L’eclissi dell’ordine del padre è la cornice simbolica in cui in tanti ci siamo spiegati il regime del godimento di Silvio Berlusconi. Mi chiedo a quale cornice simbolica corrisponda la mossa del più giovane e più femminilizzato parlamento della storia italiana che si consegna mani e piedi a un padre raddoppiato, nell’età e nell’incarico, come Giorgio Napolitano, non prima però del duplice parricidio consumato dal gruppo parlamentare del Pd, anch’esso giovane e femminilizzato, impallinando due padri fondatori in ventiquattr’ore. Il disordine simbolico  comincia a essere troppo grande per darsene conto in qualche modo. Salvo che quel raddoppio, che ha tutte le caratteristiche di un rappezzo, non stia lì a confermare che il posto del padre è davvero vuoto, e per questo va riempito, appunto, con la supplica a un padre raddoppiato, come se un eccesso potesse davvero saturare una mancanza.

Nell’ordine costituzionale, invece, le cose sono più semplici e più chiare. Una ridicola schiera di colonnelli pdini dell’ordine ricostituito si è speso davanti alle telecamere, nelle ore successive al voto che aveva reincoronato Re Giorgio, per avocare al loro partito suicidatosi il giorno prima il merito di essere risorto il giorno dopo e di aver pure ”ricomposto una difficile e pericolosa crisi istituzionale”.  Un’altra schiera di costituzionalisti si affanna adesso a dire che tutto è regolare, assolutamente regolare, e che l’irregolarità sta casomai nelle parlamentarie e nelle candidature alla presidenza della Repubblica fatte via web. Ma tutti noi sappiamo, e tutti loro non possono non sapere, che ciò che chiamiamo la nostra democrazia vive da diciotto mesi in qualcosa di molto simile a uno stato d’eccezione permanente, cominciato con la nomina di Mario Monti a presidente del consiglio nel novembre 2011, confermato col mancato rinvio alle camere di Mario Monti dimissionario dalla presidenza del consiglio nel dicembre 2012 e riconfermato con la sospensione della formazione del governo e con la nomina suppletiva dei dieci saggi poche settimane fa. Sappiamo anche, e loro non possono non sapere, che due governi del presidente consecutivi e l’inedito assoluto del raddoppio del settennato di Napolitano configurano di fatto un presidenzialismo privo dei contrappesi del sistema americano e di quello francese, che assomiglia parecchio, se non fosse ridicolo dirlo, a una monarchia. Lo sanno tanto bene, loro, che già si affannano a stilare la madre di tutte le riforme che il prossimo governo dovrà fare: non la riforma elettorale, che tanto può aspettare, ma la riforma presidenzialista, in modo che almeno il nome corrisponda alla cosa.

L’ordine politico però sta a metà e pencola fra (dis)ordine simbolico e (dis)ordine costituzionale, e si vede dallo stato in cui versa. Una terza schiera si scalda già ai bordi del campo, per puntualizzare che la consegna a re Giorgio II non implica nessuna pacificazione: Bindi contro Letta, Marini contro Renzi e contro tutti, altri pdini illusi (in mala fede) che l’incoronamento non porti di per sé al governissimo, il corteo dei berlusconiani, diventati improvvisamente uomini di stato armati contro il populismo eversivo di Grillo e dimentichi del populismo eversivo del Cavaliere, che scommettono sulla restituzione dell’Imu, le misere guarnigioni del Professor Monti, improvvisamente ringalluzzite, che ritirano fuori dall’armamentario della campagna elettorale l’unione dei riformisti perbene contro l’intrusione permale di Vendola. Come se niente fosse successo: potenza della coazione a ripetere.

La stessa coazione che muove i passi sicuri del re. Che tramite i suoi quirinalisti di fiducia fa sapere che ora non si scherza: niente elezioni all’orizzonte, e ”un governo non precario, pienamente politico, forte e vero, di salvezza nazionale, per il quale vuole carta bianca”. Quando era ancora Giorgio I, pochi giorni fa, commemorando il suo amico Gerardo Chiaromonte il re aveva già detto chiaro e tondo che per risolvere la crisi di oggi altra strada non c’era che questa: salvezza nazionale, unità nazionale, larghe intese. La sua coazione a ripetere sta in questa giaculatoria. Noi che abbiamo la fortuna di ricordare come andò nel biennio ’76-’78 sappiamo che significa una cosa sola, questa. Quando di fronte a una crisi sociale che non vuole vedere e all’irruzione di linguaggi alieni che non vuole capire un sistema politico si irrigidisce e si arrocca su se stesso, fino ad espungere perfino un uomo come Stefano Rodotà reo di dialogo con quei linguaggi alieni, quel sistema politico è destinato a spezzarsi. C’è da sperare,  stavolta, senza le tragedie e le vittime sacrificali che chiusero quella stagione allora.

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Come finisce un partito

L’immaginario politico eroico che abbiamo ereditato dal secolo scorso, quando la politica era una cosa seria, ci fa ancora pensare che un partito o un gruppo politico debbano morire, quando muoiono, con divisioni limpide, battaglie chiare, ragioni leggibili. Invece no: si muore, in politica, di insensatezza, e in modo insensato. Non è molto diverso dalle storie d’amore: quando vanno a male, vanno a male e basta, e non c’è verso di distinguere torti e ragioni né di stilare interpretazioni condivise. Adesso che il Pd, e l’intero centrosinistra, è imploso sulle candidature al Quirinale, dilaga il gioco della caccia all’uomo, al traditore, alla corrente tale e talaltra e al complotto tale e talaltro. Ma provate a spiegare a un’amica non italiana, o a una ragazza che non abbia memoria degli anni 90, e vi renderete conto che una spiegazione è impossibile senza risalire al groviglio di contraddizioni, posizioni diverse appiccicate con la colla, culture opposte tenute insieme dal quieto vivere, risentimenti appassionati quanto gli attaccamenti, che hanno fatto del Pd l’ormai famoso amalgama mal riuscito. Lasciamo perdere le due provenienze storiche, il Pci e la Dc, che pure continuano a contare eccome, e facciamo mente locale sugli aut-aut e gli et-et che da vent’anni e più convivono illogicamente nel mutante che s’è chiamato Pds-Ds-Pd e da lì riverberano in tutto il centrosinistra, in tutte le versioni sperimentate con e senza trattino: socialdemocrazia e liberismo, partito solido e partito liquido, proporzionale e maggioritario, presidenzialismo e parlamentarismo, costituzionalizzazione dell’anomalia berlusconiana e antiberlusconismo, difesa appassionata, fino al limite della necrofilia, della politica di professione e rincorsa della società civile fino al limite dell’autodissoluzione. Il tutto suffragato da un feuilleton mediatico anch’esso lungo vent’anni e più che ha alimentato giochi di ruolo e finte verità giocando con le figurine. Poi arriva il momento in cui le colle si seccano,  le memorie si disfano, un tweet conta più di una riunione, le generazioni vanno ognuna per conto proprio, le rottamazioni e i parricidi procedono in allegria per regolare conti tutti maschili, e nemmeno la trama delle antiche divisioni serve a tenere insieme il tessuto. Più o meno è quello che è successo all’ombra dell’elezione del Presidente, mentre il Grillo Qualunque fa la sua macabra e soddisfatta conta dei cadaveri.

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Cinque criteri per il Quirinale

Vista l’aria che tira sull’elezione del Presidente della Repubblica, le miserie che sono volate su candidature come quella di Anna Finocchiaro e l’incantamento che suscitano candidature come quella di Milena Gabanelli, mi permetto di far notare due cose. Uno, l’elezione del presidente della Repubblica non è un gioco di società. Due, la carica di presidente della Repubblica non è adatta a chiunque. Non basta che una o uno ci piacciano o ci siano simpatici. Non basta saper toccare delle corde emotive parlando di tutte le vittime della Terra o denunciando tutti i potenti della Terra, pur meritoria cosa. Io al Quirinale vorrei uno/a che a) conosca molto bene la Costituzione di cui deve essere supremo garante, b) che abbia ben presente nella testa la storia politica della Repubblica (prima e seconda), c) che sappia declinare in modo soddisfacente il rapporto fra politica e giustizia e quello fra diritti sociali e libertà, d) che conosca regole e procedure della politica ”ufficiale” e dunque non sia arrivato l’altro ieri in parlamento, e) che dato che sta lì per sette anni non approfitti di se stesso/a per trasformarci in una repubblica presidenziale senza adeguati contrappesi. Stop. Esistono candidati/e così? Sì, esistono, p.es. Stefano Rodotà, e non c’entrano niente con le favole sulla società civile più buona e più onesta della ‘casta’.

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Romeo, Annamaria e gli altri

Leggo fra i commenti in rete al suicidio di Romeo Dionisi e Annamaria Sopranzi, seguito da quello del fratello di lei Giuseppe, che tragedie come questa richiedono solo un rispettoso silenzio, e che  a parlarne si rischia di strumentalizzarle. Bene, corro il rischio perché sento viceversa che parlarne bisogna, e che è il “rispettoso silenzio” a rischiare di sconfinare nell’indifferenza. Che cosa, se non la mancanza di parola, sta portando tanti, troppi, a questi gesti disperati? Racconta Ivo Costamagna, il presidente del consiglio comunale di Civitanova Marche dove i due coniugi abitavano, che pochi giorni fa li aveva invitati a parlare della loro situazione con i servizi sociali, ma che loro gli avevano risposto di no, che non sarebbero andati a parlarne perché si vergognavano della loro condizione.  L’impossibilità della parola, lo sappiamo, è l’anticamera della depressione, del senso di solitudine senza rimedio, della depressione. E’ ciò che ci fa sentire in una situazione senza rimedio, non comunicabile e non condivisibile, e perciò irrimediabile. Personalmente trovo del tutto legittimo, e nient’affatto strumentale, imputare di questa e altre consimili tragedie una politica economica spietata che per risanare il debito pubblico indebita a morte i singoli. Ma prim’ancora c’è la più generale responsabilità dello stile di vita imposto dal neoliberismo degli ultimi decenni, che è riuscito a privatizzare l’esperienza del lavoro – e del non-lavoro, della disoccupazione, dei pensionamenti forzati e via dicendo – come fosse, per ciascuno e ciascuna, affar proprio e solo proprio. Siamo tutti imprenditori di noi stessi, nel bene e nel male: chi ce la fa vince, chi non ce la fa perisce, come in una lotta per la sopravvivenza e la selezione della specie. Ma nessuno parli, se è vincente per scaramanzia e strafottenza del prossimo, se non ce la fa per vergogna. E’ una sottile interdizione della parola, che si traduce subito in un’interdizione della politica, perché senza racconto di sé condiviso con altri non c’è riconoscimento, non c’è relazione e non c’è politica. Uscire dal silenzio, raccontare il lavoro e il non-lavoro, le vite e le non-vite, la condizione umana e meno-che-umana in cui la guerra economica in corso ci precipita, è l’unico gesto di solidarietà estrema, fuori tempo massimo, che dobbiamo a Romeo, Annamaria, Giuseppe e ai tanti, troppi, come loro.

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La doppietta del Presidente

Riepilogando. Dopo avere officiato nell’autunno del 2011 la resa della politica alle ragioni dell’economia insediando il governo tecnico di Monti sulle ceneri di Berlusconi ed evitando il ricorso alle urne, oggi il Presidente della Repubblica replica insediando i saggi (e resuscitando Berlusconi) sulle ceneri dei tecnici, ed evitando il ritorno alle urne. Nel 2011 fu su decisione dei mercati e dietro ingiunzione dello spread; oggi pare sia stato su consiglio del presidente della Bce, preoccupato per le reazioni dei mercati e dello spread alle eventuali dimissioni del capo dello Stato. Errare è umano, dice il proverbio, perseverare è diabolico: se uno stato d’eccezione tira l’altro, si sa già che fine fanno la democrazia e la Costituzione di cui Napolitano sarebbe il supremo garante. Le cose, peraltro, non si ripetono mai identiche, semmai peggiorano. Nel 2011 l’opinione pubblica italiana al gran completo, salvo sparutissime eccezioni, si bevve la favola dei tecnici salvatori dei conti e della patria; oggi che quella decina di maschi presunti saggi possa salvare qualcosa non lo crede nessuno. Eppure tutti abbozzano, perché del supremo garante non si può dubitare, e perché ci stiamo abituando a essere una democrazia commissariata, o dai comici o dai tecnici o dai comici e dai tecnici (l’inserimento nella decina di alcuni politici la cui isterica non-saggezza è stranota, vedi Quagliariello sul caso Englaro, rende il lato comico solo più patetico). Il tutto sotto l’insegna dell’unità nazionale, che al presidente della Repubblica sta a cuore fin dai tempi del Pci. Solo che il Pci non c’è più, e grazie alla doppietta 2012-2013 è diventato superfluo pure il Pd (gli errori tattici di Bersani ora si capiscono meglio: erano tentativi di sottrarsi a una morsa mortale). Monti invece, che superfluo era stato reso dalle urne, resta in sella, non essendo mai stato, dice il Presidente, sfiduciato dalle camere: ma come avrebbe potuto esserlo, se quando si dimise alle camere non fu rinviato? Un’eccezione tira l’altra, ed eccoci qua. Aveva ragione il Presidente: nel 2011 le elezioni erano inutili, ed era tanto vero che sono state inutili anche quelle del 2013.

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Bersani e i figli di Saturno

Al netto del diluvio di retroscena, wishful thinking, fantasie e giochi di pallottoliere degli ultimi giorni, a poche ore dal ritorno di Bersani al Quirinale la situazione si conferma quella che era poche ore dopo il voto: ingovernabile secondo qualunque regola o prassi parlamentare. E l’unica soluzione plausibile si prospetta quella che si prospettava già allora: un governo del presidente, ”terzo” rispetto ai partiti e con presenze autorevoli e indipendenti. Solo che mentre un mese fa questa soluzione, promossa magari dallo stesso Bersani al prezzo di un suo passo indietro, avrebbe forse potuto esprimere lo spostamento a sinistra decretato, sia pure in misura inferiore alle aspettative, dalle urne, adesso rischia di rispondere solo a quella spinta alla ”grande coalizione” chiaramente rintracciabile nel discorso con cui Napolitano ha conferito l’incarico a Bersani e tenacemente perseguita nel frattempo da Berlusconi.

Bersani e la coalizione di centrosinistra hanno fatto senz’altro una catena di errori, che tuttavia non si possono giudicare senza prima aver detto con chiarezza che la sceneggiata ”in streaming” del gran rifiuto del M5S e la successiva esternazione di Grillo sul suo blog li fanno passare tutti in secondo piano. Il cinismo mascherato da vittimismo («siamo la generazione che non ha mai visto realizzata una promessa»), l’incoscienza mascherata da innocenza («respingiamo l’appello all’assunzione di responsabilità: siamo il risultato di questi venti anni di politica, non la causa, siamo gli ultimi a doverci sentire responsabili»), l’onnipotenza mascherata da diritto («noi siamo la società civile, siamo pronti a riprenderci la nostra sovranità di popolo e il nostro paese»), fanno dei capigruppo pentastellati due personaggi tutt’altro che innocui. E l’esternazione del loro capo, corredata del quadro di Goya Saturno che divora i suoi figli («le nuove generazioni sono senza padri, sono figlie di Nn, figli di nessuno, figli della colpa, figli di padre ignoto, figli di vecchi puttanieri che si sono giocati ogni possibile lascito testamentario indebitando gli eredi»), è un’esternazione criminale, per l’istigazione alla guerra civile generazionale che contiene e al cui confronto la rottamazione di Renzi era uno scherzo (o un antipasto?). Infine: fra i «puttanieri» di Grillo e le «troie» di Battiato, chi avesse pensato che il turpiloquio politico a sfondo sessuale fosse un incidente di percorso imputabile solo al Sultano di Arcore e non un’abitudine ben piantata nell’immaginario (maschile) nazionale è bell’e servito.

Ciò detto torniamo agli errori di Bersani. Che a essere generosi sono riconducibili a uno solo, l’ostinato tentativo di portare a ragionevolezza un’insorgenza come quella grillina che sfugge ai criteri della razionalità politica classica, a essere spietati sono indici di una vaghezza tattica e strategica preoccupanti. A chiunque era chiaro che sporgersi tanto su Grillo dopo il voto (e dopo averlo liquidato in due parole, ”fascista digitale”, prima del voto) sarebbe parso strumentale, che offrirsi come alleato a uno che ti considera la sua posta in gioco sacrificale sarebbe stato autolesionista, che incassare la presidenza di Camera e Senato sarebbe stata una vittoria di Pirro di cui Berlusconi avrebbe chiesto il conto ipotecando il Quirinale, che tentare di racimolare voti al di fuori di un patto politico esplicito sarebbe stato, e sarebbe tutt’ora, spericolato. Una sequenza che si spiega solo sulla base della convinzione neanche tanto recondita, ma anch’essa poco fondata, di poter affrontare un ritorno immediato alle urne esibendo il bottino della buona volontà tradita da Grillo (e con Renzi ancora in panchina).

Si poteva tentare un’altra strada? Forse sì, quella del governo ”terzo” di cui sopra, guidato da una personalità di sinistra ma indipendente – ammesso e non concesso che Napolitano l’avrebbe mai consentita. Adesso di strade ne restano solo due, entrambe perdenti per Bersani e per tutto il centrosinistra. La prima, poco probabile, è che Napolitano mandi comunque il segretario del Pd alle Camere, e che le Camere votino in qualche modo la fiducia dando vita a un governo incerto nella composizione, nella consistenza, nella durata, nei programmi, nei tavoli e nelle cerchie (una commissione per le riforme costituzionali in mano al centrodestra, per dirne una, riporterebbe le lancette dell’orologio della transizione a prima della bicamerale D’Alema), e minato in partenza dal solito sospetto di inciucio. La seconda è che Napolitano partorisca sì un governo del Presidente, ma spuntato del carattere innovativo che avrebbe potuto avere se fosse stato proposto per tempo da Bersani e agevolato da un suo passo indietro. Nell’un caso e nell’altro, il Pd non sarà più il partito che «è arrivato primo ma non ha vinto», bensì quello che ha perso e basta, sotto il tiro incrociato di Grillo e del solito Berlusconi. Noi invece ci abbiamo guadagnato la trasparenza dello streaming, una favola opacissima che spaccia per vero solo quello che è autenticamente finto.

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Quattro punti sul M5S

Un vecchio limite, forse ”il” limite della politica costituita sta nel suo rifiuto di accettare le rotture della sua forma di razionalità che provengono dalla politica sorgiva. Quando un movimento irrompe sulla scena con una forza inattesa – anche se non sempre imprevedibile – , la prima mossa istintiva e difensiva della politica ufficiale consiste in un tentativo di assimilarselo piegandolo al proprio linguaggio e alle proprie modalità, anche quando quel linguaggio e quelle modalità sono precisamente l’obiettivo polemico del conflitto che il movimento in questione scatena. E’ già accaduto in Italia, per fare i due esempi più macroscopici, con il movimento del ’77 e con il femminismo radicale, in entrambi i casi con il risultato di un non-dialogo. Accade di nuovo in questi giorni con il M5S, da parte del Pd e non solo del Pd. E’ sorprendente come il partito di Bersani sia passato d’un colpo da un atteggiamento di sostanziale sottovalutazione e ostilità tenuto per tutta la campagna elettorale nei confronti della creatura di Grillo («fascista digitale») all’apertura propositiva e contrattuale del giorno dopo i risultati, condìta dall’appello alla razionalità e al senso di responsabilità dei grillini – lo stesso appello che si ritrova nei testi di intellettuali pubblicati da Repubblica a sostegno del tentativo di Bersani. Come se facendo leva sui punti di programma simili, o compatibili, fra il M5S e il Pd si potesse evitare di confrontarsi con il punto ruvido e irriducibile del problema: il fatto cioè che il M5S è un movimento destituente, in nessun modo riconducibile a una logica costruttiva e programmatica. Il suo programma non consiste nei punti che pure enumera, bensì nella determinazione di far saltare, o quantomeno di inceppare gravemente, il funzionamento del sistema: fra questo ragionamento e quello di Bersani e dei suoi intellettuali di riferimento c’è per l’appunto un salto di razionalità.

Ma il Pd e la sua area non sono gli unici a essere messi in difficoltà da questo salto. Sul M5S si oscilla ovunque fra l’entusiasmo per la sua inattesa dirompenza e per la sua iperdemocratica orizzontalità e il panico per i suoi tratti gerarchici, populisti e millenaristi. Nel mezzo c’è l’incertezza agnostica di quante e quanti si accontentano dell’evidenza dei fatti: se in tanti e tante, simili a noi e di sinistra d.o.c, l’hanno votato, qualche buona ragione ci sarà; se esprime la rabbia e la frustrazione sociale, per giunta incanalandola in un percorso legalitario, meglio fidarsi che diffidarne. Con meno agnosticismo e con la consueta euforia per tutto ciò che abbia un vago, vaghissimo sapore di sovversivismo, altri, in area post-operaista – si veda l’interessante discussione, peraltro non univoca, in corso su uninomade.org – diffidano viceversa del marchio legalitario e giustizialista del M5S, ma si leccano i baffi per l’ingovernabilità che esso decreta, nonché per la composizione di classe moltitudinaria che lo connoterebbe. E pazienza per i tratti risentiti, forcaioli, fascistoidi e razzisti che pure evidentemente contiene (Gigi Roggero su Uninomade.org: «quando mai una composizione di classe non si esprime anche in forme ambigue, confuse e contraddittorie?»): la rivoluzione, si sa, è una freccia che corre lineare e progressiva, le contraddizioni in seno al popolo sono solo un incidente di percorso e durante il percorso l’importante è fare fuori la sinistra storica.

In tanto oscillare da tutte le parti e da parte di tutti, fa difetto la volontà e la capacità di vedere non i molti tratti, ma il tratto dominante del M5S: la sua direzione di fondo, la sua ideologia-guida, la sua ipotesi egemonica, nonché la sua genealogia costitutiva. Ciò che, insomma, ne restituisce il senso aldilà delle sue ambivalenze e aldilà degli elementi di ”somiglianza” con le rivendicazioni, i punti di programma e le parole d’ordine dei partiti di sinistra e dei movimenti antagonisti che in tanti – da Renzi a Bersani a Vendola ai militanti dei movimenti suddetti – adesso scoprono. L’analisi, assai critica, che del M5S propongono i Wu Ming è fra le poche, insieme con quella di Giuliano Santoro in Un Grillo qualunque, a fornire dei lumi in questa direzione. Se ne sentirà qualche eco nei quattro punti di riflessione che propongo qui.

1- L’exploit del M5S non è l’uscita dalla Seconda Repubblica: ne è piuttosto il frutto maturo, e forse l’ultimo atto. Del ventennio berlusconiano e del suo epilogo nell’anno montiano, Grillo, Casaleggio & Co. ereditano tre fattori cruciali: la ”grande narrazione” etico-politica della contrapposizione fra una società civile onesta e una casta corrotta; la scomposizione neoliberista del lavoro fordista nelle ”competenze” postfordiste; la ”compensazione” della crisi della rappresentanza politica con la rappresentazione mediatica (televisiva nel caso di Berlusconi, di rete nel caso di Grillo) e con una leadership personalizzata, accentrata e fortemente «attoriale».

Cominciamo dal primo. La contrapposizione fra società degli onesti e casta dei corrotti è una favola, forse ”la” favola, che ci accompagna fin dai primi anni Novanta. Come tutte le favole fa leva sull’immaginario popolare e su un ineccepibile dato di realtà, la rabbia montante contro i privilegi, la corruzione e soprattutto l’inerzia e l’impotenza del ceto politico. Il che non toglie tuttavia che resti una favola, auto-consolatoria e depistante. Ai tempi di Tangentopoli, che era un sistema di corruzione basato sullo scambio di favori e mazzette fra politici e imprenditori, servì a scaricare tutte le colpe sui politici assolvendo gli imprenditori; se ne giovò Silvio Berlusconi, che scese in campo presentandosi come imprenditore estraneo al Palazzo e per ciò stesso brava e affidabile persona. In seguito, durante il lungo regno del Cavaliere, la favola è servita da un lato a non vedere, sotto il postulato della società degli onesti, l’illegalità diffusa in cui l’illegalità permanente di Berlusconi ha trovato consenso e rispecchiamento; dall’altro lato a delegittimare, all’insegna del ”sono tutti uguali” o nella variante dell’inciucio, qualunque e sia pur timido tentativo del centrosinistra di andare o di consolidarsi al governo. Più di recente, nella versione firmata per il Corriere della Sera da Rizzo e Stella nel loro famoso libro, è servita a scavare come e meglio della vecchia talpa la buca della delegittimazione della politica tout court e dell’avvento al governo dei tecnici bocconiani. Adesso, nella versione grillina, la favola raccoglie la rabbia dei ceti sociali massacrati dalla crisi, e la lenisce non indirizzandola dove andrebbe indirizzata, contro la fissazione neoliberista e rigorista europea, ma prescrivendole una ricetta semplice semplice: fuori loro, i castali corrotti per definizione, dentro noi, i cittadini comuni (o gli uomini qualunque) onesti per definizione. Si suole vedere in questo la matrice antipolitica del M5S. Ma fin qui, ad essere precisi, saremmo solo dentro una pulsione fortemente antipartitocratica, pienamente comprensibile visto lo stato in cui si sono ridotti i partiti. La vera matrice antipolitica è più nascosta, e sta nel secondo fattore.

2 – Oltre che corrotta, la casta è per definizione incompetente: per il M5S il professionismo politico è, senza eccezioni, un trucco che copre l’incapacità di fare alcunché. I cittadini invece sanno quello che fanno e sono in grado di mettere le loro competenze al servizio del bene comune. L’abbiamo sentito nel rito di autopresentazione dei parlamentari grillini: faccio l’agricoltore e vorrei occuparmi di bioagricoltura, insegno e vorrei occuparmi di scuola e università, faccio l’infermiere e vorrei occuparmi di sanità. La cuoca di Lenin poteva e doveva imparare a governare lo Stato; la cuoca di Grillo non deve imparare niente, è pronta a insediarsi al ministero dell’alimentazione. Ora, si può vedere in questa galleria delle competenze la prova provata della composizione di classe avanzata del M5S – secondo le interpretazioni euforiche di cui sopra ”trainata” da net workers, lavoratori della conoscenza, precariato di prima generazione, proletariati disoccupati – nonché la faccia potenzialmente sovversiva del dispositivo biocapitalistico di messa al lavoro e di valorizzazione delle skill. Ma ci si può anche vedere una composizione interclassista trainata dal ceto medio impoverito e declassato dalla crisi (uno strato sociale che non ha mai portato bene alla causa né della democrazia né della rivoluzione); l’estensione alla politica dell’ideologia neoliberista del fai-da-te; e soprattutto il rovescio casereccio e velleitario della tecnicizzazione della politica già sperimentata con i bocconiani al governo. Se le competenze sono immediatamente politiche, se i mestieri si fanno immediatamente governo, non abbiamo liquidato il professionismo autoreferenziale e incompetente dell’odiata casta: abbiamo liquidato la politica come linguaggio autonomo, come terzo simbolico, come sede della mediazione fra specialismi, interessi e corporazioni. Non è la casta a essere rottamata, né i partiti, ma la politica tout court.

3- Il terzo fattore che dalla Seconda Repubblica trasloca nel M5S è il rapporto fra crisi della rappresentanza politica e uso della rappresentazione mediatica. Ciò che Berlusconi ha realizzato attraverso la tv, Grillo lo realizza attraverso la Rete, anzi attraverso un uso sapientemente integrato della televisione e di Internet. Su questo, e sulla concezione orizzontale e neutra della Rete smentita dalla sua gestione gerarchica e accentrata da parte del tandem Grillo-Casaleggio, è stato già detto e scritto tutto. Vale la pena però di ricordare che la Rete oggi come la tv nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica non funzionano solo come un ”mezzo” di conquista della scena politica e di costruzione del consenso: oggi come allora, fra rappresentanza politica e rappresentazione mediatica c’è un rapporto di concorrenza nella ridefinizione delle forme della politica. Fra il ’92 e il ’94, la televisione (tutta, non solo quella berlusconiana) anticipò con i suoi format (tv-verità, duelli, politica-spettacolo, infoteinment etc.) il cambiamento delle forme della politica (personalizzazione, leaderismo, bipolarizzazione, maggioritario), nonché del regime del dicibile/indicibile e del vero/falso. Oggi l’uso grillino della Rete evoca e mette in scena l’illusione di una forma di democrazia diretta e partecipata, in cui ”uno vale uno” ma uno (o due, tutt’e due maschi s’intende) decide su tutti e per tutti, in cui l’indignazione si scioglie con la stessa facilità con cui si esprime, in cui le relazioni lasciano il posto alla connessione. E in cui la pretesa di verità si sposta dal verbo televisivo alla trasparenza di Internet. Paradosso non ultimo, questa democrazia diretta coincide con la democrazia elettorale: non contesta le istituzioni della rappresentanza ma le occupa per destituirle. E’ questo il superamento della democrazia rappresentativa che ci attende, e nel quale dovrebbe riconoscersi la critica della rappresentanza dei movimenti che si sono succeduti dal Sessantotto in poi, femminismo compreso?

4 – Quando le cose che abbiamo desiderato si presentano con un segno rovesciato rispetto a quello che avevamo pensato, c’è poco da cantare vittoria e molto da riflettere, autocriticamente, sul nostro deficit di capacità egemonica. Per questo non mi convincono i salti di gioia per la composizione di classe, la critica della rappresentanza, la democrazia diretta e gli effetti di ingovernabilità del M5S. Che esso incorpori punti programmatici e istanze dei movimenti non significa che noi nei movimenti radicali avevamo visto giusto e che Grillo lavora per facilitarci il compito: significa che noi non abbiamo saputo dare a questi punti e a queste istanze una carica egemonica, e che su questo deficit si è infilata la loro trascrizione grillina. Anche questo è già successo, con la trascrizione berlusconiana neoliberista delle istanze di libertà del ’68 e del femminismo, e sappiamo com’è andata a finire: per dirne una, con la libertà delle donne di vendersi al mercato del sesso e al mercatino del bunga bunga. Forse è più adeguato puntare sul seguente ossimoro: prendere sul serio l’elemento comico del personaggio Grillo. Forse la sua vera forza destituente sta qui, nel portare all’estremo paradossi e parossismi in cui la politica tradizionale e la democrazia rappresentativa si sono infilate da sole. Si chiama pratica della parodia, e non è poi tanto strano che sia l’unica efficace contro una politica ridottasi alla parodia di se stessa.

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Elezioni/3 Fine della Seconda Repubblica?

Una legge La tela di Penelope di Simona Colarizi e Marco Gervasoni (Laterza) e si chiede se tutto quello che si va scrivendo su come e perché queste elezioni scriveranno la parola fine sulla (cosiddetta) Seconda Repubblica non sia un puro whishful thinking. Il libro in questione è per l’appunto una storia della Seconda Repubblica e basta scorrere il primo capitolo, che ripercorre gli anni dall’89, crollo del Muro di Berlino, al ’94, exploit  di Silvio Berlusconi, per farsi venire molti dubbi. Fra vent’anni fa e oggi le somiglianze sono molto più delle differenze e le permanenze molto più delle fratture: la sceneggiatura è inquietantemente la stessa, anche se gli attori cambiano (lentamente, e non tutti: qualcuno, com’è noto, non ce la fa a uscire di scena). C’era una volta un sistema politico proporzionalista e partitocratico stagnante, scosso dall’esterno dalla fine del mondo bipolare e dagli accordi di Maastricht, minato all’interno dal debito pubblico e dalla corruzione e  investito da un forte vento antipolitico e giustizialista;   c’è adesso un sistema politico maggioritario e partitocratico stagnante, scosso dall’esterno dall’austerity  europea, minato all’interno dalla corruzione e investito da un forte vento antipolitico e giustizialista. Ci furono allora una sterzata rigorista (di Giuliano Amato) e un governo tecnico (di Carlo Azeglio Ciampi), c’è stato adesso il governo tecnico e rigorista di Mario Monti. Nacque allora l’ideologia, mediaticamente costruita e sostenuta (dalla tv-verità, da Repubblica, da Micromega), di una società civile virtuosa contrapposta a una classe politica viziosa, e l’idea che bastasse processare penalmente i politici corretti per esentarsi dal processarli, e processarsi, politicamente; di entrambe si giovò la resistibile discesa in campo di Berlusconi con addosso la maschera dell’imprenditore impolitico e in mano l’arma decisiva della televisione. Imperversano ancora oggi quell’ideologia (impugnata in versione anti-casta dal Corsera) e quell’idea, e di entrambe si giova la resistibile discesa in campo di Beppe Grillo, con addosso la mschera dell’istrione impolitico  e in mano l’arma decisiva della Rete. Cominciò allora il lungo viaggio della sinistra post-Pci alla ricerca di una nuova identità, e quel viaggio non è ancora approdato a una qualche certezza. I magistrati si installarono allora, come vittime (Falcone e Borsellino) o come giustizieri (il pool di Mani pulite) nell’immaginario popolare, e vi restano tutt’ora, magari come candidati premier (Ingroia).

Non voglio dire che tutto è rimasto uguale. Di mezzo c’è in primo luogo la più grande crisi economica, sociale e politica che abbia colpito l’Occidente dopo quella del ’29, la consumazione della narrazione trionfante della prima fase del neoliberismo, quella gaudente e consumista incarnata in Italia da Berlusconi, e il passaggio duro nella seconda fase, quella rigorista e penitenziale incarnata in Italia da Monti. C’è in secondo luogo la crisi del blocco sociale degli “imprenditori di se stessi” (e delle imprenditrici del proprio corpo) che ha sostenuto per quasi vent’anni il regime del vero e del falso del Cavaliere. Ci sono, già visibili nel voto dell’anno scorso,  i segni di un cambio di egemonia rispetto all’ultimo trentennio, che la sinistra moderata europea e quella italiana stentano ad assumere fino in fondo.  E c’è infine una nuova rottura del sistema politico, con un’inversione a U dal bipolarismo maggioritario creato dal Cavaliere e voluto da tutti nel ’94 a un nuovo assetto policentrico, se non proporzionalista. Sarà quest’ultimo dato, molto probabilmente, a tenere banco, insieme ai suoi risvolti sulla formazione del governo e sulla governabilità,  nell’analisi del voto che comincia fra un’ora su tutte le tv. Ma per quanto sia importante, questo dato non basta a decretare la fine della Seconda Repubblica,  di cui restano in campo tutte le permanenze culturali, sociali e politiche di cui sopra, prima fra tutte la trasmigrazione della demagogia  antipolitica dalla salsa televisiva di un leader-attore a quella internettiana di un altro leader-attore, contrapposto al primo nei contenuti ma continuatore del primo nelle forme. La sottovalutazione delle permanenze sotto il cambiamento del sistema politico fu un errore  di valutazione nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, di cui paghiamo ancora le conseguenze.  Cerchiamo di non ripeterlo.

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Elezioni/2. Provaci ancora, Papi

Non so se mi irrita di più il siparietto di Berlusconi con l’impiegata a Mirano, la compiacenza dell’impiegata medesima, la complicità ridanciana del pubblico, l’esterrefazione scandalizzata che circola in rete. Papi è di nuovo fra noi, ed è inutile chiedersi com’è possibile o come mai non si vergogna: è possibile precisamente perché non si vergogna, e non si vergogna perché sono invece i suoi avversari a vergognarsi di mettere pesantemente sul piatto della campagna elettorale il cosiddetto sexgate degli anni scorsi. Del quale nessuno parla, come fosse un tabu. Consegnato al giudizio penale, archiviato dal giudizio politico. Lo scandalo è questo, non che lui, Papi, ne approfitti con la solita astuzia. Il problema è questa archiviazione pubblica, non che lui, Berlusconi, tiri fuori dal suo archivio privato lo sguardo sul lato b e le allusioni sugli orgasmi della malcapitata di turno o le battute sempreverdi su Rosy Bindi contrapposta a Nicole Minetti.

Non un secolo ma solo due anni fa il discorso pubblico era invaso dal sultano del bunga bunga, dai procacciatori di escort e dai sistematori di veline, dalle denunce di Veronica i racconti di Patrizia e le bugie di Ruby. C’era molto di autentico, nelle tante che seppero leggere nel dispositivo di sessualità il sistema di potere e nei pochi che seppero prendere le distanze dall’uomo oltreché dal premier e dal modello di virilità oltreché dal modello di governo. Ma c’era anche molto di provvisorio nei tanti che sotto il peccato morale e il reato penale non seppero vedere il sintomo politico di un regime del godimento radicato in profondità e difficile da estirpare senza uno scavo altrettanto profondo. Invece venne lo spread e cancellò tutto, venne la sobrietà e coprì tutto. Terremotata dalla sessualità, la politica trovò il modo di immunizzarsene per via tecnocratica. Tutto finito, o tutto rimosso?

Le rimozioni, come le bugie, hanno le gambe corte. Papi infatti è di nuovo fra noi. Si è ripresentato con una verniciatura perbene, con una nuova fidanzata “bella fuori e dentro e soprattutto di sani principi”, un nuovo nipote e tante scuse per le intemperanze dovute all’abbandono di Veronica, colpa sua che l’aveva lasciato solo. Ma non resiste alla tentazione e torna a bomba, sguardo obliquo sul lato b e conta degli orgasmi sul pallottoliere dell’immaginario maschile. Non si vergogna perché sa che può contare sulla connivenza della platea di Mirano che ride e sulla complicità di una platea ben più  ampia che sorride. Dopo la penitenza dei tecnici, un pizzico di godimento fa perfino più gola di prima, e recupera perfino più voti della restituzione dell’Imu.

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Elezioni/1. Monti uno e bino

Nel giro di due settimane l’immagine e il messaggio politico di Mario Monti sono radicalmente cambiati, ed è cambiata di conseguenza la collocazione e la connotazione dei suoi interlocutori e/o avversari. Due settimane fa,  la stampa mainstream – basta riguardare la Repubblica e il Corsera di domenica 13 gennaio – dava praticamente per fatto l’accordo di governo fra il centrosinistra e il Professore, all’insegna dello slogan – rilanciato da Monti stesso – “riformismo o populismo”, ovvero dell’alleanza “fra riformismi diversi” contro il populismo sempreverde di Berlusconi, quello d’antan della Lega e quello ruspante di Grillo. Oggi la stessa stampa prefigura scenari assai diversi, con Monti che punta a scomporre sia il centrosinistra sia il centrodestra e a regnare con Bersani ma senza Vendola (e senza Cgil) e con Alfano ma senza Berlusconi (Scalfari su Repubblica), o con un nuovo parlamento ancora da eleggere ma già pieno degli ingovernabili veleni seminati in campagna elettorale (Luciano Fontana sul Corsera). In mezzo sono accadute molte cose: le forzature mediatiche sulle “aperture” di Vendola a Monti, le scomuniche di Monti su Vendola e sulla Cgil, il no di Bersani all’ingiunzione di rompere con Vendola e l’impegno di entrambi sugli F35 e sul piano della Cgil, l’esplosione dell’affair Mps e le poco felpate accuse di Monti al Pd, i fendenti di  Monti sia verso il centrosinistra sia verso il centrodestra, entrambi rei di non saper governare ed entrambi d’ostacolo al suo ”radical centrism”. Con conseguente sorpresa e delusione nel Pd per l’ingratitudine del premier ”tecnico” lealmente sostenuto per un anno. E con stupefatte o compiaciute sottolineature dell’influenza di David Axelrod, il ”guru” della comunicazione di Obama ingaggiato da Monti, nel cambio di passo e di tono del Professore.

Per quanti miracoli un guru possa fare, tuttavia, è abbastanza surreale – e sa molto dell’antica e subalterna ossessione del fronte antiberlusconiano per la potenza della comunicazione – attribuirgli un tale potere di trasformazione di un Monti sobrio, compassato, moderato e pronto all’accordo in un altro Monti aggressivo, esagitato e arroccato nel suo ruolo di unico possibile salvatore della patria. Resta un’altra ipotesi: che la trasformazione non sia così radicale, e che la stupefazione che essa suscita sia senza fondamento, come senza fondamento era la precedente illusione di avere a che fare con un alleato al miele o con un riformismo da sommare a quello del Pd nella trionfale guerra contro il populismo. Illusione ingenua, nonché colpevole, che ci riporta all’inizio della storia, quando del ruolo di salvatore della patria Monti fu investito, nel novembre del 2011, sotto l’incubo dello spread e nell’urgenza della ”liberazione” da Berlusconi.

Bastò poco, troppo poco, allora, per costruire l’immagine, e la convinzione, di un Professore contrapposto al Cavaliere,  e di un radicale cambio di stagione che si verificava come per magia in poche ore. La sobrietà al posto dell’eccesso, la compostezza al posto del bunga bunga, le competenze al posto dell’ignoranza, il realismo al posto del reality, il loden al posto del doppiopetto, le rughe al posto del lifting, i tagli al posto dei consumi, il rigore al posto della dissipazione, la quaresima al posto del carnevale. Ma l’indubbio  cambiamento estetico ed etico occultava già allora un altrettanto indubbio tratto di continuità fra il Professore e il Cavaliere nelle politiche economiche e sociali. Così come le modalità di investitura di Monti decise da Napolitano non interrompevano ma normalizzavano la tendenza all’eccezionalismo sperimentata in versione sovversiva nel ventennio berlusconiano. Per chi avesse occhi per guardare, fin d’allora Monti e Berlusconi, il Tecnico e il Comico,  non si presentavano come due ipotesi alternative, ma come due facce diverse della stessa medaglia neoliberista e della stessa resa della politica alle ragioni dell’economia e/o della tecnocrazia. Come i provvedimenti e i comportamenti del governo dei tecnici non hanno poi mancato di dimostrare in seguito.

Non è dunque un caso, né l’effetto di una mera tattica elettorale, il fatto che oggi ce li ritroviamo, il Comico e il Tecnico, come concorrenti sullo stesso bacino elettorale ”moderato”, e in fondo in fondo accomunati dalla stessa ansia fobica di immunizzare l’Italia dal pericolo rosso: salvo che per Berlusconi, che resta bipolarista, il pericolo scatta col Pd mentre per Monti scatta, bontà sua, ”solo” con Sel e la Cgil. Una differenza molto rilevante sotto il profilo della composizione del prossimo governo, assai meno sotto il profilo dell’uscita dal ventennio che abbiamo alle spalle. Sotto quest’ultimo profilo, non  si tratta di uscire solo dal carnevale berlusconiano ma anche e contemporaneamente dalla quaresima montiana. La scelta non è fra populismo e riformismo, ma fra populismo, tecnocrazia e democrazia da un lato, e fra un riformismo che punta a consolidare le gerarchie sociali e un riformismo che punta a scardinarle dall’altro.

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