Speculum, l’altro uomo. Otto punti sugli spettri di Colonia

 

 pubblicato su Internazionale il 3/2/2016  

 Alessandra Bocchetti, Ida Dominijanni, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini*

Una mano nera si allunga sotto le gambe inguainate in un collant bianco di Angela Merkel fino a toccarle il sesso; la parte superiore del suo corpo è ancora coperta da una delle sue ben note giacche colorate, ma ormai, questo vuole dire l’immagine, la regina è nuda, messa in scacco dall’intrusione molesta dell’uomo nero. E’ il disegno pubblicato dalla Süddeutsche Zeitung a commento e sigla dei fatti di Colonia. Al sessismo degli “uomini neri” che la notte di Capodanno hanno molestato le “donne bianche”, gli “uomini bianchi” rispondono con lo stesso sessismo contro la loro Cancelliera.

Risposta oscena ma, nel suo estremismo, veritiera. Che avesse ragione Michel Houellebecq, nel suo pur assai misogino “Sottomissione”? Gratta l’odio dei maschi europei verso gli invasori islamici, e ci troverai l’invidia. L’invidia per la sottomissione delle donne di cui gli invasori, al contrario degli invasi, possono ancora godere. Un’invidia esattamente speculare a quella degli invasori per la libertà sessuale femminile di cui possono disporre gli invasi, facilmente intuibile sotto quel “desiderio d’occidente” che ha spinto gli aggressori della notte di Colonia a mimare a modo loro, violentemente, l’allegro e alcoolizzato godimento che impazza in quella come in tante altre città europee a Capodanno.

Dall’11 settembre in poi, dovremmo averlo capito una volta per tutte dalla scenografia hollywoodiana di quei due aerei che infilzarono le Torri gemelle e stuprarono Manhattan (anche allora, guarda caso, si ricorse alla metafora dello stupro), gli atti di violenza e di terrore che in Occidente vengono interpretati come se provenissero dall’altro mondo sono intrisi di tracce, tecniche, usi e costumi che provengono dal nostro. Altro che il ritorno delle tribù che qualcuno ha voluto vedere in azione a Colonia: la “superiorità” dell’Occidente è dura a morire, e se non fa più ordine nel mondo reale detta ancora legge nell’immaginario globale. Gli “altri” vi si specchiano, anche quando le fanno violenza.

Fatti

Nel gioco degli specchi i fantasmi, si sa, sono di casa. E forse è per questo che sulla piazza di Colonia hanno preso forma e consistenza molto più rapidamente dei fatti reali. Sui quali c’è ancora, un mese dopo, parecchia nebbia. Di che cos’è accaduto quella notte sappiamo l’essenziale, ma parecchi particolari non secondari non li conosciamo e probabilmente non li conosceremo mai. Un branco di giovani uomini, forse 500 forse 1000, “di aspetto arabo e nordafricano”, ubriachi e assembrati dentro la stazione, si è riversato a gruppi nella piazza del Duomo circondando, derubando, palpeggiando e molestando pesantemente un centinaio di donne bianche perlopiù tedesche, da sole o in coppia con un’amica o con un uomo o in gruppo, il tutto nella completa passività della polizia che è stata a guardare senza rendersi conto di quello che stava accadendo, e comunque incapace di impedirlo.

Le ricostruzioni, basate sulle testimonianze femminili e sui rapporti della polizia medesima, descrivono le molestie e le ruberie subite dalle donne dettagliatamente; alcune vittime raccontano di aver temuto di rimetterci la pelle. Restano però aperti molti buchi. Chi erano, da dove provenivano, come erano arrivati lì quegli uomini, e perché li si era lasciati riunire nella stazione? Se erano tutti “di aspetto arabo e nordafricano”, come mai fra i 31 fermati per aggressione e rapina figurano anche un americano e tre tedeschi? Erano anche loro nordafricani trapiantati negli Usa e in Germania, o la loro presenza segnala che bisogna andarci piano con le identificazioni fatte sulla base del colore della pelle? Fra quei 31 fermati, 19 sono richiedenti asilo, e di questi uno solo è sospettato di molestie; secondo una testimonianza raccolta dal New York Times, inoltre, quella notte una turista americana è stata salvata da un cordone di siriani richiedenti asilo; qualche giorno dopo alcune centinaia di rifugiati siriani hanno manifestato contro la violenza, il razzismo e il sessismo. Questi numeri giustificano la messa in stato d’accusa della politica sui rifugiati di Merkel?

Ancora. La polizia, pur in stato di allerta contro il rischio di attentati, si è rivelata del tutto impotente a contenere e disperdere il branco di aggressori, e ha taciuto l’accaduto per quattro giorni, come pure la tv pubblica tedesca. Questa impotenza e questo silenzio si devono a una pruderie “politically correct” pro-migranti, come s’è urlato in Germania e in Italia, o piuttosto alla sottovalutazione della violenza sessuale in un paese in cui una donna su tre dice di averla subita da uomini che per il 70% non sono arabi ma tedeschi, e in cui la notte di Capodanno, come durante l’Oktoberfest, si chiude un occhio di fronte a qualche palpatina?

Infine ma non ultimo: violenze analoghe si sono verificate in contemporanea, quella stessa notte, in altre città tedesche e in Svezia, Finlandia e Austria, e questo fa legittimamente sospettare che si sia trattato di una provocazione concertata – un sospetto che a un certo punto è diventato una certezza, sparata sui giornali in prima pagina in Germania e in Italia, per poi essere smentita il giorno dopo. Possibile che i potenti mezzi dell’intelligence tedesca ed europea non sappiano rispondere sì o no a questo sospetto, pure cruciale per valutare l’entità dell’accaduto? Di nuovo: minimizzano per fare un piacere alla politica d’integrazione di Merkel, come sostiene l’opinione di destra? o perché considerano l’accaduto bagatelles pour dames, com’è lecito supporre?

Fantasmi

Non avremo mai risposta a queste domande, per la ragione molto semplice che la notte di Colonia ha ottenuto l’effetto che doveva ottenere a prescindere dallo svolgimento dettagliato dei fatti. E l’effetto consiste in una rapida e potente mobilitazione dell’immaginario europeo, nonché di quello islamico, in materia di sesso e razza: due fattori che quando si intrecciano, e oggi sulla scena globale si presentano sempre intrecciati, sono capaci di produrre miscele esplosive.

Sul versante islamico, ci auguriamo che non faccia testo la convinzione dell’imam di Colonia che le donne, quella notte, le molestie se le sono cercate, coperte com’erano più di profumo che di abiti: ma certo le sue dichiarazioni “estreme” la dicono lunga sul regime del dicibile che autorizza quella che dovrebbe essere una guida spirituale a istituzionalizzare la segregazione femminile (e del resto, come scandalizzarci? Quante volte il “se l’è cercata” giustifica tuttora, da noi, la violenza sessuale?). Sul lato occidentale, l’antico fantasma coloniale della mano nera che violenta la donna bianca, ben rappresentato dal disegno della Suddeutsche Zeitung, è tornato a materializzarsi, aggiornato, in un’Europa ossessionata da frontiere vacillanti, migrazioni incontenibili, calo della natalità, pericolo terrorista, declino economico, impotenza neoliberale, fallimento politico.

L’aggiornamento del fantasma coloniale significa, in questo quadro, il suo automatico reclutamento nel presunto “scontro di civiltà” in corso. L’uomo nero diventa l’islamico che inferiorizza le donne, proprie e altrui, e attraverso l’attacco alle donne bianche attacca l’intera civiltà occidentale, che invece le donne le ama, le emancipa, le libera, le tutela con i diritti, le presidia con i “suoi” uomini, pronti a scendere in campo a difesa delle “loro” donne.

Ne consegue l’arruolamento delle donne nella difesa della civiltà occidentale suddetta, con relativa messa all’indice delle disertrici: quelle che ad arruolarsi non ci stanno, quelle che sulla civiltà occidentale e sul suo amore per le donne nutrono qualche dubbio, quelle che la violenza contro le donne la vedono anche in Occidente e non solo in Medio Oriente, quelle che sulla difesa dei “loro” uomini avanzano qualche sospetto, quelle che nei confronti delle donne musulmane non ergono il muro dei diritti conquistati o la montagna dei vestiti comprati agli ultimi saldi ma lanciano il ponte di una tessitura comune della libertà femminile. Noi femministe, in sostanza, iscritte d’ufficio al fronte nemico dell’ipocrisia “politically correct” verso il fanatismo islamico. Salvo ritrovarsi poi, i nostri accusatori, con le statue del Campidoglio coperte in omaggio a Rohuani per decisione di stato o di governo.

Streghe

“Dove sono le femministe?” Quando ancora le notizie da Colonia arrivavano goccia a goccia, è partita la caccia alle streghe. Trovato il colpevole numero uno, l’uomo nero, la grancassa mediatica, maschile e femminile, è partita alla ricerca della colpevole numero due, la femminista bianca. Rea di tacere, di nascondersi, di non condannare, di colludere con i migranti e con la sinistra che difende (difende?) i migranti, di rompere le scatole ai “suoi” uomini su qualunque quisquilia come fosse una barbarie e di chiudere gli occhi sulle nefandezze dei barbari “veri”.

Le femministe, nel frattempo, a Colonia erano già per strada, a manifestare contro il sessismo e contro il razzismo insieme. E ovunque, in Europa e fuori dall’Europa, erano all’opera per fare il contrario dei talk show e della stampa mainstream: capire una situazione nuova e complicata e interpretarla non istericamente, due cose che l’isteria massmediatica non contempla. E parlavano ovunque potessero, cioè fuori dal circuito ufficiale dell’informazione che non le interpella in modo da poterle accusare di stare in silenzio, di essersi dileguate, di non esistere, di avere perso. Parlavano e dicevano quello che ovunque, a Est e a Ovest, a Nord e a Sud, vanno dicendo dall’11 settembre in poi: che non si lasciano arruolare in nessuno scontro di civiltà per la buona ragione che le civiltà in questione sono entrambe marcate dal patriarcato, entrambe fratturate al loro interno dalla contraddizione fra i sessi ed entrambe segnate, positivamente, dal conflitto fra i sessi innescato dalle donne. Ragion per cui la trave nell’occhio dell’altro non ci esime dal guardare la pagliuzza nel nostro. E l’orgoglio per le nostre conquiste di donne occidentali non ci esime dal riconoscere le battaglie di libertà delle donne non occidentali.

Monopòli

Non c’è il monopolio islamico della violenza e dell’inferiorizzazione femminile. E non c’è nemmeno il monopolio occidentale e democratico della libertà femminile.

Le molestie della notte di Colonia evocano a tutte noi situazioni molto familiari. Gli sguardi eccitati e fra loro complici degli uomini che tuttora si ritrovano da soli nei bar dei nostri paesi. […]I branchi di giovani maschi che molestano le studentesse, e talvolta le stuprano, nelle nostre scuole. Il senso di insicurezza e vulnerabilità che ci accompagna specialmente la notte per strada, come una seconda pelle. I racconti di stupri, violenze, femminicidi che riempiono le pagine di cronaca dei nostri giornali. I fraintendimenti maschili sulla disponibilità sessuale femminile che riempiono la posta del cuore dei nostri settimanali. Potremmo continuare ma non serve: la violenza di uomini contro le donne è, purtroppo, uno dei pochi esempi di comportamento universale che il mondo globale ancora conosce. E non diminuisce ma tende addirittura ad aumentare nei paesi dove l’emancipazione femminile è più consolidata. La hybris maschile non si ferma davanti ai diritti costituzionalmente garantiti, alla parità di genere, alla cittadinanza, all’attività lavorativa e al protagonismo politico delle donne: al contrario, sembra che se ne alimenti, forse perché ne ha paura.

Questo significa che non c’è nessuna parentela automatica, nessun rapporto di causa-effetto fra la civiltà occidentale e la libertà femminile. La civiltà occidentale e gli stati moderni nascono, ci tocca ricordarlo con Freud e Hobbes, da un patto fra uomini violenti, che si emancipano dall’autorità paterna e se ne spartiscono l’eredità escludendo le donne dalla vita pubblica e sottomettendole in quella privata. Nel corso della modernità, la libertà non è stata regalata alle donne dalla civiltà occidentale: sono le donne ad averla conquistata con le loro lotte anche contro la civiltà occidentale.

Le democrazie contemporanee registrano a fatica questa conquista, traducendola e spesso tradendola nel linguaggio della parità e dei diritti. Ma fra la libertà femminile e gli ordinamenti occidentali resta aperta una tensione: la libertà femminile resta affidata in primo luogo alle donne stesse, alle loro lotte e alla loro autonomia. Men che meno è possibile identificare la libertà femminile con la libertà di mercato o con un non meglio precisato “stile di vita occidentale”, come l’ideologia neoliberale martellante ci invita a fare dalle colonne dei principali giornali italiani. Vestirsi o andare al cinema e in discoteca a proprio piacimento sono certo cose piacevoli e irrinunciabili, ma possono sottintendere condizioni di dipendenza dal mercato, dal denaro, da canoni imposti, dallo sguardo altrui che hanno poco a fare con la libertà esistenziale e politica che abbiamo guadagnato con il femminismo. L’Occidente non è l’Eden della libertà femminile: ed è solo assumendo questa posizione critica nei confronti della “nostra” civiltà che possiamo sporgerci su altri mondi, o sull’impatto di altri mondi con il nostro.

Differenze

 Quando diciamo o scriviamo queste cose, alcune amiche ci rimproverano di usare il patriarcato come categoria universale indifferenziata, finendo col fare di ogni erba un fascio senza vedere che il patriarcato si intreccia con differenti sistemi di dominio, si cristallizza in differenti gradi di oppressione femminile e di sopraffazione maschile, domanda differenti strategie di lotta. Non è così. Siamo ben consapevoli, tristemente consapevoli, che oggi la radicalizzazione politico-religiosa peggiora la vita delle donne nei paesi islamici, legittimando su base ideologica il dominio maschile. Siamo consapevoli che la violenza sulle donne è diventato per l’Isis e per Boko Haram uno spietato carosello pubblicitario, che sulle donne di Piazza Tahir si è scaricata la frustrazione maschile di una rivoluzione perdente, che in paesi come l’Afghanistan talebano le donne sono di nuovo costrette a una segregazione che sembrava essere stata superata. E sappiamo di essere inadeguate di fronte a questi come ad altri effetti delle guerre e del disordine mondiale di oggi, perché le guerre impediscono in radice quella pratica di relazione con l’altra che nella politica delle donne è irrinunciabile e che l’indignazione e gli attestati di solidarietà, per quanto urlati, non possono sostituire.

Sappiamo altrettanto bene che le migrazioni non risolvono ma moltiplicano il problema dei rapporti fra i sessi. Ci si attribuisce oggi l’onere della prova che per noi la difesa della libertà femminile viene prima del buonismo sulle politiche dell’accoglienza. Rimandiamo questa richiesta ai suoi mittenti. Non siamo state certo noi a parlare, per anni, di migranti e di rifugiati in modo neutro, come se la condizione di migranti o di rifugiati cancellasse la differenza sessuale. Non la cancella, e non ci volevano i fatti di Colonia per accorgersi che l’accoglienza e la cosiddetta integrazione non sono due pranzi di gala. Non ci volevano i fatti di Colonia per accorgersi che norme e consuetudini delle comunità straniere fanno quasi sempre a pugni con le nostre, che le difficoltà di integrazione spesso le irrigidiscono ulteriormente inasprendo la segregazione femminile al loro interno, che le donne sono sempre, in pace come in guerra, posta in gioco di uno scambio sociale che gli attriti culturali rendono arduo e talvolta impraticabile.

Né ci volevano i fatti di Colonia per realizzare, ohibò, che una politica dell’accoglienza che non tenga conto della differenza sessuale è una cattiva politica. Laddove si creano ghetti di soli maschi, che siano islamici o no, il pericolo del branco è sempre in agguato. Laddove si organizzano e si tollerano tratte femminili, la prostituzione e il suo sfruttamento sono garantiti. E tuttavia, ci sarà pure da riflettere di fronte al fatto che è dal versante maschile dei migranti che emerge il problema di una minaccia violenta alla convivenza sociale. Sono più uomini che donne a reagire aggressivamente all’urto dell’impatto con i paesi d’accoglienza. E sono più donne che uomini – si pensi alle migliaia di badanti che vivono e lavorano in Italia, o alle donne che lavorano nei centri d’accoglienza o nella mediazione culturale o nell’insegnamento delle lingue ai migranti – a occuparsi della cura della vita e delle relazioni fra mondi diversi, continuando l’opera femminile della civiltà che la violenza maschile nasconde e disfa.

Questa almeno è una buona notizia; e non è l’unica, se solo guardiamo a quello che sta accadendo considerando le donne come soggetti attivi, e non come oggetti passivi, del cambiamento in corso.

Cori noir

E’ bastata l’aggressione di una notte a Colonia e nelle altre città coinvolte per trascinarci in un baleno tutte, occidentali e nordafricane, nella casella delle vittime designate, pericolanti e perdenti del supposto “scontro di civiltà” in atto. Ma la vittimizzazione delle donne è una delle più frequenti strategie del loro addomesticamento: serve a nascondere e a deprimere la soggettività femminile e le pratiche sociali, politiche, artistiche in cui si esprime.

Ovunque oggi, in un quadro planetario attraversato da faglie, guerre e mutamenti inediti, le donne lottano per la propria libertà, ovunque aprono conflitti con l’altro sesso, ovunque escono dagli schemi imposti, ovunque tradiscono le ingiunzioni normative sulla loro esistenza, ovunque intrecciano relazioni con donne di cultura e provenienza diverse. Questo ‘ovunque’ vale da mezzo secolo in qua, lo ricordiamo a quanti sui media ci danno per morte e per sconfitte ogni volta che possono, nelle democrazie occidentali. Ma vale oggi, in primo luogo, per il mondo musulmano.

Lo sappiamo da analiste competenti, che inascoltate ci spiegano le differenze, le articolazioni, le combinazioni fra legge religiosa e leggi statuali interne a quel mondo, e le connesse differenze nella condizione, nella soggettività e nella rivolta femminili. Lo sappiamo dalle migranti che incontriamo nella nostra quotidianità, dalle storie che ascoltiamo nei centri antiviolenza a cui le più sfortunate si rivolgono per trarne la forza di ribellarsi a un padre o a un marito o un fratello, dalle testimoni sopravvissute alle guerre, dalle protagoniste delle rivolte. Lo sappiamo dai racconti delle scrittrici, dalle opere delle artiste, dai film delle registe, dal pensiero delle filosofe, dalle letture del Corano delle teologhe. E sappiamo anche che la strada della libertà delle donne musulmane non passa sempre né necessariamente per la loro occidentalizzazione, vale a dire per un’emancipazione laica, giuridicamente assistita dalla sintassi dei diritti e dalla retorica della parità, e tanto ribelle all’ingiunzione a velare il corpo femminile quanto obbediente all’opposta ingiunzione a scoprirlo.

Ci dissociamo perciò nettamente dal coro noir che ha accompagnato sui media italiani ed europei i fatti di Colonia. La voce delle donne, quando la si ascolta e non la si tacita, racconta una realtà ben più articolata di quella di una regressione generalizzata al patriarcato tribale degli uomini ambrati e barbuti che dal Medio oriente allunga la sua ombra minacciosa sulle donne europee. La diagnosi andrebbe piuttosto ribaltata. C’è una generalizzata crisi del patriarcato che ovunque, a Ovest e a Est, a Nord e a Sud del mondo perde il credito femminile. Con buona pace delle fantasie alla Houellebecq, la sottomissione femminile non è più garantita né sotto le insegne dell’Islam né sotto quelle cristiane o di altre religioni. E la libertà femminile non passa solo per le magnifiche sorti e progressive della democrazia laica.

Nel mondo globale la legge del padre, che nella modernità ha assicurato il suo supporto simbolico agli ordinamenti politici e statuali, non fa più ordine. In questo disordine si aprono molti varchi per atti di violenza maschile nostalgici e reazionari, ma se ne aprono altrettanti per costruire pratiche di libertà femminile e reti di relazione fra donne, che tradiscono l’appartenenza a questa o quella civiltà e ai rispettivi feticci e inventano forme inedite di politica basate sullo scambio, il conflitto e la mediazione fra esperienze, storie, radici, orizzonti di senso differenti.

Bocche velate

L’ascolto dell’altra e dell’altro, della sua esperienza e della sua storia, delle sue esigenze e dei suoi desideri, dei suoi traumi e delle sue risorse, è una condizione necessaria per ritessere la trama della civiltà in una direzione opposto allo scontro fra le civiltà. Non ci aiuta e anzi ci è di ostacolo, in questo, il frastuono della macchina mediatica italiana, tutta programmata non per ascoltare ma per urlare.

Abbiamo già detto della caccia alla strega femminista che è scattata subito dopo i fatti di Colonia, una strega accusata, senza essere interpellata, di silenzio colpevole, di connivenza con l’ipocrisia pro-migranti politically correct, di usare due pesi e due misure contro gli uomini di casa sua e contro gli stranieri. Ma non è un problema che nasce a Colonia: questo schema si ripete, insopportabilmente uguale, a ridosso di qualunque evento che chiami in causa le relazioni fra i sessi. La molla che scatta è sempre la stessa, il tentativo di liquidare il femminismo e le femministe decretando che hanno perso e distorcendone o sminuendone le posizioni.

La futilità programmatica che non da oggi caratterizza buona parte del giornalismo italiano si fa, quando c’è di mezzo il femminismo, più approssimativa e grossolana. Come se parlando di donne tutto fosse lecito, come se la cronaca non avesse precedenti, come se la parola femminile non contasse niente, come se le posizioni politiche e culturali femministe non avessero il diritto alla distinzione, all’analisi, alla discussione che si riserva alla chiacchiera maschile: e soprattutto come se non esistessero nella loro autonomia, ma solo come appendici subalterne della sinistra e della destra, o comunque di schieramenti e conflitti disegnati altrove.

Un immaginario misogino, maschile e femminile, prende così il posto dell’analisi della realtà. E la delegittimazione del femminismo diventa una posta in gioco, nient’affatto secondaria, di qualunque “guerra culturale”: accompagnata, va da sé, dalla promessa che ci penseranno i “nostri” uomini, d’ora in poi, a difenderci da quello che non siamo in grado di contrastare noi.

Questa prassi corrente dei media mainstream non è meno violenta delle mani maschili che si sono infilate sotto i vestiti delle donne la notte di Colonia. E dice, torna a dire, che ogni qual volta è sotto attacco il corpo femminile, è la parola femminile il vero obiettivo, la vera minaccia, il target da abbattere: qui, nell’Occidente della libertà di espressione, non lì, nel Medio Oriente delle bocche velate. Abbiamo scritto questo testo per mostrare che quella parola è viva e non si lascia silenziare.

Prime adesioni: Maria Luisa Boccia, Maria Rosa Cutrufelli, Elettra Deiana, Sara Gandini, Diana Sartori, Tamar Pitch, Chiara Zamboni, Luana Zanella, Edda Billi, Maria Brighi, Paola Mastrangeli, Rosanna Marcodoppido, Marinella Perrone, Ilaria Fraioli, Carlotta Cerquetti, Giovanna Borrello, Sandra Macci, Daniela Dioguardi, Vittoria Tola ….

 *Questo testo nasce da un incontro sui fatti di Colonia alla Casa Internazionale delle donne di Roma, dove verrà presentato e discusso in un convegno il 14 febbraio (Via di San Francesco di Sales, 1, Sala Carla Lonzi, h. 10-15). Per info, adesioni e interventi, http://www.facebook.com/suglispettridicolonia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’ottimismo di Obama

Pubblicato su Internazionale il 17/1/16

Lo sguardo lungo della storia e degli storici renderà prima o poi più giustizia alla presidenza di Barack Obama di quanta ne abbia ricevuta fin qui dalla cronaca e dai contemporanei. Ed è alla storia più che alla cronaca che Obama guarda nel suo ultimo discorso sullo stato dell’unione, tutto volto a lasciare dietro di sé – in contrasto con l’aggressività rancorosa di Donald Trump – una scia di speranza e di fiducia in un presente-futuro tanto carico di incognite quanto ricco di promesse. Niente di più riduttivo, tuttavia, che vedere in questa scia solo un appello all’ottimismo, magari traendone ispirazione per perseverare, qui in Italia, con la retorica governativa della nave che va malgrado gufi e jettatori. Nel testamento che il primo presidente nero degli Stati Uniti consegna al suo paese e al mondo c’è tutt’intera la rotazione che egli ha imposto, o proposto, al discorso pubblico occidentale durante il suo doppio mandato. Una rotazione che, se sette anni fa convocava un’America devastata dalla reazione neoliberista e neocon al trauma dell’11 settembre, oggi convoca con altrettanta forza, o dovrebbe, un’Europa che, sotto i colpi del terrorismo, dell’immigrazione, della crisi economica, si disfa e si immerge nella stessa retorica dello scontro di civiltà già sperimentata e consumata sull’altra sponda dell’Atlantico.

Dunque non è per caso se tra riforme rivendicate e compiti da portare a termine, tra un richiamo all’America di sempre e un’esortazione all’America che verrà, Obama affronta di petto il punto che nemici e amici, negli Stati Uniti e in Europa, gli rimproverano: il declino della potenza americana e della sua forza ordinatrice sulla scena internazionale, un declino di cui Obama stesso sarebbe complice se non responsabile. Strano rimprovero, in verità. Non era precisamente questo – la gestione della fine dell’unilateralismo americano – uno dei pilastri dichiarati del suo programma originario? Non si trattava di accompagnare un ridimensionamento non solo dell’impegno militare, ma anche della retorica e della hybris della più grande potenza del mondo? Eppure è proprio questo che non gli viene perdonato, quasi fosse un lutto insostenibile per gran parte dell’opinione pubblica americana e mondiale.

Perciò per Obama il punto da ribadire è ancora quello: come gli Stati Uniti “possano essere una guida per il mondo, senza diventarne il gendarme”. Tra le due condizioni, quella della guida e quella del gendarme, c’è di mezzo la rotazione di cui sopra sull’interpretazione del presente. Un tempo “carico di pericoli”, eppure occasione di un cambiamento decisivo di prospettiva. Perché su una cosa non ci piove: gli Stati Uniti restano “la nazione più potente sulla terra. Punto”. Ma non può continuare a esercitare questa potenza lanciando bombe sui civili, o ricostruendo paesi distrutti: “Questa non è leadership, è la ricetta per finire nel pantano, come insegnano il Vietnam e l’Iraq”. C’è un altro approccio possibile, multilaterale e globale, l’approccio che Obama rivendica su questioni non solo geostrategiche (Iran, Cuba, Siria, il mutamento epocale in corso in Medio Oriente, l’espansione cinese e le nuove ambizioni russe), ma anche biopolitiche (la lotta contro il cancro, l’aids, l’ebola, il cambiamento climatico, l’investimento nella ricerca e nelle tecnologie), su una scala di priorità che comporta non la sottovalutazione ma il dimensionamento del terrorismo internazionale: fanatismo criminale da estirpare anche con l’uso della forza, ma non religione, o civiltà, cui contrapporre politiche identitarie basate sulla razza o sul culto. Lo scontro di civiltà è da archiviare, “non in nome del politicamente corretto ma della pluralità e dell’apertura che fanno la forza e la diversità dell’America”. Piuttosto che rimpiangere il gendarme del mondo, l’Europa dovrebbe drizzare le orecchie.

Non solo su questo, del resto. Non si è ancora sentita, nel vecchio continente ostinatamente attaccato alla precettistica ordoliberale, la voce di un leader in grado di nominare uno per uno e senza infingimenti gli effetti devastanti di una crisi che la sua politica economica pure ha avuto l’indubbio merito di contenere: disuguaglianze, concentrazione della ricchezza, precarizzazione del lavoro e della vita. Obama può ben rivendicare che negli Stati Uniti il peggio è alle spalle, l’economia ha ripreso a girare ed è salda, la disoccupazione è scesa ai minimi storici e il lavoro si moltiplica. Ma sa e dice chiaro che perché “la nuova economia” crei più che distruggere sono necessarie scelte politiche di parte: creazione di nuovi posti di lavoro contro la delocalizzazione, investimenti – non bonus – nella scuola e nell’università pubblica, nuovi sistemi di formazione e tutela per chi è costretto a passare da un lavoro all’altro, aumenti dei salari a scapito dei profitti (“non è colpa degli immigrati se i salari sono fermi”). In politica economica come in politica estera l’ottimismo di Obama, malgrado i ripetuti appelli all’unità del suo popolo e dei suoi rappresentanti, è un ottimismo che sceglie, divide, taglia: non è una retorica comunicativa, è una scommessa politica che sfida le ambivalenze e le contraddizioni di un presente a rischio.

Così pure, infine, sulla concezione della democrazia e della politica. A Washington il vento del disincanto, del rancore di tutti contro tutti e della degenerazione del conflitto politico soffia non meno che a Roma o a Bruxelles, ma dalla crisi della democrazia non c’è modo di uscire se non riattivando la democrazia: “Non basta cambiare un deputato o un senatore e nemmeno un presidente: dipende da voi, dalla vostra capacità di essere cittadini non solo il giorno delle elezioni, di esigere diritti e prendere parola dalla parte dei più vulnerabili”. Dipende dalle voci tacitate in una sfera pubblica che ascolta solo chi sa gridare di più, dai Trump ai Salvini di turno. “Le voci della verità disarmata e dell’amore incondizionato” in cui confidava Martin Luther King. Se quelle voci sono riuscite o riusciranno a farsi sentire, se l’America è riuscita nella sua storia o riuscirà nel prossimo futuro a rispondere alle sfide del cambiamento “senza aderire ai dogmi di un tranquillo passato” ma spostando la frontiera sempre in avanti, non è stato e non sarà grazie a una dote antropologica, né, si potrebbe aggiungere, a uno scongiuro ripetuto ogni sera in tv. È stato e sarà “grazie alle scelte che facciamo insieme”.

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L’indice di Colonia

Pubblicato su Internazionale l’8/1/2016

Un branco di maschi è un branco di maschi. A qualunque latitudine e di qualunque colore (anzi: “colore presunto”) essi siano. Con rara onestà intellettuale e morale, l’ha ricordato ieri su Repubblica Gabriele Romagnoli, a partire dalla sua propria esperienza di studente universitario bolognese, nonché di “maschio sessualmente arretrato”, che quarant’anni fa partecipava, o assisteva, ai riti goliardici di carnevale che ogni anno contemplavano caccia, molestie e palpeggiamento delle ragazze. E lo si potrebbe ricordare con svariati altri esempi presi dal mondo occidentale, bianco e libero, dove stupri di gruppo, molestie di varia natura, femminicidi di varia efferatezza non smettono di accadere. Oppure con altri esempi tratti dal circuito militare, occidentale e orientale, settentrionale e meridionale, dato che sempre nelle guerre, e in qualunque guerra, le donne continuano a essere la preda succulenta che gli eserciti di maschi si contendono, o il marchio etnico che cercano di conquistare, o la presunta altrui proprietà che cercano di rapinare.

Lo si ricorda per sminuire i fatti di Colonia, Francoforte, Amburgo, Düsseldorf e Stoccarda? No. I fatti della notte di capodanno non vanno sminuiti: sono fatti brutti, e, se fossero come si sospetta l’effetto di un’azione coordinata di bande di maschi “nordafricani” – ma attenzione, basta interpellare delle amiche che abitano in quelle città per sapere che la notte di capodanno l’aria che tira è sempre la stessa –, sono fatti inquietanti. Segnalano che la provocazione dei maschi islamici contro i maschi occidentali tramite l’aggressione delle “loro” donne entra ufficialmente, dichiaratamente, a far parte delle tattiche della guerra civile globale in corso. E questa è certamente una pessima notizia, che non va derubricata.

Ma che non va nemmeno distorta, o piegata ad altri fini, l’altro fine essendo il titillamento dell’ideologia dello “scontro di civiltà” cui si presta egregiamente: che è precisamente quello che gli islamisti radicali cercano di fomentare e dovrebbe essere precisamente la trappola in cui evitare di cadere. Intendiamoci, c’è pochissimo di nuovo sotto il sole. È dall’indomani dell’11 settembre americano che tutto l’occidente suona la grancassa dell’oppressione femminile come marchio d’inferiorità della cultura islamica, e della liberazione delle donne dal patriarcato islamico come legittimazione per le guerre occidentali di “democratizzazione” del Medio Oriente. Non per caso, questa grancassa suona soprattutto nel fronte conservatore americano ed europeo, che è tanto pronto a difendere la libertà femminile delle donne contro l’aggressione degli “altri” maschi quanto è pronto a tacitarla, all’occorrenza, in casa propria: che dire dell’allarme per i fatti di Colonia di un commentatore come Sallusti, che ai tempi del Berlusconi-gate non aveva mezzo dubbio sulla libertà maschile di comprarsi il corpo femminile? Oppure che dire delle certezze del Corriere della Sera, che dagli attentati di Parigi porta avanti una strenua battaglia a difesa dello “stile di vita” occidentale assimilando la libertà femminile alla libertà di andare a teatro o a prendersi un aperitivo al bar? Difese sospette, cui consegue sempre l’ingiunzione alla sinistra, o a ciò che ne resta, a non sacrificare i diritti delle donne alla bandiera del multiculturalismo.

Ma qui non è questione di multiculturalismo, se per multiculturalismo si intende il rovescio dello scontro di civiltà, ovvero l’accettazione acritica di una cultura diversa dalla propria e la giustificazione delle sue gerarchie e sopraffazioni interne, a partire dalla gerarchia uomo/donna e dalla sopraffazione delle donne da parte degli uomini. I branchi di maschi che assalgono donne non sono giustificabili in nome di niente, né nella cultura islamica né nella cultura occidentale, né fra gli immigrati di Colonia né nei campus americani o nelle scuole “bianche” italiane. Assumere davvero lo stato dei rapporti fra i sessi e la libertà femminile come indici dello stato di una civiltà – o meglio, della crisi di civiltà in cui il mondo intero si trova – significa affrontare le contraddizioni comuni e trasversali alle civiltà che vengono rappresentate come contrapposte e in lotta fra loro. Significa combattere la brutalità del patriarcato islamico come i residui, o i rigurgiti, patriarcali nelle democrazie occidentali. E viceversa: significa anche e forse oggi soprattutto riconoscere i segni positivi di libertà femminile non solo nelle democrazie occidentali, ma anche nei paesi più patriarcali dei nostri. Solo pochi giorni fa Shirin Neshat, un’artista che in materia di rapporti tra i sessi nel mondo islamico non ha uguali e non teme confronti, in un’intervista sul Manifesto interpretava l’efferatezza contro le donne nel radicalismo islamico come il segno non tanto di una permanente oppressione femminile, quanto di una inquietante arretratezza e reattività della cultura politica di fronte a una libertà femminile sempre più diffusa.

È una sindrome che in occidente conosciamo bene: il patriarcato diventa più aggressivo proprio quando scricchiola. Se cominciassimo a leggere il disordine mondiale nei termini di una crisi planetaria del patriarcato, e non nei termini autorassicuranti di un Eden occidentale della libertà femminile in guerra contro l’inferno patriarcale islamico, probabilmente cominceremmo finalmente a fare un po’ d’ordine, a capodanno e tutti i giorni.

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Banche, credito e colpa

Pubblicato su Internazionale il 4/1/2016

Ho un’età rispettabile, ottimi studi, un discreto curriculum professionale, scrivo da quando ho imparato l’alfabeto e dicono che non sono del tutto stupida. Eppure ogni volta che un impiegato di banca prova a convincermi a investire qualche euro in questo o quel prodotto, azione, obbligazione, bot, cct , fondo, titolo e non so cos’altro, il mio cervello si chiude, le mie competenze linguistiche collassano, il significato delle parole mi abbandona e l’uso della tabellina mi risulta impossibile anche per calcolare un tre per cento: divento un’imbecille, abbozzo un grazie, ci penserò e me ne vado. Funzionava così anche prima che la crisi del 2008 fornisse qualche appiglio razionale a questo comportamento istintivo: semplicemente, non capivo e non mi fidavo. Non capivo, e tuttora capisco a stento malgrado molte buone letture sulla finanziarizzazione del capitale intervenute nel frattempo, la pretesa dei soldi di moltiplicarsi da soli, per partenogenesi. Non mi fidavo, e tuttora non mi fido, di quella lingua astrusa e specialistica, incomprensibile e sadica che riempie pagine e pagine e pagine di contratti bancari scritti in corpo 3 quando ti danno un bancomat, figurarsi dei titoli o delle azioni o delle obbligazioni. Non per questo tuttavia mi sentivo, o mi sento, accorta o furba o preveggente. Al contrario: mi sento una stupida, circondata da amici e conoscenti incompetenti quanto me ma che però investono, comprano, vendono, rispondono al telefono al consulente finanziario che spara consigli ansiogeni su quello che sta andando su e quello che sta scendendo giù. E mi chiedo quando questa specie di mutazione antropologica che ci ha trasformati (quasi) tutti in aspiranti broker sia cominciata.

In realtà credo di saperlo, quand’è cominciata. È cominciata un martedì mattina che un mio amico mite e stravagante, poeta e sognatore, si è presentato a casa mia con in mano il Sole 24 ore, che in precedenza leggeva solo la domenica per via dell’inserto culturale, mi ha chiesto di fargli un caffè e mi ha spiegato che stava imparando come si gioca in borsa perché era l’unico modo che vedeva per comprarsi una casa. Non ho mai saputo se poi se la sia comprata in questo modo per davvero, ma so che quella mattina davanti ai miei occhi si è aperta una faglia, fra chi ci sapeva fare e chi no. Eravamo a metà degli anni Ottanta e nessuno era in grado di prevedere dove ci avrebbe portato la summenzionata finanziarizzazione del capitale.

Ora invece lo vediamo, dove ci ha portato. Ci ha portati, o deportati, in un pianeta dove l’imperativo è che i soldi devono rendere, e perché rendano non serve investirli in beni o in attività: basta che si muovano, anzi che qualcuno li muova per noi. Basta che si scambino con delle figurine astratte, titoli azioni e obbligazioni, che hanno il potere di moltiplicarli, un potere magico, insondabile e incontrollabile, come quello dei giochi di prestigio. Con la differenza sostanziale che mentre di fronte a un qualsiasi altro gioco di prestigio noi spettatori non siamo responsabili della sua riuscita, di cui risponde solo il mago, in questa magia dei soldi che si moltiplicano a mezzo di soldi siamo tutti supposti esserlo. Il gioco lo fa qualche altro di cui dobbiamo fidarci, ma noi corriamo dei rischi dei quali si presume che siamo informati e consapevoli, e siamo responsabili dei rischi che consapevolmente e liberamente accettiamo di correre: se va bene va bene, se va male è colpa nostra.

Peccato che come tutti i giochi di prestigio anche questo sia truccato: nel presupposto, che sarebbe l’informazione chiara e trasparente di cui saremmo dotati. Non c’è nessuna chiarezza e nessuna trasparenza nella lingua della finanza, e di conseguenza nessuna consapevolezza e nessuna libera scelta. Senza di che, responsabilità è un nome messo al posto di un altro, colpevolizzazione.

La vicenda di Banca Etruria e delle sue consorelle, che pare abbia fatto cadere di parecchi punti in un mese la fiducia nel governo Renzi, ha svelato questo trucco in modo definitivo. Delle innumerevoli e meritorie cose che si sono potute leggere sui vari aspetti del crac e del salvataggio, dei controlli mancati, dei conflitti d’interesse e degli insider trading presunti, ce n’è una che non riesco a togliermi dalla testa, l’intervista al funzionario della banca che curava i rapporti con Luigino D’Angelo, il pensionato suicida diventato il simbolo tragico di questa epopea. Nera su bianco e non smentita, lì c’è tutta la morale della favola: ebbene sì, ammette il funzionario, i risparmiatori li abbiamo programmaticamente raggirati, perché a nostra volta eravamo ricattati dai vertici della banca; o accettavamo di farlo o rischiavamo il licenziamento, e viceversa, più riuscivamo a raggirarne e più venivamo premiati. C’è bisogno di altre prove per capire com’è andata e come va? C’è bisogno di altre prove per smetterla con la solfa della responsabilità, e della colpa, dei risparmiatori, trasformati da più d’un commentatore in investitori spericolati e ancora ieri l’altro divisi da un esponente del governo in truffati e corrivi?

Altro che informazione trasparente, altro che libera scelta e responsabilità. Ad Arezzo come a Wall street il capitalismo finanziario funziona così, come una bolla di ricatti e raggiri con a monte la promessa che puoi farcela, a valle la colpevolizzazione perché non ce l’hai fatta. È lo stesso dispositivo che all’inizio della crisi ci ha trasformati d’un botto da creditori esigenti in debitori penitenti, da cicale euforiche in formiche depresse. Non finirà finché qualcuno non comincerà a chiamarlo con il suo nome: il meccanismo perverso che ci tiene legati all’etica del capitalismo neoliberale, un’etica in cui rischio e colpevolizzazione si annidano e si annodano sotto quello che chiamiamo credito e fiducia.

I nomi, finora, sono stati diversi. Con la solita scappatoia delle mele marce, si è continuato a dire che a fronte del caso isolato delle quattro banche in questione, il sistema bancario nel suo complesso è solido, laddove nel suo complesso si regge largamente e ovunque sul dispositivo di cui sopra. Oppure sono state messe a fuoco, giustamente, le responsabilità dei dirigenti delle banche fallite, del governo che ha salvato le banche a spese degli azionisti e degli obbligazionisti e a favore della famiglia di un proprio membro, dei controllori che non hanno controllato. Tutte imputazioni sacrosante, sulle quali è giusto che si continui a indagare ma sulle quali non è facile sperare che sia fatta giustizia: i precedenti della crisi americana insegnano quanto poco abbiano pagato lì i responsabili dei crolli bancari, e tutti conosciamo i meandri in cui riesce a impantanarsi l’individuazione delle malefatte dei potenti in Italia.

Il nome proprio dell’affaire, invece, stenta a usarlo perfino quella che si presenta come la nuova sinistra italiana, a vocazione – si presume – anticapitalista. Quel nome è: etica del capitalismo finanziario neoliberale, un’etica che ci abbindola e ci truffa tutti, salvo i maghi che se ne avvantaggiano. Prima ce ne rendiamo conto meglio è. La crisi di fiducia che muove la protesta dei risparmiatori traditi di Banca Etruria potrebbe rivelarsi una crepa nel sistema del credito, finanziario e politico, ben più profonda di quanto non appaia. Sarebbe un ottimo auspicio per l’anno che è appena cominciato.

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La campana francese

Pubblicato su Internazionale il 16/12/2015

Nel suo tanto misogino quanto fortunato Sottomissione, pubblicato con gran clamore e gran favore di critica e pubblico nei giorni della strage di Charlie Hebdo, Michel Houellebecq si lancia in una fantasia-profezia politica che torna utile all’indomani delle elezioni regionali francesi. L’ipotesi è questa, che alle politiche del 2022, in uno scenario definito per un verso dall’irresistibile avanzata del Front national (Fn), dall’altro dalla finta alternanza tra una destra e una sinistra entrambe usurate, de-ideologizzate e devitalizzate, sarà una leadership islamica moderata a emergere e trionfare, nel pieno rispetto delle regole democratiche, sulle macerie dei valori repubblicani, ridotti nel frattempo a mero scongiuro retorico contro una guerra civile latente che si gioca tra bande radicali indigene e islamiche armate dei relativi feticci identitari.

Avvolta da un decadentismo reazionario e mossa da una dichiarata nostalgia per il patriarcato, la fantasia-profezia di Houellebecq aiuta tuttavia oggi a esercitarsi sulla domanda d’obbligo dopo il voto amministrativo in Francia: chi o che cosa avrà la meglio nei (o sui) sistemi politici tripolari “postideologici” basati sul conflitto tra sistema e forze antisistema che si vanno sostituendo, in Europa, a quelli bipolari e “ideologici” basati sull’alternanza tra (centro)destra e (centro)sinistra? La campana, è evidente, suona in Francia ma non solo per la Francia: e pur nella consapevolezza delle differenze sociali, culturali e istituzionali tra i diversi paesi, converrà ascoltarla con orecchie attente in tutta Europa, a cominciare dall’Italia.

Le analisi più accorte del voto francese hanno già messo in rilievo come la “frenata” imposta al Front national di Marine Le Pen dall’“unione repubblicana” di Sarkozy e Hollande sia una frenata relativa, e una vittoria per modo di dire. In primo luogo per il radicamento sociale di cui l’Fn nazionale gode e continuerà a godere nei fondali dell’impoverimento, delle paranoie xenofobe, del risentimento contro l’establishment nazionale, del rancore contro l’Unione europea. In secondo luogo perché questo catalogo sentimental-politico non è affatto confinato al 40 per cento dell’elettorato che vota per l’Fn ma dilaga a destra e a manca e detta l’agenda anche alle forze che pretendono di contrastarlo: lo spostamento a destra di tutto il discorso politico è patente e facilmente rintracciabile nelle dichiarazioni degli esponenti del “patto repubblicano”, una nobile gara a chi pianta più bandierine sulla sicurezza, sull’identità francese e sulla giusta dose di patriottismo. Che questo spostamento a destra sia coperto dalla retorica repubblicana e dalla solida tradizione di cui essa gode in Francia non conforta affatto, anzi: come ha scritto pochi giorni fa il filosofo Jacques Rancière, il guaio è precisamente che proprio i valori fondativi della république sono stati usati negli ultimi anni non in senso universalista, ma per alzare confini e barriere tra chi ne è “naturalmente” erede e portatore e chi non se ne lascia integrare e assimilare, alimentando il conflitto tra il “noi” e il “loro” che taglia ormai dall’interno la società francese.

In terzo luogo, la frenata è relativa perché porta alla luce la paralisi di un sistema politico tarato sul bipolarismo destra-sinistra ma disassestato da un tripolarismo ormai non più occasionale ma sempre più stabile, e che tuttavia, a causa della legge elettorale, resta sottorappresentato nelle assemblee elettive. Il che, lo capisce anche un bambino, riproduce e moltiplica al livello di sistema politico la dinamica di esclusione e risentimento da cui il “terzo polo” dell’Fn nasce a livello sociale. E mette a nudo la crisi di identità e di strategia in cui versano i due poli tradizionali di destra e di sinistra, capaci di assicurare la tenuta del sistema con un’alleanza ad escludendum, ma incapaci di dare risposte alle domande che il polo antisistema continua a porre e di cui continua ad alimentarsi.

Ed è qui che la campana francese suona per tutti, e prima di tutti per l’Italia. Dove la tendenza a serrare le file del sistema contro il cosiddetto pericolo antisistema è già in atto da tempo, e già da tempo combina parecchi guai senza risolvere nessun problema. Prima di pensare alle prossime elezioni basta ricordare le ultime, quelle del febbraio 2013, quando l’intera campagna elettorale fu dominata dalla contrapposizione retorica tra il fronte dei non meglio qualificati “riformisti” (all’epoca esteso da Mario Monti a Pier Luigi Bersani, che pure intendevano le riforme ciascuno a suo modo) contro l’assalto dei non meglio identificati “populisti” (all’epoca esteso a sua volta dal Movimento 5 stelle alla Lega nord ai trascorsi demagogici di Silvio Berlusconi).

Il risultato è ancora lì, in quel quasi 30 per cento di voti consegnati ai cinquestelle, nonché nel protagonismo mediatico guadagnato da Matteo Salvini e Giorgia Meloni; mentre il riformismo, finito in mano a Matteo Renzi, ha perso qualunque sia pur vaga connotazione di sinistra per diventare il compimento del progetto neoliberale lasciato inattuato da Berlusconi, e come ai tempi di Berlusconi condito con una consistente dose di populismo di governo, somministrato dall’alto invece che urlato dal basso.

Urge aprire le orecchie alle domande di contestazione del sistema invece che serrare le file a difesa del sistema

Per il futuro questa tendenza non può che accentuarsi, con il Partito democratico o il vagheggiato partito della nazione che punta sempre più a identificarsi con il centro di un sistema assediato dal pericolo antisistema, individuato più nei cinquestelle che nella meno consistente (e più addomesticabile, da Berlusconi) destra radicale. Sì che sappiamo già quello che ci aspetta: un serrate le file a difesa dell’esistente contro l’attacco dei barbari cinquestelle, senza nemmeno il sostegno della pur usurata retorica repubblicana francese, con un sistema che continua a fare acqua da tutte le parti, dalle banche alla classe politica, e con tutte le sacrosante istanze di opposizione, in gran parte ma non esclusivamente interpretate dal Movimento 5 stelle, liquidate come manifestazioni di demagogia, populismo o resistenza all’irresistibile narrativa renziana.

Urge perciò ridisegnare il campo, politico e discorsivo. Decostruire parole-schermo, come “populismo”, il cui abuso serve solo a delegittimare la pressione di domande o di rivolte scomode, o a oscurare le differenze tra domande diverse e diversamente orientate, o ad annebbiare le carenze di un riformismo senza popolo. Prendere atto che l’epoca della deideologizzazione e della rincorsa al centro ha finito col produrre una radicalizzazione dell’insoddisfazione sociale, spesso raccolta, ovunque in Europa, da forze politiche re-ideologizzate a destra; e che da questo punto di vista l’M5s andrebbe visto, qui in Italia, come un argine più che come un invasore. Realizzare che il bipolarismo (centro)destra-(centro)sinistra è finito anche e soprattutto a causa del progressivo appannamento della differenza tra destra e sinistra, e che questa differenza o si nutre di diverse visioni del mondo, diversi programmi e diverse pratiche o non si ricostruisce con le liste elettorali. Aprire le orecchie alle domande di contestazione del sistema invece che serrare le file a difesa del sistema. Archiviare l’epoca delle leggi elettorali concepite solo in funzione della governabilità e ridare spazio alla rappresentanza di tutti gli attori sociali mortificati dai dispositivi maggioritari. Infine ma non ultimo, aprire le porte al mondo e alle sue immense contraddizioni senza titillare nessuna nostalgia di identità minacciata o di sovranità perduta. Sarebbe un buon programma di lavoro per una sinistra che non si lasciasse intrappolare nella contrattazione tra sigle anch’esse appartenenti a un tempo che fu.

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Miracolo a Rosarno

Pubblicato su Internazionale il 6/11/2015

Di Mediterranea, il film di Jonas Carpignano che stasera apre a Roma il Medfilm festival (cinema Savoy, ore 20.30), quasi tutto è già stato scritto durante l’ultimo festival di Cannes, dove brillava tra le proposte migliori della Semaine de la critique. Storia magnificamente girata, senza un filo di retorica e con molta ironia, di ordinari migranti africani che attraverso l’ordinaria via crucis del viaggio nel deserto e in mare approdano nella piana di Gioia Tauro e sperimentano le spine (molte) e le rose (poche) di una difficile integrazione, il film si è imposto per la sua forza e per il suo tempismo nell’Europa scossa dall’onda migratoria dei mesi scorsi. Primo lungometraggio di uno splendido trentenne (già vincitore per il miglior corto a Venezia 2013 con ’A Chjana e a Cannes 2014 con ’A Ciambra), ha definitivamente consacrato l’autore tra i giovani talenti più promettenti del cinema indipendente negli Stati Uniti. Di qua e di là dall’oceano, la biografia del regista ha funzionato da ciliegina sulla torta. Figlio meticcio di padre italiano operaista traslocato alla New School di New York dopo i fasti del sessantotto e di madre afroamericana con radici alle Barbados, Jonas è nato e cresciuto nel Bronx con una sensibilità congenita per le discriminazioni razziali. Nipote d’arte (il nonno paterno, Vittorio Carpignano, era il produttore dei Caroselli negli anni sessanta, lo zio, Luciano Emmer, tenne a battesimo Mastroianni in Domeniche d’agosto), dice di sé di essere cresciuto a pane e cinema italiano. Allievo della Wesleyan university, lavorava per Spike Lee sul set di Miracolo a Sant’Anna quando, nel 2010, scoppiò la rivolta dei migranti neri a Rosarno, saltò d’istinto su un treno per andare a dare un’occhiata e capì che quello era il suo nuovo set, di cinema e di vita. Da allora, tra un viaggio e un festival, vive a Gioia Tauro felicemente immerso nel microcosmo glocal di calabresi perbene e permale, immigrati sfruttati nella raccolta delle arance, rom e giovani prostitute nordafricane ed esteuropee che è diventato lo scenario dei due corti prima, di Mediterranea poi.

Perché dunque torno sul film, oltre che per invitare chi può ad andare a vederlo stasera, nella proiezione una tantum del Medfilm festival? (Il film, produzione franco-tedesca-americana, è in uscita in vari paesi europei e negli Stati Uniti, ma è tuttora senza distributore in Italia, come capita alle produzioni indipendenti). Perché ho avuto la fortuna di vederlo non a Cannes ma a Gioia Tauro, “la proiezione per me più importante” come dice il regista, e voglio parlare non tanto del film quanto dei miracoli che un film, nel farsi, può fare. Del film, o meglio docufilm, dirò solo che a me pare un caso assai riuscito di innesto di un linguaggio cinematografico materialista sulla storia vera di Koudous Seihon, un migrante del Burkina Faso che recita se stesso come fosse un attore sperimentato; che l’intero cast, tutto preso direttamente dalla strada, è la dimostrazione che l’energia e il desiderio di un gruppo di giovani determinati può più della migliore scuola di recitazione; che la differenza tra questo e altri film sui migranti la fanno l’empatia (la cinepresa gira con i “loro” occhi che guardano “noi”, e non viceversa), l’ironia (nessuna retorica, nessuna santificazione, nessuna vittimizzazione), il fuoco sulla singolarità delle storie e non sull’impatto statistico della “questione immigrazione”, sull’energia vitale e non sulla minaccia invasiva che viene dall’altra sponda del Mediterraneo; e infine, o forse per prima, la full immersion del regista sia nella piana di Gioia sia nell’odissea dal Burkina Faso all’Italia (Carpignano l’ha sperimentata tutto di persona, a rischio di sé, prima di girare nel deserto marocchino e sul gommone in mezzo al mare).

Ma quello che di Mediterranea colpisce di più sono altre due cose. La prima è lo sguardo, finalmente inedito e finalmente giusto, su un pezzo del sud d’Italia, finalmente visto come un pezzo del mondo globalizzato e delle sue contraddizioni e non come un residuo arcaico di un’arretratezza invincibile. Nessuna “calabresità” antropologica come in Anime Nere di Munzi (o come la “napoletanità” dell’ultimo film di Gaudino), ma un’implosione di tempi, spazi e culture tra le due sponde del Mediterraneo; nessun dialetto “nativo” o “straniero”, ma un meticciato di lingue, accenti, ritmi e musiche (le canzoni cult di Rihanna riscaldano le serate nel ghetto dei neri) che forano i confini artificiali delle nazioni e dei continenti; nessuna mafia pervasiva e da cassetta ma, più aderente alla realtà, una presenza violenta latente che scatena la ribellione dei corpi e delle anime (quando i neri rovesciano il tavolo e bruciano tutto, come nel Bronx di cinquant’anni fa). Ci voleva lo sguardo esterno di un giovane cresciuto nel cuore dell’Impero per liberare la periferia meridionale italiana dagli stereotipi culturali che la imprigionano più dei redditi bassi o della disoccupazione.

E ci voleva la passione scatenata per il cinema di un giovane allievo del Sundance Lab per mettere all’opera un’energia visionaria che nel descrivere un pezzo di mondo contemporaneamente lo trasfigura e lo trasforma. Rosarno e la piana di Gioa Tauro sono una realtà complicata, dove lo sfruttamento economico della forza lavoro nera necessaria all’economia degli aranceti si sovrappone alla diffidenza xenofoba senza vincerla, e questa contraddizione si è incistata su un territorio che la rappresenta plasticamente: di qua la città con gli indigeni, per sfondo il porto e i suoi traffici; di là il ghetto dei maschi neri con il campo di tende “civili” ottenuto dopo la rivolta, circondato dalle tende abborracciate dei nuovi arrivati, senza fogne e senza speranza; tutt’intorno la cintura delle lavoratrici del sesso, terra di confine e di scambio tra maschi nativi e maschi immigrati; poi ancora ’a ciambra, la comunità rom dove i bambini, come il memorabile Pio nel film, vivono riciclando telefonini e lettori di mp3; e a fare da ponte tra il ghetto e la città donne che cucinano per i migranti, assistenti sociali che insegnano l’italiano, volontari che organizzano l’accoglienza. Raccontare questa stratificazione non era facile; ma più difficile era scuoterla, smuoverla, farla saltare. Jonas Carpignano li ha messi tutti a lavorare su un set, neri e bianchi, indigeni e migranti, vecchi e bambini, prostitute e donne virtuose, e Mediterranea non li ha solo rappresentati: li ha cambiati. Alla proiezione del Politeama sul corso di Gioia Tauro, poche sere fa, c’erano tutti, buoni e cattivi, e si guardavano divertiti nello schermo come in uno specchio trasfigurante. È il piccolo grande miracolo che un film può fare, quando il cinema salta e diventa pratica performativa e trasformativa del reale.

 

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Occupy Roma

Pubblicato su Internazionale il 3/11/2015

Sempre più a corto di elettori e di lettori, politica istituzionale e media mainstream somigliano ormai a un mediocre fashion blog a caccia di modelli: figurini che cambiano col vento della moda. Per un paio di decenni, a sostegno della smania di riforma costituzionale, in passerella sfilavano di continuo i modelli istituzionali tedesco, francese, americano, perfino israeliano (pareva il più antidemocratico, ma l’abbiamo superato con la recente riforma Boschi). Adesso, di fronte allo sfascio delle istituzioni locali, sfilano i modelli amministrativi. A Roma la vicenda Marino spalanca il sipario sullo stato terminale della politica? Nessun problema, basta fare un fischio al Modello Milano. Il quale sbarca a Fiumicino nella persona del commissario Tronca, si infila la fascia tricolore, va a farsi benedire dal papa et voilà, il gioco è fatto. Annaffiata da una pioggia di quei fondi per il giubileo che all’amministrazione Marino arrivavano sì e no a goccia, per le sfilate di primavera Roma sarà pronta con un nuovo look: decoro urbano, buche rattoppate, prevedibilmente – dati i trascorsi di Tronca – qualche sgombero, il giubileo sfangato in qualche modo. E un bel modello nuovo di zecca da infilare nelle urne: prefettizio, decisionista, efficiente, a-partitico. Il coniglio nel cappello di un Pd(R) altrimenti perduto.

Sono stata a Milano per qualche giorno poche settimane fa. Non ci capitavo dal 2010, ultimi mesi del ventennio berlusconiano, e ho percepito subito un cambiamento etico-estetico evidente: il centro storico pedonalizzato e tirato a lucido (ma pare che la situazione delle periferie sia parecchio diversa), i soldi che riprendono a girare, la metro che ti porta ovunque in pochi minuti, l’estetica tacchi a spillo della Milano da bere sostituita da una coolness discreta, le persone che ti sorridono invece di ringhiare come fanno quasi sempre a Roma. Ma nessuno, a Milano, attribuisce questo cambiamento all’Expo, o solo all’Expo, o in primis all’Expo. L’Expo, dicono, ha dato sicuramente una mano, e molti soldi, a rilanciare lo spirito mercantile di Milano. Ma prima dell’Expo c’è stata l’amministrazione Pisapia, e il risveglio sociale che l’ha resa possibile prendendo in mano i destini della città nella campagna elettorale della primavera 2011. Un risveglio siglato da quell’arcobaleno che spuntò dopo la pioggia nella manifestazione in Piazza del Duomo la sera prima del voto, simbolo e annuncio del cambio di stagione.

Rimuovere quell’arcobaleno dal quadro del “modello Milano”, e oscurarlo con l’Expo e i Tronca, ha il senso evidente di cancellare l’opera della politica, di una buona politica, nel cambiamento di una comunità, e l’obiettivo altrettanto evidente di esportare questa cancellazione a Roma, chiudendo (o coprendo) il tempo della cattiva politica con il tempo dei commissari e dei podestà. La cancellazione, si badi, non riguarda solo l’arcobaleno milanese.

La primavera del 2011 – che si aprì con l’immensa manifestazione femminile contro il regime sessuale berlusconiano e si concluse con i referendum sull’acqua – è il grande rimosso delle narrazioni politico-giornalistiche degli ultimi anni. Fu anche contro quella primavera che dall’alto del Quirinale si consentì, nell’autunno successivo, che Berlusconi venisse archiviato sostituendolo con il governo Monti, senza passaggio elettorale; mossa ripetuta, nel febbraio 2014, nella sostituzione, sempre dall’alto e senza passaggio elettorale, di Letta con Renzi.

Il quale Renzi, com’è noto, nella sua tanto osannata capacità comunicativa usa fin dall’inizio due diversi e opposti registri retorici: il registro del decisionismo politico quando si tratta di glorificare se stesso, e il registro dell’antipolitica anticastale quando si tratta di rottamare gli altri. Un registro, quest’ultimo, tutt’altro che estraneo al rottamato Ignazio Marino, che com’è stato più volte ricordato fu candidato a sindaco, e vinse, sulla base di uno slogan anch’esso antipolitico (“Non è politica, è Roma”) che aveva il duplice scopo di occultare la sua appartenenza alla tanto odiata casta dei parlamentari e di assorbire almeno in parte la spinta antisistema dei Cinque stelle. Come ha scritto Giovanni Orsina sul Corriere della Sera qualche giorno fa, da questo punto di vista i duellanti Renzi e Marino purtroppo si assomigliano. E la conclusione della vicenda Marino per mano di Renzi, aggiungo io, va nella stessa direzione antipolitica: fine della sindacatura tramite atto notarile senza dibattito in consiglio comunale, delegittimazione di ciò che resta dei partiti e segnatamente del Pd renziano e del suo modo di condurre la partita, consegna della città nelle mani di un prefetto anzi due, Tronca e Gabrielli. E probabilmente, nei prossimi mesi, sperimentazione sul campo della definitiva destrutturazione del campo politico: non più destra contro sinistra, ma basso contro alto (se va bene) o prefetti e dream team contro politici e partiti (se va male).

Dunque ora non si tratta affatto, per come la vedo io, di “liberare Roma dalla politica”, come ha scritto su Internazionale il direttore di Radio3 Marino Sinibaldi, secondo il quale la capitale soffre da sempre di una dipendenza dalla politica che soffoca quelle energie creative e dinamiche della società civile che Milano invece sprigiona. Mi chiedo e gli chiedo: dipendenza dalla politica, o dal potere di governo e di sottogoverno? Potere e politica non sono la stessa cosa; e sempre per come la vedo io, e se per politica non intendiamo i comitati d’affari di sottogoverno ma la cura comune della cosa pubblica, Roma non soffre oggi di un eccesso ma di un deficit di politica. Non ha bisogno di un dream team di tecnici prefettizi, ma di un sogno collettivo che rimetta in circolo competenze, desideri, idee, progetti tanto diffusi quanto dispersi nel tessuto slabbrato della capitale (sette volte più grande e due volte più popoloso, vale la pena ricordarlo, di quello milanese). Non merita di essere inchiodata al suo, pur incancrenito, disincanto e cinismo, ma di essere ascoltata nella sua comprensibile stanchezza: la stanchezza di essere la quinta barocca di una politica decadente, la stanchezza di essere una città globale perennemente mancata, la stanchezza di una vita quotidiana sempre più ardua fra mobilità impossibile, disfunzioni di ogni genere, piccole e grandi speculazioni ovunque in agguato, malumore e senso di impotenza diffusi. La stanchezza, infine, di una domanda democratica impossibilitata a esprimersi se non con l’astensione (Marino dovrebbe ricordare che fu eletto sì con più del 60 per cento dei voti, ma del 50 per cento del corpo elettorale).

Non sarà un prefetto a scuotere Roma da questa stanchezza. Né un giubileo trattato alla stregua di un “grande evento” commerciale e turistico qualsiasi (il papa non dovrebbe rivendicarne la spiritualità, invece di occuparsi tanto della sua gestione?). Né le improbabili pagelle morali stilate maldestramente, e impropriamente, da Raffaele Cantone. Né la gran giostra elettorale dei candidati a sindaco prossimi venturi, con relativo corredo di talk-show. Perché l’arcobaleno di Milano torni a spuntare su Roma, bisogna in primo luogo girare la macchina da presa. Puntarla non sui candidati, ma sulla parte migliore della cittadinanza. Non sulle liste, ma sulle pratiche che giorno per giorno disegnano una città di gran lunga migliore della sua descrizione mainstream: accogliente con i cittadini e con i migranti, pensante, creativa, pulita, visionaria. Vorrei vederle riunite in un “Occupy Roma” che ridisegni le piazze come luoghi pubblici, interponga i corpi e le vite fra il malaffare e la cattiva politica, rimetta in circolo desideri e idee, curi la depressione con l’immaginazione e la sciatteria con la cura. Non per esprimere un candidato ma per reinventare la città, e la politica. Roma l’ha già fatto una volta, ai tempi di Renato Nicolini e dell’estate romana. È poco? Sarebbe moltissimo, ai prefetti non piacerebbe, nessun candidato potrebbe prescinderne e la campagna elettorale ne verrebbe di sicuro civilizzata.

 

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Il premierato assoluto

Pubblicato su Internazionale il 14/10/2015

Un parlamento delegittimato dal pronunciamento della corte costituzionale sulla legge elettorale dalla quale è nato, un parlamento non rappresentativo degli attuali rapporti politici, ignorante e presuntuoso quant’altri mai e uso a comunicare attraverso la volgarità delle parole e dei gesti, ha approvato la più sgrammaticata, sgangherata e regressiva riforma costituzionale che sia mai stata concepita nei vari tentativi che si sono susseguiti dagli anni ottanta in poi. L’ha fatto nel disprezzo dichiarato delle competenze – i “professoroni” dileggiati dalla ministra Boschi – che via via ne hanno denunciato i difetti. L’ha fatto in un rapporto meramente competitivo con le generazioni precedenti, all’insegna del “noi riusciremo in tutto ciò in cui voi non siete riusciti”, l’insegna più significativa dei rottamatori al potere. L’ha fatto spacciando per riforma del senato quella che è in realtà una riscrittura di tutta la seconda parte della costituzione e uno stravolgimento della forma di governo e dell’equilibrio tra legislativo ed esecutivo, motivato con le magnifiche sorti di una “democrazia decidente” contrapposta alla democrazia rappresentativa (a sua volta fatta uguale a una supposta “democrazia consociativa” che avrebbe caratterizzato l’intero passato repubblicano). L’ha fatto su iniziativa e per conto del governo, che ha scandalosamente avocato a sé una materia parlamentare per eccellenza come quella costituzionale. L’ha fatto, infine, con la complicità di una sedicente opposizione interna al principale partito di governo, il Partito democratico, che ha preferito siglare un farraginoso compromesso su un singolo punto della riforma – il metodo di elezione dei senatori – piuttosto che mettersi di traverso alla sua intera filosofia.

Sulla quale bisognerà essere molto chiari almeno da qui al referendum al quale la riforma sarà comunque sottoposta. In questione non è solo il bicameralismo, che da perfetto diventa imperfetto – ma non per questo semplificherà l’iter di approvazione delle leggi, vista l’immensa confusione che vi introduce. In questione non è nemmeno la riduzione – anzi “l’asfaltamento”, come promise Matteo Renzi neoeletto presidente del consiglio, mani in tasca, nella sua prima performance a palazzo Madama – del ceto politico, visto che il numero complessivo dei parlamentari resta il più alto d’Europa. In questione non è infine, checché ne dica Giorgio Napolitano, il completamento di un disegno federalista dello stato, visto che il senato delle regioni si realizza nel momento di massima corruzione del regionalismo e di massima crisi delle forze politiche che del federalismo avevano fatto, nel ventennio scorso, la loro bandiera.

In questione, grazie al combinato disposto tra questa riforma costituzionale e l’Italicum, è l’istituzione, per giunta non dichiarata e dunque non discussa come tale né in parlamento né nel paese, di un premierato assoluto, senza contrappesi e senza controlli, che affida le sorti del governo e della democrazia all’arbitrio di una minoranza. Basta un quarto dei voti del corpo elettorale per incassare il premio di maggioranza, insediarsi al governo e decidere su tutto – non solo sulla materia delle leggi ordinarie, ma sui diritti fondamentali, le eventuali ulteriori revisioni costituzionali, lo stato di guerra eccetera – con il conforto di una camera di nominati e senza strumenti istituzionali di freno o di contrasto. Non si tratta dunque di un semplice rafforzamento del governo, ma di una rottura dell’equilibrio dei poteri e dei dispositivi di garanzia che nel ridisegnare la seconda parte della costituzione mette a rischio anche la prima – a conferma che prima e seconda parte sono intimamente connesse, come il costituzionalismo insegna.

Ha ragione chi sostiene, nell’esigua minoranza contraria a questa controriforma, che siamo così arrivati all’approdo di una vicenda trentennale – cominciò con Craxi – in cui la riforma della costituzione è stata brandita per coprire con la presunta inadeguatezza delle istituzioni il progressivo deficit di stoffa e di capacità politica della classe dirigente e dei partiti: è il ben noto trucco in base al quale più si è impotenti più si attribuisce la propria impotenza a un vincolo esterno, invocandone lo scioglimento. È altresì vero che nel corso di questa vicenda molti sono stati gli errori ripetuti, per primo quello di cambiare la carta costituzionale secondo la convenienza della maggioranza di turno, di sinistra – la riforma del titolo V voluta dall’Ulivo nel 2001 – e di destra – la riforma della costituzione varata dal governo Berlusconi e sepolta dal referendum nel 2006.

Di questa lunga vicenda vanno, tuttavia, sottolineate anche alcune discontinuità. La bozza di riforma varata dalla bicamerale nel 1998, alla quale l’opinione corrente a sinistra attribuisce la colpa di avere dato la stura alla “svendita” e alla delegittimazione della carta del 1948, non solo brillava al confronto di quella che rischia oggi di diventare effettiva, ma rispondeva all’esigenza di contenere la spinta violenta alla decostituzionalizzazione di cui la “nuova destra” del 1994 era portatrice, e che minacciava di scatenare convocando un’assemblea costituente in cui sarebbe stata con ogni probabilità maggioranza. Le cose oggi appaiono tragicomicamente invertite. Per paradosso, quella spinta alla decostituzionalizzazione si realizza nel momento in cui quella destra è storicamente sconfitta; e a farla propria è un partito nato nell’alveo del centrosinistra e trasformatosi in partito della nazione per portare a compimento la controrivoluzione neoliberale in Italia. Come in tutto quello che va facendo, l’innovatore Renzi non apre un’epoca radiosa ma chiude un ciclo grigio. Forse spetterà alla sinistra del futuro, se e quando nascerà, convocare una nuova assemblea costituente, se e quando sarà il momento di dichiarare finita questa controrivoluzione e di voltare pagina davvero.

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Pietro Ingrao, un’idea dell’umano

Pubblicato su Internazionale il 28 settembre 2015

Pietro Ingrao, il comunista che voleva la luna ovvero un mondo di liberi ed eguali, ha aspettato un’eclissi di luna per andarsene da questo mondo che della libertà e dell’uguaglianza non cessa di fare strame. Una coincidenza senza rima, giusta per il poeta che amava l’ermetismo; un finale perfetto del film della vita, giusto per il cinéphile che studiava da regista prima che la guerra di Spagna lo scaraventasse in quel gorgo politico del novecento dal quale non sarebbe mai più uscito.

Ingrao aveva compiuto cento anni il 30 marzo scorso, e già in quel compleanno giornali e telegiornali, amici e nemici, avevano letto la sintesi del secolo scorso, e la sigla della sua fine. A me era parso piuttosto il segno di una sua sporgenza: come se la presenza di Pietro fosse lì a ricordarci che il secolo breve, dato per morto e sepolto nel 1989, si allunga oltre la sua durata e si sporge appunto sull’oggi, con tutto il ventaglio delle contraddizioni e dei problemi che l’89 non ha risolto bensì riannodato, come Ingrao stesso aveva lucidamente profetizzato nei mesi della caduta del muro di Berlino, della fine del mondo bipolare e dell’eutanasia del Partito comunista. E certo, ciò che è accaduto tra quel compleanno e oggi non fa che dare ragione a quella sua profezia (oggi riscontrabile nell’ultima raccolta di scritti ingraiani pubblicata da Ediesse con il titolo Coniugare al presente): dall’onda migratoria (“Che faremo quando arriverà”, si chiedeva Ingrao già negli anni novanta, “ci difenderemo con il razzismo?”), all’immobilismo dell’Europa e della sinistra europea che già allora lo tormentava, ai rigurgiti autoritari e xenofobici delle ex società sovietiche che già allora intravedeva.

Tutto questo riapre il giudizio, o almeno dovrebbe, sul supposto segno conservatore dell’ultima stagione di Ingrao, quella che comincia con l’opposizione alla svolta della Bolognina e prosegue con l’addio al Pds e l’avvicinamento al Prc prima, a Sel poi: una stagione che a dispetto della vulgata non fu affatto caratterizzata da una sua resistenza al cambiamento, bensì da un conflitto lungimirante sul segno da imprimere e sulle modalità con cui attuare una trasformazione di cui egli era il primo a sentire l’urgenza. È l’Ingrao forse più disconosciuto, ma anche quello che più è destinato a “incombere”, avrebbe detto il suo amico Cesare Luporini, sui nostri giorni presenti e futuri.

Meno controverso, ancorché tutt’altro che pacificamente acquisito, il lascito della sua precedente vicenda politica, racchiusa tra la rivolta antifascista e la fine dell’esperimento comunista, sintesi davvero emblematica del secolo “grande e terribile” cui Ingrao sentiva e rivendicava di appartenere in ogni nervatura e in ogni piega della propria esperienza politica, umana e culturale. La formazione giovanile sotto il fascismo, gli studi alla scuola sperimentale di cinema, l’irresistibile “spinta fisica ed emotiva” (ancora parole sue) alla libertà che lo trasformò nel partigiano Guido, la resistenza e la liberazione; la partecipazione al gruppo dirigente del Pci togliattiano, la direzione dell’Unità, il dissenso espresso all’XI congresso del 1966 con la scandalosa frase “Non sarei sincero se dicessi che sono stato persuaso”; i due errori decisivi, in seguito oggetto di ripetuta autocritica, del sì all’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956 e del sì all’espulsione del gruppo del manifesto nel 1969. E poi ancora, la presidenza della camera – prima volta di un comunista – fra il 1976 e il 1979 e quella del Centro studi per la riforma dello stato negli anni successivi, entrambe costellate dall’elaborazione ingraiana sulla democrazia, sul rapporto fra masse e potere (l’omonimo libro è del 1977) e fra istituzioni e legame sociale (a proposito: mai Ingrao avrebbe accettato che il superamento del bicameralismo perfetto, da lui stesso auspicato in tempi non sospetti, si realizzasse nella forma in cui sta per realizzarsi oggi). Cos’altro? L’impegno pacifista negli anni ottanta, la curiosità appassionata, rarissima in un dirigente comunista, per il femminismo, la diagnosi lucida (Appunti di fine secolo con Rossanda, 1995) dell’egemonia neoliberale installatasi in occidente dalla Trilateral in poi.

Sono i capitoli di una biografia politica che attende ancora di essere collocata, al di là dell’insistenza sull’ambivalenza di ortodossia ed eresia caratteristica del personaggio, all’interno della grande vicenda novecentesca che ha visto prima annodarsi, poi spezzarsi, il rapporto fra sviluppo capitalistico, crescita del movimento operaio e allargamento della democrazia. Una vicenda della quale viviamo oggi gli esiti deludenti e dolorosi, e sulla quale l’occhio dello storico avrà prima o poi ragione dei giudizi sommari della cronaca e dei poco probabili derby fra “vecchio” e “nuovo” che ottundono da più di due decenni il dibattito pubblico. A quell’occhio, la “pratica del dubbio” di Pietro Ingrao apparirà certamente molto più necessaria e lungimirante di quanto non sia apparsa a molti suoi contemporanei. E altrettanto certamente essa continuerà ad accompagnare chi ha avuto la fortuna di incontrarlo, seguirlo, volergli bene, nutrirsi della tessitura di ragione e affetti, durezza e tenerezza di cui sempre erano fatte le sue parole, che ha fatto l’unicità irripetibile di un maestro come Pietro e che rendeva unica e irripetibile la relazione del suo popolo ma anche quella singolare, politica e umana, con lui. Sì che in questa notte di eclissi lunare che accentua la sensazione di buio in cui sempre la fine di un maestro ci lascia, vorrei salutarlo con tre fotografie, fra il personale e il politico, prese dall’albo dei ricordi di alcuni momenti condivisi.

La prima foto è scattata a Lenola, nella sua casa, nel 1979. È estate e Maria Luisa Boccia, sua nipote prediletta e mia amica adorata, mi ha invitata lì per il fine settimana. C’è anche Pietro, all’epoca presidente della camera, è la prima volta che lo incontro di persona, ne ho soggezione e gli do del lei non foss’altro che per la sua carica istituzionale, ma lui mi rimprovera e si rabbuia contrariato: non ci si dava del tu, fra compagni? Già, ci si dava del tu. Passeranno dieci anni prima che al centralino di Botteghe Oscure, all’indomani della svolta, il lei diventi all’improvviso la nuova norma, segno inequivocabile del cambio di stagione.

Seconda foto, nella redazione del manifesto, 1993. Ingrao ha appena lasciato il Pds, ed è convinto che non possa esserci nessuna prospettiva e nessuna ripartenza senza rimettere al mondo una comunità di intenti attraverso l’analisi culturale del cambiamento in corso; da questa convinzione nascerà un settimanale di approfondimento, Il Cerchio quadrato, in cui, a trent’anni dalla radiazione del gruppo del manifesto dal Pci, Ingrao e gli ingraiani “eretici” si ritrovano assieme, con l’aggiunta di alcuni cosiddetti giovani, tra cui la sottoscritta, non direttamente coinvolti nei conflitti e nelle ferite della sinistra Pci. È stato lì che ho visto all’opera il metodo di Ingrao: una miscela potente di pensieri larghi e di attenzione puntigliosa al dettaglio quotidiano, che smentiva eclatantemente i suoi ritratti di utopista “acchiappanuvole”, astratto e rarefatto. Risalgono a quell’epoca alcune interviste che ho avuto la fortuna – e la pazienza: un’intervista era in realtà un impegnativo confronto e non durava mai meno di un paio di giorni – di strappargli. Una in particolare mi parve e tuttora mi pare preziosa, si intitolava “La lingua perduta della politica” e ragionava del rapporto fra politica e comunicazione, rappresentanza e rappresentazione, con una pregnanza insuperata nei successivi vent’anni di disquisizioni politologiche e massmediologiche in materia.

Terzo scatto, all’Auditorium di Roma, novantesimo compleanno di Ingrao: al Centro per la riforma dello stato avevamo deciso di festeggiarlo pubblicamente, da allora in poi, tutti gli anni. Non ricordo se fu quella volta o l’anno dopo che lui, per dribblare il traffico, si fece accompagnare in motorino, però ricordo parola per parola quello che disse alle tremila persone sedute in sala. Cominciò dalla forza trascinante della politica, ma solo per metterne a fuoco il limite e l’eccedenza, quello che dalla politica resta fuori ma senza cui la politica non è nulla, diventa piccola e vuota, sorda e muta. Quel limite, disse, non è altro che l’umano: l’umano differente e irriducibile, “lo smisurato che non si lascia misurare e che eccede l’essere sociale”, “l’indicibile di noi stessi e della relazione con l’altro che non possiamo mai afferrare fino in fondo”: e che ne sarà della politica, se dell’umano tutto diventa misurabile, spendibile, mercificato, mediatizzato? La domanda sulla soggettività che si è aperta all’inizio del secolo con Freud e Joyce e che ha fatto grande la politica novecentesca, aggiunse Ingrao, non deve chiudersi con la fine del novecento. “Ecco la mia paura, che mi venga tolto non tanto il pane, e nemmeno la Costituzione, ma questa idea dell’umano che ho imparato in questo secolo. Vi prego, non permettete che questa domanda venga cancellata”. Non lo permetteremo, Pietro.

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Una foto, quella foto

Pubblicato su Huffington Post il 4/9/2015

L’immagine al posto della cosa. Il primo comandamento del regime della visibilità assoluta ha fatto davvero molti proseliti, se il dibattito sull’opportunità di pubblicare la foto del corpo senza vita del bimbo sulla riva di Bodrum ha rapidamente sopravanzato il dibattito sui fatti che quella foto restituisce. Ma lo scandalo non è la foto, è il cadavere; non è averla pubblicata, è disquisire dell’etica della comunicazione invece, o prima, che dell’etica della guerra e della spietatezza delle politiche sui migranti.

Leggo le motivazioni pro e contro la pubblicazione di quell’immagine scritte dai direttori di giornali italiani e stranieri, scorro su Facebook centinaia di post pro e contro scritti da chiunque. Ci sono da un lato molte buone intenzioni pedagogiche: quella foto squarcia un brandello di realtà, allerta il sonno della ragione, scuote le coscienze, può dare fastidio solo a chi non vuole vedere quello che accade.

Dall’altro lato molte preoccupazioni altrettanto pedagogiche, e più o meno consciamente difensive: quella foto è sciacallaggio mediatico, pornografia della morte, abuso irrispettoso di minore e di cadavere; non serve a sensibilizzare chi alza muri, fornisce solo un alibi compassionevole a chi non regge il peso della colpa; esaspera la ridondanza di immagini che accompagna come un’arma di distrazione di massa la tragica odissea dei migranti; alimenta la catena del voyeurismo che dall’ossessione del selfie al consumo macabro della morte non risparmia più niente e nessuno.

Ma siamo sicuri? Nella (in)civiltà delle immagini, non tutte le immagini sono uguali, non tutte sono incorniciate allo stesso modo, non tutte si prestano allo stesso consumo; nessuna, probabilmente, ha il potere di educare o di formare chi le guarda, ma ciascuna tocca corde sopite e mute della nostra sensibilità; moltissime si sommano nel flusso indistinto della ridondanza mediatica, ma alcune hanno viceversa il potere di sospenderlo. E questo precisamente è il caso, o almeno così a me pare, della foto di Bodrum.

Da mesi, ormai anzi da anni, siamo quotidianamente investiti da raffigurazioni della cosiddetta “emergenza migranti” che non fanno che alimentare e confermare la percezione più stereotipata e fobica di una invasione massificata e indistinta, aliena e potenzialmente violenta. Foto di barconi stracolmi e vacillanti, foto di carovane che forzano i confini, foto di corpi provati, foto di cadaveri galleggianti senza nome e senza sepoltura, compresi i cadaveri di bambini scaraventati su Internet da una valanga di post, questi sì senza alcuno scrupolo né pudore; foto di occhi che ci guardano sperduti e muti all’arrivo su una terra promessa e ostile. Il messaggio è sempre lo stesso, un’odissea di massa senza nomi e senza storie che preme con la forza inarrestabile della “loro” quantità sulla “nostra” impotenza di spettatori senza qualità.

La foto di Bodrum è l’esatto contrario. C’è un bimbo, solo, riverso su quella riva; potrebbe essersi addormentato con i vestiti ancora addosso, i bambini spesso dormono in quella posizione, invece non si sveglierà mai più; potrebbe essere stato su quella spiaggia a giocare, invece giace lì come un relitto, simbolo incarnato di una condizione umana inerme, esposta e appunto derelitta. Non ci minaccia con la forza anonima di una massa aliena, ci interroga con la potenza singolare e perturbante, direbbe Freud, di qualcosa di familiare che ci si mostra inaspettatamente in una forma straniata. Come pure il militare che lo prende fra le braccia non evoca forze dell’ordine schierate a difesa di un confine, ma al contrario il gesto di pietà di un uomo disarmato che si sporge a soccorso di un altro, un gesto che chiunque di noi, ciascuno e ciascuna di noi, sarebbe chiamato a ripetere dalla tragica odissea dei profughi. Lo scatto della testimone, infine, non consegna la scena al tritacarne mediatico: riconsegna piuttosto quel bimbo al suo nome, alla sua storia, al suo diritto alla sepoltura, e al nostro dovere di riconoscere quel nome, quella storia, quel diritto.

Sono tutte singolari le foto che, come si ricorda in queste ore, hanno cambiato la nostra percezione dei grandi eventi storici. Una era la ragazza vietnamita che scappava nuda dalle bombe al napalm, una la donna rivestita di polvere che emergeva dalle macerie delle Torri gemelle, uno il ragazzo di fronte ai carri di Tienanmen, una l’aguzzina di Abu Ghraib (lo sanno bene gli strateghi della comunicazione dell’Isis, che infatti ci provocano perversamente con la serialità delle decapitazioni individuali). Queste foto ci ricordano che la Storia è fatta di storie, che ogni nostro singolo gesto ne risponde, che la condizione umana, universalmente vulnerabile ed esposta alla violenza dell’altro, si incarna nella vulnerabilità di ciascuno e ciascuna, e la salvezza può venire solo dallo sguardo dell’altro che la raccoglie e dal gesto dell’altro che la accoglie.

Queste foto non si mettono al posto dei fatti, li evocano invece senza scampo; non accompagnano il flusso della pornografia mediatica, lo interrompono invece e lo sospendono. Forse non arrivano a educare la nostra ragione, ma nemmeno ci parlano solo al cuore: si installano nei nostri sensi, aprendoli a quel perturbante da cui ci ostiniamo a difenderli con muri e confini tanto possenti quanto inutili e fragili.

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