La deriva della politica costituzionale

Pubblicato su Democrazia e diritto 2016/2

C’è un tratto poco sottolineato della retorica renziana che consiste nel ricondurre a necessità storica, quando non a dato naturale, ciò che è invece oggetto di scelte politiche soggettive e contingenti. E’ un tratto importante, perché sintomatico di una contraddizione, e probabilmente di una debolezza, dell’ideologia dell’attuale classe di governo: l’appello ripetuto alla necessità urta infatti visibilmente con le pretese decisioniste del presidente del consiglio e del suo inner circle. Ed è in compenso del tutto organico – a onta della missione “rivoluzionaria” che il renzismo si attribuisce – alla razionalità neoliberale e alla naturalizzazione dell’esistente che essa sottintende e persegue. In questo intervento vorrei cercare di mostrare come questo circolo vizioso fatto di appello alla necessità, naturalizzazione dell’esistente e retorica rivoluzionaria abbia agito e stia agendo nella propaganda della riforma costituzionale.

A un certo punto dell’iter parlamentare della legge che porta il suo nome, la ministra Boschi l’ha glorificata come la riforma che gli Italiani “aspettavano da 70 anni”: ovvero, a essere precisi, da tre anni prima che la Carta del 1948 venisse promulgata. Giova tornare sull’episodio, perché raramente una sola frase riesce a condensare una tale capacità performativa di falsificazione del passato e di manipolazione del presente e, nei programmi della ministra, del futuro. Dire che la riforma della Costituzione era attesa, ed è stata mancata, per tutta la durata della sua vigenza, anzi fin dalla sua incubazione, significa capovolgere in un sol colpo il senso della narrazione sottostante a quel poco di patriottismo costituzionale radicatosi – a fatica – nel senso comune repubblicano: dalla storia di una difficile, sempre contrastata e sovente mancata attuazione, quella della Costituzione diventa la storia di un difetto originario mai riparato. L’effetto di delegittimazione della Carta è eclatante, e pari a quello di autolegittimazione dei riformatori di oggi: per sessantacinque anni abbiamo aderito a una Costituzione difettata, finché non sono arrivati i nostri eroi a raddrizzarla facendo quello che da sempre era necessario fare.

C’è poi un terzo effetto, di schiacciamento e contemporaneamente di strumentalizzazione della vicenda del riformismo costituzionale, che pure va preso in considerazione. Nella prospettiva della Costituzione difettata ab origine, è ovvio infatti che l’intera vicenda del revisionismo costituzionale diventa una vicenda di fallimenti, anzi la prova regina del fallimento di tutte le classi politiche che si sono succedute alla guida del paese. Sparisce in questa prospettiva, come ha notato Gustavo Zagrebelsky [1], il solco che separa i ripetuti assalti alla Costituzione tentati da forze eversive di destra – i vari Pacciardi, Sogno, Di Lorenzo, Borghese, Gelli – e i tentativi di riforma costituzionale che si sono succeduti dagli anni Ottanta in poi; e all’interno di questi ultimi, va aggiunto, spariscono le differenze e i conflitti fra le culture politico-istituzionali e le visioni strategiche della democrazia che li hanno di volta in volta ispirati. L’unica differenza che rimane è quella, artatamente disegnata ad usum rottamationis , fra i riformatori che non sono più di questo mondo, e da cui dunque non c’è da temere smentite, e quelli che si aggirano ancora fra noi: i primi hanno fallito ma oggi, se potessero, farebbero il tifo per i nostri eroi, i secondi hanno fallito e basta, e oggi gufano contro per invidia. In base a questo elementare criterio, un alfiere della democrazia partecipata come Pietro Ingrao è stato iscritto d’ufficio fra i sostenitori di una riforma oligarchica; e in base allo stesso criterio si evita d’altro canto il confronto ravvicinato con i tentativi di riforma degli anni ’90 e del decennio scorso, un confronto ben più scomodo per la resa dei conti che comporterebbe sul piano inclinato delle continuità e delle discontinuità fra la cultura politico-istituzionale dell’attuale governo e quelle del centrodestra e del centrosinistra che abbiamo conosciuto nel ventennio passato. Su questo confronto evitato, se non rimosso, vale dunque la pena di sostare un momento, tornando su quel nervo da sempre scoperto, anche per il senso comune della sinistra, che è la Bicamerale del ‘96-’98.

Non intendo inoltrarmi qui, né sarei in grado di farlo, in una comparazione tecnica fra la bozza di riforma della Costituzione concepita da quella commissione – e subito abortita in aula per volontà di chi più sembrava volerla, cioè di Silvio Berlusconi – e la legge Boschi su cui siamo chiamate/i a esprimerci nel prossimo referendum. Questa comparazione si risolverebbe molto probabilmente a vantaggio di quella bozza, non fosse che per il carattere esplicito di un intervento organico sulla forma di stato e di governo che la riforma Boschi occulta invece sotto l’apparentemente più bassa pretesa del “superamento del bicameralismo”. Ma qui non è un esercizio di modellistica costituzionale che mi interessa, bensì un confronto, completamente assente dal dibattito smemorato di oggi, fra alcuni presupposti storici e culturali sottostanti ai due progetti di riforma. A partire da una questione che allora infiammò gli animi e che stavolta non è stata nemmeno messa a tema, la questione delle condizioni in cui è lecita l’evocazione, o la pratica, del potere costituente. Di questo infatti si tratta, e non della revisione puntuale e puntiforme prevista nella nostra Carta, quando si pretende non di emendare questo o quell’articolo ma di riscrivere parti intere di una Costituzione, alterandone l’architettura, l’equilibrio e il senso complessivi.

Ora è noto che in presenza di un potere costituito, cioè sotto una Costituzione vigente, il potere costituente può essere rivendicato solo da una forza rivoluzionaria, o a compimento e riconoscimento di una spinta rivoluzionaria. In assenza di queste condizioni, la Costituzione può essere emendata con la procedura di revisione che essa stesse prevede, ma non riscritta del tutto o in gran parte, nemmeno sotto la foglia di fico – ci tornerò più avanti – di una riscrittura della “sola” seconda parte che lascerebbe inalterati i principi della prima. Fu precisamente questo l’argomento che la cultura costituzionalista tutt’intera oppose, a metà degli anni 90, alle pretese costituenti dell’allora “nuova” destra guidata da Berlusconi: il quale – andrebbe ricordato – agitò a lungo la minaccia di convocare un’assemblea costituente, sicuro di poterne conquistare la maggioranza sulla base dei rapporti di forza emersi nelle elezioni del ’94, per scrivere una nuova Costituzione che sancisse la “rivoluzione liberale” di cui egli si sentiva il protagonista e l’alfiere. Gli fu giustamente obiettato allora che in Italia non c’era stata nessuna rivoluzione, che dunque la Costituzione si poteva al massimo riformare ma non riscrivere, all’interno del parlamento. L’istituzione della bicamerale D’Alema fu, in quella situazione, un compromesso fra la pretesa del centrodestra di presentarsi come il nuovo potere costituente e il dispositivo di revisione previsto dall’articolo 138. So bene che questo compromesso è stato sempre letto, a sinistra, come un cedimento alle velleità berlusconiane; ma andrebbe letto piuttosto, o anche, come un tentativo di contenimento, e di educazione al galateo istituzionale, di un’onda d’urto che certamente non era una rivoluzione, ma che tuttavia esprimeva effettivamente l’emergere di una parte politica estranea al patto del ’48: la destra tricefala di An della Lega e di Forza Italia, portatrici rispettivamente di una cultura extra, anti e post costituzionale.

Se dunque l’evocazione del potere costituente fu giustamente bloccata allora, contro una forza che pure esprimeva – e lo si è visto nel corso del tempo – una consistente potenza destituente, com’è stato possibile arrivare, venti anni dopo, al paradosso inaudito di un governo costituente, ovvero di un esecutivo che avoca a sé, e senza neppure incontrare grandi resistenze, il potere costituente? In venti anni moltissima acqua è passata sotto i ponti, e non è certo questa la sede per analizzarla al microscopio. Ma va almeno ricordato che, saltato il tavolo della bicamerale ad opera di Berlusconi che di quella bozza era evidentemente tutt’altro che soddisfatto, le velleità costituenti della destra tricefala si sono successivamente infrante sulla bocciatura referendaria della sua proposta di riforma del 2006; e che la carica destituente di quella destra è stata via via riassorbita dal sistema, prima e tanto più dopo il crollo del regime berlusconiano nell’autunno del 2011. Una ragione di più per archiviare, o per riportare nell’alveo della fisiologia istituzionale, la questione delle riforme costituzionali. Che invece, dall’autunno del 2011 in poi, ha continuato a incombere sul discorso pubblico come necessità storica e come dover-essere del sistema.

Decisivo è stato, nell’imporre questa incombenza superegoica legandola a doppio filo alla disciplina europea del debito, il ruolo e il peso di Giorgio Napolitano, soprattutto nel momento dell’accettazione del suo secondo mandato, con la ramanzina al parlamento che tutti ricordiamo sul colpevole ritardo accumulato nell’ineludibile compito di “fare le riforme”. Ma non si può non ricordare che il ruolo del Presidente della Repubblica ha potuto essere così pesante in quanto si è avvalso di una “cultura riformatrice” che precisamente negli anni Novanta aveva via via conquistato – non senza conflitti aspri, anche se oggi dimenticati – il senso comune del suo partito, rendendo assai arduo il “contenimento” della spinta destituente della destra e anzi fornendole coperture demagogiche da sinistra. Basta pensare al dibattito di quegli anni sulla forma di governo, quando metà dell’allora Pds-Ds era impegnato a escogitare contrappesi alle proposte presidenzialiste della destra e l’altra metà buttava sul tavolo ipotesi come quella dell’elezione diretta del sindaco d’Italia, portando di fatto acqua al mulino del premierato assoluto poi introdotto nella riforma berlusconiana del 2006, e di fatto riproposto oggi dalla riforma Boschi. E’ lungo e tortuoso il percorso che ha reso “naturale”, a destra e a sinistra, riformare la Costituzione a senso unico, nell’unica direzione cioè del rafforzamento personalizzato dell’esecutivo, corredato e coperto da una patina di demagogia che ai cittadini toglie rappresentanza e promette protagonismo.

Ma con Renzi al mantra della necessità e alla “naturalizzazione” delle riforme si è di nuovo unita, nell’evocazione e nell’avocazione a sé del potere costituente, la retorica della rivoluzione. Come Berlusconi – ma in linea altresì con l’ossessione “nuovista” che ha accompagnato in tutta la sua storia il Pds-Ds-Pd – Renzi ha caricato la “novità” della sua ascesa al Nazareno e a palazzo Chigi di una valenza rivoluzionaria, facendone, con il sostegno determinante dei massmedia, una fonte, anzi “la” fonte, di auto-legittimazione e di auto-autorizzazione: forse a compensazione del deficit di legittimazione elettorale con cui il suo governo è nato, nonché del deficit di autorizzazione simbolica di cui tutti i leader programmaticamente in urto con la propria genealogia finiscono col soffrire. La bandiera pop della “rottamazione” condensa questa pretesa “rivoluzionaria” e questa illusione di un nuovo inizio che azzera l’esistente e riparte da capo. Con la differenza però, rispetto al precedente berlusconiano, che in questo caso l’attacco al sistema e alla “vecchia” politica suona ancora più stonato, provenendo da un leader che rispetto ad essa non può vantare nella propria biografia alcuna estraneità né eccentricità. Come e anzi ancor meno che nel ’94, non c’è nessuna rivoluzione in atto che possa legittimare, storicamente e politicamente, l’urgenza di una nuova Costituzione. Se la seconda Repubblica non è mai nata, la terza, che i media si sono affrettati a salutare all’annuncio dell’approvazione in parlamento della riforma Boschi, per nascere avrebbe bisogno di una bandiera più seria di quella della rottamazione, che non è sinonimo di rivoluzione.

Conosciamo bene la rozzezza del lessico biopolitico con cui questa bandiera è stata agitata mettendo giovani contro anziani, precari contro pensionati, popolo contro casta, ordinary people contro “professoroni” e “parrucconi”. Nei confronti della Costituzione, la rozzezza non è stata inferiore. Sotto l’imperativo della necessità corroborato dalla carica “rivoluzionaria” del giovanilismo renziano, a diventare oggetto di rottamazione non sono stati solo la Carta del 48 e la cultura del costituzionalismo, ma l’autorità stessa della Costituzione come patto fondamentale, che può sì, e talvolta deve, essere modificato, ma con la prudenza, l’ascolto reciproco e – se è ancora consentito usare questo termine – la solennità che si addice a un patto fondamentale. La riforma della Costituzione è stata invece trattata come e peggio di una legge qualunque, da un governo autoinvestitosi di un potere costituente che non gli pertiene e da un parlamento fortemente ipotecato dalla sentenza della Consulta sull’incostituzionalità del Porcellum. Il ritorno delle riforme costituzionali, dopo le bicamerali e le commissioni di saggi, alla fisiologica sede del dibattito parlamentare è stato così del tutto fittizio: per il protagonismo assoluto del governo nella stesura della proposta di riforma; per la scorrettezza dei metodi adottati per farla approvare (“canguri”, voti di fiducia, sostituzione di senatori dissenzienti in commissione, minacce di scioglimento); per il trasformismo che ne ha punteggiato il percorso; per la bassissima qualità, salvo pochissime eccezioni, del dibattito in aula, dove l’argomento principale a sostegno della riforma è stata la supposta necessità di passare da una democrazia rappresentativa – fatta eguale, nel dibattito, a “democrazia consociativa”, stigma col quale si suole ormai condensare tutta la vicenda storica della cosiddetta prima Repubblica – a una “democrazia decidente”, pass-partout per un radioso futuro europeo.

La torsione plebiscitaria e personalistica che il Presidente del Consiglio ha voluto imprimere al referendum confermativo della riforma, trasformandolo in una sfida sul suo governo e su se stesso, ha spinto buona parte del fronte del No a “raffreddare” la consultazione con l’invito a stare al merito tecnico della proposta. Non credo che sia una buona strategia: sottrarre il referendum al gioco di potere di Renzi non può e non deve significare spoliticizzarlo, ovvero sorvolare sugli effetti non meramente (dis)funzionali, ma eminentemente politici che il farraginoso articolato la riforma comporta. Dove per effetti politici si intende non la permanenza o l’addio di Matteo Renzi a palazzo Chigi, ma l’idea di democrazia che la riforma punta a realizzare, e la deriva di politica costituzionale che intende portare a compimento. Le due cose, ovviamente, si tengono. La deriva di politica costituzionale – o meglio, del revisionismo costituzionale – dell’ultimo trentennio ha avuto come costante il pervicace tentativo di spostare sulla Carta del ’48 le responsabilità della crisi e dell’ingolfamento della politica, e sull’ossessiva richiesta di nuove regole del gioco l’incapacità di giocare degli attori politici. La crisi della politica, in altri termini, è stata scaricata sulla presunta inefficienza della parte ordinamentale della Costituzione, imputata di pendere dalla parte della rappresentanza a discapito della decisione; lo scopo è sempre stato, da Craxi in poi, l’inversione della rotta, ovvero il rafforzamento dell’esecutivo a scapito della rappresentanza – fermi restando i sacri e inviolabili principi della prima parte della Carta, si è sempre (mentendo) sostenuto.

Non sarebbe difficile argomentare, classici e storia alla mano, che rappresentanza e decisione stanno insieme e cadono insieme, come infatti è accaduto nella vicenda italiana dalla fine degli anni ’70 in poi. Ancor meno difficile tuttavia è ricordare che è a far data dagli stessi anni che i think tank e le agenzie neoliberali, dalla Trilateral ai vertici dell’Unione europea, dalla J.P.Morgan alla Confindustria di casa nostra, non cessano di chiedere lo smantellamento delle Costituzioni del dopoguerra accusandole di un eccesso di democraticità, e puntando a ridurre a colpi di “decisione” la “complessità” delle domande sociali e dei diritti. Da questa prospettiva, le tre parole da cui siamo partiti – necessità, naturalizzazione, rivoluzione – acquistano tutt’altro senso: si tratta della necessità di obbedire ai diktat dell’unica (contro)rivoluzione che conta, quella neoliberale, e di facilitarla nel suo obiettivo di ri-naturalizzare i rapporti di dominio capitalistici, liberandoli dalla gabbia di contenimento del diritto e dei diritti. Con o senza riforma della Costituzione, e in barba alle giaculatorie sull’inviolabilità dei suoi principi, l’obiettivo è stato già parzialmente raggiunto, dato lo stato in cui versano la democrazia e il sistema dei diritti in Italia e ovunque in Occidente. Ma certo, sarebbe davvero un’ironia della storia se in Italia la palla andasse in rete proprio adesso che ovunque in Occidente, dall’Europa che si disfa agli Stati uniti che ribollono, la cappa dell’egemonia neoliberale comincia a mostrare crepe evidenti.

Vedo molti autorevoli avversari della riforma Boschi preoccupati di precisare che il loro No al referendum non è dovuto a conservatorismo, perché una riforma si può fare e va fatta, ma in un altro modo. Mi permetto di essere meno preoccupata sul conservatorismo, e più spregiudicata sul riformismo. Forse è arrivato il momento di abbandonare l’ossessione dell’ordinamento, e il relativo falso mantra sui principi che si mantengono inviolabili a parole e si violano abbondantemente nei fatti, e di intervenire proprio sui principi: non per tradirli, s’intende, ma per rilanciarli, aprendoli a soggetti e circostanze che i costituenti non potevano prevedere ma che non da oggi premono sull’immobilismo e la sordità del sistema politico. Si può essere certi che in questo caso gli schieramenti dei riformatori e dei conservatori si ridislocherebbero lungo tutt’altre linee da quelle attuali. Basta fare un gioco di fantasia e immaginare un emendamento all’articolo 1 che recitasse che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro produttivo e riproduttivo, o sul lavoro e sulla cura. Questa sì che sarebbe una rivoluzione.

[1] G. Zagrebelsky con F. Pallante, Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali, Laterza, Roma-Bari 2016, p. 3.

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