Rosarno, dove muore l’Europa

Dato che Rosarno è tornata d’attualità con la vicenda Preiti e grazie all’ultima puntata di Servizio pubblico, ripropongo l’articolo che avevo scritto in campagna elettorale con Andrea Di Martino, dopo la visita-shock al campo dei migranti di San Ferdinando. 

Arriviamo al campo di San Ferdinando e la scena parla da sé: una discarica di immondizia ci introduce a una discarica dell’umano. Alle tende della Protezione civile piantate dopo la rivolta dei migranti del 2010 si è aggiunta nel corso del tempo un’altra tendopoli, fatta di cellophane e di ethernit, dove vivono, si fa per dire, altri 600 lavoratori stagionali pervenuti via via in quel di Rosarno e dintorni. Vengono dal Senegal, dal Mali, dal Ghana, da ogni angolo del continente sepolto dall’ordine del discorso occidentale, per ritrovarsi sepolti anche loro in questa discarica. L’Europa culla della civiltà, l’Europa sempre a venire, perennemente in costruzione e perennemente barcollante, muore a Rosarno oggi della stessa malattia di cui morì sotto il nazismo, la pratica del campo. Un campo è un campo, oggi qui come ieri a Auschwitz: un filo spinato che traccia il confine fra l’umano e il non umano, fra la libertà e la segregazione, fra il visibile e l’invisibile, il dicibile e l’indicibile. Di là dal filo spinato, sopravvivono, solo uomini e uomini soli, fra rifiuti, latrine, stracci, docce improvvisate nel freddo gelido, residui del cibo distribuito dalla Caritas, dagli Amici di Jonas, dalle donne di Rosarno e San Ferdinando che cucinano anche per loro. Di qua dal filo spinato vaghiamo noi, Alba, Laura, Antonio e gli altri visitatori di SEL, sepolti a nostra volta dagli inutili sensi di colpa, cercando di capire com’è possibile che a tutto questo ci si abitui, ci siamo, di fatto, già abituati: sappiamo ma continuiamo a vivere, noi donne e uomini «liberi», come se non sapessimo. A cavallo del filo il sindaco di San Ferdinando che scrive a tutti, dal Presidente della Regione al Presidente della Repubblica, lettere che restano senza risposta, e le compagne e i compagni della Piana, lacerati fra la solidarietà ai migranti e quella agli ultimi «nostri», impoveriti dalla crisi che falcidia redditi e posti di lavoro, nella trincea quotidiana di una guerra fra poveri sempre a rischio di esplosione, dove allo sfruttamento del lavoro maschile si aggiunge lo sfruttamento della prostituzione femminile delle migranti che arrivano non da Sud ma da Est e si offrono al confine fra il campo e il paese. Fra le tende i migranti sorridono, ringraziano – loro! -, stringono mani, raccontano la loro storia sempre uguale: viaggi avventurosi all’andata e costosi al ritorno, permessi di soggiorno, il lavoro nella Piana finché ci sono le arance, poi i pomodori a Foggia o le mele nel Trentino, poi di nuovo qua o, se i soldi bastano, un intervallo in Africa a ritrovare le mogli e i figli, paghe da fame, gerarchie al loro interno con i caporali che li sfruttano, chilometri a piedi ogni giorno sulla Nazionale dove ci scappa sempre qualche morto in bicicletta. Torneranno, malgrado il campo? Sì, torneranno. Non alzano le pretese, «loro». Siamo noi a doverle alzare, per loro e per noi. La chiamano ancora emergenza, ma è diventata una tragedia strutturale, che ha bisogno di risposte strutturali: un centro di accoglienza a norma, un’agricoltura di qualità basata sulla filiera corta che elimini lo sfruttamento dei migranti e insieme quello degli agricoltori vessati dalle multinazionali. L’abolizione della Bossi Fini e dei Cie. Una commissione parlamentare d’indagine che renda noto a tutti quello che troppi vogliono continuare a ignorare. Anche in campagna elettorale, perché se i migranti non votano a che serve parlarne? Serve per restare umani, «noi». Serve per rimettere la Calabria in Europa e l’Europa a Rosarno, dove non si consuma un’emergenza locale ma una tragedia globale, che ci chiama tutte e tutti, ciascuna e ciascuna, a dire basta.

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