Fantasmi in libertà. Risposta a Angela Azzaro

Il mio articolo di qualche giorno fa (”Il corpo è mio e non è mio”, qui sotto) ha aperto, o riaperto, alcune controversie in materia di femminismo, neoliberalismo e dintorni su alcune bacheche Fb (segnalo in particolare quella di Cristina Morini). Angela Azzaro mi ha risposto qui http://abbattoimuri.wordpress.com/2014/05/16/il-corpo-e-mio-o-non-e-mio-risposta-a-ida-dominijanni/), la ringrazio e qui di seguito aggiungo qualcosa. 

 

Cara Angela, molto ci unisce, qualcosa ci divide, non da adesso, nella comune posizione contro un certo moralismo e una certa normatività che da anni infettano la sfera pubblica italiana non senza conseguenze per la galassia femminista. Che cosa, esattamente, ci differenzia? Credo che si tratti dell’idea di libertà, e della concezione, connessa, della norma e della normatività.

Parto dalla norma. Avevo letto e apprezzato, pur non condividendolo del tutto sul ”caso Bacchiddu”, l’articolo di Elettra che tu citi (http://www.sinistraecologialiberta.it/notizie/la-mossa-di-paola/), e ovviamente sono d’accordo con la sua definizione del femminismo moralista come ”componente della cultura mainstreaming dominante a sinistra” che dimentica il nucleo di fondo della rivoluzione femminista, ”il nostro essere responsabili di noi stesse e delle nostre scelte, fuori da modelli etici e graduatorie valoriali da altri decise”. Il punto però è: dove lo collochiamo e lo vediamo, questo ”femminismo moralista”? Io lo vedo in quel femminismo che ha fatto della ”dignità” femminile lo strumento di selezione di un nuovo ceto politico e giornalistico femminile che presidia, con ampio dispendio di mezzi che vanno dal governo ai media, politiche di inclusione conformistica e neutralizzante delle donne. Punto. Non vedo in giro altre pretese normative, io. Tu invece sì: vedi «convinzioni dogmatiche e normative di che cosa sia la libertà o l’essere donne perbene o semplicemente ”donne”», e ci aggiungi il rischio della naturalizzazione della differenza. Vorrei capire meglio: dove sono, nel femminismo, queste convinzioni dogmatiche, chi le impone, chi ne fa le spese? Se non vengono specificate, queste pretese normative assumono inevitabilmente un profilo fantasmatico, che a me ricorda il solito fantasma dell’onnipotenza materna. Quello che per esempio circola in altri interventi di questi giorni che leggo sulla tua bacheca fb, e che mescolano nella polemica ”antimoralista” capra e cavoli, pur di fare a pugni con le femministe con un paio d’anni in più, fantasmatizzate come una falange di bacchettone liberticide. E poi si meravigliano, ti meravigli anche tu, se Marina Terragni risponde come ha risposto (https://twitter.com/marinaterragni/status/466868509579177984).

La vera domanda però non riguarda la normatività femminista, bensì la normatività neoliberale, di sistema come si sarebbe detto un tempo, sulle donne. Qui sta il difficile, perché il neoliberalismo non governa reprimendo bensì usando le libertà: non vuole le donne oppresse né represse, le vuole libere, liberissime. Nessuno oggi impedisce a una donna di fare tutti i gesti di libertà che vuole, anzi più questi gesti fanno scandalo meglio è, più la sparano grossa più sono bocconi prelibati da lanciare sul mercato, più esagerano più rispondono al principio prestazione-godimento. Questo non impedisce, ma a mio avviso complica molto il nostro esercizio della libertà, ivi comprese le pratiche ironiche parodiche e di risignificazione a cui tu ti riferisci e sulle quali ovviamente concordo, ma che diversamente da te io non credo possano essere pratiche solo individuali. Era questo che avevo in mente quando parlavo di sospensione del giudizio sul gesto di Paola Bacchiddu, di cui ovviamente coglievo l’intenzione ironica e trasgressiva ma anche la fragilità dell’esposizione individuale. Questo per dire (anche a Paola, che come ti ha scritto in un post pensa che la libertà stia a cuore solo a lei!) che la libertà, oggi (ma non da oggi), è la cosa meno autoevidente che ci sia: invece che fare taglio, rischia di fare complicità con i succitati ”valori etici altrove decisi”. Ma su questo (e sulla posizione di Chirico, che questa complicità la rivendica) ho già detto e non torno. Aggiungo solo che la logica del vittimismo non c’entra niente: c’entra l’analisi, politica, del mondo in cui viviamo, dei suoi apparati egemonici e delle sue trappole, e l’esigenza di affilare di conseguenza le nostre pratiche. Il mio richiamo a problematizzare lo slogan ”il corpo e mio e lo gestisco io” si riferiva a questo.

Manco invece la risposta sulla questione della differenza: per esaurimento e per stanchezza, compresa la stanchezza di confrontare per l’ennesima volta pensiero della differenza italo-francese e gender theory americana, che concordano e divaricano lungo linee a mio avviso diverse da quelle della loro ricezione corrente. Se in trent’anni non siamo riuscite a far capire che con differenza sessuale non s’intende un’identità di genere ma una frattura interna al soggetto, non s’intende un significato dato ma un significante aperto (a proposito di pratiche di risignificazione), non ci riuscirò certo neanche stavolta: di nuovo, abbiamo a che fare evidentemente con un fantasma. Solo una battuta: posta come la poni tu, e come l’ho sentita di nuovo porre in più d’un intervento sul mio pezzo, è la domanda, non la risposta, ad essere essenzialista e ”naturalizzante”. Sembra la domanda sull’esistenza di Dio o sul dogma della fede. Ma la differenza sessuale non è un dogma: è un’esperienza del desiderio, e una scommessa sul desiderio. Erotico, politico, intellettuale. Infatti io penso che alla fine è di questo, e solo di questo, che dovremmo riparlare. Sono certa che saresti l’ultima a sottrarti. Ciao, i.

 

 

 

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15 risposte a Fantasmi in libertà. Risposta a Angela Azzaro

  1. Brava Ida, questa volta concordo al 100% e ti ringrazio per la tenacia con cui tiene aperto l’orizzonte di una complessità che troppo spesso rischia di venire ridotta o banalizzata. Ti abbraccio am

  2. Maria Rosa Cutrufelli ha detto:

    praticamente perfetto…

  3. Paolo ha detto:

    l’importante è che si prenda atto che una donna può tranquillamente non avere gli stessi desideri (erotici, politici, intellettuali) di un’altra senza accusarla di aver introiettato il patriarcato o qualcosa di simile

  4. Mariateresa Costanzo ha detto:

    Lucida ed autorevolmente efficace, Ida. Mi lascia però basita il dover prendere atto che, nonostante l’azione pluriennale del femminismo italiano, scarso è il risultato raggiunto in relazione alla consapevolezza dell’essere donna, al pensiero della differenza sessuale, alla libertà di gestione del proprio corpo. Paradossale che certi disappunti vengano interpretati come moralismo e che vengano additate come bacchettone le donne che storcono il naso rispetto a operazioni mediatiche come quelle della Bacchiddu.
    Per chiedere il voto, credo, ci vuole la Faccia (intrinsecamente intesa) e non il Culo!

  5. Serena ha detto:

    Gentile Ida Dominijanni, del suo intervento precedente ho apprezzato moltissimo il fatto che finalmente una femminista che gode di una certa visibilità e autorevolezza ha risposto in maniera franca, diretta e schietta a questo uso incondizionato dei termini “autodeterminazione” e “libertà”. Tuttavia non capisco come mai lei in questa sua risposta usi il termine “neoliberismo”; infatti con questo termine intendiamo un insieme di politiche atte a non interferire con l’economia di uno Stato, appunto. Voglio ricordare che le misure di austerity di questi ultimi anni ci dimostrano che viviamo in un Paese che vive di una politica assolutamente non neoliberista. C’è chi parla di anarcocapitalismo, io penso che questa che stiamo vivendo sia la forma più pura del capitalismo (parola mai nominata e innominabile se non da pochissimi settori, quasi mai femministi); difatti vediamo quanto il capitale sia capace di imporsi e di annullare ogni mezzo di libertà di espressione; ci sta dimostrando, cioè, che è capace di piegare la democrazia al suo volere, e di far pagare tutto ai soggetti più deboli, nel momento in cui i rapporti di forza sono a favore di quella classe che difende i suoi interessi (del capitale, intendo).
    Questo per dire che la libertà e l’autodeterminazione di cui tanto si parla, si vanno ad inserire in questo contesto economico, non in quello che delinea lei. La nostra è una libertà diversa, una libertà da costruire in tempi di una crisi economica acutissima: il modo in cui si poteva essere libere negli anni ’80-90 del ‘900, non è lo stesso in cui lo siamo oggi, perché questa è talmente forte, acuta, aspra, che anche il nostro modo di pensare la libertà e l’autodeterminazione – cioè, una parte importante della vita – viene influenzato da questa fase del capitalismo. Per questo l’idea di libertà e di autodeterminazione proposte dalla Chirico fanno riferimento ad un individuo sostanzialmente spietato (la “puttana”), disposto a qualunque cosa per arrivare dove vuole. Per questo fa orrore la presa di posizione favorevole della Bacchiddu (della quale comunque non mi sono stupita, visto che la lista Tsipras propone parole d’ordine debolissime di fronte ad una crisi così devastante di cui i soggetti candidati sono assolutamente a conoscenza), per questo le parole della Azzaro e compagnia cantante suonano false, perché stanno difendendo un’idea di libertà che non solo è completamente svuotata di senso positivo, ma anzi va ad alimentare quell’ideologia per cui dobbiamo davvero essere disposte a tutto. Il punto è che “dobbiamo” essere disposte a tutto. Cioè: siamo “puttane” perché non abbiamo altra scelta, perché sennò soccombiamo, e non perché vogliamo. Questa è la differenza che c’è tra autodeterminazione e altro, che poi mi sembra schiavitù.

    Serena

    • idomini ha detto:

      CArA serena, la ringrazio molto del suo commento ma non sono d’accordo con lei sulla prima parte del suo discorso. Uso il termine ”neoliberalismo” non a caso, perché designa una politica diversa da quella liberista del laissez-faire. Confondere la prima con la seconda è causa non ultima di molti errori della sinistra. Non posso riportare qui tutto il dibattito teorico sul termine ”neoliberalismo”, da Foucault in poi. La rinvio al bel libro di Dardot e Lava, La nuova ragione del mondo, Deriveapprodi 2014. A presto, i.d.

      • Serena ha detto:

        Gentile Ida Dominijanni, capisco l’importanza dei termini e dei dibattiti intorno ad essi, e infatti prima di rispondere mi sono letta un po’ di roba in rete, ma sinceramente questo dibattito teorico così ricco sul termine non l’ho trovato, e sì che la rete permette di accedere praticamente a tutto. Mi rifaccio allora al significato della Treccani (http://www.treccani.it/enciclopedia/neoliberalismo/) e la mia risposta continua a sembrarmi valida. Se poi il termine è così diverso nella sostanza rispetto a “neoliberismo”, la prego di delucidarmi qui in merito in maniera riassuntiva; chi scrive spesso è obbligato a farlo per un fine, che poi è anche quello del giornalismo, della scrittura e della comunicazione in generale: la comprensione reciproca.

        Serena

      • idomini ha detto:

        Le consiglio di leggere ”LA nuova ragione del mondo” di Dardot e Laval, Deriveapprodi. io ho già spiegato decine di volte perché liberismo e neoliberalismo non sono la stessa cosa, già anni fa sul manifesto e non ho tempo di rifarlo ogni volta, mi scusi.

      • Alessandra ha detto:

        😦 guardi, immagino la sua stanchezza nel ripetere cose già dette ma spero si renda conto di quanto possa causare esclusione questo rimando a dibattiti vecchi “già fatti”. In sostanza, sta dicendo che uno che si vuole affacciare oggi ai dibattiti di adesso deve prima andarsi a colmare le “lacune”. Ma fateci capire (e partecipare) pure a noi poveri stronzi no?

      • idomini ha detto:

        io faccio così, se non capisco, per fare un esempio, una cosa sul Medioriente cerco di colmare delle lacune, non me la prendo con chi la scrive.

  6. Pingback: Cara Dominijanni, il femminismo stesso può essere “ancella del neoliberismo”! – Al di là del Buco

  7. Pingback: Un corpo a corpo – Al di là del Buco

  8. Pingback: Libera sarai tu? di Cristina Morini | Quaderni di San Precario

  9. luisa ha detto:

    grazie

  10. rita ha detto:

    al di là delle controversie su femminismo, neoliberaliismo e dintorni, quel che mi colpisce prima di ogni altra considerazione è l’ipocrisia direi infantile e un po’ idiota di chi dice boiate tipo
    “Consentire a qualcuno di vendere sesso è un atto altamente morale perché non abbiamo tutti le medesime possibilità di accesso al rapporto sessuale”.
    “La prostituzione consente di migliorare la propria capacità di reddito indipendentemente dal punto di partenza”.
    “Ritengo che la prostituzione possa essere un’opzione più che desiderabile… per un calcolo di utilità e di convenienza”.
    “Il commercio sessuale serve a tenere in vita il matrimonio”……
    nel momento in cui ad esempio la Bacchiddu si offende (v. intervista pubblicata dal Fatto) perchè le hanno dato della puttana e lei ha una dignità e, sempre la Bacchiddu, non decide di prostituirsi nonostante la sua condizione di precaria!
    Cosa c’è di più facile che nobilitare la prostituzione in maniera anche scanzonata, tanto poi mica lo dobbiamo fare noi?
    Il conformismo ipocrita, in questo caso particolarmente rivoltante!

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