Elezioni/3 Fine della Seconda Repubblica?

Una legge La tela di Penelope di Simona Colarizi e Marco Gervasoni (Laterza) e si chiede se tutto quello che si va scrivendo su come e perché queste elezioni scriveranno la parola fine sulla (cosiddetta) Seconda Repubblica non sia un puro whishful thinking. Il libro in questione è per l’appunto una storia della Seconda Repubblica e basta scorrere il primo capitolo, che ripercorre gli anni dall’89, crollo del Muro di Berlino, al ’94, exploit  di Silvio Berlusconi, per farsi venire molti dubbi. Fra vent’anni fa e oggi le somiglianze sono molto più delle differenze e le permanenze molto più delle fratture: la sceneggiatura è inquietantemente la stessa, anche se gli attori cambiano (lentamente, e non tutti: qualcuno, com’è noto, non ce la fa a uscire di scena). C’era una volta un sistema politico proporzionalista e partitocratico stagnante, scosso dall’esterno dalla fine del mondo bipolare e dagli accordi di Maastricht, minato all’interno dal debito pubblico e dalla corruzione e  investito da un forte vento antipolitico e giustizialista;   c’è adesso un sistema politico maggioritario e partitocratico stagnante, scosso dall’esterno dall’austerity  europea, minato all’interno dalla corruzione e investito da un forte vento antipolitico e giustizialista. Ci furono allora una sterzata rigorista (di Giuliano Amato) e un governo tecnico (di Carlo Azeglio Ciampi), c’è stato adesso il governo tecnico e rigorista di Mario Monti. Nacque allora l’ideologia, mediaticamente costruita e sostenuta (dalla tv-verità, da Repubblica, da Micromega), di una società civile virtuosa contrapposta a una classe politica viziosa, e l’idea che bastasse processare penalmente i politici corretti per esentarsi dal processarli, e processarsi, politicamente; di entrambe si giovò la resistibile discesa in campo di Berlusconi con addosso la maschera dell’imprenditore impolitico e in mano l’arma decisiva della televisione. Imperversano ancora oggi quell’ideologia (impugnata in versione anti-casta dal Corsera) e quell’idea, e di entrambe si giova la resistibile discesa in campo di Beppe Grillo, con addosso la mschera dell’istrione impolitico  e in mano l’arma decisiva della Rete. Cominciò allora il lungo viaggio della sinistra post-Pci alla ricerca di una nuova identità, e quel viaggio non è ancora approdato a una qualche certezza. I magistrati si installarono allora, come vittime (Falcone e Borsellino) o come giustizieri (il pool di Mani pulite) nell’immaginario popolare, e vi restano tutt’ora, magari come candidati premier (Ingroia).

Non voglio dire che tutto è rimasto uguale. Di mezzo c’è in primo luogo la più grande crisi economica, sociale e politica che abbia colpito l’Occidente dopo quella del ’29, la consumazione della narrazione trionfante della prima fase del neoliberismo, quella gaudente e consumista incarnata in Italia da Berlusconi, e il passaggio duro nella seconda fase, quella rigorista e penitenziale incarnata in Italia da Monti. C’è in secondo luogo la crisi del blocco sociale degli “imprenditori di se stessi” (e delle imprenditrici del proprio corpo) che ha sostenuto per quasi vent’anni il regime del vero e del falso del Cavaliere. Ci sono, già visibili nel voto dell’anno scorso,  i segni di un cambio di egemonia rispetto all’ultimo trentennio, che la sinistra moderata europea e quella italiana stentano ad assumere fino in fondo.  E c’è infine una nuova rottura del sistema politico, con un’inversione a U dal bipolarismo maggioritario creato dal Cavaliere e voluto da tutti nel ’94 a un nuovo assetto policentrico, se non proporzionalista. Sarà quest’ultimo dato, molto probabilmente, a tenere banco, insieme ai suoi risvolti sulla formazione del governo e sulla governabilità,  nell’analisi del voto che comincia fra un’ora su tutte le tv. Ma per quanto sia importante, questo dato non basta a decretare la fine della Seconda Repubblica,  di cui restano in campo tutte le permanenze culturali, sociali e politiche di cui sopra, prima fra tutte la trasmigrazione della demagogia  antipolitica dalla salsa televisiva di un leader-attore a quella internettiana di un altro leader-attore, contrapposto al primo nei contenuti ma continuatore del primo nelle forme. La sottovalutazione delle permanenze sotto il cambiamento del sistema politico fu un errore  di valutazione nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, di cui paghiamo ancora le conseguenze.  Cerchiamo di non ripeterlo.

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