Appello Ruby, perché va abbassata quella condanna

 

E’ abbastanza evidente – lo scrive con dovizia di argomenti Alessandro De Angelis su Huffington Post – che la tenuta del ”patto del Nazareno”, garante delle sciagurate riforme del bicameralismo e della legge elettorale, è legata mani e piedi alla sentenza del processo d’appello sul Ruby-gate: il patto tiene se la pena inflitta a Berlusconi in primo grado (7 anni più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici) si addolcisce, salta se viene confermata. Non solo perché in questo secondo caso possono saltare anche i nervi dell’ex premier, ma anche perché una sua condanna definitiva sancirebbe il ”liberi tutti” nel suo partito, rafforzando l’ala che il patto del Nazareno non lo vuole onorare. Chi – come la sottoscritta – considera quel patto prelusivo a una ulteriore torsione plebiscitaria della democrazia italiana, deve per questo augurarsi che la Corte d’appello di Milano confermi la sentenza del Tribunale di primo grado?

E’ uno di quei casi in cui si misura il tasso reale, ovvero non strumentale, del garantismo tanto strombazzato a destra e a manca. Che come sempre deve avvalersi di una lettura accorta delle carte processuali. Lettura in questo caso lunga, ma non ardua, perché la sentenza (oltre 300 pagine) emessa un anno fa da Giulia Turri, Carmen D’Elia e Orsola De Cristofaro riordina e ripercorre tutte le fasi del processo seguendo l’impostazione della procura, esplicitata a suo tempo dalle memorabili requisitorie di Ilda Boccassini e Antonio Sangermano. E’ un documento che vale la pena leggere e mediatare, fra l’altro, per la cornice sociologica del teatrino di Arcore che ne viene fuori. Ma qui non è questo il punto, bensì quest’altro: i due reati attribuiti a Berlusconi – concussione per costrizione per la telefonata fatta alla questura di Milano la notte del 27 maggio 2010 con lo scopo di fare affidare la ”nipote di Mubarak” a Nicole Minetti invece che a una comunità; prostituzione minorile per aver fatto sesso con Ruby prima del suo diciottesimo compleanno – sono stati sufficientemente provati o no?

Vale ricordare intanto che la procura di anni di detenzione ne aveva chiesti 6 e non 7, contestando a Berlusconi la concussione per induzione e non per costrizione. La differenza fra le due fattispecie, ”spacchettate” dalla stessa legge Severino cui Berlusconi deve la sua decadenza da senatore, è non poco confusa e controversa. Ma com’è facile intuire, la seconda è più grave della prima e denota un abuso di potere cui il concusso – in questo caso i funzionari della Questura di Milano – non può sottrarsi. Decidendo per la costrizione, la Corte di primo grado ha in pratica attribuito alla telefonata di Berlusconi un valore ultimativo, ricattatorio e, per così dire, irresistibile. Senonché leggendo la ricostruzione che la stessa sentenza fa della famosa notte in procura – una sorta di sceneggiatura alla Ridolini – sorge il dubbio fondato che il comportamento inginocchiato dei funzionari, che la Corte di primo grado riconduce alla pressione ”costrittiva” di Berlusconi, sia dovuto viceversa a un asservimento spontaneo ai desiderata del premier. Tanto vero è questo che il Procuratore generale, nella sua requisitoria al processo d’appello di qualche giorno fa e a differenza di Boccassini e Sangermano, ha sentito giustamente il dovere di sanzionare quel comportamento prono e negligente. E tuttavia ha chiesto la conferma della condanna di primo grado, cadendo in una evidente contraddizione: se i funzionari della questura hanno agito in modo servile e senza ribellarsi alla pressione di Berlusconi, pur sapendo perfettamente che Ruby era marocchina e non egiziana e che secondo le regole doveva essere affidata a una comunità, dove sta la ”costrizione” di Berlusconi? E’ la tesi della difesa, che a me pare ragionevole. Ed è il primo punto debole della condanna di primo grado, che infatti, a mio modesto parere, dovrebbe essere e sarà derubricata a concussione per induzione nella sentenza d’appello.

Il secondo punto riguarda l’uso dei tracciati telefonici e delle intercettazioni. La difesa di Berlusconi ha sostenuto in appello che erano inutilizzabili, sulla base di argomenti tecnici che io non sono in grado di valutare, ma che alludono a una domanda che non ho mai smesso di farmi leggendo le carte del processo: è giusto un tale uso di intercettazioni per un reato di natura sessuale, che ha a che fare così profondamente con la vita intima – a qualsivoglia scala di valori sia ispirata – delle persone? Fatto sta che il processo si regge larghissimamente sulle intercettazioni. Non ci sono prove dibattimentali né del primo, né del secondo reato (grazie al fatto che i testi sono stati corrotti da Berlusconi, sostiene – non senza indizi pesanti – l’accusa). Per il secondo c’è in compenso una mole impressionante di indizi, tutti – tutti – ricavati da tracciati telefonici e intercettazioni. Indizi inanellati dall’accusa in una concatenazione logico-deduttiva (peraltro rivendicata da Boccassini e Sangermano) che, va detto con franchezza, non ha nulla del processo accusatorio, e tutto del teorema inquisitorio. Siccome Ruby si prostituiva abitualmente, e siccome girava con una quantità di soldi verosimilmente provenienti dalle tasche di Berlusconi, ergo si prostituiva anche con Berlusconi. Siccome le ”cene eleganti” erano in realtà i luoghi di esercizio di un ”sistema prostitutivo organizzato” (su questo però le testimonianze ci sono eccome), e siccome Ruby partecipò ad alcune cene, ergo Ruby dopocena ha fatto sesso con Berlusconi. Che lei neghi non conta nulla: teste inattendibile ed esperta nella simulazione. Il che è vero, ma sia detto per inciso: come mai è sempre alla parola femminile che si richiede un supplemento di credibilità?

Intendiamoci: la lettura della sentenza di primo grado, delle testimonianze portate in aula da alcune ragazze che hanno frequentato Arcore e se ne sono ritratte esterrefatte o nauseate, la descrizione dello stile di vita della Milano da bere che ne viene fuori bastano e avanzano per emettere un giudizio umano e politico più che severo su Silvio Berlusconi e il suo ”regime del godimento”. La verità storica, però, non sempre coincide con la verità processuale: quest’ultima non si accontenta di convinzioni, ha bisogno di forme. Sulla base di argomenti formali, la condanna di Berlusconi potrebbe e dovrebbe essere derubricata: certamente per il primo reato, più difficilmente per il secondo.

In questo caso, far saltare il patto del Nazareno sarà compito, arduo, di un’opposizione politica per ora esilissima. Una esilità cui nessuna sentenza giudiziaria può supplire.

 

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

L’Europa ferita e il partito-Stato italiano

 

L’Europa esce dalle urne ferita e trasformata. Ferita, perché per quanto non abbiano sfondato le forze antieuropee hanno avuto risultati tutt’altro che trascurabili e in Francia, Gran Bretagna e Ungheria esplosivi. Trasformata, perché l’equilibrio fra stati (l’asse franco-tedesco) e fra partiti (le due grandi famiglie dei socialisti e dei popolari europei) non c’è più. Per quanto Angela Merkel, la custode dell’Europa neoliberale, austera e avara, incassi l’ennesima conferma della sua politica in casa, la soluzione di una grande coalizione che prosegua a livello continentale le dissennate politiche degli ultimi anni che hanno portato molte popolazioni europee alla disperazione è tutt’altro che scontata. Altre maggioranze sono possibili, e in ogni caso le forze portatrici della continuità non potranno non fare i conti non più con gli umori, ma con i numeri che esprimono una rivolta diffusa contro l’Unione che abbiamo sperimentato finora e una forte e allarmante istanza dal basso di ritorno alla sovranità popolare, la bandiera non a caso più fortemente agitata nell’immediatezza dei risultati da Marina Le Pen.

Il vento della trasformazione non spira però solo da destra, o dalle formazioni trasversali cosiddette populiste. Spira da sinistra, anzi nella sinistra, perché i risultati penalizzano ciò che resta della tradizione socialista novecentesca e fanno spazio a due sinistre nuove e diverse se non opposte fra loro, emblematicamente raffigurate dal partito di Renzi in Italia e da Syriza in Grecia, che rappresentano due uscite diverse dalla crisi, due visioni diverse della società, due ipotesi opposte di ricostruzione della sinistra post-novecentesca. Il trionfo di Renzi, che ne fa in primo luogo il leader più forte del fronte ”progressista” in Europa e lo carica di un potere e di una responsabilità insperati nel semestre europeo, va valutato in questo quadro di trasformazione della sinistra continentale.

La domanda cruciale, e qui dal contesto europeo scivoliamo in quello italiano, è se questo trionfo si debba a un sinistra che si risveglia dopo il ventennio berlusconiano o a una sinistra che in tanto finalmente sfonda in quanto ne incorpora gli elementi portanti. Non solo, va sottolineato, l’abilità comunicativa dell’attuale premier, mutuata dal precedente. Bensì molti e cruciali contenuti, dalla torsione populistico-plebiscitaria della democrazia al disegno di riforma costituzionale, dalla concezione del lavoro, dell’autoimprenditorialità e della flessibilità a quella della rottamazione del settore pubblico, secondo la versione lievemente corretta delle politiche neoliberali del ventennio passato sostenuta dal segretario del Pd. E’ la continuità nella discontinuità che l’elettorato italiano – un elettorato evidentemente molto trasversale – ha premiato, sostituendo nel suo immaginario la narrativa dell’ex sindaco di Firenze a quella ormai usurata dell’ex cavaliere di Arcore.

Il trionfo di Renzi tuttavia è di tale entità da mettere in difficoltà i suoi più accesi sostenitori, e non solo perché il risultato fa piazza pulita del ”duello” con Grillo montato dai media e smontato dalle urne. Ma perché il problema vero è quello della configurazione che il sistema politico prenderà. L’avvento di Renzi, e l’accordo del Nazareno fra Renzi e Berlusconi, era stato salutato dai più come garanzia di ricostituzione di un bipolarismo di cui Berlusconi era stato creatore e garante , e di cui col declino di Berlusconi avrebbe dovuto diventare perno e garante il ”conquistatore” del Pd. Una prospettiva tranquillizzante, di sostanziale continuità con la cosiddetta seconda Repubblica, assunta come premessa dai due stessi contraenti del patto del Nazareno sulle riforme e sulla legge elettorale. Non era tuttavi imprevedibile – mi ero permessa di segnalarlo in un seminario Crs sulle riforme, http://www.libera.tv/audios/183/convegno-crs–riforme-costituzionali-e-qualita-della-democrazia.html , prima che la sondaggistica preelettorale, sbagliando clamorosamente, inchiodasse la gara sul match Renzi-Grillo – che si stesse delineando tutt’altro scenario, con un Pd pigliatutto saldamente piazzato al centro del sistema politico, a vocazione più totalitaria (uso questo termine depurandolo dai suoi connotati tragici novecenteschi) che maggioritaria, un partito-Stato senza nessuna alternanza bipolarista e nessuna necessità coalizionale all’orizzonte. Si parla adesso, per questo, di nuova Dc, ma è bene sapere che il Pd non è la Dc, è un animale nuovo figlio della seconda repubblica e non della prima, della società forgiata dal berlusconismo e non di quella plasmata dal dopoguerra. L’effetto di ritorno segnala al contempo quanto sia stata fragile la costruzione della seconda repubblica sul piano istituzionale, e quanto sia stata forte sul piano della trasformazione antropologica, sociale e delle identità politiche. Sono i miracoli delle rivoluzioni passive, che restano la caratteristica più singolare di questo singolare paese.

 

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , | 2 commenti

Fantasmi in libertà. Risposta a Angela Azzaro

Il mio articolo di qualche giorno fa (”Il corpo è mio e non è mio”, qui sotto) ha aperto, o riaperto, alcune controversie in materia di femminismo, neoliberalismo e dintorni su alcune bacheche Fb (segnalo in particolare quella di Cristina Morini). Angela Azzaro mi ha risposto qui http://abbattoimuri.wordpress.com/2014/05/16/il-corpo-e-mio-o-non-e-mio-risposta-a-ida-dominijanni/), la ringrazio e qui di seguito aggiungo qualcosa. 

 

Cara Angela, molto ci unisce, qualcosa ci divide, non da adesso, nella comune posizione contro un certo moralismo e una certa normatività che da anni infettano la sfera pubblica italiana non senza conseguenze per la galassia femminista. Che cosa, esattamente, ci differenzia? Credo che si tratti dell’idea di libertà, e della concezione, connessa, della norma e della normatività.

Parto dalla norma. Avevo letto e apprezzato, pur non condividendolo del tutto sul ”caso Bacchiddu”, l’articolo di Elettra che tu citi (http://www.sinistraecologialiberta.it/notizie/la-mossa-di-paola/), e ovviamente sono d’accordo con la sua definizione del femminismo moralista come ”componente della cultura mainstreaming dominante a sinistra” che dimentica il nucleo di fondo della rivoluzione femminista, ”il nostro essere responsabili di noi stesse e delle nostre scelte, fuori da modelli etici e graduatorie valoriali da altri decise”. Il punto però è: dove lo collochiamo e lo vediamo, questo ”femminismo moralista”? Io lo vedo in quel femminismo che ha fatto della ”dignità” femminile lo strumento di selezione di un nuovo ceto politico e giornalistico femminile che presidia, con ampio dispendio di mezzi che vanno dal governo ai media, politiche di inclusione conformistica e neutralizzante delle donne. Punto. Non vedo in giro altre pretese normative, io. Tu invece sì: vedi «convinzioni dogmatiche e normative di che cosa sia la libertà o l’essere donne perbene o semplicemente ”donne”», e ci aggiungi il rischio della naturalizzazione della differenza. Vorrei capire meglio: dove sono, nel femminismo, queste convinzioni dogmatiche, chi le impone, chi ne fa le spese? Se non vengono specificate, queste pretese normative assumono inevitabilmente un profilo fantasmatico, che a me ricorda il solito fantasma dell’onnipotenza materna. Quello che per esempio circola in altri interventi di questi giorni che leggo sulla tua bacheca fb, e che mescolano nella polemica ”antimoralista” capra e cavoli, pur di fare a pugni con le femministe con un paio d’anni in più, fantasmatizzate come una falange di bacchettone liberticide. E poi si meravigliano, ti meravigli anche tu, se Marina Terragni risponde come ha risposto (https://twitter.com/marinaterragni/status/466868509579177984).

La vera domanda però non riguarda la normatività femminista, bensì la normatività neoliberale, di sistema come si sarebbe detto un tempo, sulle donne. Qui sta il difficile, perché il neoliberalismo non governa reprimendo bensì usando le libertà: non vuole le donne oppresse né represse, le vuole libere, liberissime. Nessuno oggi impedisce a una donna di fare tutti i gesti di libertà che vuole, anzi più questi gesti fanno scandalo meglio è, più la sparano grossa più sono bocconi prelibati da lanciare sul mercato, più esagerano più rispondono al principio prestazione-godimento. Questo non impedisce, ma a mio avviso complica molto il nostro esercizio della libertà, ivi comprese le pratiche ironiche parodiche e di risignificazione a cui tu ti riferisci e sulle quali ovviamente concordo, ma che diversamente da te io non credo possano essere pratiche solo individuali. Era questo che avevo in mente quando parlavo di sospensione del giudizio sul gesto di Paola Bacchiddu, di cui ovviamente coglievo l’intenzione ironica e trasgressiva ma anche la fragilità dell’esposizione individuale. Questo per dire (anche a Paola, che come ti ha scritto in un post pensa che la libertà stia a cuore solo a lei!) che la libertà, oggi (ma non da oggi), è la cosa meno autoevidente che ci sia: invece che fare taglio, rischia di fare complicità con i succitati ”valori etici altrove decisi”. Ma su questo (e sulla posizione di Chirico, che questa complicità la rivendica) ho già detto e non torno. Aggiungo solo che la logica del vittimismo non c’entra niente: c’entra l’analisi, politica, del mondo in cui viviamo, dei suoi apparati egemonici e delle sue trappole, e l’esigenza di affilare di conseguenza le nostre pratiche. Il mio richiamo a problematizzare lo slogan ”il corpo e mio e lo gestisco io” si riferiva a questo.

Manco invece la risposta sulla questione della differenza: per esaurimento e per stanchezza, compresa la stanchezza di confrontare per l’ennesima volta pensiero della differenza italo-francese e gender theory americana, che concordano e divaricano lungo linee a mio avviso diverse da quelle della loro ricezione corrente. Se in trent’anni non siamo riuscite a far capire che con differenza sessuale non s’intende un’identità di genere ma una frattura interna al soggetto, non s’intende un significato dato ma un significante aperto (a proposito di pratiche di risignificazione), non ci riuscirò certo neanche stavolta: di nuovo, abbiamo a che fare evidentemente con un fantasma. Solo una battuta: posta come la poni tu, e come l’ho sentita di nuovo porre in più d’un intervento sul mio pezzo, è la domanda, non la risposta, ad essere essenzialista e ”naturalizzante”. Sembra la domanda sull’esistenza di Dio o sul dogma della fede. Ma la differenza sessuale non è un dogma: è un’esperienza del desiderio, e una scommessa sul desiderio. Erotico, politico, intellettuale. Infatti io penso che alla fine è di questo, e solo di questo, che dovremmo riparlare. Sono certa che saresti l’ultima a sottrarti. Ciao, i.

 

 

 

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , | 15 commenti

Il corpo è mio e non è mio

In ”Vite precarie”, un libro di ormai dieci anni fa, Judith Butler infranse il principio femminista della assoluta e intangibile sovranità individuale sul proprio corpo – ”il corpo è mio e lo gestisco io” – scrivendo che ”il corpo è mio e non è mio”, perché se è vero che ognuna ne è titolare e può deciderne, è altrettanto vero che ogni corpo è inserito in una rete di relazioni e di significati dai quali nessuna, nel deciderne, può prescindere. Affermazione tanto più rilevante in una pensatrice in cui, a torto o a ragione, si è voluto vedere il vessillo della possibilità individuale di scegliere liberamente perfino l’appartenenza a un sesso o a un altro. Ma si sa che a Butler è toccato lo strano destino di essere sbandierata finché sembrava una paladina dell’onnipotenza individuale e di esserlo molto meno da quando si è capito che non lo è affatto: cose che capitano ai pensieri complessi in tempi di alternative semplici semplici. Tipo quella fra ”femminismo moralista” e ”femminismo libertario” in cui la semplicità dilagante, la chiamo così per essere gentile, ha deciso di gettarci.

Le parole di Butler mi sono tornate in mente di fronte al derby femminil-femminista che si è scatenato di recente a seguito della ormai famosa foto con cui Paola Bacchiddu, addetta alla comunicazione della Lista Tsipras, ha pensato di squarciare il colpevole silenzio dei media sulla lista suddetta scraventando su Facebook e sul mercato mediatico elettorale una foto di se stessa in bikini banco lato B. L’operazione, peraltro perfettamente riuscita perché i media hanno abboccato alla trovata di Bocchiddu dandole perciò stesso ragione, a me non era piaciuta in primo luogo perché mi pareva una contraddizione in termini: quella foto pretende di fare pubblicità a una lista che si caratterizza per la sua opposizione netta al discorso neo-liberale con un manifesto ambulante dell’uso neoliberale del corpo femminile, controfirmato e fatto proprio da una donna sul proprio corpo. Ma proprio perché era un uso in prima persona avevo sospeso il giudizio: non perché pensi, come spiegherò meglio fra poco, che ognuna col proprio corpo ci fa quello che vuole, ma perché confidavo che Bacchiddu stesse tentando – per stare ancora al lessico di Butler – una risignificazione ironica, un capovolgimento parodico, dell’uso massmediatico corrente del corpo femminile. E che volesse altresì dare una scossa al moralismo da cui le candidature, femminili e maschili, della lista Tsipras sono tutt’altro che esenti, e non solo in materia di uso del corpo femminile. Aggiungo che tuttavia questo doppio supposto tentativo di Bacchiddu mi pareva incauto, perché destinato a essere fagocitato dal tritacarne mediatico che l’avrebbe a sua volta risignificato in modo prevedibilmente non favorevole né a lei né alla lista Tsipras (che, lo dico per inciso, mi sta a cuore e mi accingo a votare con convinzione).

Senonché mi sbagliavo. Un’altra foto di Paola Bacchiddu, anzi un selfie con in mano il libro di Annalisa Chirico ”Siamo tutti puttane” e a fianco l’autrice, mi informa che non c’era proprio nessuna risignificazione ironica né parodica: c’è invece la salda convinzione che col proprio corpo una ci fa quello che vuole, convinzione peraltro ribadita in questi giorni da un buon numero di mie amiche, armate della (prima) foto di Bacchiddu contro ”il femminismo moralista”. Ora intendiamoci: col femminismo moralista, quello targato ”Se non ora quando” che durante il Berlusconi-gate impugnò la dignità delle donne contro le escort, le ragazze-immagine e le Olgettine ”indegne”, la sottoscritta non ha mai mancato di polemizzare. Né all’epoca, perché la divisione fra ”degne” e ”indegne” era non solo bacchettona ma depistante per l’analisi della condizione e della soggettività femminile in tempi di post-patriarcato, di mercato del lavoro post-fordista e di biopolitica neoliberale. Né oggi, perché considero l’attuale cooptazione paritaria e neutralizzante delle donne (degne) nella rappresentanza ”paritaria” à la Renzi figlia di quel femminismo perbenista. Il che però non mi basta affatto a iscrivermi al partito del ”tutti felicemente puttane” facendomi scudo di una crociata antimoralista.

Nel generoso battage televisivo sul suo libro, non si può dire che Chirico non sia stata esplicita: si tratta, l’ha detto papale papale, di rivendicare non solo il diritto di fare del proprio corpo ciò che si vuole, ma anche l’ambizione di farsi strada, di sgomitare, di imporsi nel mercato del sesso, del lavoro e della politica con ogni mezzo, primo fra tutti per l’appunto l’uso del proprio corpo e delle connesse risorse della bellezza, della seduttività eccetera. Bisogna esserle grate di questa chiarezza, che associa il mito femminista dell’assoluta proprietà del corpo alla precettistica neoliberale dell’autoimprenditorialità e dell’autosfruttamento del proprio capitale umano, corporeo e sessuale. Siamo infatti precisamente a questo punto, come il Berlusconi-gate aveva già dimostrato: al rischio della completa sussunzione della libertà femminile nella libertà di mercato. E’ questo che vogliamo? E se sì, è lecito usare a questo fine l’antica bandiera femminista dell’autodeterminazione? ”Il corpo è mio e lo gestisco io”, slogan inventato quarant’anni fa per esprimere la volontà di riappropriarsi del corpo femminile sequestrato dal patriarcato, può servire oggi a legittimarne spensieratamente la prostituzione nel post-patriarcato? Il radicale cambiamento del contesto in cui viviamo rispetto a quarant’anni fa non cambia anche il significato delle enunciazioni di allora, o non ci obbliga a precisarle? L’idea della sovranità assoluta sul nostro corpo, tipica della baldanza del primo femminismo, non dovrebbe cedere il passo a una concezione più matura del soggetto non-sovrano, come ci invita a fare Butler? L’allegra esibizione del nostro corpo in gonne a fiori nelle manifestazioni separatiste di mezzo secolo fa può trasferirsi oggi nella continua esibizione di selfie allineata al narcisismo mediatico maschile e femminile dilagante? L’uso mediatico del proprio corpo da parte di una donna può far conto su una padronanza su di esso ignara della guerra dei segni e dei significati in cui inevitabilmente si infila? E dove sta, in tutto questo, la differenza femminile? Da nessuna parte, evidentemente: tutti – neutro maschile: la lingua non mente mai – puttane, e così sia.

Qui mi dispiace, ma il moralismo non c’entra proprio niente, o se c’entra c’entra in posizione marginale e residuale. C’entra invece l’adesione piena, non so quanto inconsapevole e quanto opportunista, all’etica neoliberale del mercato e della competizione. C’è del godimento femminile in questa adesione, e se sì, potrebbe cortesemente porsi in ascolto di quante non ne godono affatto? Proporrei, se vogliamo confrontarci, di discutere di questo e di non confondere le acque parlando d’altro.

 

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , | 20 commenti

La pena del contrappasso

A tutti quelli/e che si indignano, con buone ragioni, per la pena alternativa ”light” concessa a Silvio Berlusconi, vorrei ricordare che si tratta in realtà della peggiore pena del contrappasso che gli si potesse infliggere. A dover passare quattro ore alla settimana in una casa di riposo per anziani è il bio-politico dell’eterna gioventù, dell’infinita potenza sessuale, dell’estetica patinata, della morte esorcizzata. Il confronto con la vecchiaia, la finitezza, la malinconia del tramonto, per giunta associato al ricordo dello sfregio subito dal suo volto-immagine con la miniatura del duomo di Milano,  è la penitenza più dura cui lo si potesse sottoporre, quali che siano le intenzioni, probabilmente non cristalline, che hanno mosso la decisione dei giudici.

Pubblicato in Uncategorized | 4 commenti

Brand di genere. Il berlusconismo desessualizzato di Matteo Renzi

 

La repentina decisione di Matteo Renzi di candidare come capolista alle europee cinque donne, una per circoscrizione, dimostra due cose. La prima: la politica maschile è in un vicolo cieco, in fondo al quale le donne, anzi «la risorsa femminile» come si dice nella lingua neoliberale, appaiono ormai come l’ultima chance su cui investire per tentare una via d’uscita. La seconda: in questo maldestro tentativo le donne vengono usate, con il loro consenso, come un gadget, un brand, una trovata d’immagine. Come un «genere», come si dice nella lingua neofemminista, ma in senso mercelogico. E’ lo stesso, identico uso che ne faceva Silvio Berlusconi («Non le ho mai pagate. Potrei averne grandi quantità, gratis»), solo che Berlusconi prima di portarle al mercato politico le faceva passare per il mercato sessuale. Brand per brand, in fatto di «genere» Renzi questo è, un berlusconismo desessualizzato. Attendiamo dalle interessate notizie sul loro vissuto della circostanza in cui si trovano. Intanto un grazie a Giusi Nicolini, per il suo rifiuto di stare a un gioco che usa il brand di genere genericamente invece di scegliere una specifica politica – nella fattispecie, una buona politica sull’immigrazione – incarnata in una specifica donna: una politica che fa la differenza, non un marketing di genere. 

 

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , | 5 commenti

La pietra tombale sulla legge 40

 

Il divieto di accedere alla fecondazione eterologa per le coppie eterosessuali sterili è incostituzionale, e la sentenza della Consulta che lo stabilisce in modo inoppugnabile è la pietra tombale sulla legge sulla procreazione assistita promulgata dal parlamento dieci anni fa e lungo questi dieci anni demolita pezzo per pezzo, articolo per articolo, divieto per divieto da più di venti pronunciamenti di diversi gradi della giurisdizione. Il penultimo dei quali, emesso dalla Corte di Strasburgo due anni fa, avrebbe già dovuto portare il parlamento attuale a buttare nel cestino quella legge ignobile, se non altro in ossequio al comandamento «ce lo chiede l’Europa», tanto zelantemente ottemperato in materia di rigore economico quanto allegramente eluso in materia di diritti civili. Ma il parlamento ha altro da fare e il governo Renzi pure, a giudicare dall’eloquente silenzio del presidente e delle sue ministre a commento della notizia: Beatrice Lorenzin è lì da sola a invocare un «coinvolgimento parlamentare» per l’attuazione della sentenza, che comunque, si rassegni la ministra, sarà inaggirabile. E che Beatrice Lorenzin, erede di quel Pdl che impose la legge 40 senza trovare nell’opposizione grandi barricate, sia oggi ministra della sanità nel «rivoluzionario» governo di Matteo Renzi la dice lunga, lunghissima sulle discontinuità presunte e le continuità reali del presente rispetto al passato. Non solo. La progressiva e inesorabile demolizione giudiziaria di quella legge, uno dei testi peggiori licenziati dal parlamento in sessant’anni di vita repubblicana, dovrebbe portare consiglio agli attuali fan di un decisionismo monocamerale pronto a eliminare qualunque istanza garantista del processo legislativo liquidandola come zavorra dei parrucconi.

Godiamoci però intanto la festa. La sentenza della Corte dà ragione a chi aveva voluto e sostenuto il referendum abrogativo del 2005, allora boicottato non solo dal fronte clerical-berlusconiano ma anche dall’astensionismo agnostico dell’opposizione. E allinea le motivazioni del diritto con quelle del buon senso, visto che vietare l’eterologa equivaleva a vietare alle donne di fare artificialmente ma a viso aperto quello che l’ipocrisia sociale consente di fare naturalmente ma a viso coperto, cioè procreare con un seme diverso da quello «legale» di un marito sterile. Checché si rialzino gli alti lai delle gerarchie cattoliche sul diritto del nascituro alla conoscenza dell’identità del genitore biologico e sul presunto «disordine» familiare innescabile dalla doppia paternità, biologica e legale, la strada è spianata: si tratta di un ordine di questioni che le pratiche sociali, con e a lato del diritto, si sono già incaricate di risolvere ovunque efficacemente. Resta il dolore inflitto nel frattempo a migliaia di coppie scoraggiate dalla legge 40, o indotte dalla medesima alla via crucis del turismo procreativo, o delegittimate dalla prepotenza legge nella praticabilità del loro desiderio di generare. A tutte loro il parlamento italiano dovrebbe, semplicemente, delle scuse.

 

 

 

 

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , | 1 commento

La crociata contro il Senato

Qualcuno dovrebbe spiegare a Matteo Renzi che Barack Obama, l’uomo di cui indegnamente aspira a presentarsi come un clone di provincia, non ha mai pensato di abolire il ferreo sistema di contrappesi parlamentari che nella democrazia americana limita il potere del presidente eletto dal popolo. Anche lì ci sono due camere (elette con sistemi diversi, ma con la stessa funzione legislativa) e anche lì Obama si trova a dover governare con numeri parlamentari che intralciano qualunque sua velleità decisionista. Se Renzi, oltre a fare, come ci ha informati, la sua corsetta mattutina con i discorsi di Obama nell’ipod si fosse anche applicato a seguire il tortuoso iter della riforma sanitaria americana lo saprebbe. E saprebbe anche che a Obama non è mai venuto in mente, sol per questo, di abolire il Senato o la Camera d’imperio con la scusa che rendono farraginoso fare le riforme o che costano troppo (eppure anche lì negli Usa c’è una vasta opinione pubblica provata dalla crisi che se la prende con la casta di Washington).

Ma Renzi non lo sa, o finge di non saperlo. E va avanti come Brancaleone nella sua crociata contro Palazzo Madama, che non è però una crociata contro il palazzo, bensì contro la rappresentanza, dal momento che secondo il suo progetto il palazzo resterebbe, ma abitato da senatori non eletti bensì delegati dai Comuni e dalle Regioni,  e con funzioni residuali. L’intervista del presidente del Senato su la Repubblica di oggi dovrebbe servire a farlo riflettere, ma non servirà, perché Brancaleone è Brancaleone e non si fa fermare da nessuno.

Renzi invece sa, perché l’ha detto e ridetto e ripetuto per giustificare il suo patto con Berlusconi sulla legge elettorale, che le riforme istituzionali e costituzionali non si possono fare a colpi di maggioranza. E se questo l’ha fatto valere sulla legge elettorale, che non è una riforma costituzionale, a maggior ragione dovrebbe farlo valere per la riforma del bicameralismo e della forma di governo. Invece qui va avanti come un carro armato, forte ora dell’alleanza con Berlusconi (al Senato), ora (alla Camera) della maggioranza schiacciante di deputati di cui il suo partito gode grazie a una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Il carrarmato non prevede soltanto la tabula rasa del bicameralismo, con la sola Camera  titolare del voto di fiducia al governo e del processo legislativo. Prevede altresì, anche se questo il buon Matteo non lo dice ma si limita a farlo trapelare, il rafforzamento dei poteri del premier; e si può facilmente immaginare che di un premier così rafforzato si richieda, o prima o poi, l’elezione diretta. Per la quale, grazie all’Italicum, basterebbe il 37% dei votanti, ovvero meno del 30% del corpo elettorale. Dopodiché il premier si troverebbe a regnare con pieni poteri sull’unica Camera superstite, nella quale disporrebbe,  sempre grazie all’Italicum,  di una schiacciante maggioranza costituita da parlamentari scelti da lui stesso, nella doppia qualità di candidato premier e segretario del partito cui spetta la formazione delle liste elettorali bloccate.

Non bisogna essere esperti di ingegneria costituzionale per valutare il tasso di democraticità di questo progetto. Si tratta palesemente, come dice lo scarno appello promosso da Libertà e giustizia, di una svolta autoritaria, identica a quella che non abbiamo fatto mettere a segno da Silvio Berlusconi negli anni passati (http://www.libertaegiustizia.it/2014/03/27/verso-la-svolta-autoritaria/). Mi allineo dunque a quell’appello sottoscrivendolo parola per parola, nel giudizio non solo sulla riforma (“un sistema autoritario che dà al presidente del consiglio poteri padronali”) ma su ciò che rischia di renderla possibile (“la stampa, i partiti e i cittadini [che] stanno attoniti (o accondiscendenti) a guardare”) e sulla gerarchia delle responsabilità in gioco (“la responsabilità del Pd è enorme poiché sta consentendo l’attuazione del piano che era di Berlusconi, un piano persistentemente osteggiato in passato a parole e ora in sordina accolto” perché Berlusconi non c’è più ed è “il leader del Pd a prendere in mano il testimone della svolta autoritaria”). A parziale correzione aggiungo solo una sfumatura, questa. Non è che il Pd metta la sordina sulla svolta autoritaria perché a gestirla adesso c’è il suo leader e non più il Cavaliere. Il fatto vero, che emerge ogni giorno con maggiore evidenza, è che per la maggioranza del Pd questa svolta nell’assetto costituzionale, al pari della svolta nei diritti del lavoro che si annuncia con il jobs act, va benissimo oggi e andava benissimo anche ieri, solo che purtroppo a impedire di attuarla c’era la persona di Berlusconi: come si dice, pareva brutto.  Tolta di mezzo la persona, si può finalmente farsi titolari del suo progetto: senza sordina ma ribattezzandolo “il bene degli Italiani”, come Renzi strombazza tre volte al giorno. Chissà perché ci siamo tanto tormentati su come uscire dal ventennio berlusconiano. In fondo era semplice, semplicissimo: bastavano una sentenza che mettesse fuori gioco il Cavaliere e un erede cresciuto nell’altra metà del campo che ne continuasse l’opera.

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

Her, la favola post-umana di Spike Jonze

Her, la favola post-umana di Spike Jonze.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Governo Renzi, due punti a latere

 I ”futures” dell’informazione

Non so come prendere i se, i ma e i chissà che sui giornali del giorno dopo il giuramento del governo hanno preso il posto dell’entusiasmo cieco e incondizionato sparato fino al giorno prima. Lo incasserei volentieri come un segno di (tardivo) rinsavimento, non fosse che mi pare piuttosto una conferma del regime up and down, drogato e bipolare (nel senso psichiatrico, non politologico del termine) in cui versa l’informazione politica nazionale, televisiva e stampata. Mai si era visto nel giornalismo italiano un livello di doping come quello sfoggiato sull’avvento di Matteo Renzi. Temo che questo livello non si spieghi solo con la nefasta, ma ormai normale, fascinazione per il leader di turno già sperimentata, oltre che in passato su Berlusconi (ma Berlusconi almeno divideva il campo), più di recente su Monti e su Letta (qualcuno si ricorda le prime pagine infiocchettate sul vecchio Professore e la sua sobrietà, perfetto pendant di quelle odierne sul giovane sindaco e la sua velocità?). Si spiega piuttosto con la compiuta interiorizzazione, da parte del sistema mediatico, di quel principio prestazione-godimento (Laval e Dardot, La nuova ragione del mondo, Deriveapprodi) che domina la razionalità, l’economia e l’antropologia politica neoliberali, un circuito compulsivo di produzione concorrenziale, consumo insensato e godimento (auto)distruttivo a cui nulla e nessuno sfugge. ”Il denaro non dorme mai”, spiegano al giovane Belfort prima che diventi Il lupo di Wall Street, e dunque non bisogna mai cessare di scommettere e di alzare la posta, non importa su che cosa né per chi, l’importante è spassarsela. E’ la logica dei futures e vale ormai anche per il circuito politico-mediatico: lo show della politica non dorme mai e la regola è scommettere e alzare la posta, non importa su che cosa, l’importante è divertirsi, prima nel montare e subito dopo nello smontare il giocattolo.

Inutile chiedersi dunque quanto durerà la luna di miele fra il nuovo governo e quello che resta dell’opinione pubblica: durerà poco, quanto durano le oscillazioni dei titoli in borsa, i rendimenti dei derivati, la fiducia nei broker, e quanto dura un piacere dell’esaltazione pronto a ribaltarsi in piacere della distruzione. Poche ore dopo l’insediamento infatti il borsino del governo è già vistosamente in calo. E tutto quello che era stato enfatizzato della nuova leadership – mito del fare, velocità, energia vitale, corporeità: per inciso, tutte virtù oggi esaltate in Renzi dalle stesse penne che per anni le hanno attaccate in Berlusconi – lascia il campo a tutto quello che era stato messo fra parentesi nell’eccitazione per la sua epifania: l’impronta fratricida (‘peccato originale’, secondo il Vaticano) del cambio della guardia a palazzo Chigi, la fumosità dei programmi, la mediocrità dei ministri e delle ministre, le continuità nascoste sotto la retorica nuovista, l’impaludamento prevedibile della “doppia maggioranza”, l’incerta sorte delle riforme istituzionali e la piega misteriosa della politica economica. Sì che le sole chances che restano sul piatto sono quelle puntate sugli unici dati certi della situazione: l’età media (peraltro non bassissima) dell’esecutivo, e la sua mezza coloritura rosa. Merita dunque tornare su questo. Giovani e donne, rottamazione e parità di genere: quanto contano, di che cosa sono segno, in che rapporto stanno queste due ”evidenze” del renzismo che avanza?

 Giovani adulti e donne pari

La rottamazione, l’ho già scritto e lo ripeto, resta a mio avviso il tratto più autentico e più significativo del renzismo. Purché però non la si analizzi in chiave edipica – nella chiave cioè di un conflitto con i padri che porta alla loro uccisione simbolica e all’acquisizione della loro eredità -, perché nella rottamazione di edipico c’è ben poco: non ci sono padri riconosciuti ma solo fratelli maggiori giudicati incapaci, non c’è un’eredità da assumere ma solo un passato di cui liberarsi, non c’è conflitto con chi è venuto prima ma solo, appunto, rottamazione, non c’è un’esigenza di rivoluzione dell’ordine costituito ma solo l’urgenza di entrarci e di prenderne il comando. Non lo dico con rimpianto o nostalgia: se questo è il quadro, c’è solo da prenderne atto. Ma senza però attribuire a questo sommovimento generazionale una vocazione o una portata trasformatrice che non ha, perché non vuole averla: il desiderio che lo anima non è un desiderio di cambiamento, bensì un desiderio di governo dell’esistente. Un brano di Karl Kosìk (da Un filosofo in tempi di farsa e di tragedia, segnalatomi da Natalina Lodato che ringrazio), aiuta a vedere la differenza fra quelli che qui indico schematicamente come conflitto edipico e rottamazione postedipica:

 La gioventù si rivolta contro i padri, o perché nauseata dalle relazioni “patriarcali”, che le appaiono ossificate, non dignitose, limitate e vuole cambiarle, oppure fa provocatoriamente intendere essere giunto ormai il tempo in cui i “vecchi” si facciano da parte e lascino i loro importanti posti alla generazione che avanza. In ciò consiste la differenza tra i giovani adulti e la gioventù: questa apporta il cambiamento, i giovani adulti non conoscono gioventù, si limitano a maturare negli uffici, nelle funzioni, nella somiglianza ai propri padri che sono riusciti, ma hanno superato i limiti di età. I giovani adulti si augurano di maturare il più rapidamente possibile in situazioni già pronte e di stabilirsi in esse come nel proprio regno. Non affacciano alcuna nuova idea, non abbondano in immaginazione, ma sono ambiziosi e impazienti. Da qui i loro ripetuti appelli agli adulti; affidate alle nostre mani le vostre già avviate imprese. Non conoscono il tormento della ricerca e del dubitare giovanili, non hanno incontrato la felicità della rivolta giovanile, la differenziazione, il disincanto. Dalla tenera età soffrono di saccenteria, gli piace ammaestrare, dinanzi a loro la realtà si dispiega come cosa data e utilizzabile. Ma con loro la sorte non è stata benigna: non ancora carichi di anni, sono vecchi anzitempo.

Il cruciale tassello che bisogna aggiungere è che in questo quadro post-edipico e post-patriarcale cambia completamente anche la posizione femminile: l’esclusione delle donne non c’è più perché non serve più. Se l’Edipo è svaporato, se il patriarcato è finito, finisce anche il patto fra i fratelli parricidi basato sull’esclusione femminile: le donne sono ammesse al gioco della spartizione del potere, diventano perfino un fiore all’occhiello e una risorsa del potere: a patto che a loro volta dismettano il conflitto con i loro «pari».

Se non si capisce questo cruciale passaggio di spoliticizzazione del conflitto fra i sessi, non si capisce il senso di questa improvviso salto nella pace perpetua del 50 e 50 graziosamente concesso dal giovane premier. L’ha colto bene Francesco Merlo nella sua cronaca su Repubblica del pomeriggio di Renzi al Quirinale, descrivendo le otto ministre come «donne normali di un paese normale, pronte a perdersi nella politica (e magari, aggiungo io, anche a prendersi cura della politica) e al tempo stesso rassicuranti e pacificanti custodi dell’irruenza del capo»: non per caso in un’intervista di qualche giorno fa una renziana convinta rivendicava fieramente la sua funzione di «vestale» (sic) del leader.

Stupisce invece che di questo passaggio non si accorgano alcuni commenti femminili attardati a difendere una presunta «conquista» di quantità in un governo che peraltro considerano indifendibile per qualità. Mai come in questo caso la parità di genere getta la maschera e si rivela per quello che è, un principio di neutralizzazione del conflitto fra i sessi. La cui politicizzazione del resto cominciò giustappunto quando alcune donne si rifiutarono di fare le vestali del ciclostile: attorno al ’68, l’epoca che Matteo Renzi non ha mai nascosto di voler definitivamente rottamare.

Pubblicato in Uncategorized | 9 commenti