Tsipras e la scena madre di Bruxelles

Pubblicato su Internazionale il 15/7/2015

Non mi pare interessante né divertente partecipare al gioco di società che già imperversa a destra e a manca sul tasso di tradimento o di lealtà alla causa di Alexis Tsipras. Su di lui, le parole giuste le trova secondo me Adriana Cerretelli sul Sole 24 Ore, riconoscendogli “l’audacia della capitolazione di fronte al diktat dei partner per salvare il suo paese dalla catastrofe incombente e il coraggio di smentire a Bruxelles le sue promesse anti-austerità pur sapendo di rischiare la poltrona al suo ritorno ad Atene”. Bisognerebbe essere stati lì, nei suoi panni – anzi nella sua ormai proverbiale giacca – e in quella situazione di estrema violenza – “waterboarding mentale”, parole del Guardian – per poterlo giudicare: e nessuno di noi era lì sotto tortura come lui.

Ci sarebbe semmai da discutere sulla sua mossa precedente, l’offerta di accordo – quella sì incomprensibilmente docile – inviata alla troika all’indomani del successo del no al referendum: una mossa che già lasciava trasparire o un incauto disarmo o, viceversa, un incauto azzardo (nel caso puntasse dritto a scambiare l’accettazione delle riforme con la ristrutturazione del debito).Ma su questo punto fa luce il racconto retrospettivo di Yanis Varoufakis, chiarendo una divergenza tattica e strategica interna al governo greco con categorie più serie di quelle del tradimento, o del fallimento destinato dell’unico governo di sinistra esistente in Europa, care a commentatori e politici nostrani. Il gioco di società serve solo, e come sempre, a distrarre l’attenzione dalla scena madre di questa vicenda, che è, e resta, appunto, la notte del waterboarding. Un crescendo drammatico, per chiunque l’abbia seguito minuto per minuto, che ha squarciato ogni velo sullo stato politico e morale dell’Unione dimostrando definitivamente alcune cose.

La prima: nella vicenda greca il problema non è, e non è mai stato, economico, bensì politico e, ci tornerò tra poco, morale. L’eclatante sproporzione tra l’allarmismo per il debito greco e la ben superiore massa di danaro bruciata in borsa senza allarme alcuno all’annuncio del referendum era già servita a dare ragione ai premi Nobel che sull’altra sponda dell’Atlantico considerano risibile la motivazione economica dell’irrigidimento dell’Unione europea. Così come i conti fatti non da Syriza ma dal Fondo monetario internazionale sull’insostenibilità di quel debito per la fragile economia greca avevano già reso noto al colto e all’inclita che per salvare la Grecia non ci vuole il taglio delle pensioni e l’aumento dell’iva ma il condono del debito medesimo.

Le ragioni dell’irrigidimento sono dunque politiche e, soprattutto, disciplinari. Non c’è bisogno di tornare su quelle politiche, che hanno reso immediatamente virale l’hashtag #ThisIsACoup: colpo di stato (come quello dei colonnelli, scrive oggi Varoufakis, con le banche al posto dei carri armati: ma non è che nel passaggio Berlusconi-Monti l’Unione europea ci fosse andata leggera), sfregio della democrazia referendaria (ignorata e punita) e di quella parlamentare (ridotta a mera esecutrice del diktat tedesco), delegittimazione e tentativo di sostituzione di un governo regolarmente eletto e reo di aver tentato politiche antiausterità, terapia preventiva del contagio greco in Spagna domani e chissà dove dopodomani.

Per tutto questo, tuttavia, non serviva il waterboarding: bastavano i rapporti di forza, nudi e crudi e non necessariamente violenti, o sadici. C’è dunque un eccesso, nella scena madre di Bruxelles, che va interrogato. Esso attiene a un’intenzione specificamente punitiva, disciplinare e moraleggiante che non è tesa solo a fare abbassare le penne ai giovanotti scapestrati di Atene, ma a mostrare esemplarmente a tutti, tramite loro, che l’Europa è questa o non è, che “l’ordoliberismo” è la religione monoteistica dell’Unione e le cosiddette riforme sono i suoi comandamenti, che chi non li osserva va trattato alla stregua di un infedele e che chi li osserva deve non solo eseguirli, ma farli propri e implementarli. Il passaggio parlamentare concesso e richiesto ad Atene assume da questo punto di vista, al di là delle procedure di facciata, un significato simbolico preciso: il neoliberalismo non governa con i carrarmati, esige che i governati approvino, in tutti i sensi, i suoi diktat, li interiorizzino e se ne facciano portatori; che i debitori si sentano in colpa e si inginocchino a espiare la colpa.

L’apparato informativo che dal 2008 in poi ha reso popolare il discorso economico prima riservato a pochi eletti, facendoci diventare tutti esperti di tasse, pensioni, spread e derivati come tutti diventano esperti di calcio ai Mondiali, è solo il veicolo attraverso cui passa questo poderoso dispositivo di disciplinamento morale su cui il neoliberalismo costruisce il suo consenso, mobilitando un’adesione etica singolare e collettiva. Perciò nella vicenda greca non ne va “solo” della democrazia: ne va della nostra libertà, della nostra intelligenza, della nostra capacità di resistere al waterboarding mentale. L’esperimento greco ha aperto la strada. Ora spetta a tutti noi, uno per uno, una per una, tenerla aperta, se vogliamo ancora puntare sulla costruzione europea altrimenti destinata alla rovina.

 

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