La deriva della politica costituzionale

Pubblicato su Democrazia e diritto 2016/2

C’è un tratto poco sottolineato della retorica renziana che consiste nel ricondurre a necessità storica, quando non a dato naturale, ciò che è invece oggetto di scelte politiche soggettive e contingenti. E’ un tratto importante, perché sintomatico di una contraddizione, e probabilmente di una debolezza, dell’ideologia dell’attuale classe di governo: l’appello ripetuto alla necessità urta infatti visibilmente con le pretese decisioniste del presidente del consiglio e del suo inner circle. Ed è in compenso del tutto organico – a onta della missione “rivoluzionaria” che il renzismo si attribuisce – alla razionalità neoliberale e alla naturalizzazione dell’esistente che essa sottintende e persegue. In questo intervento vorrei cercare di mostrare come questo circolo vizioso fatto di appello alla necessità, naturalizzazione dell’esistente e retorica rivoluzionaria abbia agito e stia agendo nella propaganda della riforma costituzionale.

A un certo punto dell’iter parlamentare della legge che porta il suo nome, la ministra Boschi l’ha glorificata come la riforma che gli Italiani “aspettavano da 70 anni”: ovvero, a essere precisi, da tre anni prima che la Carta del 1948 venisse promulgata. Giova tornare sull’episodio, perché raramente una sola frase riesce a condensare una tale capacità performativa di falsificazione del passato e di manipolazione del presente e, nei programmi della ministra, del futuro. Dire che la riforma della Costituzione era attesa, ed è stata mancata, per tutta la durata della sua vigenza, anzi fin dalla sua incubazione, significa capovolgere in un sol colpo il senso della narrazione sottostante a quel poco di patriottismo costituzionale radicatosi – a fatica – nel senso comune repubblicano: dalla storia di una difficile, sempre contrastata e sovente mancata attuazione, quella della Costituzione diventa la storia di un difetto originario mai riparato. L’effetto di delegittimazione della Carta è eclatante, e pari a quello di autolegittimazione dei riformatori di oggi: per sessantacinque anni abbiamo aderito a una Costituzione difettata, finché non sono arrivati i nostri eroi a raddrizzarla facendo quello che da sempre era necessario fare.

C’è poi un terzo effetto, di schiacciamento e contemporaneamente di strumentalizzazione della vicenda del riformismo costituzionale, che pure va preso in considerazione. Nella prospettiva della Costituzione difettata ab origine, è ovvio infatti che l’intera vicenda del revisionismo costituzionale diventa una vicenda di fallimenti, anzi la prova regina del fallimento di tutte le classi politiche che si sono succedute alla guida del paese. Sparisce in questa prospettiva, come ha notato Gustavo Zagrebelsky [1], il solco che separa i ripetuti assalti alla Costituzione tentati da forze eversive di destra – i vari Pacciardi, Sogno, Di Lorenzo, Borghese, Gelli – e i tentativi di riforma costituzionale che si sono succeduti dagli anni Ottanta in poi; e all’interno di questi ultimi, va aggiunto, spariscono le differenze e i conflitti fra le culture politico-istituzionali e le visioni strategiche della democrazia che li hanno di volta in volta ispirati. L’unica differenza che rimane è quella, artatamente disegnata ad usum rottamationis , fra i riformatori che non sono più di questo mondo, e da cui dunque non c’è da temere smentite, e quelli che si aggirano ancora fra noi: i primi hanno fallito ma oggi, se potessero, farebbero il tifo per i nostri eroi, i secondi hanno fallito e basta, e oggi gufano contro per invidia. In base a questo elementare criterio, un alfiere della democrazia partecipata come Pietro Ingrao è stato iscritto d’ufficio fra i sostenitori di una riforma oligarchica; e in base allo stesso criterio si evita d’altro canto il confronto ravvicinato con i tentativi di riforma degli anni ’90 e del decennio scorso, un confronto ben più scomodo per la resa dei conti che comporterebbe sul piano inclinato delle continuità e delle discontinuità fra la cultura politico-istituzionale dell’attuale governo e quelle del centrodestra e del centrosinistra che abbiamo conosciuto nel ventennio passato. Su questo confronto evitato, se non rimosso, vale dunque la pena di sostare un momento, tornando su quel nervo da sempre scoperto, anche per il senso comune della sinistra, che è la Bicamerale del ‘96-’98.

Non intendo inoltrarmi qui, né sarei in grado di farlo, in una comparazione tecnica fra la bozza di riforma della Costituzione concepita da quella commissione – e subito abortita in aula per volontà di chi più sembrava volerla, cioè di Silvio Berlusconi – e la legge Boschi su cui siamo chiamate/i a esprimerci nel prossimo referendum. Questa comparazione si risolverebbe molto probabilmente a vantaggio di quella bozza, non fosse che per il carattere esplicito di un intervento organico sulla forma di stato e di governo che la riforma Boschi occulta invece sotto l’apparentemente più bassa pretesa del “superamento del bicameralismo”. Ma qui non è un esercizio di modellistica costituzionale che mi interessa, bensì un confronto, completamente assente dal dibattito smemorato di oggi, fra alcuni presupposti storici e culturali sottostanti ai due progetti di riforma. A partire da una questione che allora infiammò gli animi e che stavolta non è stata nemmeno messa a tema, la questione delle condizioni in cui è lecita l’evocazione, o la pratica, del potere costituente. Di questo infatti si tratta, e non della revisione puntuale e puntiforme prevista nella nostra Carta, quando si pretende non di emendare questo o quell’articolo ma di riscrivere parti intere di una Costituzione, alterandone l’architettura, l’equilibrio e il senso complessivi.

Ora è noto che in presenza di un potere costituito, cioè sotto una Costituzione vigente, il potere costituente può essere rivendicato solo da una forza rivoluzionaria, o a compimento e riconoscimento di una spinta rivoluzionaria. In assenza di queste condizioni, la Costituzione può essere emendata con la procedura di revisione che essa stesse prevede, ma non riscritta del tutto o in gran parte, nemmeno sotto la foglia di fico – ci tornerò più avanti – di una riscrittura della “sola” seconda parte che lascerebbe inalterati i principi della prima. Fu precisamente questo l’argomento che la cultura costituzionalista tutt’intera oppose, a metà degli anni 90, alle pretese costituenti dell’allora “nuova” destra guidata da Berlusconi: il quale – andrebbe ricordato – agitò a lungo la minaccia di convocare un’assemblea costituente, sicuro di poterne conquistare la maggioranza sulla base dei rapporti di forza emersi nelle elezioni del ’94, per scrivere una nuova Costituzione che sancisse la “rivoluzione liberale” di cui egli si sentiva il protagonista e l’alfiere. Gli fu giustamente obiettato allora che in Italia non c’era stata nessuna rivoluzione, che dunque la Costituzione si poteva al massimo riformare ma non riscrivere, all’interno del parlamento. L’istituzione della bicamerale D’Alema fu, in quella situazione, un compromesso fra la pretesa del centrodestra di presentarsi come il nuovo potere costituente e il dispositivo di revisione previsto dall’articolo 138. So bene che questo compromesso è stato sempre letto, a sinistra, come un cedimento alle velleità berlusconiane; ma andrebbe letto piuttosto, o anche, come un tentativo di contenimento, e di educazione al galateo istituzionale, di un’onda d’urto che certamente non era una rivoluzione, ma che tuttavia esprimeva effettivamente l’emergere di una parte politica estranea al patto del ’48: la destra tricefala di An della Lega e di Forza Italia, portatrici rispettivamente di una cultura extra, anti e post costituzionale.

Se dunque l’evocazione del potere costituente fu giustamente bloccata allora, contro una forza che pure esprimeva – e lo si è visto nel corso del tempo – una consistente potenza destituente, com’è stato possibile arrivare, venti anni dopo, al paradosso inaudito di un governo costituente, ovvero di un esecutivo che avoca a sé, e senza neppure incontrare grandi resistenze, il potere costituente? In venti anni moltissima acqua è passata sotto i ponti, e non è certo questa la sede per analizzarla al microscopio. Ma va almeno ricordato che, saltato il tavolo della bicamerale ad opera di Berlusconi che di quella bozza era evidentemente tutt’altro che soddisfatto, le velleità costituenti della destra tricefala si sono successivamente infrante sulla bocciatura referendaria della sua proposta di riforma del 2006; e che la carica destituente di quella destra è stata via via riassorbita dal sistema, prima e tanto più dopo il crollo del regime berlusconiano nell’autunno del 2011. Una ragione di più per archiviare, o per riportare nell’alveo della fisiologia istituzionale, la questione delle riforme costituzionali. Che invece, dall’autunno del 2011 in poi, ha continuato a incombere sul discorso pubblico come necessità storica e come dover-essere del sistema.

Decisivo è stato, nell’imporre questa incombenza superegoica legandola a doppio filo alla disciplina europea del debito, il ruolo e il peso di Giorgio Napolitano, soprattutto nel momento dell’accettazione del suo secondo mandato, con la ramanzina al parlamento che tutti ricordiamo sul colpevole ritardo accumulato nell’ineludibile compito di “fare le riforme”. Ma non si può non ricordare che il ruolo del Presidente della Repubblica ha potuto essere così pesante in quanto si è avvalso di una “cultura riformatrice” che precisamente negli anni Novanta aveva via via conquistato – non senza conflitti aspri, anche se oggi dimenticati – il senso comune del suo partito, rendendo assai arduo il “contenimento” della spinta destituente della destra e anzi fornendole coperture demagogiche da sinistra. Basta pensare al dibattito di quegli anni sulla forma di governo, quando metà dell’allora Pds-Ds era impegnato a escogitare contrappesi alle proposte presidenzialiste della destra e l’altra metà buttava sul tavolo ipotesi come quella dell’elezione diretta del sindaco d’Italia, portando di fatto acqua al mulino del premierato assoluto poi introdotto nella riforma berlusconiana del 2006, e di fatto riproposto oggi dalla riforma Boschi. E’ lungo e tortuoso il percorso che ha reso “naturale”, a destra e a sinistra, riformare la Costituzione a senso unico, nell’unica direzione cioè del rafforzamento personalizzato dell’esecutivo, corredato e coperto da una patina di demagogia che ai cittadini toglie rappresentanza e promette protagonismo.

Ma con Renzi al mantra della necessità e alla “naturalizzazione” delle riforme si è di nuovo unita, nell’evocazione e nell’avocazione a sé del potere costituente, la retorica della rivoluzione. Come Berlusconi – ma in linea altresì con l’ossessione “nuovista” che ha accompagnato in tutta la sua storia il Pds-Ds-Pd – Renzi ha caricato la “novità” della sua ascesa al Nazareno e a palazzo Chigi di una valenza rivoluzionaria, facendone, con il sostegno determinante dei massmedia, una fonte, anzi “la” fonte, di auto-legittimazione e di auto-autorizzazione: forse a compensazione del deficit di legittimazione elettorale con cui il suo governo è nato, nonché del deficit di autorizzazione simbolica di cui tutti i leader programmaticamente in urto con la propria genealogia finiscono col soffrire. La bandiera pop della “rottamazione” condensa questa pretesa “rivoluzionaria” e questa illusione di un nuovo inizio che azzera l’esistente e riparte da capo. Con la differenza però, rispetto al precedente berlusconiano, che in questo caso l’attacco al sistema e alla “vecchia” politica suona ancora più stonato, provenendo da un leader che rispetto ad essa non può vantare nella propria biografia alcuna estraneità né eccentricità. Come e anzi ancor meno che nel ’94, non c’è nessuna rivoluzione in atto che possa legittimare, storicamente e politicamente, l’urgenza di una nuova Costituzione. Se la seconda Repubblica non è mai nata, la terza, che i media si sono affrettati a salutare all’annuncio dell’approvazione in parlamento della riforma Boschi, per nascere avrebbe bisogno di una bandiera più seria di quella della rottamazione, che non è sinonimo di rivoluzione.

Conosciamo bene la rozzezza del lessico biopolitico con cui questa bandiera è stata agitata mettendo giovani contro anziani, precari contro pensionati, popolo contro casta, ordinary people contro “professoroni” e “parrucconi”. Nei confronti della Costituzione, la rozzezza non è stata inferiore. Sotto l’imperativo della necessità corroborato dalla carica “rivoluzionaria” del giovanilismo renziano, a diventare oggetto di rottamazione non sono stati solo la Carta del 48 e la cultura del costituzionalismo, ma l’autorità stessa della Costituzione come patto fondamentale, che può sì, e talvolta deve, essere modificato, ma con la prudenza, l’ascolto reciproco e – se è ancora consentito usare questo termine – la solennità che si addice a un patto fondamentale. La riforma della Costituzione è stata invece trattata come e peggio di una legge qualunque, da un governo autoinvestitosi di un potere costituente che non gli pertiene e da un parlamento fortemente ipotecato dalla sentenza della Consulta sull’incostituzionalità del Porcellum. Il ritorno delle riforme costituzionali, dopo le bicamerali e le commissioni di saggi, alla fisiologica sede del dibattito parlamentare è stato così del tutto fittizio: per il protagonismo assoluto del governo nella stesura della proposta di riforma; per la scorrettezza dei metodi adottati per farla approvare (“canguri”, voti di fiducia, sostituzione di senatori dissenzienti in commissione, minacce di scioglimento); per il trasformismo che ne ha punteggiato il percorso; per la bassissima qualità, salvo pochissime eccezioni, del dibattito in aula, dove l’argomento principale a sostegno della riforma è stata la supposta necessità di passare da una democrazia rappresentativa – fatta eguale, nel dibattito, a “democrazia consociativa”, stigma col quale si suole ormai condensare tutta la vicenda storica della cosiddetta prima Repubblica – a una “democrazia decidente”, pass-partout per un radioso futuro europeo.

La torsione plebiscitaria e personalistica che il Presidente del Consiglio ha voluto imprimere al referendum confermativo della riforma, trasformandolo in una sfida sul suo governo e su se stesso, ha spinto buona parte del fronte del No a “raffreddare” la consultazione con l’invito a stare al merito tecnico della proposta. Non credo che sia una buona strategia: sottrarre il referendum al gioco di potere di Renzi non può e non deve significare spoliticizzarlo, ovvero sorvolare sugli effetti non meramente (dis)funzionali, ma eminentemente politici che il farraginoso articolato la riforma comporta. Dove per effetti politici si intende non la permanenza o l’addio di Matteo Renzi a palazzo Chigi, ma l’idea di democrazia che la riforma punta a realizzare, e la deriva di politica costituzionale che intende portare a compimento. Le due cose, ovviamente, si tengono. La deriva di politica costituzionale – o meglio, del revisionismo costituzionale – dell’ultimo trentennio ha avuto come costante il pervicace tentativo di spostare sulla Carta del ’48 le responsabilità della crisi e dell’ingolfamento della politica, e sull’ossessiva richiesta di nuove regole del gioco l’incapacità di giocare degli attori politici. La crisi della politica, in altri termini, è stata scaricata sulla presunta inefficienza della parte ordinamentale della Costituzione, imputata di pendere dalla parte della rappresentanza a discapito della decisione; lo scopo è sempre stato, da Craxi in poi, l’inversione della rotta, ovvero il rafforzamento dell’esecutivo a scapito della rappresentanza – fermi restando i sacri e inviolabili principi della prima parte della Carta, si è sempre (mentendo) sostenuto.

Non sarebbe difficile argomentare, classici e storia alla mano, che rappresentanza e decisione stanno insieme e cadono insieme, come infatti è accaduto nella vicenda italiana dalla fine degli anni ’70 in poi. Ancor meno difficile tuttavia è ricordare che è a far data dagli stessi anni che i think tank e le agenzie neoliberali, dalla Trilateral ai vertici dell’Unione europea, dalla J.P.Morgan alla Confindustria di casa nostra, non cessano di chiedere lo smantellamento delle Costituzioni del dopoguerra accusandole di un eccesso di democraticità, e puntando a ridurre a colpi di “decisione” la “complessità” delle domande sociali e dei diritti. Da questa prospettiva, le tre parole da cui siamo partiti – necessità, naturalizzazione, rivoluzione – acquistano tutt’altro senso: si tratta della necessità di obbedire ai diktat dell’unica (contro)rivoluzione che conta, quella neoliberale, e di facilitarla nel suo obiettivo di ri-naturalizzare i rapporti di dominio capitalistici, liberandoli dalla gabbia di contenimento del diritto e dei diritti. Con o senza riforma della Costituzione, e in barba alle giaculatorie sull’inviolabilità dei suoi principi, l’obiettivo è stato già parzialmente raggiunto, dato lo stato in cui versano la democrazia e il sistema dei diritti in Italia e ovunque in Occidente. Ma certo, sarebbe davvero un’ironia della storia se in Italia la palla andasse in rete proprio adesso che ovunque in Occidente, dall’Europa che si disfa agli Stati uniti che ribollono, la cappa dell’egemonia neoliberale comincia a mostrare crepe evidenti.

Vedo molti autorevoli avversari della riforma Boschi preoccupati di precisare che il loro No al referendum non è dovuto a conservatorismo, perché una riforma si può fare e va fatta, ma in un altro modo. Mi permetto di essere meno preoccupata sul conservatorismo, e più spregiudicata sul riformismo. Forse è arrivato il momento di abbandonare l’ossessione dell’ordinamento, e il relativo falso mantra sui principi che si mantengono inviolabili a parole e si violano abbondantemente nei fatti, e di intervenire proprio sui principi: non per tradirli, s’intende, ma per rilanciarli, aprendoli a soggetti e circostanze che i costituenti non potevano prevedere ma che non da oggi premono sull’immobilismo e la sordità del sistema politico. Si può essere certi che in questo caso gli schieramenti dei riformatori e dei conservatori si ridislocherebbero lungo tutt’altre linee da quelle attuali. Basta fare un gioco di fantasia e immaginare un emendamento all’articolo 1 che recitasse che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro produttivo e riproduttivo, o sul lavoro e sulla cura. Questa sì che sarebbe una rivoluzione.

[1] G. Zagrebelsky con F. Pallante, Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali, Laterza, Roma-Bari 2016, p. 3.

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Great again

Pubblicato su Internazionale il 9/11/2016
Sessanta milioni di elettori ed elettrici hanno deciso di “rifare grande l’America”, make America great again, affidando il compito a Donald Trump, “il presidente più impreparato della nostra storia” come lo definisce stamani un New York Times sconfitto, assieme a tutto il sistema dei media e dei sondaggi e al cosiddetto establishment, quanto e più di Hillary Clinton.

Lo slogan, ora si vede, era ben congegnato. Puntava dritto al tallone d’Achille della presidenza Obama, che lascia un paese in crescita malgrado la crisi più devastante degli ultimi novant’anni, l’occupazione in netta risalita, il salario minimo in crescita, un minimo di copertura sanitaria garantito per la prima volta nella sua storia, il nemico terrorista colpito se non affondato, la considerazione internazionale ripristinata dopo il buio dell’era Bush. Ma ha avuto l’imperdonabile ardire di abbandonare la retorica del paese più potente del mondo, padrone e gendarme del mondo, per metterlo, fin dall’inizio, di fronte all’ineludibile dato di realtà della perdita di potenza sovrana che il mondo globale e interconnesso comporta per chiunque lo abiti. Nessuno, a Obama, l’ha mai perdonato, fuori ma nemmeno dentro il suo partito. Make America great again era evidentemente la pulsione repressa che covava nell’inconscio americano: il “fantasma fondamentale”, direbbe qualcuno, di una lesione non rimarginabile di potere e primazia, che agiva sotto la pelle di un paese che pareva avercela fatta a tirarsi fuori dalla crisi geopolitica prima, economica e sociale poi, che l’aveva colpito dal 2001.

La politica, bisogna metterselo in testa, ha a che fare con i fantasmi. Lo sapeva bene Shakespeare all’inizio della modernità, ce lo dimentichiamo noi alla fine, ora che il mondo è assai più fuor di sesto, out of joint, di allora, e la politica ha divorziato dalla razionalità in cui la modernità l’aveva imbrigliata. Basta guardare all’esterrefazione con cui i commentatori del New York Times, Paul Krugman in testa, realizzano improvvisamente che il loro paese non si identifica più con la norma, e la normatività, liberaldemocratica, ma con un leader che programmaticamente le sfida. Eppure dovremmo averlo ormai capito che può accadere – accade sempre più spesso, e in Italia è accaduto prima che altrove – che un popolo si identifichi con un leader farlocco, truccato di finta onnipotenza, rivestito di soldi, armato di incitazioni alla trasgressione e di promesse di godimento, adornato di virilismo revanscista. Sono le identificazioni dei deprivati, degli impauriti, dei depressi. Di popoli disfatti e passivizzati, che proiettano su questi personaggi un bisogno di voce sistematicamente sospinto nell’irrilevanza dagli establishment neoliberali preoccupati solo della propria “stabilità”.

Sono fantasmi che contano, ghosts that matter, e che hanno evidentemente contato nell’elezione di Trump più di tutte le conte, e i conti, sull’incrocio fra razze, classi, generi, generazioni e quant’altro, in cui la sociologia e i sondaggi americani sono maestri e su cui stavolta hanno clamorosamente fallito. L’analisi dei flussi dirà nei prossimi giorni cose più precise, ma l’amara verità, a un primo sguardo, è che Trump ha vinto anche dov’era meno prevedibile. Ora si fa presto a scoprire che l’America della middle class bianca, precarizzata dalla crisi e dalla globalizzazione, s’è presa la sua rivincita, e che la mappa della vittoria di Trump coincide con la mappa della crisi economica e sociale. Ma fino a ieri era difficile afferrare non che questa dinamica fosse in atto, ma che fosse così eclatantemente maggioritaria, e così conquistabile dal suprematismo razzista e isolazionista di Trump. Non vale nulla, ma a me per esempio, che ho vissuto negli Stati Uniti per un anno prima che la campagna elettorale cominciasse, pareva una dinamica in atto ma minoritaria, in un paese che pareva a sua volta avere imboccato una via di uscita dalla crisi ben più solida e affidabile del pantano e della depressione europee. All’epoca, giugno 2015, chiunque, a sinistra e a destra e al centro, scommetteva con assoluta certezza che Hillary Clinton fosse già con tutti e due i piedi dentro la Casa Bianca.

Che cosa è successo da allora in poi? Per quanto tutte le reazioni, oggi, parlino di una sorta di “evidenza” della ragione sociale del voto, credo che bisognerebbe analizzare con più coraggio la dinamica politica, imprevista e sorprendente, di questa corsa presidenziale. Dove la protesta sociale, prima o insieme con il volto di Donald Trump, aveva preso, anche in quel caso inaspettatamente, il volto di Bernie Sanders. Un volto socialista, inaudito in un paese in cui l’aggettivo “socialista” era da sempre fuori corso, che incanalava nel verso giusto quasi un decennio di mobilitazioni antiliberiste e antiestablishment, oltre ad annunciare da sinistra la storica rottura del consenso della guerra fredda che Trump agita da destra.

È vero, Sanders ha perso le primarie, e non poteva neanche vincerle. Ma il partito democratico avrebbe dovuto in qualche modo cogliere il segnale, e cambiare strategia, narrativa e candidato. Da predestinata, Hillary era diventata improvvisamente una candidata fuori tempo massimo: perfino nel suo massimo atout, il mantra della “prima donna alla Casa Bianca”, in una società che sul versante progressista è ormai compiutamente post-gender, salvo rispolverare i ruoli sessuali sul versante tradizionalista. Si è voluto insistere su di lei – con in più l’errore fatale e francamente non necessario, da parte di Obama, di legare così strettamente alla sua elezione la propria eredità –, e la sua inevitabile associazione con le dinastie, l’establishment, le guerre, i finanziamenti sospetti, le bugie pubbliche e private (comprese quelle risalenti al sexgate), i legami con le banche, tutte cose che le società occidentali disfatte dalla crisi non sopportano più, ha avuto la meglio sulle sue virtù decantate di competenza ed esperienza.

Qualcuno notava, ieri notte, che oggi è l’anniversario del crollo del muro di Berlino. La storia cambia passo a Washington, altri muri si alzano, la guerra fredda è davvero sepolta ma il mondo ricomincia a tremare.

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La prima donna, l’ultimo uomo

Pubblicato su Internazionale l’8/11/2016

L’America è cinema, e nel grande schermo americano siamo tutti abituati a rispecchiarci e proiettarci da più di un secolo. Dunque non può stupire che nel kolossal della grande corsa alla Casa Bianca ci rispecchiamo anche noi europei, vedendoci ingigantiti tutti i segni della crisi politica e sociale che accomuna le democrazie occidentali di qua e di là dall’Atlantico. Del resto, i ruoli dei protagonisti sono così ben riusciti, anche e soprattutto nelle loro contraddizioni interne, da sembrare pensati a tavolino. Da una parte Donald il populista, businessman alla conquista del potere politico, maschio bianco alla riconquista del potere patriarcale, nativo all’assalto dello straniero, outsider all’arrembaggio del proprio partito; dall’altra parte Hillary la prima donna, politica navigata ma troppo d’establishment, femminista ma troppo moglie, progressista ma troppo neoliberal. Un plot perfetto per riconoscervi il presente e l’assai probabile futuro prossimo del vecchio continente: populismo contro establishment, fratture sociali contro rappresentanza, leadership personali contro partiti storici, xenofobia contro globalizzazione, muri contro società aperta. Se aggiungiamo il magistrale taglio inserito nella sceneggiatura al momento giusto dal capo dell’Fbi, il quadro si completa con lo scivolamento della divisione dei poteri in imprevedibile guerriglia tra i medesimi, altro guaio che infetta le democrazie costituzionali su tutt’e due le sponde dell’oceano. Di qua e di là il catalogo è questo, ed è quanto basta per lanciarsi nella facile profezia che di là come di qua non ci aspettano tempi facili, anche se, com’è auspicabile, il kolossal americano si concluderà, secondo la regola ferrea dell’happy end, con la magari non facile, magari risicata, magari al cardiopalma vittoria dei buoni sui cattivi, ovvero di Hillary, la prima donna, contro Donald, l’ultimo uomo.

Eppure, a un secondo sguardo, tra il vecchio e il nuovo continente le cose non sono così uguali, né seguono sempre la regola aurea del nuovo che anticipa il vecchio: con le merci, i soldi, le persone e i confini la globalizzazione rimescola anche i tempi, in un’inedita circolarità fatta tanto di sovrapposizioni e somiglianze quanto di scarti e differenze. Prendiamo il fenomeno Trump, tanto nuovo e stupefacente per gli osservatori americani quanto intriso di déjà vu per noialtri marchiati dal ventennio del Cavaliere: del quale Trump ricalca, com’è stato detto e ripetuto, tutto o moltissimo, dal tratto “alieno” del tycoon che piomba sull’arena politica (tratto che Berlusconi a sua volta ricalcava, a proposito di circolarità, da Ross Perot) alla fusione tra l’azione politica e il brand industriale, dal linguaggio rivolto alla pancia più che al cervello alla post-truth politics, dall’ostentazione della trasgressione fiscale all’uso e all’abuso della potenza sessuale come viagra del messaggio politico. Sì che quando i commentatori statunitensi si stupiscono delle identificazioni consce e inconsce che una figura fuori degli standard della moralità e della legalità come Trump riesce a suscitare, noi sappiamo purtroppo molto bene che queste identificazioni con il lato oscuro di un leader sono possibili, e possono essere molto tenaci.

Così come non ci stupisce, come ha scritto qualche giorno fa Jill Filipovic sul New York Times, che le donne statunitensi si siano paradossalmente trovate a pagare la vittoria femminista della prima candidata alla Casa Bianca con la campagna elettorale più sessista della storia. Le rivoluzioni non procedono mai linearmente e quella femminista non fa eccezione: il caso Trump negli Stati Uniti come il precedente Berlusconi in Italia dimostrano che quando gli uomini, cito ancora Filipovic, “non stanno al passo” del cambiamento femminile, la reazione maschile alla perdita di potere e identità può essere selvaggia. Tanto più se, come nel caso americano che in questo è diverso dal nostro, in questa perdita di identità le ragioni legate al mutamento di genere si mescolano a quelle di ordine demografico e razziale, e l’uomo bianco, assediato non solo dal vantaggio femminile ma dalle ex minoranze che diventano maggioranze e dai neri che si sono già presi la Casa Bianca, si sente davvero l’ultimo uomo: non più il metro di misura di tutti i subalterni, superiore per natura e vincente per definizione, ma un precario residuale e declinante. Uno spleen suprematista e razzista che non pare ancora altrettanto diffuso in Europa ma potrebbe diventarlo, come annuncia l’isteria xenofoba che fiorisce per ogni dove.

Passiamo facilmente, da qui, al principale fattore che fa la differenza tra la scena americana e quella europea. E che sta, lo si voglia o no, nell’eredità simbolica della presidenza Obama. Che essa sia in gioco a livelli ben più profondi della continuità di partito e di governo incarnata da Hillary Clinton, lo dimostra precisamente la virulenza dell’attacco di cui è stata ed è oggetto da parte di Trump e dei suoi, con i corollari della guerra ai neri e agli islamici, alla società multiculturale, al policentrismo in politica estera, al “politically correct” sul piano culturale. Il che, invece di condurre all’affrettata conclusione, molto in voga tra i commentatori di casa nostra, di un “fallimento” di Obama, dovrebbe piuttosto farci riflettere sulle modalità sotterranee e carsiche con cui sovente si forma e si esprime il conflitto nella società americana, meno incline di quella europea a dargli immediata rappresentazione politica. Se non bastasse l’esempio attuale dei gruppi di suprematisti, alt right, birtherist, cospirazionisti, antielitisti che hanno preparato l’exploit di Trump su canali extrapolitici come i siti Breitbart, si può tornare con la memoria ai network neocon e teocon che covarono a lungo sotto lo splendore progressista dell’impero clintoniano degli anni novanta, senza che in Europa nessuno ci facesse caso finché non divennero i pilastri ideologici di George W. Bush e della sua politica revanscista successiva all’11 settembre.

Il conflitto, d’altra parte, in questa lunga campagna elettorale non ha avuto solo la faccia di Donald Trump. Ha avuto anche quella di Bernie Sanders, troppo frettolosamente cancellata dalla inevitabile polarizzazione tra i due candidati degli ultimi mesi. Ma Sanders continua a contare, e non solo perché conteranno oggi, uno per uno, i voti dei suoi sostenitori, millennial soprattutto, che riuscirà o non riuscirà a dirottare su Hillary Clinton. Conterà in seguito, se proseguirà la sua battaglia per spostare a sinistra il Partito democratico e obbligherà Hillary a mantenere gli impegni programmatici presi con lui al lato della convention democratica di luglio. Conterà, soprattutto, se riuscirà a mantenere attivo il movimento che ha costruito, o meglio, cui ha saputo dare rappresentanza, non su base estemporanea ma grazie alla sedimentazione di una catena di aggregazioni e di lotte che vanno dalla mobilitazione per la prima elezione di Obama a Occupy Wall street a Black lives matter alle agitazioni nei campus universitari. Allo stato attuale, di là e di qua dall’oceano, l’unico “popolo” che aspiri a incanalare dichiaratamente a sinistra la rivolta contro gli effetti perversi della globalizzazione, della finanziarizzazione del capitale, del neoliberalismo. E forse l’unico che può riuscire nel miracolo di dare la sveglia alla sinistra europea, prima che a dargliela spunti anche da queste parti un altro Trump.

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Violenza sessuale, chi sa e chi fa

Pubblicato su Internazionale il 20/10/2016

Un’adolescente di tredici anni viene stuprata da un branco di sette giovani uomini per tre anni. Se la passano a turno, regista l’ex ragazzo di lei che la offre ora a un amico ora a un altro. Del branco fa parte il figlio di un noto mafioso, ma anche il fratello di un poliziotto in servizio a Milano. La ragazza subisce, in una condizione che il gip definirà “di recalcitrante rassegnazione”, per passività, per vergogna, per paura: è sotto ricatto, i sette la minacciano di mettere in rete le foto intime che le hanno scattato. Non parla, se non con una cugina che mantiene il segreto, ma ogni tanto scoppia a piangere e fa dei gesti autolesionisti, di cui nessuno sembra accorgersi. Finché a scuola non le danno un tema sui suoi genitori, lei finalmente mette nero su bianco che ce l’ha con loro perché non si sono mai accorti di quanto sta male, e lascia la brutta copia del tema sulla sua scrivania, dove la madre lo vede, lo legge e di nuovo chiude gli occhi: stavolta la figlia le racconta tutto “tranne i particolari”, ma lei si cuce la bocca, per paura del discredito in cui quella rivelazione può gettare la famiglia, o più banalmente per paura della famiglia mafiosa che quella rivelazione mette sotto accusa. Sono le insegnanti della ragazza, invece, a capire e a denunciare, e infine si muove anche il padre.

Accade a Melito Porto Salvo, pochi chilometri da Reggio Calabria, e la bomba scoppia poco meno di due mesi fa, quando, dopo un’inchiesta di più di un anno, i sette vengono arrestati e accusati di violenza sessuale di gruppo aggravata, atti persecutori, lesioni personali, favoreggiamento, detenzione di materiale pedopornografico e quant’altro. Il caso diventa mediatico: c’è l’orrore dei fatti, e c’è lo scandalo del silenzio di chi sapeva e ha taciuto. Il primo viene prima del secondo, ma il secondo fa più scandalo del primo; più che il branco fa notizia l’omertà, e l’omertà diventa l’atto d’accusa rivolto all’intera comunità. Il fatto, gravissimo senza dubbio, che alcuni – forse molti e comunque troppi, la madre in testa – sapessero e abbiano taciuto diventa nei titoli “tutti sapevano, nessuno ha parlato”. La fiaccolata in solidarietà della ragazza convocata a Melito da Libera e altre associazioni – 400 persone secondo alcuni, mille secondo altri su diecimila abitanti – da segnale positivo di una pur minoritaria reazione diventa prova provata d’indifferenza generalizzata, complici le avvilenti dichiarazioni del parroco (“purtroppo non è un caso isolato, c’è molta prostituzione in giro”, ergo la colpa non è dei maschi che violentano ma delle donne che si concedono) e di un altro sacerdote (“sono tutti vittime di questa società, anche i ragazzi”, ergo il contesto sociale è un’attenuante dei violentatori). Finché un’intervista televisiva di Tagadà a Stefania Gurnari, la madre di un bambino che dieci anni fa, sempre a Melito, fu colpito per sbaglio da un proiettile mafioso e anche allora nessuno vide e nessuno parlò, fa giustizia dello stereotipo: lei che da dieci anni parla e combatte e resta nel suo paese per cambiare le cose è lì in carne e ossa a dimostrare che non è vero che tutti tacciono, e che a Melito come ovunque nel mondo c’è chi subisce e c’è chi si solleva, chi si conforma e chi si ribella, ci sono i violenti e ci sono i giusti, e le giuste.

Venerdì mattina lo dirà la manifestazione contro la violenza che porterà in piazza istituzioni, centri femministi antiviolenza, scuole, università, sindacati: non a Melito Porto Salvo, com’era stato programmato all’inizio, ma a Reggio Calabria, uno spostamento di pochi chilometri voluto dalla magistratura a tutela della vittima e della correttezza del percorso processuale – decisione opinabile, che poco o nulla toglie all’esposizione mediatica della ragazza e molto invece all’effetto di sostegno a lei e a chi sta con lei che avrebbe avuto nelle strade in cui i fatti e i misfatti sono accaduti. Meritoriamente convocata dalla presidenza della regione, che l’ha accompagnata con impegni amministrativi concreti a favore dei centri antiviolenza e delle case-rifugio che in Calabria come altrove sono costantemente a rischio di chiusura, la manifestazione servirà a dire che in Calabria non c’è nessuna comunità omertosa per definizione, a dare alle istituzioni nazionali rappresentate dalla ministra Maria Elena Boschi, dalla presidente della camera e dalla presidente della commissione antimafia, l’occasione per battere un colpo, a inaugurare una campagna di comunicazione, informazione e formazione antiviolenza spalmata su tutta la società civile, a mostrare che, come scrive il blog suddegenere, il femminismo non si è mai fermato a Eboli. Servirà se non sarà solo una risposta di civiltà alle atrocità di Melito Porto Salvo, ma l’atto inaugurale di un percorso di autocoscienza capillare, maschile in primo luogo, che non diluisca le responsabilità nell’alibi dell’arretratezza sociale o culturale.

Un branco di maschi è un branco di maschi, a qualunque latitudine e di qualunque colore essi siano, abbiamo scritto lo scorso gennaio su queste pagine a proposito delle molestie sulle donne durante il capodanno di Colonia. Valeva allora contro la scusante – o l’aggravante, secondo i punti di vista – della specificità culturale degli immigrati, vale adesso contro la scusante o l’aggravante della cultura oppressiva e omertosa di Melito Porto Salvo, vale a Ravenna dove pochi giorni dopo i fatti di Melito una ragazza viene stuprata in una discoteca e le sue amiche filmano indifferenti la scena e la mandano su WhatsApp. La questione, prima che sociale, è maschile, a Melito come altrove. Il movente, lo sanno bene le amiche che con questo hanno a che fare quotidianamente nei centri antiviolenza, è sempre lo stesso, il tentativo violento di ridurre a cosa una donna e a possesso un rapporto. E se c’è una responsabilità di chi sa, la responsabilità prima resta di chi fa. Non è vero che gli stupratori sono anch’essi vittime di una società ostile, e non è neanche vero che nelle comunità che essi sfregiano sono tutti e tutte ugualmente responsabili.

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Quindici anni dopo

Pubblicato su Internazionale l’11/9/2016

Commemorando per l’ottava e ultima volta nella sua presidenza le vittime degli attentati dell’11 settembre di quindici anni fa, Barack Obama ha fatto appello ai “valori costitutivi” dell’identità americana: pluralità, apertura, welcoming senza discriminazioni di razza, di sesso, di etnia, di fede religiosa. Solo restando fedeli a questi valori, ha aggiunto, “porteremo avanti l’eredità di quelli che abbiamo perduto”. Al netto di una lettura elettoralistica del suo discorso, evidentemente volto anche a marcare un discrimine netto rispetto ai valori di segno contrario che muovono la retorica e i programmi di Donald Trump, l’associazione fra l’eredità delle vittime dell’11 settembre e l’etica dell’apertura e della tolleranza sigilla degnamente un doppio mandato presidenziale contrassegnato dalla volontà di portare lo spirito pubblico americano fuori dalla scia di vendetta, ritorsione e revanchismo che avevano caratterizzato la reazione dell’amministrazione Bush agli attentati di quella limpida e fatale giornata di settembre di quindici anni fa.

Che Obama, e con lui la società americana, siano riusciti definitivamente o solo temporaneamente in questa impresa è una delle poste in gioco, se non “la” posta in gioco, della corsa alla Casa Bianca che si concluderà il 7 novembre. In attesa del responso, mai come quest’anno è opportuno guardare all’anniversario dell’11 settembre da questa sponda dell’oceano, con occhi europei. Più d’un paragone, intanto, sorge spontaneo: per fare un esempio, fra l’appello di Obama ai valori fondamentali americani e quello recente di Valls ai valori fondamentali francesi, evocati nella fattispecie per combattere il burkini. O per farne un altro, fra il muro programmato da Trump ai confini con il Messico e quello già deciso dal governo inglese a Calais. Due tra i molti segnali che l’onda lunga dell’11 settembre si sta abbattendo sulle coste europee perfino con maggiore violenza che su quelle americane. E forse con meno anticorpi.

Dall’attentato a Charlie Hebdo in poi, passando per il Bataclan e per la lunga scia del terrore che ha insanguinato l’estate del vecchio continente, i roboanti e ricorrenti titoli su “l’11 settembre europeo” dicono solo metà della verità: l’Europa sta sperimentando adesso quel ventaglio di problemi e di angosce che quindici anni fa ha fatto irruzione sulla scena mondiale, ma da cui il vecchio continente ha creduto a lungo di essere immune delegandone il vissuto e la soluzione agli Stati Uniti. È questa la ragione per cui tutto il dibattito europeo sul terrorismo appare viziato, passatemi il gioco di parole, da uno stupore stupefacente, e da una ripetizione irritante.

Lo stupore stupefacente viene da lontano. Qualcuno forse ricorderà la diatriba sull’occidente diviso fra Marte (gli Stati Uniti) e Venere (l’Europa) che impegnò dopo l’11 settembre intellettuali e opinionisti sulle due sponde dell’Atlantico. Una diatriba fatua, non solo sul versante di chi da posizioni guerrafondaie difendeva le virtù di Marte contro la mollezza di Venere, ma anche sul versante opposto di chi difendeva la cautela di Venere contro l’irruenza di Marte sottintendendo, non senza una certa spocchia, un giudizio autoevidente sulla superiorità del modello europeo – pace e stato di diritto, integrazione universalistica e stato sociale – rispetto a quello americano – imperialismo e interventismo, eccezionalismo e sospensione facile delle garanzie, multiculturalismo ghettizzante.

Quella spocchia era molto malriposta, come i fatti si sono incaricati di dimostrare nel quindicennio successivo. Durante il quale sono stati semmai gli Stati Uniti a indicare, con l’elezione del primo presidente afroamericano, meticcio e riluttante a indossare i panni del gendarme del mondo, una via d’uscita dalla risposta identitaria e nazionalista, securitaria e guerrafondaia di George W. Bush all’11 settembre. Mentre l’Europa non elaborava alcuna visione alternativa del Medio Oriente e si accodava a ranghi sparsi e subalterni a tutte le guerre in corso; e al suo interno, lungi dal presidiare il famoso “modello europeo”, consentiva che venisse smantellato pezzo per pezzo dai diktat neoliberali dell’Unione, e lungi dal tenere alta la bandiera dell’universalismo con nuove e preventive politiche di accoglienza e integrazione erigeva muri, si chiudeva a fortezza, emetteva editti contro l’uso del velo e faceva della paura degli invasori, terroristi e non, la propria retorica costitutiva.

Già stupefacente quindici anni fa (e già smentita, peraltro, dalle stragi di Madrid e di Londra del 2004 e 2005), l’illusione europea di poter restare al riparo dall’attacco del terrorismo internazionale suona dunque oggi come il segnale di un enorme e colpevole ritardo accumulato per quindici lunghi e decisivi anni. Non solo sul piano politico e geopolitico, ma anche, e forse ancora più colpevolmente, sul piano culturale. E qui vengo alla ripetizione irritante.

L’11 settembre non fu solo un evento sconvolgente per l’ordine mondiale. Fu anche, come si disse allora, un enorme evento filosofico. Mostrò la senescenza delle categorie consolidate del pensiero politico di fronte a una globalizzazione che sconvolgeva le stesse coordinate spaziali e temporali costitutive della modernità, e tutte le categorie – sovranità, identità, logica simmetrica amico-nemico – costitutive dell’ordine politico moderno. L’interpretazione dell’attentato alle Torri gemelle in termini di scontro di civiltà, con l’islam all’attacco dell’occidente che domandava una ritorsione uguale e contraria, fu certamente la lettura mainstream che ispirò la reazione americana in Afghanistan e in Iraq, ma non fu l’unica, e fin da subito si rivelò, sulla base di una lettura attenta dell’evento, la più fallace: la forma, gli effetti, perfino l’estetica dell’attentato ne suggerivano un’altra.

Le quasi tremila vittime, di oltre 60 diverse nazionalità, dicevano che l’attacco non era all’America ma alle promesse cosmopolitiche della globalizzazione. La sceneggiatura hollywoodiana dei due aerei che tagliavano le Torri gemelle diceva che tutto, dalla tecnologia all’immaginario dell’attentato, non veniva da un altro mondo ma da un esterno interno all’occidente: Jacques Derrida parlò allora di un attacco autoimmunitario, molto prima che fossero i documenti dei terroristi reclutati dal gruppo Stato islamico fra gli immigrati europei di seconda generazione a certificare che l’islamizzazione del radicalismo, come la chiama oggi Oliver Roy, è un fenomeno che si alimenta nelle periferie delle nostre metropoli. Ancora, l’irruzione sulla scena dell’attentatore suicida, disposto a uccidersi per uccidere, diceva che nessuna guerra di tipo tradizionale può averla vinta sull’asimmetria di uno scontro privo di quella regola istintiva e primaria di deterrenza che consiste nel non dare la morte per salvaguardare la propria vita.

Di fronte a tutto questo ci fu chi come Oriana Fallaci reagì agitando la rabbia e l’orgoglio, un binomio tuttora coccolato dai nostri media mainstream a sostegno della xenofobia e dell’islamofobia montante. Ma ci fu anche chi come Judith Butler ne trasse materia, al contrario, per una ontologia politica della vulnerabilità e dell’interdipendenza, e per una pratica della convivenza basata sull’elaborazione del lutto. Ci fu chi, come James Hillman, lesse nella ferita che si era aperta nell’inconscio americano la sorgente di una inedita consapevolezza del limite della prima potenza mondiale. O chi, come Spike Lee, immaginò nella Venticinquesima ora di un tempo fuor di sesto la possibilità per il sogno americano di rimediare i propri errori. Tracce di un pensiero della contemporaneità che come tutto, da quella luminosa e vitrea mattina di quindici anni anni fa, non è più lo stesso, ma che da quella ferita del corpo, del pensiero e dell’inconscio si è lasciato attraversare senza chiudersi in un arrocco difensivo, come sta avvenendo invece nel dibattito pubblico europeo sempre più dominato dall’ossessione securitaria. Oggi, scrive il New York Times, c’è il rischio che i bambini americani nati dopo l’11 settembre non ne ricevano memoria alcuna, e guardando le immagini in tv chiedano “ma davvero è successo tutto quel casino?”. In Europa siamo noi adulti ad averne una memoria selettiva, abbarbicata a un bisogno di sicurezza che impugna i “valori fondamentali” come pietre per elevare muri, e nega il lutto a chi muore sui confini. Quindici anni dopo, anche per l’Europa c’è bisogno di una venticinquesima ora.

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Pubblicità regresso

Pubblicato su Internazionale il 1/9/2016

In un’Italia sommersa dalle immagini di valanghe di rovine e di cadaveri, che vengano da Amatrice o da Aleppo (nessuno l’ha notato, ma sono pressoché sovrapponibili). In un’Italia ossessionata dalla fobia dei migranti, che non si sa mai dove mettere e che sarebbero l’unica garanzia contro la crescita zero, demografica ed economica. In un’Italia massacrata da una crisi economica senza uscita, dove i diritti sociali sono carta straccia, il welfare è un vago ricordo e la precarietà è diventata una forma di vita. In un’Italia depressa, ansiosa e rancorosa, dove la politica non offre più canali positivi all’insoddisfazione sociale. In un’Italia che puzza di vecchio, per la senescenza delle idee e per la depressione delle energie più che per l’età media della popolazione. In un’Italia dove sembra che più nulla di pubblico possa essere detto nella lingua materna, il governo lancia una campagna pubblicitaria per un “Fertility Day” che fa venire voglia ai pochi che ci vivono ancora di fare le valigie, altro che allestire culle con trine e merletti.

Ci vogliono riportare agli anni cinquanta, paventano molte reazioni femminili sui social. Sì e no. È vero che la tipa (triste) con la clessidra in mano della prima cartolina pubblicitaria ricorda le ragazze (allegre) con la bottiglia di Coca-Cola in mano del decennio del boom, ma l’intera serie delle cartoline ministeriali va a pesca nell’immaginario di parecchi decenni, compreso quello attuale. Evoca l’imperativo fascista di fare figli degli anni venti e trenta, tanto per cominciare: dato che siamo in Italia, dove il fascismo è sempre endemico, si va sul sicuro. Ma strizza l’occhio allo slang della sinistra radicale, con lo slogan “la fertilità è un bene comune”. E solletica l’etica neoliberale, col riferimento alla “creatività” delle generazioni precarie. Che volete di più da una campagna ministeriale? L’agenzia di comunicazione che l’ha prodotta deve averci pensato su bene. Col risultato di mandare in bestia tutte, e molti: c’è un troppo che storpia, e suona più o meno come una presa per i fondelli. Un messaggio di pedagogia autoritaria camuffato da pedagogia auto-imprenditoriale, in perfetto stile neolib-neocon. Troppo smaccato: perfino Renzi ha dovuto prenderne le distanze.

Epperò dev’essere vero che ogni società ha il governo che si merita. Perché le reazioni contro la pubblicità-regresso riescono a essere a loro volta non meno regressive del messaggio ministeriale. Si va dalle proteste, alla Saviano, contro l’uso statuale della fertilità come “bene comune”, che sarebbe lesivo della sua intangibilità individuale e privata, alle sollevazioni femministe contro l’ingiunzione a procreare in un paese in cui tutto, dalla disoccupazione ai bassi stipendi e dalla precarietà alla mancanza degli asili nido, fa ostacolo al desiderio di maternità. Su tutto domina un linguaggio statistico-economico che con la lingua del desiderio ha pochissimo a che fare: è vero, il problema c’è, in Italia il tasso di natalità è troppo basso, il paese invecchia, i giovani tardano a farsi una famiglia, le donne non ce la fanno a tirare avanti lavoro (quando c’è, ma non c’è) e figli, ci vogliono politiche per la famiglia non campagne pubblicitarie a effetto… Ma siamo sicure?

Tanto per cominciare, il problema della bassa crescita, o della decrescita, demografica è un classico problema che andrebbe affrontato in termini globali e non nazionali. E in termini globali, notoriamente, il problema non c’è, semmai c’è il problema opposto. Che l’Italia, e l’Europa tutta, invecchino e mettano al mondo pochi bambini non è solo un effetto della crisi economica e dello smantellamento del welfare: è anche un effetto dei muri che si alzano, dell’arroccamento xenofobo e razzista, di politiche dell’immigrazione ossessionate dalla sicurezza e senza alcuna sensibilità demografica, di politiche militari incuranti della vita che nasce e cresce oltreconfine, per tacere di altri fattori culturali che pesano come macigni, dalla crisi dell’idea di futuro al declino dell’egemonia occidentale.

In secondo luogo, il calo della fertilità non è attribuibile solo a ostacoli di natura economica. Non si può affrontare il tema come se il desiderio di maternità fosse un dato certo, ostacolato dalla mancanza di reddito, sussidi e strutture. Un lavoro fisso, uno stipendio e un asilo nido sotto casa di certo incoraggiano a mettere al mondo un figlio più di quanto scoraggino la disoccupazione, il precariato e l’assenza di incentivi, ma poi, anzi prima, c’è dell’altro. C’è la logica, e l’ambivalenza, del desiderio, che non è mai un dato certo: c’è e non c’è, ci può essere e può non esserci, va e viene, può imporsi e può fallire, senza per questo diminuire la pienezza della vita di una donna. C’è la logica, e la fragilità, delle relazioni fra i sessi scosse dalla fine del patriarcato, che si ripercuote per vie spesso insondabili sull’infertilità delle coppie. Ci sono le incertezze dell’identità sessuale, il gender trouble che non si sa perché siamo tutte pronte a rivendicare come fattore di libertà ma non sempre facendoci carico del trouble che comporta anche sul piano procreativo. C’è la logica imprevedibile della sessualità, che ha a che fare con le ragioni dell’inconscio e non con la contabilità della spesa sociale. C’è la logica più prevedibile ma tutt’altro che certa delle tecnologie riproduttive che l’infertilità ambirebbero a risolverla. E c’è, su tutto, la libertà di non fare figli, che nel femminismo abbiamo guadagnato come libertà di grado non inferiore a quella di farli.

Quando si parla di fertilità e crescita, o decrescita, demografica, il catalogo è questo, non, o non solo, quello di un esercizio di buona volontà, come vorrebbe la pubblicità-regresso del governo, o quello delle politiche sociali inesistenti, come vorrebbe chi la contesta. È il catalogo che fu scoperchiato, agli albori del femminismo, dalla pratica dell’autocoscienza, una pratica che ci insegnò fra l’altro, vorrei dire a Roberto Saviano, come si rende politico un problema personale senza per questo renderlo disponibile a imposizioni statuali. È quel catalogo che va ripreso in mano contro l’album delle cartoline ministeriali: a patto di non pararsi, questo invece vorrei dirlo alle giovani amiche femministe, dietro una retorica di auto-vittimizzazione economica che non aiuta l’economia del desiderio.

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La famiglia di Filadelfia

Pubblicato su Internazionale il 28/7/2016

Volano, gli anni. E non sembra vero che stia già per passare alla storia l’album fotografico della presidenza Obama che scorre sul palco della convention democratica di Filadelfia prima che lui, palesemente commosso, entri in scena. Sono volati anche per lui, era così giovane 12 anni fa alla sua prima convention a Boston e invece adesso, glielo dicono sempre Malia e Sasha, ha i capelli grigi, ma non si è ingrigita “la fede di allora nell’America grande e generosa, che ha reso possibile la mia storia”. Quell’America, “l’America che ho visto io, festeggiando e piangendo con voi”, non andrà a finire nelle mani e nelle paranoie di Trump. Perché in otto anni l’America è stata messa alla prova dalla peggiore recessione della sua storia e dagli eventi internazionali, molto è stato fatto e molto resta da fare, c’è ansia per le ingiustizie sociali e le divisioni razziali, “per la pazzia di Orlando e per quella di Nizza”; ma, Obama lo sa e lo rivendica, il paese che lui lascia è migliore di quello che aveva trovato nel 2008. E non merita quella marea di “pessimismo, risentimento, rabbia, odio” che s’è vista montare a Cleveland la settimana scorsa, e che alza la posta in gioco delle elezioni di novembre: una scelta, dice il presidente americano ma qui le sue parole non risuonano solo in America, non tanto fra destra e sinistra, quanto “fra un popolo che si autogoverna” e l’illusione della delega ad un uomo solo al comando. Fra lo “yes we can”, scandisce Obama, e lo “yes, he, o she, can”. Il punto è tutto lì: “l’America è già grande”, e la sua grandezza “non dipende da Trump, non dipende da una sola persona, dipende da noi, we the people, e dalla nostra capacità di forgiare il nostro destino”. Autogoverno, sindacati, partecipazione: è il vocabolario classico della democrazia che Obama snocciola contro l’avversario, chiamando a mobilitarsi l’America che dal palco di Filadelfia tutti invocano: l’America che sa che “tutti insieme siamo più forti, bianchi e neri, ispanici e asiatici, donne e uomini, eterosessuali e omosessuali”; l’America della classe media, l’ordinary people “capace di cose straordinarie” cui nel suo appassionato intervento di rivolge Joe Biden; l’America che non smette di sognare “un sogno che non si lascerà contenere da nessun muro”.

Passa da questo inno all’America “vera”, che fa tutt’uno con la rivendicazione della propria eredità, l’endorsement di Obama a Hillary. E qui non si tratta solo degli aggettivi che il presidente uscente spende per garantirne la competenza, l’intelligenza, la tenacia, la passione. Il fatto è che quando Obama finisce di parlare sommerso dalle ovazioni e lei, rompendo il copione, spunta dal backstage e lo raggiunge sul palco, nell’abbraccio fra il primo presidente afroamericano e la prima candidata donna si vede che qualcosa di profondo è cambiato davvero, nell’America degli ultimi anni, qualcosa che supera con la forza di un salto simbolico la messa in scena e la strategia comunicativa della convention democratica. La prima volta di una donna in viaggio verso la Casa Bianca è incorniciata infatti da una sceneggiatura che rappresenta il partito democratico americano come una famiglia unita malgrado i litigi, forte malgrado gli attacchi, serena malgrado le difficoltà, le paure e lo spettro di Trump che lucra sulle difficoltà e sulle paure. E però quella che va in onda non è la soap stucchevole di una famiglia tradizionale, è piuttosto una recita a soggetto che spariglia i giochi, rompe gli schemi, scompiglia i ruoli di una famiglia post-patriarcale.

Bisogna cogliere lo sguardo d’intesa fra Obama e Bill Clinton, quando Obama dice “spero che non ti dispiaccia, Bill, se dico che non c’è mai stato nessuno, né io né tu, più qualificato di Hillary per la presidenza”, per vedere materializzarsi quel passo a lato degli uomini dai ruoli di potere che l’altra metà del cielo aspetta da decenni, in America e ovunque. Bisogna ricordare il terremoto che fu per l’immaginario politico patriarcale il crollo del muro fra personale e politico ai tempi del sexgate clintoniano, e apprezzare l’eleganza con cui Obama ha saputo fare del suo stile personale la sua cifra presidenziale, per capire quali cambiamenti della soggettività maschile abbiano preparato quel passo a lato. Bisogna aver colto il ritmo e la verità dell’intervento di Michelle Obama per sentire la forza dell’autorizzazione di una donna che ne sorregge un’altra in una sfida così alta. Il cambiamento è tale che travolge, migliorandola, la stessa immagine della protagonista.

Sì che proprio Hillary, che durante la sua lunga e tenace carriera ha cercato in ogni modo di neutralizzare la differenza femminile perché non apparisse d’intralcio alla sua ambizione paritaria, si ritrova al centro di una scena che quella differenza non la riduce ma la esalta. Nella città dei padri fondatori non si celebra il rito dell’annessione di una donna al piano più alto del potere maschile: si celebra piuttosto, lo nota acutamente il New York Times, il rito della femminilizzazione della Presidenza. L’immaginario politico volta pagina: se per più di due secoli ha associato l’inquilino dellaCasa Bianca alle virtù virili per eccellenza, forza, coraggio, decisione, adesso c’è bisogno della sensibilità, dell’ascolto, della capacità di tessitura di una donna. E se l’immagine della donna in questione è apparsa fin qui troppo fredda ecco che ci pensano proprio gli uomini a riscaldarla: Bill per primo, il candidato First Gentleman, l’ex presidente più seduttivo della ex First Lady, il marito indisciplinato ma da sempre e per sempre innamorato, che la presenta non come un algido catalogo di competenze ma come un mai sopito oggetto del desiderio, regalandole così l’investitura erotica che le mancava e di cui si sa che un leader, donna o uomo che sia, oggi non può fare a meno.

Arrivata divisa a Filadelfia la famiglia democratica ne esce unita, e ne esce unita proprio in quanto non ha nascosto sotto il tappeto la polvere dei suoi conflitti interni. Non è la prima volta: otto anni fa, ricorda Obama, “Hillary e io eravamo rivali, ed è stata dura, ve lo dico, perché lei è tosta e non molla mai, ma poi abbiamo fatto squadra, perché entrambi sapevamo che in gioco c’era qualcosa di più grande di me e di lei”. Adesso c’è di nuovo in gioco qualcosa di più grande di tutti i giocatori in campo. È l’America plurale e post-razziale di Obama, che non si può lasciare alla revanche bianca e proprietaria di Trump; è il sempreverde American dream, che non si può rovesciare in un American nightmare alimentato dalla paura, e se a Filadelfia lo dice Bloomberg che diventò sindaco di New York dopo l’11 settembre ci si può credere; è l’America di Black Lives Matter, che i muri li vuole abbattere e non innalzare; è l’America di Occupy Wall street, che un formidabile Sanders ha saputo far pesare nella contrattazione con Hillary contro i lasciti neoliberali di Bill; è l’America delle donne che nella prima donna alla Casa Bianca vedono la dimostrazione che non ci sono limiti al desiderio di qualunque donna.

Da questa America un backlash sotto le insegne di Trump è possibile, ma per chiunque ne abbia respirato l’aria è altresì improbabile, salvo che il mondo sia davvero impazzito. Non è vero che le bombe emozionali della destra raggiungano sempre il cuore e la pancia del popolo più della razionalità della sinistra: per una volta, a Filadelphia il cuore ha battuto di più che a Cleveland. Barack Obama, che il suo vice saluta come “uno dei migliori presidenti della nostra storia”, esce di scena con la stessa eleganza con cui c’è entrato, e quando lascia il palco abbracciato a Hillary sembra di nuovo giovanissimo e con una vita davanti, come dodici anni fa.

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Lo specchio deformante di Istanbul

Pubblicato su Internazionale il 22/7/2016

Trecentoquarantasei voti su 550 approvano nel parlamento turco lo stato d’emergenza, mentre Erdoğan non cessa di appellarsi al popolo perché resti in piazza a presidiare quella che lui chiama democrazia. Cinquantottomila statali licenziati; televisioni e giornali azzittiti; giornalisti arrestati o privati del permesso di lavorare; generali, giudici, professori epurati e incarcerati. Corpi di uomini nudi ammanettati e ammassati, corpi di donne che già si coprono “spontaneamente” prima che il velo diventi un obbligo ufficiale. Sospesa la Convenzione europea dei diritti umani, il che vuol dire – in base all’articolo 15 della Convenzione stessa, che prevede la possibilità di sospensione in caso di minaccia alla vita della nazione – deroga all’equo processo, alla libertà religiosa, alla libertà di associazione e ad altri diritti; ma può anche voler dire – contro i limiti posti alla possibilità di sospensione dalla Convenzione stessa – deroga al divieto di tortura, di schiavitù, di condanna ai lavori forzati. Sospese anche alcune prerogative del parlamento, via libera alla legiferazione per decreto. Quali altri fuochi d’artificio bisogna aspettarsi dalla “vendetta” di Erdogan contro il (presunto, e comunque fallito) tentativo di colpo di stato ai suoi danni perché l’Unione europea lo metta al bando senza se e senza ma, stracci il funesto contratto sui migranti stipulato con lui pochi mesi fa, cancelli i patti commerciali con il suo paese?

L’imbarazzante sordina della Ue nei confronti di Erdoğan ha una radice nel paradosso democratico che sta sfigurando la democrazia

Ma l’Unione europea tace. E alcuni dei suoi membri – solo alcuni – sussurrano, come pure gli Stati Uniti. Chiamano Erdoğan al telefono e gli chiedono felpatamente se per cortesia non potrebbe portare un po’ di rispetto allo stato di diritto, in cambio del fatto che l’occidente unito, Ue e Usa, ha condannato il tentato golpe e difeso in lui “un capo di governo democraticamente eletto”. Ed eccoci al punto. Che cos’è oggi un capo di governo democraticamente eletto, e che cosa lo distingue da un capo autoritario che alimenta con l’appello al popolo le proprie pretese di onnipotenza? È una domanda che non riguarda solo la Turchia. Quando Erdoğan si rivolge al “suo” popolo perché non solo approvi, ma supporti attivamente le sue decisioni in merito a stato d’emergenza, sospensione dei diritti, epurazione e repressione ci mette di fronte in modo estremo a un paradosso che in modo meno estremo riguarda tutte quelle democrazie contemporanee in cui un leader a vocazione populistico-plebiscitaria invoca, e sovente ottiene, l’approvazione e il sostegno democratico a favore di misure restrittive della democrazia: tanto per non fare nomi, dagli Stati Uniti di Trump alla Francia emergenziale di Hollande all’Italia del referendum sulla riforma costituzionale.

Casi assai diversi, lo so bene, e imparagonabili sotto altri e decisivi punti di vista. Ma accomunati dalla stessa, nefasta tendenza che mette in contraddizione i due principi cardinali della democrazia che dovrebbero invece sostenersi a vicenda: il principio della legittimazione popolare e il principio di legalità, o in altri termini il consenso elettorale e il rispetto dello stato di diritto e dei suoi vincoli (compresi i vincoli alla revisione costituzionale all’interno, e i vincoli posti dal rispetto del diritto internazionale all’esterno). Le democrazie costituzionali novecentesche nascono sull’equilibrio fra legittimazione e legalità, e si vanno sfigurando a causa dello squilibrio che non da oggi valorizza la legittimazione a scapito della legalità. La radice del populismo, che tutti sono pronti a deprecare quando nasce dal basso e pochissimi a condannare quando è agìto dall’alto, sta precisamente in questo squilibrio. Che in Turchia e non solo in Turchia autorizza un capo “democraticamente eletto” a fare strame della democrazia.

L’imbarazzante sordina della Ue nei confronti dei misfatti di Erdoğan ha certamente anche altre cause, recenti e remote. Dalla delega alla difesa della frontiera orientale dall’”invasione” dei rifugiati che l’Europa gli ha conferito con lo sciagurato patto sui migranti alla politica opportunista adottata da decenni dall’occidente nei confronti di dittatori di ogni risma – Saddam “usato” per fare la guerra all’Iran, Al Sisi per fare la guerra all’Is, Erdoğan per fare la guerra ad Assad e via dicendo – e che da decenni si ritorce regolarmente contro l’occidente.

Ma ha una radice anche nel paradosso democratico che ovunque sta sfigurando la democrazia. Di fronte a quello che accade a Istanbul non è possibile distrarre lo sguardo, né chiudere un occhio, né pararsi sotto l’ombrello di un processo di islamizzazione che, tanto per cambiare, marcherebbe una netta distanza “di civiltà” fra “noi” e “loro”. Come in un gioco di specchi deformante, ci riguarda e parla anche di noi.

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Quando un voto parla chiaro

Pubblicato su Internazionale il 20/6/2016

Due giovani donne moderate e determinate, trasversali e discrete, hanno rottamato senza spocchia e senza urla il rottamatore Renzi, il suo inguaribile bullismo politico e il suo partito tutt’intero, che d’un tratto appare invecchiato d’un secolo. Il dato è tanto netto che nemmeno lo stesso Pd ha provato a offuscarlo nella nota ufficiale emessa in piena notte, anche se Renzi, attraverso i suoi giornalisti di fiducia (chiamiamoli così), fa sapere che non ha perso per un eccesso ma per un difetto di nuovismo, rottamazione e sicumera, e che dunque insisterà.

Contro ogni evidenza, perché il messaggio è omogeneo e parla chiaro. Parla Roma, dove la fine del credito al Pd passato e presente è stata più travolgente di quanto chiunque si aspettasse. Parla Torino, dove gli effetti della crisi economica e sociale sono stati più forti del riformismo à la Marchionne del partito che vide la luce – non dimentichiamolo – al Lingotto. Parla perfino Milano, dove vince (di misura) una coalizione erede del centrosinistra più che il manager dell’Expo targato Renzi. Parlano, più di tutto, i 19 ballottaggi su 20 persi dal Pd contro il M5s, nonché i comuni persi a tappeto in Toscana, culla e già tomba del renzismo, evidentemente investita dopo la vicenda di Banca Etruria da una crisi di credito non solo finanziario.

I segnali – l’avevamo scritto – c’erano già tutti dopo il primo turno di queste amministrative. Il dispositivo spietato del ballottaggio – che con l’Italicum rischiamo di duplicare alle politiche – ha fatto il resto, mescolando le carte e i voti in un fronte antirenziano spurio, ma non per questo meno denso di conseguenze. Tanto per portare ulteriore materia di riflessione sull’ossessione maggioritario-bipolare che alimenta ormai da un quarto di secolo la nevrosi politica dell’infinita transizione italiana, e che oggi cozza in modo eclatante con un sistema politico diventato (almeno) tripolare. Alla vigilia del referendum su una riforma costituzionale ed elettorale ostinatamente incardinata su quell’ossessione bisognerebbe pensarci molto, ma molto seriamente.

Ogni elezione fa storia a suo modo. Di questa si voleva da Palazzo Chigi che non facesse né storia né senso; e invece ci sono tre livelli temporali, di breve, di medio e di lungo periodo, su cui va letta e fa senso. A breve, segna una battuta d’arresto inaggirabile, se non l’inizio della fine, dell’ideologia renziana e del progetto politico di un Pd autosufficiente, a vocazione maggioritaria e a destinazione nazionale. Se un partito della Nazione c’è, è a cinque stelle, laddove il Pd si ritrova isolato e accerchiato quando affronta le urne da solo, e d’altra parte ormai privo, su scala nazionale, di quella capacità coalizionale che ha reso ancora possibile la vittoria di Milano: troppi ponti sono stati tagliati a sinistra senza che peraltro si guadagnasse nulla a destra. Si aggiunge a questo una stanchezza ormai palpabile, generalizzata, per l’infinita soap opera delle risse interne senza conseguenze, delle rese dei conti annunciate, delle rottamazioni ad personam astiose, delle radici strappate e maltrattate o, come di recente, abusate: è una soap che non fa più audience.

Sul medio periodo, il risultato elettorale presenta il conto di un quinquennio vissuto, e governato dall’alto dei Colli che contano, troppo spericolatamente. Erano state appunto le amministrative del 2011, insieme con i referendum della stessa primavera, a decretare la fine del ventennio berlusconiano e a domandare con forza un pronunciamento elettorale politico che ne celebrasse il seppellimento e ne disegnasse un’uscita da sinistra. Quel pronunciamento fu negato, all’insegna dell’unità nazionale, dell’austerity e dell’etica della penitenza, quando era invece dovuto, all’atto delle dimissioni di Berlusconi nell’autunno dello stesso anno: e di quel diniego, o di quell’atto mancato, paghiamo ancora le conseguenze. L’exploit del M5s e il fallimento del centrosinistra alle politiche del 2013 è figlio anche se non in primo luogo di quella congiuntura. La successiva incapacità di rapportarsi a quell’exploit e di capirne il senso, la pervicace ostinazione a schiacciarlo sotto l’etichetta indeterminata del “populismo” e la brillante trovata di contenerlo con il “populismo di governo” renziano hanno fatto il resto. E la strategia della cecità non è ancora finita, a giudicare dai commenti liquidatori che accompagnano oggi il risultato di De Magistris a Napoli, che oltre a essere il frutto di una pratica di governo da prendere in seria considerazione si annuncia foriero di ulteriori sorprese nel quadro politico nazionale.

Infine il lungo, anzi lunghissimo periodo. Nella maratona elettorale su La7 qualcuno ha evidenziato la coincidenza di date – 19 giugno oggi, 20 giugno allora – che lega come un filo invisibile le amministrative di oggi, disastrose per il Pd e per tutta la sinistra riconducibile alle sigle storiche, a quelle che nel 1976 segnarono al contrario la punta più alta della forza del Pci, che a sua volta incassava – bon gré mal gré – i frutti più larghi di un decennio di lotte. È una suggestione da raccogliere. Quella punta più alta fu anche l’inizio della discesa, per un partito, i suoi succedanei e i suoi satelliti, che da allora in poi, e malgrado i cambiamenti di nome e di sostanza, non ha trovato un modo non subalterno di rapportarsi all’egemonia neoliberale che dalla fine degli anni settanta domina incontrastata in occidente. Vista da questa prospettiva, la storia della sinistra italiana nel suo insieme, come pure quella dell’infinita transizione del nostro sistema politico, si ridimensiona, ma acquista al contempo un’altra luce. Gli smottamenti di quell’egemonia che oggi si presentano in Europa e negli Stati uniti sotto il segno ambiguo della contraddizione alto-basso e della rivolta antiestablishment dicono che la storia può svoltare, sta svoltando, per vie impreviste e spiazzanti ma non aliene o ostili o irriconoscibili. Forse c’è ancora un attimo di tempo per archiviare gli errori accumulati e cercare di imprimerle una direzione sensata.

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La prima volta di Hillary

Pubblicato su Internazionale il 10/6/2016

La storia è stata fatta, la pietra miliare è stata messa, il tetto di vetro è stato rotto. Hillary Clinton non risparmia le metafore nella notte che le consegna l’obiettivo di una vita: ci sono voluti 240 anni di storia degli Stati Uniti, 96 di suffragio femminile e cinquanta di determinazione personale, ma infine la prima nomination femminile alla Casa Bianca è arrivata. Un video prontamente installato sul suo profilo Twitter colloca il trofeo in cima a una lunga marcia trionfale e progressiva: le suffragette, Seneca Falls, il movimento di liberazione delle donne degli anni sessanta e settanta, le pari opportunità, il famoso discorso con cui la stessa Clinton affermò nella conferenza di Pechino del 1995 che i diritti delle donne sono i diritti umani, ed eccoci alla vittoria di oggi. La storia dell’emancipazione e della libertà femminile è in verità meno lineare e progressiva di così, e soprattutto c’è da dubitare che la nomination per la Casa Bianca ne sia il coronamento o il fine ultimo. Indubitabilmente lineare e senza cedimenti è stata invece la tenacia con cui Hillary ha perseguito il suo obiettivo dai tempi dei suoi studi di giurisprudenza a Yale a oggi, come documenta una galleria foto-biografica pubblicata su politico.com: e deve pur essere un premio a tanta tenacia la coincidenza per cui la nomination di oggi viene a cadere esattamente otto anni dopo quel 7 giugno del 2008 in cui Hillary dovette cedere il posto a un’altra prima volta, quella di un candidato nero, accontentandosi di rimarcare che per intanto lei aveva inferto 18 milioni di crepe, una per ogni voto ottenuto in quelle primarie, al famigerato tetto di vetro che la volta successiva avrebbe certamente ceduto.

Senonché, siccome la storia per l’appunto non procede linearmente, quel tetto cede ora in condizioni quantomeno contraddittorie, che fanno di questa prima volta di una donna sulla soglia del ruolo più potente del mondo un segnale tutt’altro che univoco. Lo spostamento a sinistra cui Hillary è stata costretta dalla campagna incalzante di Sanders non è riuscito a toglierle di dosso il marchio di appartenenza al detestato establishment contro cui, negli Stati Uniti quanto e forse più che in Europa, si sta giocando il rimescolamento dei sistemi politici e forse lo stesso destino delle democrazie occidentali. Con in più l’aggravante che nel caso in questione il detestato establishment oggi sotto accusa è precisamente quello che affonda le sue radici nel ciclo inaugurato dalla politica economica di Clinton (Bill) negli anni novanta e arrivato alla resa dei conti con la crisi dell’ultimo decennio. Sì che, per quanto favorita, anzi favoritissima, Hillary parta nel rush finale per la Casa Bianca, condurre la partita non le sarà affatto semplice. E si tratta di una partita in cui la bandiera del genere non ha molto da esprimere per come lei l’ha sempre agitata: cioè come lotta per la parità di una (ex) minoranza (ormai maggioranza: negli Stati Uniti le donne sono più della metà del corpo elettorale) svantaggiata, e mai come critica femminista della politica tradizionale e della matrice sessuata (al maschile) del potere.

Non è solo per questa centralità del conflitto antiestablishment, tuttavia, che il registro del genere sembra paradossalmente così decentrato proprio nel momento in cui si realizza “la prima volta” della nomination di una donna. La mia impressione è che quel registro si fosse in realtà ampiamente dispiegato, e in un certo senso consumato, durante la campagna elettorale del 2008, quando in gioco di donne ce n’erano due – Hillary per la presidenza in campo democratico, Sarah Palin per la vicepresidenza in campo repubblicano – e nel confronto fra loro erano emerse due interpretazioni radicalmente diverse, ma entrambe inadeguate, della differenza femminile in politica. Da una parte la sfida di Hillary per strappare al monopolio maschile la posizione di numero uno e chiudere la partita paritaria iniziata negli anni sessanta, dall’altra la sortita neotradizionalista di Palin che si accontentava della posizione di numero due offrendo alla paranoia securitaria dell’America post 11 settembre il conforto di un’immagine materna rassicurante e onnipotente. Di fronte una figura come quella di Obama, maschile sì eppure spiazzante sia rispetto all’egemonia secolare dell’uomo politico bianco sia rispetto allo stereotipo sessuale, e sessista, dell’uomo nero. Il quadro era ben più articolato di quello di oggi, in cui Hillary ripete la sua performance sulla rottura del tetto di vetro a fronte del sessismo di ritorno di Trump, che spunta come reazione al fatto che quel tetto, in realtà, le donne lo hanno già rotto da tempo, e tocca corde di misoginia ben più insidiose – ne sappiamo qualcosa dal ventennio berlusconiano – di quelle contrastabili con le rivendicazioni paritarie.

C’è poco da meravigliarsi perciò se “la prima volta” di Hillary non suscita nell’elettorato femminile americano un entusiasmo oceanico e appassionato. Agli umori antiestablishment, alle accuse motivate al suo credo neoliberale e alla sua politica estera non esattamente antimilitarista si aggiungono le critiche alla sua pratica del gender che erano già emerse otto anni fa: la sua freddezza power oriented, il suo scarso appeal sulle elettrici giovani ormai insensibili alla narrativa della discriminazione, la sua ostinata interpretazione, dopo il sexgate (e per di più davanti a una platea elettorale di cui le single sono diventate il segmento più forte), del ruolo della good wife e l’altrettanto ostinata esibizione di una coppia sempre più simile a una società per azioni per la conservazione del potere, sia pure oggi a parti “paritariamente“ invertite rispetto agli anni novanta. Hillary ha ragione a dire che con la sua nomination si avvera un altro pezzo del sogno americano che promette a tutti e a tutte, a ciascuno e a ciascuna, di poter diventare ciò che vuole e di ottenere il potere che vuole. Ma non si può dare torto a quante pensano che se quel sogno comporta prezzi tanto alti in termini di disciplinamento personale forse non ne vale la pena, e forse è perfino in contrasto con il diritto alla felicità e alla libertà altrettanto sacri nella cultura americana.

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