Romeo, Annamaria e gli altri

Leggo fra i commenti in rete al suicidio di Romeo Dionisi e Annamaria Sopranzi, seguito da quello del fratello di lei Giuseppe, che tragedie come questa richiedono solo un rispettoso silenzio, e che  a parlarne si rischia di strumentalizzarle. Bene, corro il rischio perché sento viceversa che parlarne bisogna, e che è il “rispettoso silenzio” a rischiare di sconfinare nell’indifferenza. Che cosa, se non la mancanza di parola, sta portando tanti, troppi, a questi gesti disperati? Racconta Ivo Costamagna, il presidente del consiglio comunale di Civitanova Marche dove i due coniugi abitavano, che pochi giorni fa li aveva invitati a parlare della loro situazione con i servizi sociali, ma che loro gli avevano risposto di no, che non sarebbero andati a parlarne perché si vergognavano della loro condizione.  L’impossibilità della parola, lo sappiamo, è l’anticamera della depressione, del senso di solitudine senza rimedio, della depressione. E’ ciò che ci fa sentire in una situazione senza rimedio, non comunicabile e non condivisibile, e perciò irrimediabile. Personalmente trovo del tutto legittimo, e nient’affatto strumentale, imputare di questa e altre consimili tragedie una politica economica spietata che per risanare il debito pubblico indebita a morte i singoli. Ma prim’ancora c’è la più generale responsabilità dello stile di vita imposto dal neoliberismo degli ultimi decenni, che è riuscito a privatizzare l’esperienza del lavoro – e del non-lavoro, della disoccupazione, dei pensionamenti forzati e via dicendo – come fosse, per ciascuno e ciascuna, affar proprio e solo proprio. Siamo tutti imprenditori di noi stessi, nel bene e nel male: chi ce la fa vince, chi non ce la fa perisce, come in una lotta per la sopravvivenza e la selezione della specie. Ma nessuno parli, se è vincente per scaramanzia e strafottenza del prossimo, se non ce la fa per vergogna. E’ una sottile interdizione della parola, che si traduce subito in un’interdizione della politica, perché senza racconto di sé condiviso con altri non c’è riconoscimento, non c’è relazione e non c’è politica. Uscire dal silenzio, raccontare il lavoro e il non-lavoro, le vite e le non-vite, la condizione umana e meno-che-umana in cui la guerra economica in corso ci precipita, è l’unico gesto di solidarietà estrema, fuori tempo massimo, che dobbiamo a Romeo, Annamaria, Giuseppe e ai tanti, troppi, come loro.

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5 risposte a Romeo, Annamaria e gli altri

  1. Un evento come quello di cui si occupa il testo di Ida Dominijanni mostra il centro oscuro e silenzioso (come il cuore immobile di un ciclone) della crisi di civiltà che attraversa il nostro paese, un paese fragile che la subisce più di altri e l’Europa e tutto il mondo: basta pensare al naturicidio in atto. Parlarne, pensarne con tutti i mezzi che abbiamo.

    • Luana Zanella ha detto:

      E’ anche un paese che invecchia più velocemente di altri e dove le reti familiari, amicali, di vicinato si sono indebolite, assottigliate, fino quasi a scomparire…Se dietro un o una giovane disoccupata o precaria c’è quasi sempre una famiglia che dà sostegno, per molte persone anziane e molto anziane, così non è. Le amministrazioni locali, con il taglio dei trasferimenti, faticano a garantire prestazioni monetarie e servizi, con contraccolpi sul “privato sociale” di non poco conto…Concordo, è necessario prendere coscienza circa la natura e la profondità di questa crisi, di civiltà appunto! E lottare!

  2. paolo R. ha detto:

    Fra pochi giorni avrò 61 anni, e di anni ne ho lavorati 41, sono uno di quei “fortunati” del 1952,ne devo lavorare ancora quattro, ma questo non sarebbe un problema, inquanto il lavoro non mi ha mai spaventato. Il vero grande problema è trovare il lavoro. In due anni sono riuscito a lavorare per sei mesi,ho fatto di tutto,dal decoratore a pulire servizzi igenici. Il mese scorso ho percepito i soldi dell’ultimo lavoro,i quali stanno finendo e poi non ho più alternative. Le agenzie del lavoro sono una enorme fregatura, ancor peggio il mondo del lavoro.Mi sono presentato in alcune aziende,la prima cosa che guardano sono i miei capelli bianchi, ed è quì che inizzia lo scartare la persona.Non serviamo più,il nostro bagaglio di 40 anni di esperienza non inporta a nessuno. Al momento vivo in una unica stanzetta concessami per benevolenza,fin che dura. E’ vero, l’orgoglio ti porta a non chiedere nulla a nessuno,io ho provato a metterlo da parte,ma non è servito a nulla. Ho militato per ben 30 anni nel sindacato FIOM-CGIL e mi ci sono dedicato con passione per aiutare gli altri,cercando sempre di capire le esigenze degli altri.
    Difronte a tutto questo mi è difficile non puntare il dito verso la politica,anche se riesco ancora a fare un distinguo fra quella con la P maiuscola e quella ipocrita e becera.
    Le tre persone che si sono tolte la vita, li ho e li comprendo di aver fatto il gesto estremo,sarei bugiardo se dicessi che non mi è passato per il cervello quel pensiero,penso che sia un automatismo e non un ragionamento. La disperazione è la cosa più pesante da assorbire e nessuno è immune. Ma ciò che fà molto male e ci incattivisce è non un senso di abbandono ma un vero abbandono da parte delle istituzioni.

    • idomini ha detto:

      Mi scuso per il ritardo, non avevo visto questo commento. Storie come la tua, Paolo, ce ne sono tante, troppe, e la dicono lunga sul paese in cui viviamo: che paese è quello che ci rottama tutti nel pieno della vita professionale? Che paese è quello che con una mano allunga l’età pensionabile, e con l’altra non offre lavoro a chi ha qualche capello bianco? Hai perfettamente ragione a puntare il dito contro la politica e l’abbandono delle istituzioni. Ecco, la cosa importante mi pare continuare a distinguere, come tu fai, fra il ”senso” di abbandono, che ci colpevolizza e ci deprime, e la consapevolezza dell’abbandono reale, che può aiutarci a lottare contro chi di fatto abbandona ciascuno a se stesso. Mi auguro, e voglio credere, che la Fiom-Cgil possa essere ancora un punto di riferimento per te e aiutarti a tenere la porta chiusa alla disperazione, che non aiuta.

      • paolo R. ha detto:

        Non c’è assolutamente bisogno che tu ti scusi,può benissimo capitare. Ti ringrazio della tua attenzione e delle parole che mi scrivi, le quali mi hanno fatto molto piacere.
        La speranza che ci rimane è di un cambiamento radicale e serio,con uno sguardo a partire dal basso. Ancora ti ringrazio ti invio un saluto afettuoso.

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