Muri di impotenza

Pubblicato su Internazionale il 28/8/2015

Sette anni fa, marzo 2008, la filosofa americana Wendy Brown parlò in una conferenza romana dei nuovi muri che dal 1989 in poi, a onta e smentita della retorica sul mondo unificato dal crollo del muro di Berlino, erano spuntati qua e là tracciando nuove linee di guerra, esclusione, xenofobia, militarizzazione poliziesca. Muri di cemento e di filo spinato, muri tecnologici fatti di sensori e telecamere, muri militari fatti di uomini in divisa; al confine fra Stati Uniti e Messico, Sudafrica e Zimbabwe, Egitto e Gaza, India e Pakistan, Arabia Saudita e Yemen e via dicendo, per marcare confini, discriminare popolazioni, allontanare migranti, poveri e lavoratori, acchiappare contrabbandieri e dissuadere terroristi. Muri paradossali e fuori tempo: eretti ovunque per riaffermare e spettacolarizzare la potenza della sovranità nazionale, ne rappresentano al contrario, spiegò Brown, l’ineluttabile declino; tentando invano di richiamare in vita un potere statuale minacciato dai flussi di persone, merci e capitali della globalizzazione, ne mostrano la fragilità e l’impotenza; barrando i confini, ne mostrano la porosità.

Le fece eco, nello stesso convegno, Judith Butler, mostrando a sua volta la struttura altrettanto paradossale della retorica patriottica, nazionalista e islamofobica del discorso pubblico mainstream nell’America in guerra contro l’Iraq e l’Afghanistan. Anche in questo caso, l’ostentazione di forza e padronanza dell’individuo sovrano, armato contro l’altro e il diverso a difesa della propria identità e della propria way of life, altro non era che un sintomo della crisi dell’individuo occidentale, e segnatamente della sua incapacità di accettare l’umana condizione di vulnerabilità e interdipendenza che all’altro lo lega ontologicamente, e tanto più evidentemente nel mondo globalizzato. Sullo sfondo di entrambi i paradossi – ostentazione e crisi della sovranità statuale, ostentazione e crisi della sovranità dell’io – l’evento dell’11 settembre 2001, e i processi di de-democratizzazione e privatizzazione delle esistenze e dello Stato innescati dalla già allora trentennale egemonia neoliberale.

Erano i tempi, che oggi sembrano assai remoti ma non lo sono affatto, dell’America di George W. Bush e della sua politica di revanche sulla ferita di Ground Zero, quando ancora la vittoria elettorale di Barack Obama, maturata sei mesi dopo, sembrava improbabile e la sterzata da lui imposta al discorso pubblico americano sul piano della politica economica, della visione geostrategica e della convivenza multiculturale sembrava impensabile. Ed erano i tempi in cui la sinistra europea e i suoi intellettuali deploravano la degenerazione della democrazia americana, sicuri che mai e poi mai avrebbe contagiato e piegato il modello europeo. Venere contro Marte, stato sociale contro individualismo neoliberista, lumi della ragione contro oscurantismo neocon, stato di diritto contro Guantánamo e Patriot Act: fiumi di parole sono stati versati a sostegno di un supposto primato europeo in grado di immunizzarci dalla deriva della democrazia americana innescata dall’11 settembre. La costruzione della Ue, delle sue Carte dei diritti e delle sue Corti se non delle sue istituzioni politiche nate morte, avrebbe assicurato questo primato per il futuro.

A distanza di pochi anni si vede bene quanto fosse infondata quell’illusione. Il quadro del rapporto fra le due sponde dell’Atlantico si è ribaltato: il terrorismo internazionale ha spostato di qua il suo obiettivo e i suoi centri di arruolamento, la guerra – Libia docet, ieri e oggi – seduce più le classi dirigenti europee che quella americana, il neoliberalismo americano ha trovato nella politica economica di Obama una qualche autocorrezione mentre l’ordoliberismo tedesco detta legge in tutta Europa, la costruzione dell’Unione europea non è più né un sogno né un progetto ma un fallimento e una disfatta. E mentre gli Stati Uniti discutono sulla legge per la regolamentazione degli immigrati con toni che non arrivano mai nemmeno a sfiorare quelli di un Matteo Salvini, in Europa nessuna Carta e nessuna Corte riesce a frenare l’onda xenofoba che innalza i muri e manda a morte profughi e migranti. Non solo. Tutto il carico più atroce della storia europea precipita sulla cosiddetta “emergenza” migratoria con la ferocia ineluttabile del ritorno del rimosso: come se le tracce della tanatopolitica dello sterminio si materializzassero di nuovo nei corpi asfissiati nei tir e nelle stive, nei cadaveri dilaniati dal mare, e perfino nella razionalità tassonomica di Angela Merkel che apre le porte ai profughi siriani ma chissà perché solo a loro.

Tanto più pregnante per l’Europa di oggi appare, in questo quadro ribaltato, la duplice diagnosi di Brown e Butler (nel frattempo oggetto di due libri, rispettivamente Stati murati, sovranità in declino, Laterza, e Frames of War, Verso). Tanto più paradossale risulta l’innalzamento dei muri – di ferro spinato come in Ungheria, di forze di polizia come in Macedonia, di navi da guerra come si fantastica di fare nel Mediterraneo al largo della Libia – che vorrebbero riaffermare la sovranità statuale in un’Europa che non è stata capace di costruire né un demos né un kratos sovranazionale, dove i governi nazionali oscillano fra l’esautoramento e la rivendicazione di un potere svuotato ed è solo ed esclusivamente la sovranità della moneta a dettare legge. E tanto più paradossale suona il grido di guerra xenofobo dei Salvini, delle Le Pen e dei piccoli proprietari di piccoli privilegi al loro seguito, in un’Europa massacrata dalla crisi economica, sociale e valoriale, dove la riaffermazione dell’io sovrano o di un “noi” immunizzato dal contagio con “loro” serve solo ad armare di una finta identità l’incertezza e la precarietà, il disincanto e il cinismo dell’esistenza individuale e collettiva.

Né i ferri spinati né le polizie violente riusciranno a ristabilire quei confini che la spinta della necessità e il desiderio di libertà continueranno ad abbattere, e nessun muscolo identitario serrato a protezione dell’io o del “noi” riuscirà a evitare il contagio inevitabile, e salutare, con l’altro e con “loro”. Papa Francesco ha ragione quando dice che c’è una guerra in corso: ma purtroppo e come sempre, si tratta di una guerra fra impotenze mascherate da un fantasma di potenza. L’impotenza di un continente non più vecchio ma decrepito che non riesce a pensare il presente e ad abitarlo; di un passato coloniale che non sa come raccogliere i cocci delle tragedie seminate; di un’economia politica che non sa incrociare i dati delle migrazioni dall’esterno e all’interno dell’Unione europea (57.000 giovani italiani emigrati in Gran Bretagna solo nell’ultimo anno) e trarne qualche conseguenza sulla catena delle disuguaglianze che essa produce; di un neoliberismo che non riesce a vedere nei migranti una risorsa e non un’alluvione; di una politica che di fronte a un processo epocale e alla mutazione antropologica che inevitabilmente ne conseguirà trova solo balbettii difensivi e non una sola frase strategica; di una governance europea che ha aspettato di ritrovarsi un tir pieno di cadaveri sulla terraferma prima di accorgersi che il Mediterraneo è diventato già da anni un cimitero. Muri inutili di filo spinato e di stupidità. Quando c’è una sola cosa urgente da fare, la prendo da un post che leggo su Facebook: aprire le frontiere, i cuori e soprattutto i cervelli.

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Tsipras e la scena madre di Bruxelles

Pubblicato su Internazionale il 15/7/2015

Non mi pare interessante né divertente partecipare al gioco di società che già imperversa a destra e a manca sul tasso di tradimento o di lealtà alla causa di Alexis Tsipras. Su di lui, le parole giuste le trova secondo me Adriana Cerretelli sul Sole 24 Ore, riconoscendogli “l’audacia della capitolazione di fronte al diktat dei partner per salvare il suo paese dalla catastrofe incombente e il coraggio di smentire a Bruxelles le sue promesse anti-austerità pur sapendo di rischiare la poltrona al suo ritorno ad Atene”. Bisognerebbe essere stati lì, nei suoi panni – anzi nella sua ormai proverbiale giacca – e in quella situazione di estrema violenza – “waterboarding mentale”, parole del Guardian – per poterlo giudicare: e nessuno di noi era lì sotto tortura come lui.

Ci sarebbe semmai da discutere sulla sua mossa precedente, l’offerta di accordo – quella sì incomprensibilmente docile – inviata alla troika all’indomani del successo del no al referendum: una mossa che già lasciava trasparire o un incauto disarmo o, viceversa, un incauto azzardo (nel caso puntasse dritto a scambiare l’accettazione delle riforme con la ristrutturazione del debito).Ma su questo punto fa luce il racconto retrospettivo di Yanis Varoufakis, chiarendo una divergenza tattica e strategica interna al governo greco con categorie più serie di quelle del tradimento, o del fallimento destinato dell’unico governo di sinistra esistente in Europa, care a commentatori e politici nostrani. Il gioco di società serve solo, e come sempre, a distrarre l’attenzione dalla scena madre di questa vicenda, che è, e resta, appunto, la notte del waterboarding. Un crescendo drammatico, per chiunque l’abbia seguito minuto per minuto, che ha squarciato ogni velo sullo stato politico e morale dell’Unione dimostrando definitivamente alcune cose.

La prima: nella vicenda greca il problema non è, e non è mai stato, economico, bensì politico e, ci tornerò tra poco, morale. L’eclatante sproporzione tra l’allarmismo per il debito greco e la ben superiore massa di danaro bruciata in borsa senza allarme alcuno all’annuncio del referendum era già servita a dare ragione ai premi Nobel che sull’altra sponda dell’Atlantico considerano risibile la motivazione economica dell’irrigidimento dell’Unione europea. Così come i conti fatti non da Syriza ma dal Fondo monetario internazionale sull’insostenibilità di quel debito per la fragile economia greca avevano già reso noto al colto e all’inclita che per salvare la Grecia non ci vuole il taglio delle pensioni e l’aumento dell’iva ma il condono del debito medesimo.

Le ragioni dell’irrigidimento sono dunque politiche e, soprattutto, disciplinari. Non c’è bisogno di tornare su quelle politiche, che hanno reso immediatamente virale l’hashtag #ThisIsACoup: colpo di stato (come quello dei colonnelli, scrive oggi Varoufakis, con le banche al posto dei carri armati: ma non è che nel passaggio Berlusconi-Monti l’Unione europea ci fosse andata leggera), sfregio della democrazia referendaria (ignorata e punita) e di quella parlamentare (ridotta a mera esecutrice del diktat tedesco), delegittimazione e tentativo di sostituzione di un governo regolarmente eletto e reo di aver tentato politiche antiausterità, terapia preventiva del contagio greco in Spagna domani e chissà dove dopodomani.

Per tutto questo, tuttavia, non serviva il waterboarding: bastavano i rapporti di forza, nudi e crudi e non necessariamente violenti, o sadici. C’è dunque un eccesso, nella scena madre di Bruxelles, che va interrogato. Esso attiene a un’intenzione specificamente punitiva, disciplinare e moraleggiante che non è tesa solo a fare abbassare le penne ai giovanotti scapestrati di Atene, ma a mostrare esemplarmente a tutti, tramite loro, che l’Europa è questa o non è, che “l’ordoliberismo” è la religione monoteistica dell’Unione e le cosiddette riforme sono i suoi comandamenti, che chi non li osserva va trattato alla stregua di un infedele e che chi li osserva deve non solo eseguirli, ma farli propri e implementarli. Il passaggio parlamentare concesso e richiesto ad Atene assume da questo punto di vista, al di là delle procedure di facciata, un significato simbolico preciso: il neoliberalismo non governa con i carrarmati, esige che i governati approvino, in tutti i sensi, i suoi diktat, li interiorizzino e se ne facciano portatori; che i debitori si sentano in colpa e si inginocchino a espiare la colpa.

L’apparato informativo che dal 2008 in poi ha reso popolare il discorso economico prima riservato a pochi eletti, facendoci diventare tutti esperti di tasse, pensioni, spread e derivati come tutti diventano esperti di calcio ai Mondiali, è solo il veicolo attraverso cui passa questo poderoso dispositivo di disciplinamento morale su cui il neoliberalismo costruisce il suo consenso, mobilitando un’adesione etica singolare e collettiva. Perciò nella vicenda greca non ne va “solo” della democrazia: ne va della nostra libertà, della nostra intelligenza, della nostra capacità di resistere al waterboarding mentale. L’esperimento greco ha aperto la strada. Ora spetta a tutti noi, uno per uno, una per una, tenerla aperta, se vogliamo ancora puntare sulla costruzione europea altrimenti destinata alla rovina.

 

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Con la Grecia torna la politica

Pubblicato su Internazionale il 5/ 7/ 2015 e su Huffington Post il 6/7/2015

Malgrado il tentativo militante di gran parte della stampa italiana di accreditare l’idea che, comunque vada il referendum, per i greci sarà una tragedia e per il premier Alexis Tsipras una sconfitta, penso invece che Tsipras abbia già vinto una partita cruciale e che per i greci, e per gli europei tutti, si tratterà di affrontare una situazione difficile ma inedita e, finalmente, aperta. Le due cose sono ovviamente collegate.

Alexis Tsipras e il ministro delle finanze Yannis Varoufakis, comunque si giudichino la tattica con cui hanno gestito la trattativa con la troika e i loro eventuali errori (ma era possibile non commettere errori, dati i rapporti di forza?), hanno il merito storico di avere riaperto una partita politica e culturale sulla natura, i fini e i mezzi dell’Unione europea che pareva ormai chiusa, o relegata in pochi e minoritari circoli di militanti e intellettuali sparsi nel continente.

Non si vince solo ottenendo risultati: si vince anche, anzi in primo luogo, modificando l’ordine del discorso, il regime del dicibile e dell’indicibile, del visibile e dell’invisibile. Nel giro di una settimana, l’ordine del discorso sull’Europa è completamente cambiato: come ha scritto Lucia Annunziata, il “canone” Europa – la finta e indiscutibile “oggettività” di un’Unione retta solo dall’imperativo kantiano dei diktat economici – è morto.

La maschera è caduta: l’economia non è mai neutra, è sempre economia politica; sotto il fanatismo neoliberale cova l’odio per la democrazia, la governance europea si è rivelata incompatibile con la legittimazione democratica di un governo investito da un chiaro mandato popolare anti-rigorista. Totem e tabù sono crollati: l’austerità non è più una religione, è un’iniezione letale i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti; e di converso, le alternative neokeynesiane smettono di essere eresie blasfeme sussurrate dai premi Nobel ed entrano a pieno titolo nel dibattito pubblico.

Infine e non ultimo, la geopolitica globale torna in scena a disturbare i deliri di onnipotenza della tanato-politica euro-tedesca: prima di soffocare la Grecia bisognerà fare i conti non solo con la Russia di Vladimir Putin ma anche con gli Stati Uniti di Barack Obama.

Sono tre risultati non da poco per un governo descritto per mesi dai mezzi d’informazione mainstream europei come una banda di estrosi scavezzacollo in cerca di popolarità a buon mercato (grida ancora vendetta il trattamento giornalistico riservato a Varoufakis, “quello che gira con la camicia fuori dai pantaloni”, come è stato definito in un talk della 7 pochi giorni fa).

La verità è un’altra, e non stupisce che sia insopportabile per i mezzi d’informazione di cui sopra, interessati alla questione generazionale solo quando è sinonimo di blairismo ritardato, arroganza e rottamazione.

Finalmente il campo europeo è diviso

Esponente di quella generazione che fu espropriata della politica a suon di cariche della polizia nelle ingloriose giornate di Genova 2001, Alexis Tsipras ha riportato la politica globale – la stessa di cui a Genova quella generazione già sapeva parlare prima di essere zittita – al centro di un’Europa spoliticizzata e fuori dal mondo.

Figlio di una crisi che in Grecia come altrove ha cambiato la psicologia sociale coniugando debito e colpa, il giovane leader greco ha spronato la sua gente a riconvertire il senso di colpa in riscossa politica: e non si capisce niente della sua mossa di convocare il referendum senza tenere presente questo cruciale tassello.

È grazie a questa improvvisa e imprevista impennata politica di Davide contro Golia che adesso, finalmente, il campo europeo è diviso, come sempre avviene quando c’è politica. Non serve a niente continuare a vedere in questa divisione, come fa la sinistra di governo in tutta Europa, una sorta di guerra santa fra (cattivo) populismo e (buon) riformismo.

La sinistra e la destra di governo – come Renzi insegna oggi e Berlusconi ieri – non sono meno populiste delle sinistre e delle destre di opposizione; e quanto al riformismo, la vicenda greca ha chiarito a tutti che il riformismo non è buono per definizione, e che è precisamente contro un cattivo riformismo che bisogna combattere.

Questo combattimento è ormai in corso, e continuerà a contagiare il campo anche dopo il referendum greco quale che sia il suo esito. Per la Grecia molte Cassandre prevedono sfracelli a partire da lunedì: la dissoluzione se vincerà il no, l’asservimento umiliante ai voleri della troika se vincerà il sì.

I giochi, c’è da scommetterlo, saranno molto più complicati: e non solo per la Grecia e per il governo Tsipras. Dopo l’allineamento alle posizioni della cancelliera tedesca Angela Merkel e della direttrice del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, quello che resta dei partiti socialisti europei rischia da oggi in poi la sparizione per conclamata inutilità.

A cominciare dal Partito democratico di Matteo Renzi, pronto a rottamare tutto salvo i fantasmi del passato: quando per fronteggiare la ridislocazione delle forze in campo non si trova niente di meglio che l’antico anatema contro gli opposti estremismi (in questo caso, Matteo Salvini e la sinistra che appoggia Tsipras), è segno che gli argomenti del riformismo sono assai usurati.

GRECIA

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Ingrao, la sporgenza di un secolo

Pubblicato su Huffington Post il 29/03/2015

Pietro Ingrao compie cento anni e Mario Tronti, presidente del Centro per la riforma dello Stato che di Ingrao è stata una creatura, presenta nel segno della sobrietà l’intenso calendario di iniziative (la prima il 31 alla Camera) organizzate in suo onore, perché di fronte a un compleanno che ha “qualcosa di eccezionale” è meglio tenere bassa l’enfasi. E’ un modo per essere fedeli a Ingrao e alla sua lingua politica e poetica, mai un tono sopra le righe di fronte agli eventi eccezionali che ha avuto la ventura di attraversare nel corso della sua esistenza. Tuttavia, per chiunque Pietro l’abbia incontrato pur solo una volta, è impossibile tenere bassa anche l’emozione, anzi la gioia perché lui è sempre lì con noi e con questo suo compleanno certamente vuole ancora dirci qualcosa.

1915-2015: un secolo breve, o un secolo lungo? O un secolo che si allunga oltre la sua durata, come la sporgenza di un tempo che non si chiude? E se fossero metafora di questa sporgenza le cento candeline di Ingrao: di uno sporgersi del Novecento oltre se stesso, malgrado tutte le decretazioni d’urgenza della sua fine snocciolate a destra e a manca dal 1989 in poi? Ingrao ha sempre avuto, per il “suo” Novecento, un attaccamento dichiaratamente appassionato: alla celebre definizione di Hobsbawm ha sempre preferito la propria, di un secolo “grande e tragico”, due attributi, o meglio due pieghe, di uno stesso nome, “politica”. Certamente la sua è una biografia pienamente, emblematicamente novecentesca, racchiusa fra l’irresistibile spinta “fisica e emotiva” – così Ingrao l’ha in seguito raccontata – alla libertà contro la violenza nazifascista e la fine dell’esperimento sovietico e del Partito comunista italiano. E certamente il lessico con cui ha pensato la politica – ortodossia ed eresia; lavoro e capitale; masse e potere; rappresentanza e partito – fa parte di una costellazione concettuale a sua volta tutta novecentesca. Tuttavia è proprio sul bordo della fine del secolo “grande e tragico” che lo sguardo di Ingrao, a dispetto della vulgata che da allora lo dipinge rivolto all’indietro, si sporge invece decisamente in avanti.

Fu chiara, questa sporgenza, a quanti – pochi – seppero leggere nell’opposizione di Ingrao alla svolta occhettiana, e più in generale alla lettura prevalente della catena di eventi inaugurata dal crollo del Muro di Berlino, una istanza non di conservazione ma di differente innovazione rispetto alla via intrapresa allora con i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ma a distanza di venticinque anni, quella sporgenza si è fatta adesso più visibile. L’ultimo dei volumi ingraiani curati per il centenario da Maria Luisa Boccia e Alberto Olivetti per Ediesse raccoglie, sotto il titolo Coniugare al presente, per l’appunto scritti, interviste e interventi dell’Ottantanove e seguenti, che oggi è più facile – e ancor più doveroso – sottrarre alla pretestuosa contrapposizione fra “nuovisti” e “frenatori” (Matteo Renzi non nasce dal nulla) in cui restarono presi allora. Che il mondo stesse cambiando e domandasse alla sinistra di cambiare erano i fatti a dirlo: in discussione non era questo, ma l’interpretazione e la direzione da imprimere al cambiamento. E su entrambe, ora si vede bene, era Ingrao ad avere la vista più lunga.

Basta citare soltanto alcuni degli oggetti su cui si posa. Le società dell’Est , dove con il disfarsi dei “regimi dittatoriali” e dei confini artificiali si affacciano forme di aggregazione ambivalenti, democratiche o regressive, e dunque “bisognerà vedere chi vince e chi perde, e quale volto assumerà la spinta che vince”. L’immobilismo dell’Europa di fronte al disfarsi del bipolarismo, e l’immobilismo delle sinistre europee di fronte a processi fin da allora prevedibili: “l’internazionalizzazione dei sistemi d’impresa, la dislocazione dei capitali, la riconfigurazione dei mercati, la precarizzazione del lavoro metteranno alla prova i sistemi di tutela delle organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori”, sì che la frontiera inaggirabile diventa la costruzione transnazionale di “una nuova Europa sociale”.

L’onda migratoria dal Sud del mondo anch’essa prevedibile, di fronte alla quale “che faremo? ci difenderemo con il razzismo?”. E in Italia, alla fine della cosiddetta prima Repubblica, la crisi acclarata e definitiva della forma-partito, la sostituzione della “lingua perduta della politica” – così in una intervista che mi diede nel ’92 – con le tecniche della comunicazione, e la necessità conseguente di inventare da capo i luoghi, più culturali che politici, di formazione di un “comune sentire” e di un comune linguaggio, senza di che “resta solo il conformismo delle classi vincenti” e la battaglia per l’egemonia è persa: “Grande è la sfida: o ci stiamo, o non ci lascerà sopravvivere”.

E’ uno dei due esergo che aprono il libro. L’altro, tratto dall’intervento di Ingrao contro la proposta di scioglimento del Pci presentata da Occhetto dopo la Bolognina, motiva la necessità di tenere aperto “l’orizzonte del comunismo”, come lo aveva definito negli stessi giorni Cesare Luporini, proprio al tramonto del comunismo realizzato novecentesco. “Sta sviluppandosi nelle società contemporanee occidentali un bisogno di beni che non sono quantificabili con il metro del danaro né misurabili con il criterio del mercato. Bisogni di comunità umana diretta; esigenze di affettività; volontà di prestazioni gratuite; domande di liberazione da un lavoro colpito da nuove forme di alienazione. Tenere aperto l’orizzonte del comunismo significa, già da ora, riconoscere il valore di questi bisogni, sperimentare germi di vita comune in cui essi possano esprimersi”.

Anno di grazia 1989. Ne passeranno una ventina prima che il lessico del comune si faccia strada nei movimenti d’inizio millennio, e prima che l’espressione “orizzonte del comunismo” ricompaia, del tutto inconsapevole di questa genealogia italiana, nel titolo di un libro della filosofa americana Jodi Dean, The Communist Horizon. Potenza dell’inconscio geopolitico occupato e preoccupato dalla caccia agli spettri di Marx, chioserebbe Derrida. O forse, sporgenza di un secolo oltre la propria fine troppo anticipata. Buon centenario, Pietro.

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Paris decadence. La profezia di Houellebecq

Pubblicato su Huffington Post il 22/2/2015

Francis ha 44 anni, un aspetto ancora giovane su un’anima molto fané, vive da solo nel quartiere cinese di Parigi, mangia cibi fusion precotti e scaldati nel microonde, non si muove quasi mai dalla capitale anche se possiede una Wolkswagen potente e scarpe americane high tech comprate per il trekking. Studia Huysmans, iniziatore del decadentismo francese, cui ha dedicato una tesi di dottorato lunga settecento pagine che continua ad alimentare il suo narcisismo intellettuale; e come tutti quelli cui l’accademia consente di fare carriera studiando un solo autore, vi si identifica fino a confondere la propria vita con la sua. Insegna alla Sorbona malvolentieri – si concede beato lui solo il mercoledì -, e i suoi corsi sono più che altro un’occasione per rimorchiare studentesse, ogni anno secondo lo stesso modulo: una minigonna gli fa girare la testa, seguono seduzione coperta dall’aura professorale e relazione sessuale rigorosamente a base di pompini, senza impegno né coinvolgimento emotivo.

Registra senza un palpito la morte della madre e del padre (separati), esclude il matrimonio ma insieme lo vagheggia come un’assicurazione per la vecchiaia, non ha amici (“a cosa servono, a pensarci bene?”), non ha passione politica (“mi sentivo politicizzato quanto un asciugamano”), detesta cordialmente i suoi simili (“l’umanità non mi interessava, anzi mi disgustava”). Insomma un tipaccio: se lo conosci lo eviti, come diceva anni fa una pubblicità contro l’Aids. E difatti le studentesse rimorchiate lo mollano regolarmente, e sanamente, appena se ne vanno in vacanza: «ho incontrato qualcuno», gli comunicano, arrivederci e care cose.

C’è da chiedersi perché allora un tipo così, ovvero il protagonista del fortunato “Sottomissione” di Michel Houellebecq, riesca a fare di questo romanzo un best seller europeo, senza che nessuno lo molli con la stessa irriverente franchezza delle ragazze in questione. Si dirà che tanta fortuna si deve non al personaggio ma alla profezia di cui Hoeuellebecq, attraverso di lui, si fa portatore: una Francia democraticamente conquistata, da qui al 2020, dalla Fratellanza musulmana, partito islamico moderato che si installa al governo tramite regolari elezioni sulle macerie dei valori repubblicani. Ma si sa che una profezia non è mai separabile dal profeta che la annuncia, come un sogno dal sognatore o una fantasia da chi la concepisce. Impossibile, dunque, separare la profezia di una Francia e di un’Europa addomesticate dall’Islam da come e perché il nostro Francis, e Houellebecq tramite lui, se la inventa.

La profezia, va detto, è ben congegnata. Spostando il fuoco dall’ossessione per la minaccia terrorista esterna alla possibilità che la crisi della democrazia francese generi dal suo interno le condizioni per la vittoria di una leadership islamica moderata, Houellebecq introduce nell’immaginario politico occidentale l’ipotesi nient’affatto peregrina che non sia il fanatismo fondamentalista, ma l’usurata e devitalizzata normalità laica ad aprire la strada a un radicale cambio di civiltà. Tutto, dall’alternanza destra-sinistra allo snobismo degli accademici, dalla supponenza dei giornalisti agli scontri nelle periferie, sembra scorrere normalmente e stancamente in una Francia già in parte consegnata, nel 2017, all’irresistibile ascesa del Fronte Nazionale di Marina Le Pen, e agitata da una sorta di guerra civile strisciante fra gruppi “indigeni” di estrema destra da un lato e gruppi di immigrati islamici radicali dall’altro: due facce della stessa medaglia identitaria, separate dalla linea del conflitto razziale e religioso.

Finché l’imprevisto irrompe e si impone alle presidenziali del 2020 nella persona di Mohamed Ben Abbas, che con un misto di realismo politico e idealismo strategico riesce nel duplice scopo di mandare in soffitta una democrazia dell’alternanza ridotta a “spartizione del potere fra due gang rivali” e di fornire una prospettiva valoriale a una società distrutta dal disincanto. Non una rivoluzione anticapitalistica ma un sistema produttivo compatibile con l’autoimprenditorialità neoliberale; non un regime religioso ma un compromesso per la coesistenza fra i tre monoteismi, sia pure con un netto vantaggio per la scuola e l’università islamiche lautamente finanziate dagli sceicchi del Golfo; non una dittatura politica ma un’alleanza di governo con ciò che resta del partito socialista e dell’Ump. E in compenso, tre assi culturali lungimiranti: un neo-umanesimo islamico contro l’umanesimo cristiano e le sue riduttive versioni politiche novecentesche, quella comunista e quella liberale; il disegno di un’Europa a guida franco-islamica, col baricentro spostato dalla Germania al Mediterraneo e con le ambizioni di un nuovo impero romano (antiamericano); e infine ma non ultimo, la restaurazione della famiglia e del patriarcato.

Ed è qui che la profezia del futuro si rivela indissolubile dallo sguardo del suo profeta sul presente, dove la diagnosi lucida sulla crisi della democrazia si mescola a un nietzschianesimo da bancarella, a un decadentismo di maniera trasferito dai primi del Novecento a oggi (l’Europa che un secolo fa perde “la memoria delle pratiche sessuali della Bella Epoque” per dare la stura al nichilismo è la stessa che nel 2013 si suicida chiudendo l’Hotel Metropole di Bruxelles, capolavoro dell’Art Noveau), a una ripetizione autoassolutoria del salmo sul tramonto dell’Occidente che legittima la dismissione di qualunque responsabilità, nonché la soluzione opportunistica, che Francis matura rapidamente, della conversione alla religione vincente.

Nella notte della democrazia tutte le vacche sono grigie, e la garanzia di poter continuare a lavorare in una Sorbona islamizzata, di un ottimo stipendio e di una terza età assistita da tre mogli vale bene un giudizio tanto definitivo quanto approssimativo sul tracollo della civiltà europea: “Giunta a un livello di decomposizione ripugnante, l’Europa non era più in grado di salvare se stessa”, dunque si salvi chi può e come può: non ci sarà “niente da rimpiangere”, e anzi ci sarà da guadagnare la realizzazione di un sogno. Quale, sarebbe facile intuirlo se non fosse scritto a chiarissime lettere: l’antico e sempre ritornante sogno di un uomo occidentale terrorizzato dalla libertà femminile, disporre di una corte di donne sottomesse – senza neanche la fatica di scegliersele, visto che la nuova burocrazia islamica affida alle mezzane la pratica di combinare i matrimoni – e per giunta ben più seduttive delle indaffarate donne in carriera europee. Infatti se di giorno si velano, di sera le islamiche si trasformano “in uccelli del paradiso, si agghindano con guepière, reggiseni trasparenti, perizomi ornati di pizzi policromi e gemme; al contrario delle occidentali che, raffinate e sexy durante il giorno, tornando a casa la sera si afflosciano indossando tenute comode e informi”.

La profezia di Francis-Houellebecq si rivela così per quello che è, una fantasia: la fantasia, dichiarata, di un ritorno al patriarcato fuori tempo massimo. Farebbe sorridere, se non fosse per la totale mancanza di ironia e autoironia dell’autore, nonché per il silenzio stupefacente, ed evidentemente complice, che in molte recensioni del libro, maschili ma anche femminili, sorvola sul punto in questione. Che pure è l’architrave del romanzo, come l’immaginario sessuale dell’autore ne è la cucitura. L’architrave, fin dal titolo: “C’è un rapporto fra la sottomissione della donna all’uomo come la descrive ‘Histoire d’O’ e la sottomissione dell’uomo a Dio come la contempla l’islam”. La cucitura, capitolo per capitolo: l’adorazione di Francis per il suo unico vero dio che non è Allah ma il suo organo sessuale, la classificazione delle donne in manichini in minigonna, prostitute in tanga o “superfici di carne smagrita, rinsecchita, moscia e cadente”, la loro valutazione in base al know-how che dimostrano nelle pratiche erotiche a lui più gradite, la riduzione della loro libertà a disponibilità sessuale sono le vere ossessioni del protagonista e dello scrittore. Il resto ne discende, compresa la decadenza europea: con la fine del patriarcato si fanno meno figli e senza saldo demografico in attivo le civiltà vanno in default, altro che debito pubblico.

Ben costruita e benissimo supportata dal lancio su Charlie Hebdo poche ore prima della strage del 7 gennaio, l’operazione di Houellebecq ha il solo e involontario merito di rovesciare la retorica guerrafondaia occidentale fondata sulla favola della “liberazione delle donne dal patriarcato islamico” mostrandone il rovescio fantasmatico inconfessabile, ovvero l’invidia dei “nostri” uomini per i loro nemici “esotici” e per la sottomissione femminile di cui essi, secondo uno stereotipo che peraltro fa torto al variegato mondo femminile islamico, sono supposti godere. All’indomani dell’11 settembre, quando questa retorica impazzava – anche qui da noi, in Italia e in Europa; e anche sulle testate di sinistra e a firma di radicalissimi intellettuali di sinistra – per legittimare la guerra in Afghanistan, fu premura del femminismo internazionale, americano, europeo e islamico, smontare la favola e mostrare il fantasma, ovvero le segrete simmetrie che intercorrono fra patriarcato islamico e patriarcato cristiano, fra la misoginia evidente dei nuovi fondamentalismi e la misoginia nascosta della tradizione politica occidentale, fra l’ingiunzione a coprirsi e l’ingiunzione a mostrarsi indirizzate alle donne dalla religione del Corano e dalla religione del mercato.

Come di tutto l’enorme dibattito successivo al crollo delle Torri gemelle, anche di questo cruciale tassello il dibattito europeo di oggi sembra aver perso completamente memoria; e deve averla effettivamente persa, se premia tanto generosamente un romanzo misogino come “Sottomissione”. E sì che in Europa, nel frattempo, le prove che la fine del patriarcato genera mostri di ritorno, ma che questi mostri sono destinati a un’inevitabile sconfitta, non sono mancate: l’abbiamo ben visto in Italia, con le prove fallite di restaurazione patriarcale tramite bunga bunga in quel di Arcore. Come la mascherata berlusconiana, anche la fantasia di Houellebecq è destinata a non realizzarsi: non c’è nessuna sottomissione in pizzi policromi all’orizzonte. Le studentesse di Francis lo sapevano, quando se ne andavano al mare lasciandolo solo con le sue ossessioni e i suoi deprimenti pranzi precotti rimediati al supermercato cinese.

 

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Obama, il colpo d’ala dell’anatra zoppa

Pubblicato su Huffington Post il 22/01/2015

«The shadow of the crisis has passed», l’ombra della crisi è passata: bastano sette parole, la frase-chiave del discorso di Barack Obama sullo stato dell’Unione, per spalancare lo scarto che, «nei quindici anni che ci hanno portati nel nuovo secolo», ha allungato le distanze fra il vecchio e il nuovo continente. Non solo negli Usa la recessione è finita, l’economia è ripartita, la disoccupazione – snocciola il Presidente – è più bassa di prima del 2008, i licenziati dalla crisi ritrovano lavoro, i laureandi e laureati sono più numerosi che mai, la stragrande maggioranza degli americani ha per la prima volta nella storia una copertura sanitaria, la dipendenza dal petrolio mediorientale è finita. No, non c’è solo questo. C’è che alla fine di un quindicennio cominciato con l’attacco terrorista alle Torri gemelle e proseguito con l’attacco dell’alta finanza alla vita quotidiana della middle class, due bombe che hanno fatto vacillare il «we the people» americano, l’America si riscopre «una famiglia forte e unita», grazie al lavoro, ai sacrifici, alla resilienza e alla capacità di rinnovamento su cui ha saputo far leva nell’attraversamento di un tempo duro, «molto duro». L’ombra della crisi è passata, la depressione – psicologica, non solo economica – è alle spalle.

Barack Obama, l’anatra che tutto il mondo aveva decretato azzoppata per sempre solo due mesi fa, quando le elezioni di medio termine avevano consegnato tutto il Congresso ai Repubblicani, ribalta dunque con un colpo d’ala magistrale la recente sconfitta politica nel rilancio della dimensione storica del suo doppio mandato presidenziale. Non si tratta solo degli sgravi fiscali a favore della classe media che vanificano il vessillo no-tax degli avversari, o dei nuovi passi annunciati nel campo dell’assistenza sociale, della formazione, del diritto alla casa: un programma da stato sociale minimo che pare massimo di fronte all’estremismo neoliberista europeo, che sfida i Repubblicani in una sorta di corpo a corpo e che prefigura l’agenda per il prossimo presidente in linea con l’attuale. Al di lá di questo, Obama ritrova il filo strategico del progetto che lo portò alla Casa Bianca sei anni fa, quando la crisi abbassava le saracinesche di Manhattan e portava a Los Angeles centomila senzatetto mentre la ferita di Ground Zero continuava a sanguinare e le guerre conseguenti a infuriare in Afghanistan e in Iraq. Con i risultati di oggi in mano, il presidente visionario di allora può a buon diritto rivendicare la trasformazione qualitativa della leadership Americana, riproponendo due non e due sí: no a un’economia spettacolare in mano ai super-ricchi, sí a una riconversione produttiva che genera lavoro, reddito e chances per tutti; no alla paura e alla reattivitá che hanno armato l’America contro il pericolo terrorista, sí a una concezione “più intelligente” della leadership e a un uso “saggio” del potere della diplomazia più che dell’esercito. Sí che perfino gli errori e le contraddizioni che gravano sulla politica estera obamiana si sfocano a fronte di tre cambiamenti strategici comunque effettuati o avviati: la chiusura del ciclo di guerre post-11 settembre e lo svuotamento progressive di Guantanamo, il disinnesco del pericolo nucleare iraniano, la fine dell’ostilitá verso Cuba “scaduta da decenni”. Perché “il punto non è se l’America resta alla guida del mondo, ma come”: tanto più mentre il terrorismo continua a colpire “dal Pakistan a Parigi” e l’America deve restare al fianco di chiunque ne sia colpito, ma facendo tesoro delle lezioni del passato.

Naturalmente no, dall’altra parte dell’Atlantico non siamo nel migliore dei mondi possibili. E ovviamente sí, quando si snocciolano le cifre della ripresa americana bisognerebbe dedicare qualche parola ai costi antropologici che essa ha comunque comportato, quando si parla di una leadership mondiale più intelligente e saggia bisogna sapere che questa derubricazione della potenza militare resti comunque minoritaria nella patria di American sniper, quando si fa appello alla risorsa delle diversità in una socieá capace dimetabolizzarle tutte non bisogna dimenticare – e del resto Obama lo ricorda – quello che è accaduto a Ferguson e che può in ogni momento accadere ovunque. Qui il punto non è l’ennesima santificazione del sogno americano, il punto è l’abisso che oggi separa le due sponde dell’Oceano, la faglia sempre più profonda interna a ciò che chiamiamo Occidente. Mentre Obama parlava ai suoi “American fellows”, o a poche ore di distanza, in una televisione italiana Marina Le Pen parlava ai suoi compagni di strada europei tentando di portare all’incasso di un nazionalismo ottocentesco la crisi senza fondo della costruzione dell’Unione e Matteo Renzi usciva dall’ennesimo incontro decisivo con il Caimano degli anni Novanta, il tutto sullo sfondo di un dibattito sulla strage di Parigi e sulla liberazione di Greta e Vanessa che ripete senza memoria alcuna i peggiori argomenti del dopo 11 settembre. Forse é il caso che anche l’Europa realizzi che siamo entrati da 15 anni nel XXI secolo. E che insieme alle migliaia di giovani senza lavoro, anche la politica, gloriosa creatura di un’Europa che fu, sembra essere ormai emigrata dall’altra parte dell’Atlantico.

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La misura di Francesco

Pubblicato su Huffington Post il 16/1/2015

O di qua o di là. O con me o contro di me. O con la vittima o con l’assassino. La logica binaria è, sempre e da sempre, il primo effetto collaterale dello stato di guerra. Ne è anzi, forse, il primo indice: quando si comincia a ragionare così, è segno che la guerra avanza. Fu così dopo l’11 settembre: o ti dichiaravi americano, o stavi con i kamikaze delle Torri. E’ così di nuovo oggi: o ti identifichi con Charlie Ebdo, o stai con gli stragisti della libertà. Tertium non datur e non c’è verso di ragionare, basta dare un’occhiata ai social per rendersene conto.

A spezzare questa logica binaria arriva chiara e limpida, e non poco arrischiata e spiazzante com’è nelle sue abitudini, la parola di papa Francesco. Il quale sostiene che invece sì, tertium datur: e non si tratta dell’astensionismo di un «né né» – né con Charlie Ebdo né con i terroristi – , bensì dell’affermazione di un doppio no, e contemporaneamente di un doppio sì. Un doppio no: alle religioni che uccidono in nome di Dio («una aberrazione»), e alla libertà di espressione che offende e «giocattolizza» (pregnante neologismo) le religioni. Un doppio sì: al diritto-dovere di dire quello che si pensa, e alla dignità di ogni fede.

Lezione antica, ma oggi, nell’Occidente che si arma dei propri valori, sommamente spiazzante: la libertà (di espressione, ma non solo di espressione) non va assolutizzata, ha il suo limite interno nel rispetto dell’altro e deve fermarsi sulla soglia dell’offesa dell’altro; se si assolutizza, lo diceva Hannah Arendt, sconfina nell’arbitrio e nella violenza. E’ lo stesso limite interno che la tradizione illuminista dovrebbe darsi e invece non si dà, aggiunge senza tanta diplomazia Francesco: perché se essa a sua volta si assolutizza fino a contemplare solo se stessa o ciò che può ricondurre a se stessa, finisce con il trattare le religioni soltanto «come sottoculture tollerate», secondarie e seconde, e perciò stesso passibili di irrisione, scherno, «giocattolizzazione». Anche la laicità può diventare fondamentalista, o quantomeno escludente e gerarchica.

E’ tutt’altro dunque che un invito alla reciproca tolleranza quello che il papa rivolge ai guerriglieri delle opposte civiltà che da un quindicennio allestiscono la guerra globale: quando c’è in gioco la libertà, la posta in gioco è più alta della tolleranza. Si tratterebbe piuttosto di riconoscimento e, insieme, di conflitto: ma di un conflitto misurato, che si gioca in primo luogo sulla parola. Da un lato perché il diritto di espressione non è solo un diritto ma anche un dovere, il dovere di dire ciò che si pensa esponendosi dunque al rischio del giudizio altrui, ma senza varcare il limite dell’offesa. Dall’altro lato perché quando questo limite viene varcato, non ci si può aspettare che chi si sente offeso porga l’altra guancia: è più probabile che reagisca con un pugno. Ma fra un pugno e una strage c’è appunto la distanza che separa il conflitto dalla guerra, la vitalità del confronto dall’aberrazione della violenza mortale e mortifera: questione appunto di misura, la misura della civiltà, al singolare, che salta nella messinscena dello scontro fra le civiltà, al plurale.

Ma la lezione di Francesco non finisce qui: e come sempre, non suonerebbe credibile come suona se non fosse accompagnata da un gesto testimoniale. Che consiste stavolta in una ammissione di fragilità: «Se dovesse accadermi qualcosa ho chiesto a Dio la grazia che non sia doloroso, perché non sono coraggioso di fronte al dolore, sono molto pauroso». Mentre tutti – secondo effetto collaterale di ogni stato di guerra – invocano forza, determinazione e virile coraggio, la massima autorità spirituale del pianeta dichiara la propria paura e vulnerabilità. Di fronte alla guerra civile globale, bisognerebbe rovesciare il tavolo dell’onnipotenza e partire da qui: siamo tutti vulnerabili, e abbiamo tutti paura.

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Primarie Calabria, c’è Speranza

Il 2014 è stato un anno buono per la Calabria. Mente la politica regionale continuava a dare il peggio di sé, prima con il presidente Scopelliti condannato a sei anni per abuso d’ufficio poi con il rinvio ostinato delle elezioni che ne sarebbero dovute conseguire automaticamente, fatti di diversa natura hanno smontato lo stereotipo di una società civile immobile, rassegnata e connivente. Prima la vicenda di Calabria Ora, il quotidiano che ha meritoriamente fatto saltare l’incauta – a dir poco – nomina a sottosegretario nel governo Renzi di Antonio Gentile, il notabile del Ncd che pretendeva il silenzio del quotidiano su un’inchiesta giudiziaria riguardante suo figlio. Poi la vittoria del comitato di cittadini che ha ottenuto dal Tar quella data delle elezioni – il 23 novembre – che il consiglio regionale continuava a rinviare di settimana in settimana e di mese in mese. Infine ma non ultimo il successo di Anime nere, il film di Francesco Munzi che in un colpo solo ha mostrato le potenzialità del set calabrese e dimostrato che in Calabria si può combattere la ‘ndrangheta nel cuore della ‘ndragheta con l’appoggio, e non nell’indifferenza, della cittadinanza, e che l’immagine della Calabria si valorizza affrontando le sue contraddizioni e non nascondendole dietro improbabili spot turistici come ha fatto per anni il governo regionale uscente.

Chi conosce la Calabria non si è stupito di questi fatti, perché sa che quella regione è abitata da una società viva e plurale, penalizzata da una cattiva rappresentanza (politica) e di un’altrettanto cattiva rappresentazione (mediatica). E tuttavia non ha potuto non stupirsi, ancora una volta, della sordità e dell’immobilismo dimostrati dalla politica di fronte a questi fatti. Per dirne una sola, piccola ma emblematica: Anime nere è uscito pochi giorni dopo la nomina a presidente della Film Commission regionale – che peraltro spicca per la sua assenza dalla produzione del film di Munzi come di quelli di Michelangelo Frammartino, Alice Rohrwacher e altri registi che hanno girato o stanno girando in Calabria – di un preteso manager che ha pubblicamente e candidamente dichiarato di non aver quasi mai varcato la soglia di una sala cinematografica in vita sua. Una soltanto, e nemmeno la più nefasta visto quello che è accaduto in settori cruciali come la sanità, delle nomine fatte a pioggia da una giunta scaduta che ha interpretato così un disbrigo degli affari urgenti durato più di sei mesi.

Ora che finalmente si vota, le notizie non sono più rassicuranti, anzi. Sull’Huffington di ieri Alessandro  De Angelis ha svelato ”l’operazione responsabili” che, per la regia di Denis Verdini, dovrebbe rafforzare l’asse nazionale Renzi-Berlusconi attraverso l’appoggio della parte anti-alfaniana del Ncd (Gentile, ancora lui!) al candidato renziano, il ”giovane” Gianluca Callipo, alle primarie del centrosinistra di domenica, nella prospettiva di un governo di larghissime intese della regione. Mentre l’altro candidato del Pd, il meno giovane Mario Oliviero proveniente dalla nomenclatura Pci-Pds-Ds-Pd, ha ottenuto per parte sua l’appoggio di un altro pezzo da novanta del centrodestra locale.

Al netto della frammentazione del centrodestra calabrese, a rischio di implosione dopo la disastrosa era Scopelliti (cominciata, vale la pena di ricordarlo di questi tempi, all’insegna del giovanilismo, anche qui c’è poco da stupirsi. Invece di essere mandate in soffitta con il giovane governatore condannato, negli ultimi mesi le tentazioni consociative del Pd sono cresciute. Per chi avesse le antenne allertate, la stessa nomina a sottosegretario di un tipo come Gentile nel governo Renzi ne era stata una spia chiarissima. Un’altra ancor più chiara è venuta in seguito dai tentennamenti, le lentezze e i pasticci del Pd regionale e nazionale sulla scelta del candidato e sulla decisione di fare o non fare le primarie di coalizione. Altri segnali arrivano in queste ore, dai pronunciamenti di altri esponenti e sindaci calabresi di centrodestra a favore dell’uno o dell’altro candidato del Pd. Come se già le primarie configurassero il destino che si prospetta per la Calabria: fare da laboratorio per la trasformazione del patto del Nazareno in asse stabile, stabilissimo, di governo ”post-ideologico”.

Un anticorpo nelle primarie calabresi però c’è, viene da Sel e si chiama Gianni Speranza: e mai come in questo caso nel nome c’è la cosa. Vero è che la candidatura dell’ottimo sindaco di Lamezia Terme è stata a sua volta indebolita dalle vicende recenti di Sel, che proprio in Calabria ha sperimentato i primi esodi verso l’astro renziano, e vero è pure che l’arcipelago della sinistra antirenziana, raccoltasi alle europee nella lista Tsipras, è tutt’altro che stabile. Ma per esperienza amministrativa e qualità politica – nonché umana, che di questi tempi non guasta – il ”terzo incomodo” delle primarie di domenica può raccogliere i consensi necessari a imporre uno spostamento della prospettiva del governo regionale dalla conservazione al cambiamento e dalla consociazione al taglio con il passato. Se c’è ancora la speranza – è il caso di dirlo – di un centrosinistra alternativo e non uguale al centrodestra, è su di lui che bisogna puntare.

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Papi assolto. Ma il re resta nudo

Mi ero sbagliata per difetto, nel mio blog dell’altro ieri Perché va abbassata quella condanna, prevedendo la derubricazione della condanna per concussione di Berlusconi al processo d’appello sul Ruby-gate: Berlusconi non ha avuto una pena inferiore, è stato assolto. Sia dall’accusa di concussione per la telefonata fatta alla questura di Milano quella notte del maggio 2010 con lo scopo di ”liberare” Ruby affidandola a Nicole Minetti, sia dall’accusa di aver fatto sesso con Ruby medesima quando non era ancora maggiorenne. Quanto al primo fatto, la telefonata, per la corte d’appello non sussiste. Quanto al secondo, la presunta prostituzione minorile, non costituisce reato. In attesa delle motivazioni, si può prendere per buona la spiegazione della sentenza avanzata dall’avvocato Coppi, difensore di Berlusconi: se anche l’ex premier avesse fatto sesso con Ruby, l’ha fatto senza sapere che era minorenne. Amen.

Il caso è chiuso? Nient’affatto: giuridicamente forse sì – forse, perché bisognerà pur verificare le ragioni, o i cavilli, di un’oscillazione così forte fra primo e secondo grado di giudizio. Ma politicamente si riapre. E non solo per la ragione che oggi i pochi non renziani rimasti in Italia paventano, anzi paventiamo: che questa assoluzione dia una grossa mano a rilegittimare Berlusconi come ”padre costituente”, partner indispensabile e affidabile della riforma costituzionale. Il caso si riapre perché il giudizio penale non esaurisce il giudizio politico, morale e culturale, sul ”regime del godimento” in cui Silvio Berlusconi ha sequestrato l’Italia e l’immaginario degli italiani per vent’anni – e di cui il caso Ruby è peraltro un tassello importante ma non l’unico. Berlusconi può ben essere stato assolto, per mancanza di prove certe – e pur in presenza di una montagna di indizi – dai due reati penali che la procura di Milano gli aveva contestato, perché lo Stato di diritto è lo Stato di diritto e prevede, fra l’altro, che le sentenze si basino su dei requisiti formali che evidentemente, e a mio modesto avviso non senza ragioni, i giudici di secondo grado non hanno riscontrato in quella di primo grado. Ma Berlusconi resta politicamente colpevole per il sistema di scambio fra sesso, denaro e potere che ha messo in piedi e in cui ha coinvolto donne e uomini, minorenni e maggiorenni, ad Arcore, a palazzo Grazioli, a Villa Certosa e ovunque. Resta colpevole per la concezione di una libertà assoluta, esentata non solo dai vincoli della legge ma dalla responsabilità della relazione con l’altra/o, che ha praticato e predicato. Resta colpevole di avere incarnato un’idea della sessualità ridotta a prestazione, del piacere ridotto a imperativo trasgressivo del potere, del corpo (femminile, ma non solo) ridotto a merce o meglio a valuta. Resta colpevole di avere scatenato nell’immaginario collettivo una controffensiva alla stagione del Sessantotto e del femminismo basata sulla finzione di un ritorno regressivo – e impossibile – ai ruoli sessuali degli anni Cinquanta, per giunta nel contesto odierno di un neoliberismo selvaggio che rende possibile alle sue girls, e non solo a loro, scambiare per libertà sessuale l’essere buone imprenditrici del proprio corpo. Resta colpevole di avere occultato un’impotenza, politica e affettiva, sotto il trucco di un’immortale potenza, affettiva e politica.

Tutto questo, abbiamo detto nel femminismo fin dall’inizio della vicenda, è materia politica di prima grandezza. Il fronte antiberlusconiano, salvo lodevoli eccezioni, non l’ha mai capito. L’ha trattata come materia ingombrante e imbarazzante di cui era meglio tacere, confinandola, non diversamente dal fronte berlusconiano, nella sfera privata, finché con la scoperta della famigerata telefonata alla questura di Milano non è diventata materia penale. A quel punto, e solo a quel punto, ne ha riconosciuto la rilevanza, e la convenienza, a fini politici, delegando as usually il giudizio politico al giudizio penale, e facendo leva sul giudizio penale per sconfiggere Berlusconi come politicamente non era riuscito a fare. L’imbarazzo rimane tale e quale nelle reazioni balbettanti di oggi: dove il punto non è – di nuovo – il merito della vicenda, ma la rilegittimazione per via giudiziaria di un Berlusconi leader ”costituente” che un anno fa era stato per via giudiziaria delegittimato. Ci sono errori che si pagano, o prima o dopo.

Ma Papi non è, non è stato e non sarà mai, un padre costituente. E’ stato e resta l’incarnazione della fine dell’autorità patriarcale, e delle sue controfigure politiche. Sotto quel trucco non c’era niente e le donne, per prime donne molto prossime all’ex premier come Veronica Lario e Patrizia D’Addario, l’hanno capito e denunciato da ben prima che esplodesse il Ruby-gate. Il re era e resta nudo, con o senza il beneplacito del giudizio penale. Glossa a margine: qualunque Telemaco punti a farne ”il giusto erede” o il compare designato ne erediterà anche quel trucco, e rimarrà nudo di conseguenza.

 

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Papi assolto. Ma il re resta nudo

Mi ero sbagliata per difetto, nel mio blog di ieri (https://idadominijanni.com/2014/07/17/appello-ruby-perche-va-abbassata-quella-condanna/), prevedendo la derubricazione della condanna per concussione di Berlusconi al processo d’appello sul Ruby-gate: Berlusconi non ha avuto una pena inferiore, è stato assolto. Sia dall’accusa di concussione per la telefonata fatta alla questura di Milano quella notte del maggio 2010 con lo scopo di ”liberare” Ruby affidandola a Nicole Minetti, sia dall’accusa di aver fatto sesso con Ruby medesima quando non era ancora maggiorenne. Quanto al primo fatto, la telefonata, per la corte d’appello non sussiste. Quanto al secondo, la presunta prostituzione minorile, non costituisce reato. In attesa delle motivazioni, si può prendere per buona la spiegazione della sentenza avanzata dall’avvocato Coppi, difensore di Berlusconi: se anche l’ex premier avesse fatto sesso con Ruby, l’ha fatto senza sapere che era minorenne. Amen.

Il caso è chiuso? Nient’affatto: giuridicamente forse sì – forse, perché bisognerà pur verificare le ragioni, o i cavilli, di un’oscillazione così forte fra primo e secondo grado di giudizio. Ma politicamente si riapre. E non solo per la ragione che oggi i pochi non renziani rimasti in Italia paventano, anzi paventiamo: che questa assoluzione dia una grossa mano a rilegittimare Berlusconi come ”padre costituente”, partner indispensabile e affidabile della riforma costituzionale. Il caso si riapre perché il giudizio penale non esaurisce il giudizio politico, morale e culturale, sul ”regime del godimento” in cui Silvio Berlusconi ha sequestrato l’Italia e l’immaginario degli italiani per vent’anni – e di cui il caso Ruby è peraltro un tassello importante ma non l’unico. Berlusconi può ben essere stato assolto, per mancanza di prove certe – e pur in presenza di una montagna di indizi – dai due reati penali che la procura di Milano gli aveva contestato, perché lo Stato di diritto è lo Stato di diritto e prevede, fra l’altro, che le sentenze si basino su dei requisiti formali che evidentemente, e a mio modesto avviso non senza ragioni, i giudici di secondo grado non hanno riscontrato in quella di primo grado. Ma Berlusconi resta politicamente colpevole per il sistema di scambio fra sesso, denaro e potere che ha messo in piedi e in cui ha coinvolto donne e uomini, minorenni e maggiorenni, ad Arcore, a palazzo Grazioli, a Villa Certosa e ovunque. Resta colpevole per la concezione di una libertà assoluta, esentata non solo dai vincoli della legge ma dalla responsabilità della relazione con l’altra/o, che ha praticato e predicato. Resta colpevole di avere incarnato un’idea della sessualità ridotta a prestazione, del piacere ridotto a imperativo trasgressivo del potere, del corpo (femminile, ma non solo) ridotto a merce o meglio a valuta. Resta colpevole di avere scatenato nell’immaginario collettivo una controffensiva alla stagione del Sessantotto e del femminismo basata sulla finzione di un ritorno regressivo – e impossibile – ai ruoli sessuali degli anni Cinquanta, per giunta nel contesto odierno di un neoliberismo selvaggio che rende possibile alle sue girls, e non solo a loro, scambiare per libertà sessuale l’essere buone imprenditrici del proprio corpo. Resta colpevole di avere occultato un’impotenza, politica e affettiva, sotto il trucco di un’immortale potenza, affettiva e politica.

Tutto questo, abbiamo detto nel femminismo fin dall’inizio della vicenda, è materia politica di prima grandezza. Il fronte antiberlusconiano, salvo lodevoli eccezioni, non l’ha mai capito. L’ha trattata come materia ingombrante e imbarazzante di cui era meglio tacere, confinandola, non diversamente dal fronte berlusconiano, nella sfera privata, finché con la scoperta della famigerata telefonata alla questura di Milano non è diventata materia penale. A quel punto, e solo a quel punto, ne ha riconosciuto la rilevanza, e la convenienza, a fini politici, delegando as usually il giudizio politico al giudizio penale, e facendo leva sul giudizio penale per sconfiggere Berlusconi come politicamente non era riuscito a fare. L’imbarazzo rimane tale e quale nelle reazioni balbettanti di oggi: dove il punto non è – di nuovo – il merito della vicenda, ma la rilegittimazione per via giudiziaria di un Berlusconi leader ”costituente” che un anno fa era stato per via giudiziaria delegittimato. Ci sono errori che si pagano, o prima o dopo.

Ma Papi non è, non è stato e non sarà mai, un padre costituente. E’ stato e resta l’incarnazione della fine dell’autorità patriarcale, e delle sue controfigure politiche. Sotto quel trucco non c’era niente e le donne, per prime donne molto prossime all’ex premier come Veronica Lario e Patrizia D’Addario, l’hanno capito e denunciato da ben prima che esplodesse il Ruby-gate. Il re era e resta nudo, con o senza il beneplacito del giudizio penale. Glossa a margine: qualunque Telemaco punti a farne ”il giusto erede” o il compare designato ne erediterà anche quel trucco, e rimarrà nudo di conseguenza.

 

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