La campana francese

Pubblicato su Internazionale il 16/12/2015

Nel suo tanto misogino quanto fortunato Sottomissione, pubblicato con gran clamore e gran favore di critica e pubblico nei giorni della strage di Charlie Hebdo, Michel Houellebecq si lancia in una fantasia-profezia politica che torna utile all’indomani delle elezioni regionali francesi. L’ipotesi è questa, che alle politiche del 2022, in uno scenario definito per un verso dall’irresistibile avanzata del Front national (Fn), dall’altro dalla finta alternanza tra una destra e una sinistra entrambe usurate, de-ideologizzate e devitalizzate, sarà una leadership islamica moderata a emergere e trionfare, nel pieno rispetto delle regole democratiche, sulle macerie dei valori repubblicani, ridotti nel frattempo a mero scongiuro retorico contro una guerra civile latente che si gioca tra bande radicali indigene e islamiche armate dei relativi feticci identitari.

Avvolta da un decadentismo reazionario e mossa da una dichiarata nostalgia per il patriarcato, la fantasia-profezia di Houellebecq aiuta tuttavia oggi a esercitarsi sulla domanda d’obbligo dopo il voto amministrativo in Francia: chi o che cosa avrà la meglio nei (o sui) sistemi politici tripolari “postideologici” basati sul conflitto tra sistema e forze antisistema che si vanno sostituendo, in Europa, a quelli bipolari e “ideologici” basati sull’alternanza tra (centro)destra e (centro)sinistra? La campana, è evidente, suona in Francia ma non solo per la Francia: e pur nella consapevolezza delle differenze sociali, culturali e istituzionali tra i diversi paesi, converrà ascoltarla con orecchie attente in tutta Europa, a cominciare dall’Italia.

Le analisi più accorte del voto francese hanno già messo in rilievo come la “frenata” imposta al Front national di Marine Le Pen dall’“unione repubblicana” di Sarkozy e Hollande sia una frenata relativa, e una vittoria per modo di dire. In primo luogo per il radicamento sociale di cui l’Fn nazionale gode e continuerà a godere nei fondali dell’impoverimento, delle paranoie xenofobe, del risentimento contro l’establishment nazionale, del rancore contro l’Unione europea. In secondo luogo perché questo catalogo sentimental-politico non è affatto confinato al 40 per cento dell’elettorato che vota per l’Fn ma dilaga a destra e a manca e detta l’agenda anche alle forze che pretendono di contrastarlo: lo spostamento a destra di tutto il discorso politico è patente e facilmente rintracciabile nelle dichiarazioni degli esponenti del “patto repubblicano”, una nobile gara a chi pianta più bandierine sulla sicurezza, sull’identità francese e sulla giusta dose di patriottismo. Che questo spostamento a destra sia coperto dalla retorica repubblicana e dalla solida tradizione di cui essa gode in Francia non conforta affatto, anzi: come ha scritto pochi giorni fa il filosofo Jacques Rancière, il guaio è precisamente che proprio i valori fondativi della république sono stati usati negli ultimi anni non in senso universalista, ma per alzare confini e barriere tra chi ne è “naturalmente” erede e portatore e chi non se ne lascia integrare e assimilare, alimentando il conflitto tra il “noi” e il “loro” che taglia ormai dall’interno la società francese.

In terzo luogo, la frenata è relativa perché porta alla luce la paralisi di un sistema politico tarato sul bipolarismo destra-sinistra ma disassestato da un tripolarismo ormai non più occasionale ma sempre più stabile, e che tuttavia, a causa della legge elettorale, resta sottorappresentato nelle assemblee elettive. Il che, lo capisce anche un bambino, riproduce e moltiplica al livello di sistema politico la dinamica di esclusione e risentimento da cui il “terzo polo” dell’Fn nasce a livello sociale. E mette a nudo la crisi di identità e di strategia in cui versano i due poli tradizionali di destra e di sinistra, capaci di assicurare la tenuta del sistema con un’alleanza ad escludendum, ma incapaci di dare risposte alle domande che il polo antisistema continua a porre e di cui continua ad alimentarsi.

Ed è qui che la campana francese suona per tutti, e prima di tutti per l’Italia. Dove la tendenza a serrare le file del sistema contro il cosiddetto pericolo antisistema è già in atto da tempo, e già da tempo combina parecchi guai senza risolvere nessun problema. Prima di pensare alle prossime elezioni basta ricordare le ultime, quelle del febbraio 2013, quando l’intera campagna elettorale fu dominata dalla contrapposizione retorica tra il fronte dei non meglio qualificati “riformisti” (all’epoca esteso da Mario Monti a Pier Luigi Bersani, che pure intendevano le riforme ciascuno a suo modo) contro l’assalto dei non meglio identificati “populisti” (all’epoca esteso a sua volta dal Movimento 5 stelle alla Lega nord ai trascorsi demagogici di Silvio Berlusconi).

Il risultato è ancora lì, in quel quasi 30 per cento di voti consegnati ai cinquestelle, nonché nel protagonismo mediatico guadagnato da Matteo Salvini e Giorgia Meloni; mentre il riformismo, finito in mano a Matteo Renzi, ha perso qualunque sia pur vaga connotazione di sinistra per diventare il compimento del progetto neoliberale lasciato inattuato da Berlusconi, e come ai tempi di Berlusconi condito con una consistente dose di populismo di governo, somministrato dall’alto invece che urlato dal basso.

Urge aprire le orecchie alle domande di contestazione del sistema invece che serrare le file a difesa del sistema

Per il futuro questa tendenza non può che accentuarsi, con il Partito democratico o il vagheggiato partito della nazione che punta sempre più a identificarsi con il centro di un sistema assediato dal pericolo antisistema, individuato più nei cinquestelle che nella meno consistente (e più addomesticabile, da Berlusconi) destra radicale. Sì che sappiamo già quello che ci aspetta: un serrate le file a difesa dell’esistente contro l’attacco dei barbari cinquestelle, senza nemmeno il sostegno della pur usurata retorica repubblicana francese, con un sistema che continua a fare acqua da tutte le parti, dalle banche alla classe politica, e con tutte le sacrosante istanze di opposizione, in gran parte ma non esclusivamente interpretate dal Movimento 5 stelle, liquidate come manifestazioni di demagogia, populismo o resistenza all’irresistibile narrativa renziana.

Urge perciò ridisegnare il campo, politico e discorsivo. Decostruire parole-schermo, come “populismo”, il cui abuso serve solo a delegittimare la pressione di domande o di rivolte scomode, o a oscurare le differenze tra domande diverse e diversamente orientate, o ad annebbiare le carenze di un riformismo senza popolo. Prendere atto che l’epoca della deideologizzazione e della rincorsa al centro ha finito col produrre una radicalizzazione dell’insoddisfazione sociale, spesso raccolta, ovunque in Europa, da forze politiche re-ideologizzate a destra; e che da questo punto di vista l’M5s andrebbe visto, qui in Italia, come un argine più che come un invasore. Realizzare che il bipolarismo (centro)destra-(centro)sinistra è finito anche e soprattutto a causa del progressivo appannamento della differenza tra destra e sinistra, e che questa differenza o si nutre di diverse visioni del mondo, diversi programmi e diverse pratiche o non si ricostruisce con le liste elettorali. Aprire le orecchie alle domande di contestazione del sistema invece che serrare le file a difesa del sistema. Archiviare l’epoca delle leggi elettorali concepite solo in funzione della governabilità e ridare spazio alla rappresentanza di tutti gli attori sociali mortificati dai dispositivi maggioritari. Infine ma non ultimo, aprire le porte al mondo e alle sue immense contraddizioni senza titillare nessuna nostalgia di identità minacciata o di sovranità perduta. Sarebbe un buon programma di lavoro per una sinistra che non si lasciasse intrappolare nella contrattazione tra sigle anch’esse appartenenti a un tempo che fu.

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