L’eccezione decaduta

Nel glaciale pomeriggio che sancisce la fine della sua vita parlamentare (”la sinistra ha chiesto al cielo di mandarci il freddo”, esordisce dal palco per scaldare la sua gente), Silvio Berlusconi non perde la regia della fiction a cui per vent’anni ha affidato la sua narrativa personale e politica. Si vede dal controllo dei tempi, con la sincronizzazione della tempistica fra il comizio in via del Plebiscito e il dibattito del senato, che ancora una volta rende la diretta tv protagonista della storica giornata. L’istituzione, svuotata di un protagonista, di qua, la piazza, con quello stesso protagonista al centro, di là. Pochi metri di distanza sulla mappa di Roma, un abisso sulla mappa sentimentale della politica. Controversa anch’essa: da palazzo Madama i cronisti restituiscono un clima più freddo e sereno del previsto e il senatore Romani conferma l’understatement, però dalla piazza Mara Carfagna parla di una gamma di emozioni che vanno dalla malinconia alla rabbia alla gioia. Chi ha ragione?

Molto di quello che ci attende si giocherà, come tutto il ventennio che abbiamo alle spalle, su questo registro emotivo della politica, un registro che ancora una volta Silvio Berlusconi adotta enfatizzando l’affetto che lo lega al suo pubblico e appoggiandosi all’epatia dei suoi fan, e che ancora una volta il centrosinistra evade, appellandosi esclusivamente – come ha fatto per quattro mesi – all’impersonalità della legge. Non è detto, sia chiaro, che il registro emotivo continui a giocare d’ora in poi a favore di Berlusconi: perché le emozioni mutano, e un Berlusconi perdente non potrà contare sulla stessa tastiera emotiva che ha fatto l’epopea del Berlusconi vincente; e perché stanno mutando anche i giocatori in campo, e alcuni, da Grillo a Renzi, con le emozioni giocano pesante a loro volta. Ma è del tutto vano esercitarsi in conti e conteggi sulla durata del governo, la riuscita delle scissioni a destra e l’effetto delle primarie a sinistra, senza considerare che questo registro sarà ancora decisivo.

A cominciare da un dato, questo. Dopo essere stato per vent’anni il campione di una politica dell’antipolitica, in un continuo dentro-fuori le istituzioni, Berlusconi avrà gioco facile d’ora in poi nel radicalizzare il suo lato più squisitamente eversivo, in un momento in cui, come dicono i sondaggi sull’astensione, la fiducia nelle istituzioni repubblicane è al minimo storico. Altro che il vaffa dei grillini, divisi fra il radicalismo in piazza e la pignoleria in parlamento. Altro che le battute da Giamburrasca di Renzi, costretto fra pochissimo a istituzionalizzarsi quel tanto che basta a guidare il principale partito di governo.

Dall’altra parte del campo, quello del ”governo più forte e coeso” – con quel ‘più’ tutto da dimostrare – , le emozioni invece stanno a zero, e la parola chiave, quella della ”normalizzazione” dell’Italia, ammesso che abbia mai avuto un fascino lo sta rapidamente perdendo sotto i colpi della crisi: costa troppo, in termini di impoverimento e di rigore. E su questo, Berlusconi lo sa benissimo, non saranno gli umori interni a essere decisivi, ma il tasso di scontento sociale continentale che si esprimerà alle elezioni europee: una partita anch’essa inevitabilmente in via di radicalizzazione.

Certo, la normalizzazione segna oggi un punto decisivo contro l”anomalia” berlusconiana, affermando con la decadenza di Berlusconi il principio che la legge è uguale per tutti, e colpendo il Cavaliere nel suo ”eccezionalismo” costitutivo. E’ questo il dato più saliente della giornata di oggi, che per questo si può davvero ritenere una giornata ”storica”. A patto però che si tengano presenti due fattori. Il primo: che il principio della difesa della legalità, per essere credibile, deve funzionare a tutto campo. Legalità non significa solo applicare le leggi per punire i reati; legalità è anche, e in primo luogo, quella che presiede e garantisce il funzionamento corretto della cornice della democrazia. E da questo punto di vista, giova ricordare che dalla nomina del governo Monti in poi siamo al limite della flessibilità di questa cornice (ultimo atto, l’idea che il cambiamento del senso e dei numeri del governo delle ”larghe intese” non necessiti di un passaggio di verifica in parlamento).

Secondo fattore. C’è fra politica e legalità, nelle democrazie costituzionali, un rapporto complesso che Berlusconi ha sempre sfregiato, praticando la politica contro la legge, ma che non può ridursi nemmeno all’identificazione fra politica e legge. La politica non può e non deve essere solo politica della legalità e del diritto; e non ha tutti i torti il forzista Augello, quando dice che in democrazia ”ci si può far prendere per mano dalla politica per superare le contraddizioni del diritto, o dal diritto per superare le contraddizioni della politica”. Da troppo tempo a sinistra la seconda alternativa prevale sulla prima, e finché prevarrà, l’anomalia berlusconiana troverà ancora spazio.

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4 risposte a L’eccezione decaduta

  1. Maria Teresa ha detto:

    mi interrogo alla fine di una giornata come questa, interrogo anch’io i sentimenti in un gioco in cui una parte di me chiede all’altra; perché non ti animi? questo evento é storia, si dico, lo é ma a forza di essere annunciata e smentita in un logorantissimo gioco delle parti alla fine é tele nove(l)la . A parte qualche nota di costume. Quello che dovrebbe far tirare un sospiro di sollievo, rialzare almeno un refolo di aspirazioni libertarie e legalitarie apre invece direttamente non solo sulla pesante e tentacolare eredità difficilmente separabile della persona di uomo e di politico del signor B , ma la sua uscita é speculare ai silenzi della sinistra. L’accettare il verdetto dei giudici come risolutivo, rifà il paio con i mancati passi sul conflitto di interesse e sull’illusione e presunzione (perché d’Alema si scaglia tanto oggi con Renzi?) che con questo capitalismo provinciale ma offshore, da macchietta e volgare ci si potesse alternare. Non godo perché sono stati anni rubati. E che Letta dica che tutto sarà più facile mentre firma una finanziaria con un salario di inserimento , per le aree metropolitane, di 120 milioni (se calcoliamo un paio di milioni di persone che ne hanno bisogno sono 60 euro ) mi fa pensare al teatro delle parole senza realtà

  2. isabella martelli ha detto:

    Tutto questo commento è pieno di spunti su cui sarebbe opportuno ragionare, che sarebbe importante approfondire: stare dentro “la storia” non come se fosse un romanzo polifonico ma una fiction ( con quel che ne consegue di intrecci improbabili ma a cui il pubblico reagisce non con un “è impossibile” ma con l’aspettativa ” e adesso come ne viene fuori”; le emozioni ( politiche e non solo) bloccate, rimosse, inespresse da una parte, oppure sollecitate a comando, esplosive perché non elaborate, dall’altra…Berlusconi libero di giocare la sua partita soatanzialmente eversiva ( quale è sempre stata, del resto ma contenuta quando era all’interno del gioco istituzionale) appropriandosi del “no” accanto a molti movimenti simili a livello europeo…la sinistra ingessata e perbene e legalitaria e fredda e timorosa di ogni contatto con il corpo della sua “base”…come sempre cara Ida hai ragione e riassumi e descrivi lucidamente l’opinione frammentaria di molti e molte di noi.

  3. francesca ha detto:

    le partite di calcio emozionano quando “scorre il sangue”, una finale di champions sullo 0-0 al 90°… la politica è molto simile. si accende quando i commessi accompagnano (non è andata così, ma per intenderci) fuori dall’aula l’ex senatore Berlusconi, quando c’è la diretta sull’autodifesa del ministro Cancellieri in Parlamento, quando si contano gli infreddoliti tifosi che sotto palazzo grazioli osannano al protagonista dello loro fiction del cuore. sull’altro fronte numeri e sigle che lentamente trascinano il destino delle persone, decidono sui loro conti in banca, sull’aumento dei loro salari, sul lavoro dei loro figli. La scena di questo teatro è squallida, e pur essendo cresciuta emozionandomi sulle parole d’ordine della democrazia costituzionale, quando Cuperlo parla di una nuova etica pubblica non riesco più a trovare una ragione, nemmeno una per andare a votare alle primarie del PD, se non quella, pericolosa e di corto respiro, di fare male a tutti….

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