Una foto, quella foto

Pubblicato su Huffington Post il 4/9/2015

L’immagine al posto della cosa. Il primo comandamento del regime della visibilità assoluta ha fatto davvero molti proseliti, se il dibattito sull’opportunità di pubblicare la foto del corpo senza vita del bimbo sulla riva di Bodrum ha rapidamente sopravanzato il dibattito sui fatti che quella foto restituisce. Ma lo scandalo non è la foto, è il cadavere; non è averla pubblicata, è disquisire dell’etica della comunicazione invece, o prima, che dell’etica della guerra e della spietatezza delle politiche sui migranti.

Leggo le motivazioni pro e contro la pubblicazione di quell’immagine scritte dai direttori di giornali italiani e stranieri, scorro su Facebook centinaia di post pro e contro scritti da chiunque. Ci sono da un lato molte buone intenzioni pedagogiche: quella foto squarcia un brandello di realtà, allerta il sonno della ragione, scuote le coscienze, può dare fastidio solo a chi non vuole vedere quello che accade.

Dall’altro lato molte preoccupazioni altrettanto pedagogiche, e più o meno consciamente difensive: quella foto è sciacallaggio mediatico, pornografia della morte, abuso irrispettoso di minore e di cadavere; non serve a sensibilizzare chi alza muri, fornisce solo un alibi compassionevole a chi non regge il peso della colpa; esaspera la ridondanza di immagini che accompagna come un’arma di distrazione di massa la tragica odissea dei migranti; alimenta la catena del voyeurismo che dall’ossessione del selfie al consumo macabro della morte non risparmia più niente e nessuno.

Ma siamo sicuri? Nella (in)civiltà delle immagini, non tutte le immagini sono uguali, non tutte sono incorniciate allo stesso modo, non tutte si prestano allo stesso consumo; nessuna, probabilmente, ha il potere di educare o di formare chi le guarda, ma ciascuna tocca corde sopite e mute della nostra sensibilità; moltissime si sommano nel flusso indistinto della ridondanza mediatica, ma alcune hanno viceversa il potere di sospenderlo. E questo precisamente è il caso, o almeno così a me pare, della foto di Bodrum.

Da mesi, ormai anzi da anni, siamo quotidianamente investiti da raffigurazioni della cosiddetta “emergenza migranti” che non fanno che alimentare e confermare la percezione più stereotipata e fobica di una invasione massificata e indistinta, aliena e potenzialmente violenta. Foto di barconi stracolmi e vacillanti, foto di carovane che forzano i confini, foto di corpi provati, foto di cadaveri galleggianti senza nome e senza sepoltura, compresi i cadaveri di bambini scaraventati su Internet da una valanga di post, questi sì senza alcuno scrupolo né pudore; foto di occhi che ci guardano sperduti e muti all’arrivo su una terra promessa e ostile. Il messaggio è sempre lo stesso, un’odissea di massa senza nomi e senza storie che preme con la forza inarrestabile della “loro” quantità sulla “nostra” impotenza di spettatori senza qualità.

La foto di Bodrum è l’esatto contrario. C’è un bimbo, solo, riverso su quella riva; potrebbe essersi addormentato con i vestiti ancora addosso, i bambini spesso dormono in quella posizione, invece non si sveglierà mai più; potrebbe essere stato su quella spiaggia a giocare, invece giace lì come un relitto, simbolo incarnato di una condizione umana inerme, esposta e appunto derelitta. Non ci minaccia con la forza anonima di una massa aliena, ci interroga con la potenza singolare e perturbante, direbbe Freud, di qualcosa di familiare che ci si mostra inaspettatamente in una forma straniata. Come pure il militare che lo prende fra le braccia non evoca forze dell’ordine schierate a difesa di un confine, ma al contrario il gesto di pietà di un uomo disarmato che si sporge a soccorso di un altro, un gesto che chiunque di noi, ciascuno e ciascuna di noi, sarebbe chiamato a ripetere dalla tragica odissea dei profughi. Lo scatto della testimone, infine, non consegna la scena al tritacarne mediatico: riconsegna piuttosto quel bimbo al suo nome, alla sua storia, al suo diritto alla sepoltura, e al nostro dovere di riconoscere quel nome, quella storia, quel diritto.

Sono tutte singolari le foto che, come si ricorda in queste ore, hanno cambiato la nostra percezione dei grandi eventi storici. Una era la ragazza vietnamita che scappava nuda dalle bombe al napalm, una la donna rivestita di polvere che emergeva dalle macerie delle Torri gemelle, uno il ragazzo di fronte ai carri di Tienanmen, una l’aguzzina di Abu Ghraib (lo sanno bene gli strateghi della comunicazione dell’Isis, che infatti ci provocano perversamente con la serialità delle decapitazioni individuali). Queste foto ci ricordano che la Storia è fatta di storie, che ogni nostro singolo gesto ne risponde, che la condizione umana, universalmente vulnerabile ed esposta alla violenza dell’altro, si incarna nella vulnerabilità di ciascuno e ciascuna, e la salvezza può venire solo dallo sguardo dell’altro che la raccoglie e dal gesto dell’altro che la accoglie.

Queste foto non si mettono al posto dei fatti, li evocano invece senza scampo; non accompagnano il flusso della pornografia mediatica, lo interrompono invece e lo sospendono. Forse non arrivano a educare la nostra ragione, ma nemmeno ci parlano solo al cuore: si installano nei nostri sensi, aprendoli a quel perturbante da cui ci ostiniamo a difenderli con muri e confini tanto possenti quanto inutili e fragili.

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