La prima volta di Hillary

Pubblicato su Internazionale il 10/6/2016

La storia è stata fatta, la pietra miliare è stata messa, il tetto di vetro è stato rotto. Hillary Clinton non risparmia le metafore nella notte che le consegna l’obiettivo di una vita: ci sono voluti 240 anni di storia degli Stati Uniti, 96 di suffragio femminile e cinquanta di determinazione personale, ma infine la prima nomination femminile alla Casa Bianca è arrivata. Un video prontamente installato sul suo profilo Twitter colloca il trofeo in cima a una lunga marcia trionfale e progressiva: le suffragette, Seneca Falls, il movimento di liberazione delle donne degli anni sessanta e settanta, le pari opportunità, il famoso discorso con cui la stessa Clinton affermò nella conferenza di Pechino del 1995 che i diritti delle donne sono i diritti umani, ed eccoci alla vittoria di oggi. La storia dell’emancipazione e della libertà femminile è in verità meno lineare e progressiva di così, e soprattutto c’è da dubitare che la nomination per la Casa Bianca ne sia il coronamento o il fine ultimo. Indubitabilmente lineare e senza cedimenti è stata invece la tenacia con cui Hillary ha perseguito il suo obiettivo dai tempi dei suoi studi di giurisprudenza a Yale a oggi, come documenta una galleria foto-biografica pubblicata su politico.com: e deve pur essere un premio a tanta tenacia la coincidenza per cui la nomination di oggi viene a cadere esattamente otto anni dopo quel 7 giugno del 2008 in cui Hillary dovette cedere il posto a un’altra prima volta, quella di un candidato nero, accontentandosi di rimarcare che per intanto lei aveva inferto 18 milioni di crepe, una per ogni voto ottenuto in quelle primarie, al famigerato tetto di vetro che la volta successiva avrebbe certamente ceduto.

Senonché, siccome la storia per l’appunto non procede linearmente, quel tetto cede ora in condizioni quantomeno contraddittorie, che fanno di questa prima volta di una donna sulla soglia del ruolo più potente del mondo un segnale tutt’altro che univoco. Lo spostamento a sinistra cui Hillary è stata costretta dalla campagna incalzante di Sanders non è riuscito a toglierle di dosso il marchio di appartenenza al detestato establishment contro cui, negli Stati Uniti quanto e forse più che in Europa, si sta giocando il rimescolamento dei sistemi politici e forse lo stesso destino delle democrazie occidentali. Con in più l’aggravante che nel caso in questione il detestato establishment oggi sotto accusa è precisamente quello che affonda le sue radici nel ciclo inaugurato dalla politica economica di Clinton (Bill) negli anni novanta e arrivato alla resa dei conti con la crisi dell’ultimo decennio. Sì che, per quanto favorita, anzi favoritissima, Hillary parta nel rush finale per la Casa Bianca, condurre la partita non le sarà affatto semplice. E si tratta di una partita in cui la bandiera del genere non ha molto da esprimere per come lei l’ha sempre agitata: cioè come lotta per la parità di una (ex) minoranza (ormai maggioranza: negli Stati Uniti le donne sono più della metà del corpo elettorale) svantaggiata, e mai come critica femminista della politica tradizionale e della matrice sessuata (al maschile) del potere.

Non è solo per questa centralità del conflitto antiestablishment, tuttavia, che il registro del genere sembra paradossalmente così decentrato proprio nel momento in cui si realizza “la prima volta” della nomination di una donna. La mia impressione è che quel registro si fosse in realtà ampiamente dispiegato, e in un certo senso consumato, durante la campagna elettorale del 2008, quando in gioco di donne ce n’erano due – Hillary per la presidenza in campo democratico, Sarah Palin per la vicepresidenza in campo repubblicano – e nel confronto fra loro erano emerse due interpretazioni radicalmente diverse, ma entrambe inadeguate, della differenza femminile in politica. Da una parte la sfida di Hillary per strappare al monopolio maschile la posizione di numero uno e chiudere la partita paritaria iniziata negli anni sessanta, dall’altra la sortita neotradizionalista di Palin che si accontentava della posizione di numero due offrendo alla paranoia securitaria dell’America post 11 settembre il conforto di un’immagine materna rassicurante e onnipotente. Di fronte una figura come quella di Obama, maschile sì eppure spiazzante sia rispetto all’egemonia secolare dell’uomo politico bianco sia rispetto allo stereotipo sessuale, e sessista, dell’uomo nero. Il quadro era ben più articolato di quello di oggi, in cui Hillary ripete la sua performance sulla rottura del tetto di vetro a fronte del sessismo di ritorno di Trump, che spunta come reazione al fatto che quel tetto, in realtà, le donne lo hanno già rotto da tempo, e tocca corde di misoginia ben più insidiose – ne sappiamo qualcosa dal ventennio berlusconiano – di quelle contrastabili con le rivendicazioni paritarie.

C’è poco da meravigliarsi perciò se “la prima volta” di Hillary non suscita nell’elettorato femminile americano un entusiasmo oceanico e appassionato. Agli umori antiestablishment, alle accuse motivate al suo credo neoliberale e alla sua politica estera non esattamente antimilitarista si aggiungono le critiche alla sua pratica del gender che erano già emerse otto anni fa: la sua freddezza power oriented, il suo scarso appeal sulle elettrici giovani ormai insensibili alla narrativa della discriminazione, la sua ostinata interpretazione, dopo il sexgate (e per di più davanti a una platea elettorale di cui le single sono diventate il segmento più forte), del ruolo della good wife e l’altrettanto ostinata esibizione di una coppia sempre più simile a una società per azioni per la conservazione del potere, sia pure oggi a parti “paritariamente“ invertite rispetto agli anni novanta. Hillary ha ragione a dire che con la sua nomination si avvera un altro pezzo del sogno americano che promette a tutti e a tutte, a ciascuno e a ciascuna, di poter diventare ciò che vuole e di ottenere il potere che vuole. Ma non si può dare torto a quante pensano che se quel sogno comporta prezzi tanto alti in termini di disciplinamento personale forse non ne vale la pena, e forse è perfino in contrasto con il diritto alla felicità e alla libertà altrettanto sacri nella cultura americana.

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