Appello Ruby, perché va abbassata quella condanna

 

E’ abbastanza evidente – lo scrive con dovizia di argomenti Alessandro De Angelis su Huffington Post – che la tenuta del ”patto del Nazareno”, garante delle sciagurate riforme del bicameralismo e della legge elettorale, è legata mani e piedi alla sentenza del processo d’appello sul Ruby-gate: il patto tiene se la pena inflitta a Berlusconi in primo grado (7 anni più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici) si addolcisce, salta se viene confermata. Non solo perché in questo secondo caso possono saltare anche i nervi dell’ex premier, ma anche perché una sua condanna definitiva sancirebbe il ”liberi tutti” nel suo partito, rafforzando l’ala che il patto del Nazareno non lo vuole onorare. Chi – come la sottoscritta – considera quel patto prelusivo a una ulteriore torsione plebiscitaria della democrazia italiana, deve per questo augurarsi che la Corte d’appello di Milano confermi la sentenza del Tribunale di primo grado?

E’ uno di quei casi in cui si misura il tasso reale, ovvero non strumentale, del garantismo tanto strombazzato a destra e a manca. Che come sempre deve avvalersi di una lettura accorta delle carte processuali. Lettura in questo caso lunga, ma non ardua, perché la sentenza (oltre 300 pagine) emessa un anno fa da Giulia Turri, Carmen D’Elia e Orsola De Cristofaro riordina e ripercorre tutte le fasi del processo seguendo l’impostazione della procura, esplicitata a suo tempo dalle memorabili requisitorie di Ilda Boccassini e Antonio Sangermano. E’ un documento che vale la pena leggere e mediatare, fra l’altro, per la cornice sociologica del teatrino di Arcore che ne viene fuori. Ma qui non è questo il punto, bensì quest’altro: i due reati attribuiti a Berlusconi – concussione per costrizione per la telefonata fatta alla questura di Milano la notte del 27 maggio 2010 con lo scopo di fare affidare la ”nipote di Mubarak” a Nicole Minetti invece che a una comunità; prostituzione minorile per aver fatto sesso con Ruby prima del suo diciottesimo compleanno – sono stati sufficientemente provati o no?

Vale ricordare intanto che la procura di anni di detenzione ne aveva chiesti 6 e non 7, contestando a Berlusconi la concussione per induzione e non per costrizione. La differenza fra le due fattispecie, ”spacchettate” dalla stessa legge Severino cui Berlusconi deve la sua decadenza da senatore, è non poco confusa e controversa. Ma com’è facile intuire, la seconda è più grave della prima e denota un abuso di potere cui il concusso – in questo caso i funzionari della Questura di Milano – non può sottrarsi. Decidendo per la costrizione, la Corte di primo grado ha in pratica attribuito alla telefonata di Berlusconi un valore ultimativo, ricattatorio e, per così dire, irresistibile. Senonché leggendo la ricostruzione che la stessa sentenza fa della famosa notte in procura – una sorta di sceneggiatura alla Ridolini – sorge il dubbio fondato che il comportamento inginocchiato dei funzionari, che la Corte di primo grado riconduce alla pressione ”costrittiva” di Berlusconi, sia dovuto viceversa a un asservimento spontaneo ai desiderata del premier. Tanto vero è questo che il Procuratore generale, nella sua requisitoria al processo d’appello di qualche giorno fa e a differenza di Boccassini e Sangermano, ha sentito giustamente il dovere di sanzionare quel comportamento prono e negligente. E tuttavia ha chiesto la conferma della condanna di primo grado, cadendo in una evidente contraddizione: se i funzionari della questura hanno agito in modo servile e senza ribellarsi alla pressione di Berlusconi, pur sapendo perfettamente che Ruby era marocchina e non egiziana e che secondo le regole doveva essere affidata a una comunità, dove sta la ”costrizione” di Berlusconi? E’ la tesi della difesa, che a me pare ragionevole. Ed è il primo punto debole della condanna di primo grado, che infatti, a mio modesto parere, dovrebbe essere e sarà derubricata a concussione per induzione nella sentenza d’appello.

Il secondo punto riguarda l’uso dei tracciati telefonici e delle intercettazioni. La difesa di Berlusconi ha sostenuto in appello che erano inutilizzabili, sulla base di argomenti tecnici che io non sono in grado di valutare, ma che alludono a una domanda che non ho mai smesso di farmi leggendo le carte del processo: è giusto un tale uso di intercettazioni per un reato di natura sessuale, che ha a che fare così profondamente con la vita intima – a qualsivoglia scala di valori sia ispirata – delle persone? Fatto sta che il processo si regge larghissimamente sulle intercettazioni. Non ci sono prove dibattimentali né del primo, né del secondo reato (grazie al fatto che i testi sono stati corrotti da Berlusconi, sostiene – non senza indizi pesanti – l’accusa). Per il secondo c’è in compenso una mole impressionante di indizi, tutti – tutti – ricavati da tracciati telefonici e intercettazioni. Indizi inanellati dall’accusa in una concatenazione logico-deduttiva (peraltro rivendicata da Boccassini e Sangermano) che, va detto con franchezza, non ha nulla del processo accusatorio, e tutto del teorema inquisitorio. Siccome Ruby si prostituiva abitualmente, e siccome girava con una quantità di soldi verosimilmente provenienti dalle tasche di Berlusconi, ergo si prostituiva anche con Berlusconi. Siccome le ”cene eleganti” erano in realtà i luoghi di esercizio di un ”sistema prostitutivo organizzato” (su questo però le testimonianze ci sono eccome), e siccome Ruby partecipò ad alcune cene, ergo Ruby dopocena ha fatto sesso con Berlusconi. Che lei neghi non conta nulla: teste inattendibile ed esperta nella simulazione. Il che è vero, ma sia detto per inciso: come mai è sempre alla parola femminile che si richiede un supplemento di credibilità?

Intendiamoci: la lettura della sentenza di primo grado, delle testimonianze portate in aula da alcune ragazze che hanno frequentato Arcore e se ne sono ritratte esterrefatte o nauseate, la descrizione dello stile di vita della Milano da bere che ne viene fuori bastano e avanzano per emettere un giudizio umano e politico più che severo su Silvio Berlusconi e il suo ”regime del godimento”. La verità storica, però, non sempre coincide con la verità processuale: quest’ultima non si accontenta di convinzioni, ha bisogno di forme. Sulla base di argomenti formali, la condanna di Berlusconi potrebbe e dovrebbe essere derubricata: certamente per il primo reato, più difficilmente per il secondo.

In questo caso, far saltare il patto del Nazareno sarà compito, arduo, di un’opposizione politica per ora esilissima. Una esilità cui nessuna sentenza giudiziaria può supplire.

 

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