La giunta Renzi

Più che un governo pare una giunta comunale. Alfaniani tutti al loro posto, hic manebimus optime. Della parità di genere notoriamente non me ne importa rigorosamente nulla. La squadra esteri-difesa diciamo che mi pare inadeguata alla situazione del mondo, e che Bonino non era certo la prima a dover essere defenestrata (nemmeno Brai lo era). Sono contenta per Lanzetta, anche se l’ha messa lì solo per avere i voti di Civati e fargli un dispetto da ragazzi del muretto, e per Lorenzin che mi è simpatica. Auguri a Padoan che è una persona seria e a Orlando che tuttavia come responsabile giustizia del Pd non mi pare brillasse. Fine dei commenti, sugli/le altre velo pietoso.

P.S. Mai visto un tale tasso di doping nel giornalismo italiano. Ora può cominciare la fase down.

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Renzi piè veloce

Qui il link a due mie brevi interviste a Radioies  sul passaggio Letta-Renzi:

http://www.youtube.com/watch?v=wp7w91pO3WM&feature=c4-overview&list=UUdblegLbYTgTEee6T2x5KXA …

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Italian Hustle

Una crisi drammatica, una gestione ridicola, scrive Lucia Annunziata sull’Huffington Post commentando «il clima da ragazzi del muretto, sbracato nei modi, nello stile e nella sostanza» che ci tocca respirare. Sullo stile da ragazzi del muretto, argomento tutt’altro che secondario, torno dopo. Prima, due punti sul dramma e sulla farsa.

Primo punto. Salvo improbabili colpi di scena alla direzione del Pd di oggi, fra pochi giorni avremo il terzo presidente del consiglio nominato dal Colle (e stavolta largamente autonominato), senza alcun rapporto, né diretto né indiretto, con il pronunciamento elettorale. Siccome però le cose ripetendosi peggiorano, questa terza volta è peggiore, se possibile, delle due precedenti: non c’è l’emergenza dello spread con cui fu coperta l’operazione Monti, né l’impossibilità di costruire una maggioranza coerente con il voto con cui fu coperta l’operazione Letta. C’è solo, rivendicato da Napolitano a Lisbona, il rifiuto fobico di un ritorno alle urne, unito all’arrogante fretta di Matteo Renzo di insediarsi a Palazzo Chigi, fretta a sua volta accompagnata da un consumismo della leaderhip che ha raggiunto, nel Pd, livelli patologici.

Poco da eccepire se fossimo realmente, come tutt’ora siamo formalmente, in una Repubblica parlamentare, dove i governi li formano le Camere (e tuttavia anche in questo caso tornare alle urne sarebbe a questo punto necessario, essendosi il quadro politico profondamente modificato nell’ultimo anno, con la decadenza di Berlusconi da un lato e l’avvento di Renzi dall’altro, ed avendoci la Consulta liberati dal Porcellum). Ma noi siamo da più di vent’anni in una terra di nessuno, dove la Costituzione formale è continuamente sfidata, contraddetta e delegittimata da un senso comune, di destra e di sinistra, che i governi li vuole eletti, o indicati, dal popolo. Di più: la stessa crisi di questi giorni è figlia di questo senso comune, la leadership di Renzi essendosi costruita precisamente sulla promessa di non varcare la soglia di palazzo Chigi senza mandato popolare, e sull’impegno di varare una legge elettorale che garantisca governi stabili, duraturi e legittimati dal voto. Il paradosso dunque è il seguente: si forma con una manovra di palazzo un governo, il terzo, col mandato di varare le mitiche ‘riforme’ contro le manovre di palazzo (e magari incapace, come i precedenti, di vararle). Un imbroglio che sfugge al principio di non contraddizione.

Secondo punto. Quando il principio di non contraddizione in politica salta, è perché operano altri principi che rispondono ad altre logiche, come quello dei rapporti di forza allo stato duro e puro. Il passaggio dirimente e illuminante di questa crisi resta, da questo punto di vista, quello del cosiddetto scoop della premiata coppia Corriere della Sera- Financial Times. Inconsistente giornalisticamente – si sapeva ed era già stato scritto tutto o quasi già nell’estate del 2011, quando il Corsera peraltro taceva e approvava -, inequivocabile politicamente: una richiesta perentoria di cambio del cavallo spedita dall’establishment che conta a Napolitano, e da Napolitano prontamente raccolta in poche ore con la convocazione accelerata di Renzi al Quirinale. Di nuovo ha ragione Lucia Annunziata: il combinato disposto fra questa traiettoria dei cosiddetti ”poteri forti” – non da oggi privi peraltro di un qualsivoglia progetto sul paese – e il personalismo mediatico degli uomini politici in campo – ma in primis di Matteo Renzi, dico io – accentuano in modo dirompente la deriva oligarchica del sistema-Italia. Oltre a gettare finalmente la luce giusta sull’ideologia della rottamazione: quando il gioco si fa duro, non è ai e alle quarantenni acqua e sapone che lo si lascia in mano. Riportare la gestione della crisi nell’alveo e nelle forme istituzionali è a questo punto il minimo che si possa fare, e bene fa Enrico Letta, con tutti i limiti che gli si possono e devono imputare, ad esigerlo.

Vengo infine allo stile ”ragazzi del muretto”. Sulle cui più patenti manifestazioni – irresponsabilità, leggerezza, senso di onnipotenza, personalismi e maleducazione – non merita neanche insistere. Vale la pena piuttosto di soffermarsi sull’ennesimo capolavoro politico-simbolico che il Pd è riuscito a realizzare ribaltando, anche su questo piano, il vantaggio del rinnovamento in cui si trovava rispetto al partito padronale di Berlusconi in un disastroso svantaggio, complice il coro mediatico affabulato dalla rottamazione di cui sopra, dalla loquace intraprendenza del sindaco di Firenze e dalle garanzie rivoluzionarie delle smart blu. Adesso però non dovrebbe sfuggire a nessuno quanto sia più rassicurante per il grande pubblico la transizione generazionale soft di cui Berlusconi si atteggia a garante rispetto allo spettacolo che la new generation del Pd sta offrendo di sé, superando di molti punti quella precedente già affollata di campioni nella specialità del fratricidio. C’è voluto del talento nel consegnare questo vantaggio al leader decadente e decaduto, amorale e illegale, cinico e gaudente del bunga-bunga. E non è solo un talento maschile. Siamo state tutte adolescenti e tutte sappiamo che sul muretto i ragazzi esagerano finché le ragazze non dicono basta. Ma sul muretto del centrosinistra italiano non ce n’è una sola a dirlo, tutte impegnate come sono o a fare diligentemente da coro o a contare meticolosamente di quante parolacce sono vittime.

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La profonda sintonia

Basta leggere i giornali di centrodestra di oggi, e meglio ancora il ‘mattinale’ di Forza Italia, per fare al volo il conto dei vantaggi e degli svantaggi innescati dall’incontro di ieri fra Renzi e Berlusconi. Fanno sorridere in verità le accorte profezie sulla durata del governo Letta, da ieri ”ancorato” a un programma di riforme istituzionali che dovrebbe tenerlo in vita per almeno un anno. La verità è che d’un balzo i pesi dei giocatori in campo sono stati completamente redistribuiti. Letta (nipote) avrà pure più tempo davanti (e poi chissà, vatti a fidare), ma dipende in tutto e per tutto da Renzi e dal patto di Renzi con Berlusconi (e con Letta zio), non più da Giorgio Napolitano il quale esce a sua volta a dir poco ridimensionato, se non strategicamente sconfitto, dallo storico incontro. Angelino Alfano ha praticamente un cappio alla gola, e se aveva fatto conto, per sopravvivere, su una svolta proporzionalista adesso deve cominciare a meditare i termini di un rientro nella casa bipolare del Capo.  Silvio Berlusconi è di nuovo al centro della scena (qualcuno aveva davvero creduto che ne restasse fuori solo perché giuridicamente decaduto?). Il Pd, che solo domani discuterà la proposta di legge elettorale messa a punto dal suo segretario col Cavaliere, è ridotto a quello cui ha voluto ridursi, un’appendice del leader (ricorda qualcosa?). La legge elettorale infine, posta in gioco solo apparente dello storico incontro, è più che mai in alto mare, perché è tutta da verificare la congruenza fra il disegno di R-B e le indicazioni della Corte costituzionale: e dunque, alla fine, anche il come e il quando delle prossime elezioni è tutto da vedere.

FIne del conto al volo. Il quale spazza via in un batter d’occhio l’isterica caciara formalistica fra antirenziani e antiberlusconiani da un lato e filorenziani e filoberlusconiani dall’altro sull’opportunità o meno dell’incontro che ha tenuto banco nelle quarantotto ore precedenti. Dimostrando l’ovvio, e cioè che se è lecito, e perfino dovuto, consultare sulla legge elettorale il leader (decaduto per frode fiscale) del secondo partito, che quest’ultimo ne esca più o meno rilegittimato dipende dal ”come” della consultazione stessa. E il ”come” non si riduce affatto al luogo dell’incontro, alla soglia simbolica del Nazareno o alle (poche) uova marce lanciate contro il Cavaliere. Il come è sostanza, e sta nelle due paroline magiche che Renzi ha scelto per siglare la serata: ”profonda sintonia”. Una sintonia che non va riferita purtroppo solo al risultato dell’incontro, ma alle sue premesse.

Giova fare in proposito un esercizio – impopolare – di confronto col passato. Non sono pochi coloro, a partire da Marco Travaglio, che oggi derubricano le responsabilità di Renzi riconducendole alle ventennali responsabilità dei leader del Pds-Ds-Pd, in primis Massimo D’Alema, nel ”legittimare” Berlusconi. Il rottamatore non avrebbe fatto altro, in sostanza, che allinearsi con i rottamati. Peccato che il paragone fra Renzi e D’Alema non stia in piedi. Nel ’96, quando prese inizio l’avventura spericolata della Bicamerale che avrebbe dovuto riscrivere con Berlusconi mezza Costituzione, Berlusconi aveva la maggioranza assoluta dei voti: aveva stravinto le elezioni nel ’94, le aveva perse nel 96 ma d’un soffio, e non per un calo di voti. L’impatto revisionista della sua ”nuova destra” – che agitava, va ricordato e non lo si ricorda mai, la minaccia di un’assemblea costituente in cui sarebbe stata maggioranza – era enorme, e il tentativo di ”imbrigliarlo” nella riscrittura delle regole era volto non a legittimarlo, ma a contenerlo. Fu un tentativo perdente, perché il progetto di Berlusconi era un progetto eversivo, irriducibile alla legalità e al galateo costituzionale: e questa è storia del ventennio passato. Ma oggi, Berlusconi non ha la stessa forza elettorale di allora, e il suo progetto eversivo nemmeno: la sua irriducibilità alla legalità, com’è noto, gli si è rivoltata contro, il suo declino è stato sancito giuridicamente, le sue ricette neoliberiste non hanno retto alla prova tragica della crisi degli ultimi anni, la sua riforma della Costituzione, approvata senza l’apporto del centrosinistra, è stata sconfitta dal referendum del 2006. Oggi sì, dunque, richiamarlo in campo significa ri-legittimarlo ben al di là della sua legittimazione effettiva. E significa soprattutto un’altra cosa: che questa rilegittimazione è possibile perché implica una completa interiorizzazione della sua agenda. ”Profonda sintonia”, appunto: non solo – si badi – sulla legge elettorale, ma sulla revisione della Costituzione, della forma di Stato (la riforma del federalismo) e di governo (il combinato disposto far legge elettorale e riforma del bicameralismo). 

Il tema dunque va spostato: dalla ”resurrezione” di Berlusconi – che per quanto sia stupefacente non è una novità, data la pervicacia del centrosinistra nell’ucciderlo giudiziariamente senza seppellirlo politicamente – all’intronamento a furor di media e di primarie di Matteo Renzi. Spiace per quanti, a partire da Repubblica, avevano salutato nel giovane segretario del Pd l’avvento del tempo nuovo e oggi si ritrovano risospinti improvvisamente nel vecchio: ma per chi avesse occhi per vedere, la ”profonda sintonia” fra l’agenda di Renzi e quella di Berlusconi era chiara, chiarissima, ben prima dello storico incontro. Paradossalmente non ha tutti i torti il cinismo dei giovani dirigenti più vicini al segretario, quando dicono che Renzi può ricevere il Cavaliere senza temerne l’impatto personale. In gioco infatti non c’è solo né tanto la rilegittimazione della persona Berlusconi, quanto la legittimazione da sinistra della sua eredità. Ovvero l’ammissione, da sinistra, che tutto sommato aveva ragione lui su tutto, e che basta fare meglio di lui le cose che voleva fare lui per ”cambiare verso” al paese. Questo e non altro è il senso della ”profonda sintonia”. 

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Hannah Arendt, o del pensare

(pubblicato su Alfapiù 16/1/2014)

Fu durante un convegno sul quarantennale del Sessantotto, più di cinque anni fa, che Margarethe Von Trotta mi anticipò che stava lavorando a un film sulla vita di Hannah Arendt. Ardua scommessa, pensai e le risposi provando a immaginare come si potesse restituire la complessità della vita, del pensiero e della persona di Arendt in un film di due ore. Ma Margarethe le scommesse, se non sono ardue, non le prende nemmeno in considerazione; e fino a quel momento le aveva vinte tutte: con Anni di piombo (Leone d’oro a Venezia 1981), con Rosa Luxemburg (1986), con Rosenstrasse (20013).

Ha vinto anche questa. Presentato al festival di Toronto del 2012, Hannah Arendt (coproduzione Germania-Lussemburgo-Francia-Israele) è uscito nel frattempo con acclamazione di critica e di pubblico negli Stati uniti (uno dei dieci film migliori del 2013 secondo il New York Times) e in tutta Europa salvo che in Italia, dove pare che le sale non ritengano commestibile la storia di una ignota filosofa: un bel sintomo dello stato dell’arte nel nostro paese. La distribuzione (Ripley’s film e Nexo Digital) approfitta dunque della Giornata della memoria per mandarlo in 70 sale e 19 città il 27 e 28 febbraio prossimi, e della ripubblicazione per Feltrinelli de La banalità del male per diffonderlo in formato digitale. Il resto lo faranno scuole, università e circuiti culturali interessati.

In coppia con la cosceneggiatrice americana Pam Katz (ma sono donne anche la produttrice Bettina Brokemper, la direttrice della fotografia Caroline Champetier, la montatrice Bettina Böler), Von Trotta sceglie gli anni fra il 1960 e il 1964 per condensare vita e pensiero di una delle protagoniste assolute del Novecento. Reincarnata in una strepitosa Barbara Sukowa, Hannah vive a New York dal 1941, dopo la fuga in Francia dalla Germania di Hitler nel ’33, l’internamento nel campo di detenzione di Gurs e l’esodo oltreoceano con la madre e il secondo marito, Heinrich Blücher, il comunista tedesco autodidatta incontrato a Parigi e sposato nel ’40.

Sfondando – giustamente – il confine fra privato e pubblico che Arendt mantenne come un punto fermo della sua filosofia, il film restituisce assieme la dimensione personale e politica di Hannah, le amicizie e l’insegnamento, gli amori e il pensiero, incastonati fra la decisione di andare a Gerusalemme per seguire il processo a Eichmann e il discorso tagliente tenuto alla New School per rispondere agli attacchi suscitati dal suo reportage del processo sul New Yorker, con le tesi esplosive sulla ”banalità del male” perpetrato da Eichmann nonché sulla ”cooperazione” dei vertici della comunità ebraica tedesca con le deportazioni.

Esplosive allora e dopo (Von Trotta: «io stessa ho potuto recepirle appieno solo dopo la caduta del Muro di Berlino»), perché insopportabili tanto per la cultura antinazista, rassicurata dall’idea della mostruosità eccezionale di quel male di cui Arendt svelava invece la banale normalità, tanto per la comunità ebraica, rassicurata dalla certezza dell’innocenza assoluta delle vittime. Non solo la comunità intellettuale newyorkese ma tutto il mondo affettivo di Hannah ne resta terremotato: i colleghi che la invitano a dimettersi dall’insegnamento, gli amici ebrei che le voltano le spalle, Hans Jonas, il più antico fra loro, che l’accusa di far prevalere in lei l’arroganza dell’intelligenza tedesca sulle radici ebraiche.

E’ il nocciolo anti-identitario e ”non allineato” del pensiero di Arendt che ci convoca e ci parla tutt’ora, ogni giorno e in ogni circostanza in cui la certezza dell’appartenenza va a discapito della comprensione dei fatti. Così come tutt’ora ci parla la battaglia di Hannah per non rinunciare alla pubblicazione del suo reportage sul New Yorker: allora come oggi, c’è sempre un caporedattore o una caporedattrice zelante (per inciso, uno dei personaggi più vivi del film) che ti dice che pensi troppo liberamente per vendere, o che sei troppo filosofa per fare del buon giornalismo.

C’è nel film questo nocciolo, che si forma nella testa di Hannah durante il processo al criminale nazista che «siede nella gabbia di vetro come un fantasma e non è per niente terribile»; ma non c’è solo questo. C’è l’amicizia di Hannah con Mary Mc Carthy (Janet McTeer) e Lotte Köhler (fonte diretta della sceneggiatura), quell’amicizia femminile che fu un filo d’acciaio della «non femminista» Arendt ed è un filo d’acciaio della filmografia di Von Trotta, da Sorelle a Anni di piombo a Rosenstrasse. C’è il controverso rapporto d’amore fra Hannah e il suo maestro Martin Heidegger, una sorta di passato che non passa e che non cessa di tornare, fra la gratitudine e l’incubo, nei ricordi e nel sonno, irrinunciabile malgrado e contro l’adesione di Heidegger al nazismo.

C’è, ancor più irrinunciabile, il rapporto con la lingua materna, che s’impone negli esuli contro l’inglese ogni volta che c’è da discutere di qualcosa in cui ne va di se stessi (il film alterna infatti le due lingue, e per fortuna non sarà doppiato in italiano). C’è infine e soprattutto, come ha notato il NYT, non solo il pensiero ma il pensare di Arendt, quella sua peculiare capacità di fare la spola fra i fatti e la teoria, fra l’evento e il concetto, che ne ha fatto la grandezza e che Barbara Sukova lascia srotolare fra una sigaretta e l’altra, fra una nottata alla macchina da scrivere e un riposino diurno sul divano, vita activa senza soste e missione senza tempo. Erano i favolosi anni Sessanta, quando a New York si poteva ancora fumare perfino in un’aula della New School, e chissà se pure per questo il pensiero volava più libero.

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Ed eccoci al solito rito di passaggio. Di tutti gli auguri possibili ve (ce) ne faccio uno solo: che finisca il risentimento generalizzato che avvelena l’Italia. Tutti pensano a come punire meglio questo e quello, io comincio a pensare che ci vuole un condono generalizzato. Sentimentale, non fiscale. Buon anno!
Pubblicato il da Ida Dominijanni | 5 commenti

Femminicidio, iconografia della vittima

Ci sono talvolta danni simbolici incalcolabili provocati da operazioni animate magari dalle migliori intenzioni. E’ precisamente questo il caso della gigantesca operazione politica e mediatica allestita negli ultimi mesi sul cosiddetto femminicidio, e arrivata alla sua apoteosi nei giorni scorsi con la celebrazione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Al netto della ripetitività della ricorrenza, per molti versi uguale a se stessa ogni 25 novembre che dio manda al mondo, tiriamo le somme delle novità intervenute quest’anno dopo l’operazione suddetta, come fa e chiede di fare Angela Azzaro su www.glialtrionline.it.

Abbiamo in primo luogo una nuova legge, fatta per decreto governativo, che pur contenendo alcune norme parziali utili, secondo i centri antiviolenza, a contrastare il massacro quotidiano delle donne, tratta un problema sociale e culturale come un problema di ordine pubblico, riduce le donne a soggetti deboli sotto tutela dello Stato e della giurisdizione, ed è riuscita – un inedito assoluto – a usare il corpo femminile per normare questioni che col corpo femminile non c’entrano nulla, tipo il conflitto sulla Tav.

Abbiamo in secondo luogo un’iconografia pubblica, diffusa con gran dispendio di mezzi dalla televisione pubblica e privata nonché dalla pubblicità istituzionale del governo, che raffigura volti e corpi di donne pestati, smostrati, devastati. Per giunta in una involontaria ma evidente contrapposizione con i volti ben truccati e i corpi ben vestiti di altre donne che su vari palcoscenici, teatrali e televisivi, nazionali e internazionali, combattono meritoriamente contro il femminicidio in nome e per conto delle prime, sovente riempiendole di ottimi consigli: ribellati, denuncialo, liberati eccetera eccetera. Le immagini non mentono: lo spostamento dell’obiettivo dal corpo della vittima al corpo del carnefice che invochiamo da anni non c’è stato. Sotto i riflettori – e in fondo in fondo sotto accusa – c’è sempre il corpo femminile, mai quello maschile.

Pochissimi anni fa, in un recente passato ancora presente, sotto i primi colpi del sexgate berlusconiano eravamo all’improvviso diventate tutte veline e escort: il variegato mondo dell’informazione si produsse in questo giudizio sommario, o per accusare il berlusconismo (”tutte manipolate”) o per assolverlo (”tutte libere di valorizzare il proprio capitale di bellezza”). Adesso siamo diventate tutte vittime, ma di uomini senza faccia e senza parola. Poco più tardi, sotto i secondi colpi del sexgate, lo stesso variegato mondo dell’informazione, talvolta con le firme femminili in prima linea, si produsse invece nell’esercizio di dividerci in donne perbene (mogli e madri della patria) e donne permale (veline e escort di cui sopra). Adesso ci ritroviamo divise fra donne disgraziate e donne fortunate. Un bel vantaggio, non c’è che dire.

Non l’unico tuttavia: ce n’è un altro, ancora più tondo. Questo dispendio di immagini di donne massacrate e sfigurate vorrebbe fare leva, si presume, su un risveglio della coscienza maschile e sul richiamo degli uomini violenti a una qualche legge morale. Qualcuno però spieghi ai maghi della pubblicità e della comunicazione che la violenza ha spesso moventi inconsci, e che l’inconscio non risponde ai richiami morali: talvolta vuole solo godere, e di cose indicibili. Quell’insistenza sui volti e sui corpi femminili sfigurati e vittimizzati potrebbe non stimolare affatto una resipiscenza della coscienza maschile, ma l’inconscio godimento sadico che muove la violenza, la alimenta e se ne alimenta. L’anno prossimo, per favore, obiettivo sugli uomini: volti non mostruosi né sfigurati, ma normali, normalissimi.

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L’eccezione decaduta

Nel glaciale pomeriggio che sancisce la fine della sua vita parlamentare (”la sinistra ha chiesto al cielo di mandarci il freddo”, esordisce dal palco per scaldare la sua gente), Silvio Berlusconi non perde la regia della fiction a cui per vent’anni ha affidato la sua narrativa personale e politica. Si vede dal controllo dei tempi, con la sincronizzazione della tempistica fra il comizio in via del Plebiscito e il dibattito del senato, che ancora una volta rende la diretta tv protagonista della storica giornata. L’istituzione, svuotata di un protagonista, di qua, la piazza, con quello stesso protagonista al centro, di là. Pochi metri di distanza sulla mappa di Roma, un abisso sulla mappa sentimentale della politica. Controversa anch’essa: da palazzo Madama i cronisti restituiscono un clima più freddo e sereno del previsto e il senatore Romani conferma l’understatement, però dalla piazza Mara Carfagna parla di una gamma di emozioni che vanno dalla malinconia alla rabbia alla gioia. Chi ha ragione?

Molto di quello che ci attende si giocherà, come tutto il ventennio che abbiamo alle spalle, su questo registro emotivo della politica, un registro che ancora una volta Silvio Berlusconi adotta enfatizzando l’affetto che lo lega al suo pubblico e appoggiandosi all’epatia dei suoi fan, e che ancora una volta il centrosinistra evade, appellandosi esclusivamente – come ha fatto per quattro mesi – all’impersonalità della legge. Non è detto, sia chiaro, che il registro emotivo continui a giocare d’ora in poi a favore di Berlusconi: perché le emozioni mutano, e un Berlusconi perdente non potrà contare sulla stessa tastiera emotiva che ha fatto l’epopea del Berlusconi vincente; e perché stanno mutando anche i giocatori in campo, e alcuni, da Grillo a Renzi, con le emozioni giocano pesante a loro volta. Ma è del tutto vano esercitarsi in conti e conteggi sulla durata del governo, la riuscita delle scissioni a destra e l’effetto delle primarie a sinistra, senza considerare che questo registro sarà ancora decisivo.

A cominciare da un dato, questo. Dopo essere stato per vent’anni il campione di una politica dell’antipolitica, in un continuo dentro-fuori le istituzioni, Berlusconi avrà gioco facile d’ora in poi nel radicalizzare il suo lato più squisitamente eversivo, in un momento in cui, come dicono i sondaggi sull’astensione, la fiducia nelle istituzioni repubblicane è al minimo storico. Altro che il vaffa dei grillini, divisi fra il radicalismo in piazza e la pignoleria in parlamento. Altro che le battute da Giamburrasca di Renzi, costretto fra pochissimo a istituzionalizzarsi quel tanto che basta a guidare il principale partito di governo.

Dall’altra parte del campo, quello del ”governo più forte e coeso” – con quel ‘più’ tutto da dimostrare – , le emozioni invece stanno a zero, e la parola chiave, quella della ”normalizzazione” dell’Italia, ammesso che abbia mai avuto un fascino lo sta rapidamente perdendo sotto i colpi della crisi: costa troppo, in termini di impoverimento e di rigore. E su questo, Berlusconi lo sa benissimo, non saranno gli umori interni a essere decisivi, ma il tasso di scontento sociale continentale che si esprimerà alle elezioni europee: una partita anch’essa inevitabilmente in via di radicalizzazione.

Certo, la normalizzazione segna oggi un punto decisivo contro l”anomalia” berlusconiana, affermando con la decadenza di Berlusconi il principio che la legge è uguale per tutti, e colpendo il Cavaliere nel suo ”eccezionalismo” costitutivo. E’ questo il dato più saliente della giornata di oggi, che per questo si può davvero ritenere una giornata ”storica”. A patto però che si tengano presenti due fattori. Il primo: che il principio della difesa della legalità, per essere credibile, deve funzionare a tutto campo. Legalità non significa solo applicare le leggi per punire i reati; legalità è anche, e in primo luogo, quella che presiede e garantisce il funzionamento corretto della cornice della democrazia. E da questo punto di vista, giova ricordare che dalla nomina del governo Monti in poi siamo al limite della flessibilità di questa cornice (ultimo atto, l’idea che il cambiamento del senso e dei numeri del governo delle ”larghe intese” non necessiti di un passaggio di verifica in parlamento).

Secondo fattore. C’è fra politica e legalità, nelle democrazie costituzionali, un rapporto complesso che Berlusconi ha sempre sfregiato, praticando la politica contro la legge, ma che non può ridursi nemmeno all’identificazione fra politica e legge. La politica non può e non deve essere solo politica della legalità e del diritto; e non ha tutti i torti il forzista Augello, quando dice che in democrazia ”ci si può far prendere per mano dalla politica per superare le contraddizioni del diritto, o dal diritto per superare le contraddizioni della politica”. Da troppo tempo a sinistra la seconda alternativa prevale sulla prima, e finché prevarrà, l’anomalia berlusconiana troverà ancora spazio.

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La generazione innocente di Matteo Renzi

E’ dura da dire, visto lo stato in cui ogni giorno il Pd mostra di versare, eppure anche stavolta, alla fine, il principale erede della defunta democrazia dei partiti è riuscito ad allestire un congresso ”vero”, con contenuti, poste in gioco e profili di leadership riconoscibili. E malgrado l’intero percorso sia stato viziato da regole traballanti e assurde – tutte: dal tesseramento aperto e pertanto corrotto al populismo del gazebo che consente a chiunque di votare per il segretario di un partito -, alla fine chi andrà a votare l’8 dicembre potrà farlo con cognizione di causa, salvo essere completamente assordato dalla grancassa mediatica che suona pressoché all’unisono per il sindaco di Firenze.

Oscurato, per l’ennesima volta dal 1989 in poi, dalla finta rappresentazione politico-mediatica di un derby fra ”nuovo” e ”vecchio”, per l’ennesima volta il conflitto è invece sulla direzione dell’innovazione. Non c’è, fra i tre contendenti, chi non si dichiari per il cambiamento: il punto è come cambiare. L’uscita dal ventennio berlusconiano, che è stato anche il ventennio della sconfitta e della subalternità della sinistra, è il problema comune: il punto è come se ne esce. Si deve alla sterzata che Gianni Cuperlo ha impresso negli ultimi giorni alla sua battaglia, affilando la polemica con Renzi, che i termini di questo ”come” si siano chiariti. Se per Renzi uscire dal ventennio significa portare a compimento l’innovazione che il Pd (anzi il Pds-Ds-Pd) ha lasciato a metà e farla finalmente finita con la genealogia della sinistra, per Cuperlo uscire dal ventennio significa correggere radicalmente la rotta di questa ventennale innovazione, ritrovando e rilanciando quella genealogia. Meno sinistra per Renzi dunque, più sinistra per Cuperlo. Più neoliberismo in salsa blairiana per Renzi, abbandono della ricetta neoliberista, responsabile della crisi economico-finanziaria, per Cuperlo. Meno partito e più democrazia del pubblico e dell’applauso per Renzi, più partito e più partecipazione organizzata per Cuperlo. Meno rappresentanza dell’insediamento sociale tradizionale della sinistra per Renzi, più per Cuperlo. E così via. Chi dei due è più innovatore? Dipende, è ovvio, dalla lettura del ventennio e degli errori della sinistra durante il ventennio. Per Renzi il Pd ha perso e rischia di perdere perché troppo legato alla sua provenienza originaria; per Cuperlo perché l’ha abbandonata.

Sarebbe un gioco da ragazzi rintracciare, dietro i due contendenti di oggi, le due visioni del Pd che si contendono il campo fin dalla sua nascita, e se lo contendevano già nel Pds-Ds, con relativi leader di riferimento: un gioco da ragazzi che tuttavia basterebbe a sfatare la leggenda metropolitana secondo la quale l’innovazione di Cuperlo sarebbe ”zavorrata” da D’Alema e quella di Renzi invece volerebbe leggiadra senza zavorra alcuna (”rottamandi” di ogni tipo, e perfino uno come Pippo Baudo, sono saltati sul carro del sindaco di Fitrenze). Meglio concentrarsi invece su un punto che fa la differenza rispetto al passato. E la differenza, in un congresso che comunque sancirà un forte ricambio generazionale ai vertici del Pd, la fa la postura dei tre contendenti – Renzi e Cuperlo, ma anche Civati – per l’appunto sulla questione generazionale.

Un anno dopo le primarie per la premiership che lo videro sconfitto da Bersani, e quindici giorni prima della sua più che probabile conquista della leadership del partito, la cifra più vera della corsa di Matteo Renzi resta quella della rottamazione. Che ha perso qualunque valenza pratica, il carro di Renzi essendo per l’appunto affollatissimo di esponenti delle generazioni precedenti, ma mantiene intatta la sua valenza simbolica. Che sta non solo e non tanto nel giudizio liquidatorio del sindaco su chiunque l’abbia preceduto (con continui svarioni nei riferimenti storici dei suoi discorsi), quanto nella concezione della propria generazione di cui si fa portatore. Anche nel suo intervento alla Convenzione di stamattina non avrebbe potuto essere più chiaro. La sua è la generazione ”di quelli che siamo cresciuti a figurine e serie tv, ma che malgrado la scuola ce lo impedisse siamo riusciti a innamorarci di un libro o di un quadro». Una generazione dunque tre volte vittima, dei padri che l’hanno allevata ”a figurine e serie tv”, della scuola che ci ha messo un carico da undici nel peggiorare le cose, della politica che ha sfigurato la democrazia e via discorrendo. E due volte eroica, perché malgrado tutto questo sopravvive a un destino di abbrutimento leggendo qualche libro e visitando qualche museo e si candida a salvare il paese che l’ha distrutta. Pertanto è arrivato il momento ”di poter dire una volta per tutte che adesso tocca a noi, e che non siamo disposti ad aspettare”.

Questa concezione risentita di una generazione (auto)vittimizzata, innocente perché figlia degli errori altrui e quindi irresponsabile per definizione, cresciuta ai margini e in diritto di accedere al centro del sistema insediandosi direttamente nella stanza dei bottoni, è il vero punto di senso comune, la vera base ideologica di massa, che determina il successo di Renzi, nonché il suo vantaggio sulla qualità evidente di uno sfidante immune da questa concezione come Gianni Cuperlo. Ed è un punto stupefacentemente sottovalutato nel dibattito pubblico, che invece di contestarlo o quantomeno di problematizzarlo lo blandisce e lo legittima.

Una spinta generazionale di tal fatta non può essere il trampolino del superamento del ventennio berlusconiano, perché ne è precisamente l’effetto. E’ l’effetto della biopolitica neoliberale, che per decenni ha costruito artatamente e pour cause la guerra generazionale fra pensionati e precari, fra garantiti e non garantiti, fra la fragilità (costosa) dei vecchi e la baldanza dei giovani. Ed è l’effetto (lo scrive, fra l’altro, Civati nel suo documento congressuale, che, sia detto per inciso ma non troppo, è il migliore dei tre sia sulla questione generazionale che sulla questione di genere) dell’evaporazione nella nebbia berlusconiana della funzione paterna,  una funzione che consisterebbe in primis nel garantire non la guerra ma il passaggio del testimone fra le generazioni.

E’ questa la ragione profonda, più profonda delle pur cruciali ricette di politica economica, della continuità di Renzi col ventennio che si candida a chiudere. Assai più discontinua e innovatrice è la postura di chi ha uno sguardo più lungo sul passato, non crede che il presente e il futuro comincino con la propria data di nascita, e delle generazioni precedenti vede sì gli errori ma anche la storia e la tradizione di cui sono state e sono portatrici, e rispetto alle quali non si sente innocente e non si assolve. Jacques Derrida diceva che è così che si eredita, scegliendo che cosa prendere e che cosa lasciare, non per diritto divino a subentrare nello scettro del comando. Ma purtroppo per Renzi Derrida non si scambiava con le figurine e non recitava nelle serie tv.

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Her, la favola post-umana di Spike Jonze

Her, lei, non soggetto, she, ma complemento oggetto. O genitivo? Fin dal titolo il film di Spike Jonze presentato al Festival del cinema di Roma ci mette sull’avviso: si tratterà di una relazione d’amore fra un soggetto uomo – he, un magnifico Joaquin Phoenix, – e un oggetto-donna, her, corpo assente e fantasmatizzato, voce avvolgente di un’altrettanto magnifica Scarlett Johansson.

Eppure fin dal titolo il film, contemporaneamente, ci spiazza: che tipo di oggetto denota quello her? Che cosa c’è dietro quel pro-nome, o chi si consegna a quel genitivo? Her, che in tempi di fine del patriarcato e del patronimico un nome se lo dà da sé battezzandosi Samantha ”perché suona bene”, è una post-human woman, voce, cervello e cuore sintetici partoriti da un sistema operativo che a domanda rispondono con perfetta e velocissima efficienza. Ti metti la cuffia in un orecchio, la chiami e lei ti soccorre in tutto e per tutto, dal cestinamento delle mail inutili accumulate nel computer al bisogno di sesso, amore e tenerezza. Theodore, che si guadagna brillantemente da vivere scrivendo su commissione intense lettere d’auguri, d’amore e di lutto per chi l’intensità dei sentimenti non sa scriverla perché non sa più viverla, decide di sperimentare la creatura artificiale sul bordo di una depressione dovuta alla separazione dall’ex moglie, un rapporto andato a male in cui tutto era difficile e dal quale non riesce a uscire perché, come a molti uomini capita, non è mai riuscito a entrarci davvero.

Prova dunque con Samantha e tutto diventa facile, perché lei, her, di lui intuisce, capisce, previene e promuove ogni esigenza, ogni desiderio, ogni paura, ogni senso e ogni talento. Segretaria, sorella, moglie, amante, couch, her gli sta a fianco come un angelo custode e come per magia ne allegerisce i movimenti, il sorriso, la vita; non ha corpo ma che c’è di più corporeo e sensuale della voce? – , ma di Theodore accarezza, risveglia e ricarica la pelle, le sensazioni, il sesso. La metafora sembra trasparente: Theodore se ne innamora, perché che cosa c’è di più facile, per un uomo, che innamorarsi di una donna-oggetto, di un essere sintetico e finto che gli risponde e gli corrisponde in tutto e per tutto senza chiedergli conto di nulla?

Invece di trasparente, in her, non c’è niente, perché in quell’estremo occidente che è Los Angeles, dove tutto era fake già cento anni fa figuriamoci oggi, sul confine fra reale e virtuale può accadere di tutto, dato che reale e virtuale si confondono davvero. Sì che in una vita reale sempre più rarefatta e incorporea, dove i sensi e il piacere sembrano essere catturati solo dalla bellezza maniacale delle architetture e degli arredi minimal, può accadere che sia proprio una creatura virtuale a risvegliarli. In una impotenza relazionale sempre più diffusa e rassegnata, dove il corpo sembra essere diventato un ostacolo insormontabile alla messa in gioco di sé, può accadere che sia proprio l’assenza del corpo a sbloccarla – tanto che quando her, che in fondo di un corpo sente la mancanza, prova a prenderne a prestito uno ingaggiando un suo doppio reale, le cose con Theodore non funzionano più. In una società dell’immagine, in cui tutto sembra essere a disposizione dell’occhio e del portafogli, può accadere che sia un proprio un fantasma invisibile a rimettere in moto l’immaginario sessuale e sentimentale, fino a invertire il gioco del soggetto e dell’oggetto, sì che Theodore che credeva di poter possedere Samantha on demand ne diventa posseduto, her, suo.

Non donna-oggetto ma oggetto d’investimento fantasmatico è dunque her, e la sua virtualità non fa che portare alla luce la realtà delle nostre relazioni: è sempre con un fantasma che abbiamo a che fare, e che sia reale o virtuale poco importa, se ha il potere di risvegliarci alla vita e al desiderio e di aprirci al cambiamento di noi stessi e alla differenza dell’altro/a. E’ il senso umano, anzi coraggiosamente e spudoratamente neo-umanistico, della favola post-umana di Jonze.

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