivi asintomatici che continuano a trasmettere il virus senza saperlo, fuori casa e soprattutto in famiglia, sì che le famiglie rischiano di trasformarsi in focolai.

Il Veneto si muove in base a questo metodo di mappatura e sorveglianza territoriale. La Lombardia ha annunciato a sua volta, pochi giorni fa, un cambio di approccio, con un incremento della mobilitazione dei medici di base (che però, insieme agli ospedalieri, sono una categoria decimata dal contagio). La provincia di Siena ha deciso in proprio di estendere l’uso dei tamponi. Ma com’è evidente, e come il direttore dell’istituto Sacco di Milano ha più volte ripetuto in tv, questa sterzata sarebbe urgente nel centrosud, dove il contagio non è (ancora) esponenziale e in questo modo potrebbe essere contenuto senza incombere troppo sulla debolezza delle strutture ospedaliere.

Perché allora nel sud non si procede nettamente, e pubblicamente, in questa direzione, invece di continuare a sigillare con i carabinieri i comuni dove spuntano i focolai, o ad aspettare la saturazione ospedaliera che prima o poi arriverà fatalmente? Perché scarseggiano i tamponi, si dirà. O perché mancano direttive chiare di politica sanitaria? O perché ciascuna regione, ciascuna provincia, ciascun comune è legittimato a fare come vuole o come può, secondo il criterio neoliberale della medicina fai da te? Arrivano notizie buone, di nuovi test che potrebbero verificare la presenza di anticorpi in chi ha già contratto il virus o se ne è immunizzato: sarebbero fondamentali per le strategie di uscita dal lockdown. Li producono gli Stati Uniti e la Cina, e in Italia è già partita la corsa delle regioni del centronord per accaparrarseli. Dal Cnr gli immunologi fanno sapere che così non va e che ci vuole un protocollo nazionale: la politica che dice?

Modelli a confronto

Terza questione. L’Italia ha seguito il modello cinese del lockdown, dopodiché tutti gli altri paesi occidentali, quale più quale meno, si sono accodati. In verità l’abbiamo seguito inevitabilmente a metà: perché la Cina ha chiuso solo una provincia e noi invece abbiamo dovuto chiudere tutto il paese, perché lì la reclusione è stata più rigida che qui, e perché i metodi con cui la reclusione è stata imposta lì – da quelli polizieschi classici alle tecnologie della sorveglianza: tracciamento dei dati personali, telecamere, droni, riconoscimento vocale e facciale – non sono (ancora?) tutti proponibili in una democrazia come la nostra.

Ma il modello cinese non era l’unico possibile: c’era anche quello della Corea del Sud che è a sua volta un paese democratico e non ha chiuso niente, eppure è riuscita a domare l’epidemia. In Corea del Sud identificano i sintomatici, anche lievi, con tamponi facilmente eseguibili per strada stando in auto, li isolano in quarantene selettive e tracciano i loro contatti attraverso le carte di credito, la geolocalizzazione degli smartphone e le telecamere, rilevando così la mappa precisa del contagio e risalendo anche agli asintomatici. Infine, usano app programmate per segnalare a ciascuno dove sono i rischi di contagio. Com’è noto il metodo ha funzionato: a oggi la Corea del Sud è fuori dall’epidemia, e chi ha studiato da vicino l’esperimento sudcoreano sottolinea che l’uso dei dati personali anonimi – temporaneo, finalizzato all’emergenza Covid-19, pubblico e condiviso – non ha avuto le caratteristiche autoritarie che ha avuto in Cina.

Domanda: il governo italiano ha scelto la via cinese pour cause o di default, senza neanche prendere in considerazione quella coreana? E se l’ha scelta intenzionalmente, delle opzioni in campo non avrebbe dovuto essere informata e investita l’opinione pubblica, secondo il criterio della trasparenza tanto spesso evocato e rivendicato da Conte? Solo pochi giorni fa, quando sul paragone tra la via cinese e quella sudcoreana i social si interrogavano già almeno da una settimana, il consulente del ministro della sanità Walter Ricciardi, in un’intervista di seconda serata su una rete all news, ha detto di avere analizzato il metodo coreano e di essersi persuaso a consigliarlo al governo, e ha annunciato la call, poi effettivamente lanciata sul sito del ministero, per l’elaborazione di app di telemedicina, assistenza domiciliare ai pazienti, monitoraggio attivo del rischio di contagio, che saranno vagliate in relazione alla loro efficacia e alla compatibilità con la tutela della privacy. A che punto è l’offerta delle app e la loro valutazione? Oltre che con la tutela della privacy, l’adozione di queste tecnologie è compatibile con le infrastrutture esistenti in Italia (la rete sta già scoppiando per l’improvviso uso estensivo del telelavoro), nonché con il tasso di alfabetizzazione digitale del nostro paese, sicuramente assai inferiore a quello della Corea del Sud, di Taiwan o di Singapore? Può esistere un uso democratico e non autoritario o totalitario di queste tecnologie? Si può, con un’informazione corretta, abbassare il tasso di allarme tecnofobico di chi teme per la raccolta dei dati sensibili a fini sanitari e poi li cede in continuazione su internet a fini commerciali?

Invece che inchiodarsi sulla contrapposizione tra sicurezza sanitaria ed esigenze dell’economia, come ha fatto all’inizio dell’epidemia procurando oscillazioni deleterie e come ricomincia a fare adesso, il dibattito pubblico dovrebbe virare su questo ordine di questioni. Che verosimilmente diventerà presto quello decisivo, perché è evidente che la soluzione tecnologica è l’unica alternativa che abbiamo a una clausura inevitabile nella fase di esplosione del contagio, ma sicuramente difficile da prorogare se e quando da questa fase usciremo ma il virus continuerà a circolare, salvo tornare a recludersi ogni volta che si accenderanno nuovi focolai o che la curva epidemica rischierà di rialzarsi.

La scelta è tra il rimedio medievale della quarantena, basato sulla segregazione all’interno di mura mai abbastanza spesse da impedire a un virus di penetrarle, e l’uso di una tecnologia che avendo la stessa forma virale del “nemico” si presta forse meglio a seguirne e contrastarne l’espansione. Ma è anche tra la disposizione psicologica e politica alla condizione bellica dell’assedio – peraltro puramente difensivo – contro un agente esterno, e la disposizione psicologica e politica a una vigilanza che lo schiva e lo sorveglia con la consapevolezza che è ormai interno alla nostra specie, e resterà tra noi fino a quando non negozieremo con lui una qualche forma di convivenza pacifica o di immunizzazione.

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