Lampedusa, lo schermo della vergogna

( Testo pubblicato sul sito del Centro studi per la Riforma dello Stato, http://www.centroriformastato.org)

Lampedusa non è solo l’estremo lembo dell’Italia e dell’Europa, la cosiddetta porta della penisola e del continente sull’altra sponda del Mediterraneo. E’ anche, come sa chiunque ci abbia messo piede per poche ore, un microcosmo delle contraddizioni feroci della globalizzazione. E’ un posto dove la presenza spettrale dei migranti rinchiusi e stipati nel centro di accoglienza convive, per molti mesi dell’anno, con la presenza spensierata dei turisti in vacanza. Dove l’incombenza quotidiana della morte convive con l’eterno presente dell’industria dello svago. Dove accade – è accaduto, tante volte – che i corpi dei vivi che si immergono nel mare si imbattano con i cadaveri che il mare sospinge verso le spiagge o sbatte sugli scogli. E’ il posto dove i corpi che contano, e che si contano uno per uno perché equivalgono ad altrettanti consumatori di alberghi, bar, creme abbronzanti e spay antizanzara, si muovono contigui a quelli che non contano, e che si contano a grappolo, a decine o a centinaia quando arrivano dal mare vivi o morti, senza singolarità senza nome senza storia. E’ un posto dove noi europei arriviamo con un trolley carico di tutti i nostri (vacillanti) diritti, e loro, i migranti, arrivano senza neanche il diritto a essere sepolti e compianti.

Chiamata ”frontiera d’Europa” dai nostri politici che non sanno di che parlano, Lampedusa è dunque precisamente il posto dove l’idea di frontiera e di confine si vanifica, dissolta dal mare. Obbedendo a un nome più antico della geopolitica, il Mediterraneo – mare di mezzo, e di mediazione – rimescola quello che i confini della politica e della legge pretendono di dividere. Non c’è sovranità statuale che tenga, a Lampedusa. Non c’è legge di Schengen che valga, nel mare di mezzo. Non c’è barriera di cittadinanza possibile, dove il proprio dei diritti si perde nel nostrum del mare. Dove il mare restituisce la contiguità fra la vita e la morte che sta alla radice dell’umano, lì le politiche di distribuzione gerarchica e annichilente dei diritti, cento a noi e zero ai migranti, getta la maschera e si mostra per quello che è: una tanatopolitica basata, né più né meno che ad Auschwitz, sulla pretesa sadica di dividere gli umani in più umani, ”noi”, e meno umani, ”loro”.

Nessuna retorica dell’orrore, nessuna morale della vergogna, nessun elogio dell’eroismo dei lampedusani, nessuna proclamazione del lutto nazionale sono credibili se non sono sostenuti da una chiara ed esplicita autodenuncia delle connivenze della politica italiana con questa tanatopolitica che ha tristi e mai del tutto estirpate radici europee. Il Papa, che non legifera, può vergognarsi e appellarsi alla nostra vergogna, a un senso di colpa collettivo, a un collettivo desiderio di espiazione; il governo, il parlamento, la presidenza della Repubblica no. Se si vergognano, com’è auspicabile, hanno il dovere di dimostrarlo con gli atti, in primo luogo disfacendo quello che hanno fatto fin qui. L’immediata cancellazione della Legge Bossi-Fini e del reato di immigrazione clandestina sono la premessa necessaria, urgente e improrogabile di qualunque discorso sulla politica dell’immigrazione, dell’accoglienza e dell’asilo politico.

La piega che il discorso pubblico sta prendendo sui fatti di Lampedusa è invece tutta un’altra, e non solo a destra. Il ministro dell’interno, di fronte ai cadaveri allineati, sordo alle parole inequivoche della sindaca di Lampedusa e del governatore della Sicilia, dice e ripete che il problema non è la Bossi-Fini, che con ogni evidenza non intende toccare, ma il coinvolgimento dell’Europa ”nella condivisione della tragedia”. Ci si rivolge dunque all’Europa in una prospettiva doppiamente sbagliata: invocando a scopi meramente repressivi un di più di quella sovranità che le migrazioni sfidano, come se per superare la crisi dello stato sovrano bastasse allargarne i confini dalle singole nazioni alla Ue; e invocando la logica della riduzione del danno di fronte a un fenomeno che non è un danno e non è riducibile. Alla Ue bisogna imporre viceversa lo sfondamento dell’Europa-fortezza, la cancellazione delle leggi che consentono la libera circolazione delle merci ma impediscono quella degli esseri umani, la promozione di politiche dell’asilo nei confronti di masse di rifugiati che provengono da quegli stessi paesi in cui l’Europa fomenta le guerre, l’apertura di corridoi umanitari. E una completa rotazione del discorso sulle migrazioni, che finalmente le guardi come una risorsa necessaria per un continente altrimenti destinato a un inarrestabile declino demografico, e non come un danno da limitare o una tragedia da reprimere.

Riteniamo che su queste due discriminanti i partiti di centrosinistra debbano svolgere azioni parlamentari chiare e vincolanti ai fini della valutazione e della prosecuzione dell’attuale esperimento di governo.

Ida Dominijanni, Maria Luisa Boccia, Tamar Pitch

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Letta, lo spettro e il cadavere

La ”storica giornata” annunciata nella vigilia da troppe trombe e con troppa enfasi si è risolta nella tappa caotica di quello che assomiglia molto più a un impaludamento che a un cambiamento della politica italiana. Certo, Silvio Berlusconi ha preso un gancio in faccia sonoro, e per giunta dai suoi. Ma non è andato al tappeto, né è uscito dal ring. Certo, ha fatto una retromarcia a U e una figuraccia da clown, l’ennesima. Ma già in serata, nei talk che tanto per cambiare parlano solo di lui, è stata tutta una gara, fra falchi fedeli e colombe infedeli, a chi gli vuole più bene, a chi lo consiglia meglio, a chi sa fare meglio il suo bene e a chi lo sa difendere meglio dalla ”persecuzione giudiziaria”, altro che parricidio e tradimento. Certo, il comando unico e indiscutibile del Cavaliere-Sultano è per la prima volta seriamente lesionato, grazie soprattutto all’alleanza e all’amicizia fra Letta (jr) e Alfano ; ma c’è già chi scommette, non peregrinamente, che il messaggio subliminale del suo testacoda sulla fiducia finisca con l’essere quello del buon padre che ci mette e ci rimette la faccia pur di tenere unita la famiglia. Certo, infine, la sua presenza nella compagine di governo è diventata superflua, e questo cambia non poco i rapporti di forza e la natura delle ”larghe intese”: ma è una presenza che continua a incombere, come quella di uno spettro che sa di essere uno spettro, e gioca anche questa come una carta spregiudicata perché gli spettri, si sa, sono un problema di chi ne è ossessionato, e più cerca di cacciarli più ossessivamente li riproduce.

Molto meno spettrale è l’altro fattore che casomai rende o rischia di rendere – purtroppo – storica la giornata, ovvero la solidissima sembianza centrista-democristian-merkeliana che la nuova-vecchia maggioranza di governo assume nelle movenze dei transfughi pdiellini e soprattutto nella lingua sicura e determinata, forte dell’appoggio di poteri forti, del presidente del consiglio. L’operazione ”storica” del tanto sbandierato cambio di maggioranza sa molto di trasformismo democristiano della peggior tradizione, ma le cose non si ripetono mai identiche e infatti non è la vecchia Dc che resuscita, è una sublime miscela fra il moderatismo democristiano che usa il vocabolario carezzevole del perbenismo nazionale e l’aggressività tecnocratica targata Europa che parla a base di start up e cliclavoro. Basta comunque un passaggio, quello sul 1968 come spartiacque fra l’età d’oro della stabilità e l’età successiva e rovinosa dell’instabilità, per capire qual è la narrativa che tira: magari anche qui subliminale, il messaggio è chiarissimo.

Chiarissimo è anche che quando c’era la Dc c’era anche il Pci e una più larga sinistra, socialista e radicale, che invece adesso non ci sono, come se la commedia andasse in scena con un attore in meno, o afono, o cadaverico. E chissà perché questo piccolo particolare non entra mai nei conteggi sui variegati lasciti etici ed estetici del ventennio berlusconiano, essendone invece, indiscutibilmente, il primo. O quell’attore torna in scena, ritrova la voce e si rianima, oppure avrà sempre più ragione chi dice che la commedia è vana, e non merita più nemmeno una platea.

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Archiviare il ventennio

Silvio Berlusconi ha perso la sua guerra dei vent’anni contro la magistratura, la giustizia e la legge. Vince lo Stato di diritto, non solo perché dimostra che il principio dell’uguaglianza di fronte alla legge è più forte delle pretese di impunità dell’uomo più ricco e a lungo più potente d’Italia, ma anche perché frantuma un caposaldo dell’ideologia berlusconiana, l’idea che il principio di legittimità debba prevalere su quello di legalità, ovvero che il consenso popolare autorizzi un capo politico a fare quello che vuole e  che la sovranità possa esercitarsi non sotto ma contro la legge o a prescindere da essa. 

Berlusconi perde anche, non per la prima ma almeno per la terza volta, sul terreno altrettanto decisivo della sua mitologia personale e politica. Come osserva Ezio Mauro su Repubblica di oggi, la sentenza della Cassazione lo colpisce e lo affonda precisamente in un elemento basilare della sua leggenda, l’immagine dell’imprenditore di se stesso sano e vincente contro le liturgie del Palazzo e le regole dei comuni mortali. Sotto quell’immagine, ora è certificato, c’era un trucco, la frode fiscale. Così come c’era un trucco, l’impotenza mascherata da potenza sessuale, sotto il sultano del bunga-bunga. Così come c’era un trucco, l’incapacità mascherata dall’ottimismo, sotto l’uomo dei vertici internazionali che tentava di sedurre i potenti della terra mentre tutti insieme ci trascinavano nelle catene del debito e della recessione. Si deve del resto non alla sentenza della Cassazione ma al progressivo svelamento di questo reiterato e articolato trucco la fine lunga ed estenuata, troppo lunga e troppo estenuata, del consenso al leader che ha cambiato la faccia e l’anima dell’Italia.

Berlusconi tuttavia non è l’unico a perdere. Perde la politica, che per l’ennesima volta cede il suo primato alla giurisdizione dopo averlo ceduto, quando nel 2011 si trattò di mandare via il Cavaliere da Palazzo Chigi, alla tecnocrazia. Perdono i suoi avversari, non solo perché non sono stati capaci di sconfiggerlo politicamente delegando l’affare ai tribunali, ma anche perché si trovano oggi nell’insostenibile situazione di avere stipulato un patto di governo con lui sapendo perfettamente – e probabilmente contandoci – che i suoi nodi giudiziari stavano per venire al pettine. Sì che per la prima volta la ”grande narrazione” che ha accompagnato l’avventura ventennale del Cavaliere, dipingendolo come la vittima designata dello stesso dispositivo politico-giudiziario che aveva chiuso la prima Repubblica e contro il quale egli era sceso in campo, mostra oggi un nocciolo di verità. Non perché, come i vari Cicchitto Sallusti Ferrara & co. si ostinano a sostenere, Berlusconi sia stato oggetto di una persecuzione giudiziaria immotivata e violenta durata vent’anni. Ma perché vent’anni è durata l’incapacità della politica di ritrovare il suo primato, la sua energia, la sua credibilità contro i trucchi di cui sopra. Senza nulla togliere all’azione doverosa della magistratura, due Repubbliche che si chiudono per via giudiziaria sono troppo per la salute di qualsiasi democrazia.

Attenzione, anche qui, ai trucchi, stavolta nel campo del centrosinistra. Sostenere, adesso e dopo aver delegato alla prima quello che avrebbe dovuto fare la seconda, che giustizia e politica devono restare separate non significa riconquistare alla politica il suo primato perduto, ma solo preservare il governo delle larghe intese dagli inevitabili contraccolpi della sentenza della Cassazione. Puntando contemporaneamente – com’era desumibile ieri dalle reazioni di Epifani e del Quirinale – sull’immobilità forzata di Berlusconi e sul salvataggio di una governabilità blindata con l’accordo fra il suo partito e il Pd. Isolare il capro espiatorio per salvare il salvabile: il rito è noto, i suoi controeffetti prevedibili. Messo nell’angolo Berlusconi, ora non si tratta di salvare il salvabile, ma di archiviare il suo ventennio. E questo non può farlo né la corte di Cassazione, né il governo delle larghe intese. 

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Di chi è Alma Shalabayeva

Nella fiera dell’ipocrisia che ha avuto la meglio, in parlamento, sulla mozione di sfiducia contro il ministro dell’interno sul caso kazako, tutti e ahimé tutte – anche quelli e quelle che si sono meglio arrampicati sugli specchi per salvare il ministro con la mano destra ammettendo con la sinistra la gravità inedita e inaudita delle responsabilità, degli errori e delle omissioni -, si sono dimenticati di sottolineare un piccolo particolare: che l’Italia ha consentito la rendition di una donna in quanto moglie, dando per scontato, in barba alla titolarità individuale dei diritti fondamentali, che il destino di Alma Shalabayeva si giocasse di riflesso a quello del marito, e che dunque Alma Shalabayeva non appartiene a se stessa ma, a scelta, al marito o allo Stato kazako, due opzioni alle quali secondo i più volenterosi fra i senatori italiani se ne dovrebbe aggiungere una terza, quella di tornare sotto la tutela dello Stato italiano adeguatamente pentito. La dimenticanza – chiamiamola così per pietà – non è attenuata bensì aggravata dai molteplici e commiserevoli e pelosi richiami, nel dibattito del senato, a Shalabayeva madre e alla sua bambina di sei anni, fedele riproposizione della logica patriarcale per cui una donna esiste solo se è madre (coniugata) o figlia (coniugabile) e mai in sé e per sé. Trattasi, va detto e sottolineato, dello stesso Senato che poche settimane fa ha giurato e spergiurato la propria fede antipatriarcale votando con un’enfasi pari all’insipienza l’adesione alla Convenzione di Istanbul contro il femminicidio. Che evidentemente non osta all’uccisione simbolica di una donna per autorizzare la rendition di una moglie.

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Femminicidio: quando il patriarcato vacilla

(articolo pubblicato su italianieuropei.it)

Nel 1988 il regista americano Jonathan Kaplan scandalizzò mezzo mondo con un film, “The Accused” (“Sotto accusa” la versione italiana), che capovolgeva la narrazione abituale dello stupro con un semplice spostamento della telecamera, puntandola non sul corpo della vittima violato sul flipper di un bar malfamato ma sulle movenze bestiali del bacino dello stupratore. Non solo. Ispirandosi a un fatto di cronaca realmente accaduto, Kaplan non scelse come vittima una brava ragazza con la gonna al ginocchio che tornava a casa da scuola, ma una bad girl che faceva la cameriera nel bar di cui sopra e colpiva al cuore gli avventori, e gli spettatori, ballando spericolatamente con una minigonna mozzafiato: una di quelle ragazze che insomma, secondo il senso comune, lo stupro “se lo cercano”. Una indimenticabile Jodie Foster conquistò l’oscar dimostrando al mondo – oltre che, nel film, alla procuratrice che si occupava del caso – che uno stupro è uno stupro e non è meno grave se lo stupratore sostiene che l’hai “provocato” ballando o facendo qualsiasi altra cosa una donna possa e debba essere libera di fare; e Kaplan si guadagnò la nomination a un premio speciale per i diritti umani dimostrando che se si vuole davvero combattere la violenza sulle donne bisogna imprimere allo sguardo e al giudizio la stessa rotazione che lui aveva osato con la telecamera: dal corpo della vittima alla sessualità del carnefice, perché è il carnefice, e non la vittima, a essere “sotto accusa”.

Venticinque anni dopo, in pieno exploit italiano e mondiale della questione del cosiddetto femminicidio, i punti fuori fuoco sono sempre questi stessi: la libertà delle vittime, e le movenze, e i moventi, dei carnefici; e non è l’adesione a una norma internazionale – come la pur meritoria Convenzione di Istanbul recentemente adottata dal nostro Parlamento – a metterli meglio a fuoco, anzi. Certo, oggi nessuno sosterrebbe né nell’aula di un tribunale né in pubblico, non foss’altro che per prudenza politically correct, che una donna violentata o assassinata “se l’è cercata” (anche se restano non infrequenti – l’ultimo l’ho visto poche sere fa su Canale 5 – i processi alle vittime coperti dalla retorica della compassione); ma la censura della libertà femminile ricompare in altre e più sofisticate forme.

La cornice discriminatoria e il paradigma dell’oppressione in cui la Convenzione inquadra ogni atto di violenza sulle donne (dalle mutilazioni genitali allo stupro, dallo stalking all’assassinio) lascia infatti fuori campo il lato più inquietante del femminicidio, e cioè il fatto che almeno in Italia esso permane, e sembra assumere un profilo perfino più efferato, nelle situazioni in cui le donne non sono né oppresse né discriminate, come reazione maschile alle manifestazioni di libertà femminile. Basta leggere i casi di cronaca purtroppo quotidiana delle donne assassinate, o ascoltare i racconti delle donne maltrattate o malmenate o stuprate che trovano accoglienza nei centri antiviolenza, per capire che l’aggressione maschile scatta precisamente quando esse si ribellano, o semplicemente reclamano la libertà di abbandonare un rapporto che non funziona, di vivere da sole o di prendere la propria strada. Scatta dunque precisamente non laddove il controllo maschile sulla loro vita è saldo, ma laddove vacilla; non, o almeno non solo, laddove il patriarcato permane, come ha sostenuto in coro tutto il dibattito parlamentare, ma laddove tramonta. Il che non è senza conseguenze per l’analisi del lato maschile del problema. Gli uomini che violentano e uccidono le donne lo fanno perché sono il sesso dominante o perché temono di non esserlo più? E la loro violenza ha a che fare, e come, con la crisi del patto sociale e politico, e con la più profonda crisi di civiltà, che l’Italia sta vivendo da decenni senza trovare le parole giuste per dirla e affrontarla? Ancora: se è così, la ricetta paritaria che la Convenzione propone per arginare il femminicidio non è per caso anch’essa fuori fuoco? Il problema è la parità di genere non raggiunta, o la libertà di un sesso che l’altro non riesce ad accettare?

Non sono le uniche domande che la discussione attuale sul femminicidio suscita. La Convenzione di Istanbul, ad esempio, statalizza massimamente la tutela delle donne vittime di violenza, investendo governi, Parlamenti e giurisdizioni nazionali, nonché organismi internazionali e sovranazionali, di compiti di prevenzione, repressione e assistenza. È chiara l’intenzione di alzare in tal modo l’allarme e la responsabilizzazione pubblica sulla costellazione di fenomeni che va sotto il nome di femminicidio. Tuttavia stupisce non ritrovare, nel Parlamento italiano, alcuna eco della cautela da sempre espressa dal movimento femminista nei confronti della delega alla dimensione statuale e al trattamento legislativo, giudiziario e amministrativo di fenomeni profondamente radicati nella dimensione soggettiva, interpersonale e culturale: una delega che sconfina facilmente non nella responsabilizzazione ma nell’autoassoluzione collettiva. Di quella cautela, che pure influenzò largamente, negli anni Ottanta e Novanta, il lunghissimo iter della legge italiana contro la violenza sessuale, non è rimasta traccia. Così come non c’è traccia, per venire a fatti più recenti, della violenza simbolica sul corpo femminile esercitata da un ventennio di linguaggio televisivo berlusconiano o berlusconizzato, e questo malgrado la Convenzione di Istanbul dedichi alla violenza mediatica un paragrafo apposito. Siamo in tempi di larghe intese, e si vede.

 
 
 
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Sentenza Ruby, la sconfitta della politica

Un collegio giudicante composto di tre donne, già definite da Berlusconi femministe e comuniste, ha condannato Silvio Berlusconi per concussione (elevata a costrizione) e prostituzione minorile a 7 anni di reclusione più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, un anno in più dei sei chiesti dall’accusa nella requisitoria finale di Ilda Boccassini, la più femminista e comunista di tutte agli occhi dell’ex premier. Una sentenza del tutto prevedibile data la mole di indizi, testimonianze e intercettazioni a sostegno dell’accusa, quasi tutte peraltro note all’opinione pubblica già prima della celebrazione del processo, e probabilmente foriera di un nuovo allargamento dell’inchiesta giudiziaria, dato il rinvio a riconsiderare le eventuali responsabilità penali dei/delle testimoni della difesa che contiene, e che sembra prendere molto sul serio il giudizio già espresso da Boccassini sull’esistenza ad Arcore di un vero e proprio ”sistema prostitutivo”. Mentre i siti web di tutto il mondo battono la breaking new, mentre piovono le dichiarazioni di Fabrizio Cicchitto sulla fine dello Stato di diritto, di Daniela Santanché sulla sentenza ”vergognosa” di un processo che ”non si doveva nemmeno celebrare”, di Giuliano Ferrara sulla sinistra talebana, mentre l’avvocato Ghedini prova disperatamente ad aggrapparsi agli atti processuali, i commenti politici si spostano già tutti, a destra e a sinistra e al centro, sulle conseguenze della sentenza per il governo: reggeranno le larghe intese, non reggeranno? Berlusconi si metterà a fare l’agitatore extraparlamentale, o farà finta di niente aspettando il secondo e il terzo grado di giudizio? E Letta (Enrico), come gestirà l’incontro di domani sera con l’ex premier? E del Pdl che ne sarà, si compatterà sul suo monarca o si dissolverà? La politica ufficiale è fatta così, getta sempre il cuore oltre l’ostacolo. Svanisce il merito di una vicenda che solo tre anni fa aveva squarciato il velo sulla pasta di cui era fatto il regime di Berlusconi, costringendoci a riflettere non solo su di lui ma su di noi, sul consenso allucinato e complice che più di mezza Italia gli aveva garantito, sulle complicità incoffessabili col suo sistema di valori che l’altra metà aveva interiorizzato. Svanisce il merito di una vicenda tutta politica perché incentrata sul rapporto fra i sessi che è materia politica, una vicenda cominciata ben prima del caso Ruby con la denuncia di Veronica Lario, una vicenda che tuttavia la politica ufficiale, di centrodestra e di centrosinistra, ha preferito considerare materia privata finché, col caso Ruby, non è diventata materia penale, delegabile, per il centrosinistra, a un tribunale. La vera domanda non è sugli effetti politici di questa sentenza giudiziaria; è sulla capacità della politica di sconfiggere Berlusconi e il suo sistema di valori a prescindere dalle e prima delle sentenze giudiziarie. Fin qui non ne è stata capace: è una sentenza giudiziaria, non una sentenza politica, a interdire Berlusconi dai pubblici uffici. Il Pd, as usual, di fronte alla sentenza del Tribunale di Milano «prende atto e rispetta». Il governo delle larghe intese può andare avanti, salvo che sia Berlusconi a farlo saltare.

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Le verità del “manifesto”

Nella migliore tradizione del peggior comunismo l’attuale direttora del manifesto, che non tralascia occasione di autocelebrarsi come la più modernista, la più laica e pluralista e la più innovativa fra noi (ma si dovrebbe aggiungere, dato che la storia ha un senso: la meno anti-craxiana e la più filo-occhettiana), gestisce il giornale come la Pravda. Alla faccia del pluralismo con cui gratifica la vetrina dei collaboratori esterni, non appena uno o una di noi – preferibilmente Rossanda (la Repubblica 7/6/2013), con la quale si ostina a ingaggiare un perdente corpo-a-corpo – osa dire qualcosa di una storia che gli/le appartiene, si mette al computer e ristabilisce ”la” Verità istituzionale del manifesto, come se appartenesse solo a lei (”La verità è rivoluzionaria”, il manifesto 8/6/2013).

La verità però non è solo un effetto del potere, ma anche, e di più, dell’autorità: e per essere autorevoli, e quindi credibili, non bastano le mostrine da direttore, né la firma in prima pagina. La verità inoltre, salvo che per i fondamentalisti, non è mai una, né tantomeno è istituzionale: nei limiti in cui può essere oggettiva è consegnata all’archivio del giornale, per il resto è inevitabilmente soggettiva, e ci vorranno parecchi racconti soggettivi per restituire una storia plausibile e veritiera del manifesto. La verità infine, questo lo dico soprattutto ai lettori e alle lettrici del giornale che non smettono di chiederci conto di com’è andata, non è sempre eroica: a tutti piacerebbe poter dare o poter ascoltare il racconto eroico di uno scontro politico epico che ha diviso il manifesto, ma purtroppo non è andata così. La fine, del resto, è spesso insensata, e viceversa: se avessero sempre senso, le cose non finirebbero mai. Se al manifesto ci fosse stato un epico scontro politico, il manifesto non si sarebbe spaccato: ne sarebbe stato rivitalizzato, come tante volte in passato.

Al passato, un passato ormai lontano, primi anni ’80, appartiene anche lo scontro fra fautori di un giornale-partito e fautori di un giornale-giornale, la rappresentazione ridicola che l’attuale direttora si è data e ha pubblicamente dato del nostro esodo, pescandola dai suoi evidentemente pochi ricordi disponibili della vita di redazione. Questa rappresentazione ridicola, cui la direttora di nuovo allude nel suo ultimo editoriale, serve solo a coprire la tenace pratica di spoliticizzazione e normalizzazione del manifesto portata avanti dalla sua attuale governance. Altro che scontro politico: è stata la delegittimazione del terreno stesso del confronto politico e culturale, nonché la distruzione della pratica di relazione che teneva in vita il collettivo, a decretare la diaspora del manifesto. Di questo, nell’andarcene, abbiamo già scritto, in gruppo e individualmente (cfr. gli interventi miei, di Mariuccia Ciotta e Gabriele Polo, di Angela Pascucci, Loris Campetti, Maurizio Matteuzzi e altri sul manifesto del 31/10, 1/11 e 3/11 2012, e il testo collettivo Così vicini, così lontani del 22/12/12); e mi stupisce non poco che tanti lettori e lettrici continuino a dire che ”non capiscono”. Dovevamo essere più chiari? Lo saremo, a tempo debito. Nell’elaborazione dei lutti si tace, a volte, per tutelare l’oggetto perduto.

L’attuale direttora invece non tace e non tutela niente, e anzi continua a brandire come un machete la sua versione dei fatti. Che adesso è diventata, papale papale, la seguente: ce ne siamo andati abbandonando la nave mentre affondava. Qui siamo, veramente, oltre il limite della diffamazione, e dentro la più vieta retorica del piccolo potere che si autovittimizza per far fare agli altri la parte del carnefice. Come dovremmo rispondere a questa infamia? Con l’elenco delle battaglie cadute nell’indifferenza, delle proposte mai prese in considerazione, delle riunioni di redazioni ridotte a liturgia esecutiva e delle assemblea ridotte a farsa senza procedure? Oppure con l’elenco dei prepensionamenti accettati senza che nessuno ci chiedesse di continuare a collaborare e anzi nella generale soddisfazione di chi restava padrone del campo, con le cause per sottoutilizzazione non fatte per pietà, con un plauso ai comitati di redazione solerti nel tutelare solo chi restava e non chi accettava di farsi da parte (a proposito, dove sono i nostri Tfr?)? O con l’ancor meno edificante mappatura affettiva, o meglio anaffettiva, degli ultimi anni di vita in Via Bargoni?

Noi preferiamo tacere, per tutelare l’oggetto perduto dalla distruttività che chi dice di averlo salvato non riesce evidentemente a contenere. Ma non sopporteremo a lungo che la storia del manifesto resti consegnata alla favola melensa di un romanzo familiare che ne fanno i giornali mainstream o alla retorica ipocrita, nientedimeno che ”rivoluzionaria”, di chi ha usato e usa ogni mezzo per autolegittimarsi come unico erede di quello stesso romanzo. La convinzione, l’intelligenza, le energie, la passione e le professionalità spese da tanti di noi – Rossana per prima e non solo Rossana – per la vita del giornale domandano perentoriamente riconoscimento, riconoscenza e rispetto.

Non è chiaro peraltro quale sia il guadagno politico, o culturale, di questa interminabile e persecutoria contesa autocentrata e autoreferenziale. Se è vero, ed è vero, che il manifesto è sempre stato un pezzo, un’avanguardia, un riflesso o anche solo un sintomo della sinistra di questo paese, più utile sarebbe porsi ruvidamente qualche domanda. La prima: l’ultima crisi e l’ultima separazione del manifesto si sono consumate nel sostanziale silenzio e nel disinteresse di una comunità politica e culturale che per decenni ha nutrito e si è nutrita del giornale: come fosse un talk show da ascoltare distrattamente più che la vicenda di un ”noi” collettivo cui partecipare direttamente ed effettivamente. La contabilità dei collaboratori che continuano, legittimamente e meritoriamente, a postare i loro contributi o dei lettori che continuano, altrettanto legittimamente e meritoriamente, a leggere il ”loro” giornale, non può fare velo alla constatazione e all’analisi di questo cambiamento, che è evidente a chiunque abbia fatto non soltanto ”l’ultima”, ma le molte e continue battaglie per la sopravvivenza del manifesto nel corso di quarant’anni. E che non era l’ultima delle ragioni che richiedevano di portare avanti, con il risanamento dell’azienda, quel rilancio politico-culturale della testata ritenuto superfluo dalla ”newcoop”.

Seconda domanda. Il tracollo della sinistra italiana cui abbiamo assistito nei due mesi successivi alle elezioni politiche si è manifestato con una costellazione sintomatica assai simile a quella che abbiamo vissuto nella crisi e separazione del manifesto: un misto di confusione culturale, guerriglia generazionale, incapacità di sedimentazione genealogica, ”rottamazione” ovvero godimento nell’eliminazione ad personam delle tracce della propria storia. Dice qualcosa questa singolare similitudine? L’attuale direttora sostiene, e in questo ha ragione, che chi lavora oggi a Via Bargoni è una sinistra, anche se diversa e lontana da quella novecentesca. Si spera che della (migliore) sinistra erediti un po’ di spirito critico e autocritico e la capacità di guardare dentro le proprie contraddizioni, questa ad esempio: che può accadere, è accaduto in Via Bargoni, che si predichi la causa dei beni comuni praticando al contempo una guerra selvaggia per la proprietà e l’appropriazione di un bene comune, quale il manifesto è stato e avrebbe dovuto restare. Senza guardarsi nello specchio di questa contraddizione quella di Via Bargoni sarà sì una sinistra, erede però di quella scissione fra enunciati e pratiche che da sempre, della sinistra, è la peggior malattia.

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Femminicidio, la strada sbagliata

L’omicidio efferato di Fabiana Luzzi, 15 anni, da parte del suo fidanzato coetaneo a Corigliano Calabro, così come la sospetta istigazione al suicidio di Carolina Picchio, 14 anni, da parte di un gruppo di suoi compagni coetanei a Novara, dicono chiaro chiaro che sul cosiddetto femminicidio stiamo prendendo la strada sbagliata. Inutile mettersi a fare leggi, firmare convenzioni internazionali e allestire task force governative senza interrogarsi sulle radici profonde di questa guerra all’esistenza femminile, di questa deriva rovinosa della crisi d’identità maschile, della rottura del patto di civiltà che c’è sotto. Tutto il resto è pubblicità.
 
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La cosa giusta

Ecco il messaggio che ho mandato alla manifestazione di Sel di oggi.

Care/i tutte/i, caro Nichi, la cosa giusta da fare, oggi, è dire di no con convinzione alla retorica delle larghe intese, che fa perfino più danni delle larghe intese stesse. E’ la stessa retorica che a fine anni Settanta, una stagione oggi rievocata più a sproposito che a proposito, servì al sistema politico italiano per preservarsi da un cambiamento sociale e culturale che non voleva vedere né capire, a da cui preferì difendersi arroccandosi su se stesso dietro l’ombrello della lotta al terrorismo. Oggi, questa stessa retorica serve allo stesso scopo, tutelare il sistema politico da un cambiamento che preme, che il sistema politico non vuole né vedere né capire e di fronte al quale ripete la mossa, perdente, dell’arrocco. Sono negli Usa per lavoro e dunque non potrò essere con voi domani. Ma sono certa che Piazza Santi Apostoli sarà gremita di desideri ed energie che non si lasciano scoraggiare dalla cappa depressiva in cui società e politica soffocano, non da oggi, in Italia. Fare la cosa giusta significa anche forare questa cappa, liberare sentimenti vitali, più forti della cupa chiusura a riccio del sistema ma anche più lievi di quell’altrettanto cupo risentimento rottamatorio che sembra essere diventato l’unica arma di lotta contro il sistema. Sono certa che ce la faremo, perché i momenti in cui tutto sembra chiudersi sono anche quelli in cui invece tutto, inaspettatamente, si apre.

Un abbraccio,

ida dominijanni

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Rosarno, dove muore l’Europa

Dato che Rosarno è tornata d’attualità con la vicenda Preiti e grazie all’ultima puntata di Servizio pubblico, ripropongo l’articolo che avevo scritto in campagna elettorale con Andrea Di Martino, dopo la visita-shock al campo dei migranti di San Ferdinando. 

Arriviamo al campo di San Ferdinando e la scena parla da sé: una discarica di immondizia ci introduce a una discarica dell’umano. Alle tende della Protezione civile piantate dopo la rivolta dei migranti del 2010 si è aggiunta nel corso del tempo un’altra tendopoli, fatta di cellophane e di ethernit, dove vivono, si fa per dire, altri 600 lavoratori stagionali pervenuti via via in quel di Rosarno e dintorni. Vengono dal Senegal, dal Mali, dal Ghana, da ogni angolo del continente sepolto dall’ordine del discorso occidentale, per ritrovarsi sepolti anche loro in questa discarica. L’Europa culla della civiltà, l’Europa sempre a venire, perennemente in costruzione e perennemente barcollante, muore a Rosarno oggi della stessa malattia di cui morì sotto il nazismo, la pratica del campo. Un campo è un campo, oggi qui come ieri a Auschwitz: un filo spinato che traccia il confine fra l’umano e il non umano, fra la libertà e la segregazione, fra il visibile e l’invisibile, il dicibile e l’indicibile. Di là dal filo spinato, sopravvivono, solo uomini e uomini soli, fra rifiuti, latrine, stracci, docce improvvisate nel freddo gelido, residui del cibo distribuito dalla Caritas, dagli Amici di Jonas, dalle donne di Rosarno e San Ferdinando che cucinano anche per loro. Di qua dal filo spinato vaghiamo noi, Alba, Laura, Antonio e gli altri visitatori di SEL, sepolti a nostra volta dagli inutili sensi di colpa, cercando di capire com’è possibile che a tutto questo ci si abitui, ci siamo, di fatto, già abituati: sappiamo ma continuiamo a vivere, noi donne e uomini «liberi», come se non sapessimo. A cavallo del filo il sindaco di San Ferdinando che scrive a tutti, dal Presidente della Regione al Presidente della Repubblica, lettere che restano senza risposta, e le compagne e i compagni della Piana, lacerati fra la solidarietà ai migranti e quella agli ultimi «nostri», impoveriti dalla crisi che falcidia redditi e posti di lavoro, nella trincea quotidiana di una guerra fra poveri sempre a rischio di esplosione, dove allo sfruttamento del lavoro maschile si aggiunge lo sfruttamento della prostituzione femminile delle migranti che arrivano non da Sud ma da Est e si offrono al confine fra il campo e il paese. Fra le tende i migranti sorridono, ringraziano – loro! -, stringono mani, raccontano la loro storia sempre uguale: viaggi avventurosi all’andata e costosi al ritorno, permessi di soggiorno, il lavoro nella Piana finché ci sono le arance, poi i pomodori a Foggia o le mele nel Trentino, poi di nuovo qua o, se i soldi bastano, un intervallo in Africa a ritrovare le mogli e i figli, paghe da fame, gerarchie al loro interno con i caporali che li sfruttano, chilometri a piedi ogni giorno sulla Nazionale dove ci scappa sempre qualche morto in bicicletta. Torneranno, malgrado il campo? Sì, torneranno. Non alzano le pretese, «loro». Siamo noi a doverle alzare, per loro e per noi. La chiamano ancora emergenza, ma è diventata una tragedia strutturale, che ha bisogno di risposte strutturali: un centro di accoglienza a norma, un’agricoltura di qualità basata sulla filiera corta che elimini lo sfruttamento dei migranti e insieme quello degli agricoltori vessati dalle multinazionali. L’abolizione della Bossi Fini e dei Cie. Una commissione parlamentare d’indagine che renda noto a tutti quello che troppi vogliono continuare a ignorare. Anche in campagna elettorale, perché se i migranti non votano a che serve parlarne? Serve per restare umani, «noi». Serve per rimettere la Calabria in Europa e l’Europa a Rosarno, dove non si consuma un’emergenza locale ma una tragedia globale, che ci chiama tutte e tutti, ciascuna e ciascuna, a dire basta.

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